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Medioevo

un "luminoso" millennio

 




Indice

Introduzione: Fede e storia
1) Un "luminoso" millennio
2) Il monachesimo
3) Fede e ragione
4) Le nascita delle Università
5) La base della scienza
6) Arte, diritto, economia, carità e ...santità





Introduzione


Fede e storia

Nella sezione
News (Notizie … controcorrente), come è richiamato anche nella 'homepage' del sito (“questo sito è stato pensato per aiutare …”), offriamo piccoli contributi per un’informazione su fatti di attualità che esca dagli schemi ideologici e talora dalle censure del pensiero dominante e aiuti a formulare un giudizio cristiano, oltre a fornire notizie in genere difficilmente raggiungibili sulle questioni di fede e della vita della Chiesa e del mondo.

Talora ci siamo soffermati anche su notizie storiche “alternative”.
Nel 2021, ad esempio, ci siamo soffermati su alcuni miti della “modernità” (vedi), così come abbiamo sinteticamente ripreso alcune notizie sull’Inquisizione (vedi).

Tra i Dossier (vedi), così come in modo più sintetico (sottoforma di domande e risposte) in appositi documenti nella sezione Fede & cultura (vedi), abbiamo già presentato alcune questioni storiche “scottanti”, nel senso di “cavalli di battaglia” della polemica anticristiana post-illuminista, come le Crociate (vedivedi), l’Inquisizione (vedivedi), il “caso Galileo” (vedivedi).
 

Perché dobbiamo avere questa preoccupazione, al di là della passione storica, sia per la nostra formazione cristiana come per quella delle nuove generazioni (figli, studenti)?
Perché, sia sulle questioni di attualità come su molte questioni storiche, siamo talmente bombardati da pregiudizi anticattolici, già dalle scuole primarie come dalla pubblicistica dominante fino all’invasivo circo mediatico contemporaneo, così che essi sono presenti non solo tra i non cristiani ma addirittura nella maggior parte dei Cattolici!
È solo una questione culturale, per addetti ai lavori? No. Sono questioni che costituiscono in realtà una grande “minaccia” alla propria coscienza ed anima, perché fin da ragazzi inoculano nella nostra mente pregiudizi anticristiani che progressivamente, senza quasi che ce ne accorgiamo, distruggono la fede e di conseguenza fanno perdere eternamente l’anima.
Per molti, specie dall’adolescenza (che è già un momento “critico”, che avrebbe bisogno di particolari sostegni spirituali, morali e pure culturali), ciò rappresenta un’occasione per allontanarsi dalla Chiesa e perdere progressivamente la fede e la salvezza eterna (del tipo: “se la Chiesa ha fatto e fa questo, stiamone il più possibile alla larga, visto tra l’altro che vuole imporci dogmi irrazionali ed una morale disumana", di cui infatti pare oggi persino vergognarsi ed essa stessa censura)!
Per altri, sempre meno, pur rimanendo cristiani cattolici (e persino praticanti, come moralmente doveroso), resta comunque nella mente e nella coscienza una sorta di “schizofrenia”, per cui a fianco di una pratica formalmente ancora cristiana coesiste una mentalità (giudizi) anticristiana; e questo senza neppure che ce se ne accorga. Il che, come osservava già il Papa Paolo VI negli anni ’70, è il dramma del nostro tempo e l’insidia più grande che mina alle basi l’evangelizzazione contemporanea [del tipo: “Sono cattolico… però la Chiesa, visti gli errori e gli scandali del passato e pure del presente, non mi venga ad insegnare cosa devo fare …. Meglio che mi faccia una fede e una morale a modo mio”!]

Lo stesso S. Giovanni Bosco, che costituisce come sappiamo un “genio” della capacità educativa dei ragazzi e dei giovani (anche dei casi più difficili), consapevole di questo enorme pericolo presente già nella sua Torino risorgimentale (una cultura di fatto anticattolica, come sarà quella imposta nella progressiva “invasione” piemontese dell’Italia, vedi e vedi) ed avendo a cuore una completa formazione dei suoi ragazzi - cioè attenta all’anima ma anche al corpo, alla salvezza eterna come allo studio e al lavoro -  non a caso aveva provveduto a scrivere lui stesso persino una alternativa “storia della Chiesa”! (vedi)



Il Medioevo
Come sappiamo, tra i “mantra” del pensiero laicista, dominante già dall’Illuminismo ma appunto ora presente a livello di massa, persino tra i Cattolici, c’è quello del Medioevo (un nome che indica già un pregiudizio illuminista
), che sarebbe stato un periodo, tra l'altro durato mille anni, in genere censurato o calunniato, di “oscurantismo” clericale, “secoli bui” (in opposizione appunto alla luce dell’Illuminismo e della modernità), un’epoca di superstizione religiosa, di condizioni disumane, di violenze inaudite da parte della Chiesa, e via calunniando …

Tutto ciò, ovviamente, perché rappresenta un millennio in cui si manifestò il trionfo della fede e della civiltà cristiana.
Un’epoca che ha però gettato le basi stesse della civiltà occidentale e mondiale.

Questo non significa che ovviamente anche in quel periodo non siano emersi limiti e peccati che caratterizzano l’uomo di ogni tempo, anche tra i cristiani. Ma che queste accuse provengano proprio da quelle ideologie della modernità (vedi) che, nonostante il progresso scientifico ed economico, hanno scatenato le più grandi atrocità della storia (basti pensare a ciò che già accadde nella Rivoluzione francese e a quanto ne seguì, fino alle rivoluzioni, dittature e guerre mondiali del secolo scorso), richiederebbe almeno una maggiore umiltà ed onestà culturale, se non un rispettoso silenzio.

Come ricordato, ci siamo già soffermati su alcune questioni, come quello dell’Inquisizione (vedivedi) o delle Crociate (vedivedi).

Ora facciamo ancora alcune rapide osservazioni su questo periodo in realtà luminoso della storia e fondamentale per la civiltà occidentale e mondiale.




 

Medioevoun “luminoso” millennio



Prima parte

Secondo il pregiudizio illuminista, tuttora dominante (persino tra i Cattolici), il Medioevo, cioè il millennio che va dal VI al XVI secolo, sarebbe appunto una triste ed oscura "epoca di mezzo"*, “secoli bui” (dominati dalla Chiesa Cattolica), da cui la civiltà europea e mondiale si è finalmente liberata appunto con l’Illuminismo, quando si sono accesi i “lumi” della ragione, della scienza, del progresso, dell'autentico bene dell'uomo e della umana società.

* Come ricorda il grande storico Franco Cardini, in realtà “Medioevo” non è un’epoca ma un concetto o un pregiudizio illuminista. 

E se tuttora permangono residui di quelle superstizioni medievali, essi (cioè quei Cattolici che vogliono rimanere tali) devono essere annientati o quantomeno emarginati dall'umano consorzio, come pericolosi conservatori, ostili al progresso e alla libertà dell’uomo, al “libero pensiero", all'"autodeterminazione", all'affermazione dei propri "diritti" (qualunque essi siano, pure totalmente inventati e confusi con le pulsioni e le voglie del momento). Così deve essere l’uomo di oggi e l’umanità dell’avvenire. Questo è il vero "laicismo", di un'umanità finalmente liberata dalla Chiesa e dalla stessa fede in Cristo (a meno che non accetti di essere rinchiusa dentro la realtà solo intima e privata della coscienza).

"Medievale" è infatti uno dei peggiori epiteti che si possa affibbiare ad un uomo, ad una mentalità o ad un’istituzione.

Questo “pregiudizio”, questo “mito” ed indiscutibile dogma illuminista e anticattolico è duro a morire, persino di fronte all’evidenza dei fatti, di rigorosissimi studi storici e di uno “splendore” artistico, urbanistico, culturale che lascia peraltro esterrefatto anche l'osservatore più superficiale o il turista più affrettato (chi non rimane attonito di fronte ad una cattedrale gotica... e si va pure a caccia del "borgo medievale" rimasto tale).

Basterebbe, per irridere tale pregiudizio illuminista, una battuta di uno dei maggiori intellettuali francesi del secolo scorso, André Frossard (celebre intellettuale e giornalista francese, membro dell'Académie française, figlio peraltro del fondatore del Partito comunista francese e come tale educato all’ateismo più ortodosso, che poi si convertì e divenne un apologeta della fede cattolica e persino amico e intervistatore di Giovanni Paolo II), di fronte a tutta la sua incantata meraviglia per il Medioevo, anche solo contemplando le bellezze artistiche che ci ha lasciato: “Ci dicono che erano secoli bui; non lo so; ma quello che ci hanno lasciato è di una luminosissima e stupefacente bellezza”!


L’Università, come vedremo più avanti, è una luminosa istituzione nata dalla Chiesa Cattolica nel Medioevo. Le prime e principali università europee (Bologna, Padova, Roma, Parigi, Oxford, Cambridge, …) sono infatti sorte per volontà della Chiesa, come segno vivente dell’amore che la genuina fede cattolica nutre per la ragione e per la ricerca. Alcune università sono nate addirittura, potremmo dire, all’ombra del campanile: così quella parigina (la Sorbona) è nata nel cortile stesso di Notre Dame. Peccato che nell’occupazione rivoluzionaria e nella furia illuminista proprio la Sorbona divenne invece un tempio dell’Illuminismo e dell’odio anticattolico; e proprio in tale ambiente culturale nacque pure il dogma illuminista dell’oscurantismo del Medioevo. Ma la Provvidenza ha i suoi piani, anche se talora sembrano a noi lenti, e alla fine la verità riemerge sempre. Così nei primi decenni del secolo scorso proprio in Francia sorsero degli intellettuali (filosofi, teologi) e accademici cattolici di altissimo prestigio (si pensi a M. Blondel, J. Maritain, M.D. Chenu, R. Garrigou-Lagrange e al cosiddetto neo-tomismo, cioè ad un rinnovato ed entusiasta riferimento al sublime pensiero di S. Tommaso d’Aquino), tra cui
Étienne Gilson, autorevole docente di “Filosofia medievale” proprio alla Sorbona (!). I suoi eruditissimi studi e le sue magistrali lezioni* hanno permesso una plateale rivalutazione del Medioevo, del pensiero non solo teologico ma filosofico di quel periodo, talmente profondo e fecondo da costituire i fondamenti non solo della civiltà europea ed occidentale, ma in grado di fornire le basi concettuali del pensiero moderno, persino  quando esso si è opposto al cristianesimo.

* cfr. É. Gilson, L’esprit de la philosophie médiévale, Paris 1932-1944 (trad. it., Lo spirito della filosofia medioevale, Morcelliana 2009) e La philosophie au moyen âge, Paris 1922-1952 (trad. it., La filosofia nel medioevo. Dalle origini patristiche alla fine del XIV secolo, Rizzoli 2011).

Potremmo dire che, nonostante i persistenti giudizi propagandati ancora nelle scuole, nella pubblicistica, negli strumenti di comunicazione di massa e persino nel mondo dello spettacolo, a livello di “alta cultura” non c’è praticamente più nessuno che osi ancora rimanere ancorato a certi pregiudizi illuministici circa i cosiddetti “secoli bui”, come del resto anche sulla presunta opposizione tra fede e scienza (altro mito ottocentesco, come abbiamo osservato circa la montatura ottocentesca del caso Galileo vedi - vedi).

Persino negli USA stanno emergendo seri studi accademici sull’enorme fecondità anche culturale che la Chiesa Cattolica ha fatto emergere nel Medioevo e come l’intera civiltà occidentale (e potremmo dire anche mondiale) sia debitrice nei confronti della fede e della Chiesa Cattolica per i fondamenti stessi della propria cultura, persino della scienza, del diritto, dell’economia, insomma del progresso stesso dell’umanità.

Abbiamo altre volte citato, ad esempio, la documentata sintesi che ne ha fatto lo studioso americano T. E. Woods Jr., How the Catholic Church built western civilization, Washington D.C., 2001 (trad. it., Cantagalli SI, 2007: “Come la Chiesa Cattolica ha costruito la civiltà occidentale”).
Riporteremo in seguito dei dati inconfutabili emersi in molti studiosi americani e riportati da Woods in questo testo.



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Dalla caduta dell’Impero romano alla civiltà cristiana

Quando verso la fine del V secolo d.C. è crollato l’Impero romano (d’Occidente) davvero si ebbe l’impressione non solo della fine di una civiltà, già gloriosa ma ormai decaduta (anche moralmente), ma quasi della fine del mondo, tanto Roma rappresentava il centro del mondo antico.
Da tre secoli le invasioni barbariche ne avevano scosso non solo l’immenso territorio, ma ne avevano minato la struttura e le stesse basi sociali. Così ancor oggi dire “barbaro”, nominare Attila o denominare certi atti come “vandalici” (dai Vandali, che saccheggiarono Roma stessa nel 455 d. C.) è sinonimo di distruzione e rovina.
L’intera civiltà occidentale fu in pericolo, compresa la cultura latina e la gloriosa eredità della cultura classica greca, che avevano plasmato il tessuto culturale e sociale dell’area mediterranea (il Mare nostrum).

Oltre ad Atene (e l’ellenismo) e Roma (la latinità), un terzo polo culturale si era però affacciato nella storia: Gerusalemme.

Se già la cultura giudaica (e il patrimonio religioso dovuto all’Antico Testamento biblico, ricco di importantissime novità riguardo alla visione di Dio, dell’uomo, della morale e della storia) aveva conosciuto una certa diffusione per la presenza, talora tormentata, degli Ebrei in ampi territori dell’impero e nella stessa Roma (ad un certo punto furono persino cacciati dalla città, cfr. At 18,2), l’incidenza culturale di tale patrimonio era però in genere circoscritta appunto agli ambienti giudaici.

Fu proprio la venuta di Cristo Signore, Dio incarnato, al di là della sua breve e circoscritta missione, dal punto di vista umano, e della sua fine apparentemente ingloriosa (condannato a morte dai Giudei e dai Romani), ma proprio perché risorto e vivo, novità assoluta della storia, a costituire in poco tempo la più grande “rivoluzione” di tutti i tempi, non a livello politico né tanto meno violento, ma proprio a livello esistenziale (il cambiamento del cuore e della vita dell’uomo) e culturale (la visione nuova e vera di tutte le cose)!
Se per i primi due secoli, nonostante l’incredibile diffusione in tutto il mondo allora conosciuto, il cristianesimo fu clandestino ed oggetto delle più crudeli persecuzioni, dopo l’imperatore Costantino (editto del 313) la fede cristiana e la Chiesa Cattolica divennero la nuova linfa vitale non solo dei singoli ma della società e pian piano dell’intera civiltà occidentale (basti pensare all’incoronazione di Carlo Magno, da parte di papa Leone III nell’antica basilica di S. Pietro in Vaticano, la notte di Natale dell’800*, e al Sacro Romano Impero; per giungere appunto a tutta la civiltà medievale, trionfo della cristianità, durata fino al XVI secolo).
* Non a caso Giovanni Paolo II, in occasione del 1200° anniversario di tale incoronazione, volle sottolineare l’importanza di tale evento in un apposito messaggio (14.12.2000, leggi), con particolare riferimento alle radici cristiane dell’Europa; in esso si ricorda che il Medioevo, “nonostante i limiti umani sempre presenti, fu caratterizzata da un’imponente fioritura culturale in quasi tutti i campi dell’esperienza”. “È la grandiosa sintesi tra la cultura dell’antichità classica, prevalentemente romana, e le culture dei popoli germanici e celtici, sintesi operata sulla base del Vangelo di Gesù Cristo, ciò che caratterizza il poderoso contributo offerto da Carlo Magno al formarsi del Continente. Infatti, l’Europa, che non costituiva una unità definita dal punto di vista geografico, soltanto attraverso l’accettazione della fede cristiana divenne un continente, che lungo i secoli riuscì a diffondere quei suoi valori in quasi tutte le altre parti della terra, per il bene dell’umanità. Al tempo stesso, non si può non rilevare come le ideologie, che hanno causato fiumi di lacrime e di sangue nel corso del XX secolo, siano uscite da un’Europa che aveva voluto dimenticare le sue fondamenta cristiane”. 
[Tale sottolineatura di Giovanni Paolo II è stata ricordata di recente, anche in riferimento alle attuali tragiche esperienze che l’Europa sta attraversando e in cui rischia di precipitare leggi]

Gesù Cristo, è il “Logos (Verbo) fatto carne” (Gv 1,14), è la “Via, Verità e Vita” (Gv 14, 6; Gv 18,36-38). In Lui trova compimento e perfezione non solo tutta la Rivelazione divina dell’Antico Testamento (cfr. Mt 5,17), ma anche tutto ciò che di vero, di bene e di bello può già albergare non solo in ogni uomo ma in tutte le più alte espressioni delle culture, religioni e filosofie dell’umanità (come una prima traccia del divino e della verità: Logos spermatikos, Semina Verbi, come dicevano già i Padri della Chiesa).

La religione cristiana, e in particolare la fede cattolica (perché invece il Protestantesimo lo negherà come un “prostituirsi” della fede, come dirà Lutero, pensando ereticamente quasi ad una fede cieca e ottenuta per “sola grazia”), è quella in cui è avvenuto e avviene sempre il più grande e fecondo incontro tra ragione e fede (come ha sottolineato anche Giovanni Paolo II nella sua celebre Enciclica Fides et ratio), come due livelli, non contraddittori (né potrebbe esserlo, per la caratteristica stessa della verità, vedi) ma complementari nella ricerca e scoperta della verità.

Non a caso fin dai primi secoli il cristianesimo ha attuato un fecondo dialogo, più che con le religioni pagane (ancora intrise di antropomorfismi inaccettabili) con i vertici della filosofia classica greca, in un primo tempo più con Platone (nella Patristica), poi in seguito ancor più con Aristotele (nella scolastica e in particolare col pensiero tomista).

Nei monasteri, nelle loro biblioteche (dove venivano pure ricopiate e conservate tutte le gloriose opere dell’antichità greca e latina, così che se non sono andate distrutte e ancor oggi le possediamo, è dovuto proprio ai monaci medievali) e nelle scuole che da essi sono nate, così come quelle sorte attorno alle cattedrali, fino alla nascita delle Università (invenzione della Chiesa, che le ha fondate), vere "cattedrali del pensiero", questo fecondo dialogo tra fede e ragione, tra filosofia e teologia, fino alla promozione di tutto il sapere umano, ha trovato il proprio centro propulsore. Proprio nel Medioevo (a dispetto di quanto l'Illuminismo pensa, credendosi scopritore della ragione) si manifesta una capacità di dialogo - non nel senso psicologico ed emotivo quanto inconcludente come oggi spesso lo si intende (anche negli ambienti ecclesiali!), ma nel senso platonico e tomista del termine, cioè come capacità di porre e sviscerare le questioni, con prove e controprove, fino ad una conclusione certa - che permetteva di confrontare la novità cristiana e dell’altissimo pensiero che ne scaturiva con le più alte vette della cultura greca e latina e persino con ciò che poteva essere accolto, purificato e innalzato addirittura dalle tradizioni dei popoli barbari, così da raggiungere vere sintesi che, pur nel rispetto delle diverse identità, permettevano appunto di formare un’identità culturale unitaria, che fu appunto base dell’unità stessa dell’Europa e poi dell’intera civiltà occidentale.
In un certo periodo (spec. nel sec. XIII, cfr. S. Tommaso d’Aquino, ma lo ricorda pure Dante Alighieri, D. C. Inferno, IV, 132) ci fu persino una possibilità di confronto culturale con due rari esempi di filosofi musulmani, Averroè e il suo precursore Avicenna, che poterono incontrare e commentare il pensiero di Aristotele (e per questo tenuti in considerazione appunto anche da S. Tommaso d’Aquino). Purtroppo furono casi più unici che rari, in quanto la religione musulmana aborrisce l’approfondimento razionale in quanto considerata rivelazione assoluta e indiscutibile di Dio stesso a Maometto (persino se fosse irrazionale), a tal punto da rigettare inizialmente persino traduzioni dall’arabo in altre lingue.
Comunque, con tutto il nostro vantato progresso, dialogo e interculturalità (più detti che attuati, tanto meno da parte musulmana), ci sogniamo oggi quei rapporti culturali e quelle sintesi raggiunti nel Medioevo, tanto era feconda allora la fiducia nella ragione e nella capacità di confronto culturale che essa permette.

Inoltre, proprio nell’idea della natura come “creazione”, cioè come opera intelligente del Creatore (Logos) e nella fiducia accordata alla ragione, supremo dono naturale dato da Dio all’uomo, che lo eleva al di sopra di tutte le creature terrene e lo rende perfino capace di Dio (“capax Dei”; così inizia significativamente anche il Catechismo della Chiesa Cattolica vedi) ma anche di investigare quella sapienza che il creatore ha inscritto in tutte le cose, ha fornito anche la base culturale, assente in tutte le altre civiltà, per il sorgere stesso della scienza, anche di quella sperimentale, non a caso infatti nata nell’area culturale cattolica (inizialmente specie proprio in Italia e comunque in Europa).

