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Chiesa e Risorgimento

 

Il “Risorgimento” è stato proprio come lo abbiamo studiato a scuola e come ancora viene presentato ovunque?

Come è stata unita l’Italia 150 anni fa?

La Chiesa si è opposta all’unità d’Italia?

L’Italia doveva “risorgere” da che cosa? Da cosa o da chi doveva essere “liberata”?

Perché certi “dogmi” laicisti non possono essere rivisitati e discussi?

E' ancora giusto mantenere quella toponomastica risorgimentale, che assai spesso aveva sostituita quella cristiana, per cui nel più piccolo paese come nella più grande città abbiamo tuttora vie, piazze e monumenti intitolati a Garibaldi, Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele e perfino al XX settembre?


Non vogliamo qui certo approfondire le questioni, ma solo fornire qualche dato, che troppo spesso è dimenticato … o ancora censurato.

Nel sito vedi anche un documento più sintetico in Fede e cultura

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Durante il 2011 s’è spesso parlato dell’Unità d’Italia e celebrato il suo 150° anniversario. 
Già questa è un’espressione sbagliata. Nel 1861 s’è attuata semmai l’unità politica dello Stato italiano. Confondere l’unità con l’unità politica e la società con lo Stato è già indice di una visione illuminista dello Stato. In realtà la società viene prima dello Stato e lo Stato deve essere al servizio della società. L’unità politica, che è certo un valore, in genere non precede ma consegue all’identità e unità culturale di un popolo; e la deve rispettare.
Di fatto, ciò che nella storia
più di tutto ha unito l’Italia e ha plasmato la vita, gli usi e costumi, la storia, la cultura e l’arte del popolo italiano - dall’Alto-Adige alla Sicilia - è stata la fede cristiana cattolica.
Purtroppo l’unità politica d’Italia, realizzata nella seconda metà del XIX secolo, non ha tenuto conto di questo dato fondamentale, anzi vi si è sostanzialmente opposta.

Potremmo dire la stessa cosa, pensando a ciò che è stato il cristianesimo per la formazione, la cultura e l’unità culturale dell’Europa - dalla Norvegia alla Grecia, dall’Atlantico agli Urali - e come invece rischi di diventare sterile un’unità di stampo prettamente economico, sul fondamento di una cultura essenzialmente relativista, cioè senza vero fondamento.


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Quale “unità” politica d’Italia?
 

Passata la bufera napoleonica, a metà del XIX secolo l’Italia si presentava politicamente ancora suddivisa in molti Stati, Regni, Ducati. Per superare questa complessa situazione di frazionamento, da più parti si sentiva l’esigenza di giungere ad un’unità anche politica del Paese. 
Anche la Chiesa Cattolica, vivissima anima di tutte le popolazioni italiane, auspicava questa unità.

La fede cristiana cattolica ha ovviamente sempre considerato l’unità un valore, anche nel suo risvolto politico; certo, a determinate condizioni di libertà, verità e giustizia. Dopo il crollo dell’Impero Romano e le invasioni barbariche, la Chiesa Cattolica ha operato in modo decisivo perché si formasse una vera unità tra i diversi popoli che abitavano l’Italia e l’Europa. Nel XIII-XIV secolo, santi come Francesco d’Assisi e Caterina da Siena, non a caso Patroni d’Italia, hanno contribuito moltissimo anche all’unità civica e politica tra molte città italiane allora in guerra tra loro. Pure nella fase cosiddetta risorgimentale la Chiesa ha desiderato questa unità anche politica dell’Italia e si è impegnata a realizzarla. Allo stesso modo, nel XX secolo, ha lavorato molto perché si giungesse all’Unità Europea; del resto, la Chiesa Cattolica ha appoggiato addirittura la nascita e lo sviluppo della “Organizzazione delle Nazioni Unite” (ONU), in vista quindi di una unità mondiale.

Il Papa Pio IX - guida suprema della Chiesa, ma anche Primate d’Italia e allora pure sovrano dello Stato Pontificio, non era affatto contrario a questa unità anche politica del Paese.

Già nel 1847 venne ad esempio stipulato un accordo doganale tra il Piemonte, la Toscana e lo Stato Pontificio (fu Cesare Balbo a proporre la cosa e fu purtroppo ancora lui ad abolirla, per passare alle diverse idee di Cavour).

 

La questione dunque non era se volere o meno l’unità politica d’Italia, che in fondo tutti auspicavano, ma: quale unità politica fare? e, soprattutto, come si doveva formare lo Stato Italiano? Quale tipo di Stato si voleva formare, su quali idee e presupposti? 
L’idea più diffusa, che poteva essere particolarmente idonea e vincente anche nella complessa situazione italiana, come lo fu ad esempio per la Svizzera e la Germania, era quella di giungere ad una Confederazione di Stati.

Carlo Cattaneo pensava addirittura già ad una confederazione di stati europei (la cosa avrebbe risparmiato le immani carneficine delle due ideologie e delle due guerre mondiali del XX secolo!).

Il filosofo Antonio Rosmini, (oggi Beato) sacerdote assai stimato da Pio IX, che lo voleva creare cardinale, si impegnò molto per attuare questo progetto; e, come “cattolico liberale”, auspicava un intervento dello Stato il meno invasivo possibile (contrariamente quindi al pensiero marxista che già si stava diffondendo in Europa).

Lo statista Vincenzo Gioberti, anch’egli sacerdote, auspicava una confederazione addirittura guidata dal Papa (neoguelfismo).

L’abate Vincenzo Gioberti (1801-1852) è una figura complessa e contraddittoria: fu dapprima Cappellano del re Carlo Alberto, ma nel 1833 fu costretto alle dimissioni, imprigionato e infine esiliato. Rientrato nel 1847, fu eletto e divenne poi primo Presidente della Camera dei Deputati; in seguito fu, brevemente, anche Primo Ministro. Nel suo Il primato morale e civile degli Italiani (1843) formulò un progetto riformistico moderato che, facendo leva sui valori cristiani che accomunavano tutti gli italiani, creasse una confederazione dei vari Stati della penisola sotto la presidenza del Papa (neoguelfismo). Poi invece si oppose ai Gesuiti e divenne rivoluzionario, repubblicano e mazziniano (Del rinnovamento civile d’Italia, 1851).

Lo scienziato cattolico torinese e uomo anche di feconda carità sociale (oggi Beato) Francesco Faà di Bruno, amico di S. Giovanni Bosco, giunse nel 1857 a candidarsi, in opposizione a Cavour, ma fu emarginato.

Francesco Faà di Bruno (1825-1888) era uno scienziato stimato in tutta Europa; ma, pur essendo torinese, fu umiliato dalle autorità piemontesi della nascente Italia proprio in quanto fervente cristiano. Uomo di fede intrepida e di straordinarie opere di carità (fondò addirittura un’opera per la salvezza delle prostitute), fu anche uno stupefacente ingegno nel campo della matematica (a lui si deve il calcolo delle derivate di ordine superiore di una funzione composta) e delle costruzioni (particolarmente ingegnoso il suo progetto di un campanile a Torino). è stato beatificato da Giovanni Paolo II nel 1988. (Si veda in proposito la bella e importante biografia scritta da Vittorio Messori, Un italiano serio. Il beato Francesco Faà di Bruno, Ed. Paoline 1990).

Citando S. Giovanni Bosco, come non pensare alla sua immensa opera sociale ed educativa svolta – come tanti altri “santi sociali” che la Provvidenza suscitò proprio nella Torino del tempo – per far fronte, insieme ad un’autentica formazione cristiana delle coscienze di migliaia di ragazzi, agli enormi problemi, economici, morali e sociali, che proprio l’industrializzazione, spesso selvaggia e senza scrupoli, provocava e di cui le prime vittime erano proprio i poveri e i bambini. Potremmo dire che proprio questi santi, come le migliaia di sacerdoti, di religiosi e di laici impegnati quotidianamente nell’aiuto spirituale e materiale delle intere popolazioni italiane, furono gli artefici più veri dell’unità d’Italia.

Purtroppo quello che andò in porto non fu il progetto “federalista”, che, se fosse stato attuato, molto probabilmente ci avrebbe risparmiato tante guerre, violenze, morti, saccheggi e la dolorosissima questione dell’attacco dello nuovo Stato contro la Chiesa Cattolica.

Molti dei problemi che ancor oggi il nostro Paese deve affrontare e risolvere, come ad esempio “la questione meridionale”, trovano là la loro sorgente; è peraltro significativo che si ripresenti, con un insanabile ritardo di 150 anni, la proposta “federalista” (ormai riconosciuta doverosa da tutti, al di là delle differenti modalità con cui si pensa di attuarla).

Quella che prevalse, e si impose addirittura con violenza, fu invece l’ambigua e discutibilissima soluzione “piemontese”: cioè un Regno d’Italia fatto dal Regno di Sardegna! E per di più, secondo un’ideologia ostile al cattolicesimo, che è invece l’autentico patrimonio storico culturale, oltre che spirituale, del popolo italiano.


 


Perché l’unità politica d’Italia fu fatta dal Piemonte?

L’idea stessa di “Risorgimento” allude ad un precedente stato di ‘morte’ da cui la popolazione italiana si doveva ridestare, per iniziare una nuova epoca di vera liberazione. Già questa è un’idea che risente molto della logica “illuminista” - appunto l’epoca dei ‘lumi’ che doveva finalmente seguire all’oscurantismo medievale (normalmente si intende: della Chiesa Cattolica) - e della conseguenze idea di rivoluzione, in totale opposizione alla “tradizione”, che si attuò poi in Francia (1789) e quindi in Russia (1917), con milioni di morti, ovviamente per il bene del popolo!

La stessa idea di progresso acquista la valenza di un valore assoluto, per cui ‘nuovo’ significherebbe senz’altro ‘migliore’. Questo dogma illuminista risente sia dell’eccessivo entusiasmo per la scienza e per la tecnica (positivismo, scientismo) - che nelle loro scoperte e relative attuazioni permettono certo un miglioramento delle condizioni materiali di vita - come dell’impostazione filosofica tipica di Hegel, secondo cui nella storia si rivela progressivamente e inesorabilmente lo Spirito assoluto. è però evidente che, ad esempio dal punto di vista morale (cioè la bontà o meno delle proprie scelte, personali e sociali), non andiamo inesorabilmente verso il meglio, come certo dovremmo, ma col tempo possiamo sia migliorare che peggiorare, come dimostra non solo la nostra vita personale ma la stessa storia dell’umanità. Il XX secolo, ad esempio, ha conosciuto un enorme e inaudito progresso scientifico, tecnico, materiale, ma ha anche generato due folli ideologie (nazismo e comunismo) e due guerre mondiali, che hanno provocato centinaia di milioni di morti e sofferenze inaudite come mai era avvenuto nella storia.

Dietro la questione di un’auspicata unità (politica) d’Italia, come pure quella di respingere governi e poteri “stranieri” che regnavano ancora in vaste zone del Paese, si celava un particolare progetto non solo politico ma ideologico con cui si doveva formare la “nuova Italia”.
Quale ideologia stava preparando l’unità politica d’Italia e quale Stato voleva formare? Quale cultura, quale mentalità, quali nuovi criteri di vita dovevano avere gli Italiani del futuro? 
Tale progetto era fondamentalmente quello della Massoneria europea, specie inglese.

Il progetto della massoneria inglese (anglicana) e francese (razionalista e anticattolica) era quello di liberare finalmente anche l’Italia dall’oscurantismo cattolico e papista. I Savoia potevano esserne gli artefici. Garibaldi, massone, poteva esserne il mezzo. I nemici da abbattere dovevano essere i sovrani cattolici austriaci e borbonici; ma l’ultimo obiettivo era ovviamente l’abolizione del Papato stesso.

Chi poteva ora (nel XIX secolo) finalmente attuarlo anche in Italia? I Savoia
Quale era l’obiettivo ultimo da perseguire? 
Sotto il pretesto politico di distruggere il potere temporale della Chiesa (lo Stato Pontificio), in realtà si volava distruggere la stessa Chiesa Cattolica, liberarla finalmente dai dogmi e soprattutto dal riferimento al Papa, come già dal XVI secolo avevano fatto molte nazioni europee (con la Riforma protestante e la formazione di Chiese nazionali, sottomesse al potere politico locale).

 



Cos’è la Massoneria?
La Massoneria è un’istituzione di origine illuminista, nata nel XVIII secolo, specie in Inghilterra.
Le Costituzioni scritte nel 1721 (pubblicate nel 1723) dal presbiteriano James Anderson possono considerarsi la ‘magna carta’ della Massoneria nel suo nascere.
Pur con una derivazione “protestante”, la sua posizione religiosa è sostanzialmente “deista”: Dio esiste, come “Architetto” che ha creato l’universo, ma non interviene nella storia del mondo. Non possono quindi esistere “rivelazioni” di Dio, tanto meno la sua “Incarnazione”, e non devono per questo esistere dogmi e Chiese che si presentino come mediatrici del rapporto con Dio. Anzi, la Massoneria si propone come vera “fratellanza” (i massoni si chiamano ‘fratelli’, anche se i loro capi “Gran Maestri”), come una religione universale, al di sopra di ogni religione. 
In questo senso, nonostante l’apparente ed ostentata tolleranza, la Massoneria si oppone alla fede cristiana, in particolare alla Chiesa Cattolica (come vera Chiesa fondata da Cristo) e al Papa.
In campo culturale è sostanzialmente “relativista”: non esiste una verità assoluta, si deve discutere di tutto; semmai alla fine ci si deve adeguare a ciò che l’assemblea “dei fratelli” o il Gran Maestro hanno deciso.
Riunita in Logge, quasi sempre segrete (da cui la sostanziale caratteristica di “società segreta”), cui si accede talora con veri e propri “Riti iniziatici” e da cui è quasi impossibile uscire (pena un pericoloso ostracismo sociale), la massoneria ha anche una ferrea gerarchia interna. Talora alcune Logge assumono toni più esoterici, perfino magici se non addirittura satanici. In tali ambiti, in cui è in genere rappresentata l’alta società, si formulano accordi e si tessono reciproci aiuti di tipo economico, culturale (anche coi mezzi di comunicazione di massa), politico (e giudiziario?), per cui normalmente agli iniziati sono concessi percorsi preferenziali sia in ordine alla carriera che al successo professionale, economico e sociale. Tutto ciò è ovviamente sconosciuto all’esterno.
Pur avendo molte forme e molte ramificazioni, è da tempo internazionale (i massoni nel mondo dovrebbero essere quasi 8 milioni) ed è presente in quasi tutti gli ambiti decisionali.

Perché non è compatibile con la fede cristiana cattolica
?

