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Questione 3

Le Religioni


Le religioni sono tutte uguali? 

Perché la religione ebraica è già un caso particolare?

Perché il cristianesimo non è solo una religione?

 

Religioni e Rivelazione di Dio

L’uomo, fin dall’inizio, non si è limitato a intuire o sapere che Dio esiste, come Causa prima di tutte le cose e come significato globale della propria esistenza, ma ha cercato di entrare in rapporto con Lui, Lo ha adorato, pregato, ringraziato, obbedito. Questa è la radice di ogni religione.
     Quasi sicuramente anche l’etimologia di “religione” indica il desiderio di questo “legame” (re-ligo) con Dio.
La questione di Dio non è infatti mai stata semplicemente una questione “da sapere”, ma “da vivere”. 
Possiamo poi osservare come l’uomo sia naturalmente religioso, poiché questo desiderio di Dio, totalmente assente negli animali, è invece presente nell’uomo fin dal suo apparire sulla terra ed è universale: lo troviamo infatti in ogni tempo ed in ogni luogo. Non è infatti mai esistita una civiltà atea. 
Questo “desiderio di Dio” nasce dalla più profonda interiorità dell’uomo (coscienza); ma il rapporto con Lui, che si esprime nella religione, non è mai solo una questione interiore, perché investe tutta la vita, sia personale che sociale. Possiamo infatti osservare come un’intera civiltà (morale, rapporti sociali, usi, costumi, arte, ritmo del tempo, feste, ecc.) sia plasmata dalla propria religione. 
Questo ci fa capire come la religione, contrariamente a dove il laicismo contemporaneo (ad esempio nelle società europee) vorrebbe relegarla, non sia mai stata considerata un fattore solo privato, di coscienza, secondario o accessorio della vita, della società e di un’intera civiltà, ma determinante. Potremmo infatti dire che così come l’uomo conosce (o non conosce) Dio, di conseguenza conosce se stesso e struttura di conseguenza la propria vita, personale, familiare e sociale.

Questo è il motivo per cui, per conoscere davvero l’identità di un popolo, la struttura portante di una civiltà, occorre conoscere la sua religione; ed ecco perché ad esempio in Italia e in Europa gli studenti dovrebbero studiare il cristianesimo anche a suola, perfino se non fossero cristiani.

Dobbiamo quindi domandarci cosa sia una religione e perché tanto incida nella vita personale e sociale. 

Cerchiamo poi di rispondere brevemente alla domanda su come mai ci siano però tante religioni, visto che anche razionalmente - come abbiamo osservato (2.7) - si capisce che Dio non possa che essere “uno”. 

Dentro un mondo ormai globalizzato - dove cioè i sistemi di comunicazione e di trasporto, così come i grandi flussi migratori, permettono un quotidiano rapporto con altre civiltà, culture e religioni - e fortemente condizionati dal dominante “relativismo” (così che, sotto il velo della “tolleranza”, si presuppone che non ci sia una verità e tutto sia solo opinione soggettiva), potrebbe insorgere l’errata impressione di una fondamentale uguaglianza o equivalenza di tutte le religioni. Allo stesso modo, il doveroso rispetto per ogni religione, come per ogni cultura, non significa affatto impossibilità di formulare un giudizio obiettivo su di esse.

Non ci addentriamo qui in un’analisi delle diverse religioni, ma osserviamo in questa questione 3, ancora escludendo il cristianesimo (in quanto è un caso talmente a se stante ed originale da non poter quasi essere catalogato nella categoria delle “religioni”), che nella storia delle religioni c’è un’esperienza particolarissima e straordinaria, che è quella del popolo ebraico. In questo caso infatti siamo di fronte già ad una “pretesa” particolare: non solo di essere la religione vera - questa convinzione è ovviamente presente in ogni religione, altrimenti uno non la sceglierebbe, almeno là dove è possibile una scelta - ma di essere una Rivelazione di Dio stesso e non solo una ricerca o intuizione umana. Basterebbe pensare al caso davvero umanamente inspiegabile della Bibbia, anche già dal punto di vista letterario (è il testo più diffuso e che più ha inciso nella storia mondiale), ma soprattutto all’elevatezza dei suoi contenuti religiosi, della concezione di Dio, dell’uomo, del cosmo e della storia, che rimane totalmente inspiegabile, se considerata una sapienza di origine solo “umana”, tanto più in quanto emerge da un popolo che nell’antichità possedeva un livello di civiltà assai arretrato rispetto alle civiltà ad esso contemporanee.