Il rapporto tra fede cristiana e ragione si manifesta in modo elevato ovviamente nella teologia, che è proprio una articolata riflessione razionale su ciò che Cristo (Dio fatto uomo) ci ha rivelato. Gesù è la Verità suprema e dona la risposta anche alla domande più decisive che l’uomo si pone, specie sul senso della sua vita. Però questo ha permesso sempre un fecondo rapporto tra teologia e filosofia (che indaga appunto sui perché, le cause e i fini, più profondi). Non solo, ma anche ogni ramo del sapere, pur autonomo all’interno del proprio ambito di ricerca, inerisce con le grandi questioni dell’uomo e con la visione stessa della realtà intera; e per questo entra in contatto con la fede cristiana. Non a caso proprio il cristianesimo ha costituito appunto l’ambito culturale da cui è nata non a caso anche la scienza moderna (vedi documento su Galileo, domanda 1).


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Medioevo: un "luminoso" millennio/2


Seconda parte


Il monachesimo

Un ruolo del tutto particolare nell’evangelizzazione dell’Europa, nell’armonizzazione ed elevazione delle diverse etnie e culture che costituivano il continente europeo (compresi popoli "barbari") con l’assoluta novità cristiana (Incarnazione di Dio e Redenzione dell’uomo), nell’unità di popoli tanto diversi nell’unica famiglia cristiana, nella costruzione dell’Europa e nella costituzione della civiltà occidentale, così come nella trasmissione del patrimonio culturale dell’antichità greca e latina, è rappresentato dal monachesimo.
Non a caso S. Benedetto da Norcia (480-547 vedi catechesi di Benedetto XVI) - il padre del monachesimo occidentale, la cui Regola, pur personalmente non essendosi mai spostato da Montecassino, s'è diffusa nella fondazione di innumerevoli monasteri, nati e moltiplicatesi in tutta Europa, costituendo per così dire il tessuto connettivo specie della parte occidentale del continente - è il principale “Patrono d’Europa”
(proclamato tale da Paolo VI il 24.10.1964 leggi) (leggi la riflessione tenuta da Benedetto XVI a Montecassino il 24.05.2009).

Il monachesimo - monaco significa “da solo” - è presente persino in altre spiritualità e religioni, ma con caratteristiche teologiche e pratiche assai diverse dal monachesimo cristiano, ovviamente tutto centrato su Cristo e sulla Sua divina Rivelazione.
All'inizio, specie in Egitto, già fiorente di comunità cristiane (saranno detti cristiani "copti", tuttora presenti anche se in numero ridotto e spesso avversati dai musulmani), il monachesimo assunse caratteristiche "anacoretiche" , cioè eremitiche (i famosi "monaci del deserto", di cui conserviamo alcuni detti; il più noto è S. Antonio abate).
Poi (ma già dal IV sec. e specialmente in Cappadocia, oggi Turchia) nacque un monachesimo cristiano più "cenobitico", cioè comunitario (detto anche "basiliano", dal grande Padre S. Basilio, vedi): si trattava di monaci che, pur nella solitudine e nella preghiera personale, condividevano anche una vita comunitaria con i monaci vicini.

Il monachesimo occidentale, che ha appunto in S. Benedetto da Norcia il Padre fondatore, rimasto punto di riferimento nel corso della storia, ha un aspetto ancor più cenobitico, appunto comunitario e con il costituirsi di "monasteri" dove poter condividere pienamente la propria vocazione monastica, in povertà, castità e obbedienza, nella vita comune e nell'assoluta obbedienza alla Regola.

Accanto al ramo maschile dell'ordine benedettino, nacque subito anche quello femminile: la stessa sorella di S. Benedetto, S. Scolastica, seguì il carisma del fratello e fondò non lontano da lui un primo monastero con alcune altre vergini consacrate, seguendone le stessa Regola.

Potrebbe sembrare strano che uomini e donne che si ritiravano dal mondo, per vivere in preghiera, silenzio e solitudine e in comunità monastiche (monasteri di clausura), per dedicarsi totalmente a Dio e alla sua lode, possano avere avuto una tale fecondità spirituale ed una incidenza sociale talmente grande e profonda da costituire appunto una pietra miliare per la formazione dell'intera civiltà europea ed occidentale. Invece è stato storicamente proprio così!
Perché l’anima che appartiene totalmente a Cristo (come avviene nei Santi) viene talmente rinnovata da divenire capace di una visione nuova della vita e di tutte le cose, di una novità di vita che sorprende e nello stesso tempo attira; per questo diventa prima o poi un punto di riferimento anche per altri; e spesso crea comunità capaci di divenire col tempo persino costruttrici di un’intera nuova civiltà. Com’è stato appunto col monachesimo occidentale.


All’apice del suo splendore (XI sec.), l’Ordine benedettino contava infatti in Europa ben 37.000 monasteri!

La più grande comunità monastica benedettina fu quella di Cluny (in Borgogna, F). Fondato nel X sec., già un secolo dopo il monastero godeva della presenza di quasi 1000 monaci (!), il più grande della storia, la cui abbazia fu superata poi per grandezza solo dalla costruzione della nuova basilica di S. Pietro in Vaticano. La Rivoluzione francese, che abolì gli ordini religiosi ed incamerò tutti i beni della Chiesa, rase praticamente al suolo l’immensa abbazia (ne rimase solo il transetto sinistro, i cui ruderi sono tuttora visibili) e i locali attigui al monastero furono sarcasticamente adibiti a stalle per i cavalli della Repubblica (tuttora ci sono le stalle dei cavalli di razza dello Stato)!

I monasteri benedettini erano talmente il punto di riferimento e il centro propulsore della vita cristiana, che all’inizio del XIV sec. avevano tra l’altro già dato alla Chiesa 24 Papi, 200 cardinali, 7.000 arcivescovi, 15.000 vescovi e 1.500 santi canonizzati. Avevano poi deciso di vivere in monastero i rimanenti anni della loro vita terrena ben 20 imperatori e 10 imperatrici, 47 re e 5 regine!

Dall’albero benedettino nacquero nel corso dei secoli, ma quasi tutti durante il Medioevo, molteplici rami della famiglia monastica, ordini tuttora esistenti e talora anche molto fecondi. Molti di questi, fondati da Santi, nacquero in Francia e presero il nome dal primo monastero del nuovo (o riformato) Ordine: dai Cluniacensi (appunto da Cluny) ai Cistercensi (da Cistercium/Citeaux), dai Certosini (da Chartreuse) fino ai più recenti Trappisti (da La Trappe).

Se ci limitassimo solo ai Cistercensi, potremmo osservare che, nati solo nel 1098 (appunto a Citeaux), dopo neppure un secolo contavano in tutta Europa già 742 monasteri! Di particolare rilievo, com’è noto, fu la figura del grande abate San Bernardo (1090-1153, vedi catechesi di Benedetto XVI): dopo il primo monastero (Clairvaux/Chiaravalle; è infatti detto S. Bernardo di Chiaravalle) fondò decine e decine di monasteri in tutta Europa (compreso il Chiaravalle alla periferia sud-est di Milano ed il Chiaravalle "della Colomba" a Fiorenzuola d'Arda, PC, tuttora monasteri "vivi", cioè con una comunità monastica). Personalità certamente di grande carisma, santità e cultura, Bernardo fu non solo abate e fondatore di numerosissimi monasteri, ma insigne ed attraente predicatore: oltre ad attirare dietro a se fratelli ed emici, pare che laddove andasse a predicare i genitori temevano che i propri figli maschi lo andassero ad ascoltare, perché spesso poi lo seguivano anch’essi nella vita monastica! S. Bernardo, trascinatore di folle, predicò pure, a nome del Papa, la 2^ Crociata (vedi). Considerato uno dei principali teologi medievali e cronologicamente l'ultimo dei "Padri della Chiesa", S. Bernardo fu pure il cantore sublime della B. V. Maria: a lui dobbiamo pure celebri preghiere; e non a caso Dante (nel Canto XXXI del Paradiso), affida a lui il compito di accompagnarlo nell’ultimo tratto del cammino al vertice della contemplazione divina e di presentare Maria Santissima, con le celebri lodi “Vergine madre, figlia del tuo Figlio…” (vedi)!




La vita monastica


La preghiera

Forse molti sanno che il motto principale della Regola benedettina è Ora et labora (prega e lavora). Effettivamente la giornata del monaco ruota armoniosamente attorno ad un terzo del tempo dedicato alla preghiera, quasi un terzo dedicato al lavoro (secondo le diverse mansioni all’interno della comunità monastica) e il rimanente al riposo notturno, ai pasti ed a qualche breve pausa o ricreazione.

Tutto ruota attorno alla lode di Dio (Santissima Trinità) e compiuto per la Sua gloria!
La priorità è ovviamente data alla preghiera, cioè al rapporto con Dio, come dimensione costante della vita e della giornata.
La preghiera liturgica (specie la Liturgia della ore* e la S. Messa) ha però nel monachesimo un rilievo fondamentale e ritma la giornata della comunità monastica.

* Si tratta delle 7 “Ore liturgiche”: Notturno (detto anche Vigilie o Ufficio delle Letture), Lodi, Terza, Sesta, Nona, Vespri e Compieta.

Ciò ha generato pure ambienti liturgici (storiche abbazie) di straordinaria bellezza, armonia e sacralità (pur secondo le diverse sensibilità: ad esempio quella "cistercense" lascia l'interno dell'abbazia più essenziale e spoglio, anche se sempre di stupefacente bellezza; altre abbazie sono invece impreziosite di quadri, affreschi, statue e perfino vetrate di struggente bellezza). Inoltre la preghiera liturgica ha saputo creare pure melodie tali da costituire addirittura il fondamento stesso della storia della musica, soprattutto col canto gregoriano.

Circa l’importanza del monachesimo nella storia della musica si pensi al ruolo assolutamente da protagonista che nella liturgia ha rivestito appunto il canto “gregoriano” (nome derivante dal santo Papa Gregorio Magno, già monaco benedettino, vedi), per tutto il Medioevo e in fondo fino a pochi decenni orsono [si sappia comunque che, nonostante il suo drastico e repentino abbandono da parte di quasi tutte le comunità cristiane nel dopo-Concilio, il canto gregoriano fu in realtà caldamente incoraggiato dal Concilio Vaticano II (vedi SC, 116) come "canto liturgico privilegiato"!]. Esso tra l'altro ha costituito nel Medioevo un aspetto plurisecolare e decisivo nella stessa "storia della musica", oltre a divenire la base stessa della prima polifonia e degli sviluppi successivi della musica sacra e religiosa (impossibile peraltro censurare l'enorme incidenza che la fede cristiana ha rappresentato in tutta la storia della musica!). Circa l’importanza del monachesimo e del canto gregoriano nella storia della musica, si ricordi ad esempio che persino il nome stesso delle note musicali deriva dalle prime sillabe dell’inno gregoriano dei Primi Vespri di S. Giovanni, che salivano di un tono ogni riga (vedi; "ut" fu poi detto "do", così come si aggiunse in seguito il "si"), secondo l’intuizione del monaco medievale Guido d’Arezzo (vedi).

Se sono molti i monasteri che utilizzano ancor oggi integralmente il canto gregoriano (si vedano e si ascoltino ad esempio i monasteri francesi citati al termine di questo capitolo sul monachesimo, comunità peraltro assai ricche di vocazioni, anche maschili), si dovrebbe sapere quanto esso sia apprezzato dagli stessi cultori (persino non cristiani) della storia della musica e quanto il "gregoriano" sia richiesto ed amato anche su cd, video e internet.



La meditazione e la lettura


La vera spiritualità cristiana, se è alimentata necessariamente da una intensa vita di preghiera e dalla "grazia" proveniente dai Sacramenti (Confessione frequente ed Eucaristia possibilmente quotidiana o comunque domenicale, adorata, celebrata e, se si è ‘in grazia di Dio’, ricevuta), non può fare a meno non solo della conoscenza della Sacra Scrittura ma della lettura e meditazione di autentici testi che l’immenso patrimonio della bimillenaria spiritualità cristiana ci offre.

Quando ciò non era ancora possibile a causa dell’analfabetismo, il compito era affidato alla predicazione, ma anche alla stessa arte, specie pittorica, considerata non a caso Biblia pauperum (la Bibbia dei poveri), una sorta di Sacra Scrittura per immagini, che anche gli analfabeti ed i più poveri potevano avere gratuitamente a disposizione anche solo entrando in una cattedrale e contemplandone gli affreschi, le pitture e le vetrate; un patrimonio artistico di straordinario valore, offerto gratuitamente alla fruizione di tutti!

Evidentemente soprattutto la vita spirituale dei monaci ruota non solo attorno alla preghiera, ma anche alla meditazione.
Oltre alla personale meditazione prolungata (Lectio) della Sacra Scrittura, una grande importanza è infatti data nel monastero anche allo studio della Teologia e dei testi dei grandi maestri della spiritualità e scritti di grandi santi; per poi allargarsi pure al più alto patrimonio letterario e culturale proveniente dalla storia (veniva detto che “senza libri e senza studio anche la vita del monaco impoverisce e si svuota”).



Le Biblioteche


Da qui nasce anche l’importanza data nei monasteri alla biblioteca, di cui in genere ogni monastero era provvisto e che in molti casi ha rappresentato (e talora ancora rappresenta) un patrimonio culturale di straordinario spessore e valore. Ogni abate/badessa aveva ben a cuore che il proprio monastero fosse dotato di una fornita e qualificata biblioteca, possibilmente da arricchire continuamente, cercando di ottenere ovunque testi di grande valore spirituale e culturale.

In riferimento al valore dato dal monachesimo ai libri, tenendo presente che in Occidente fino al XV secolo non esisteva la stampa (e ricordiamo che il primo testo stampato, da Gutenberg nel 1455, fu significativamente la Bibbia, che peraltro tuttora è il testo più stampato del mondo!) è sorta anche quella che forse è l’attività più nota dei monaci medievali: l'arte amanuense, cioè la copiatura dei testi. Si trattava di un immenso e faticoso lavoro (vista la precisione con cui veniva svolto, tanto che certi manoscritti costituiscono essi stessi un valore artistico di straordinario valore, basti pensare a certe miniature), che se all’inizio si occupò soprattutto di testi biblici, dei Padri della Chiesa e di autori di spiritualità cristiana (tuttora infatti sono i più diffusi testi medievali di cui siamo in possesso, e quindi di minor valore economico in quanto appunto assai numerosi), ben presto raggiunse tutto il patrimonio della letteratura classica greca e latina (e persino mediorientale), che tra l’altro, con le incursioni barbariche e la caduta di tutte le istituzioni dell’Impero Romano, sarebbe altrimenti andato irrimediabilmente perduto!

“L’ammirazione che la civiltà occidentale nutre per la parola scritta e per i classici viene dalla Chiesa Cattolica, che durante le invasioni barbariche preservò l’una e gli altri” (Woods, op. cit., p. 51).

Così i monasteri divennero non solo centri fondamentali e imprescindibili di spiritualità, ma anche di cultura; e con un orizzonte culturale che spaziava sempre più su tutto lo scibile allora a disposizione.

Ecco perché ben presto attorno ai monasteri non solo si coagulò la stessa società - talora basterebbe osservare la topografia di certi centri medievali per accorgersi che tutto, anche geometricamente, ruotava attorno al monastero (oltre al fatto che, crescendo di proporzioni e di possedimenti, come vedremo, i monasteri divennero anche dispensatori di lavoro per la necessaria collaborazione di molti laici) - ma si formarono veri e propri centri culturali, nel senso proprio di cultura accademica, che assumevano via via una qualità ed un’importanza sempre più insigni ed incidenti sulla stessa vita sociale.



Le scuole

Fu così che nei monasteri, come sarà poi attorno alle cattedrali, sorsero delle scuole, anche di notevole importanza (già lo stesso Carlo Magno le incoraggiava).
Nelle scuole dei monasteri poterono poi accedere anche i giovani laici, non solo per ottenere, guidati dai monaci docenti, una prima più completa formazione umana, spirituale e culturale, ma per poter accedere anche ad una formazione superiore nelle diverse discipline, non solo umanistiche e nel campo della giurisprudenza, ma persino in riferimento pure alle loro future competenze e professioni tecniche. Vi si studiavano infatti molte discipline; e persino molte lingue (oltre ovviamente il latino*, la lingua colta comune per tutta l’Europa e quella propria della Chiesa, anche il greco e in certi casi pure l’ebraico e talora persino l’arabo).

* Si ricordi che la lingua latina, oltre ad essere quella propria della Chiesa cattolica e della liturgia, permetteva nel Medioevo di comunicare, a livello non solo ecclesiale ma culturale, in tutta Europa e persino di assistere o tenere lezioni in tutte le scuole e università del continente.
[Tra l’altro si deve proprio al latino medievale, per merito della Chiesa, l’uso della minuscola (carolina) e la spaziatura tra le parole].

Oltre alla teologia e alla filosofia, nei monasteri si poteva imparare anche l’arte (pittura, scultura, incisione) e persino la medicina e la farmacia. Immense e fornite farmacie sorgevano spesso accanto ai monasteri, come nel monastero di Camaldoli, dove l’arte speziale è conosciuta fin dal 1331 e dove sorge tuttora un’importante storica farmacia (come ricorderemo anche in seguito).

Era un onore e un sentito desiderio poter mandare i propri figli a studiare dai monaci. Già S. Benedetto aveva insegnato ai figli dei nobili romani. San Bonifacio (evangelizzatore e patrono dei popoli germanici, vedi) stabilì una scuola in ogni monastero da lui fondato in Germania. Così S. Agostino di Canterbury (inizi VII sec.; monaco, evangelizzatore degli Anglo-Sassoni e primo vescovo di Canterbury) e i suoi monaci aprirono in Inghilterra scuole ovunque si recassero e fondassero comunità cristiane.
Tuttora molti monasteri in Europa posseggono rinomate e ricercate scuole (aperte a studenti laici).

Molte di queste importanti scuole medievali, sorte attorno ai monasteri e più ancora presso le cattedrali, diverranno, come poi ancora vedremo, le prime celebri università della storia!




Il lavoro


Abbiamo già ricordato come la Regola benedettina, di straordinario equilibrio umano e cristiano, riservi grande importanza al lavoro (appunto: "ora et labora”).
Ciò non è motivato solo dalla necessità economica (i monasteri si mantengono in genere con la propria attività e la vendita dei propri prodotti) o dall’importanza che tale fattore riveste nella vita umana, ma ha pure un importante fondamento teologico.

Ricordiamo come invece nell’antichità il lavoro (detto infatti "servile") venisse in genere avvertito come una triste necessità delle classe più povere, mentre le classi più elevate e benestanti potevano permettersi un fecondo otium, cioè un tempo che può offrire certo molteplici opportunità di fare letture o svolgere attività in grado di innalzare non solo la propria cultura e ma anche la propria spiritualità, però può pure degenerare nella proverbiale "fonte di tutti i vizi" (come spesso accade e come infatti successe anche per le classi più elevate della ricca Roma imperiale).

La novità cristiana anche circa il lavoro è dato dal significato teologico che esso assume, in riferimento alla Creazione e alla Redenzione.
Se già nell'Antico Testamento biblico tutta la Creazione (quindi anche la realtà materiale) era "cosa buona" in quanto opera di Dio (cfr. Gn 1), che
chiama l'uomo ad esserne il signore e amministratore e col suo lavoro a collaborare col Creatore stesso (mentre la "fatica" del lavoro ed una certa "resistenza" della natura stessa sono invece una conseguenza del "peccato originale", cfr. Gn 3), nel mistero dell'Incarnazione e nella vita stessa di Gesù si rivela un dato nuovo e di straordinario valore, in quanto Egli, prima di iniziare la Sua breve missione pubblica, pur essendo Figlio di Dio (!), per quasi 20 anni ha voluto lavorare come falegname a Nazaret, insieme a S. Giuseppe, che gli ha fatto da padre e maestro anche in questo.
Inoltre, nella stessa fatica del lavoro (come pure in ogni sofferenza fisica, psicologica o morale) l'uomo può associarsi alla Croce stessa di Gesù, quindi al suo infinito valore salvifico e redentivo
(vedi e vedi in Giovanni Paolo II).