Specie a motivo della sua posizione religiosa, oltre che per l’aspetto di società segreta e per le possibili disonestà sociali, la Chiesa Cattolica ha sempre condannato la Massoneria, vietando ai cattolici di prendervi parte. Esistono in questo senso circa 600 interventi di condanna da parte del Magistero della Chiesa. La Massoneria stessa poneva limiti di appartenenza ai cattolici: potevano accedere solo ai tre gradi più bassi (apprendista, muratore, maestro), opponendosi “in modo radicale, quasi brutale” all’accesso ai gradi più alti, “che volevano mantenere in un impenetrabile mistero”(Stimpfle, indagine condotta dal 1974 al 1980). Già il 28.08.1738, con la Lettera Apostolica In eminenti, Clemente XII condanna la Massoneria, appena nata. Nel 1884 Leone XIII presenta e condanna la massoneria con l’enciclica Humanum genus. Il Codice di Diritto Canonico del 1917 (§ 684, 2335, 2336) vieta di aderirvi, pena la scomunica “ipso facto incurrenda”. Il 18.07.1974 la Congregazione per la dottrina delle fede (presieduta dal Card. Seper) invia una lettera riservata ad alcune conferenze episcopali circa la “Appartenenza di cattolici ad associazioni massoniche”; poiché divenne di dominio pubblico e poteva ancora dare adito a dubbi od offrire l’impressione di formulare giudizi diversi in base alle situazioni locali, il 17.02.1981 la stessa Congregazione (ancora presieduta dal Card. Seper) precisa che non è mutata la disciplina canonica e non è stata abrogata la scomunica.

Non avendone invece fatta esplicita menzione il nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, si chiese un giudizio alla S. Sede, che rispose il 26.11.1983 con una Dichiarazione (Quaesitum est) della Congregazione per la Dottrina della Fede (presieduta dal card. Joseph Ratzinger) in questi termini: “è stato chiesto se sia mutato il giudizio della Chiesa nei confronti della massoneria per il fatto che nel nuovo Codice di diritto Canonico essa non viene espressamente menzionata come nel codice anteriore. Questa Congregazione è in grado di rispondere che tale circostanza è dovuta a un criterio redazionale seguito anche per altre associazioni ugualmente non menzionate in quanto comprese in categorie più ampie. Rimane pertanto immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro princìpi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla santa Comunione. Non compete alle autorità ecclesiastiche locali di pronunciarsi sulla natura delle associazioni massoniche con un giudizio che implichi deroga a quanto sopra stabilito, e ciò in linea con la Dichiarazione di questa S. Congregazione del 17.02.1981” [cfr. in proposito l’editoriale che L’Osservatore Romano pubblicò il 23.02.1985 in prima pagina, significativamente ripreso nell’edizione settimanale in lingua inglese, dal titolo “Inconciliabilità tra fede cristiana e massoneria”  (riportato anche nell’Enchiridion Vaticanum, IX, pp. 482-487, n. 553)].




I
Savoia

Il progetto risorgimen­tale non è pensato ini­zialmente dai Savoia, ma da altri che poi trovano in casa Savoia uno stru­mento. Casa Savoia è in­teressante perché da quando decide di diven­tare una dinastia di re­spiro europeo, nel ’500, si presenta come un im­pasto singolare di catto­licesimo e di esoterismo. I Savoia ri­nascimentali, in cui sono presenti fi­gure addirittura in fama di santità e favoriscono la Chiesa, sono gli stes­si che costruiscono un mito per ac­creditarsi fra le case reali europee: quella della loro discendenza dai fa­raoni egizi, che nel clima rinasci­mentale di riscoperta di spiritualità pagane e precristiane funzionava molto bene. Non è in questo senso casuale che proprio a Torino venga allestito un importante Museo Egizio. Nella corrispondenza di fine ’600 tra il beato Sebastiano Valfré e Vittorio Amedeo II di Savoia, di cui il Valfré era confessore, si nota tutta l’ambivalenza del nobile sabaudo, che da una parte manifesta un ane­lito cattolico, dall’altra riempie la corte di maghi e astrologhi. Un’am­bivalenza che ha dunque radici molto antiche e che si manifesta clamoro­samente nell’800.

La Massoneria, che sotto i Savoia era già esistita nel ’700 e diversi nobili man­tenevano rapporti con logge francesi e di altre parti d’Europa, fu però ufficialmente vieta­ta da Vittorio Emanuele I nel 1814, come del resto quasi ovunque dopo la caduta di Napoleone. In Carlo Alberto è però ancora viva u­na cattolicità di fondo; per cui, anche se all’inizio sembra assecondare i progetti massonici (ad esempio l’espulsione dei Gesuiti), poi, quando vede che ne vogliono fare uno stru­mento di una politica anti-cattolica a senso unico, ne prende le distanze (in una lettera vi allude in questi termini: “Il mestiere di Re mette in pericolo la salvezza della mia anima”). Con Vittorio Emanuele II la pressione massonica invece prevale, in linea anche con una presunta vocazione esoterica e megalomane di casa Savoia, secondo cui tale casa regnante avrebbe posto in atto un immane progetto sociale capace di porsi in alternativa al cristianesimo. Nell’ottobre del 1859 la Massoneria rinasce in Italia in modo organizzato proprio negli ambienti governativi torinesi, con la loggia Ausonia, da cui nasce poco dopo il primo nucleo del Grande Oriente d’Italia (l’organizzazione massonica italiana), che ha come primo Gran Maestro Costantino Nigra, non a caso strettissi­mo collaboratore di Camillo Benso conte di Cavour.

Questo non impedisce però che nella famiglia regnante emergano anche figure cattoliche di rilievo (come Maria Cristina o Maria Clotilde), perfino esemplari. Qualcuno ha detto che “Casa Sa­voia ha sempre tenuto un piede nel­la santità e uno nella scomunica”; del resto i casi di famiglie reali che an­noverano tra i suoi membri gran massoni e grandi cat­tolici non sono isolati).

 

 

Forti pressioni culturali e di potere europee (liberali, protestanti e massoniche) fecero dunque sì che il progetto “federalista” con coi comporre l’unità anche politica degli italiani fosse abbandonato.
Cavour, Mazzini e Garibaldi si opposero fermamente ad ogni prospettiva “federalista”.
Purtroppo il progetto posto in atto fu quello di un intervento addirittura armato del Piemonte per giungere progressivamente alla formazione dello Stato unitario italiano.
Questo era di fatto un progetto elitario, cui la maggior parte della popolazione italiana, nonostante la fortissima propaganda risorgimentale massonica, si sentì estranea; così che, anche una volta raggiunta tale unità politica, l’italiano medio ha sentito con fatica come cosa propria questo tipo di Stato.

Questo sentire i Piemontesi come una potenza straniera che ha invaso il Paese e la formazione dello Stato come qualcosa di estraneo, calato dall’alto e perfino contrario alla propria cultura, è rimasto persistente nel tempo, specie nel Meridione d’Italia (lì i conseguenti enormi problemi economici, il brigantaggio, la difficoltà di sentirsi garantiti dallo Stato, ha fatto sì che la “Cosa nostra” fosse un’altra). E forse anche per questo, oltre che per lo scarso senso civico, nell’immaginario collettivo italiano ciò che è “statale” ancor oggi con fatica è sentito come proprio, di tutti, ma viene inteso come di un corpo estraneo, da non rispettare, possibilmente anche da ingannare.

Il Lombardo-Veneto (comunque tutt’oggi forza economica trainante e regioni tra le più cattoliche del Paese) era certo sotto gli Asburgo - di fatto l’ultimo impero cattolico d’Europa - quindi sotto gli Austriaci (così famigerati quando si studiano a scuola, che oggi quando si valica il Brennero o il Tarvisio viene quasi malinconicamente da sorridere!). E molti milanesi vi si erano già opposti: basti pensare alle famose “Cinque giornate”. 
Ma quando l’esercito piemontese valicò il Ticino per conquistare queste terre - ufficialmente certo per liberarle! - la questione assunse tutt’altra piega.
Perfino Antonio Gramsci scrisse: “La Lombardia non voleva essere annessa come una provincia al Piemonte. Con forze proprie aveva già fatto la sua rivoluzione democratica (le cinque giornate)”.
Quello che si cominciò a creare con le cosiddette tre “Guerre d’Indipendenza” provocò tali gravi conseguenze, anche sul piano internazionale, che molti denominano Quarta Guerra d’Indipendenza la futura e terrificante Prima Guerra Mondiale (la “grande guerra”, come la chiamano gli anziani; la terrificante “inutile strage”, come le definì profeticamente il Papa cercando in tutti i modi di impedirne lo scoppio; la prima guerra che coinvolse il mondo intero e provocò un numero incredibile di morti, così che ancor oggi ne vediamo l’elenco dei Caduti anche nel monumento o lapide del paesino più sperduto d’Italia e d’Europa). 
Quando poi Giuseppe Garibaldi, con l’ovvio e diplomatico consenso dei Savoia, andò a conquistare militarmente la Sicilia e tutto il Sud d’Italia
– il Regno borbonico (e cattolico) delle “Due Sicilie” – con violenza anche sui civili (compresi donne e bambini) e gravissimi atti di corruzione, il progetto di unità d’Italia perseguito dai Piemontesi manifestò il proprio vero volto.
Perfino Garibaldi, che ne era l’artefice, ne sentì in certi momenti l’orrore. In una lettera del 1868 scriveva:
“Gli oltraggi subiti dalla popola­zioni meridionali sono incommen­surabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia me­ridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo o­dio”. 
I Sabaudi erano entrati nel Regno delle Due Sicilie, ufficialmente uno Stato amico, senza alcuna giustificazione e sen­za nemmeno una dichiarazione di guerra. Si sentivano impegnati in una guer­ra di tipo coloniale. 
Giuseppe La Farina, mazziniano passato al governo dei Savoia,
scrisse così al capo del suo governo, il conte di Cavour: “Questa è A­frica! I beduini a riscontro di questi cafoni sono fior di virtù civile”.
I villaggi di Pontelandolfo e di Casalduni (nella zona di Benevento), per ordine del generale En­rico Cialdini, furono dati alle fiamme insieme ai loro abitanti. 
Questa la testimonianza di un bersagliere: “Entrammo nel paese. Subito abbiamo cominciato a fuci­lare preti e uomini, quanti capitava, indi i soldati saccheggiavano e infi­ne abbiamo dato l’incendio al pae­se, abitato da circa 4.500 persone... Quale desolazione! Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli, che la sorte era di morire chi abbrustoliti, e chi sotto le rovi­ne delle case”.
Non c’era allora in fondo da stupirsi se pochi giorni prima una banda di “briganti”, nei pressi dei due paesi, avevano at­taccato un reparto di quaranta­due bersaglieri.
Ancora Antonio Gramsci scriverà: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meri­dionale e le isole, squartando, fuci­lando, seppellendo vivi contadini poveri, che scrittori salariati tenta­rono di infamare col marchio di briganti”.
Quando poi divenne evidente che, sempre sotto l’ufficiale motivazione dell’unità d’Italia, si stava accerchiando, per conquistarli, non solo lo Stato Pontificio ma la stessa Roma, e questo si faceva in odio alla fede, cioè per vincere definitivamente la presenza della Chiesa stessa
e il suo influsso sulle popolazioni d’Italia e del mondo, allora la questione divenne allarmante e dolorosissima. 
Si giunse così a quel fatidico 20 settembre 1870
- ancor oggi non solo celebrato e nominato con retorica enfasi (in genere anticlericale) ma a cui sono dedicate innumerevoli vie e piazze d’Italia - quando l’esercito piemontese invase Roma (la cosiddetta “Breccia di Porta Pia”), cacciando il Papa dalla sua residenza (il palazzo del Quirinale) e incamerando tutti i beni della Chiesa.
Si è così andati incontro ad una angosciosa situazione, in cui Stato (quel tipo di Stato) e Chiesa si sono praticamente trovati davanti come nemici. 
Per questo i cattolici si ritirarono poi dalla vita politica (secondo il “non expedit” indicato dal Papa) e la stessa “questione romana”, nel senso di una soluzione reale e non umiliante di tale conflitto, non si risolse in fondo che nel 1929, coi Patti Lateranensi - con la formazione del simbolico stato sovrano e indipendente della Città del Vaticano - e il Concordato tra Stato e  Chiesa Italiana.



 

Giuseppe Garibaldi
davvero eroe (dei due mondi)?

Giuseppe Garibaldi fu un acerrimo nemico della Chiesa Cattolica. Diceva: “se sorgesse una società del demonio, che combattesse despoti e preti, mi arruolerei nelle sue file”. Nella sua campagna per liberare Roma, gridava: “Guerra ai preti, Roma o morte!” (non solo “Roma o morte!”, come comunemente si cita). Giunse a definire il Papa Pio IX “un metro cubo di letame” e così pensava dei preti: “il sacerdote è la più nociva di tutte le creature”. Nella sua furia anticlericale, a tratti perfino patologica, osò definirsi “rappresentante della legge di Cristo contro le imposture del Papa”. Perfino ormai prossimo alla morte, si preoccupa so­prattutto che fosse rispettata la sua volontà di “non accettare assolutamente il ministero odioso, disprezzevole e scellerato di quel atroce ne­mico del genere umano che è il prete”.

Il “massone” Giuseppe Garibaldi
L’odio anticlericale di Garibaldi calzava benissimo col progetto della massoneria sull’Italia e poteva benissimo essere utilizzato a questo scopo; per questo ne creò il mito.
Garibaldi, nel suo avventuroso girare il mondo, venne dapprima in contatto con i massoni italiani, esuli all’estero dopo la caduta di Napoleone e l’abolizione provvisoria della massoneria. In seguito conobbe anche le correnti massoniche francesi e inglesi. 

La sua ‘
iniziazione’ massonica avvenne nel 1844 nella loggia Asile de la Vertude di Rio de Janeiro; ed entrò poi anche nelle logge Les Amis de la Patrie e Daniel Tompkins n. 471 di New York. 
Il 3 luglio 1862, fatta quindi l’unità d’Italia, introdusse nella massoneria tutto il suo stato maggiore. 
Nel 1863 fu eletto Sovrano Gran Commendatore del Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato di Palermo e l’anno dopo diventa Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia; nel 1872 ne è acclamato onorario a vita. 
La massoneria - come le altre “Società segrete” così influenti nel Risorgimento - nonostante il suo ostentato razionalismo, si ammanta assai spesso di un clima esoterico, che passa talora dal deismo panteista allo “spiritismo” e perfino alla magia, se non addirittura al satanismo, con precise ritualità e rigorosissime gerarchie. è sintomatico (eterogenesi dei fini!) che ciò avvenga in concomitanza con un cristianesimo ‘liberale’, dove si rifiutano riti, dogmi e autorità. Nelle logge massoniche, anche su questi temi, non mancano quasi mai citazioni di Garibaldi. Egli infatti nel 1876 diventa anche Gran Ierofante del Rito Antico e Primitivo, suprema carica mondiale dei riti egizi congiunti di Memphis e Misraim, ed è pure in confidenza con Madame Blavatsky, fondatrice della “teosofia” (il cui testo base, Iside svelata, afferma: «La pietra angolare della Magia è la conoscenza intima del magnetismo e dell’elettricità». In quel tempo l’euforia per l’elettricità aveva convinto molti che l’uomo, impadronitosi della Folgore di Zeus come Prometeo, non aveva più bisogno di credere alle religioni, la più retriva delle quali era il cattolicesimo papista). Nel 1879 anche Garibaldi comprò per corrispondenza una «cintura elettrica americana, in grado di ridare l’energia vitale perduta» (gli serviva anche per la sua artrite, a causa della quale talvolta dovette essere portato in parlamento a spalla). Divenne addirittura primo presidente della Società Spiri­tica Italiana. Giunse perfino alla idea di sostituire il cattolicesimo con lo spiritismo.
Nella sua Sardegna, celebra innumerevoli liturgie massoniche (battesimi, matrimoni e funerali), convinto che quella nuova ritualità massonica dovesse soppiantare pian piano nella gente quella cattolica ormai obsoleta.