La prima e più estesa parte della Bibbia, che i cristiani chiamano Antico Testamento, è tra l’altro accolta come “Rivelazione di Dio” non solo dagli ebrei, ma anche dai cristiani e dai musulmani. Il che vuol dire, tutt’oggi, dalla maggioranza assoluta della popolazione mondiale.

 

 


Il bisogno religioso e le Religioni


3.1 - Perché l’esperienza religiosa è molto più che un semplice sapere che Dio c’è?

Già in un orizzonte solo umano potremmo dire che un uomo autentico cerca la verità non solo per sapere più cose, ma per “saper vivere”. Questo è in fondo il significato stesso della parola “sapienza”, sophia. E' infatti importante capire, cioè ricercare sinceramente ed appassionatamente la verità, ma sarebbe inutile e perfino perverso fermarsi a capire senza poi vivere quello che si è capito, o almeno cercare di camminare in quella direzione, secondo quel significato scoperto.

Abbiamo già osservato come, sia dal punto di vista intellettuale che da quello esistenziale, la più importante verità da scoprire è che Dio esiste davvero. Ora ci potremmo chiedere: cosa cambia nella vita sapere che Dio c’è?

Il “deismo”, ad esempio quello illuminista, riconosce l’esistenza di Dio, come un Architetto supremo che ha dato origine al cosmo ma poi non se ne interessa più; per cui l’uomo sa di Dio come di una teoria che spiega l’origine di tutte le cose ma che fondamentalmente non c’entra con la vita. In fondo è una sorta di “ateismo pratico”, oggi assai diffuso in Occidente.

In realtà questa straordinaria scoperta, che abbiamo visto può fare anche la sola intelligenza, offre già molti contenuti alla volontà, cioè un orientamento diverso alla vita.

Si vede infatti che quando un uomo comincia a credere, cioè a prendere sul serio l’esistenza di Dio, anche se ancora non sapesse molto di Lui, tutta la sua vita cambia; e allo stesso modo tutto l’orientamento della vita muta se disgraziatamente uno passa dal credere in Dio all’ateismo.

Cambia infatti la percezione della realtà intera e della propria stessa persona: l’uomo non si sente più un minuscolo, casuale ed anonimo pezzettino di materia in un universo immenso e altrettanto casuale, ma vede invece in ogni cosa il riflesso e l’impronta della bellezza, sapienza e amore infiniti che Dio è, il dono di questo “Tu” supremo che non solo fa esistere, ordina e muove ogni cosa, ma che ci pensa, ci vuole, ci ama! Già questo ci spinge non solo a sapere ed a stupirsi, ma ad “adorare”, lodare, ringraziare il Signore di tutte le cose.

Le prime espressioni religiose, prima ancora che essere mosse dal bisogno di aiuto o dalla paura, sono proprio forme di “ringraziamento” (è significativo che, sia pur con motivazioni totalmente nuove, la stessa S. Messa sia fondamentalmente un grande ringraziamento, come indica la parola Eucaristia, durante la quale più volte “rendiamo grazie al Signore nostro Dio”).