Per questo, nella fede e vita cristiana, una decisa dedizione a compiere bene il proprio lavoro, anche laddove non fosse visto ed apprezzato dagli altri e al di là del suo valore economico, rappresenta un vero esercizio di lode ed obbedienza a Dio e cooperazione (anche con l'offerta del sacrificio che comporta, se unito al mistero della Croce di Cristo) alla Sua opera di salvezza.

Non era quindi disdicevole ma anzi segno di vera dedizione a Dio, che il monaco passasse dalle ore di preghiera corale o personale (un terzo dell’intera giornata) alle quasi altrettante ore di lavoro, dedicate pure alla coltivazione dei campi, all’allevamento del bestiame, all’irrigazione e alla bonifica dei terreni, alle produzioni alimentari e di prestigiosi vini e nuove bevande, alle conciature di pelli, dai più umili servizi ai più raffinati lavori artistici (oltre alla faticosa e meticolosa copiatura di testi, come ricordato).

Si veda in tal senso un flash, che riporteremo pure al termine di questa parte, sull'attuale comunità monastica maschile francese di Fontgombault, peraltro legata alla più antica tradizione benedettina ed assai ricca di vocazioni.

Ecco perché la Regola di S. Benedetto si fa così attenta anche al lavoro e persino al lavoro manuale (in genere invece denigrato nelle civiltà e religioni pagane).
Tra l'altro il monastero gode in genere di una propria autonomia economica, cioè vive di ciò che produce o vende; semmai c'è una condivisione fraterna tra i monasteri dello stesso ordine religioso.

Col tempo, come vedremo più sotto, alcuni monasteri, a motivo soprattutto di lasciti, donazioni ed eredità, divennero beneficiari pure di immense proprietà, che richiedevano l'aiuto anche dei laici, regolarmente ed equamente retribuiti o con proprietà date loro in locazione o addirittura gratuitamente, in base a contratti (in genere stabili o perfino vitalizi) che introdussero per questo anche grandi novità nella storia del diritto e dell'economia.

Inoltre, i numerosissimi monasteri che crescevano in modo talora davvero sorprendente in tutta Europa, erano tra loro collegati, specie quelli della stessa famiglia monastica. Tale comunione spirituale, teologica e liturgica, permetteva pure di mantenere una fattiva rete di rapporti, tale da garantire non solo una condivisione di beni, ma, oltre alla diffusione e al commercio di particolari prodotti monastici, rendeva possibile pure una straordinaria circolarità di esperienze anche sul piano tecnico e lavorativo (anche per l’agricoltura, per i talora geniali metodi di irrigazione, come per l’allevamento del bestiame, fino agli innovativi strumenti “meccanici” per la lavorazione dei prodotti), come pure la condivisione e diffusione delle varie scoperte ed invenzioni.
Si trattava della circolarità in tutta Europa di un immenso patrimonio non solo culturale ma di arti pratiche, che non aveva precedenti e che avrà un’incidenza enorme per la costruzione della civiltà europea.

“Questi monasteri furono le unità economicamente più efficaci mai esistite in Europa e forse nel mondo. Ovunque arrivassero, i monaci portavano innovazioni agricole, abilità tecniche e metodi di produzione che nessuno aveva mai visto prima"! (Woods, op. cit., p. 41)



Bonifiche di terreni

Persino oggigiorno si può talora osservare come la presenza di uno o più monasteri abbia storicamente permesso la bonifica di interi territori prima incolti, spesso paludosi e insani (1), l’irrigazione di interi territori (2), il disboscamento di selve inospitali o al contrario l’incremento di enormi foreste ben ordinate (3). Spesso i monaci arrivavano addirittura a costruire strade, edificare o riparare ponti, garantire i collegamenti tra i territori (c’è, tra gli storici contemporanei, chi riconosce che i monaci furono tra i principali artefici delle infrastrutture europee).

(1) “I Benedettini trasformarono ad esempio immensi territori inglesi da zone incolte e paludose a veri paradisi terrestri” [v. ad es. nella zona di Southampton (Woods, op. cit., pp. 38-39); si tenga presente che nel Medioevo i Benedettini giunsero a possedere 1/5 dell’intero territorio inglese! (presenza ovviamente distrutta e beni incamerati dalla riforma anglicana e dai sovrani da Enrico VIII in poi)]. Anche le terre della Beauce (in Normandia, F) furono fertilizzate dai monaci dell'Abbazia di Morigny. Persino la prima bonifica dell’Agro Pontino nel basso Lazio fu attuata dalle straordinarie abbazie di Fossanova (dove peraltro morì S. Tommaso d’Aquino) e di Valvisciolo [l'Agro Pontino fu poi ancora bonificato dai Papi Sisto V (nel XVI sec.) e Pio VI (alla fine del XVIII sec.) e infine dalla grande opera di bonifica attuata dal fascismo]

(2) L’immensa rete di irrigazione della Lombardia, che ne ha fatto uno dei territori più fertili e ricchi d’Europa, e dell'intera Val Padana, trova le proprie origini già nell’opera dei monaci: dalle già citate abbazie fondate dallo stesso S. Bernardo [Chiaravalle (MI) e Chiaravalle della Colomba (PC)], alle altre sorte ancora attorno a Milano (Viboldone, Morimondo e Mirasole), e poi quelle disseminate in tutta la Pianura Padana, come Polirone (MN), S. Nicola (BS), per non parlare di quella "imperiale" (da Carlo Magno) di Nonantola (MO), fino alla celebre abbazia di Pomposa (FE), già presso l'Adriatico (tanto per citarne solo alcune).

(3) Un esempio sublime di incremento monacale del patrimonio forestale, che ancor oggi possiamo constatare ad es. in Italia, è dato dal monastero di Camaldoli (AR, nell’Appennino tosco-romagnolo). Si trattava infatti (e si tratta ancora) di 1500 ettari di abeti, faggi, alberi di alto fusto! Tra l’altro proprio ai monaci camaldolesi si deve la stesura del primo Codice forestale italiano.
Per questa insopprimibile imponenza di tale patrimonio forestale, mentre dove arrivava la risorgimentale cosiddetta “unità d’Italia” non si faceva scrupolo, nella soppressione degli Ordini religiosi e relativo incameramento di tutti i loro beni, di operare anche ingenti disboscamenti (oggi si griderebbe allo scandalo ecologico!), l’immensa foresta dei monaci di Camaldoli fu eccezionalmente risparmiata
(cfr. V. Messori, Pensare la storia, 1992, pp. 227-228).



Agricoltura e allevamenti

Furono i monaci medievali a salvare e incrementare l’agricoltura dell’intero continente (Woods, op. cit., 40). A loro si deve l’incremento della frutticoltura (“furono i Benedettini a trasformare la Germania in una terra fruttifera”) (ibidem).
“Furono i Benedettini a salvare l’agricoltura; a loro dobbiamo la ricostruzione agraria di gran parte dell’Europa” [F. Agnoli, Scienziati, dunque credenti (come la Bibbia e la Chiesa hanno creato la scienza sperimentale), Siena 2012, p. 25]
Da questa esperienza secolare nasce, e si nota ancor oggi, la produzione di particolari e prelibate confetture e marmellate, come anche una particolare attenzione alle erbe, non solo per la produzione di prodotti gastronomici e persino cosmetici, ma addirittura a livello terapeutico, così che i monaci furono anche pionieri nel campo della farmacia (anche in questo la comunità monastica di Camaldoli occupa un posto di particolare rilievo storico, su cui più sotto torneremo).
Ai monaci medievali si deve pure uno straordinario incremento della tecnologia agraria.

Dai monasteri medievali nasce ad esempio la produzione e il commercio del grano in Svezia, del celebre formaggio padano (grana padano) e di Parma (parmigiano-reggiano), come del suo rinomato prosciutto. A loro si deve in Europa l’invenzione e la produzione della birra*, nei suoi diversi e rinomati tipi. I monaci medievali manifestarono poi una particolare attenzione e perizia nella coltivazione delle vigne e nella preparazione di diverse tipologie di vini, che talora rimangono nei secoli come famosi e pregiati** (visto tra l’altro che l’equilibrio umano e cristiano della Regola benedettina consentiva l’uso del vino non solamente per la S. Messa, com’è ovvio, ma anche per la mensa dei monaci, oltre che appunto per la vendita).

* Furono i benedettini fiamminghi ad inventare già alla fine del X sec. la "birra" (cervesia lupulina, diversa dalla cervogia che non era ancora chiarificata e col luppolo)

** Ad un monaco benedettino dell’abbazia di Saint Pierre a Hautvillers sulla Marna, poco a sud di Reims (F), un certo Dom Perignon (nome che evoca certo ancor oggi qualcosa... e non solo tra i migliori intenditori di vini!), si dovrà ad esempio, sia pur a Medioevo terminato (1688), la scoperta dello champagne, ottenuto non solo dalla meticolosa mescolanza di particolari vini, ma dal particolare metodo da lui usato per la fermentazione e produzione del celebre spumante (come lo chiamiamo noi italiani)
(Woods, op. cit., p. 40).

Inutile ricordare come tutto ciò sarebbe invece impossibile e proibito nella religione e cultura islamica! Non a caso, quando l'Islam invase tutta la costa mediterranea dell'Africa, che i cristiani avevano già un poco fertilizzato impiantando le vigne, il deserto riprese subito il sopravvento.

I monaci furono anche innovativi e maestri negli allevamenti degli animali. Seppero persino ottenere miglioramenti nelle razze bovine ed equine, mediante incroci sottratti alla pura casualità ma in base a determinati criteri di riproduzione. A loro, com’è noto ancor oggi, si deve poi una grande attenzione all’apicoltura e alla produzione di diversi tipi di miele. Ai monaci risalgono pure i primi vivai di salmone, in Irlanda.

Altri esempi, tra gli innumerevoli possibili (v. Francesco Agnoli, op. cit., pp. 24-25):
Il più antico (1144) regolamento forestale al mondo fu quello dell’Abbazia di Marmoutier, nei pressi di Strasburgo. La prima serra sperimentale fu attuata nel monastero austriaco di Doberland nel 1273. Furono i Benedettini ad introdurre in Veneto il gelso e il baco da seta. A Parigi i Certosini riuscirono a fare un vivaio con 88 specie di pere. I cistercensi trasportarono in Inghilterra il melo (e tecniche per fare la sicera). 
Anche la nota ed eccellente produzione della lana in Inghilterra (tuttora, però più in Scozia) deriva dai monaci: le grandi abbazie cistercensi di Fountains e Rievaulx (a nord di York; saccheggiate poi dagli anglicani) riuscivano a produrre 10-13 tonnellate annue di lana (ma talora anche il doppio). I monaci di Einsiedeln (tuttora la più grande e viva abbazia benedettina del centro Europa, in Svizzera) allevavano cavalli prestigiosi (tuttora noti). Il celebre monastero di Bobbio (fondato nel 614 dal monaco irlandese S. Colombano nell'Appennino piacentino) aveva un allevamento di 5000 maiali.



Sviluppo della tecnica

I monaci, nella loro religiosa attenzione al lavoro anche manuale, seppero sviluppare anche nuovi mezzi “tecnici” di straordinaria efficacia; e, come abbiamo ricordato, le scoperte di un monastero passavano poi rapidamente agli altri monasteri, con una rete europea di conoscenze reciproche da far invidia, nonostante i mezzi di allora, allo sviluppo industriale della modernità.

“Il Medioevo introdusse in Europa le macchine in una misura fino ad allora sconosciuta anche ad altre civiltà”. Nell’antichità era pressoché assente questo uso tecnologico industriale (Woods, op. cit., p. 43).

Nacque dal monachesimo medievale il primo ingente sviluppo della metallurgia, l’escavazione del marmo, la produzione del ferro, del piombo, del gesso, del vetro e la fabbrica di piastrelle di metallo.
I monaci cistercensi manifestarono una particolare abilità metallurgica, nella produzione del ferro (e le scorie delle fornaci venivano usate come fertilizzante), esprimendo una grande esperienza nell’uso, persino artistico, del ferro battuto.

Se, come abbiamo sopra ricordato, i monaci furono pionieri e maestri nell’uso della tecnologia in agricoltura, una particolare genialità fu da loro espressa, nei monasteri medievali, nell’utilizzo dell’energia idrica, non solo per bonificare immensi territori, trasformandoli spesso da malsani acquitrini e paludi in fertili pianure, come pure per conservare immense riserve d’acqua in vista di periodi di siccità, ma proprio per un utilizzo geniale della forza dell’acqua canalizzata (in certi monasteri medievali lo si può osservare ancor oggi, con grande stupore).
La canalizzazione dell’acqua e la sua forza (energia idraulica) veniva più volte utilizzata, nello stesso corso d’acqua, non solo per irrigare i campi o per muovere le pale dei numerosi mulini attigui al monastero, ma spesso per i molteplici usi all’interno stesso del monastero, permettendo così non solo un utilizzo dell’acqua per lavarsi, dissetarsi e per cucinare, ma per lavare e follare i panni e persino per muovere macchine atte a cucire, per conciare pelli, oltre che per macinare frumento e sale, setacciare la farina, fare il pane e persino la birra.

E proprio perché nessuna forma di sapere, anche sul piano tecnico, veniva trascurata ….
I monaci medievali furono persino abili orologiai. Il primo orologio di cui abbiamo notizia fu costruito da un monaco (futuro Papa Silvestro II) a Magdeburgo nel 996. Orologi molto più sofisticati furono costruiti in seguito sempre dai monaci. Nel ‘300 Peter Loghtfoot, un monaco di Glastonbury (uno dei primi monasteri dell’Inghilterra meridionale), costruì uno degli orologi più antichi ancora esistenti (conservato al Museo della Scienza di Londra).
L’abate di Saint Albans (poco a nord di Londra) Riccardo di Wallingford (XIV sec.), oltre ad essere uno degli iniziatori della trigonometria occidentale, costruì il grande orologio astronomico del suo monastero: niente di così preciso fu visto per altri due secoli (registrava anche le eclissi lunari); andò distrutto nella furia delle confische della persecuzione anticattolica già attuata da Enrico VIII.
Per completare il quadro, tanto ricco quanto variegato, attorno al 1000 ci fu addirittura un monaco (Eilmer) che fu il primo uomo a volare per più di m. 180 con una specie di aliante (impresa ben ricordata nei 3 secoli seguenti).




Proprietà

I numerosissimi monasteri medievali, che costituirono, insieme a tutte le aggregazioni e strutture della Chiesa Cattolica, uno degli elementi più decisivi per la formazione della civiltà e unità del continente europeo, erano vere e proprie oasi e fari di vita nuova, centri imprescindibili di vita spirituale, culturale e sociale.

I regnanti, dagli imperatori (a cominciare da Carlo Magno) ai sovrani locali, oltre che per fede (alcuni di loro, abbiamo osservato, si ritirarono persino nei monasteri per vivere nella preghiera gli ultimi anni o decenni della propria vita), desideravano e promuovevano i monasteri come garanzia dell’autentica cultura, identità e unità dei loro popoli, come dell’intera Europa. Provvedevano per questo a fornirli talora di risorse e proprietà. Molti però non tardarono in seguito a voler esercitare la propria supremazia all’interno stesso della vita dei monasteri, come delle diocesi e perfino del papato (pretesa cui la Chiesa, come doveroso, si oppose strenuamente), fino a scatenare tra il XII e XIII sec. la cosiddetta “lotta per le investiture”.

Soprattutto il popolo stesso sentiva il monastero come il “punto di riferimento” per la propria vita personale, familiare e sociale; tanto più che dopo il crollo dell’Impero romano, come abbiamo osservato, mancava una struttura sociale in grado di coagulare e gestire la vita pubblica. Per questo amava non solo frequentarli, come spesso ancor oggi accade laddove c’è una sorgente di vera fede e santità cristiana, ma spesso donava ai monaci anche le loro povere cose (come l’evangelico obolo della vedova, tanto apprezzato da Gesù, cfr. Mc 12,41-44), oltre a lasciarli talora eredi delle loro proprietà.

Anche se, come abbiamo già ricordato, i monasteri erano economicamente autonomi (vivevano di ciò che producevano o ricevevano), la sobrietà della vita monastica faceva sì che anche alla mensa, oltre ai periodi di rinunce e digiuni (dette “quaresime”), si garantisse soprattutto un piatto unico. Al resto pensava semmai la generosità del popolo (da cui la parola pietanza, dalla parola “pietà”, termine ancor oggi in uso per indicare la seconda portata del pranzo).

Se dunque il singolo monaco vive i "voti" di povertà, castità e obbedienza, i monasteri nella storia sono divenuti talora proprietari anche di immensi territori, a motivo appunto di generose donazioni, lasciti, eredità, tanto da parte di singole persone e famiglie (ciò avveniva anche per le parrocchie e talora ancora avviene), come segno di gratitudine per le loro incessanti preghiere elevate a Dio per il bene di tutti e in suffragio delle stesse anime del Purgatorio, ma soprattutto da parte dei sovrani (imperatori, re, principi), per grata carità e a sostegno dell'immensa opera dei monaci, così fondamentale per la promozione della formazione e unità dei popoli, dell'intero continente e della stessa civiltà occidentale.
Ciò talora non solo è venuto a scapito dell'indipendenza e autonomia dei monasteri stessi, come abbiamo ricordato, ma ha influito negativamente sull'autenticità e limpidezza della stessa vita monastica.
A motivo appunto della crescita talora enorme di tali possedimenti monastici, si rendeva spesso necessario, come abbiamo già osservato, l'intervento ed il lavoro anche di numerosi fedeli laici. Però ciò veniva attuato con regole eque, chiare e persino innovative sul piano giuridico (come osservano molti storici e giuristi). Si trattava di regolari contratti, equi e stabili, talora addirittura vitalizi, con possibilità di godere di abitazioni in loco, a titolo gratuito o con ridotte compensazioni, così come la possibilità di trattenere percentuali anche notevoli del raccolto.

Anche questo spiega perché attorno ai monasteri ruotavano (talora lo si può osservare ancor oggi) abitazioni e attività legate al lavoro e alla vita del monastero stesso, divenuto per questo un centro vitale della stessa società medievale.




Carità

Se il monastero godeva pure della carità del popolo di Dio, a sua volta era dispensatore non solo di lavoro, ma anche di attenta e solerte carità. Si provvedeva ad esempio a distribuire gratuitamente pasti e vivande ai poveri (come è sempre stato ed ancor oggi è nella tradizione della Chiesa cattolica, basti pensare all’uso ancor oggi presente in certi conventi, parrocchie o alle mense Caritas).
Ogni bisognoso, locale o di passaggio, sapeva che poteva trovare nel monastero un pasto, laute elemosine e persino gratuita ospitalità.


Forse è noto che, secondo la Regola di S. Benedetto, l’ospite o il pellegrino di passaggio doveva essere considerato come un segno di Cristo stesso (“Tutti gli ospiti devono essere ricevuti come fosse Cristo stesso”, veniva detto; del resto lo indica Gesù stesso, cfr. Mt 25, 35.38) e la loro accoglienza (vitto e alloggio) era onorata ed offerta a titolo gratuito (o, semmai, con libera offerta).

Tale ospitalità monastica è in genere praticata ancor oggi. Per questo i monasteri di clausura sono in genere dotati di un'essenziale ma confortevole “foresteria”, dove poter ospitare (normalmente gratuitamente o con libera offerta) familiari, pellegrini e chiunque desideri condividere per qualche giorno l'esperienza della vita del monastero o fruire di momenti di pace, di preghiera o di ritiro spirituale.
Questa ospitalità del pellegrino, come del povero, era tra l’altro d’uso fino a non molto tempo fa anche tra il popolo (talora lo si vede ancora in certe terre o in certi percorsi di storici pellegrinaggi).

I monasteri provvedevano in genere, laddove necessario, anche alle prime cure mediche dei pellegrini, ospiti e vicini. Costituirono per questo anche attente infermerie, oltre ad essere riforniti e fornitori di importanti e storiche farmacie (abbiamo già visto il celebre caso della farmacia del monastero di Camaldoli vedi).

“I monasteri divennero punti di riferimento anche per le cure mediche, non disponibili altrove in Europa dopo il crollo dell’Impero Romano”. Del resto, nel patrimonio delle fornitissime biblioteche dei monasteri, “non mancava la raccolta sistematica anche di tutta la produzione antica e contemporanea della dottrina medica” (Woods, op. cit.).

Vedremo poi come da questa attenzione (ospitalità) nasce l'idea stessa di "ospedale" (appunto, da "ospitare"; in Francia addirittura "Hôtel-Dieu", cioè "casa di Dio"*)! Appunto perché anche nell'ammalato, come nel pellegrino o comunque nel bisognoso, secondo la parola stessa di Gesù (cfr. Mt 25,31-46), si manifesta una Sua particolare presenza!
Ed anche questo rappresenta una grande novità cristiana, visto quanto l'ammalato, il povero o l'anziano non autosufficiente, comunque il bisognoso, venivano invece poco considerati se non esclusi dalle precedenti società e civiltà pagane.

