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Questione 1

La verità

 

 

Per capire ... 
... le “questioni di fondo” della vita e della fede
cominciamo per così dire da una “premessa” sulla capacità dell’uomo di scoprire la verità. Se è vero che la ragione umana non conosce e non conoscerà mai in modo esaustivo la verità, è altrettanto vero che può progressivamente conoscerla, che cioè non ci sbagliamo sempre (altrimenti non ci accorgeremo neppure di sbagliare).

Questa possibilità di conoscere il vero, e di salir verso la contemplazione di verità sempre più alte, è decisivo per la vita dell’uomo. Per far questo, l’uomo possiede come “due ali”, che sono la ragione e la fede.

Con questa immagine (“La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità”) inizia l’Enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II (1998), n. 1. Tali “ali” non sono mai in contraddizione, ma anzi sono complementari e si sostengono a vicenda; anche se ovviamente, essendo la fede assenso a ciò che Dio stesso rivela, permette di cogliere la verità in modo immensamente più profondo di come potrebbe fare la sola ragione.

Non a caso il cristianesimo, anzi proprio Gesù stesso, si presenta nella storia come la Verità (cfr. Gv 14,6). Affrontiamo allora brevemente la questione se la ragione umana possa conoscere la verità, anche verità così elevate da superare il livello immediatamente sperimentabile. Ci si aprirà così la strada per capire addirittura che Dio esiste.


L’'uomo ha un naturale e insopprimibile bisogno di verità
L’intelligenza, in senso proprio (che gli animali non hanno), è proprio questo non solo percepire ma capire, appunto “intus-legere”, cioè cogliere l’essere delle cose, formandosi così concetti e unendoli in ragionamenti, così da poter scoprire non solo verità immediate (immediatamente evidenti) ma anche verità mediate, cioè trovate appunto mediante ragionamenti.
Per questo l’essere umano, fin dal suo apparire nel mondo, evolve non solo biologicamente, cresce non solo fisicamente, ma soprattutto culturalmente, tendendo cioè verso una verità sempre più grande. Mediante la scoperta di una verità sempre più profonda diventa anche sempre più uomo.

Così Giovanni Paolo II nel Discorso all’UNESCO (Parigi, 2.06.1980): “L’uomo vive di una vita veramente umana grazie alla cultura. La vita umana è cultura nel senso anche che l’uomo si distingue e si differenzia attraverso essa da tutto ciò che esiste per altra parte nel mondo visibile: l’uomo non può essere fuori della cultura. La cultura è un modo specifico dell’«esistere» e dell’«essere» dell’uomo [...] La cultura è ciò per cui l’uomo in quanto uomo diventa più uomo, «è» di più, accede di più all’«essere». E’ qui anche che si fonda la distinzione capitale fra ciò che l’uomo è e ciò che egli ha, fra l’essere e l’avere”.

La scoperta della verità è già un godimento in sé, mentre il falso ci infastidisce (se lo scorgiamo negli altri), ci svuota e ci abbruttisce (se lo coltiviamo in noi).
Fin dal suo apparire, l’essere umano si meraviglia, prova stupore per tutte le cose e per il suo stesso esserci.

“Lo stato d’animo del filosofo è la meraviglia. L’origine della filosofia è la meraviglia” (Platone, Teeteto 155 d). “Il motivo per cui il filosofo è vicino al poeta è questo: ambedue hanno a che fare con ciò che desta lo stupore” (S. Tommaso d’Aquino, Commento alla Metafisica di Aristotele, I, 3). “Chi si impegna seriamente nella ricerca scientifica finisce sempre per convincersi che nelle leggi dell’Universo si manifesta uno Spirito infinitamente superiore allo spirito umano” (dalla lettera A. Einstein del 24.01.1936, in Albert Einstein. Il lato umano, TO 1980, p. 31). “Gli uomini furono mossi a filosofare, allora come ora, dalla meraviglia, rimanendo dapprima stupiti dinanzi ai problemi più semplici, e poi progredendo a poco a poco sino a porsi problemi molto più alti” (Aristotele, Metafisica I 2, 982 b 14). “Lo stupore è il desiderio di sapere qualcosa: esso nasce nell’uomo per il fatto che questi vede l’effetto e ignora la causa; oppure per il fatto che la causa di quell’effetto trascende la conoscenza o la capacità dell’uomo. Perciò lo stupore è causa di piacere, in quanto gli è congiunta la speranza di poter giungere alla conoscenza di ciò che si desidera sapere” (S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 32, a. 8, resp.). “La cosa più bella che noi possiamo provare è il senso del mistero. Essa è la sorgente di tutta la vera arte e di tutta la scienza. Sapere che ciò che è per noi impenetrabile esiste realmente, manifestandosi come la più alta saggezza e la più radiosa bellezza che le nostre povere facoltà possono comprendere solo nelle forme più primitive, questa conoscenza, questo sentimento, è il centro della vera religiosità” (Albert Einstein, Come io vedo il mondo, 1929).