La Spedizione dei Mille
Ancora il deputato Giuseppe La Farina ammetterà in un intervento in Parlamento, il 19.06.1863, che la Spedizione dei Mille fu “uno degli atti più audaci e più rivoluzionari che siano stati compiuti nell’età moderna. Si era in pace col re delle Due Sicilie; non vi era stata dichiarazione di guerra, ambasciatori andavano e venivano da Napoli a Torino, ed in questo momento il partito capitanato dal conte di Cavour aiutò la spedizione con tutti i mezzi” (noi, più che di audacia rivoluzionaria, parleremmo di vile tradimento e di annichilimento di qualsiasi prassi giuridica internazionale!).
Il 5.05.1860 Garibaldi era salpato da Quarto (presso Genova; ancor oggi chiamato “Quarto dei Mille”) per il Regno delle due Sicilie, con i suoi famosi Mille uomini. Chi erano questi uomini ce lo spiega egli stesso: “tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”.
Com’è noto, sbarcò pochi giorni dopo in Sicilia a Marsala. Perché proprio lì? Marsala era una sorta di feudo britannico - cioè dalla prima potenza navale e imperiale del mondo - e ad attendere Garibaldi c’erano proprio due navi inglesi. Nientemeno che Lord Palmerston, Primo Ministro della Camera dei Comuni di Londra e proprietario del giornale Morning Post - amico e sostenitore dei Savoia - , inviò a Marsala le due navi inglesi che ritardarono il bombardamento da parte dalle navi borboniche accorse ovviamente per impedire lo sbarco dei Mille. 
Una volta sbarcati in Sicilia, arrivati a Palermo fu ancora l’ammiraglio inglese Mondy ad ottenere la sospensione del bombardamento di Palermo e a mediare tra Garibaldi e i Borboni, giungendo ad un incomprensibile armistizio favorevole a Garibaldi e ai suoi successi futuri.
In un discorso agli inglesi nell’aprile del 1864, fu proprio Garibaldi ad ammettere: “Senza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora borbonica, e senza l’ammiraglio Mondy non avrei potuto giammai passare lo stretto di Messina”.
Comincia così a chiarirsi come sia stata possibile quella impresa, chi la finanziò e per quali scopi. 
Massimo d’Azeglio, l’ex Primo Ministro del Regno di Sardegna e amico intimo di Cavour, scrisse il 29.09.1860: “Chi vuol capire capisca: come sia possibile che 1000 uomini così facciano fronte ad un esercito di 100.000 uomini di un Regno di 6 milioni di persone, con soli 8 morti e 18 feriti!?”.
La versione ufficiale era che Nino Bixio aveva dato direttamente a Garibaldi, all’imbarco della spedizione, £. 20.000. Dobbiamo aspettare il 1988 per avere la confessione ufficiale dei capi della massoneria italiana circa il reale finanziamento della Spedizione dei Mille
: “Garibaldi ricevette in realtà 3 milioni di franchi francesi in piastre d’oro turche, moneta allora molto apprezzata in tutto il Mediterraneo, (paragonabili per valore ad altrettanti euro attuali); una somma enorme, che solo un governo poteva pagare. Infatti proveniva proprio dal governo inglese!”. Infatti, come aveva appunto osservato d’Azeglio, quella vittoria, quella annessione del Sud d’Italia, non sarebbe razionalmente spiegabile se non facendo ricorso ad un enorme finanziamento; che infatti appunto venne dato dalla prima potenza imperiale del mondo, quella inglese! 
Ma quale era il fine di un così forte finanziamento inglese a Garibaldi? Lo scopo - ammette il massone Giulio Di Vita nel suo testo Finanziamento della spedizione dei Mille (1988) - era quello di “colpire il Papato nel suo centro temporale, cioè l’Italia, agevolando così la formazione di uno Stato laico e protestante”.

In questo modo, tra l’altro, l’Inghilterra non solo promuoveva la formazione di uno stato unitario laico ma delimitava enormemente anche la sfida della potenza francese.

A questo enorme finanziamento inglese si aggiunsero inoltre molte altre collette (massoniche) di coloro che appoggiavano questo progetto, in Europa e perfino in America. 
Cosa fece Garibaldi in Sicilia con tutto quel denaro? Letteralmente la comprò, convincendo molti dignitari borbonici a passare dalla sua parte. Anche la già citata e inspiegabile resa di Palermo a Garibaldi (armistizio firmato ancora su una nave inglese) sarebbe stata ottenuta con molte di tali “piastre d’oro” versate al generale napoletano Ferdinando Lanza.

Avvenne inoltre che il poeta Ippolito Nievo, capo dell’Intendenza, mentre trasportava da Palermo a Napoli la documentazione di quei soldi per la conquista della Sicilia, naufragò; tale misterioso naufragio, che ha trasportato in fondo al mare una documentazione così compromettente non solo per Garibaldi ma ovviamente per lo stesso Regno di Sardegna che lo aveva appoggiato, come pure per moltissimi dignitari del Regno borbonico che si erano lasciati così facilmente comprare, fu quasi certamente doloso.

Mentre la borghesia e aristocrazia del Sud d’Italia venne così facilmente conquistata dall’invasore piemontese, a suon di “piastre d’oro”, il popolo meridionale vi si oppose drasticamente, anche dopo la capitolazione del re Francesco di Borbone nel 1860. Per questo si uccisero 5.212 “briganti” (cioè coloro che si opponevano in armi a tale invasione piemontese) e altri 5.000 furono arrestati; ma anche tra la popolazione civile furono uccise 20.000 persone, comprese donne e bambini.
Non a caso, ad unità d’Italia in tal modo realizzata, il nuovo Stato (italiano) dovette dispiegare nel meridione un esercito di 120.000 uomini, per far fronte alle insurrezioni. Molte popolazioni furono trucidate: un genocidio che provocò più morti di tutte quelle di indipendenza assommate. 

Insomma, non proprio quello che abbiamo studiato a scuola. Non proprio ciò che merita un monumento ovunque e al quale dedicare senza remissione una piazza o una via nelle grandi città come nel paesello più sperduto. 

Garibaldi era comunque un personaggio strano, focoso e idealista; ma alla fine si accorse di essere stato “usato” da forti poteri economici e ideologici, per l’attuazione di un progetto che forse non conosceva neppure pienamente e che gli era comunque sfuggito di mano.
Nonostante tutta l’enfasi risorgimentale, che ancora lo ricopre, la stessa massoneria internazionale, che lo accolse tra i suoi membri e che lo uso per i suoi scopi, in fondo lo giudicò una “nullità”. Il Gran Maestro e diplomatico massone Costantino Nigra così infatti scriveva all’amico Cavour: “Ce Garibaldi n’est bon qu’à détruire” (questo Garibaldi non è buono che a distruggere)! Anche a livello internazionale il reale giudizio su Garibaldi non era più lusinghiero di questo. Nel 1882 il massone Pietro Borelli scriverà sul Deutsche Rundschau: “Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana per realizzarsi avesse bisogno di una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione di Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti”. Un insospettabile di­fensore del Risorgimento come Giovanni Spadolini ha scritto di Garibaldi che «il fa­scino del liberatore non permet­terà di scorgere la mediocrità del suo pensiero, la vacuità della sua dottrina, l’inconsistenza della sua fede». 

Un eroe povero?
Nel ‘mito’ Garibaldi c’è persino una proverbiale sua povertà; ma fin dal 1854 egli aveva tanti denari da comprare una parte dell’isola di Caprera (dove poi si ritirò), con un’azienda agricola dotata di una trentina di dipendenti e più di 500 capi di bestiame. Vi ormeggiava anche un grande panfilo regalatogli da un ammiratore.
Lo Stato italiano gli passò a vita £. 50.000 lire l’anno, come “dono di gratitudine nazionale” (una grande somma, corrispondente a 2 milioni di lire-oro, così che nacque anche la satirica nuova denominazione “eroe dei due milioni”). I suoi figli Ricciotti e Menotti, dopo il 1870, specularono sul boom edilizio della nuova Roma, ma ebbero poi un tracollo e ricorsero alle finanze del padre.

Garibaldi nell’altro "mondo": davvero un eroe?
La figura di Garibaldi è stata così osannata e celebrata da diventare quasi leggendaria, non solo in Italia ma anche nel mondo. Le sue azioni di “lotta di liberazione” (il “libertador”) compiute in Sud America gli procurarono appunto il titolo di “Eroe dei due mondi” ed una sua statua campeggia addirittura nel centro di Washington.
Non entrando nel merito del valore di tali azioni politiche, riportiamo però solo una notizia poco canonica, certamente censurata dalla retorica risorgimentale. Nel Sud America Garibaldi fu infatti perfino implicato, come del resto l’altro storico massone Voltaire, nella “tratta degli schiavi”. Il 10.01.1852 Garibaldi è ad esempio al comando della nave Carmen (dell’armatore Pietro Denegri) e salpa dal Perù per Canton; trasporta un poco nobile ma comunque prezioso carico (di guano, di letame). L’Eroe dei due mondi prende diligentemente nota di tutto e descrive ogni particolare del viaggio di andata; non dice però nulla del carico di ritorno in Perù. Purtroppo lo fa però il suo armatore, e ce ne è giunta la documentazione: Garibaldi gli portò indietro un carico di cinesi, cioè di schiavi, di cui Denegri è ben lieto, non solo per il guadagno che con essi si procurava, ma perché Garibaldi li ha trasportati senza farli dimagrire (‘non come bestie’, annota l’armatore) e quindi rimasti capaci di duri lavori. 
Invece, come avviene spesso nel mondo moderno – dai liberali massonici inglesi fino ad Hitler (e sta diventando oggi un diffuso ed ovvio sentire) – a questo disprezzo per l’uomo reale, conseguente all’abbandono della fede cristiana ed inseguendo l’uomo ideale che il progresso partorirà, si contrappone però un esagerato amore per gli animali. Anche Garibaldi segue questo cliché: ed è lui infatti che fonda in Italia la “Società per la Protezione degli Animali”.




 

Giuseppe Mazzini
Per quale nuova Italia?

Anche questo altro grande “eroe” del Risorgimento, al quale sono ancora ovunque dedicati monumenti, vie e piazze, fu un Gran Maestro della Massoneria. Ne dirigeva le Logge anche dall’estero. E questa era l’impronta ideologica data alla Giovane Italia e alla Giovane Europa da lui fondate rispettivamente nel 1831 e nel 1834.
La sua religione è fondamentalmente panteista (Dio è l’energia cosmica), senza Rivelazione, dogmi, chiese; quella che, fedele al dettato illuminista e massonico, ritiene essere la nuova religione della umanità illuminata e progredita. Anche lui partecipe di società e circoli segreti, con forti interessi esoterici, non trascurò neppure l
’idea di sostituire il cri­stianesimo con delle spiritualità orientali, giungendo perfino a credere nella reincarnazione. Sentendosi missionario di questa nuova luce che avrebbe illuminato l’umanità ventura, non esitò a scrivere perfino al Papa Pio IX, accusandolo apertamente di “bestemmia” quando osava ancora parlare di mediazione della Chiesa e del compito di guida che il Papa ha da Cristo all’interno della Chiesa stessa.
Per questo motivo fu amato e acclamato dai protestanti evangelici e dagli anglicani. “è ora che Lutero passi le Alpi”, pare dicesse. Massimo d’Azeglio confesserà che in effetti Mazzini voleva rendere protestante l’Italia.
Anche le cosiddette Società segrete (ad esempio la “Carboneria”), cui Mazzini era legato e che hanno un ruolo non secondario nell’organizzazione del Risorgimento italiano, avevano come scopo finale, come dice la loro Istruzione del 1818, “quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicesimo e perfino dell’idea cristiana”. La liberazione dell’Italia dal Papa e dalla fede cattolica era il loro obiettivo più grande, più ambito e finale.
Insomma, di tutto pur di combattere il Papa e la Chiesa Cattolica. Per questo Mazzini attaccò sempre con veemenza i Gesuiti, anche per lui sinonimo dell’oscurantista restaurazione cattolica. 
La sua ferrea volontà di abbattere “il potere temporale” dei Papi, come un imperativo categorico, solo apparentemente era riferita alla questione politica italiana, in realtà era sospinta da un odio implacabile verso il Papa e la Chiesa Cattolica. 
E tutto ciò si evidenzierà durante la breve “dittatura” della Repubblica Romana (1849).

Insomma, un altro eroe risorgimentale la cui ideologia era nettamente opposta alla reale identità del popolo italiano, inequivocabilmente cattolico, in vista appunto della “nuova Italia” voluta dalla massoneria.


 



Il Conte di
Cavour
davvero libera Chiesa in libero Stato?

Non stiamo qui ad analizzare la persona e l’opera del Conte di Cavour Camillo Benso. Sappiamo che la sua abilità diplomatica e la sua capacità di tessere strategie politiche, anche in modo occulto, in grado di tendere verso uno scopo anche remoto, erano pari alla sua spregiudicatezza nel volgere ogni cosa o distruggerla, pur di ottenere quello scopo.
Fu lui infatti il vero regista della questione risorgimentale italiana, che venne appunto affrontata e violentemente risolta secondo il progetto e la volontà del Regno di Sardegna.
Qua sottolineiamo solo la sua politica nei confronti della Chiesa, che fu assai spietata già in Piemonte e che si estese poi all’Italia intera, in modo assai difforme al suo celebre motto liberale “libera Chiesa in libero Stato”.
E' dunque bene ricordare che già con un provvedimento del 21.07.1848 in Piemonte i Gesuiti furono messi fuori legge (come pure le “Dame del Sacro Cuore”, largamente diffuse nel Regno). Lo stesso Statuto Albertino, agli articoli 24 e 68, attaccò la Chiesa in materia giudiziaria, civile ed economica; e lo scontro si aggravò con le leggi Siccardi (8.04.1850).
Infine, con la legge Rattazzi del 9.05.1855
, nel Regno di Sardegna vennero soppressi tutti gli ordini religiosi giudicati non socialmente utili, incamerandone immediatamente tutti i beni (per 2 milioni di lire dell’epoca): 21 ordini maschili e 13 ordini femminili, per un complesso di 335 case e 5489 persone (3733 uomini e 1756 donne).

Paradossalmente, nello stesso anno, il 17.11.1855, Cavour propone però alla Camera l’assegno ai Valdesi (20.000 persone appartenenti al gruppo eretico e scismatico fondato da Valdo); in questo modo i Cattolici, che nel Regno di Sardegna sono 4,5 milioni, oltre ad essere stati derubati dallo Stato, con le loro tasse devono pure mantenere quei gruppi non cattolici che tanto hanno in odio la Chiesa e il Papa.