* Fin dal VII secolo Hôtel-Dieu è il nome dato in Francia a strutture edilizie assistenziali situate in genere nei pressi delle cattedrali e posti alle dipendenze del vescovo. Inizialmente destinate quali alloggi per i pellegrini e viaggiatori, assunsero pian piano funzioni più generali di assistenza medica, fungendo dapprima come "ricovero" (si dice infatti ancor oggi così) per anziani e ammalati, per poi trasformarsi nel tempo in ospedali veri e propri (e lo Spirito santo farà rifiorire nella Chiesa Cattolica, specie dal XVI sec., veri e propri Ordini ospedalieri)!
L'Hôtel-Dieu di Parigi, ad esempio, fu fondato nel 651 da san Landerico, vescovo di Parigi: è il più antico ospedale della capitale francese e uno dei più antichi ancora in attività. Simbolo della carità e dell'ospitalità cristiana della città medievale, rimase il solo ospedale di Parigi fino al Rinascimento. Tuttora si trova di fronte alla cattedrale di Notre Dame, sull'Île de la Cité (isola della Senna, cuore storico della città), come grande e rinomato ospedale ed chiamato ancora Hôtel-Dieu.

Ecco perché le foresterie dei monasteri (la parte occupata dai monaci era ed è ovviamente invalicabile “clausura”) fungevano appunto anche da locande gratuite e offrivano un riposo sicuro per forestieri, pellegrini e poveri.
Molti monasteri erano pure attenti che, al sopraggiungere della notte (o nella nebbia), pellegrini e viandanti non rimanessero smarriti. Si provvedeva per questo a richiamarli ed orientarli anche con un’apposita campana (detta spesso “campana dei girovaghi”) e talora i monaci stessi, all’avvicinarsi della notte, soprattutto nelle corte giornate d’inverno, andavano attorno al monastero in cerca di eventuali dispersi, da ospitare.

Abbiamo in questo senso esempi celebri, persino nei monasteri sulle rive del mare, per richiamare sperduti e naufraghi. In tal caso i monasteri costieri svolgevano pure il servizio di orientamento per i naviganti, provvedendo di notte ad accendere fuochi (servizio che poi svolgeranno i “fari”) o appunto suonare campane (ancora più efficaci nelle zone di pericolose nebbie). Celebre è ad esempio il caso di Forfarshire (Scozia), dove una campana del monastero segnalava ai naviganti pericolosi scogli poco emergenti dall’acqua (tuttora chiamati per questo “gli scogli della campana”) (op. cit., p. 47).

Famoso, almeno in Italia, il caso del monaco ed eremita S. Venerio, che visse a cavallo tra il VI e VII sec. Dopo aver già vissuto nel monastero della ligure isola della Palmaria, si trasferì nell'attigua piccola isola del Tino, che delimita l’ingresso del profondo e incantevole Golfo della Spezia (che poi i Piemontesi e il Regno d'Italia trasformarono in gran parte in porto militare e mercantile), fondandovi un altro eremo-monastero. Ebbene, specie nelle notti senza luna, S. Venerio provvedeva ad accendere grandi fuochi che indicassero ai naviganti il luogo e quindi l'ingresso nel riparato golfo (punto tuttora segnalato da un potente faro). Non a caso, oltre ad essere Patrono del Golfo della Spezia, proprio per questo suo prezioso servizio, S. Venerio è stato proclamato anche "Patrono dei fanalisti d’Italia".


Significativo in tal senso, anche se si tratta della grande città di Roma, il serale rintocco (tuttora ogni sera alle 21) del campanile di S. Maria Maggiore, che svetta sul colle più alto della città (Esquilino): tale campana è chiamata "la Sperduta”, in quanto serviva appunto da richiamo a coloro, specie i numerosissimi pellegrini che giungevano da tutta Europa al centro della cristianità, che si fossero sperduti fuori dalla città (tenendo presente che nel Medioevo le porte dei paesi e delle città venivano normalmente chiuse al tramonto); mancando poi ovviamente il rumore delle auto, il suono della campana poteva essere sentito anche da notevole distanza.

 

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A conclusione di questa parte dedicata al ruolo che il monachesimo medievale ha costituito per l’Europa e per la stessa civiltà occidentale (e di conseguenza mondiale), ricordiamo che, se certo i monasteri come lo sono stati per numero, qualità e incidenza sociale e culturale nel Medioevo sono purtroppo un sogno ormai da tempo tramontato, non dobbiamo credere - come forse molti studenti e giovani (e non solo) potrebbero pensare - a realtà relegate nei libri di storia (peraltro appunto censurata) o ridotte a materiale da “museo”, ma si tratta di
realtà talora tuttora vive e che miracolosamente (è un segno dell’eterna giovinezza del Vangelo e della Chiesa!) in certi casi conoscono addirittura una nuova primavera, con un numero insospettato e davvero sorprendente anche di giovani monaci o monache.

Assai significativo è stato peraltro, qualche anno fa, il successo ottenuto dal film-documentario "Il grande silenzio" (Die grosse Stille, 2005)(vedi), girato da Philip Gröning nella Grande Chartreuse (ne ebbe il permesso, se avesse accettato, come fece, di abitarvi almeno 6 mesi), cioè nel celebre monastero (della più stretta clausura) fondato da San Bruno nell'XI sec. tra le montagne nei pressi di Grenoble (F), che fece da prototipo del nuovo ordine monastico e di tutti i monasteri che lo seguirono e che da questo prendono il nome (appunto, le "Certose"). Le Certose erano diffuse ovunque, anche in Italia, e talora di immenso valore anche artistico (v. quella di Firenze, di Pisa e soprattutto quella nei pressi di Pavia); attualmente in Italia ne rimangono attive (cioè coi monaci "Certosini") solo 3, tra cui quella dove si ritirò ed è sepolto lo stesso S. Bruno, nel paese che da lui prende il nome (Serra S. Bruno, in Calabria - vedi omelia tenutavi da Benedetto XVI il 9.10.2011).

Del resto, già decenni fa soprese l'immensa eco di pubblico (e persino di vocazioni monastiche!) che suscitò una delle primissime interviste [prima solo audio, per la radio (1958), poi anche video, per la tv (1988)] compiute in una clausura monastica e realizzata magistralmente quanto rispettosamente da Sergio Zavoli (vedi).

Colpisce poi la recente fioritura di monasteri, ricchi di giovani vocazioni, anche maschili, persino nella pur laicissima Francia: si pensi ad esempio ai monasteri di Le Barroux (presso Avignone; vedi; qui si può pure ascoltare, in diretta o differita, il canto delle loro liturgie) o di Fontgombault (nella zona di Poitiers) (vedi un breve ed avvincente filmato di presentazione), monasteri peraltro legati alla più pura tradizione benedettina e persino alla liturgia celebrata secondo il perenne rito tradizionale della Chiesa Cattolica (Vetus Ordo).
In Italia, invece, particolarmente significativa ormai da decenni, è la continua fioritura di vocazioni della comunità monastica femminile della Trappa (Cistercensi della stretta osservanza) di Vitorchiano (VT)
(vedi), tanto da aver fondato già altri 8 monasteri (e sostenendone altri).

Che sia il segno di una nuova aurora, di una nuova futura primavera dello spirito, anche in questo nostro tempo, che mostra invece con sempre maggior evidenza le tracce e le ferite di un crollo di civiltà simile ma forse ancor più grave di quello seguìto al crollo dell’Impero romano, e con nuovi e ben più insidiosi "barbari" pronti a distruggere, a seguito dell’apostasia dalla vera fede, il tessuto umano e sociale e ciò che rimane, per questa Europa occidentale, di un’ormai decadente “civiltà di fine impero”?
 

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Medioevo: un "luminoso" millennio/3



Terza parte


Fede e ragione



La missione della Chiesa
Il cristianesimo nasce 2000 anni fa non semplicemente come una nuova religione, ma come la venuta (Incarnazione) di Dio stesso, ovviamente dell’unico vero Dio (per definizione stessa non ci possono essere più “dèi”). Per questo tutti gli uomini trovano salvezza in Cristo (cfr. At 4,12 - vedi); hanno quindi il diritto e il dovere di conoscerLo, seguirLo, amarLo in questa vita, per poter sfuggire così al potere di Satana e alla dannazione eterna (inferno) ed entrare invece per sempre nella beatitudine eterna (paradiso), cioè nella vita stessa della Santissima Trinità.
Dopo che il Risorto si è a molti concretamente mostrato ('in primis' agli Apostoli) ed è poi asceso al Padre, pur continuando la Sua presenza tra noi fino alla fine del mondo (v. Mt 28,18-20), secondo il Suo stesso comando, questo annuncio (Vangelo) e la stessa vita divina (donata attraverso il Battesimo ed i Sacramenti vedi e vedi), hanno raggiunto repentinamente e progressivamente tutto il mondo e tutta la storia.
L’evento della Pentecoste (cfr. At 2), che a 50 giorni dalla Risurrezione di Cristo ha donato agli Apostoli riuniti in preghiera con Maria Santissima una particolare ed esplosiva effusione dello Spirito Santo, ha segnato non solo l’inizio della Chiesa ma della sua missione (di salvezza eterna delle anime) per tutti i popoli. Essa si è infatti subito attuata e non si è mai più fermata; e proseguirà fino alla fine del mondo!

In pochissimi decenni, nonostante le atroci persecuzioni subite dai cristiani, la vera fede (cristiana) si è diffusa in tutto il mondo allora conosciuto, cioè in tutto il bacino del Mediterraneo ed in altre regioni dell’Impero romano e persino al di fuori di esso, raggiungendo addirittura l’India (secondo la tradizione, ben sentita ancor oggi in quelle regioni, è stata evangelizzata dallo stesso apostolo S. Tommaso)! E naturalmente è giunta a Roma, dove fu primo vescovo S. Pietro (il Papa), che fu e rimane per questo il centro vivo della Chiesa Cattolica, nel mondo e nella storia.
[Sulla testimonianza dei Protomartiri romani leggi]

Durante i primi secoli del Medioevo, mentre andava sempre più consolidandosi nei popoli già raggiunti dal Vangelo una vera e propria civiltà cristiana, ricca di copiosi frutti spirituali, sociali, culturali e artistici (come abbiamo già un poco osservato), la Chiesa continuava con frutto la missione affidatale da Cristo stesso, anche se sempre segnata dal mistero della Croce e certo pure da umane debolezze e infedeltà; ha raggiunto così presto l’Europa orientale (i popoli slavi*) e settentrionale (i popoli celtici di Irlanda e Gran Bretagna fino a quelli scandinavi).

* Assai significativa, per la costituzione dell’identità e unità europea fu l’evangelizzazione degli slavi (VIII-IX sec.), a cominciare dalla straordinaria missione dei fratelli Cirillo e Metodio (vedi) (non a caso Giovanni Paolo II, primo Papa slavo della storia, dedicò loro un’importante enciclica, la Slavorum Apostoli e li proclamò compatroni d'Europa, proprio per significare l'unità spirituale del continente). Essi, mentre introdussero l'uso della lingua slava nella stessa Liturgia della Chiesa (riti cattolici orientali), fornirono alla cultura e persino alla scrittura dei popoli più orientali i caratteri dell’alfabeto (ancor oggi detti infatti per questo “cirillici”, usati da molte lingue slave come il russo, ucraino, bielorusso, bulgaro, macedone, serbo, ruteno, bosniaco e montenegrino e persino da altre lingue non slave dell’Europa orientale).

Anche per questo si può certo riconoscere – come oggi finalmente molti storici seri fanno – che la Chiesa cattolica è stata l’educatrice e formatrice dell’Europa, persino appunto a livello di alfabetismo dei popoli che la compongono, e che “a nulla la civiltà occidentale è debitrice quanto che alla Chiesa Cattolica(Woods, op. cit.).

Una dolorosa osservazione va invece riservata per le sorti delle fiorenti comunità cristiane sorte fin dall’inizio sulle coste mediterranee dell’Africa, allora parte dell’Impero Romano. Come abbiamo già ricordato, non solo l’Egitto (basti pensare ai “monaci del deserto”, come S. Antonio abate, ma anche alle feconde comunità, ricche anche di santi pastori e straordinari maestri della fede, a cominciare da quella di Alessandria) ma tutti i paesi dell’Africa mediterranea godevano della presenza di fervorose comunità cristiane e di santi e maestri della fede di superlativo valore (basti pensare a S. Agostino, nato a Tagaste e poi vescovo di Ippona, oggi in Algeria).
Purtroppo, quando nel VII secolo apparve nel panorama mondiale l’Islam (unica grande religione nata dopo Cristo), subito i musulmani passarono con forza militare alla conquista dei popoli (lo stesso Maometto conquistò con le armi la penisola arabica), occupando non solo il Medio Oriente (il successore di Maometto, il califfo Omar, occupò Gerusalemme e la Terra Santa, dove visse Gesù e nacque la Chiesa apostolica), ma anche appunto l’Africa settentrionale; si spinsero poi alla conquista non solo della Turchia ma dell'Europa, attaccandola 'a tenaglia' da est e da ovest, oltre a rappresentare per secoli l'incubo del Mediterraneo (i Saraceni), anche per l'Italia.

Per secoli e secoli l'Islam ha tentato di occupare militarmente l'Europa. Ad occidente, la Spagna sarà occupata quasi totalmente dai musulmani (divenne Califfato di Cordoba) fino al XV secolo. Ad oriente si cominciò con l'occupazione della Turchia, fino a conquistare Costantinopoli nel 1453 (la Turchia, tuttora musulmana, è rimasta califfato fino al 1924 quando il presidente Ataturk creò ufficialmente uno Stato laico; ma le attuali mire di tornare a costituirsi come califfato e di diffondersi in Europa sono abbastanza evidenti, cfr. News del 2.10.2018, 5.12.2019, 5.03.2019 e 24.10.2021), per poi spingersi fin oltre i Balcani. Per bloccare la loro avanzata alla conquista dell'Europa (e di Roma, principale obiettivo, in quanto centro della cristianità), furono decisive soprattutto la battaglia navale di Lepanto (7.10.1571) e quella di Vienna del 1683 (entrambe vinte dalle forze cattoliche, peraltro sotto la protezione di Maria Santissima; per quella di Lepanto, incoraggiata e sostenuta dal Papa S. Pio V, l'intercessione di Maria Santissima per ottenere la vittoria, umanamente impossibile, fu così evidente che lo stesso Pontefice istituì per quel giorno, 7 ottobre, la festa di S. Maria delle Vittorie, poi chiamata Madonna del Rosario, com'è celebrata tuttora in questa data).

Le fiorenti comunità cristiane nate e cresciute nell'Africa settentrionale furono così immediatamente e definitivamente distrutte (ancor oggi praticamente inesistenti, se non una sofferta presenza cristiana dei copti in Egitto).

[Sull’invasione musulmana e la resistenza delle Crociate, vedi Dossier e Documento (37 domande)]

Sulla bellezza, fecondità e necessità del rapporto tra fede e ragione, si veda ovviamente l'importantissima Enciclica di Giovanni Paolo II Fides et ratio (vedi), del 14.09.1998


 

Evangelizzazione medievale: violenta imposizione da parte della Chiesa?

I pregiudizi illuministi, tuttora purtroppo imperanti, di fronte all’evidenza dell’immensa opera evangelizzatrice e della promozione della cultura posta in atto dalla Chiesa Cattolica nel Medioevo, quando non riesce proprio a censurarla, si rifugia allora nel mito di una Chiesa violenta che avrebbe imposto la religione e la cultura cristiana e il suo stesso potere con la forza, cioè in modo coercitivo.

Se da quasi un secolo, come abbiamo all’inizio osservato, certi miti (come quelli appunto sul Medioevo) propri dell’Illuminismo, della propaganda anticlericale ottocentesca e del più bieco laicismo, sono già stati ben smentiti da una più seria ed obiettiva storiografia, così che appunto a livello di “alta cultura” non c’è più nessuno che osi ripeterli acriticamente, invece purtroppo a livello di pubblicistica di massa (per non dire di divulgazione nelle scuole e persino nel mondo dello spettacolo), una ristretta ma potente oligarchia culturale (di stampo massonico) riesce ancora a divulgarli come “libero pensiero” e ad imporli acriticamente alle masse, talora persino in modo ossessivo; così che gli stessi cristiani sono spesso paradossalmente plasmati da pregiudizi storici anticristiani.

Com’è noto, ad esempio, passiamo dai romanzi (per sé di scarso valore storico, anche se talora ben scritti e talmente divulgati dalla propaganda anticlericale di massa da essere letti da milioni e milioni di persone) di Dan Brown (Il codice da Vinci, 2003) a quelli culturalmente più dignitosi ma comunque storicamente falsi come quelli di Umberto Eco (Il nome della rosa, 1980/2018; Il pendolo di Foucault, 1988/2014). Si vedano al riguardo le forti critiche rivolte a queste opere da parte del grande storico del Medioevo Franco Cardini (cfr. ad es. Processi alla Chiesa, Piemme 1994, pp. 221/228) o gli articoli di Vittorio Messori riportati nel suo Le cose della vita, Ed. S. Paolo, 1995, pp. 371-377). Nel mondo del teatro, potremmo passare dalle solenne menzogne storiche della Vita di Galileo di Bertolt Brecht (di stampo marxista e da decenni ossessivamente riproposto anche al pubblico studentesco – sulla verità storica della questione Galileo, anche se non si tratta più del Medioevo ma comunque dei miti ottocenteschi anticlericali, vedi e vedi), agli attacchi blasfemi di Dario Fo (sia pur insignito, ma forse proprio per questo, del premio Nobel per la Letteratura) ad esempio col suo Mistero buffo (1969).
Purtroppo anche più recentemente (2001) c’è chi in Francia (A. Benoist di Grece e L. Pauwels de le Figaro) ha ripetuto che l’evangelizzazione dell’Europa sarebbe stata imposta dalla Chiesa Cattolica; sono però stati immediatamente smentiti dallo storico francese Jean Dumont (trad. it. La Chiesa ha ucciso l’Impero romano e la cultura antica?, Effedieffe 2001).

Circa le menzogne storiche, continuamente ripetute e credute, sull’Inquisizione si veda l’apposito Dossier, come il documento (a domande e risposte) nella sezione Fede & cultura, così come un'ancor più sintetica News-presentazione (vedi). A parte tutti i falsi miti creati attorno ai processi del cosiddetto S. Uffizio – si veda ad esempio quanto in genere divulgato e creduto sulle torture, credenze persino apparentemente avvalorate addirittura da falsi appositi Musei* - basti ricordare che esso non aveva alcun potere su coloro che si fossero dichiarati non-cattolici e che anche per gli inquisiti cattolici (in genere falsi predicatori) il processo si scioglieva immediatamente qualora avessero riconosciuto di essere incorsi in false dottrine (eresie) non conformi al vangelo (semmai venivano puniti i falsi accusatori).

* Così ancora l’autorevole storico medievale F. Cardini: “I cosiddetti Musei della tortura (o dell'Inquisizione), presenti in molte città, sono in realtà dei baracconi antistorici, così come è antistorica la leggenda sugli "orrori dell’Inquisizione", scritta ad esempio da C. Invernizzi o da Bagent e Leight (The Inquisition), che spesso si rifanno alla polemica anticattolica e antistorica di Lea (History of Inquisition)”.

Su alcune questioni specifiche, in genere ‘cavalli di battaglia’ della polemica anticlericale, oltre a quelle riportate nel Dossier sull’Inquisizione (vedi, parte 6: La caccia alle streghe, S. Giovanna d’Arco, Giordano Bruno, Galileo Galilei), si può raccogliere qualche spunto ad esempio sul caso del domenicano Girolamo Savonarola (1452-1498 – cfr. V. Messori, Le cose della vita, Ed. S. Paolo, 1995, pp. 116-120), così come sui Papi Bonifacio VIII (1230-1303, papa dal 1294; cfr. L. Negri, False accuse alla Chiesa, pp. 29/37 e 89/104) e Alessandro VI Borgia (1431-1503, Papa dal 1492; cfr. ancora V. Messori, Le cose della vita, Ed. S. Paolo, 1995, pp. 135-136). Questioni che qui ovviamente non abbiamo la possibilità di approfondire.