Dallo stupore nasce la domanda del perché e di conseguenza ogni ricerca (scientifica, filosofica, artistica, religiosa) della verità. Anche un bambino comincia assai presto a presentarci i suoi incalzanti “perché?”. E questa ricerca non finisce mai, non siamo mai sazi: l’uomo tende verso una Verità infinita. 
Ovviamente non tutti hanno questo desiderio con lo stesso grado di intensità; ma almeno un poco sicuramente e necessariamente sì, perché non esiste un uomo che non si sia mai domandato un perché, né potrebbe vivere a lungo la vita e le cose della vita senza un significato, così come non potrebbe vivere neppure un istante con il sospetto che ogni conoscenza sia falsa (scetticismo). Qualcuno con particolare passione e genialità, e magari senza alcun interesse immediato, dedica perfino l’intera vita per la scoperta di una verità, di cui poi milioni o miliardi di persone potranno godere. 
Nella nostra ricerca della verità, ci sono semplici curiosità, ma anche questioni più urgenti e perfino alcune da risolvere necessariamente. Evidentemente su alcune questioni, come quelle che ineriscono alla nostra professione, dobbiamo essere particolarmente competenti. Non è chiesto a tutti di sapere certe cose. Il campo del sapere è oggi talmente vasto che anche un mente geniale non potrebbe tutto abbracciarlo. Noi siamo più competenti in certi rami del sapere e per altre verità ci fidiamo di chi è in esse più competente. 
Esistono però delle questioni così decisive per l’esistenza sulle quali
, pur essendoci anche lì degli specialisti, non possiamo essere ignoranti o superficiali, pena il fallimento della nostra stessa vita. In questo campo sarebbe appunto veramente sciocco e perfino tragico andare avanti “per sentito dire”, secondo le mode (“così fan tutti”), le voglie o le sensazioni del momento (“mi va, non mi va”, “se mi va, fino a quando mi va”). 
Nel campo intellettuale, cioè della ricerca e degli studi, una verità è tanto più importante quanto più profondo è il suo livello (il perché dei perché), cioè quante più cose riesce a spiegare ed unire. Per questo la questione del perché primo di tutte le cose, cioè della causa prima di tutto l’essere, è quella più difficile ma anche la più importante, perché in fondo tutte le altre verità ne dipendono.

La filosofia nasce infatti nella Grecia classica come ricerca dell’arché, cioè come ricerca del principio unificante e causa prima di tutte le cose. Platone sottolinea appunto che scienza è la conoscenza non solo dei fenomeni, ma delle cause dei fenomeni, e una scienza è tanto più elevata quanto più scopre le cause più a monte. La conoscenza della Causa prima, che già Platone e Aristotele scoprono essere trascendente (al di là dell’universo stesso), è per questo la suprema scienza: se la metafisica, cioè lo studio dell’essere in quanto essere, è già la scienza suprema, in quanto abbraccia tutto, il suo culmine, e quindi il vertice del sapere, è lo studio della Causa prima di tutto l’essere (Dio), la teologia (razionale).

Ma questo è in fondo il problema di Dio (che per definizione stessa è Colui da cui tutto dipende). Anche esistenzialmente, cioè anche dal punto di vista della nostra vita concreta, la questione del senso ultimo e globale (causa prima e fine ultimo) dell’esistenza risulta quella più decisiva, anche se non sembra. Se non so da dove vengo e dove vado non so in fondo perché vivo, ma se non so perché vivo faccio fatica a capire il senso vero anche delle singole cose della mia vita e della mia giornata. Ma anche questa domanda sul senso ultimo della vita è in fondo ancora il problema di Dio.

Occorre prestare molta attenzione a questa questione, perché oggi c’è il tentativo di ridurre il problema di Dio (la questione religiosa) ad un’esigenza solo intima, di culto, privata o che comunque non c’entra con la vita concreta, mentre sia culturalmente (il fondamento del sapere) che esistenzialmente (il perché vivo) la questione di Dio è quella da cui dipendono tutte le altre, e la risposta a questo problema condiziona, nel bene o nel male, non solo tutta la cultura, ma tutta l’esistenza concreta dell’uomo. Ne è riprova l’immensa incidenza che una religione ha sempre esercitato non solo sulla vita dei singoli ma su un’intera civiltà.