Quando scopriamo Dio, scopriamo che quel nostro desiderio infinito di verità, di bene, di bellezza, di felicità, di eternità, di amore, cioè di assoluto, non è allora un desiderio inutile (una “passione inutile”, come direbbe J. P. Sartre), ma è desiderio di Colui che c’è davvero, anche se qui non è ancora visibile e godibile pienamente. Anzi possiamo intuire che questo nostro desiderio, che ci caratterizza nel profondo ma che è invece assente in tutti gli altri animali, ce l’abbia messo dentro Lui, come una Sua “chiamata”, per poterci incamminare verso di Lui e poter così godere di questo Bene Infinito che Lui è. Perfino inconsciamente il desiderio che sta al fondo di noi stessi, potremmo dire il nostro bisogno fondamentale, è il desiderio di Dio.
Quando invece ci fossimo (o ci avessero) convinti che Dio non c’è, questo bisogno di Assoluto, questo desiderio infinito, cerca spasmodicamente di trovare la felicità piena in qualcosa o qualcuno, vuol cioè trovare il paradiso qui; ma inevitabilmente prima o poi tutto si svela come insufficiente, come se non potesse rispondere pienamente a questo nostro bisogno fondamentale. Per questo tutto prima o poi ci delude, specie se ne abbiamo fatto un idolo, cioè pretendendo che possa essere la risposta esauriente al nostro bisogno di felicità. Inoltre nessuno, anche la persona più cara, potrebbe entrare veramente nella profondità del nostro io (visto che è impresa già difficile se non impossibile perfino a noi stessi!) e quindi in fondo al nostro cuore, al nostro essere, siamo fondamentalmente soli. Per questo moltissimi hanno oggi perfino paura della solitudine e del silenzio, sfuggendoli con terrore, quando invece sono così preziosi per ascoltare il fondo di noi stessi. E' infatti proprio nel più profondo del nostro “io”, dove appunto nessuno può entrare, che invece abita Dio, la sorgente della nostra felicità, l’anticipo invisibile dell’eternità (come descrive benissimo S. Agostino all’inizio delle sue Confessioni).
Per questo l’uomo, che non si ostina a censurare questo fondo della propria umanità ma si apre alla presenza di Dio, comincia a godere di Lui, pur ancora non vedendolo. Comincia cioè a capire che Dio non è qualcosa di astratto, ma di necessario per la vita, per poter essere veri uomini, per poter vivere il senso pieno dell’esistenza, in modo sempre più forte; capisce che è necessario per vincere ogni tristezza, per risollevare lo sguardo dalle nostre piccole e spesso meschine cose, per combattere e vincere il male, cioè ogni resistenza a vivere questa pienezza di senso, ogni riduzione del significato vero delle cose e della vita, a cui siamo sempre tentati. Scopriamo inoltre che da soli non ce la facciamo, che senza di Lui tutto diventa faticoso, talora perfino impossibile; che senza di Lui precipiteremmo nella banalità e perfino in balia di forze (non solo esterne, ma specialmente interne a noi stessi) che pian piano ci distruggerebbero, ci renderebbero schiavi (nonostante l’impressione di libertà) delle nostre passioni, pulsioni, umori, che ci rovinerebbero in fondo la bellezza stessa della vita. Infine, saremmo comunque schiavi della paura della morte, il grande nemico che prima o poi ci vincerà; a meno che non siamo fatti davvero per l’eternità di Dio.
Ora, questo sentimento di stupore e gratitudine, questo desiderio di adorare e ringraziare e nello stesso tempo di invocare ed implorare aiuto, questa tensione verso l’infinito e l’eterno che si scontra con il limite e con la morte, questo desiderio di bene e la continuamente ritornante esperienza del male, tutto questo è la radice del senso religioso, è il segno del nostro bisogno di Dio. 
Ogni religione è in fondo espressione di questo anelito, di questo desiderio di Dio, di unione con Lui, di lode e ringraziamento a Lui, di innalzamento a Lui, come l’orizzonte più vasto, adeguato e autentico della vita dell’uomo, un orizzonte senza limiti dentro cui tutti i particolari dell’esistenza acquistano un senso vero ed un orientamento preciso. Ed è appunto per questo motivo, per questa profonda radice che alimenta ogni religione, che non solo la nostra vicenda personale ma l’intera storia di un popolo e di una civiltà è sempre caratterizzata soprattutto dalla propria religione.

 

3.2 - Cosa accomuna tutte le religioni?

Abbiamo già notato come l’esperienza religiosa sia l’esperienza umana più universale. Possiamo osservare come in ogni tempo e in ogni luogo siano esistite ed esistano religioni, nonostante oggi si manifestino diffuse aree di ateismo, specie di ateismo pratico.

Ora, ogni religione ruota attorno a tre contenuti fondamentali: Dio, l’anima, l’aldilà.

Potrebbero fare eccezione alcune forme di Buddismo, che assomigliano più a filosofie o saggezze umane che ad una religione, visto che talora ci si limita ad un semplice sforzo (e metodi) di concentrazione e meditazione, più per estraniarsi dalla realtà e concentrarsi sul proprio io – quasi per creare un “vuoto” mentale che doni pace – che per entrare in rapporto con la divinità.

E che queste tre idee fondamentali siano universali è sorprendente, visto che nessuna delle tre è fisicamente sperimentabile. Possiamo cioè vedere come ci sia un consenso universale su tre realtà che nessuno ha mai visto! E questo richiede una spiegazione.