Tutto ciò, nonostante già nel 1817 si fosse stipulato con la Santa Sede un Concordato, aggiornato nel 1828.
Il vescovo di Torino Giovanni Fransoni, che elevò la sua protesta, venne subito arrestato e bandito dallo Stato (morirà esule a Lione) e i suoi beni vennero sequestrati. Così si fece con l’Arcivescovo di Cagliari Mariangu-Nurra. Il direttore del giornale cattolico L’Armonia, per aver criticato queste leggi, venne arrestato e tenuto in carcere per 15 giorni.
Il Papa Pio IX giunse a richiamare il suo nunzio da Torino, così che le stesse relazioni diplomatiche anche col futuro Regno d’Italia non riprenderanno che nel 1929!


Più tardi lo stesso Cavour ammise che “si trattò di un provvedimento grave, che smentiva i presupposti liberali sui quali il Piemonte stava costruendo il proprio edificio costituzionale”.
Il torinese Don Giovanni Bosco - che tanto stava facendo per rispondere con intelligente carità agli enormi problemi causati dalla rivoluzione industriale, specie per i ragazzi, e che per questo comunque era stimato e perfino necessario alla città di Torino e allo Stato Piemontese, come lo fu per l’Italia intera (e nel mondo) - si oppose fieramente alla legge Rattazzi; da Santo speciale quale era, non esitò ad andare da Cavour e perfino dal Re, avvertendo quest’ultimo (a partire anche dai suoi famosi “sogni”) che avrebbe rischiato molto se avesse approvato tale legge, perché con Dio non si scherza e non si può combattere così la Sua Chiesa. Sta di fatto che, cosa inaudita in qualsiasi dinastia reale, in 4 mesi il re perse la madre, la moglie, il fratello e il figlio. Allo stesso don Bosco avvertirà il re quando nel 1870 si installò a Roma, al Quirinale, cacciandovi il Papa. Anche in questo caso, neppure nove anni dopo, a meno di 58 anni, il primo Re d’Italia moriva “di febbri romane” (malaria).

Nel biennio 1859-61 tale legislazione piemontese - che sopprimeva gli ordini religiosi e incamerava i loro beni - venne progressivamente estesa ai nuovi territori che di volta in volta venivano annessi.
Con la legge 3048 del 1866 e soprattutto con la legge 3896 del 1867 (che riprendeva la legge piemontese Siccardi del 1850) si soppressero gran parte degli istituti ecclesiastici italiani, regolari e secolari, e si incamerarono così tutti i loro beni.
Infine, dopo la presa di Roma del 1870, con la legge 1402 del 1873 si estesero anche a Roma i precedenti provvedimenti, adattandoli alla complessa situazione del centro della cristianità, dove erano peraltro presenti tutte le Case generalizie degli ordini religiosi. 
Con questa legge, espressa da un Parlamento votato da neppure l’1% della popolazione italiana, si sopprimono tutti gli ordini religiosi e si incamerano tutti i loro beni.
Dunque, dal 1855 al 1879, so­no soppresse più di 4.000 case re­ligiose, con 57.492 componenti! Solo nel decennio 1861-1871 in Italia i religiosi passa­no da 30.632 a 9.163 e le religiose da 42.644 a 29.708. 
Ciò che non chiude ed espropria (monasteri e conventi) il nuovo Stato Italiano secolarizza, cioè  imponendo la propria guida, come avviene per le numerosissime “Opere Pie”, dedite all’assistenza (anche ospedaliera) e all’istruzione. 
Insomma, una vera decapitazione della Chiesa!
Le uniche istituzioni ecclesiastiche che lo Stato riconosce sono le Par­rocchie e le Diocesi, il cui compito doveva però essere solo quello di svolgere un “servizio religioso” (curare le anime), senza intromettersi nelle questioni sociali e statali. 

Nonostante tutto questo latrocinio, rimane però fuori discussione che la religione di stato - anche per il nuovo Stato italiano, come lo era peraltro già nello Statuto albertino - sia quella cattolica.
Tale violenta impostazione rimase sostanzialmente alla base della legislazione ecclesiastica italiana fino al 1929.

Questa è l’idea di “libera Chiesa in libero Stato” di Cavour!

E questa è in fondo l’idea di “Stato laico” che molti ancor oggi vorrebbero, nel quale la Chiesa dovrebbe cioè occuparsi esclusivamente di “assistenza spirituale” alle anime e semmai di opere caritative (dove lo Stato non riesce a far fronte a tutti i bisogni sociali), non certo di dare un proprio giudizio là dove si prendono decisioni pubbliche per garantire l’autentico bene comune, perché queste sarebbero “ingerenze” della Chiesa e un affronto alla “laicità” dello Stato …

 

 

Il Papa Pio IX 
e l’unità d’Italia

 


Giovanni Maria Mastai Ferretti
(1792-1878) fu eletto Papa il 16.06.1846, a soli 54 anni, col nome di Pio IX, e il suo è stato il più lungo pontificato della storia della Chiesa (32 anni). E'  stato proclamato “Beato” da Giovanni Paolo II il 3 settembre 2000.
Come tutti i pontefici, Pio IX è anche Primate d’Italia, ma - in quanto vescovo di Roma e successore di S. Pietro - è anche la guida suprema di tutta la Chiesa Cattolica mondiale, secondo il volere stesso di Gesù (cfr. Mt 16,18-19). Roma continua ad essere quindi la sede di Pietro, cioè il centro di tutta la cristianità. Ecco perché l’Italia, e Roma in particolare, è il centro vivo della Cattolicità e ricopre un ruolo particolare nel disegno di Dio e nel panorama religioso mondiale. 
Inoltre, nel XIX secolo, persiste ancora lo Stato Pontificio; per questo Pio IX è anche il sovrano di questo Stato, che si trova nel territorio italiano (comprendendo Lazio, Umbria, Marche e Romagna). 
La “questione romana” rivestiva quindi un significato particolare, anche simbolico, circa il rapporto tra Chiesa e Stato in Italia. E la questione dello Stato Pontificio poteva essere compresa all’interno di regolari rapporti diplomatici tra stati sovrani, però ovviamente con una sua specificità ed un suo alto valore simbolico, ricco anche di una fortissima valenza spirituale.


Lo Stato Pontificio
E' forse bene ricordare che lo Stato Pontificio si è formato, quasi sicuramente un caso unico al mondo, non per conquista militare ma per donazioni; ciò avvenne quando molte popolazioni, specie del centro Italia, prive di un riferimento anche sociale e politico, autorevole e sicuro, si affidarono al governo della Chiesa non solo per la vita religiosa ma anche per l’organizzazione civica della società.
Tale Stato - rimasto appunto fino al 1870 e simbolicamente recuperato nel 1929 (Patti Lateranensi) con la creazione dello Stato della Città del Vaticano (0,4 kmq; il più piccolo Stato del mondo), per garantire l’indipendenza del Papa, il quale appunto, come vescovo di Roma e successore di S. Pietro, deve anche guidare ed essere il centro di unità di tutta la Chiesa Cattolica del mondo - ha lasciato nell’immaginario di molta cultura anticlericale una falsa idea dei rapporti tra Chiesa e Stato, come fossero due entità totalmente separate (le due rive del Tevere!), ancor oggi confondendo spesso Chiesa e Vaticano, senza rendersi conto (o non volendosi rendere conto) che quando parliamo di Chiesa, parliamo non solo del Papa o dei Vescovi, né tanto meno del Vaticano, ma di tutti i “battezzati cristiani cattolici”, che sono quindi anche “cittadini italiani” (ancor oggi il 94% della popolazione italiana) e come tali hanno dei diritti (e doveri), che lo Stato è chiamato non a concedere come privilegi o per sua benevole generosità (tanto meno a violare, come se i cattolici non fossero cittadini uguali agli altri), ma a doverosamente riconoscere come insiti nella stessa natura dell’uomo. Altrimenti non si capirebbe perché molti, anche politici, continuano a considerare la “laicità” dello Stato come una “ateismo di Stato” e a chiamare ingerenza della Chiesa qualsiasi presa di posizione dei cittadini cattolici italiani.

Come s’è già detto, Pio IX non era affatto contrario ad una unità anche politica dell’Italia, e per il bene degli Italiani era disposto anche a dolorose rinunce. Inoltre, fin dall’inizio del suo pontificato, anche all’interno dello Stato Pontificio fece coraggiose riforme, come la laicizzazione di alcuni apparati di governo dello Stato, la concessione di un’esemplare amnistia e perfino della libertà di stampa (può sembrare oggi cosa ovvia, ma in realtà il Papa precedette in questo lo stesso Regno di Sardegna, quindi il liberalismo di Cavour, e l’apertura culturale del Granducato di Toscana).
Per questo suscitò grande entusiasmo anche negli spiriti liberali, paladini del Risorgimento. Lo stesso Massimo d’Azeglio disse: “
Ha fatto per l’Italia più quest’uomo in due mesi che tutti gli italiani insieme in 20 anni”.
Con il sacerdote e filosofo Antonio Rosmini, formulò un progetto “federale” italiano, come la formula più realistica per giungere ad una vera unità d’Italia. 
Come già ricordato, erano intanto già stati firmati accordi doganali con Piemonte e Toscana.
Ancora all’inizio del 1848 il Papa invitò tutti i sovrani d’Italia a formare una lega che giungesse alla piena unità
. Ma intanto già dal 1845 in Piemonte (con Carlo Alberto e Massimo d’Azeglio, quindi soprattutto con Cavour) prevaleva sempre più il progetto espansionistico; per cui anche di fronte a questa proposta del Papa solo il Piemonte si oppose; anzi, nel Piemonte stesso ne era favorevole il partito conservatore. Ma ormai i liberal-massonici Cavour, D’Azeglio e Rattazzi avevano preso le redini del governo e perseguivano l’obiettivo della “piemontizzazione” dell’Italia.
Proprio il 1848 segnò un cambiamento radicalmente di tutto (per cui ancor oggi si dice in Italia “succede un quarant’otto” per dire un capovolgimento radicale): il Piemonte rompe gli indugi e interviene contro l’Austria, si spargono ovunque moti rivoluzionari (in realtà elitari), ed il Papa Pio IX è costretto a prendere posizione contraria all’intervento piemontese. Il 10 febbraio Pio IX aveva ancora scritto il Motu proprio Benedite, gran Dio, l’Italia, destando l’entusiasmo anche dei liberali piemontesi; ma il 29 aprile, di fronte alla guerra piemontese contro l’Austria, il Papa vi si oppone decisamente (con l’Allocuzione Non semel). Si accusa allora il Papa di tradimento (i titolo blasfemi contro Pio IX si faranno sentire per quasi un secolo), ma in realtà fu il Piemonte, scoprendo perfino militarmente le carte della propria pretesa espansionistica, che aveva tradito la volontà di tutti gli altri i Regni d’Italia. Inoltre, di fronte a questo attacco, la cattolica Austria, rimasta sempre fedele al Papa (insieme alla Baviera, a differenza di altre terre germaniche del nord), minaccia uno scisma se l’esercito dello Stato Pontificio l’avesse attaccata. Il 15 novembre sempre del ’48 viene ucciso a Roma Pellegrino Rossi, il politico liberale (perfino coinvolto in cospirazioni democratiche), che il Papa aveva chiamato al governo tecnico dello Stato Pontificio, con grande euforia dei liberali piemontesi. Nove giorni dopo, il 24.11.1848, il Papa fugge a Gaeta, dove rimarrà fino 12.04.1850, o
spite di Ferdinando II. 
Il 20.04.1849, da Gaeta, con l’Allocuzione Quibus, quantisque malorum accusa tutte le menzogne diffuse sul vero progetto della liberazione di Roma e di come sia impedito di parlare a chi dica le cose come stanno, soprattutto al Papa.
[Subito nel febbraio 1849 venne convocata a Roma un’Assemblea costituente, con Giuseppe Mazzini, che dichiarò immediatamente decaduto il potere temporale del Papa e sancì la nascita della Repubblica Romana, abbattuta nel novembre dello stesso anno per intervento delle truppe francesi]
Le mire espansionistiche del Piemonte, che i Savoia affidano alla genialità del conte di Cavour, capace di tessere implacabile la sua trama per far convergere su questo obiettivo diversi interessi e correnti di pensiero, e le guerre che ne seguirono - dette di “indipendenza” ma in realtà di invasione dell’Italia -  addirittura con un’incredibile guerra in Crimea, voluta da Cavour pur di guadagnarsi appoggi internazionali, richiedevano anche immense risorse finanziaria, che il Piemonte ancora non  possedeva. Anche per questo, come s’è detto, oltre che per odio anticattolico di stampo massonico, si arrivò alle leggi di abolizione degli ordini religiosi e di confisca di tutti i loro beni.
Come poter immaginare che di fronte a questi inauditi attacchi alla Chiesa, ma in fondo alle stesse popolazioni italiane, il Papa potesse dare il proprio?
Garibaldi, Mazzini e i Savoia cercavano in ogni modo di suscitare sollevazioni popolari anche all’interno dello stesso
Stato Pontificio, così da giustificare un attacco anche a quest’ultimo baluardo, ma le popolazioni del Lazio, Umbria e Marche si mostrarono più devote al Papa e contente del suo governo che desiderose di cadere nelle mani di quei Piemontesi. In Romagna (Legazioni pontificie) la popolazione - che anche un secolo prima si era opposta all’invasione francese e rimase fedele al Papa e alla religione cattolica - fu più incline a simpatizzare per le idee repubblicane, così come in futuro per quelle socialiste (Bologna inoltre aspirava da tempo ad una certa indipendenza), ma si opposero ugualmente ai governi liberali (degli invasori piemontesi).
Come sappiamo, i Piemontesi, dopo la conquista dell’asburgico Lombardo-Veneto, scesero con Garibaldi a conquistare il borbonico Regno delle due Sicilie e quindi invasero lo Stato Pontificio.
Nel 1861 poteva essere dichiarata l’Unità d’Italia.  
Nello stesso anno, il 1° luglio 1861, il Papa fonda significativamente il suo giornale, L’Osservatore Romano, onde poter dare un giudizio libero, non allineato cioè alla nuova cultura massonica che stava montando con l’invasione dei Piemontesi. 
Il 7 dicembre 1869 la Chiesa vive a Roma un solenne evento mondiale, con l’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano I (il 20° Concilio Ecumenico della storia della Chiesa), in cui peraltro si definì la dimostrabilità razionale dell’esistenza di Dio e l’infallibilità pontificia ex cathedra. Purtroppo poco dopo (nell’estate 1970) tale consesso mondiale, che tra l’altro mostrava visibilmente il ruolo centrale di Roma per l’intera Chiesa Cattolica del mondo, dovette essere interrotto, sia a causa della guerra franco-prussiana che appunto per l’invasione di Roma da parte delle truppe piemontesi. 
Infatti, com’è noto, il 20 settembre 1870, tanto osannato dalla propaganda risorgimentale e tanto celebrato anche nella toponomastica italiana, l’esercito piemontese invase Roma.
I cannoni di Raffaele Cadorna dovettero sparare quattro ore per aprire la “breccia di Porta Pia”. Il Papa comandò di non opporre resistenza, cosa che il popolo voleva fare, per evitare un inutile bagno di sangue. Anzi, fu il cardinale Antonelli a chiamare all’interno i carabinieri (del re sabaudo). Entrati quindi in quella via che da Porta Pia si dirige verso il Quirinale (intitolata significativamente ancor oggi via XX settembre), i bersaglieri trovarono strade deserte, imposte chiuse, insomma una città desolata per quella invasione (non certo “liberazione”) degli italiani-piemontesi (detti ancora in romanesco ‘buzzurri’, cioè rozzi e non invitati). Seguirono mesi di saccheggi, profanazioni, spettacoli blasfemi, continue irrisioni contro la Chiesa: tutte cose compiute da squadracce di liberatori piemontesi, ma tollerate e perfino accarezzate dai nuovi governanti. 
A Roma significativamente fallì la farsa di un ‘plebiscito’ che doveva sancire l’approvazione di quella annessione-liberazione (invasione): non andò a votare quasi nessuno. Il 3.02.1871 Roma viene dichiarata Capitale d’Italia. 
Viene quasi tutto espropriato. Il Papa Pio IX, cacciato subito dal suo palazzo del Quirinale (sarà abitato dal 3 luglio dell’anno successivo dal nuovo Re d’Italia Vittorio Emanuele II, come oggi dal Presidente della Repubblica), si ritirò in Vaticano in dignitosa volontaria prigionia, respingendo la “Legge delle Guarentigie” promulgata unilateralmente il 13.05.1871 da un “governo aggressore”.