Esiste infatti nella vita di ognuno, anche se non ce ne accorgessimo, un senso ultimo, un’idea di felicità suprema e di verità fondamentale, da cui tutto dipende. Se non è Dio (trascendente) sarà un “idolo”, cioè qualcosa o qualcuno cui ci aggrappiamo come il nostro tutto. Potremmo dire che non si vive senza un “numero uno” nella classifica dei nostri valori, un assoluto, per il quale, pur di non perderlo, saremmo disposti a lasciare anche tutto il resto (cfr. Mt 13,44-46; Mt 6,21)
Se però ci facciamo un idolo, un falso dio, se assolutizziamo ciò che in realtà  è relativo (finito), prima o poi rimaniamo vuoti e delusi (cfr. Sal 115[113 B], 4-8)
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Poiché siamo esseri pensanti e liberi, la questione della verità è di fatto per l’uomo una questione obbligatoria. Infatti non possiamo non pensare e non possiamo non volere, non decidere: anche se ci sforzassimo di non pensare e di non scegliere, sarebbe anche questo un pensiero e una scelta. 
Fin dall’adolescenza ci piace avere le “nostre” idee e fare le “nostre” scelte, poiché dobbiamo essere noi stessi, e ciascuno di noi è unico e irripetibile. Crescendo però, pensando cioè più in profondità, ma anche attraverso esperienze positive o negative, ci rendiamo conto che per le nostre idee e scelte c’è un aggettivo ancora più importante di quello possessivo (“mie”): è l’aggettivo “giusto”, “vero”. Non basta cioè avere le proprie idee e fare le proprie scelte, ma abbiamo bisogno di avere idee vere (verità) e di fare scelte giuste (il vero bene). Perché un’idea sbagliata può essere rispettabilissima, ma in realtà non corrisponde alla realtà (è fantasia, opinione, non verità). Una scelta sbagliata esprime sì la mia libertà, ma ultimamente non mi edifica (bene), mi rovina (male). Quante volte facciamo infatti l’esperienza che una scelta più facile e immediatamente più allettante in realtà poi ci ha lasciato vuoti e delusi; e invece scelte magari più difficili e immediatamente richiedenti sacrificio ci hanno poi colmato di gioia e realizzati davvero. Per questo la questione di che cosa sia vero e giusto, quale sia la verità e l’autentico bene, è quella apparentemente più astratta, ma in realtà è quella più decisiva dell’esistenza; e tutto ne dipende. Solo la verità ci edifica davvero, ci rende cioè veri uomini (Gesù l’ha così sintetizzato: “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”, Gv 8,32)
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Su queste questioni di fondo ci giochiamo tutta le vita e perfino il nostro destino eterno. Solo alla verità corrisponde infatti qualcosa di reale: le nostre opinioni (se sbagliate) o le nostre fantasie (quando cioè facciamo dell’“a modo mio” il criterio assoluto della nostra vita) ci lasceranno vuoti e disperati, perché non vi corrisponderà nulla.

Alla fine della vita e della storia ci sarà infatti quello che chiamiamo il “giudizio universale”: in realtà sarà l’evidenziarsi pieno della verità (giudizio) e la nostra conformità o difformità ad essa. La partecipazione piena alla Verità-Bene (Dio) sarà la nostra felicità infinita ed eterna (paradiso); un significato inventato (questo è in fondo il peccato) svanirà come inesistente e ci lascerà totalmente vuoti e disperati (inferno).

Dobbiamo però riconoscere anche che, se è vero che siamo fatti per la verità e il bene, è anche vero che questo cammino non è facile e siamo continuamente tentati anche dalla falsità e dal male. Perché? Perché è più facile lasciarsi andare, vivere senza pensarci, fare le cose come vengono, seguendo quello che fanno altri o le nostre stesse voglie del momento. Scoprire e vivere la verità è bello e ci edifica davvero, ma non è facile. Possiamo avvertire perfino un’interiore resistenza alla verità.

La “Rivelazione” (Bibbia) ci fa conoscere che questa resistenza, questa fatica, è dovuta anche alla ferita del “peccato originale” (Gen 3), per cui, pur essendo fatti per la verità, per il bene, per il bello, per l’amore, cioè per l’Essere  (Dio), in noi agisce anche una “tentazione” contraria, potremmo dire quasi una “tentazione del nulla”; tentazione che si fa ancora più forte se ci lasciamo andare su questa strada con le nostre scelte personali, cioè con i nostri “peccati” personali. Sappiamo dalla stessa Rivelazione di Dio che esiste pure Satana (diavolo) che opera in noi questa tentazione del Nulla, spingendoci a ribellarci a Dio. Anche gran parte della filosofia contemporanea, avendo abbandonato l’essere (metafisica) e l’Essere stesso (Dio) ci mostra oggi con drammaticità questa tentazione del Nulla (nichilismo).

Pur essendo fatti per la verità, possiamo paradossalmente averne perfino paura; questo non solo o non tanto perché sia difficile trovarla, ma perché talora riconoscere la verità vuol dire ammettere che dobbiamo cambiare qualcosa della nostra vita; e questo può essere difficile, può inizialmente scoraggiarci e farci “preferire le tenebre alla luce” (cfr. Gv 3,19-20). Se però vogliamo davvero bene alla nostra vita, se ci sta davvero a cuore la felicità autentica della nostra esistenza, dobbiamo amare la verità più delle nostre opinioni e volere il bene più del nostro comodo.

Se non si ha sufficientemente chiara la questione della possibilità di conoscere “oggettivamente” il vero, anche nel campo religioso e morale, prima o poi sarà troppo forte la tentazione del relativismo, specialmente in quelle questioni o in quei periodi della vita in cui sarà più difficile vivere la verità, e si cadrà quasi inevitabilmente in quel “peccato di fondo” (non è forse questa perversione della verità  quella “bestemmia contro lo Spirito Santo” che Gesù dice non essere perdonabile?  cfr. Mt 12,31-32), quello di farsi una religione, un cristianesimo, una fede ed una morale a modo proprio, che potrà anche soddisfare qualche esigenza religiosa, specialmente nei momenti di crisi, ma che non salva, perché appunto non corrisponde alla verità, alla realtà delle cose (qui e nell’eternità). Il relativismo può spesso nascondere una posizione di comodo: in fondo così posso fare quello che voglio e ciascuno faccia come gli pare!
 


Senza questa prima questione (della possibilità di conoscere il vero, anche oltre il visibile) sarebbe evidentemente inutile e impossibile andare avanti e indagare, specie sulle quelle questioni “alte” ma decisive che vogliamo qui capire
Se ci pensiamo bene sarebbe impossibile anche discutere e dialogare, perché non si può discutere con chi nega che ci possa essere una verità valida per tutti.