Avevamo osservato (2.9) come lo sforzo dei padri dell’ateismo (Marx, Nietzsche, Freud) si sia infatti concentrato sul tentativo di fornire una spiegazione naturale (sociologica, economica, esistenziale, psichica) alla formazione di queste idee fondamentali, senza affrontare adeguatamente la questione filosofica di Dio.

Ovviamente, appunto perché si tratta di religioni e non di semplici filosofie, queste tre idee fondamentali non sono solo idee, ma orientano concretamente tutta la vita. Così non solo si sa che Dio c’è, ma la concezione di Dio caratterizza il rapporto con Lui, il culto (una preghiera quindi non solo personale ma comunitaria e ritmata secondo cadenze particolari) ma anche i doveri morali della vita (cosa si deve o non si deve fare); il tutto è poi fondamentalmente orientato al destino eterno.
Che ci sia un consenso universale sull’esistenza di Dio, dell’anima e dell’aldilà, non significa però affatto che le concezioni di Dio, del rapporto dell’anima col corpo e di come sia l’aldilà siano uguali o equivalenti in tutte le religioni; anzi, su questo ci sono innumerevoli differenze.

 

3.3 - Come mai ci sono tante religioni? Sono tutte uguali, equivalenti? è possibile dare un giudizio obiettivo?

Molti pensano che in fondo le religioni siano tutte uguali, che ciò che le differenzia siano particolari secondari e insignificanti, se non addirittura una questione di nomi. In realtà ci sono innumerevoli e significative differenze; su cui è possibile anche un confronto e perfino una valutazione (su quale sia più profonda e completa, quindi più vera, di un’altra).

Il clima relativista oggi dominante nasconde sotto il velo del doveroso rispetto o tolleranza per ogni convinzione la concezione che tutto sia opinione e tutte le opinioni siano equivalenti: non ci sia cioè un vero o un falso, un bene e un male, un più vero o meno vero, un meglio o un peggio. Questo relativismo, unito anche ad un materialismo scientista (v. Questione 1) secondo cui ciò che supera l’esperienza empirica sembra senza fondamento razionale, si riversa più che mai sulle religioni. E molti pensano erroneamente che sia questa l’unica base del “dialogo interreligioso”. Il laicismo poi, sotto il pretesto di rispettare ogni religione e di non privilegiarne alcuna (neppure quella che costituisce la base della propria civiltà), di fatto le nega tutte, come se il silenzio e l’assenza di qualsiasi riferimento religioso fosse una sorta di “neutralità”, mentre di fatto è una scelta ben precisa e la peggiore di tutte, quella del nulla (nichilismo).

Se il rispetto per ogni convinzione e in particolare per ogni religione è doveroso - visto che Dio in ogni religione è il valore assoluto, il Bene più grande dell’esistenza (e per questo la libertà religiosa è non solo un diritto fondamentale dell’uomo ma perfino il fondamento di tutti gli altri diritti) - questo non significa che tutte le religioni siano uguali e neppure equivalenti (abbiano cioè lo stesso valore).
Qua non entriamo in un’analisi particolareggiata; vogliamo solo capire che, se in ogni religione ci sono questi tre contenuti fondamentali (Dio, anima, aldilà), questo non significa affatto che essi siano uguali o equivalenti.
Come s’è detto già a proposito della verità in genere (cfr. questione 1.4), tali differenze o sono complementari, per cui possono coesistere (ad esempio: una religione sa che c’è un Dio onnipotente ed un’altra sa che Dio è Amore); ma se sono contraddittorie non sono entrambe vere (ad esempio: una è politeista ed una è monoteista) ed è possibile anche razionalmente valutare e giudicare il loro contenuto (ad esempio: il monoteismo è superiore al politeismo). 
E' possibile anche formulare un rispettoso giudizio anche sui contenuti morali di una religione. Ad esempio: una religione che predica l’amore è superiore ad una religione che predica l’odio; una religione che predica il rispetto della coscienza è superiore ad una religione che vuole imporsi con la forza; una religione che fa sacrifici umani è superiore ad una religione che li esclude. Ancora: lodio per gli infedeli dell’islam o le discriminazioni razziali e di casta dell’induismo sono evidentemente ad un livello morale inferiore rispetto alla legge dell’amore universale e della uguaglianza di tutti gli uomini emergente nel cristianesimo.

Evidentemente ci possono essere comprensioni più o meno profonde dell’unico Dio e non diversi déi. Si tratta quindi di capire Chi è il vero Dio.