La “Legge delle Guarentigie” venne presentata come assicurazione di libertà per il Papa e perfino come indennizzo per i beni incamerati (£. 3.225.000, somma cospicua ma comunque irrisoria, rispetto ai beni immobili violentemente incamerati solo nella città di Roma), ma in realtà con essa lo Stato veniva a dominare interamente sulla Chiesa, controllando perfino le nomine dei Vescovi, con la facoltà di impedirne addirittura la presa di possesso delle rispettive diocesi.

Anche con questo rifiuto il Papa Pio IX dimostra la propria saggezza e magnanimità, facendo prevalere il bene della Chiesa, e di conseguenza degli stessi italiani, su quello che poteva essere un proprio tornaconto o comunque una posizione economica del Papa, anche dei suoi successori.

L’8 dicembre 1870 - giorno dell’Immacolata (dogma promulgato proprio da Pio IX nel 1854 e confermato miracolosamente dalla Madonna stessa quattro anni dopo, apparendo con questo titolo a Lourdes), la cui statua aveva fatto erigere in Piazza di Spagna, dove tuttora si erge e dove ogni anno proprio in questa data il Papa torna a pregarla, specie per Roma – il Papa proclamò San Giuseppe, sposo di Maria e padre adottivo di Gesù, patrono della Chiesa universale (bellissima in questo senso la preghiera che a lui si recita, in protezione della Chiesa stessa).

Infine, nel 1874, il Papa invita i cattolici italiani a non partecipare alle elezioni politiche in Italia (Non expedit); nasce però a Venezia l’Opera dei Congressi, che riunisce i cattolici italiani rimasti fedeli alle esortazioni del Papa (per questo detti “intransigenti”).
Anche nel giorno del suo funerale (12.07.1878), nonostante i 100.000 devoti presenti, squadracce di facinorosi anticlericali, giunti a Roma con l’esercito piemontese, inscenarono urla, proteste, sassate, insulti, volendo addirittura gettare la salma del Papa Pio IX nel Tevere.

Il Papa Pio IX, ripetiamo, è stato beatificato da Giovanni Paolo II. 

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Il governo dello Stato Pontificio
Tra le leggende costruite ad arte per legittimare la presa di Roma, screditando Pio IX, vi è quella relativa al “malgoverno” dello Stato Pontificio. Indubbiamente, quello dei papi era un regno di questo mondo, con tutti i difetti e i limiti delle cose umane. Ma un rapido confronto con le nazioni dell’epoca dimostra che le cose non andavano poi tanto male per i cittadini pontifici. I quali, innanzitutto, si erano visti garantiti più di mille anni di pace, grazie al prestigio internazionale e all’assoluta mancanza di mire espansionistiche del regno. Potremmo quindi osservare, ad esempio, che la pressione fiscale nello Stato Pontificio oscilla tra i 20 e i 22 franchi a persona, mentre in Piemonte è tra i 30 e 32 franchi, in Francia tocca i 40 e in Inghilterra addirittura gli 80. Il pareggio di bilancio, inseguito dal governo piemontese a colpi di incredibili violenze sulle popolazioni, nello Stato Pontificio era invece già stato raggiunto nel 1859.
Pio IX, come regnante dello Stato Pontificio, aveva curato il prosciugamento delle paludi di Ostia e di Ferrara, la bonifica dell’agro romano, ampliato i principali porti sull’Adriatico, costruito linee telegrafiche, ferroviarie (la Roma-Frascati già nel 1856, ma in totale circa 400 km. – e pensare che anche su questo c’è ancora chi racconta che il Papa si fosse opposto alla ferrovia come invenzione diabolica!), e perfino il traffico fluviale sul Tevere; aveva promosso libere associazioni operaie (cosa assolutamente inaudita per il tempo). Fornì poi Roma di acqua potabile (sin dal 1847), di immensi giardini aperti al pubblico, di numerosi ospedali (1 ogni 9000 abitanti, a differenza proprio di una Londra, che ne possedeva 1 ogni 40.000 abitanti) e di istituti di beneficenza (1 ogni 2700 abitanti, contro 1 su 7000 di Londra). Ancora il 10 settembre 1870 (cioè 10 giorni prima dell’invasione piemontese!) il Papa inaugurò una fontana su piazza di Termini, acclamatissimo dal popolo romano.
Diede inoltre nuovo impulso a scavi e restauri.
E
questo era il governo "oppressivo" da cui i Piemontesi (e la massoneria inglese) volevano liberare gli Italiani e i Romani, e che ancor oggi la propaganda anticattolica, talvolta assorbita ingenuamente anche dai cattolici, continua a descrivere come “uno dei peggiori governi della storia”!

Il “Sillabo”
L’8 dicembre 1864, il Papa Pio IX promulga l’Enciclica Quanta cura, in appendice alla quale pone un Sillabu (Sillabo), che costituisce un elenco (di 80 proposizioni) dei “principali errori dell’età nostra”.
Anche su questo, ovviamente, si è scatenata la propaganda anticattolica, che tuttora - nonostante la storia di quasi un secolo e mezzo abbia ampiamente e tragicamente confermato quell’analisi -permane come una “leggenda nera” sull’arretratezza della Chiesa Cattolica, sul suo opporsi continuamente alla conoscenza e al progresso dell’umanità, sulla presunta pretesa del Papa di mantenere un potere oppressivo e comunque anacronistico. 
Forse pochi però hanno letto davvero quelle 80 proposizioni, facilmente reperibili, e forse molti, dopo i tragici fatti del XX secolo, potrebbero vergognarsi da aver tanto denigrato quel documento.
Infatti, tra i tanti punti toccati, il Papa denuncia ad esempio l’errore dello statalismo, come dello Stato etico, di un patriottismo che diventa idolatria: in fondo tutto ciò che ha provocato le follie stataliste del nazismo e del fascismo, ma anche del socialismo e del comunismo, cioè tutte quelle forme di politica in cui lo Stato è stato talmente esaltato da essere considerato come la sorgente stessa del bene e del male, il padrone assoluto dei cittadini (ovviamente per il bene degli stessi!), l’idolo cui sacrificare ogni cosa. Ma tra quegli errori troviamo anche un materialismo che priva l’uomo della sua vera dignità e tarpa le sue vere aspirazioni, un liberismo che diventa incapace di solidarietà e può generare un capitalismo selvaggio che schiavizza le classi operaie.
Insomma, tutto ciò che ha poi effettivamente provocato le tragedie del XX secolo!






Qualcosa sul nuovo

Regno d’Italia

Il 17 marzo 1861, nonostante ancora la mancanza di Roma, venne proclamata l’Unità d’Italia.
Abbiamo visto chi aveva fatta questa unità politica del Paese, come l’aveva fatta e soprattutto con quale scopo.
Conosciamo tutti la celebra frase di Massimo d’Azeglio, l’ex-Primo ministro del Regno di Sardegna e primo collaboratore di Cavour: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani”, tanto il nuovo Stato era emerso dalla volontà degli Italiani!

Un Regno di Sardegna allargato
Vittorio Emanuele II, re del Regno di Sardegna, viene proclamato primo Re d’Italia, mantenendo però significativamente la numerazione come secondo; il primo Parlamento del Regno d’Italia (non più di Sardegna) risulta come l’ottava legislatura (del Regno Subalpino); la legislazione adottata è quella che era vigente in Piemonte. Anche la Costituzione del nuovo Stato unitario ricalcherà sostanzialmente lo “Statuto Albertino”.
Per formare il primo Parlamento del Regno d’Italia si vuole che sia “democraticamente” eletto, secondo una diffusa demagogia, ma gli aventi diritto al voto erano solo 418.850; avendo poi di fatto partecipato al voto solo il 57,2% degli aventi diritto, per la formazione di tale primo Parlamento della neonata Italia votarono 239.853 italiani! Il Conte di Cavour, nella sua circoscrizione di Torino, ebbe solo 300 voti; ancor meno, nella sua circoscrizione di Alessandria, l’ex ministro Urbano Rattazzi, quello della legge del 1855 che aveva già soppresso nel Regno di Sardegna tutti gli ordini religiosi. 
Cavour - chi incredibilmente e significativamente morì proprio il 6 giugno di quell’anno! - non volle mai “scendere” nella nuova Italia e non visitò mai Roma. Con la sua usuale arguzia politica e diplomatica, si era intelligentemente opposto ad una rapida conclusione della “questione romana” che molti suoi collaboratori auspicavano, cioè con una invasione armata, perché sapeva che la Francia di Napoleone III (che solo dal 1866 iniziò il suo ritiro da Roma), l’Austria e perfino la Prussia vi si sarebbero opposte. Il grande stratega sembra tessere pazientemente la propria tela come un ragno, aspettando che il nuovo vento internazionale (nel quale si era incredibilmente impegnato, nientemeno che con la guerra di Crimea) permettesse questa conquista. Ed in effetti quel momento arrivò, quando nel 1870 la Francia venne schiacciata nella guerra contro la Prussia e Roma poté essere militarmente conquistata proprio il 20 settembre dello stesso anno.
Intanto nel 1864 la capitale del Regno era già stata provvisoriamente trasferita da Torino a Firenze. 
Dal 1860 al 1870 si tentò in tutti i modi di far insorgere i romani contro il Papa, così da poter giustificare l’intervento “liberatorio” del nuovo esercito italiano; il governo “italiano” inviò armi e denaro per questo; ma senza successo. I Romani volevano rimanere sotto il governo del Papa. Si tentò di dare la responsabilità di questa resistenza alla presenza francese, così che quando questi nel 1866 cominciarono a ritirarsi Garibaldi pensava fosse giunto il momento di intervenire. Penetrato così nell’autunno del 1867 in quel che restava dello Stato Pontificio, trovò invece una popolazione largamente a lui ostile.

L’unità d’Italia fatta dalla Massoneria
Appena fatta l’Unità politica d’Italia, subito dal 1861, la Massoneria assume - come prevedibile - un ruolo fondamentale nella vita politica e culturale dell’Italia. Le leve del nuovo Stato, ad esempio i ministeri più importanti, saranno tutti affidati ad illustri e noti massoni. Tutto ciò si evidenzierà ancor più dopo il 1870.
La cosa, nonostante tutto, non era neppure tenuta segreta, come pure il suo vero scopo
, che era non solo quello di prendere il potere, ma proprio quello di distruggere la Chiesa Cattolica.
Così, ad esempio, i
l massone Ferdinando Petrucel­li della Gattina disse alla Camera nel luglio del 1862, fra gli applausi dei deputati del nuovo Parlamento italiano: “Fare la guerra alla pre­ponderanza cattolica nel mondo, per tutto, con tutti i mezzi. Questa la nostra politica avvenire. Noi vediamo che questo cattolicesimo è uno stru­mento di dissidio, di sventura e dobbiamo distruggerlo” (cita­zione riportata nel Bollettino del Grande Oriente Italiano e nel giornale Il diritto, or­gano di Depretis].
Ancora in un numero del Bollettino del Grande Oriente Italiano del 1865 possiamo leggere: “le nazioni riconoscevano nell’Italia il diritto di esistere come nazione in quanto che le affidavano l’altissimo ufficio di liberarle dal giogo di Roma cattolica. Non si tratta di forme di governo; non si tratta di maggior larghezza di libertà; si tratta appunto del fine che la Massoneria si propone, al quale da secoli lavora”.
Nel non remoto Convegno “La liberazione d’Italia nell’opera della massoneria”, tenuto nel 1988,  intervenne il Gran Maestro Armando Corona, riconoscendo che “la liberazione d’Italia, opera eminentemente massonica, fu sorretta, in ogni suo passaggio fondamentale, dalla iniziativa delle Comunioni massoniche d’Oltralpe”.
Così nella rivista Libero muratore, della Loggia di Piazza del Gesù a Roma, nell’ottobre 1977 si poteva leggere: “La presa di Roma è un accadimento voluto dalle forze massoniche”; e ancora “Nel 1870 Roma è restituita all’Italia, la famiglia siede tra le braccia della madre, dopo lunga, crudele, vergognosa prigionia (nella Chiesa)”.
Come abbiamo brevemente osservato, la Massoneria parla di se stessa come della fratellanza universale (illuminista) e della tolleranza (relativista); ma la conquista d’Italia è avvenuta a prezzo di inaudite violenze, saccheggi, uccisioni, distruzioni, e soprattutto con furibondo odio anticlericale.

Il 2 giugno 1861 il clero di Torino si rifiutò di unirsi ai festeggiamenti civili per l’unità d’Italia che si sarebbero tenuti in città: di risposta Cavour dispose che nessuna autorità civile partecipasse alla processione del Corpus Domini (come era invece usuale, nonostante l’ipocrita religiosità di facciata) prevista per il 30 maggio. Ma incredibilmente  il 29 maggio Cavour improvvisamente si ammala, il 2 giugno si aggravava e il 6 giugno (ottava del Corpus Domini) muore! Esattamente sei mesi prima aveva detto alla Camera: “Sapete voi che accadrà entro sei mesi?” (voleva intendere l’unità d’Italia …!?).

Il tentativo di distruggere la Chiesa Cattolica

Nel maggio 1861 S. Giovanni Bosco scriveva nel suo giornale dell’oratorio di Valdocco (Letture Cattoliche) un allarmato “Appello ai Cattolici” in cui disse: “Si fa guerra al Capo della Chiesa per distruggere, se fosse possibile, la stessa Chiesa e protestantizzare l’Italia. Si versa a piene mani lo scherno, lo sprezzo, il ludibrio sul Romano Pontefice, e ciò per renderlo spregevole. In tal guerra, che è guerra di Dio e nostra, tutti i veri cattolici si uniscano in difesa del Papa, ossia della Cattolica Religione”.