Il relativismo sembra poi esaltare la libertà della propria o altrui coscienza, sembra cioè fonte di rispetto, tolleranza e democrazia, ma in realtà annienta ogni possibilità di autentico dialogo (se non c’è una verità universalmente valida su cosa dialogare? Sarà sempre una verità “per me”, una questione di gusti – di cui appunto “non est disputandum” – che potremmo anche raccontare ma non discutere se sia valido o no). Inoltre, tacere una verità che può aiutare, rinnovare e perfino salvare la vita di un altro non è rispetto per lui, ma tradimento e complicità.


Per sfuggire alle spire del relativismo, dello scetticismo, del nichilismo ...
Per andare con la ragione anche oltre il livello scientifico …


Il relativismo afferma che tutto è appunto relativo, che cioè non esiste (o comunque non possiamo conoscere) una verità, oggettiva e universale, ma esistono solo opinioni. è il clima culturale dominante dentro cui viviamo. Se questo fosse vero, anche il relativismo dovrebbe però relativizzarsi ed ammettere anche l’opinione contraria (che quindi possiamo dire una verità), mentre invece normalmente vediamo che proprio i relativisti si inquietano con chi non è d’accordo con loro e diventano intolleranti nei confronti di chi osa dire una verità.

Nietzsche, nella sua genialità, sembra talora riconoscere questo ritorcesi del relativismo contro se stesso, ma sembra anch’egli nascondersi che ciò conduce solo al silenzio (“Posto poi che anche questa fosse soltanto una interpretazione - e voi sareste abbastanza solleciti da obiettarmi ciò - ebbene, tanto meglio”, Al di là del bene e del male).

Lo scetticismo afferma che non c’è la verità o non possiamo conoscerla, ma mentre dice questo vuole affermare una verità. La frase “la verità non esiste” è falsa … anche appunto quando pretende essere “vera”.

Il nichilismo afferma che non c’è l’essere, che tutto è nulla, che c’è il nulla; ma come vediamo da quel “è” ogni affermazione è affermazione di qualcosa, di essere. Quindi se il nichilista vuole essere coerente deve di fatto stare zitto. Il nichilismo costringe al silenzio (senza poterlo neanche dire).

Il razionalismo è la tentazione opposta, cioè un’esagerazione delle capacità della nostra ragione a tal punto da affermare non solo che possiamo conoscere tutto ma addirittura che non esiste ciò che la ragione non può dimostrare. Questa enfasi eccessiva, questa esaltazione unilaterale della ragione, ha avuto il suo trionfo nell’Illuminismo, ma come vediamo si è poi progressivamente capovolta nel suo contrario (non possiamo conoscere nulla, v. sopra). 
Ora, la ragione umana, in quanto capace di verità (cioè di rapportarsi all’essere), è sì per sé aperta al tutto (“Intellectus fit quodammodo omnia”, scrive S. Tommaso d’Aquino riprendendo Aristotele), ma è comunque sempre limitata, cioè può progredire nella conoscenza ma mai esaurirla  (“L’ultimo passo della ragione è il riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la sorpassano”, scrive B. Pascal); inoltre è spesso anche fallace, cioè può sbagliare.

La scienza usa la ragione per risalire dagli effetti alla causa, da un fenomeno a ciò che lo provoca. Questo perché è ovvio che “nulla viene dal nulla”, che ogni cosa ha una causa. Ma per lo stesso motivo la ragione non si limita a ciò che scopre la scienza, ma risale anche dalle leggi scientifiche alla loro causa, fino alla Causa prima. 
Lo scientismo afferma invece che la ragione non può andare oltre questo livello, che la scienza è l’unica conoscenza certa della realtà, il più alto livello di verità raggiungibile. Ma in fondo è una ricerca volutamente interrotta, non usando più il “principio di causalità” che permette la scienza stessa. Spesso degenera in una cieca e opposta fede … nel potere del Caso, nell’intelligenza della Natura stessa, nel futuro della scienza (la certezza che un domani la scienza spiegherà ogni cosa).



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Domande


1.1 - Cosa significa la parola “verità”?
   

In sé la parola verità indica l’essere stesso. Infatti penso o dico il vero se penso o dico le cose come stanno, cioè come sono
In riferimento al nostro pensiero, la verità è la conoscenza dell’essere, cioè la conoscenza delle cose per quello che sono e per il significato che hanno.

Una delle più adeguate definizioni di verità è infatti “adequatio rei et intellectus”, cioè un rapporto adeguato tra l’essere (la cosa) e l’intelletto.


1.2 - Possiamo conoscere la verità?

Sì. Se negassimo in assoluto questa possibilità dovremmo solo stare zitti o rassegnarci a poter pronunciare solo parole senza senso, perché qualsiasi cosa diciamo esprimiamo un giudizio che pretende di essere “vero” (altrimenti sarebbe vero anche il contrario).