Che Dio sia uno lo hanno scoperto non solo le più grandi religioni (dette appunto “monoteiste”) ma già la stessa filosofia (classica greca, nei suoi più grandi autori). Del resto, se si capisce un poco cosa significhi Dio, si coglie anche razionalmente che non possa che essere “uno e unico”. Come infatti abbiamo visto (cfr. 2.7), non c’è possibilità di esistenza per due “Dei”, per due esseri perfetti: non si distinguerebbero neppure, sarebbero cioè coincidenti, visto che la distinzione tra due esseri è data dalla differenza, cioè dalla mancanza o presenza di una qualità in uno rispetto ad un altro; ma se un Dio avesse una qualità in più rispetto ad un altro non sarebbe Dio l’altro, perché mancherebbe di una qualità, cioè non sarebbe perfetto; e viceversa.

Dobbiamo avere certamente rispetto anche per un primitivo che adorasse ancora il sole o lo spirito del bosco come delle divinità (animismo); ma questo non toglie che posso e debbo sapere che il sole non è Dio (perché non è causa di se stesso) e che lo spirito del bosco non esiste.
Gli déi pagani sono evidentemente intrisi di antropomorfismo, cioè chiaramente viene proiettato in loro quanto è proprio ancora dell’uomo (marito e moglie, invidie e gelosie, residenze sui monti).
Posso anche sapere che i 33 milioni di déi dell’induismo non sono vere divinità ma semplicemente la divinizzazione delle forze della natura; e che la loro Triade superiore di divinità (Dio creatore, Dio conservatore, Dio distruttore) non è affatto una concezione analoga alla Santissima Trinità (cristiana), ma un tentativo ancora incompleto di spiegare l’essere e il divenire di tutte le cose.
Le religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo ed islam - che fanno tra l’altro riferimento al Dio biblico), sottolineando l’unità ed unicità di Dio, sono quindi superiori a quelle politeiste. La concezione di Dio come puro Spirito trascendente è certamente più elevata ed adeguata di quelle con tracce materialiste e antropomorfiche. Dio rivelatosi come Amore (in Cristo) è infinitamente superiore ad un Dio chiuso in Se stesso (impassibile e senza amore, come troviamo ancora nella filosofia di Platone) o addirittura iroso e geloso delle proprie prerogative.

Anche la preghiera, pur essendo universalmente presente e indicando non solo il desiderio di Dio ma la consapevolezza di un possibile dialogo con Lui, non è però uguale in tutte le religioni.
La preghiera per rendersi favorevoli le forze della natura di una religione animista è certamente diversa e inferiore alla preghiera di adorazione e sottomissione al Dio unico e trascendente dei musulmani; ma questa, pensando che non sia possibile una vera e propria relazione d’amore con Dio, rimane un semplice atto di adorazione e sottomissione (islam significa appunto sottomissione); per questo la preghiera musulmana è ad esempio non solo notevolmente diversa ma anche di fatto inferiore al “Padre nostro” cristiano, dove l’uomo è reso figlio nel Figlio e può amorevolmente abbandonarsi all’amore di un Dio che chiama addirittura col titolo di Abbà (il titolo confidenziale e amorevole che usa il bambino nei confronti del proprio papà).

Se in ogni religione, ma anche già nelle più profonde filosofie, si sa che l’uomo non è solo il suo corpo ma ha un’anima, e questa, essendo spirituale, è immortale, ciò non significa che tale fondamentale contenuto sia uguale ed equivalente in ogni religione. [Sulla creazione dell'uomo e la presenza in lui dell'anima spirituale, v. nel Dossier Darwin e l'evoluzionismo cap. 4]

L’uomo ha sempre intuito (lo testimoniano anche i più antichi reperti della paleoantropologia) di non essere solo un corpo, ma che il suo “io” (la sorgente dei pensieri e delle decisioni libere) è spirituale e per questo continua a vivere anche dopo la morte del corpo. Non solo ogni religione crede questo, ma anche le più importanti filosofie dimostrano razionalmente come la presenza nell’uomo del pensiero e della libertà (facoltà spirituali) non sia riconducibile solamente ad una cervello evoluto ma richiedano una causa spirituale (“io” come anima spirituale), che come tale non cessa quando il cervello termina la sua attività ed il corpo muore.