Si manifesta infatti immediatamente quale fosse il vero recondito motivo di quella Unità d’Italia: subito nel 1861 si estese a tutto il territorio italiano quanto previsto dalle normative piemontesi del 1855 circa la soppressione degli ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni. Solo nel Sud d’Italia furono chiusi e confiscati i beni di 1.100 conventi e vennero lasciati per strada 20.000 religiosi e religiose. Vennero chiusi anche monasteri e seminari, confiscandone i beni. Si cercò in tutti i modi di mettere le mani anche sulla nomina dei Vescovi, senza ovviamente riuscirvi (perché com’è noto è prerogativa del Papa); ma se ne allontanarono alcuni dalle loro diocesi, impedendone di fatto l’ingresso di altri. Per cui già nel 1861 erano 49 le diocesi lasciate senza vescovo; poi divennero 89 (di cui 57 nell’Italia meridionale, Napoli compreso)! Solo in quell’anno si rimossero o si incarcerarono 70 vescovi e si imprigionarono centinaia di preti. Bastava rifiutarsi di cantare il Te Deum per il governo (come fece ad esempio il cardinale Corsi di Pisa) per essere arrestati. Dal 1860 al 1864 vennero arrestati e processati perfino nove Cardinali (compreso il cardinale Gioacchino Pecci di Perugia, il futuro Leone XIII). Nel 1864 furono una ventina i vescovi processati e incarcerati (e non doveva essere un carcere morbido, visto che ne morirono 16 per le conseguenze!), 16 quelli espulsi dalle loro diocesi, quelli esiliati salirono a 43; 12.000 furono i religiosi dispersi, centinaia i preti processati e 64 quelli che furono subito fucilati.

La Chiesa è però il Corpo “mistico di Cristo” e come Lui continua ad essere perseguitata (cfr. Gv 15,20) e vincente. Lo Spirito Santo, che la abita, suscitò in Italia proprio in quel periodo numerosi santi (31 santi già canonizzati, 61 beati, altri 350 di cui è ancora in atto processo di canonizzazione). Molti di loro sono uomini o donne (i cosiddetti “santi sociali” di questo periodo, molti dei quali proprio a Torino) hanno sollevato decine e decine di migliaia di persone dalla miseria materiale, morale e spirituale, provocata in gran parte proprio dai progetti politici di coloro che si presentavano nella storia come loro liberatori.

La persecuzione ha accompagnato quasi tutta la vita della Chiesa; è avvenuto innumerevoli volte nella storia, e ancora accadrà. Ma proprio a partire dal XVIII secolo e proprio a partire da  quell’Europa che era stato invece il continente cristiano per eccellenza - capace di portare la fede e l’amore di Cristo in tutte le regioni del mondo - questo avvenne con particolare virulenza. è accaduto con la rivoluzione francese e con il terrore che ne seguì, quindi con Napoleone, poi appunto nel Risorgimento italiano, per giungere nel XX secolo alle catastrofi provocate dalle ideologie e politiche anticristiane (nazismo e comunismo), oltre che dalle due guerre mondiali. Ma il popolo italiano era rimasto cattolico. Solo da decennio invece, specie attraverso un potere culturale (quasi totalmente in mano a quelle stesse forze ostili al cattolicesimo) in grado di incidere assai più che nel passato nelle menti dei cittadini e nell’identità del popolo, attraverso la scuola (proprio in concomitanza con la scolarizzazione di massa), i libri, la stampa e soprattutto coi nuovi strumenti di comunicazione di massa (in grado di incidere nella mentalità dei cittadini assai più di come potesse un tempo fare perfino un potere imperiale), tale attacco contro la fede e la Chiesa sembra diventato in grado di distruggerla anche nel popolo e soprattutto nelle nuove generazioni, che infatti risultano già ora impoverite di qualsiasi contenuto religioso e corredate di soli pregiudizi anticattolici. Ma anche questa volta, nonostante l’inaudito diabolico attacco, la fede in Cristo vincerà (cfr. Gv 16,33; 1Gv 5,4).


Il nuovo Stato Italiano
Completata la conquista dell’Italia da parte dei piemontesi, il nuovo Regno d’Italia, oltre a dover “fare gli Italiani” - secondo la celebre espressione di Massimo d’Azeglio - doveva anche colmare il proprio spaventoso deficit di bilancio, nonostante i finanziamenti massonici internazionali e i beni della Chiesa incamerati. Ecco qualche dato. 
Dalla caduta di napoleone al 1848, il Regno di Sardegna aveva già accumulato £. 135 milioni di debito. I beni incamerati dagli Ordini religiosi soppressi in Piemonte nel 1855 fecero entrare nella casse dello Stato sabaudo oltre £. 2 milioni, come s’è già detto. Nonostante questo piccolo sollievo (per il governo piemontese!), nel 1857 i debiti salirono a £. 800 milioni, e nel 1860 raggiunsero la sbalorditiva cifra di £. 1.024.970.595. Cosa causava questo spaventoso deficit, continuamente in crescita? Ciò era dovuto soprattutto alle spese militari, che già nel periodo 1830-1845 non furono mai meno del 40% delle uscite complessive dello Stato. Solo l’incredibile guerra in Crimea costò £. 74 milioni (invece dei 15 milioni previsti). Con le cosiddette Guerre d’Indipendenza le spese militari assorbirono nel 1848 il 59,4% della spesa pubblica, nel 1849 il 50,8%, nel 1850 il 55,5%, e nel 1860 addirittura il 61,6%. Questa incidenza della spese militari sul bilancio dello Stato fa rabbrividire, ancor più se si pensa che assistenza sociale, igiene, sanità, belle arti e pubblica istruzione (insieme) assorbiva solo il 2% della spesa pubblica! Nel 1866 il Regio Esercito divorava un quarto del bilancio statale e la Regia Marina addirittura un terzo [è significativo che tutte le voci portino l’appellativo “regio” (poi sarà statale), mentre di “pubblico” ci sia solo il debito]
. Si potrebbe pensare che così erano i tempi. In realtà nello steso periodo il tanto vituperato governo borbonico (Regno delle due Sicilie) aveva un debito pubblico minimo e perfino le tasse erano molto più basse. Nello stato Pontificio, sempre presentato dai liberali massoni (ancor oggi nei libri di storia) come il peggiore della storia, e ciò è purtroppo come al solito creduto anche da tanti cattolici, nel 1858 s’era addirittura raggiunto il pareggio di bilancio. 
Potremmo anche osservare che prima dell’unità d’Italia, quando cioè ogni Stato aveva una propria amministrazione, la somma delle spese di “tutti” gli Stati che componevano allora l’Italia era (1859) di circa £. 500 milioni, con un debito di £. 2 miliardi. Fatta l’Italia, in 5 anni (1861-1866) le entrate - in particolare il gettito fiscale, cioè le tasse - salirono di un terzo (da £. 409,5 milioni a £. 600 milioni), ma il disavanzo si quintuplicò (da £. 102 milioni a £. 580 milioni).
Il nuovo Stato dunque, nonostante i finanziamenti massonici internazionali, l’incameramento della maggior parte dei beni della Chiesa e perfino di quelli demaniali (2,5 milioni di ettari di terra, specie nel centro-sud), si trovò dunque a fare i conti con enormi problemi finanziari, schiacciato da un grave deficit e addirittura sottoposto a speculazioni internazionali.
Le proprietà terriere si concentrano nelle mani di pochi (i proprietari si riducono nel ventennio 1861-1881 di 802.147 unità). La popolazione contadina, allora il 90% della popolazione italiana (tra l’altro profondamente cattolica), fu oppressa e per di più gravata anche da incredibili imposte: ad esempio, nel 1869 il nuovo Stato - che in fondo la gente non sentiva come proprio - impose proprio ai contadini una terribile “Tassa sul macinato”, così da provocare un’insurrezione contadina, specie nelle campagne emiliane, che venne sedata con violenza, così da provocare 250 morti e migliaia di feriti. Prodotti di largo consumo popolare come il sale da cucina e il tabacco divennero “monopolio di Stato” (da cui la tipica istituzione italiana della “Tabaccheria”), quindi senza concorrenza e con prezzi stabiliti esclusivamente dallo Stato (in alcune zone d’Italia, come la Toscana, per protesta ci si abituò a fare il pane senza sale, usanza che perdura tuttora). Per spillare ancora soldi dal popolo, speculando in fondo sulla loro miseria, si inventò e diffuse il gioco del Lotto (una specie di tassa sulla speranza dei poveri). 
Il popolo è ridotto alla miseria più cruda; per questo è anche flagellato da terribili malattie.
Ne risentono in particolare i bambini: in quegli anni il 45% dei morti è di bambini nei primi 5 anni di vita (dal 1861-1870 morirono nel primo anno di vita 227 bambini su 1000). 
Inoltre le scelte del governo liberale, secondo i dettami del trionfante capitalismo internazionale, promosse, a scapito dell’agricoltura, una spietata industrializzazione, peraltro senza alcun rispetto dei diritti degli operai (che potevano avere anche 12-13 anni, con 12 ore di duro lavoro quotidiano); il che provocò anche una selvaggia urbanizzazione.

Quello che era avvenuto a Torino (v. la tragica situazione, specie dei ragazzi, cui cercò di far fronte San Giovanni Bosco) ormai avveniva anche a Milano, a Roma ed anche in altre città italiane, come La Spezia (per il progetto massonico di costruire in questa città il nuovo Arsenale Militare e la base della Marina Militare, rovinandone peraltro indelebilmente lo splendido golfo). Non a caso fondò un suo oratorio anche a La Spezia e Pio IX, suo amico e stimatore, lo chiamò poi nella Roma “liberata”, perché vi erigesse un suo oratorio per i ragazzi oppressi e abbandonati (v. quello vicino alla Stazione Termini di Roma, dove don Bosco volle anche un’immensa statua del S. Cuore che svettasse su Roma dall’alto dell’Esquilino, come si vede ancor oggi).

Una conseguenza di questa povertà fu anche il dilagare della malavita, oltre che dell’impoverimento spirituale delle anime. La popolazione carceraria aumentò a dismisura e raggiunse nel 1872 i 270 carcerati per 100.000 abitanti (a confronto dei 138 della Francia, dei 107 dell’Inghilterra e dei 63 del Belgio). 
Spesso nell’attuazione delle prime opere pubbliche statali, certo meritorie e comunque doverose, si pose in atto già una sperequazione tra il nord e al sud del Paese (per le bonifiche idrauliche, ad esempio, al nord andarono 455 milioni, mentre solo 3 milioni al sud).
Inizia così, insieme all’industrializzazione e all’urbanizzazione, anche il proverbiale fenomeno italiano dell’emigrazione, specie dal sud al nord d’Italia, ma anche ingentemente verso l’estero: emigrarono ogni anno 123.000 persone, più di 14 milioni dal 1876 al 1914!
Secondo una scelta che si diffuse tra i nuovi Stati moderni dopo la rivoluzione francese, anche il nuovo Stato Italiano impose la leva obbligatoria, cioè il servizio militare obbligatorio per tutti i giovani maschi “abili” - obbligo rimasto fino a pochi anni orsono - il che voleva dire perdere anni preziosi per il proprio lavoro, per la propria famiglia di origine e in vista di quella che si sarebbe formata, per un vago imparare il mestiere delle armi (in passato sempre volontario e pagato, da cui infatti il termine “soldato”), oltre a causare talora uno smarrimento morale - in quell’essere esuli da ogni riferimento familiare, sbattuti da un capo all’altro della Penisola e con commilitoni di cui talora a stento si comprendeva la lingua (tanto le genti italiane parlavano in dialetto) - che poteva sconvolgere gli insegnamenti ricevuti nell’infanzia e condizionare il resto della vita.
Il nuovo Stato metteva Uffici delle Imposte e stazioni dei Carabinieri ovunque, ma la gente faceva riferimento ancora solo alle Parrocchie. Fu infatti ancora la Chiesa che, nonostante la persecuzione e l’incameramento della maggior parte delle sue risorse, venne incontro a questa miseria, con l’erezione di cooperative, casse rurali, asili e istituti per i bisognosi.

La rappresentanza parlamentare
Abbiamo già osservato come si svolsero le elezioni del 1861 [gli aventi diritto al voto erano solo 418.850; votarono solo il 57,2% degli aventi diritto; per cui per la formazione del primo Parlamento d’Italia votarono solo 239.853 Italiani). 
Pur sedendo in quel nuovo Parlamento anche uno dei “Mille” (Agostino Depretis), lo stesso Garibaldi - accortosi forse di essere stato “usato” per un progetto che era ben al di là di quello che immaginava - disse di essersi alla fine pentito di aver contribuito a creare “un’Italia che non fu del popolo, come pensava, ma di una corporativa casta di notabili e possidenti”.

Già nel Regno di Sardegna, ci si era però abituati a questo tipo di elezioni farsa: lo stesso Giuseppe Garibaldi era stato eletto nel 1849 nel Parlamento Subalpino con soli 18 voti! Lo stesso presidente del Consiglio di allora, Massimo d’Azeglio, confidò: “Questa Camera rappresenta il Paese reale come io rappresento il Gran Sultano turco!”. Nelle elezioni del 1857 votò l’1% della popolazione.

Dopo la presa di Roma, i cattolici italiani si ritirarono dalla vita politica - secondo il motto “né eletti né elettori” e in obbedienza al Non expedit di Pio IX - sdegnati non solo per quanto il nuovo Regno d’Italia aveva fatto alla Chiesa, ma per la pagliacciata di un governo liberale che nelle elezioni del 1874 dichiarò comunque “ineleggibili” i cattolici (davvero una strana concezione della democrazia quei liberali!), che cioè di fatto i cattolici avrebbero potuto essere solo elettori. In quelle elezioni, comunque, nonostante si fosse perfino allargata la base elettorale, su 30 milioni di Italiani gli aventi diritto al voto erano in tutto 605.007, cioè il 2,18% della popolazione. Nelle elezioni del 1876 si recarono a votare 368.750 Italiani, per cui la Camera - “espressione del popolo sovrano” - di fatto esprimeva la volontà dello 0,94% della popolazione italiana; e di questi, quasi un terzo (almeno 100.000) erano di fatto dipendenti del governo e da questo brutalmente consigliati su chi votare.
Ad esempio, il massone e critico letterario Francesco de Sanctis (uno dei vati del Risorgimento, che divenne Ministro della Pubblica Istruzione) nel suo collegio di San Severo, dove gli aventi diritto al voto erano solo 923 (meno del 2% della popolazione) e di fatto votarono solo 401 persone, fu eletto con 359 voti, divenendo però Deputato e poi Ministro.
Lo stesso Garibaldi, sdegnato per questo stato di cose, cercò di fondare la “Lega della democrazia”, ma la casta liberale al potere, che lo aveva usato, fu molto infastidita da questa sua iniziativa, che considerò “utopia libertaria” e “demagogica”. In realtà infatti la borghesia ottocentesca temeva di chiamare alle urne i cittadini. 

L’educazione “statale”
Visto che il vero fondamentale progetto massonico era proprio quello di cambiare le coscienze e le idee degli Italiani, per strapparle finalmente dall’identità cristiana cattolica e volgerle al nuovo “credo” illuminista e liberale, allora si capisce quanto fosse decisivo che proprio la massoneria prendesse realmente in mano il potere culturale, dalle scuole (dall’asilo all’università) alla stampa (in seguito anche la radio e la televisione, mezzi nevralgici e capillari per tale scopo).
Istituito il Ministero della Pubblica Istruzione - con l’ostentata monumentalità della sua sede (quasi un tempio) che troneggia ancor oggi sul viale di Trastevere, al suo vertice si misero diligentemente  eminenti intellettuali massonici, come Francesco De Sanctis, Michele Coppino e Guido Baccelli.