Chi pretendesse negare in assoluto questa possibilità (come dicono gli scettici, ma anche i relativisti), si contraddirebbe, perché mentre nega che possiamo conoscere la verità pretende dire una cosa vera e quindi non può non ammettere che possiamo conoscere e dire qualche verità. Ed a chi ci dicesse che facciamo spesso l’esperienza di esserci sbagliati e che quindi non sapremo mai se pensiamo il vero o il falso, potremmo intanto rispondere che se non facessimo altro che sbagliarci non ci accorgeremmo neppure di sbagliarci (paradossalmente dovremmo ammettere che ci sbagliamo anche nel riconoscere l’errore). In realtà, proprio il fatto che ad un certo momento riconosciamo l’errore come errore, vuol dire che siamo capaci di verità. Il relativismo e lo scetticismo conducono inesorabilmente al nichilismo; ma il nichilismo costringe di fatto al silenzio.

Non possiamo dunque negare che possiamo conoscere almeno un po’ la verità, altrimenti non potremmo neppure negarlo.
Ciò però non significa affatto che possiamo allora conoscere completamente la verità (altrimenti saremmo una intelligenza infinita, saremmo come Dio).

L’intelligenza, in senso proprio, è la capacità di cogliere (intus-legere) l’essere, cioè la realtà, la verità delle cose. In sé è una facoltà aperta a tutto l’essere e quindi aperta all’infinito, anche se in noi è limitata. Possiamo dire che Dio è intelligente, senza pericolo di antropomorfismo, perché tale facoltà indica limite in noi ma non in sé. Anzi, in senso proprio, cioè perfetto, solo Dio è intelligente e conosce la verità (perché è intelligenza infinita aperta sull’essere infinito), anzi “è” la Verità (in quanto perfezione dell’Essere e Creatore e Fine di tutte le cose).


1.3 – Possiamo inventarci la verità?

La verità non si inventa ma si scopre. Essa infatti è quella che è, poiché le cose sono quello che sono. L’intelligenza non è libera nei confronti della verità; infatti, la verità, una volta che si presenta come tale, obbliga l’intelligenza, pur lasciando ancora libera la volontà.

La libertà non è infatti una caratteristica dell’intelligenza ma della volontà. “Libertà di pensiero” è invece una espressione prevalentemente di tipo sociale e garantisce (pur comunque con certi limiti) di poter avere proprie opinioni, di fare proprie libere scelte e obbliga al rispetto delle opinioni altrui; ma se analizziamo il processo dell’intelligenza ci accorgiamo che appunto essa non è libera (lo si vede bene di fronte all’evidenza). Per sé dunque l’intelligenza è libera di formulare proprie opinioni quando non conosce ancora la verità: in tal caso però l’intelligenza è ancora come sospesa, ha solo qualche indizio; e la volontà in certi casi può spingerla (condizionata magari dal desiderio) a formulare un giudizio che in realtà è un pregiudizio, con grave pericolo di errore.

Se pretendessimo inventarci la verità, creeremmo solo un’opinione, perfino una fantasia, cui non corrisponderebbe nulla di reale; e quindi non servirebbe per conoscere, ma solo per illudersi. 
Per questo, l’atteggiamento intellettuale ed esistenziale più giusto non è quello di farsi le cose “a modo proprio” (magari perché è più comodo e piacevole, o perché “fan tutti così”), ma quello di una sincera, appassionata ed umile ricerca del vero.
Dobbiamo dunque desiderare più la verità che il gusto di avere un’opinione personale, specie sulle questioni più decisive della vita. è più importante chiedersi “cos’è vero” (come stanno realmente le cose) che essere attaccati al “cosa penso” o al “cosa mi piace”.


1.4 - La verità è una?

Proprio perché la verità è l’essere stesso delle cose, essa è una. La nostra ragione coglie infatti immediatamente che non ci possono essere due verità opposte (se parliamo della stessa cosa, sotto lo stesso aspetto e nello stesso momento).

Com’è noto, questo è il principio che sta alla base di qualsiasi pensiero, del buonsenso stesso, della logica, di qualsiasi concetto o ragionamento, sia dell’uomo incolto come dello scienziato o del filosofo, perché in fondo è il principio stesso dell’essere: si tratta del cosiddetto “principio di identità” (ogni cosa è quello che è), chiamato anche di “non-contraddizione” (non posso affermare e negare contemporaneamente) o del “terzo escluso” (o è o non è, non c’è una terza ipotesi).

Esistono certo infinite sfaccettature o prospettive con cui cogliere o analizzare la realtà, ma in sé la realtà è una e anche di ciascun aspetto non ci potranno essere verità opposte.


1.5 – Da cosa o da chi dipende la verità?

La verità è oggettiva, perché è appunto data dall’oggetto e non dal soggetto. Soggettiva semmai è l’opinione (se ancora non si conosce bene). Per questo motivo, oltre ad essere “una”, la verità è anche indipendente, cioè non dipende da chi la scopre o la dice: se una frase è vera, è vera perché corrisponde alla cosa e non a motivo di chi la dice (anche se l’autorevolezza di chi la dice può indurci a dare il nostro assenso, oppure l’incoerenza di chi la dice può indurci a ritrarre il nostro assenso; ma in realtà o è vera o non è vera, indipendentemente da chi la dice).