Le religioni orientali, ad esempio, considerando il corpo come una prigione dell’anima, da cui progressivamente liberarsi, così che se non si riesce a far questo in una vita l’anima è condannata in altre vite a reincarnarsi in un altro corpo (perfino sub-umano), evidenziano - contrariamente a quanto purtroppo alcuni ormai anche in Occidente pensano, sentendosi attirati da quelle esperienze religiose - un sostanziale disprezzo del corpo (materia come male, corpo in opposizione a spirito), inteso come accessorio (un’anima potrebbe avere più corpi), non partecipe della dignità della propria persona umana, oltre a ridurre o elidere del tutto la libertà (poiché saremmo condizionati dalle vite precedenti). 
Possiamo vedere invece come nella Bibbia, ed in particolare nel cristianesimo, l’uomo, pur dotato di spirito e di corpo e pur dovendo dare la priorità allo spirito (che deve governare il corpo), è considerato in modo unitario, così che anche il corpo è creazione buona di Dio (cfr. Gen 1-2) e in Cristo si unisce addirittura alla divinità (Incarnazione), così che anche il nostro corpo parteciperà, alla fine del mondo e secondo un tipo nuovo di vita, alla vita eterna.

Potremmo osservare come un’antropologia (visione dell’uomo) sia tanto superiore ad un’altra quanto più riesce a spiegare in modo profondo ed unitario i diversi aspetti della persona e della vita umana, senza più nulla censurare o dimenticare.

Se in ogni religione, anche la più arcaica, c’è l’idea fondamentale dell’immortalità dell’anima e quindi di una nostra vita dopo questa vita, cosa sia questo Aldilà è notevolmente diverso da religione a religione (sull'Aldilà nella fede cristiana v. Questione 7). 
Nell’antichità vediamo un culto dei morti in cui si pensa ingenuamente che essi abbiano ancora dei bisogni materiali (si porta del cibo alle tombe), oppure che quello dei morti sia una sorta di un regno delle ombre (fantasmi). La concezione dell’eternità come nirvana (di molte religioni orientali) è di fatto un annientamento dell’io nel tutto (che poi è niente) e quindi risulta una sorta di dissolvimento della propria persona e individualità. Perfino ancora nella religione ebraica (Antico Testamento biblico) non è per nulla chiaro cosa sia questa vita dopo la morte, questo regno dei morti (inferi).

La  parola paradiso significa giardino e si riferisce inizialmente a quel “paradiso terrestre”, descritto all’inizio della Bibbia, che era la condizione dell’uomo prima del peccato originale, quando viveva in amicizia di Dio e non conosceva per questo ancora il male, la sofferenza, la malattia e la morte.

L’Islam, avendo appunto un’idea di Dio molto elevata, trascendente, ma per questo inavvicinabile e irraggiungibile, ha conseguentemente un’idea di paradiso ancora molto materialista (un luogo di godimenti ricevuto come premio da Dio) e non come unione con Lui.
Di fatto solo con Cristo, Dio fatto uomo, si capirà che siamo invece chiamati a partecipare alla vita e felicità eterne di Dio stesso (paradiso), addirittura con il nostro stesso corpo risorto, e che la Via per raggiungerlo è Cristo stesso; ma che possiamo anche tragicamente rifiutare questo dono e rimanerne così privi per sempre (inferno).

 

3.4 - L’appartenenza ad una religione dipende solo dall’educazione ricevuta dai genitori o dalla religione del Paese in cui uno è nato e cresciuto?

Normalmente gran parte delle convinzioni di una persona dipende dall’educazione ricevuta in famiglia e dall’ambiente socio-culturale in cui vive.

E sostanzialmente è giusto che sia così, poiché non esiste né può esistere un’educazione neutrale. Anche chi pretendesse di non dire nulla ai propri figli (cosa peraltro impossibile), pensando così di lasciarli liberi di fare le proprie scelte (come oggi spesso si pensa) non è mai neutrale. Il nulla di contenuti non è sinonimo di neutralità, ma è una scelta ben precisa - come abbiamo sopra ricordato - ed è la peggiore di tutte (nichilismo). Anche il passare superficialmente da una visione all’altra della vita (un “sentire molte campane”, come oggi si dice e si insegna, anche nei dibattiti televisivi e nelle scuole) - tra l’altro quasi mai con la possibilità di un confronto reale dei contenuti né con validi criteri di giudizio -  non significherebbe altro che lasciar ancora colui che deve essere educato nella confusione e poi di fatto nella dipendenza dalla mentalità dominante (se non addirittura dai propri impulsi).