E' poi sconcertante e persino irritante che certe accuse alla Chiesa Cattolica, peraltro appunto false, vengano mosse dai figli dell'Illuminismo e della modernità, che con le loro false ideologie hanno mostrato una intolleranza e violenza senza pari nella storia (leggi).
Non si capisce poi perché, tutte le volte che un singolo o un popolo abbraccia la fede cristiana, ciò sarebbe dovuto all'imposizione e al potere opprimente e violento della Chiesa, mentre quando vi si oppone sarebbe invece un “libero pensatore”!


La Chiesa (e l’evangelizzazione dell’Europa) non ha vinto, ma ha convinto!

Contrariamente a quello che fa in genere l’Islam* (a parte certe rarissime eccezioni storiche, ripudiate poi dagli stessi musulmani), la fede cristiana ha sempre conosciuto un fecondissimo rapporto tra fede e ragione (cfr. Giovanni Paolo II, Enc. Fides et ratio); per cui più che vincere (perché quando si impone una religione, oltre ad essere impossibile perché non nascerebbe da convinzione interiore, in genere è segno di debolezza razionale, cioè di incapacità di “convincere” e ciò anche da parte di qualsiasi filosofia o ideologia), la fede cristiana è sempre stata in grado appunto di convincere, di “portare le ragioni” (cfr. 1Pt 3,15).



Fides et ratio

Come abbiamo già osservato, la Rivelazione divina (biblica) e la stessa “Incarnazione” del Logos (Cristo Signore), ha permesso il più grande e fecondo incontro tra fede (religione) e ragione, tra Teologia e Filosofia.

La fede cristiana, ragionevole anche se superiore alla sola ragione (in quanto appunto di origine divina), ha infatti subito attuato, seppur con discernimento, un fecondissimo rapporto con la filosofia (specie greca), mentre ha preso fermamente le distanze dalle religioni e dai miti pagani.

Significativa in tal senso la posizione del primo filosofo cristiano Giustino (100-163/167), santo e martire, Padre della Chiesa (tra i cosiddetti Padri "Apologisti") (vedi la catechesi di Benedetto XVI).

Ecco perché la fede cristiana ha coltivato assai presto un fecondo rapporto con la ragione, così come la Teologia con la più autentica filosofia greca, vertice della sapienza antica.

Nei primi secoli, anche da parte dei cosiddetti “Padri della Chiesa” (Patristica), il rapporto tra Teologia e Filosofia è stato particolarmente fecondo specie in rapporto col più elevato pensiero di Platone (428-348 a.C.), e l’esempio forse più sublime è stato S. Agostino (354-430, vedi); mentre nel secondo Medioevo, i nuovi sublimi maestri (dottori) della Teologia e Filosofia cristiana (Scolastica) hanno soprattutto sviluppato uno straordinario rapporto col pensiero di Aristotele (384-322 a.C.), e di questo connubio, sottoposto a serio discernimento e fecondo sviluppo, l’esempio certamente più elevato è rappresentato da S. Tommaso d’Aquino (1224/1225-1274, vedi).


Anche quando interi popoli, in molte zone d'Europa, si convertirono alla fede cristiana, a partire spesso dalla conversione del loro sovrano – e spesso allora così accadeva; come del resto anche oggi la gran parte della popolazione segue non più le direttive di un sovrano ma di un potere culturale ed economico che ha in mano gli strumenti mediatici per farlo! – di fatto ciascuno poteva, se ne aveva le capacità, scoprire ed approfondire la “verità” dei contenuti della fede cristiana, rivelata pienamente in Cristo, oltre ovviamente a farne esperienza a livello personale e sociale. Infatti anche questi popoli si mostrarono ben lieti di abbracciare la bellezza della nuova vera fede e di conoscere ed accedere alla vita stessa di Dio-Amore, sfuggendo così pure al potere del demonio e persino alle terribili pratiche talora presenti in molte delle loro arcaiche religioni ed usanze pagane. Il proliferare non solo delle comunità cristiane ma dagli stessi innumerevoli monasteri, come abbiamo visto, è prova evidente del fascino che esercitava sui singoli e sui popoli la sequela di Cristo e la bellezza della vita cristiana. Inoltre, tutto ciò che di bello, di buono e di autenticamente umano si trovava già nei singoli popoli e culture (come Semina Verbi) veniva invece accolto, valorizzato, purificato ed innalzato nell'incontro con la vera fede cristiana e salvezza eterna della anime. In questo modo, inoltre, popoli e culture diversi trovavano armonia ed unità nell'unica e superiore fede da Dio stesso rivelata e donata.
Nasceva così l'unità del continente europeo, dall'Atlantico agli Urali, dalla Scandinavia alla Grecia.

Se poi qualcuno obiettasse con la solita questione della repressione dell’eresia (cioè di una falsa fede cristiana) da parte del “giudizio” della Chiesa (Inquisizione) e talora dell’intervento esecutivo del cosiddetto “braccio secolare” - al di là delle esagerazioni, miti e leggende divulgate dalla propaganda anticattolica, come abbiamo visto - si ricordi intanto ancora che tali indagini, peraltro secondo innovative norme del Diritto (come gli studiosi della storia della Giurisprudenza riconoscono), potevano riguardare solo chi si proclamava "cattolico", mentre nessuno era obbligato ad esserlo, o addirittura predicava (persino come frate, sacerdote o sedicente teologo cattolico) una falsa fede, ingannando così il popolo, col tragico pericolo di portare le anime a dannarsi eternamente. Si trattava di “inquisire”, cioè di indagare con serie argomentazioni e con regolari processi, se ciò che veniva predicato come cattolico lo fosse realmente e non fosse invece falsità o inganno e come tale non solo disonesto dal punto di vista intellettuale (vediamo purtroppo bene oggi come spesso venga propagandata come cattolica una dottrina o una morale che di cattolico ha talora in realtà ben poco), ma pericoloso per la salvezza eterna della anime. Tra l'altro certe perniciose eresie creavano talora anche gravissimi danni alla stessa compagine sociale (come nel caso ad esempio dei Catari, vedi (3) e cap. 4a), per cui i sovrani e il popolo stesso sarebbero passati, per reprimerle, a metodi ben più sbrigativi e violenti, invece di produrre, come fece invece l'Inquisizione, regolari "processi", con tanto di verbali, discussioni e assicurata possibilità di difesa dell'imputato (vedi dossier, documento e News sull’Inquisizione).


Proprio l’importanza data alla ragione, alla possibilità di fornire le ragioni, di confrontarle, di poter discernere la verità dall’errore, permetteva invece una vera capacità non solo di conoscere e di convincere, ma appunto pure di dialogo con chiunque volesse ragionare.

In questo senso, proprio l’invenzione, il sorgere e lo sviluppo, a partire dalla Chiesa cattolica medievale, dell’istituto prima delle scuole e poi appunto delle vere e proprie Università, rappresenta appunto una prova esemplare dell’incredibile valore razionale e culturale delle vera fede cattolica e dell’amore per la verità e persino di ogni forma di sapere che essa produceva e può ancora produrre.



La fiducia nella ragione, la passione per la verità

Questa consapevolezza della razionalità inscritta nella realtà dal Creatore/ Logos e questa fiducia nella ragione, come capacità di investigare razionalmente tale realtà, ha permesso un esemplare “realismo*, non ingenuo o privo di analisi critica ma neppure così esasperato da abbandonare in un radicale scetticismo e nichilismo, come sarà invece l’esito del pensiero moderno (quello del tomismo, cioè del pensiero filosofico e teologico che si rifà a S. Tommaso d'Aquino, è infatti definito un “realismo moderato”).

* Si dice che S. Tommaso d’Aquino, forse il più grande teologo e filosofo di tutti i tempi (vedi), iniziasse la sua prima lezione ponendo sulla cattedra un oggetto, ad esempio una mela, e chiedesse agli studenti cosa fosse (chi l’avesse negato era invitato a cogliere questa prima evidenza o abbandonare da subito il corso perché sarebbe stato inutile proseguire): non era un punto di partenza banale, ma il fondamento del sapere. Persino le cosiddette “5 vie” (cosmologiche, appunto “a posteriori” vedi), con cui faceva raggiungere con certezza l’esistenza di Dio, si muovevano infatti da una constatazione reale, cioè dall’esperienza (non sarà il fondamento della stessa scienza moderna sperimentale?).
Quando invece
da Cartesio in poi il pensiero moderno vorrà anzitutto partire dal pensiero (“cogito ergo sum”), si condannò a non poter più uscire da se stesso, oscillando tra idealismo e materialismo, schiavo di presunte "forme a priori" e poi di ideologie anche sociali tanto astratte dalla realtà quanto violente (vedi), fino ad approdare all’agnosticismo, relativismo e nichilismo contemporaneo. Quando l’uomo vuol partire da sé, prima o poi non riesce più ad uscire da sé, si trova solo, incapace di conoscere se stesso, gli altri e la realtà: un suicidio intellettuale e poi pure esistenziale!

In fondo si tratta di concepire correttamente l’unione in noi di corpo e anima, di “sensibilità” (ciò che i sensi colgono) e "intelligenza". Senza questa armonia la sensibilità sarebbe "cieca" (incapace di comprendere) e l'inteligenza sarebbe "vuota", per parafrasare una nota espressione proprio di Kant. Proprio l'intelligenza, che ci caratterizza come esseri umani (creati come superiori agli animali e ad "immagine di Dio"), permette di cogliere la legge assoluta dell’essere, che oppone essere e nulla (da cui il principio di identità, non contraddizione, terzo escluso) ed ogni possibilità di conoscenza e ragionamento, e di conseguenza anche la possibilità di scoprire le cause e la stessa Causa prima di tutte le cose a partire dagli effetti (secondo l'evidenza che il nulla non produce nulla, e che dunque ogni fenomeno o effetto deve avere una causa adeguata o proporzionata; è il principio metafisico di "causalità", che sta alla base di qualsiasi tipo di scienza).

Rotta questa unione di sensibilità e intelligenza, il pensiero moderno oscillerà continuamente tra empirismo (materialismo: solo materia) e idealismo (sole idee), per poi non uscire più dal labirinto (aporie) del relativismo (è tutto soggettivo e relativo, tranne il relativismo stesso? e ciò fino alla “dittatura del relativismo”, cioè non si potrebbe dissentire dal relativismo? ma allora il relativismo stesso sarebbe un assoluto e non relativo?), dello scetticismo (come conoscere però che non possiamo conoscere? come potremmo accorgerci di sbagliare se sbagliassimo sempre?) e del nichilismo (non c’è l’essere, c’è il nulla? in realtà come si vede il nulla è persino indicibile, se non in riferimento all'essere, essendo un concetto privativo). In realtà l’ultima parola sarebbe appunto quella di un indicibile silenzio!

[Si veda in tal senso la lucida analisi e profezia di F. Nietzsche, che vede in questa inevitabile deriva nichilista il suicidio stesso dell'Europa, per non dire dell'Occidente e perfino dell'uomo in quanto tale, nei miei due testi in merito, ricordati anche in Archivio: A. Cecchini, Oltre il Nulla. Nietzsche, nichilismo e cristianesimo e Il divenire innocente in F. Nietzsche


Solo questo realismo e questa fiducia nella ragione permette poi un vero "dialogo" (tanto oggi osannato, anche nella Chiesa, quanto inconcludente e vano, in quanto inteso in senso sentimentale e relativista, cioè senza alcuna fiducia di poter trovare, sia pur dialetticamente, la verità, dando per scontato che sia solo soggettiva e ridotta ad opinione personale)
, cioè un vero confronto, portando appunto le ragioni di ciò che si dice e quindi persino in grado di svelare “maieuticamente” l’errore (portandolo cioè alle estreme assurde conseguenze), e di “convincere” della verità, unica ed oggettiva (vedi). Senza questa fiducia nella verità e nella nostra capacità razionale di coglierla, tutto si riduce ad opinione personale, persino ad accuse e insulti all'avversario, a rifiuti aprioristici (non conta neppure più la questione ma solo chi la porge, da accogliere o rifiutare a priori), senza potere o volere entrare nel merito delle questioni, dei ragionamenti e persino dei fatti!
Però, senza una verità condivisibile e condivisa, è impossibile anche una vera compagnia (persino in un'amicizia o addirittura una famiglia) ed una società che non sia altro che un conflitto di interessi.


Questa comprensione della realtà non come caotica, arbitraria e neppure spirituale - come chi crede alla Madre-Natura (o dea-Gaia), cioè come se fosse un essere vivente, come in fondo fa il panteismo e l’ateismo ma anche il nuovo esasperato ecologismo (vedi): strano che questa visione venga propagandata come moderna, quando invece riporta la cultura e la civiltà indietro di millenni, quando si credeva la Natura abitata da spiriti e divinità capricciose! rendendo peraltro impossibile la scienza - ma come una realtà ordinata, logica e quindi studiabile scientificamente, in quanto opera del Logos, e questa fiducia nella capacità della ragione, di cui Dio ci ha dotato creandoci a Sua immagine e superiori agli animali e alla stessa natura e che persino il “peccato originale” ha offuscato ma non distrutto*, ha permesso nel Medioevo una grande passione per investigare tutta le realtà e quindi per la teologia e la filosofia, come per ogni ramo del sapere, fornendo le basi epistemologiche per la nascita della stessa scienza moderna.

* Mentre l'Illuminismo dimentica il "peccato originale" - credendo che l'uomo sia naturalmente buono (v. l'Émile di Rousseau, il mito del “buon selvaggio” e l'elogio moderno della pura spontaneità), per poi non riuscire più a spiegarsi davvero l'origine del male (solo dalla società o dalla psiche? ma allora non c'è più alcuna responsabilità e colpa personale?) - il Protestantesimo lo esaspera, fino ad una radicale pessimismo antropologico, dove la natura umana sarebbe irrimediabilmente corrotta (si giunse con Calvino persino alla terrificante dottrina della "predestinazione"), compresa la stessa ragione e volontà (ritirandosi nella dottrina della “sola grazia”, “sola Scrittura”, sola interiorità, solo sentimento). Ragionare sulla fede sarebbe per Lutero un adulterio (la fede sarebbe tanto più pura quanto più cieca) [oggi anche in questo assistiamo ad una "deriva luterana" pure in ampi settori della Chiesa Cattolica!] Non a caso all’inizio la Riforma protestante, in conseguenza di questo disprezzo per la ragione a favore di una fede cieca e di un biblicismo autoreferenziale (cfr. FeR n. 55), si opporrà anche ad ogni ricerca filosofica e scientifica (vedi, spec. 2.1.1, 4.1, 4.2, 4.3, 5.3.2, 5.4).


Questa armonia tra corpo e spirito, tra sensibilità e intellegibilità, tra natura e grazia, tra ragione e fede, propria dell’autentica fede cattolica, ha gettato le basi anche filosofiche di una sostanziale fiducia nel
lume della ragione (altro che “oscurantismo” medievale!), e quindi della fiducia e capacità investigativa dell’uomo, nell’obbedienza al Creatore ed alle leggi che Egli ha posto in tutto il creato ed in noi stessi, in grado di generare la vera filosofia e la vera scienza.

Da questa base teologica (cristiana), filosofica (metafisica), antropologica (vero umanesimo) e gnoseologica (le leggi stesse della conoscenza oggettiva), nasce nel Medioevo tutta la passione del sapere, della ricerca, come appunto pure tutta la capacità di confronto e di autentico dialogo.


Paradossale quindi che l'Illuminismo abbia considerato il Medioevo come oscurantismo, "secoli bui", tempo di superstizioni e violenze religiose, mentre il pensiero moderno avrebbe acceso finalmente i "lumi" della ragione. Perché in realtà, nonostante il progresso scientifico e tecnico, quei lumi, così vivi nelle trattazioni medievali, si sono con l'Illuminismo invece spenti, smarriti tra terrificanti materialismi e idealismi capaci solo di inventare a priori disumane ideologie da imporre ai popoli (ovviamente per il loro bene!) a suon di rivoluzioni, guerre mondiali e poteri culturali e mediatici in mano a occulte oligarchie. E l'attuale esito relativista e nichilista, dove l'unica parola proibita è "verità", sta lì a dimostrarlo!



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Medioevo: un "luminoso" millennio/4



Quarta parte


La nascita delle Università

Dopo quanto detto sul rapporto tra fede e ragione nella Chiesa Cattolica, operante fin dai primi secoli ma che conobbe un particolare incremento proprio nel Medioevo, così da produrre quella straordinaria sintesi di fede e cultura che ha fornito le basi della stessa civiltà occidentale, e dopo aver già sottolineato come il “sapere” avesse avuto un fecondo e innovativo motore propulsore persino negli innumerevoli monasteri sorti in quei secoli, con tanto di prestigiose Biblioteche e persino di rinomate Scuole, soffermiamo ora ancora la nostra attenzione sulla nascita e lo sviluppo delle Università, che trovano proprio nella Chiesa Cattolica la propria culla e il proprio primigenio sviluppo e che appunto ebbero tanta importanza nella formazione della stessa civiltà europea ed occidentale.


 

Quale idea di “sapere”

Ci siamo già soffermati, specie nella Terza parte, sulla fiducia nella ragione e sulla passione per la verità, che hanno sempre caratterizzato l’autentica fede cattolica, e che hanno portato proprio durante il Medioevo al trionfo della “cultura” cristiana, capace di generare la stessa civiltà europea ed occidentale, fino a diventare propulsiva per il progresso del mondo intero.

Proprio per questo la cultura anticattolica illuminista (e tuttora dominante) censura o bolla ideologicamente quel Millennio come “medio-evo” (cioè un infelice tempo “intermedio” tra classicità antica e modernità), come “secoli bui” e dell'“oscurantismo” cattolico.

La fede in Cristo Signore [Dio fatto uomo, Verbum/Logos fatto carne (cfr. Gv 1,14), “Via, Verità e Vita” (Gv 14,6)] e la conseguente “missione” della Chiesa, voluta ed inviata nella storia da Gesù stesso per questo (cfr. Mt 28,18-20), mentre portava al mondo intero la salvezza eterna delle anime, generava anche un germe di “umanità nuova” (l’inizio del Regno di Dio) ed una cultura nuova, capace di costruire nel tempo anche una nuova fecondissima civiltà.

Questa passione per la cultura non era dovuta ad un “intellettualismo disincarnato”, tanto meno per un progetto “ideologico” sull’umanità (come invece tendenzialmente sarà dall’Illuminismo in poi, vedi), ma dall’incontro stesso con Cristo (Verità suprema), dall’entusiasmo suscitato dalla scoperta del significato autentico dell’esistenza*, dall’amore stesso per l’umanità e per il singolo essere umano, che poteva così non solo salvarsi eternamente ma sbocciare in una visione nuova e superiore della vita e di tutte le cose.

* Si ricordi che “sapere” (sapienza) deriva da “sàpere”, cioè un gustare, sia perché l’uomo gode nella scoperta della verità, sia perché, anche a livello esistenziale, egli ha bisogno di scoprire e vivere il significato pieno (verità) di tutte le cose e soprattutto della sua stessa vita. Quindi “sapere” indica non tanto o non solo un sapere intellettuale ma un vero “saper vivere”. [Del resto è ciò che è implicito pure nella stessa parola “sophia” e nell’amore per tale sapienza, cioè la “philo-sophia”].

Si trattava appunto di una rinnovata fiducia nella ragione (supremo dono “naturale” di Dio all’uomo, così da renderlo superiore a tutti gli animali e perfino “capace” di Dio), che nell’incontro col dono "soprannaturale" della fede e della grazia non viene affatto distrutta o censurata (come vuole invece l'eresia protestante, che disprezza la natura umana e la stessa ragione come definitivamente corrotte dal peccato originale), ma anzi fecondata, accresciuta e resa capace di nuove e superiori sintesi nella conoscenza della verità.

La passione per la verità - che non è un possesso dell’uomo né può essere artificialmente inventata ma può già svelarsi all’intelligenza umana che umilmente e sapientemente la ricerca [questo “svelarsi” già naturale della verità alla ragione umana è nell’etimologia stessa del termine verità, dal greco ἀλήθεια (aletheia)] e la cui progressiva scoperta è già in sé un godimento (come affermava Platone), prima ancora della sua immediata utilità pratica - ha trovato appunto nell’incontro con la fede cristiana un incremento che non ha eguali nella storia dell’umanità.

Da questa fede capace di generare vera “cultura” sono nate anche tutte le opere e istituzioni culturali del Medioevo cristiano, che tanta incidenza hanno avuto per la formazione della cultura europea e della stessa civiltà occidentale, in fondo per il progresso stesso dell’umanità.