Questo è molto importante, perché talora siamo contrariati dall’incoerenza di chi ce l’annuncia (“predica bene e razzola male”, diciamo); ma in realtà se una verità è talmente tale, l’incoerenza di chi ce la dice al massimo ci dovrebbe far provare disappunto o perfino pena per chi ce la dice (peggio per lui), non cogliere il pretesto per “masochisticamente” non seguire noi la verità. Se invece una linea di pensiero fosse falsa, la coerenza di quella persona che l’afferma potrebbe destare ammirazione, ma in realtà dovremmo augurare a quella persona di essere incoerente, perché la coerenza con l’errore può portare alla distruzione, mentre solo la verità ci edifica (noi e gli altri). 

Per questo la verità è dunque indipendente dal consenso (anche se noi siamo psicologicamente portati a seguire la maggioranza, cioè un vasto consenso, come quando diciamo “fan tutti così”), cioè da quanti la conoscono o la dicono. Una verità potrebbe essere conosciuta da pochissimi, o perfino da nessuno, ma sarebbe sempre la stessa. Infine la verità è anche indipendente dal tempo; se una frase è vera, cioè corrisponde alla realtà, non sarà sempre vera (se ad esempio quella cosa muta) ma sarà sempre vero che la verità in quel momento era quella. La verità non dipende dunque da nessuno: dobbiamo scoprirla per quel che è.


1.6 – La verità è uguale per tutti?

Proprio perché la verità non dipende da nessuno ma è oggettiva (dipende dall’oggetto, dalla cosa in sé), essa è anche universale, cioè è uguale per tutti. Se una cosa è realmente vera (altrimenti non è verità), non può essere vera “per me”, per qualcuno, ma per tutti.
Questo non significa che sia riconosciuta come tale da tutti e quindi che sia “di fatto” riconosciuta universalmente; anzi, come abbiamo osservato, una verità potrebbe essere conosciuta da una minoranza, da un solo uomo o perfino da nessuno.

Ecco perché anche una “"legge morale naturale”" è per tutti; ma ciò non significa che sia "di fatto" riconosciuta (e tanto meno vissuta) da tutti.

 

1.7 - Come possiamo conoscere la verità?

Il caso più facile è quello dell’evidenza, perché è una verità colta immediatamente. Abbiamo evidenze sensibili (c’è il sole) ma anche evidenze intellettuali (non ci sono due verità contrarie: se c’è il sole non è notte, e viceversa).

I sensi possono in effetti sbagliarsi più dell’intelligenza (l’intelligenza può infatti dare un giudizio sbagliato perché riceve dai sensi dei dati sbagliati). Anche i sensi però non sbagliano sempre, altrimenti non ci accorgeremmo neppure di sbagliare (l’occhio ad es. può non vedere o non vedere bene, ma come organo esiste per vedere, sia pur a modo proprio, e non per non vedere). L’intelligenza umana ha invece in sé delle certezze assolute, che le permettono di pensare in modo corretto, perché sono le leggi stesse dell’essere, che le si impongono. Le evidenze fisiche per sé sono meno forti di quelle metafisiche (l’esatto contrario di quel che pensava Kant).

Partendo dall’esperienza e dall’evidenza intellettuale (il nulla non è essere e non genera essere) possiamo però raggiungere anche evidenze mediate, cioè raggiungibili un “ragionamento” (se A = B e B = C, dunque A = C; se una cosa non c’era e poi c’è è fatta da un altro).  
Molte conoscenze, molte verità, anzi la maggior parte delle verità che conosciamo, le abbiamo per fiducia, cioè perché ci sono dette da altri. Perfino la maggior parte di ciò che si studia è ancora conosciuto per fiducia attribuita agli esperti. In senso proprio non abbiamo un’esperienza diretta dell’esistenza di quelle verità; per questo è facile (specialmente oggi, con i mezzi di comunicazione di massa) che si divulghino verità che sono invece errori.

La maggior parte della gente non pensa molto con la propria intelligenza e, pur credendo di avere opinioni personali, è colma invece di idee non verificate ed assunte più o meno acriticamente dalla società e dai mass-media. Da cui la diffusa crescente impressione di “confusione”.

Come distinguere allora una ingenua credenza da un ragionevole assenso ad una verità che non abbiamo verificato di persona? Dipende dalla “credibilità” o autorevolezza di chi ci comunica tale verità.

In questo senso, un troppo facile credere sarebbe una credenza ingenua (un mio semplice amico mi dice che ieri è stato a cena dal Capo dello Stato), mentre è più ragionevole credere ad un amico che è sempre stato sincero. Un esasperato dubbio o sospetto potrebbe essere invece irrazionale e perfino folle (non mangio al ristorante perché non ho l’analisi chimica delle portate, quindi l’esperienza empirica della bontà dei piatti, e penso che vogliano avvelenarmi).


1.8 - Come possiamo verificare delle affermazioni non immediatamente evidenti?

Se si tratta di una verità sperimentabile empiricamente, basta fare tale osservazione o ripetere tale esperimento. Se si tratta di un fatto storico, verificare (o studiare chi l’ha fatto) la documentazione storica. Se si tratta della conclusione di un ragionamento, verificarne la validità risalendo alle premesse a cui si è partiti e la correttezza del ragionamento stesso.

Ricordiamo in proposito che la Logica è una scienza, che ci offre appunto gli strumenti per poter ben ragionare. Ad esempio, la condizione perché un ragionamento sia corretto e porti a conclusioni vere, è che muova da premesse vere (se non è chiaro occorre risalire ulteriormente a monte) ed un “termine medio” che le possa unire.