Di Francesco De Sanctis è quella bella Storia della Letteratura Italiana su cui per oltre un secolo (e forse tuttora) generazioni e generazioni di liceali hanno studiato. Tale critico letterario, che fu maestro anche di Benedetto Croce, e che fu appunto eletto da soli 359 italiani!, era un vero banditore dell’ideologia risorgimentale.

Intanto subito nel gennaio del 1873 lo Stato abolisce le Facoltà di Teologia in tutte le università d’Italia. Ancor oggi in Italia persiste questa anomalia, ancor più grave in un Paese che è patria del cattolicesimo, che stupisce altri Stati europei (come la Germania, dove le Facoltà di Teologia nelle università statali sono in certi casi addirittura due, una cattolica ed una protestante), ma che sembra invece ovvia per gli universitari italiani (perfino l’Università Cattolica ne è priva, assicurandone solo dei Corsi).

Questo contribuisce a creare il pregiudizio culturale che la Teologia non sia una vera “scienza”, cioè un vero “sapere”, ma che sia qualcosa di clericale (roba da preti) se non addirittura di fantasioso (ignorando perfino che tale facoltà richieda normalmente almeno 4 anni di studi per il primo livello, 2-3 anni per le specializzazioni, con molteplici ramificazioni, e altrettanti per il Dottorato di ricerca). Nella storia dell’università - e le principali  Università sono nate dalla Chiesa Cattolica - la Teologia costituiva insieme, insieme e al di sopra della stessa filosofia (metafisica), la “regina” delle facoltà, cioè il sapere più alto.

Il  nuovo Stato Italiano vuole controllare ogni livello di studi, dagli asili all’università; vorrebbe porre perfino i Seminari, dove si preparano i futuri sacerdoti, sotto il proprio controllo. 
L’idea di fondo, nonostante il paradosso di una politica che si dice “liberale”, è di fatto “statalista” - statalismo che diventerà esasperato e perfino idolatrico nel XX secolo, col socialismo-comunismo e col nazismo-fascismo - è che primo educatore non sia la famiglia, tanto meno ovviamente la Chiesa, ma lo Stato. Le scuole sono strumento di educazione agli ideali dello Stato: lo Stato decide i programmi che si devono attuare ed i contenuti che devono essere trasmessi e appresi. 
Proprio attraverso la scuola, le nuove generazioni di italiani, e specialmente (per chi può permettersi di proseguire gli studi, cioè liceali e universitari) la nuova classe dirigente e i nuovi intellettuali, devono essere formati su nuovi contenuti decisi dallo Stato. Si diffondono così i nuovi miti, creduti obbiettivi e unica vera cultura: i miti appunto risorgimentali, quali quelli del medioevo come “secoli bui”, della Chiesa ostile alla ragione, alla scienza ed al progresso, atti a far credere che uno studioso, un vero uomo di cultura, non possa più credere ai dogmi cattolici, da lasciare semmai al popolino ignorante. Intere Facoltà, come quelle di Filosofia ma anche di Medicina, saranno in mano al liberalismo massonico (per Medicina, secondo una impostazione sostanzialmente materialista e positivista).

Lo Stato italiano, per la presenza capillare della Chiesa Cattolica e delle sue numerose istituzioni educative, non riuscirà mai ad usare una violenza eccessiva in questo decisivo settore della vita pubblica così da ufficialmente impedire le scuole cattoliche; ma l’idea “statalista” a riguardo dell’educazione è talmente radicata nella politica, che in fondo mai, ancor oggi, si è attuata in Italia una vera “libertà d’educazione”. L’idea di fondo è che comunque l’istruzione spetta allo Stato e alla sue istituzioni scolastiche; e alle sue istituzioni scolastiche e accademiche spettano i finanziamenti dello Stato (fingendo di dimenticare che le finanze dello Stato sono sostenute dalle tasse di tutti i cittadini, compreso i cattolici e le famiglie cristiane che vorrebbero per i loro figli un percorso più consono ai valori in cui credono). Se si ammette che ci siano altri tipi di istituzioni scolastiche, esse si ritengono “private” (ancor oggi questa l’errata dicitura con cui si nominano) e non degne di adeguati finanziamenti statali: in realtà tali istituzioni educative non-statali, di cui lo Stato ha certo il compito di verificarne l’efficienza e perfino di promuoverla, non sono “private” ma svolgono un reale servizio “pubblico” e come tali devono essere sostenute economicamente dallo Stato, proprio cioè per il servizio pubblico che svolgono. Quando invece non sono adeguatamente finanziate (con i soldi che lo Stato riceve comunque – ripetiamolo - da tutti i cittadini, anche da quelli che scelgono tali scuole) allora o devono chiudere per mancanza di fondi, oppure devono chiedere di nuovo ai fruitori un esborso per finanziarle (allora sì diventando spesso scuole “per chi può permetterselo”, se non addirittura per chi pretende comprare un titolo di studio; ma questo proprio per le mancanze dello Stato). Invece una vera “libertà di educazione”, secondo una corretta idea di Stato che non è al di sopra delle persone e dei ‘corpi intermedi’ (a cominciare dalla famiglia, primo naturale ambito educativo e prima responsabile della formazione dei figli), garantisce una reale democrazia - secondo quello che nella dottrina sociale cristiana si definisce “principio di sussidiarietà” - e soprattutto una libertà di educare i propri figli (e poi se stessi) secondo criteri, contenuti e programmi che si ritengono più idonei alla propria formazione e non che lo Stato impone dall’alto (spesso secondo una casta ultraminoritaria di intellettuali, come appunto è avvenuto dal Risorgimento in poi).

Perfino per l’infanzia, si creano nuovi libri e racconti, magari belli e affascinanti - come il famoso libro Cuore del massone De Amicis - dove però ogni riferimento religioso, così vivo nel popolo italiano, è invece improvvisamente sparito, quasi senza che ce se ne accorga.


Roma dopo il 20 settembre 1870
Nonostante i limiti e i difetti che, come tutte le cose umane e “temporali”, anche il governo dello Stato Pontificio poteva avere - e su questo dovremmo sapere, ma gli anticlericali fingono di non sapere, non c’entra né l’infallibilità del Papa, che dallo Spirito Santo è assicurata al Papa solo su questioni di fede e di morale (ed in particolari solenni pronunciamenti), né quanto ha ad esempio permesso al Papa Pio IX si essere proclamato beato, che riguarda come per tutti l’“eroicità delle sue virtù” umane e cristiane - abbiamo già osservato quanto saggio e illuminato fu quel governo anche nel XIX secolo e quante benemerite opere siano state poste in atto, anche da Pio IX, così che di molte se ne può ancor oggi godere.
Abbiamo invece osservato quanti saccheggi, violenze, latrocini e depravazioni morali hanno seguito il 20 settembre 1870, quando anche Roma venne conquistata dai “Piemontesi”, oltre alla confisca di quasi tutti i beni della Chiesa, che per una città così particolare come Roma - centro universale della Chiesa Cattolica - voleva dire incameramento non solo di ciò che era pontificio, dal palazzo del Quirinale in giù, ma anche delle “Case generalizie” di tutti gli Ordini religiosi del mondo, che hanno appunto in Roma il loro punto di riferimento supremo (Ordini che, come s’è detto, vennero subito soppressi, come era avvenuto in Piemonte nel 1855 e in tutti i territori progressivamente annessi dal Piemonte stesso). Diamo allora ancora un rapido sguardo a cosa avvenne a Roma dopo il 1870. 
Roma, prima del 1870, aveva solo 200.000 abitanti; ed era caratterizzata, oltre che dai gloriosi resti monumentali dell’epoca imperiale, da una miriade di opere (artistiche, culturali e caritative) che  nell’arco di più di 15 secoli la Chiesa Cattolica ha saputo esprimere ed erigere (e che trova nel Rinascimento, senza peraltro trascurare i bellissimi quartieri medievali, il suo trionfo estetico). Vengono ovviamente subito in mente le grandi o piccole opere artistiche ad esplicito riferimento cristiano cattolico di sublime bellezza (chiese, monumenti, statue, pitture, fino ai “Medaglioni mariani” ai crocicchi delle strade); ma potremmo anche osservare come i Papi non disdegnassero di creare opere artistiche con soggetto anche esclusivamente mitologico e pagano (si pensi ad esempio alla Fontana di Trevi). Tutto questo ha reso Roma una città unica, forse la più bella del mondo, così da richiamare ogni anno milioni di turisti e di pellegrini.

Sì, a Roma, centro della cristianità,  si viene da tutto il mondo anche e soprattutto in pellegrinaggio, come è stato nella storia (da cui il detto “tutte le strade portano a Roma”, oltre che per le vie consolari romane). Questo perché in questa città ci sono le tombe dei principi degli Apostoli (Pietro e Paolo; da cui l’espressione secondo cui si viene a Roma Ad limina Apostolorum, come fanno i vescovi di tutto il mondo ogni 5 anni, cioè alla tomba degli Apostoli) e soprattutto perché qui, come suo vescovo, successore di S. Pietro, c’è la guida suprema e il centro vivo della Chiesa Cattolica mondiale (cioè, oggi, di 1 miliardo e 200 milioni di cattolici del mondo, cioè il Papa). Ci sono poi periodicamente eventi di eccezionale portata spirituale che richiamano a Roma milioni di  cattolici da tutto il mondo, come particolari celebrazioni o anni speciali (come ad esemio i Giubilei). Su questo qualcuno, con la solita malizia anticlericale che vede ovunque gli “interessi” economici della Chiesa e solo quelli, afferma che tutto ciò non fa che portare soldi alla Chiesa e al Vaticano; ma in proposito non è difficile osservare che semmai ciò porta ricchezza soprattutto ai romani (dagli alberghi ai ristoranti, dal bar fino all’ultimo venditore ambulante) e allo Stato stesso (se non altro perché su qualsiasi cosa si compri, il 20% è di IVA, che va appunto nelle casse dello Stato). Non risulta invece - il che non sarebbe tra l’altro neppure sbagliato, visto le enormi spese da sostenere anche solo per il mantenimento artistico o per il personale anche laico che vi lavora - che venga chiesto alcunché per entrare in S. Pietro (anche solo come turista e visitatore), come nella altre magnifiche chiese visitate da milioni di turisti ogni anno, tanto meno per partecipare ad una celebrazione o udienza col Papa (quando basterebbe una piccolissima somma a persona per risolvere ogni problema economico del Vaticano e della Diocesi di Roma).

Dopo il 1870 affluirono invece a Roma laicissimi speculatori accorsi dall’intera Europa (tra cui le attivissime società immobiliari di ebrei francesi, inglesi e tedeschi), oltre che italiani (abbiamo già nominato, tra questi, anche due figli di Garibaldi). La finanza massonica internazionale entrò senza scrupoli nella Banca Romana, provocandone poi tra l’altro un grande scandalo ed il crollo nel 1893. Si costruirono enormi quartieri, spesso secondo lo stile torinese di vie parallele e perpendicolari, talora distruggendo anche quartieri medievali, chiese, giardini, opere artistiche.

Il quartiere Prati, adiacente al Vaticano, fu costruito con questo stile e fu riempito, oltre che di palazzi abitativi, anche di immense caserme; risulta sia stato tra l’altro progettato in modo tale che, nonostante sia vicinissima, non si dovesse scorgere la cupola più grande e più bella del mondo, quella michelangiolesca di S. Pietro (e così è ancor oggi). Sul colle Esquilino, tra i più alti di Roma, su cui prima del 1870 svettava isolata la mole bianca di S. Maria Maggiore - prima chiesa (quella originale) dedicata alla Madonna in occidente ed una delle chiese più belle di Roma, con un superbo campanile del ‘400 - si costruì un intero quartiere che la circondasse e ne ostruisse la vista, senza peraltro riuscirci pienamente.

La Roma divenuta capitale si riempì di caserme e soprattutto di faraonici palazzi, come sede dei diversi Ministeri come del potere giudiziario (come appunto il Palazzo di Giustizia, che i romani chiamano ancora il ‘Palazzaccio’, lungo il Tevere e vicino al meraviglioso Castel S. Angelo).
Oltre al giardino oltre il Tevere, costruito proprio da Pio IX per il popolo, si distrussero altri stupendi giardini, come quello della v
illa cardinal Ludovisi, nelle adiacenze di via Veneto. Per costruire il monumentale corso Vittorio Emanuele, che da Piazza Venezia si dirige verso il Vaticano, si distrussero quartieri, palazzi, chiese e monumenti medievali. Solo le vestigia pagane dell’antica Roma dovevano essere preservate. Ovviamente tutte queste vie e piazze dovevano essere rigorosamente intitolate agli eroi del Risorgimento, come sono tuttora, cosa che del resto si impone anche nel paese più piccolo d’Italia, con tanto di lapidi e monumenti.
Potremmo infine con onesta chiederci che cosa sia stato costruito di davvero artistico, che ancor oggi il turista vada necessariamente a visitare, nella Roma post-risorgimentale (per non parlare degli enormi e anonimi quartieri periferici costruiti in seguito, nel XX secolo), a parte il “Vittoriano”, che ingloba l’Altare della Patria (v. poi).
Il massone Ferdinando Martini, poi Ministro dell’Istruzione, scriveva così a Giosuè Carducci, riferendosi certo non solo ai palazzi e ai quartieri: “Abbiamo voluto distruggere e non abbiamo saputo nulla edificare”!

 

Una “religione  civile” ...

Il potere civile, e non solo ai tempi degli imperatori romani, ha sempre avuto la tentazione di porsi come assoluto, da cui ogni suddito dipendesse. Per questo, pur nel proverbiale rispetto di ogni identità culturale e religione, anche il potere imperiale romano fu infastidito dai sudditi cristiani, che, pur essendo esemplari anche nella vita civica, non potevano però accettare di “adorare” l’imperatore, essendo l’unico vero Dio, l’unico vero assoluto, un Altro (Gesù Cristo); e per Lui, cioè pur di non tradirLo, piuttosto che adorare l’imperatore o una sua statua, migliaia e migliaia preferirono morire, andando cioè incontro al martirio. Sia pur con modalità diverse, anche le nuove potenze europee del XVI secolo fecero enormi pressioni (e purtroppo in una notevole parte d’Europa ci riuscirono) e non pochi martiri, affinché si creassero “Chiese nazionali” (protestanti, anglicane), che non si riferissero più al “potere” del Papa ma al proprio; e giunsero non solo all’interno del governo della Chiesa (nominandone ad esempio i vescovi, come nel caso degli anglicani, il cui capo è tuttora la Regina d’Inghilterra) ma, come al solito, ad incamerarne tutti i beni. Paradossalmente (cioè contrariamente alla mentalità laicista) possiamo invece osservare come proprio il legame col Papa sia sempre sempre garanzia non solo di unità e di autentica fede - come vuole Gesù stesso - ma anche di vera libertà nei confronti del potere locale. L’Illuminismo e la rivoluzione francese, nonostante la tanto conclamata  libertà, hanno invece alimentato questo statalismo. Anche l’attuato progetto massonico sull’Italia del XIX secolo (appunto il Risorgimento), nonostante si proclamasse “liberale”, rientra in fondo in questa logica. Nel XX secolo, poi, questa pretesa del potere divenne talmente esasperata da divenire una vera e propria statolatria, come fece sia il nazismo-fascismo che il comunismo, presentando il potere dello Stato e l’ideologia che lo sottendeva come l’unico assoluto e l’unica vera religione, cui tutti e tutto dovevano sottoporsi. La religione (ebraica, cristiana) doveva per questo sparire o sottoporsi totalmente al potere politico (ancor oggi si fa questo in Cina e negli altri Paesi comunisti); per questo proprio la Chiesa Cattolica (legata al Papa) venne sentita come il nemico da abbattere.