Significativo che ad esempio Antonio Gramsci, il celebre pensatore marxista che fu tra i fondatori del Partito Comunista Italiano, nelle sue stesse Lettere dal carcere, si riferì a questa capacità che la Chiesa Cattolica medievale ebbe nell'operare una vera e propria “rivoluzione culturale” (molto più efficace, specie a lunga scadenza ed in profondità, delle rivoluzioni armate), in grado di creare una egemonia (parola chiave del suo pensiero comunista), cioè un reale ed apprezzato pensiero dominante. Da questo metodo e da questa possente capacità che la Chiesa Cattolica seppe attuare nel Medioevo, il comunismo, secondo Gramsci, avrebbe dovuto imparare per raggiungere il vero potere e la guida della società. E così il PCI fece, prendendo infatti le leve della cultura, delle scuole e delle università, dell’editoria e persino dello spettacolo, creando un’egemonia in grado di formare le menti del popolo e delle nuove generazioni, nonostante che il potere ufficiale restasse poi ancora per molti decenni in mano ai Cattolici (DC). Invece, specie nel secondo '900, i Cattolici hanno di fatto sempre più abbandonato questo decisivo impegno culturale e la stessa formazione autenticamente cattolica delle nuove generazioni, nonostante il catechismo e le scuole cattoliche ancora esistenti, così da provocare inevitabilmente l’abbandono della fede e della Chiesa nella maggior parte dei giovani (vedi e vedi) o persino la coesistenza di mentalità e pregiudizi anticattolici negli stessi Cattolici, addirittura praticanti!




Dai monasteri, biblioteche, scuole, dibattiti … alle Università

Abbiamo già soffermato la nostra attenzione (cfr. Parte II) sul fatto che il proliferare miracoloso dei monasteri nel primo Medioevo, sia pur nati dal desiderio di ritirarsi dal mondo (un mondo, come quello di fine impero, peraltro ormai in disfacimento) per vivere una particolare dedizione a Dio, avesse rappresentato in realtà un fecondissimo fattore di promozione di cultura e civiltà, in grado sia di raccogliere il meglio di tutta la cultura precedente (basti pensare alle loro fornitissime biblioteche e all’immenso lavoro amanuense dei monaci) e persino di accogliere, purificare ed elevare anche quanto poteva essere riconosciuto come vero e buono nelle diverse identità dei popoli “barbari” circolanti nel continente (che pur evangelizzati potevano mantenere ed offrire all’unità europea le loro specifiche identità culturali), nella straordinaria e non sincretistica sintesi culturale con la novità e superiorità della fede cristiana, da cui sarebbe appunto nata l’unità culturale europea e la stessa civiltà occidentale, che avrà un ruolo di primaria importanza nel progresso dell’umanità intera. Abbiamo inoltre osservato come il lavoro stesso dei monaci della grande famiglia monastica benedettina avesse permesso enormi progressi persino nelle arti tecniche, oltre alla diffusione del sapere attraverso la capillare rete di monasteri diffusi in tutta Europa. Abbiamo infine ricordato come in molti monasteri sorsero delle vere e proprie Scholae (scuole), aperte anche ai giovani laici.

Assai presto, tali scuole, oltre che attorno alla abbazie e tenute dai monaci stessi, sorsero anche attorno alle chiese (gestite dal clero) e specialmente alla cattedrali. Tali Scholae cathedrales, già attive in molte città europee fin dal VI secolo, erano vere e proprie fucine di sapere e di cultura. Molte di loro crebbero enormemente di importanza e dopo il Mille diverranno le prime università.

La fiducia, non ingenua (come accusa il pensiero moderno e contemporaneo), nella capacità della ragione di investigare e scoprire la verità e di distinguerla dall’errore, anche in modo dialettico (cioè confrontando la validità o meno delle premesse da cui muovevano certe asserzioni come analizzando la validità logica dei ragionamenti), generò anche la passione per le cosiddette Quaestiones disputatae.
Si trattava di confronti o dibattiti, orali o scritti, talora persino tenuti in sessioni pubbliche*, basati cioè sulla logica e sull’argomentazione razionale, al fine di raggiungere il "vero", cioè verità oggettive.

* Si tenga presente che certe pubbliche Quaestiones disputatae erano talmente entusiasmanti, da coinvolgere non solo ristretti ambiti accademici, ma un pubblico persino così vasto che talora si dice che intere città (persino Parigi) si fermassero per ascoltarle!

Il "metodo" delle Questiones disputate.
Si partiva da una tesi, cioè da un’affermazione (o negazione), che doveva essere dimostrata in modo razionale e messa a confronto con una affermazione o negazione contraria (“sed contra”), per dimostrare (si parlava di "difesa"*) in modo logico e razionale quale delle due fosse quella vera e quale quella falsa (errore).

* Non a caso "difendere (o discutere) una tesi” è ancor oggi la terminologia usata per l’ultima importante prova accademica per conseguire la Laurea.

Non si trattava ovviamente del modo confusionario, inconcludente e persino irritante con cui si conducono oggi certe discussioni e molti dibattiti pubblici - basti pensare a quelli televisivi, dove quasi sempre sono proprio le premesse ad essere sbagliate (per cui è inutile discutere) e dove non c’è mai il tempo e la calma per svolgere un ragionamento, così che al termine l’idea che rimane è quella della confusione - ma persino come sono pensati i programmi scolastici e si svolgono le lezioni e gli studi (ammesso che si compia uno studio serio, l’analisi e il confronto dei diversi pensieri non sono quasi mai mossi dal desiderio della verità, tanto meno dalla fiducia nella ragione di poterla trovare; per questo anche nei migliori studenti la conclusione è normalmente una posizione “scettica”, dove appunto la verità non c’è o non si può conoscere, così che invece di sviluppare il senso critico, come si dice, si alimenta solo la confusione, il soggettivismo ed il relativismo; il che è l’esatto opposto del motivo stesso per cui si studia, che è la scoperta della verità, come indicherebbe ad esempio la parola stessa philo-sophia).

Si trattava in fondo del recupero del metodo “dialogico”, già praticato ai vertici della filosofia classica greca (basti pensare appunto ai Dialoghi di Platone), e che ritroviamo appunto, al servizio di una nuova superiore sintesi tra fede e ragione resa possibile dal cristianesimo, nelle medievali quaestiones disputatae, così come nella Scolastica e quindi nelle stesse Università.
Come vediamo, questo metodo è reso possibile proprio dalla fiducia (fondata) nella ragione (comune ad ogni essere umano) di poter raggiungere, persino in modo dialettico (una dialettica non in senso hegeliano, che si opporrà alla certezza stessa di verità tra loro non contraddittorie), una verità oggettiva e che quindi si impone razionalmente a tutti.

Molte di queste quaestiones disputatae ci sono pervenute (alcune ancora solo in latino, altre tradotte anche nelle lingue moderne) e ci stupiscono per la loro capacità razionale di analisi e di sintesi, come di “convincere” della verità e dell’errore.

Si vedano ad esempio quelle scritte da S. Tommaso d’Aquino: Quaestiones disputatae … De Veritate, De malo, De potentia (Dei), De anima, De spiritualibus creaturis, De virtutibus, De unione Verbi incarnati … ed altre Quodilibetales.

Questa vera e propria "forma mentis", questo metodo di studio (per tesi contrapposte al fine di meglio individuare la verità e distinguerla dall'errore), sarà applicato particolarmente dalla Scolastica” (ne è un sublime esempio S. Tommaso D'Aquino e l'intero pensiero "tomista"), e, vedremo tra poco, sarà fatto proprio dalle Università medievali.


Un’altra decisiva concezione del sapere, che caratterizzava la cultura medievale e che sarà alla base dell'idea stessa di Università, fu appunto quella che la verità (e di conseguenza il sapere e gli studi) abbia una sua fondamentale unità” (da cui il nome "università"), sia pur nella distinzione e persino gerarchia dei suoi rami (facoltà), cioè dei saperi particolari. Si tratta quindi di distinguere (e di riconoscere pure una relativa autonomia dei singoli saperi e metodi per raggiungerli), ma per unire in sintesi superiori e fondanti.

Non si tratta della semplice cosiddetta “interdisciplinarietà”, tanto oggi propagandata nelle scuole quanto inutile e inconcludente (mancando appunto l’idea di verità e di gerarchia dei saperi), né di impedire oggi doverose “specializzazioni” (anche a livello universitario e post-universitario), ma di avere appunto una concezione unitaria e fondata del sapere e della verità stessa. Quando poi l’oggetto dello studio è l’uomo, tale concezione “unitaria” (si potrebbe dire “olistica”) è ancor più necessaria e doverosa, essendo l’essere umano “uno”, oltre che “unico e irripetibile”. Assistiamo invece spesso alla confusione se non allo scavalcamento di alcune discipline sulle altre, ad esempio della medicina sull’antropologia filosofica e teologica o addirittura della psicanalisi sull’etica, per non dire, persino all'interno della medicina stessa, all’incapacità di raccordare le diverse specializzazioni, cosa peraltro doverosa anche proprio dal punto di vista clinico, in quanto appunto l’organismo stesso (corpo/soma) è “uno” e l’essere umano è “uno” anche in rapporto con la sua mente/psiche e il suo spirito/pneuma.
Ce se ne dovrà presto di nuovo convincere!

Nel lavoro culturale medievale, le diverse questioni analizzate, come i diversi rami del sapere, erano invece saggiamente raccordati e fondati su principi superiori (metafisici e teologici, cioè fondati sull’evidenza razionale come sulla stessa infallibile Rivelazione divina), senza di cui ogni discussione sarebbe vanificata in partenza ed ogni sapere particolare ondeggerebbe pericolosamente nel vuoto.
Esiste infatti una complementarietà di verità particolari, così come verità che stanno a fondamento di altre (quelle metafisiche sono quelle fondanti) ed infine una Verità suprema che fonda tutto il sapere (Dio).
La questione del “fondamento” è ovviamente quella decisiva; perché senza questo, come in un edificio, tutto crollerebbe.

F. Nietzsche, nella sua feroce e sarcastica opera demolitrice, sa perfettamente che la questione oggi in crisi è proprio quella del “fondamento” e che senza Dio (“Dio è morto!”) nulla resterà in piedi (“al di là del bene e del male”, come del vero e del falso) e rivelerà il proprio nulla (nichilismo); anche se poi Nietzsche spera, senza peraltro poterlo fondare, che possa nascere da questo nulla qualcosa “oltre”, persino “oltre-l’uomo” (cfr. in Archivio le mie opere Oltre il Nulla e Il "divenire innocente" in F. Nietzsche).

Nacque anche da questa superiore concezione del sapere l’idea medievale di scrivere delle Summae, capaci di una stupefacente analisi, sintesi, visione organica e sistematica del sapere.

Si vedano ad esempio le opere già di S. Anselmo (1033-1109; arcivescovo di Canterbury; teologo e filosofo - celebre il suo “argomento ontologico”, v. poi), di Pietro Abelardo (1079-1142; rinomato docente a Parigi; cfr. ad esempio la sua lista delle apparenti contraddizioni dei Padri della Chiesa), di Pietro Lombardo (1100-1160, che fu anche arcivescovo di Parigi; le sue Sentenze furono per 5 secoli il testo più letto dagli studenti di teologia dopo la Bibbia; raccomandava sempre le due fonti del sapere: la Bibbia e la ragione) (Woods, op. cit., pp. 66-68).

L'esempio in questo senso più straordinario e intellettualmente fecondo, e non solo nell'arco del Medioevo, è quello offerto da S. Tommaso d’Aquino (1225-1274): basti pensare alla sua celeberrima Summa Theologiae (33 volumi, la più importante e imponente opera teologica della cristianità medievale), ma anche alla Summa contra Gentiles (di scopo più direttamente filosofico) e al suo Scriptum super libros Sententiarum, per non dire alle sue molteplici e già sopra citate Quaestiones disputatae.
La produzione teologica e filosofica di S. Tommaso d’Aquino lascia attoniti per la sua immensità, profondità ed ordine intellettuale.

La sua Opera omnia è stata tra l’altro la prima opera digitalizzata della storia (Index Thomisticus): fu infatti il padre gesuita Roberto Busa (cfr. News del 20.08.2011), dopo aver convinto l'IBM della possibilità di utilizzare i computers non per un uso solo matematico, com'era fino ad allora, ma nel campo delle lettere, cioè nel ramo umanistico-letterario, a tradurre in modo informatico appunto tutte le opere di S. Tommaso, con enorme beneficio nell'analisi e catalogazione dei testi.



L’idea stessa di “università

Da questa profonda concezione unitaria del “sapere”, in grado tanto di distinguere quanto di unire i suoi diversi rami, nacque l’idea stessa di Universitas. Si trattava cioè di insegnare ed attuare uno studio approfondito e specifico dei diversi rami del sapere (le facultates), raccordati in modo non estrinseco e artificiale ma organico, proprio come molteplici rami del multiforme albero del sapere, e ben piantato su solide radici (gli insegnamenti fondamentali).


Cattedrali di pietra e cattedrali del pensiero

Se le cattedrali gotiche rappresentavano (e rappresentano) talora vere e proprie “Teologie in pietra” (basterebbe pensare a quella di Chartres, a sud-ovest di Parigi, considerata la madre e l’esempio più puro di tutte le cattedrali gotiche, che lascia tuttora attoniti nel contemplare la Bibbia e la dottrina della fede trasformata in bassorilievi interni ed esterni!), le Summae, le Quaestiones disputatae e poi soprattutto le Università che la Chiesa Cattolica ha generato nel Medioevo costituivano vere e proprie “cattedrali del pensiero”! E come le cattedrali affascinavano (e affascinano) gli sguardi ed i cuori, costituendo vere e proprie “scuole visive” offerte gratuitamente alla fruizione ed alla preghiera di tutti, anche dei poveri e illetterati (Evangelium pauperum, veniva chiamata questa sublime arte visiva delle chiese e cattedrali), così le Scholae cathedrales e più ancora le Università costituivano vere e proprie cattedrali vive del pensiero, in grado di affascinare i cultori del sapere e di educare le nuove generazioni (i futuri costruttori di civiltà) all’amore del sapere, nella autentica capacità razionale, in grado di rispetto per ogni posizione ma anche di discernere sapientemente la verità dall’errore e quindi di avanzare sempre più, al lume della ragione e della fede, nella scoperta della verità, del sapere e della autentica vita (oltre che nella salvezza eterna)!
L’idea stessa di Università (uni-versitas) nasce dunque non solo dalla consapevolezza della ragione di poter conoscere, sia pur progressivamente e non senza possibilità di errore, la verità, ma anche di come i diversi rami del sapere (verità particolari) siano intrinsecamente “raccordati” tra loro (appunto uni-versitas), secondo una gerarchia che permette ai livelli superiori del sapere (specie la metafisica) di “fondare” quelli inferiori*.

* Ad esempio: studiare il “principio di causalità” per coglierne la sua evidenza (metafisica), permette poi di fondare e indagare i singoli rapporti causa-effetto, studiati dalla scienza sperimentale [le scienze particolari, come quelle moderne, sono peraltro meno sicure della metafisica (contrariamente a quel che pensava Kant), proprio in quanto "sperimentali", cioè basate giustamente sull'esperienza, ma in questo senso mai davvero universali e assolute, che non può per principio mai essere totale ma permette solo di indurre (cioè in fondo generalizzare, ripetendo esperienze che danno lo stesso risultato) delle “leggi” stabili; in altri termini, che questo effetto sia determinato da questa causa (livello di scienza sperimentale), cioè che ci sia questa "legge", è sicuro (se riproducibile sperimentalmente innumerevoli volte) ma non è assoluto (il "tutto" e il "sempre" non sono infatti per definizione "sperimentabili" - vedi Introduzione del dossier "Miracoli"), mentre è assoluto che ci debba essere una causa adeguata (altrimenti non ci si metterebbe neppure a cercarla!), perché "il nulla non fa nulla" (principio metafisico di "causalità")].

Si trattava di non confondere i diversi livelli del sapere - anche se talora è avvenuto: come quando alcuni pensarono, al termine del Medioevo e con la nascita della scienza moderna, che la fondatezza della Metafisica di Aristotele dovesse coinvolgere anche la sua Fisica, oppure quando il pensiero moderno penserà spesso (v. il positivismo) che la metafisica fosse superata, resa inutile ed annientata dalla scienza (pregiudizio falso e assai diffuso ancor oggi) - ma neppure di dividerli, raccordandoli invece in una complementarietà e “gerarchia” di livelli di conoscenze, di saperi.
Era in questo senso in genere assai chiaro che l’incontro più fecondo tra fede e ragione, tra Teologia e Filosofia, fosse da ricercarsi appunto a livello metafisico, cioè appunto a livello di studio della Causa Prima (oltre che dei fondamenti stessi del sapere), non a quello di ricerca delle cause seconde (oggetto delle diverse scienze particolari o sperimentali, come si chiameranno quelle post-galileiane).
Per questo, come abbiamo già sottolineato, il cristianesimo operò prestissimo un fecondo rapporto con i vertici del pensiero classico greco (Platone e Aristotele) e non certo con i vaneggiamenti mitici della religioni pagane (che infatti non permettevano alcuno studio razionale).

Se già nei monasteri, nelle loro biblioteche e nelle scuole che talora vi sorgevano, si prestava come abbiamo visto grande attenzione pure a tutta la cultura del "passato" - "passato" (e "tradizione") che sarà sempre visto invece con sospetto e persino odio dalla "modernità" e dalla "rivoluzioni" che ha prodotto (vedi), come se il mondo e la storia dovessero sempre partire daccapo, a partire dalla proprie e assai spesso farneticanti analisi e aprioristiche letture o ideologie - e la nuova e superiore sapienza cristiana si mostrava capace di promuovere e valorizzare ogni apporto culturale e raggiungere nuove conoscenze e sintesi culturali, tale passione per la verità e per la cultura si manifesta nelle
Scholae cathedrales e raggiunge il suo culmine proprio nelle Università.

“Le università medievali furono l’unica istituzione europea che mostrò un interesse costante per la conservazione e coltivazione del sapere, da qualunque parte venisse" (Woods, op. cit., p. 55).
"La fondazione e lo sviluppo delle Università costituisce uno dei maggiori contributi intellettuali che la Chiesa Cattolica ha fornito nel Medioevo all’intera civiltà occidentale. Si trattò di un fenomeno nuovo nella storia. Neppure la sapienza e civiltà greca, nonostante le sue accademie, o latina, nonostante le scuole di autorevoli maestri, avevano conosciuto qualcosa di simile. Si trattava non solo di istituzioni accademiche di prestigio, che spaziavano sull’intero sapere umano, ma di un vero “sistema universitario”, con intensi e fecondi rapporti tra loro, come una sorta di primigenia “comunità scientifica internazionale”
(ibidem).


Educazione (unitaria) della persona

Abbiamo già sopra osservato come lo stesso autentico concetto di “sapere”, come del resto è già evidente nella stessa parola “philo-sophia”, implichi un lavoro intellettuale che non sia disarticolato dall’unità della persona, ma porti appunto ad un “saper vivere”.

L’Illuminismo ha creato invece un’idea di “sapere” intellettualistico, spesso ideologico, talmente lontano dall’esistere concreto della persona da giungere persino ad inventare, appunto ideologicamente, tipi di società artificiali (da cui le rivoluzioni della modernità, vedi).

Da decenni abbiamo intere generazioni di giovani che, pur stando 13 anni (escluso l’asilo) nei banchi di scuola, per poi accedere a 4-5-6 anni di studi universitari, non solo non conoscono il patrimonio culturale della tradizione cristiana, che pur ha plasmato la nostra civiltà (uno può perfino laurearsi in “Lettere antiche” senza aver mai aperto la Bibbia, che, al di là della valenza religiosa e della salvezza dell’anima, è comunque l’opera almeno letteraria che più ha inciso nella civiltà non solo occidentale ma mondiale!) e sono invece spesso indottrinate alle ideologie della modernità (vedi), ma mai hanno affrontato negli studi questioni di fondamentale importanza per la vita (ad esempio: la questione di Dio, dell'anima, dell'Aldilà, l'oggettività della morale, il discernimento di vizi e virtù, il significato della sessualità, dell'amore, della famiglia, con quali criteri impostarla, come educare i figli, il significato del dolore, della morte, della vita stessa).

L’idea di “uni-versità” implica quindi non solo quella dell’unità del sapere, ma dell’unità della stessa persona e vita umana.
Nel Medioevo, invece, il lettore, lo studioso e il giovane studente venivano accompagnati non solo a riconoscere la verità e, al di là delle diverse competenze pian piano acquisite, l’unità organica del sapere, ma appunto a raccordare tutto ciò con la propria stessa persona.

La "persona" è in sé stessa "una", seppur con diverse facoltà; ed educare significa pure condurre in unità i diversi aspetti dell’esistenza (non a caso definiamo “dissociata” o addirittura “schizofrenica” una personalità o persino una psiche disturbata o patologica; ma non è al fondo oggi un pericolo assai diffuso e delirante, anche se non sempre ovviamente a livello clinico ma esistenziale?)