1.9 - Possiamo conoscere con certezza verità non sperimentabili empiricamente, cioè possiamo conoscere realtà invisibili? Se sì, come?

Poiché siamo uno spirito dentro un corpo e quindi un’intelligenza che apprende attraverso i sensi, dobbiamo sempre partire dall’esperienza; altrimenti potremmo cadere nella pura immaginazione o fantasia.
Però, proprio perché comunque abbiamo l’intelligenza, e questa si accorge dell’evidenza dell’opposizione tra essere e nulla (non ci sono, nello stesso momento e sotto lo stesso aspetto, due verità tra loro opposte, perché non c’è essere e non essere insieme per la stessa cosa) ma anche che il nulla non genera nulla, da cui il necessario concetto di causa (e relativo “principio di causalità”), la nostra mente può scoprire non solo i fenomeni che vede ma anche le cause di tali effetti (almeno che ci debba essere una loro causa proporzionata, adeguata, così da non lasciare nulla al nulla). Ora, tale causa deve esserci e deve anche essere proporzionata all’effetto, anche se essa fosse invisibile. Oggigiorno perfino in campo scientifico conosciamo moltissime cose invisibili, proprio attraverso gli effetti che esse producono.

La scienza moderna si chiama sperimentale perché deve non solo muovere dall’esperienza ma dimostrare una scoperta mediante l’esperimento che la conferma. Questo non significa che la causa sia sempre sperimentabile, neppure per la scienza moderna. Il principio che la scienza usa nella propria ricerca, senza neppure discuterlo, è appunto il “principio di causalità”: che ci sia una causa adeguata è cioè ovvio; suo scopo è scoprire quale sia la causa prossima (forza, legge) di tale effetto. Per far questo formula ipotesi che devono poi essere convalidate dall’esperimento. Ripetendo moltissime volte l’esperimento e dando lo stesso risultato, si raggiunge (in modo “induttivo”, cioè generalizzando osservazioni comunque particolari, e non deduttivo) un certo grado di certezza, che però non è assoluto. In altri termini, che ci sia metafisicamente una causa adeguata di quel fenomeno è assoluto (non potendo lasciare nulla al nulla); ma che fisicamente tale causa sia quella trovata è in sé solo fortemente probabile ma non assolutamente certo, cioè si dovrebbe dire e si dice “fino a prova contraria”, tanto è vero che potrebbe essere smentita da nuove scoperte (ricordava infatti K. Popper che mille esperimenti non danno una certezza assoluta della verità di quella ipotesi, mentre un solo esperimento che dimostri il contrario smentirebbe tale ipotesi).

 

1.10 – Perché nella ricerca della verità non è sufficiente il livello scientifico?

Anzitutto appunto perché la scienza utilizza un principio metafisico, senza neppure discuterlo (cosa che invece fa la filosofia). 
Così, per lo stesso “principio di causalità” che permette alla scienza di risalire dall’effetto (un fenomeno) alla causa prossima (legge scientifica che lo regola) obbliga anche a risalire alla Causa prima, cioè ciò da cui tutto dipende e senza di cui non ci sarebbero le cause seconde e nemmeno gli effetti, cioè la realtà che vediamo.
La ragione precede e va quindi oltre il livello puramente scientifico.
Dovremmo aggiungere che la scienza non basta anche perché può fornire solo giudizi di fatto (c’è questa legge, questa forza), ma non di valore (è bene o male?). Occorre dunque l’etica, la morale (cioè la distinzione del bene e del male, di ciò che si deve e di ciò che non si deve fare 8anche se fosse scientificamente possibile). Ad esempio ci dice che c’è l’energia nucleare, che può essere utilizzata per produrre energia elettrica o per fare una bomba atomica. Ma che cosa sia bene o male è giudizio che non spetta alla scienza in quanto tale ma alla più grande razionalità umana, che può scoprire anche la morale.


1.11 - E' importante conoscere la verità ?

L’uomo è talmente fatto per la verità (si pensi già ad un bambino ed ai suoi “perché”) che gode della scoperta del vero, perfino al di là della sua immediata utilità. Tanto più una verità è alta, tanto più è importante ed unifica il sapere. Tanto più riguarda il senso della nostra stessa esistenza, tanto più è urgente e necessaria per la vita.


1.12 - Quale è la verità più importante da conoscere?

Nella ricerca intellettuale, si può dire che ogni verità è importante, ma una verità è tanto più importante quanto più profondo è il suo livello, cioè quante più cose riesce a spiegare ed unire. Non a caso la ricerca e l’amore della sapienza (philo-sophia) si concentra subito sulla ricerca del primo principio (“arché”), cioè della causa prima e fine ultimo di tutte le cose. 
Se conoscere più in profondità - diceva Platone – significa conoscere le cause (scienza), si capisce che la conoscenza dell’essere (metafisica) sia la scienza fondamentale, che trova il suo culmine e fondamento nella conoscenza della Causa prima di tutte le cose (Dio; teologia = Theos-logos).
Dal punto di vista esistenziale, la stessa questione si pone in questi termini: c’è un perché, un senso ultimo, globale, della nostra esistenza, così da orientare tutta la nostra vita e dare senso anche ad ogni scelta particolare, ad ogni piccola felicità verso cui tendiamo, come tappe in vista di un’unica meta? 
Comprendiamo allora che, sia dal punto di vista intellettuale (la ricerca della verità) che esistenziale (il senso della vita) la questione di fondo è quella di Dio.