Anche nella nuova Italia, secondo i dettami dello stato moderno e della stessa logica massonica, pur definendosi “liberale”, lo Stato tenta di ergersi a nuovo assoluto, a nuova religione, la nuova religione civile che tutti può mettere d’accordo, secondo ‘valori universali’, da cui però pare non si possa dissentire.

Questo non significa affatto che non si debba amare la Patria e promuovere la sua unità e gli autentici valori su cui continuamente edificarla; anzi questo è un dovere morale cristiano. Ciò però non significa cadere nella statolatria, come se lo Stato fosse sorgente dei valori stessi o presentasse se stesso come valore supremo, tanto più quando un certo tipo di Stato si oppone ai veri valori, soprattutto all’autentica fede in Cristo, andando tra l’altro contro la vera identità di un popolo.

Attorno al nuovo Stato Italiano si creò quindi una sorta di «religione civile», con i suoi riti e i suoi simboli, i suoi eroi e i suoi martiri. Soltanto che proprio in Italia non solo c’era una fortissima identità cattolica del popolo, ma c’era Roma, centro della cristianità, e il Papa, guida suprema di tutta la Chiesa. Per cui la pretesa del nuovo Stato (poi si userà il termine laico, usurpando quasi senza accorgersene una terminologia ancora cristiana, secondo cui i “laici” sono tutti i cristiani che non sono sacerdoti o religiosi consacrati), e dell’ideologia che di fatto l’ha così voluto e creato, di ergersi come nuova religione civile, cui il popolo italiano doveva riconoscersi e sottomettervisi, assume talvolta un tono grottesco e perfino ridicolo.

La giusta “laicità”, cioè il dovere dello stato di non entrare nel merito delle questioni religiose né di assumere una religione come obbligatoria per i suoi cittadini, è doverosa ed è proprio una caratteristica del pensiero sociale cristiano (contrariamente invece a quanto avviene ancor oggi nell’Islam); ma quando la laicità diventa “laicismo”, con la pretesa dello stato di essere valore assoluto e sorgente stessa della morale, se non addirittura assolutizzando talmente la neutralità morale da far diventare obbligatorio lo stesso relativismo (la paradossale “dittatura del relativismo”), allora non può essere accettato da chiunque abbia a cuore il vero bene comune e delle singole persone.

La nuova “religione civile” presenta lo Stato come il nuovo assoluto, da cui tutto dipende; l’ideologia e la politica che ne consegue come capace di guidare tutta la vita dei cittadini verso la vera libertà e felicità; i nuovi santi (laici) sono gli eroi della Patria, da venerare senza possibilità di critica; i nuovi martiri sono “i caduti della Patria”, cioè i milioni di cittadini morti per guerre assurde che non hanno voluto, i cui monumenti sono eretti anche nel paesino più sperduto d’Italia e d’Europa.
Certi persistenti monumenti agli indiscussi eroi risorgimentali (Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele), nonostante talora l’impegno statale o comunale di tenerli in ordine o di deporvi in certe circostanze delle corone d’alloro, sono totalmente al di fuori del sentire comune della gente, così che praticamente quasi nessuno li sente davvero come propri e di fatto sono abbandonati; cosa che invece non avviene quasi mai per Croci, Crocifissi, effigi della Madonna o dei Santi, che fossero anche nel più sperduto sentiero di montagna. 
Perfino certi giusti simboli nazionali, quali la bandiera o l’inno, in Italia solo col tempo e dopo molta insistenza politica sono forse un poco entrati o si cerca sempre di nuovo di far entrare nel sentimento comune degli Italiani, i quali però sembrano ricordarsene (ma non dovrebbero essere tuttora molti gli Italiani in gradi di sapere integralmente le parole dell’Inno d’Italia) più per una partita internazionale di calcio che per uno stringersi attorno ad una vera identità nazionale. In effetti, proprio l’inno nazionale - e già la parola “inno” tradisce una pretesa liturgica (c’era già un “Inno di Garibaldi”) - cosiddetto “di Mameli” (anch’egli massone, cui si deve il testo ma non la musica) e peraltro da poco ufficialmente adottato come tale, si apre significativamente con un
appello ai “fratelli d’Italia” (da quale “sonno” dovevano destarsi?) che pare un chiaro riferimento più alla massoneria, o comunque alla fraternité rivoluzionaria francese, che ad una concezione cristiana (è solo nel cristianesimo che tutti gli uomini sono chiamati a diventare ‘figli’ del Padre e quindi ‘fratelli’ tra loro), visto che, al di là del vago “Iddio la creò”, è come se duemila anni di cristianesimo in Italia non ci fossero stati o fossero stati così marginali per l’identità nazionale da sentirsi più legati all’“elmo di Scipio” che a Cristo Signore.
Così la bandiera nazionale adottata, non a caso tricolore come quella rivoluzionaria francese, è ovviamente priva di qualsiasi riferimento cristiano, come ad esempio la Croce (il primitivo tricolore l’aveva), che segna invece la maggior parte delle bandiere nazionali europee (compresa quella inglese, che sventolava quindi perfino sulle quelle navi inglesi di Marsala o Palermo, così preziose per lo sbarco di Garibaldi). 
A dir il vero anche lo stemma italiano, con la stella e la ruota dentata, ha un non troppo celato riferimento massonico [sormontò lo stemma del Regno d’Italia dal 1870 al 1890].

L’Italia “turrita” è la statua di una giovane donna con il capo cinto da una corona muraria dotata di torri (da cui l’appellativo turrita) e sormontata dalla stella a cinque punte [è rimasta per decenni su francobolli e monete, ma ancor oggi presente sul retro della Carta d’Identità e nel timbro sulla tessera elettorale].,

La religione civile, oltre ai suoi santi e i suoi martiri, i suoi miti e i suoi simboli, ha anche i suoi riti e le sue feste, quelle esclusivamente civili, giustamente obbligatorie per tutti (che non sono state soppresse ad esempio nel 1976, come molte di quelle religiose, o che sono state ripristinate e addirittura aumentate, come nel caso proprio del 17 marzo 2011, per festeggiare appunto il 150° dell’Unità d’Italia). Tra i suoi riti possiamo certo considerare ad esempio lo pubbliche “parate” militari (come quella del 2 giugno ai Fori Imperiali di Roma), o le visite all’Altare (!) della Patria (come il 25 aprile), con i suoi nuovi sacerdoti (autorità politiche e militari) e le sue laiche liturgie. Anche se ormai non più note, di questa religione civile esistevano perfino le preghiere, non solo quelle rivolte ad un generico Dio per la Patria, al Re o le forze militari, talora anche significative, ma proprio rivolte grottescamente a loro (esistono perfino delle Litanie a Vittorio Emanuele, scritte da Pier Carlo Boggio).

...… e il suo “Altare”
Questa nuova religione civile laica, imposta da una minoranza elitaria, anticlericale e massonica, doveva subito avere anche un suo “Altare” centrale. Appena dieci anni dopo la conquista di Roma  e il trasferimento della capitale (ma già morto Vittorio Emanuele II), nel pieno di una crisi sociale acutissima, men­tre il nuovo Stato fatica terribilmente a or­ganizzarsi, e, abbiamo visto, è alle prese con enormi problemi finanziari, viene però lanciato il grande concor­so internazionale per celebrare con un enorme mo­numento il primo re d’Italia, Vittorio Emanuele II (per questo si chiama il Vittoriano), comprendente al suo interno, secondo uno stile francese, la tomba del “Milite ignoto” - quasi nuovo agnello sacrificale per il nuovo culto della Patria - come vero «altare della patria» (così infatti oggi viene spesso chiamato tutto il Vittoriano, confondendo la parte col tutto). Questo è in fondo l’unico enorme monumento che il nuovo Stato italiano ha realizzato in Roma dal 1870 ad oggi (a parte forse il quartiere EUR e quello Olimpico, edificati durante il ventennio fascista, se vogliamo considerarli monumentali).
L’idea fu del ministro Giuseppe Zanardelli (1826-1903), uomo politico fra i più massoni della storia d’Ita­lia (di lui si racconta che, in un momento di perplessità sui troppi numerosi parlamentari masso­ni, mostrò a Montecitorio di avere sotto il cappotto proprio il “grembiulino” massonico). Tale monumento centrale della Patria - al centro geometrico di Roma, sopra piazza Venezia - doveva essere imponente, impressionante, soprattutto senza alcun riferimento religioso cristiano.
All’appello del concorso internazionale risposero centinaia di pro­getti da tutto il mondo; ma erano talmente megalomani, ir­realistici ed economicamente insostenibili, che si lanciò un secondo concorso solo nazionale con cri­teri esplicitamente più sobri. Il ministro Zanardelli (nel governo Depretis) scartò tutti i progetti che avessero sia pur minimi riferimenti al cristianesimo e scelse quello dell’architetto Giusep­pe Sacconi (1884): qui la simbologia è del tutto pagana (il suo centro, appunto l’Altare della Patria, è dedi­cato alla “Dea Roma”) e la statue, fatta appunto eccezione per quella centrale e mastodontica di Vittorio Emanuele II a cavallo, si riferiscono - secondo l’uso massonico - a delle idee (Economia, Libertà, Unità) o a dei riferimenti geografici. Il progetto ha comunque del megalomane: il Vitto­riano, con i suoi 81 metri d’altezza (quadrighe comprese) è forse tutt’oggi il più grande monu­mento statale ‘puro’ al mondo (neppure la Statua della Libertà di New York regge il confronto, almeno per le dimensioni), essendo grande come una collina artificiale. Pare che, con evidente sfida, si cercasse in ogni modo di superare in altezza la Cupola di S. Pietro.

“Il Vittoriano (che i romani battezzarono “la gigantesca macchina da scrivere”), con la sua abbagliante mostruosità di marmo e di bronzo, consacrata ad un re che la Chiesa aveva scomunicato e alla dea Roma, era programmaticamente concepito come un anti-Vaticano, un centro sacrale laicistico, patriottico e neopagano, contrapposto a quello cattolico e papale” (Franco Cardini).

Non solo per le dimensioni ma anche per il colore, il Vittoriano doveva stagliarsi su Roma, così da imporsi alla vista di chiunque; fu così scelto il marmo bianco (guarda caso proveniente proprio dal collegio elettorale del ministro Zanardelli), fortemente in contrasto con i colori delle costruzioni romane.  Per co­struirlo occorsero 25 anni (venne inaugurato nel 1911), più altri decenni per terminare i dettagli (1935), una astronomica cifra del denaro degli italiani, e si distrussero un bel quartiere medievale (e anche cinquecentesco), la torre medievale di Paolo III e tre magnifici chiostri del convento dell’Ara Caeli, nascondendone totalmente la chiesa (come si può ancor oggi osservare), che pur si erge sullo stesso colle, come del resto anche il Campidoglio. Fu all’inizio molto criticato per questo. Incalcolabili furono anche le perdite di preziosi reperti archeologici romani [ma per vedere completata questa devastazione archeologica della zona si dovrà aspettare il fascismo - dove proprio l’idea di stato e di religione civile verranno ancor più esaltate e, per celebrare la Patria, ci si volle significativamente riferire all’epoca imperiale romana, saltando due millenni cristiani - quando per la costruzione dell’enorme Via dei Fori Imperiali, voluta per unire piazza Venezia e il Vittoriano al Colosseo (e lungo la quale si tengono tuttora le “parate” di Stato), si tagliarono in due gli stessi Fori imperiali, come si può ancor oggi notare].

Il Vittoriano

Le due immense quadrighe (poste nel 1927, ma prevista fin dall’inizio) ai due estremi dei propilei (e come tali dominano su Roma) rappresentano l’Unità (a sinistra, sotto vi è la scritta “Patriae unitatae”, all’unità della Patria)  e la Libertà (a destra, sotto vi è la scritta “Civium libertati”, alla libertà dei cittadini). Il frontale più alto, sopra le grandi colonne, è costituito dalle statue delle Regioni (allora 16). Alla base invece delle colonne la “Terrazza del bollettino della vittoria” (così chiamato dopo la Prima Guerra Mondiale, vi è infatti deposto anche un masso del Monte Grappa). Sulle 4 alte esili colonne, due per parte, le quattro vittorie alate (erano dorate, come i due relativi complessi di Pensiero e Azione). La mastodontica bronzea statua equestre di Vittorio Emanuele II (talmente ampia che dopo la sua fusione si tenne nel ventre del cavallo una colazione con una ventina di persone, di cui si conserva storica foto) ha un basamento contornato dalle statue di 14 città italiane, con al centro ovviamente Torino. Sotto il monumento, al piano inferiore, domina la “dea Roma”, affiancata dai bassorilievi del Lavoro (che edifica e feconda), a sinistra, e dell’ Amor patrio (che combatte e vince), a destra. La tomba del “milite ignoto” - centro dell’Altare della Patria – posto sotto la dea Roma, fu posto nel 1921 dopo la Prima Guerra Mondiale (i resti sono appunto di un soldato di quella guerra la cui identità è rimasta sconosciuta), voluto specialmente dai reduci di quella guerra che conobbe milioni di morti, molti dei quali rimasti appunto senza identificazione e simbolicamente rappresentati da questo soldato. Alla base del monumento (la prima terrazza), sono le 4 statue (due per parte) che stanno alla base (!) della Patria: a sinistra, sopra la fontana del Mare Adriatico, la Forza e la Concordia; a destra, sopra la fontana del Mar Tirreno, il Sacrificio e il Diritto. Aprono la prima scalinata la statua del Pensiero, a sinistra, e dell’Azione, a destra (con chiaro riferimento mazziniano). 

 

 

Questa documentazione non ha voluto essere polemica o riaprire vecchie diatribe italiane, ma solo brevemente indicare come la storia spesso si sia svolta diversamente da come la cultura dominante voglia ancora presentarla. 
Occorre anzitutto essere mossi dall’amore per la verità. 
Quando poi certi “dogmi laicisti” continuano ad essere intoccabili e soprattutto continuano a minare e stravolgere il vero volto della Chiesa di Cristo, con grave danno alle coscienze, allora la ricerca e la presentazione della verità storica assume anche la valenza di un obbligo morale. 
E' infine triste e paradossale osservare come anche la maggior parte dei cattolici siano colmi di tali pregiudizi anticattolici; e come quasi tutti i giovani conoscano solo questi pregiudizi; così che, salvo i miracoli che comunque Dio può operare anche in loro, sono sempre più tentati di abbandonare la Chiesa e la fede, con danni spesso irreparabili per le loro anime.


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