 

Il quadro organico del sapere

La sostanziale e non ingenua, tanto meno scettica, fiducia nella ragione di poter conoscere la verità e distinguerla dall’errore, così come la consapevolezza, già platonica ed aristotelica ma assai elevata dalla Rivelazione ebraico-cristiana (la Creazione come opera del Logos, che si è poi fatto carne in Cristo), che la realtà fosse non caotica ma regolata da leggi e quindi studiabile, fondava tutta la ricerca ed il sapere intellettuale.
Se già le Summae presentavano un quadro unitario del sapere, proprio il sorgere delle Università offriva questa viva testimonianza: appunto di un quadro unitario del sapere (uni-versitas) nella distinzione e raccordo intrinseco dei diversi suoi rami (facultates). Come appunto un albero (del sapere) che ha molteplici suoi rami ed è piantato su solide radici (metafisica e Rivelazione biblica), alimentato dall’unica linfa (amore per la verità e fiducia nella ragione).
Vediamo ora il quadro universitario in modo un poco più analitico ...

Intanto, già nelle Quaestiones disputatae, si cominciava, saggiamente, con la precisazione del significato delle parole usate (explicatio terminorum), perché evidentemente un equivoco a questo livello comprometterebbe fin dall’inizio tutto il proseguo del ragionamento, della ricerca e del dialogo tra le diverse possibili posizioni (quanto dovremmo impararlo anche oggi, in ogni discussione!).

Poi si aveva cura di seguire correttamente le leggi che permettono un vero ragionamento, cioè la Logica, che poggia sull’evidenza stessa del “principio di non-contraddizione” (senza il quale ogni parola ed ogni ragionamento perderebbe di significato), per cui da premesse vere (e se non sono chiaramente tali vanno giustificate con ragionamenti precedenti che hanno concluso ad esse) e ben collegate (uno stesso “termine medio” che faccia da corretta congiunzione), si possa anzi si debba necessariamente concludere (dedurre) una nuova verità (sillogismo, cioè: A=B; B=C; dunque: A=C).
Questa analisi intrinseca del ragionamento si chiama Logica minor.(cioè come ben ragionare, addirittura indipendentemente dai contenuti).

Non a caso si dava molta importanza allo studio della Logica di Aristotele; ma per 400 anni tra i trattati di logica faceva da riferimento pure la “Summulae logicales” (166 edizioni fino al ‘700) di Pietro di Spagna (futuro Papa Giovanni XXI).

La Logica maior (andata sostanzialmente perduta col pensiero moderno, per questo fin dall’inizio destinato al nichilismo) è invece l’analisi di come in noi sia possibile la “conoscenza”.

Si tratta, con non ingenuo “realismo” (cfr. quando sottolineato in merito nella III Parte), di vedere come in noi, dotati di sensibilità e intelligenza, si possa procedere con fondata sicurezza - anche se certo non con assoluta infallibilità come per l’Intelletto divino (che non ha certo bisogno di ragionamenti per cogliere il vero) e neppure come l’intelligenza angelica (che, sia pur creata e quindi comunque limitata, non ha comunque bisogno di passare dai sensi) - dall’esperienza sensibile alla formazione dei “concetti” [l’intelligenza “concepisce” l’idea (ad esempio “tavolo”), “astraendola” (non “costruendola” in base a degli a-priori, come vorrebbe Kant, ficcandosi in un vicolo cieco che costringe inesorabilmente al silenzio!) dalla realtà e formulando appunto l’idea (gli “universali”)], per poi formulare i “giudizi” (in rapporto all’essere, cioè “verità”, oppure al nulla, cioè “falsità”; infatti diciamo ad esempio “questo è un tavolo, cioè è vero che è un tavolo, oppure non è un tavolo, cioè è falso che sia un tavolo); unendo poi correttamente (come visto) i giudizi compiamo un corretto ragionamento e in questo modo raggiungiamo nuove verità, cioè progrediamo nella conoscenza persino al di là dell’esperienza (che pur deve essere il punto di partenza, per non scadere in vuoti idealismi).

Ecco perché con l’apparire dell’essere umano (dotato di intelligenza, cioè di spirito, in quanto creato “ad immagine e somiglianza di Dio”) l’evoluzione, che è al suo culmine, non è più biologica (gli animali fanno da sempre e sempre le stesse cose, cioè la loro conoscenza è solo sensibile, semmai imparano cose nuove solo perché fanno nuove esperienze sensibili), ma culturale (vedi Dossier sull'evoluzionismo, parte 4, o vedi documento più sintetico), inizia cioè una scoperta ed un utilizzo della realtà in base appunto a ragionamenti (conoscenza intellettuale) che non termina mai; ed ha fatto sì che l’uomo, pur meno dotato degli animali dal punto di vista sensoriale, sia diventato “il signore” del pianeta (ha già navicelle spaziali che sono oltre il sistema solare vedi) e possa e debba addirittura conoscere Dio ed entrare, per grazia (in Cristo), nella vita stessa (eterna) di Dio (o dannarsi eternamente, in quanto la volontà rimane libera di negare la verità).

La matematica stessa poggia su questa capacità di astrazione [l’aritmetica poggia sul “numero” (ma il numero è un’astrazione, tratta dai sassolini, in latino significativamente “calculi”) e sul collegamento logico (cioè in base al principio di non-contraddizione) dei numeri; e la geometria poggia su figure astratte (in sé non esiste ad esempio un “rettangolo”, cioè una figura a due dimensioni, ma solo oggetti a tre dimensioni, cioè esiste una superficie rettangolare, che possiamo “astrarre”, è non è costruzione arbitraria e aprioristica della mente, e su cui è possibile ragionare, ad esempio vedendone le proprietà dei lati e degli angoli, ed applicare a nuove realtà, ad esempio con un progetto di un geometra o di un ingegnere). E che il risultato sia concreto, reale e non solo ideale (come invece credeva Kant), è dato dal fatto che se ho fatto bene i “calcoli” devo sapere “a priori” se ad esempio tale costruzione reggerà o crollerà, senza aspettare la verifica sperimentale “a posteriori”). Appunto, basta che le premesse siano vere e poi ben collegate (un progetto, che parta certo dalla realtà) per ottenere il risultato (il pro-getto è infatti un ragionamento della mente, che si getta avanti, che precede la realtà, ma se è corretto non è vano)!

La Metafisica, partendo dall’esperienza, studia però la realtà nel suo stesso fondamento (“l’essere in quanto essere”, diceva già Aristotele, e non questo o quell’essere) e raggiunge le prime evidenze: che l’essere si oppone al nulla [appunto il “principio di identità” (l’essere è essere) o del “terzo escluso” (cioè che non c’è una terza possibilità tra essere e nulla), che in logica diventa “principio di non contraddizione” (non si può affermare e negare contemporaneamente la stessa cosa sotto lo stesso aspetto); mentre, se applicato alle realtà mutevoli, diventa "principio di causalità" (cioè ogni essere o effetto ha una "causa" proporzionata o adeguata, non potendo scaturire dal nulla)]. La metafisica raggiunge così l’Essere stesso (senza limite e divenire), che è Dio.

Per questo esiste già una Teologia razionale (o filosofica o naturale, poi detta anche Teodicea), nel senso che la ragione umana, a partire dalla realtà, può già scoprire che Dio c’è (esistenza) e persino qualche suo attributo (essenza), se non altro per i riflessi che si riscontrano nella Sua opera (Creato, Natura), oltre che analizzando poi ciò che è implicito nell’Essere stesso supremo (come la Sua infinitezza, eternità, onnipotenza, cioè escludendo tutto ciò che negli altri esseri è segnato invece dal limite e dal tempo) (vedi).

Il cosiddetto "argomento “ontologico” (a priori) di S. Anselmo indica infatti come sia assurdo che Dio, Essere perfetto, non abbia addirittura l’esistenza, visto che ce l’ha anche un sassolino, e dunque è assurda in sé la frase “Dio non c’è” (perché anche per negare un concetto devo sapere cosa implica quel concetto, ma il concetto “Dio” è appunto l’unico che implica necessariamente l’esistenza, in quanto è appunto l’Essere perfetto, dotato cioè di ogni perfezione, compreso ovviamente l’esistenza.

Ecco perché proprio a livello di metafisica, che culmina con la Teologia (naturale), avviene il contatto ed il rapporto più normale con la Teologia soprannaturale, cioè la riflessione razionale su ciò che Dio stesso ci ha rivelato, soprattutto nell’Incarnazione del Verbo (Logos).

Da cui l’idea, corretta e diffusa nel Medioevo, di “philosophia ancilla theologiae”, non nel senso di asservire il ragionamento filosofico (che deve essere dimostrato già vero in sé, in base appunto alla correttezza dei ragionamenti, come sopra ricordato, cioè con una propria autonomia) ma in quello che proprio al culmine del sapere umano può e deve avvenire il più fecondo incontro con ciò che Dio stesso ha rivelato! Ciò ovviamente perché non ci possono essere verità tra loro contraddittorie (semmai complementari), né ovviamente Dio può sbagliarsi (in quanto Intelligenza e verità suprema, per definizione stessa) né vuole ingannarci (in quanto Amore). Semmai la Rivelazione divina (Cristo), mentre ci rivela e ci dona "Verità" (che è Egli stesso, cfr. Gv 14,6) che sono "Via al Cielo", cioè che ci donano la vita eterna (cfr. Gv 6,68), e come tali superano certamente ciò che possiamo conoscere solo con la nostra ragione - ad esempio che Dio è Santissima Trinità, pur essendo Uno, e che l'uomo è chiamato in Cristo ad entrare nella Sua stessa vita eterna non sarebbe mai stata una verità scopribile con la sola ragione o filosoficamente; anche se poi la ragione, illuminata dalla fede, può riflettere infinitamente su questa verità, ed è proprio il compito della Teologia - può anche confermare quello (verità) che la mente umana può, potrebbe o potrà, già autonomamente scoprire (tra l’altro il pensiero moderno, che non sa più uscire dal labirinto di se stesso, ponendo appunto sul nostro intelletto un sospetto esagerato, sembra auspicare una rivelazione non-umana in grado di offrirci garanzie: in Cristo c’è la Rivelazione divina!).

[A chi obietta che il filosofo cristiano è condizionato dal fatto che sa già dalla Rivelazione divina molte verità su cui vuole indagare e quindi non sarebbe autonomo nel ragionamento, si potrebbe rispondere che pure in matematica, come spesso si fa anche con gli studenti, la rivelazione anticipata del risultato del problema non toglie le possibilità e il dovere di svolgerlo correttamente, cioè di passare dalle premesse (il testo) alla conclusione (il risultato) in modo razionale e autonomo].

Con questi fondamenti, senza nulla togliere alla fatica e alla relativa autonomia di indagini razionali settoriali, e certo ancora con la possibilità di errare o di raggiungere conoscenze passibili di sviluppi e correzioni future, si poteva con più sicurezza e passione (perché poi l’uomo desidera conoscere il vero e non conoscere per il gusto di fare elucubrazioni mentali!) passare ad indagare i diversi rami del sapere (facultates) e di conoscerne persino di nuovi.

La stessa filosofia - ed ancor oggi quando è profondamente studiata (mentre in Italia il progetto scolastico di stampo hegeliano che si rifà sostanzialmente ancora a Gentile prevede solo uno studio “storico” della filosofia, e persino una sola cattedra tra storia e filosofia, secondo appunto il pregiudizio storicistico della dialettica hegeliana) - dopo la Logica (e gnoseologia o epistemologia, nel senso del fondamento della conoscenza, fino a livelli secondari, come la retorica) e la Metafisica (che culmina nella Teologia filosofica, detta poi anche Teodicea), indaga poi sulla natura o cosmo [filosofia naturale o cosmologia, in senso filosofico cioè a fondamento delle stesse discipline che lo studiano (fisica, chimica, astronomia, biologia)] e soprattutto sull’uomo [antropologia filosofica, quindi a fondamento delle diverse discipline che studiano il suo corpo (medicina e i suoi diversi rami: anatomia, fisiologia, patologia, …) o la sua psiche (psichiatria, psicologia, psicanalisi) o ancora le sue relazioni sociali (sociologia)], cioè sulla sua capacità di conoscere (come abbiamo già ricordato, gnoseologia, logica, epistemologia, nel senso di fondamento non solo della scienza moderna ma della scienza in genere, cioè appunto del conoscere) e di volere in modo libero (da cui la morale o etica, che non si riduce a quella dei rapporti sociali o del diritto ma appunto sulla questione del bene e del male in senso fondamentale e totale).

T
utto ciò provocava e permetteva (e permette) una visione “unitaria” del sapere, sia pur nella distinzione e nella relativa autonomia delle diverse discipline e nella possibilità di conoscere sempre nuovi sviluppi.

Una nota (sull’autonomia dei saperi)
Non è vero, come qualcuno accusa, che il sapere delle università medievali fosse riferito solo alla Teologia o che questa condizionasse tutte le altre forme di sapere. C’era semmai la corretta consapevolezza anzitutto che non ci possono ovviamente essere verità tra loro contraddittorie (e proprio su questa evidenza si basavano le quaestiones o discussioni, scritte od orali, e le stesse lezioni universitarie), ma semmai complementari e comunque nel rispetto anche della relativa autonomia e metodi investigativi delle diverse discipline o saperi, che potevano però appunto essere raccordati in unità (un sogno vago e in genere inutile inseguito oggi dalla cosiddetta interdisciplinarietà). Questo, ovviamente e com’è corretto pensare, anche nella consapevolezza di una gerarchia di saperi, poiché una disciplina è tanto più alta quanto più affronta i fondamenti e i “primi perché” di tutte le cose, raccordando così e giustamente posizionando tutti gli altri saperi, pur autonomi nella propria ricerca, nella giusta dimensione. Abbiamo sopra delineato il quadro.
In questo senso è evidente che la metafisica (come studio dell’essere “in quanto essere”) e la Teologia naturale (come studio dell’Essere stesso sussistente, cioè Dio) costituiscano i vertici ed i fondamenti stessi del sapere; e proprio per questo, a quel livello si può e si deve registrare l’incontro più fecondo con la Teologia soprannaturale, cioè con i contenuti (anche questi affrontati con la ragione ma pure con il sostegno della “grazia”) propri della Rivelazione divina.

Questo fecondo incontro tra la progressiva investigazione umana e razionale della realtà e la scoperta sempre più profonda della pur definitiva e superiore Rivelazione divina (che trova ovviamente il suo culmine insuperabile in Cristo, Logos-Verbum fatto carne), laddove era autentico e profondo, armonizzava ma non confondeva i piani di investigazione della realtà. Non si doveva (anche se il pericolo spesso si ripresentava) né trarre dalla Teologia e dalla Filosofia (metafisica) conclusioni a livello di investigazione fisica (oggi si direbbe scientifica) della realtà (che doveva godere di autonomia nella propria investigazione razionale della realtà), né pretendere che lo studio della realtà fisica elidesse la necessità razionale di cercarne i fondamenti ultimi (metafisica e teologia), come invece purtroppo farà ampiamente il pensiero moderno e contemporaneo.

Questa distinzione, autonomia ma anche armonia del sapere, che permette appunto sintesi superiori e non contraddittorie, era già chiara ad esempio in S. Alberto Magno [Woods, op. cit., p. 64: “Non è assolutamente vero che non c’era distinzione tra teologia, filosofia e filosofia naturale (scienze). L’autonomia di quest’ultima disciplina era garantita solo dalla ragione, cioè dando spiegazioni naturali ai fenomeni naturali (ci si doveva cioè trattenere dall’introdurre nella filosofia naturale questioni teologiche o di fede)”].

"Nelle università medievali si studiava, oltre alle discipline umanistiche (Teologia, Filosofia, Diritto), ad esempio anche geometria (specie dopo la scoperta delle opera di Euclide) e medicina (di Galieno). (ibidem)





La nascita delle Università

È appunto da questa concezione unitaria del sapere, e prima ancora della “verità”, che è nata quella nuova e straordinaria istituzione accademica superiore che è l’Università.

Generatrice, culla e promotrice di queste straordinarie istituzioni accademiche, che tanta importanza hanno avuto per la formazione dell’unità europea, della civiltà occidentale e mondiale, è stata proprio la Chiesa Cattolica.

Nel corso della storia, la Chiesa Cattolica, solo in Europa, ha creato ben 108 Università!

Se la prima università del mondo, in senso stretto, è nata a Bologna nel 1088 , subito il secolo successivo (XII) segnerà una tale fioritura di queste auguste istituzioni accademiche (in genere tuttora esistenti e prestigiose) da essere considerato una vera e propria “rinascita culturale” dell’Europa.

Vediamone alcune …

La prima Università del mondo (1088), nata sotto gli auspici e la protezione della Chiesa Cattolica e del Papato (già come “scuola” nel 1067) fu quella di Bologna.

Il concetto stesso di “università” è nato a Bologna nel 1088 con Irnerio attorno alla neonata facoltà di Giurisprudenza, così che l'Università di Bologna si fregia del motto Alma mater studiorum (Madre, feconda, degli studi). L’Università di Bologna ha creato infatti fin dall’inizio un metodo che si è imposto come modello per tutta l’Europa come poi per le università del mondo intero. Quale novità e caratteristiche aveva questo modello? Si trattava anzitutto di un insegnamento “libero”, vale a dire completamente indipendente dal potere politico e persino autonomo da ingerenze religiose. L’Università di Bologna era infatti governata dagli stessi docenti, persino in unità con gli studenti. Gli insegnamenti (facoltà) erano molteplici, aperti a tutti (non solo ecclesiastici o aristocratici), anche a studenti provenienti da varie città e Paesi (la lingua della cultura era intanto unica: il latino).

L’Università di Bologna ebbe però una particolare rinomanza europea per lo studio del Diritto (vi si scoprì tra l’altro e vi si insegnava il Digestum, cioè la parte principale del Corpus juris civilis di Giustiniano, del VI sec., ancor oggi ammirato compendio del celebre “diritto romano”).

[Significativamente anche l’attuale processo per giungere al riconoscimento e circolarità dei titoli accademici delle università europee si è voluto chiamare per questo “processo di Bologna”]

A Parigi, come abbiamo osservato, era già attiva da tempo una celebre “scuola”, ubicata nel cuore stesso della città (Île de la Cité), a ridosso e sotto la protezione della sede arcivescovile. Mentre cominciava la costruzione della celebre cattedrale gotica di Notre Dame (1163-1345), già tale importante scuola nel 1170 divenne Università. Fu non solo una delle prime, ma anche una delle più importanti d’Europa. Fu subito punto di riferimento per l'alta formazione culturale dei giovani di tutta Europa. Vi studiarono e insegnarono anche S. Alberto Magno (1205-1280, vedi, vescovo e considerato l’uomo più dotto del suo tempo e non a caso dichiarato “patrono della scienza”), che ebbe come allievo nientemeno che S. Tommaso d’Aquino (1225-1274, vedi, il più grande teologo e filosofo cristiano di tutti i tempi).

Come noto, tale Università di Parigi prenderà poi il nome (che tuttora conserva) di “Sorbonne” (la Sorbona), dal sacerdote Robert de Sorbon (1201-1274), che, pur di umili origini, fu non solo rinomato teologo ma cappellano e confessore del re (san) Luigi IX, e che nel 1257 fondò il collegio dell’università (inizialmente pensato per 20 studenti poveri di Teologia e sorto nel cortile stesso della cattedrale), finanziato dal re ed approvato dal Papa Alessandro IV nel 1259. Egli fu poi docente (di “Teologia morale”, dal 1258 alla morte) e persino Rettore dell’Università, che prenderà poi appunto da lui il nome (oggi l’intero adiacente quartiere parigino porta questo nome).

Da augusto centro culturale ed accademico nato dalla Chiesa Cattolica, l’Illuminismo trasformerà la Sorbona in uno dei maggiori templi del pregiudizio anticattolico (appunto i miti sul Medioevo oscurantista, sull’opposizione scienza-fede, ecc. vedi); ma, come sappiamo (vedi), la Rivoluzione, oltre ad annientare crudelmente chiunque vi si opponesse, e alla fine persino i suoi stessi fautori, aborrì la ricerca accademica e mandò sotto la ghigliottina il fior fiore dei filosofi e degli scienziati! A tal punto che già nel 1793 soppresse l’Università. Rifondata solo dopo oltre un secolo (1896), abbiamo già ricordato (cfr. Prima parte) come paradossalmente (difficile opporsi ai disegni se non scherzi della Provvidenza!) proprio alla Sorbona, anche se non mancano certo nell’élite culturale (bancaria, politica) francese rigurgiti anticlericali, attorno agli anni ‘30 del secolo scorso si manifestò persino un rifiorire di studi entusiasti del “tomismo” e della teologia e filosofia medievale (ricordati appunto all'inizio di questo Dossier).