Occorre fare molta attenzione a ciò, perché oggi c’è il tentativo di ridurre il problema di Dio (senso religioso) ad una esigenza semmai solo intima e comunque accanto (e perfino accessoria) alla vita, mentre essa è invece la questione fondamentale, nel senso proprio del “fondamento” di tutte le cose.


1.13 - Perché la ricerca del senso vero (verità) della vita è obbligatoria?

Perché siamo esseri pensanti, e non possiamo non pensare; e siamo essere liberi, e non possiamo non scegliere (anche questa sarebbe una scelta). Per questo dobbiamo sapere perché facciamo una scelta e volerla liberamente. Dobbiamo capire quindi cos’è vero e cos’è bene; e anche se dicessimo che non ci preoccupiamo di questo e facciamo quel che ci salta in mente, quello che ci piace, quello che fanno tutti, anche questo è una scelta e la compiamo pensando che sia bene, cioè che ci realizziamo di più così.
In realtà, anche inconsapevolmente, non possiamo non chiederci quale sia la verità di noi stessi, cosa sia il nostro vero bene, la nostra autentica felicità, il senso vero della nostra vita. Siamo obbligati quindi a porci la questione, anche se non cene accorgessimo.
Anche per queste domande dobbiamo ricordarci che non possiamo “inventarci” la verità, ma solo scoprirla; che cioè il senso è dato, perché non ci siamo fatti noi, non abbiamo inventato noi l’essere umano e il senso della vita umana.
La nostra vita (la sua gioia, la sua realizzazione, ed il suo esito eterno) dipende tutta dalla scoperta di queste verità. Questa ricerca deve allora essere fatta con tutta la forza, il coraggio, l’umiltà e la pazienza di cui siamo capaci, senza compromessi e fino in fondo.

 

1.14 – Perché, nonostante sia questo il desiderio di fondo della nostra vita, è anche difficile cercare, conoscere e seguire la verità, e specialmente proprio la verità di noi stessi e la Verità suprema?

Anzitutto perché non è facile questo cammino. Occorre anzitutto pensare in profondità, tirandosi un po’ fuori dai fatti, preoccupazioni, questioni e problemi spiccioli e quotidiani; non per sfuggirli, ma per capirli e viverli bene, senza confusione o rimanendone soffocati, poiché il loro respiro, cioè il modo giusto di viverli, dipende anzitutto dall’essere collocati all’interno di questo quadro generale e dipendono ultimamente dalle risposte che troviamo a quelle domande di fondo. 
La difficoltà è data, oltre che dalla fatica della ricerca (è spesso più facile vivere senza pensarci, anche se in fondo non è possibile), anche e soprattutto dal fatto che questa ricerca e scoperta potrebbe cambiare molto il nostro modo di vivere; e ciò è bello ma può risultare – specie all’inizio - assai scomodo e difficile, anche se poi è davvero liberante!

Per questo il testimone (in greco: martire) della verità è la persona che più edifica non solo se stesso ma anche la società; può però anche essere emarginato o escluso dalla essa, dalla mentalità dominante, addirittura anche dai vecchi amici, e perfino ucciso, perché la verità libera, edifica, ma risulta scomoda per chi vuole stare nell’errore (cfr. ad es. Sap 2 e Gv 1,5).

Solo la verità ci edifica, ma non è facile e può essere scomoda; per questo sentiamo talora in noi anche una resistenza, che in certi momenti può diventare anche molto forte, e facciamo fatica; occorre uno sforzo (ed anche la “grazia” di Dio), ma è necessario ed è l’unica cosa per cui vale realmente la pena di vivere.

La “Rivelazione” (Bibbia) ci fa conoscere fin dall’inizio (Gen 3) che questa resistenza, questa fatica, è dovuta anche alla ferita del “peccato originale”, di quell’originaria “pretesa” di autonomia da Dio e quindi di essere noi Dio, che sta all’inizio dell’umanità e che ha deturpato la stessa natura umana (per cui ancor oggi la natura umana porta in sé questa deformazione, questa ferita). Pur essendo fatti per Dio (Verità, Amore, Vita, Bellezza infiniti), in noi agisce pure una misteriosa tendenza, una “tentazione”, potremmo dire quasi una “tentazione del nulla” (del falso, dell’odio, della morte, del brutto). Tale tentazione si fa ancora più forte se ci lasciamo andare su questa strada con le nostre scelte personali, cioè con i nostri “peccati”. La cultura dominante (sostanzialmente “nichilistica”), abbandonato l’essere (metafisica) e l’Essere stesso (Dio), è ormai infatti sostanzialmente attirata dal Nulla.

Se non ci poniamo questo problema, cercando la Verità, siamo quasi travolti dal tempo e dalle cose. La Verità, se è vissuta, edifica; la menzogna prima o poi distrugge. Già il tempo, prima ancora che l’eternità, sta spesso lì a dimostrarlo, perché di effettivamente esistente c’è solo la verità, la “menzogna” è solo illusione, che il tempo appunto demolirà, cioè la manifesterà sempre più come illusione, non-realtà, lasciandoci delusi.


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