Parigi venne considerata nel Medioevo, a motivo della sua prestigiosa Università, una “nuova Atene”.

Sempre in Francia nasceranno nel Medioevo numerose università, tra cui quella di Poitiers nel 1431.


In Inghilterra
nel 1167 (ma già dal 1096 operava come autorevole “scuola”) la Chiesa Cattolica fondò la celebre università di Oxford, seguita nel 1209 da quella, di altrettanto e perfino più elevata dignità accademica, di Cambridge. All’inizio, prima come scuole e poi come università, queste due celebri sedi accademiche nacquero come riunioni, talora persino informali, di autorevoli docenti e studenti appassionati della ricerca del vero.

Sappiamo che tuttora il sistema universitario che le contraddistingue, più che come singole Facoltà, è organizzato come coordinamento di singoli autorevolissimi Colleges.

Che si trattasse di università legate fortemente alla vita della Chiesa Cattolica (perché ovviamente siamo in secoli precedenti alla dolorosa separazione degli Anglicani*) ne sono ad esempio prova inequivocabile (perché “di pietra”) le celebri Cappelle di alcuni storici Collegi, simili per armonica grandiosità e bellezza artistica a vere e proprie cattedrali gotiche, che ancor oggi lasciano a bocca aperta anche il visitatore e turista più affrettato e inconsapevole delle radici storiche e di fede di quelle autorevoli strutture accademiche.

* Ovviamente, dopo Enrico VIII, tutto ciò fu confiscato dal Regno, e queste celebri Università divennero “anglicane”, espellendo a suon di terribili e violente persecuzioni (vedi documento, n. 18; Dossier, 4.11), ogni traccia di Chiesa cattolica o di “papisti” (come ancor oggi gli Anglicani chiamano con tono dispregiativo i Cattolici)! Il destino della modernità ha portato infine queste prestigiose Università, tuttora strutturate come Colleges, ad essere puramente “laiche” e statali (del Regno).

Sempre nell’isola britannica, ma nella Scozia, nacquero più tardi (XV sec.) le Università di St. Andrews (1410), di Glasgow (1450) e di Aberdeen (1495).

Anche nella penisola iberica sorsero nel Medioevo autorevolissime università [Lisbona (1288), Valladolid e Madrid (1293), poi a Barcellona (1450), Santiago di Compostela (1495) e Valencia (1499)], tra cui eccelle quella di Salamanca, che nel 1134 fu la prima al mondo a godere ufficialmente di tale titolo accademico.

In Boemia nel 1348 nacque la celebre Università Carolina, come in Polonia (a Cracovia) nel 1364 sorse la rinomata Università Jagellonica.

Nell’attuale Germania nacquero le celebri università di Heidelberg (1386), Lipsia (1409), Rostock (1419), Greifswald (1436/1456, soppressa poi dai Protestanti), Monaco di Baviera (1459) e nel 1477 la celebre università (anche per la rinomata facoltà di Teologia, tuttora esistente) di Tubinga.

A Vienna l’università nacque nel 1365.

In Svizzera nacquero nel 1457 la celebre università di Friburgo (tuttora con una prestigiosa facoltà di Teologia) e nel 1460 quella di Basilea.

Nei Paesi Scandinavi [ricordiamo che nel Medioevo anche questa zona dell’Europa settentrionale era tutta cattolica, prima cioè di diventare luterana con la Riforma/Rivoluzione protestante (vedi); ricordiamo che la Svezia ci ha dato nel XIV secolo una compatrona d’Europa (S. Brigida - vedi)] nel 1477 nacque l'università di Uppsala (le storica città svedese poco a nord di Stoccolma, appartenente all’unione di Kalmar) come nel 1479 quella di Copenaghen (allora appartenente alla stessa Unione di Kalmar).

 

Questa rete accademica, insieme alla diffusione dei monasteri e delle cattedrali, costituirà appunto non solo la base culturale della fede cattolica e della stessa civiltà cristiana occidentale, ma un decisivo fattore del tessuto connettivo della stessa unità culturale del continente europeo.


Ponendo ora la nostra attenzione sull’Italia, dopo aver già citato quella di Bologna come la prima Università del mondo (1088), nel 1222, quasi una sua ‘dependance’, nacque la celebre università di Padova. Due anni dopo (1224) nacque quella, ugualmente importante, di Napoli; e nel 1240 quella di Siena. Quelle di Macerata e di Perugia, alle dirette dipendenze pontificie (pur essendo liberissimi centri di investigazione accademica), sorsero rispettivamente nel 1290 e nel 1308. L’Università di Firenze sorse nel 1321. L’autorevole Università di Pisa, già nata come “scuola” nel XI secolo, viene creata nel 1343. A Pavia esisteva già un’importante “scuola” addirittura nell’825, che divenne un’importante Università nel 1361. Poi, sempre in ordine cronologico, nacquero le Università di Ferrara (nel 1391), di Torino (nel 1404), di Parma (già “scuola” nel 962, fu eretta come Università nel 1412), di Catania (nel 1434) e di Genova (nel 1481). Evidentemente si tratta di fecondi frutti culturali ed accademici sorti ancora nei cosiddetti “secoli bui” del Medioevo e nel Paese centro della cristianità, dove c'è il Papato, e fino al Risorgimento centro culturale di primaria importanza mondiale!

Soffermiamo però ora brevemente la nostra attenzione su Roma, la città dei Papi, il centro della cristianità. Ebbene, nel 1303 il Papa Bonifacio VIII fonda a Roma una celebre Università, denominata dapprima Studium Urbis poi “La Sapienza divina”, quindi semplicemente “La Sapienza” (come ancor oggi è chiamata).

Ovviamente, con la presa risorgimentale di Roma (vedi dossier e documento) da parte dei Piemontesi (20 settembre 1870), mentre si provvide subito (1873) ad abolire le Facoltà di Teologia in tutte le Università del Regno d’Italia (perfino a Roma!) - e tuttora è così: cioè nelle Università statali italiane non può esistere la Facoltà di Teologia! Cosa che fa sorridere la stessa laicissima Germania, che invece le possiede, e lascia nell’immaginario collettivo italiano, persino cattolico, l’impressione che Teologia non sia una disciplina di rigore accademico! (così che tutti si sentano autorizzati a parlare di fede e morale cristiana senza magari neppure aver aperto un libro serio di Teologia o sapere nulla del bimillenario ed oceanico patrimonio teologico cattolico) - l’università La Sapienza divenne ovviamente non solo di proprietà del Regno (e ancor oggi è dello Stato) ma uno strumento privilegiato per la diffusione della nuova cultura massonica che doveva sostituire quella cattolica (da cui invece era appunto nata quasi 6 secoli prima!). Tutti i poteri anticristiani (dopo il potere culturale liberal-massonico lo farà poi anche quello marxista-comunista) sapevano bene che avere in mano le cattedre universitarie voleva dire plasmare le menti della futura classe dirigente del Paese; e questa “rivoluzione culturale” avrebbe inciso nella società più di quella fatta coi fucili (qualcuno aveva infatti riconosciuto apertamente che “fatta l’Italia, bisognasse poi fare gli Italiani”, Massimo d’Azeglio)!


Tra i recenti rigurgiti anticlericali e paradossi antistorici e anticulturali dell’Università La Sapienza di Roma c’è stato l’increscioso episodio del 17.01.2008 (vedi News 24.10.2021): le vivaci e pubbliche proteste non solo di studenti ma di 67 docenti (tra cui il prof. Giorgio Parisi, poi insignito del Premio Nobel per la Fisica) costrinse il Papa Benedetto XVI (*) a declinare due giorni prima l’invito del Rettore a presenziare l’inaugurazione ufficiale dell’anno accademico 2007/2008 (fece però pervenire lo stupendo discorso magistrale che vi avrebbe pronunciato,
leggi).

(*) Ricordiamo che Joseph Ratzinger (Benedetto XVI), tra i più colti uomini contemporanei, fu docente in alcune delle più prestigiose università tedesche (Bonn, Regensburg, Tübingen) ed anche da Papa poté visitare molte prestigiose università del mondo e incontrare diverse realtà accademiche:

Ratisbona (12.09.2006, leggi il celebre e stupendo discorso, immediatamente strumentalizzato e criticato in chiave anti-islamica), Tubinga (21.03.2007), Praga (27.09.2009), Madrid (19.08.2011), Washington (17.04.2008), Pavia (22.07.2007), Parma (incontrata in Vaticano, 1.12.2008), ed altre, oltre ovviamente ai molteplici incontri con le prestigiose Università Pontificie con sede in Roma ed altre Università cattoliche, a Roma (Lumsa, 12.11.2009; Cattolica, 3.05.2012) e nel mondo]. In tali occasioni, incontrando il mondo accademico (docenti e studenti) Benedetto XVI ha sempre tenuto discorsi di altissimo profilo culturale (come egli sapeva fare), così come quando ha incontrato le realtà culturali più prestigiose del mondo (cfr. ad esempio l’incontro col mondo della cultura al Collège des Bernardins a Parigi, il 12.09.2008 vedi).

Paradossale quindi che non abbia potuto visitare proprio l'università di Roma, peraltro fondata dal suo predecessore Bonifacio VIII.
Ironia e beffe della storia e della mentalità laicista italiana: la stessa Università romana (La Sapienza), l’anno dopo (11.06.2009) accolse invece con tutti gli onori il leader libico colonnello Muammar Gheddafi, che poté incontrare gli studenti e il mondo accademico nell’aula magna e tenervi addirittura un discorso di elogio dell’Islam!

Ricordiamo che solo 2 anni dopo (il 20.10.2011) il leader libico fu ucciso dalle forze dell’ONU, USA (Obama) e francesi, che volevano cavalcare le cosiddette “primavere arabe”, da loro promosse, ma hanno invece gettato la Libia nel caos, pericolosissimo per l’Italia, sia per le risorse energetiche (metano e petrolio) che ci fornisce, sia per la questione dell’immigrazione clandestina proveniente dalle coste libiche.



Il ruolo dei Papi

I Papi consideravano le università tra i “gioielli” della civiltà occidentale. Innocenzo IV (1243-1254) definì le università “fiumi di scienza che irrorano e rendono fertile il suolo della Chiesa universale”; Alessandro IV (1254-1261) le chiamò “le lanterne risplendenti nella casa di Dio”.
Ecco perché i Papi svolsero un ruolo centrale, nel Medioevo, per creare, promuovere e difendere le Università e perfino per garantirne l’autonomia (Gregorio IX garantì ad esempio all’università di Parigi il diritto all’autogoverno). All’università di Oxford, che eccelleva già allora per importanza, era il Papa (da Innocenzo IV) a conferire il titolo di Laurea.
Ricorrere al Papa era il percorso più ovvio e sicuro per far valere persino i propri diritti all’interno degli atenei; e non solo da parte dei docenti ma degli stessi studenti! Il Papa garantì agli studenti persino il diritto di sciopero (“cessatio”)!
La Chiesa Cattolica assicurava infatti agli stessi studenti particolari garanzie, assicurazioni e protezioni durante il loro percorso accademico.
Il Papa Gregorio IX stabilì infatti che alcune lagnanze degli studenti potevano essere fatte conoscere direttamente allo stesso Pontefice, che sarebbe intervenuto d’autorità per risolvere le questioni. Così Onorio III nel 1220 prese le parti degli studenti per difenderli da certi loro diritti non rispettati nella stessa Università di Bologna.
Venne addirittura riconosciuto anche agli studenti “laici” (cioè non chierici) il cosiddetto “beneficio clericale”, che li rendeva quasi intoccabili anche fisicamente (sotto pena di sacrilegio),
Anche i docenti sapevano che potevano contare sul Papa per far valere i propri diritti. Ad esempio Bonifacio VIII, Clemente V, Clemente VI e Gregorio IX obbligarono le università a retribuire degnamente i professori.

 

Il metodo di studio

Come abbiamo osservato, alcune di quelle che poi divennero nel Medioevo importantissime Università erano già sorte, promosse e spesso tenute dalla Chiesa (monasteri, cattedrali, clero), come “Scuole”.
Talora all’inizio anche le Università non erano neppure luoghi specifici, ma ambiti di lavoro culturale, accademico, intellettuale, sorti liberamente e quasi spontaneamente tra docenti e studenti.
Inizialmente le lezioni potevano tenersi ovunque, anche appunto nei monasteri o nelle cattedrali.
Questo avveniva già nell'antichità, nelle realtà di insegnamento del mondo greco e latino. Validi maestri e docenti attiravano naturalmente dietro di sé sciami di studenti desiderosi di apprendere; e gli studenti, riconoscendo l'autorevolezza e competenza del “maestro”, sceglievano da sé il professore da seguire per meglio imparare.

L’idea moderna e statalista di sorbirsi professori, talora persino impreparati, e programmi imposti dallo Stato, a ben pensare, è una sciocca violenza derivante ancora dall’assolutismo statale di matrice illuminista, antitetico ai principi di “solidarietà” e “sussidiarietà” propri della Dottrina sociale della Chiesa (vedi, spec. 14-15).

Nelle Università del Medioevo, alle lezioni potevano accedere studenti in genere dai 14 ai 20 anni; potevano essere chierici o laici, di famiglie benestanti e nobili quanto di umili condizioni.
I docenti erano retribuiti dall’Università. I libri, non essendoci ancora la stampa, venivano solo concessi in prestito dalle rinomate e fornite biblioteche (abbiamo visto ad esempio quanto fossero importanti e fornitissime già quelle dei monasteri).

Il corso di Laurea prevedeva 4 o 5 anni di studi, la partecipazione alle lezioni (con la possibilità di interloquire col docente), lo studio di testi fondamentali (dati appunto in prestito), programmi organici e in genere comuni a tutte le università, persino europee, (nonostante la garantita libertà di insegnamento e di apprendimento) e il superamento di prove che dimostrassero quanto lo studente avesse acquisito circa le proprie scelte competenze.
Il percorso accademico si snodava proprio a partire da quella fiducia nella ragione di scoprire la verità e da quella concezione unitaria (e formativa) del sapere che abbiamo sopra evidenziato.
Oltre alla
frequentazione delle lezioni (in genere già ruotanti attorno a testi fondamentali dell'universale patrimonio culturale allora noto, a guisa di commentari), lo studente doveva dar prova di studio e comprensione di tali testi. Però l'indagine razionale era stimolata e vivacizzata dalla partecipazione, il più possibile attiva e talora da protagonista, a delle “dispute”, anche tra studenti di una stessa classe. Sulla scia poi del metodo usato dalle Quaestiones disputatae, abbiamo visto, le questioni erano poste in modo dialettico, cioè che proposizioni anche tra loro opposte, che dovevano essere razionalmente fondate e confrontate, così da far emergere non solo la correttezza delle premesse e dei ragionamenti che avevano condotto a tali affermazioni (o negazioni) ma soprattutto quale fosse quella vera e quale invece quella erronea (falsa) (secondo appunto il chiaro ed efficace metodo della "scolastica", che riscontriamo ad es. in S. Tommaso d’Aquino e nel "tomismo"). Quando poi si tenevano pubbliche ed importanti dispute accademiche (quaestiones), allora anche gli studenti erano inviati a parteciparvi (abbiamo visto quanto interesse persino pubblico suscitassero certe dispute accademiche)!

La disputa ordinaria delle quaestiones prevedeva questa procedura.

Il maestro assegnava agli studenti il compito di sostenere l’uno o l’altro aspetto (tesi) di una questione. Lo studente doveva documentare e difendere la propria posizione (tesi), cercando di condurre l’altro alla conclusione vera. Alla fine il maestro, se non fossero riusciti gli studenti stessi, con la distinzione della posizione vera e dell’errore, aiutava a risolvere (“determinare”) la questione.

Per ottenere il diploma di laurea, lo studente (dopo aver dato prova di aver letto i testi e di avere un'adeguata preparazione), doveva risolvere una “quaestio” da solo, persuadendo gli insegnanti, che magari cercavano di contraddirlo per saggiarne il sapere e la preparazione, attraverso ovviamente strumenti razionali, cioè convincendo attraverso un procedimento logico-razionale [ancor oggi si dice infatti “difendere la tesi”, con tanto di “controrelatore” che cerca di controbattere le affermazioni dello studente, o almeno così dovrebbe essere].

Al termine del percorso accademico, superate tutte le prove, lo studente riceva il titolo di Laurea (secondo le facoltà, cioè il percorso accademico scelto), godeva del titolo di “maestro in ...”*. I chierici potevano quindi accedere agli Ordini sacri ed iniziare la loro missione; mentre gli studenti laici potevano accedere invece alle loro rispettive professioni; per ottenere invece l'abilitazione all'insegnamento il neo-laureato doveva superare ancora qualche prova**.

* La Laurea veniva conferita (il candidato in ginocchio davanti al vice-cancelliere) “in nome dell’autorità a me conferita dagli Apostoli Pietro e Paolo … nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.

** Dopo aver ottenuto la Laurea, per avere l’abilitazione all’insegnamento, il Maestro doveva dar prova (occorrevano ancora dai 6 mesi ai 3 anni) di conoscere almeno (a seconda del tipo di Laurea e di insegnamento) i principali libri di Aristotele, Boezio, Prisciano (grammatica), Cicerone, Ovidio, Euclide (vedi elenchi per il diploma a Parigi o ad Oxford, in Woods, op. cit., p. 63). Una volta ottenuta l'abilitazione all'insegnamento, esso poteva essere esercitato ovunque, persino in Europa (intanto la lingua, il latino, era la medesima e d anche i programmi erano in genere analoghi).

Il Maestro laureato in qualsiasi università europea, avrebbe goduto di rispetto e autorevolezza in tutta la cristianità. Così, ad esempio una laurea ottenuta a Bologna, Parigi o Oxford autorizzava ad insegnare ovunque (ius ubique docendi) [Papa Gregorio IX concesse ad es. nel 1233 tale diritto anche ai laureati di Tolosa]
Tutte le Università europee, in quanto nate e garantite appunto in tutto il continente dalla Chiesa Cattolica, con studi pressocché analoghi (nonostante le rispettate autonomie) e con un'unica lingua (il latino) che permetteva di comprendere e farsi comprendere ovunque, costituivano così una sorta di “rete” accademica unitaria di eccezionale valore e importanza; e ciò risulta molto impressionante, considerato anche quanto fosse allora difficile comunicare e viaggiare. (Abbiamo peraltro già visto quante conoscenze ed esperienze passassero anche attraversi la straordinaria rete degli innumerevoli monasteri sorti in poco tempo in Europa, come del resto la comunione esistente nell’unica Chiesa Cattolica e le sue innumerevoli chiese e cattedrali].
Questo permise un’incredibile diffusione del sapere, mai vista prima nella storia dell’umanità [“nessun’altra istituzione fece più della Chiesa Cattolica per promuovere la diffusione del sapere” (Woods, op. cit., pp. 59-60)].


Questo era il rigore razionale, filosofico, caratterizzò la vita intellettuale delle prime università.

Questa raffinata e autonoma (essenzialmente libera) ricerca e fondazione razionale della verità, nei suoi diversi rami, promossa dal sistema universitario, questa fiducia alla ragione come capacità di scoperta del vero, questo sistema di argomentazione logica (Quaestio) e persino di disputa pubblica (su base razionale, senza animosità), fu a fondamento non solo del metodo accademico delle università o della cultura, ma dell'intero sapere critico occidentale.

Persino la nascita della scienza moderna sarebbe stata inconcepibile senza questa fiducia nella ragione e questa passione per la verità oggettiva raggiungibile con un dimostrato e non ideologico o aprioristico procedimento razionale.

"A parte le Verità rivelate (che hanno un'autorità divina e quindi infallibile, ma che ugualmente mostrano la propria ragionevolezza e la possibilità di essere indagate, come dimostra la Teologia), nelle università medievali la ragione fu incoronata come arbitro più alto degli argomenti e delle controversie intellettuali, permettendo il progresso delle conoscenze, il vero dialogo tra le diverse posizioni, la soluzione dei principali problemi teoretici, il discernimento tra verità ed errore, persino la scoperta di nuovi campi del sapere ... La stessa scienza moderna sarebbe stata inconcepibile senza questo retroterra culturale ... Tutto ciò permise infatti alla civiltà occidentale di sviluppare le scienze in un modo che nessun’altra civiltà arrivò a concepire!"
(E. Grant, in Woods, op. cit., pp. 73-74).


Questo era il Medioevo. “Secoli bui e dell’oscurantismo cattolico”?!


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(segue ... in lavorazione)



 

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