Pur secondo intensità diverse, dovuto al diverso grado di intelligenza e di cultura, il giovane che si avvia verso la vita adulta, può però verificare le convinzioni ricevute durante l’infanzia, cioè può e deve cercarne le ragioni, il perché, divenendo così capace di riconoscerne la verità o meno e di confrontarle con altre, potendo rendersi quindi conto della maggiore o minore “verità” di una rispetto alle altre. 
E’ un momento particolarmente importante della crescita della persona ed un compito difficile ma entusiasmante che l’educatore deve assumersi e che sempre più il giovane stesso deve svolgere; esso richiede normalmente degli aiuti da parte di persone (spec. più adulte e mature) competenti e sinceramente appassionate dell’autentico bene (verità) della persona (e non condizionate, ad esempio, dal consenso o dalle mode ideologiche del momento). Tutto questo lavoro di verifica personale è difficile, può cadere nel pericolo “adolescenziale” di un rifiuto o contestazione a priori delle convinzioni ricevute nell’infanzia, o in quello del comodo, dell’istintività, dello stato d’animo, della pigrizia, delle pressioni degli amici o dei mass-media, della paura dell’emarginazione da parte degli altri, ma non è impossibile ed è invece doveroso, come compito prioritario della vita.
Tutto questo vale anche per l’esperienza religiosa, per la verifica ed approfondimento della propria e per il confronto con le altre. Avevamo osservato [cfr. 1.12 e 1.14] che questa ricerca è la più fondamentale ed importante della vita, in cui nessuno può limitarsi ad un’impressione sommaria e superficiale, poiché ne va di mezzo la propria vicenda umana ed il suo esito eterno. 
Nella precedente risposta, pur non entrando nel merito di un’analisi dettagliata, abbiamo visto che non solo è possibile cogliere le differenze tra le diverse religioni, ma anche la loro maggiore o minore verità e quindi anche il maggiore o minore valore per la vita umana. Questo non permette certo alcun atteggiamento di disprezzo verso nessuna esperienza; anzi, un’esperienza superiore saprà certamente valorizzare anche tutta la positività già presente in un’esperienza di verità più ridotta, ma la completa.

 

3.5 - Nella difficoltà della scelta e nella confusione che spesso avvertiamo, specialmente oggi, è giusto, come fanno molti, farsi allora una religione “a modo proprio”?

Come è errato e molto sciocco pretendere di farsi una verità a piacimento (cfr. 1.3), è ancor più errato e pericoloso - visto che qua è in gioco il nostro stesso destino eterno! - scegliersi o farsi una religione “a modo proprio” (secondo me, se mi piace e fin dove o quando mi piace – atteggiamento assai diffuso oggi), magari in modo che soddisfi a qualche bisogno (ad esempio quando sono in crisi o in un momento di pericolo), ma che mi lasci fondamentalmente comodo nella mia pigrizia e nelle mie voglie (senza obblighi morali, specie se non corrispondono a ciò che mi va di fare), se non addirittura nel mio male. Avevamo osservato che la verità è quella che è, superiore a noi e dalla quale tutti dipendiamo, e che solo “la verità ci fa davvero liberi” (Gv 8,32), ci realizza e ci salva. 
Proprio nella scoperta di Dio e dell’autentica religione occorre quindi impiegare ogni sforzo per cercare in proposito la verità, e non una verità parziale o comoda, ma la pienezza della verità. Occorre quindi mettere ogni impegno della propria persona (intelligenza e volontà) nella scoperta di quella religione che raggiunge un livello di verità più elevato.
Teniamo poi presente che, se Dio ci ha dato doni in più - sia nella storia dell’umanità (non si è limitato a parlare attraverso la natura o la coscienza, ma si è rivelato e addirittura incarnato) che in quella personale (se abbiamo ad esempio avuto un’educazione cristiana o comunque abbiamo avuto la possibilità di conoscere e approfondire la fede cristiana) - abbiamo anche più responsabilità di vivere ciò che abbiamo scoperto.

 

3.6 - Basta aderire ad una qualsiasi religione per essere “salvi”?

Abbiamo detto che ogni religione ha un grande valore e ci offre grandi insegnamenti; ma abbiamo anche osservato che non sono tutte allo stesso livello e non hanno tutte lo stesso grado di verità. Occorre cercare la verità piena, perché solo questa ci salva. Quando parliamo di salvezza entriamo nel punto più importante della nostra ricerca e nella questione più decisiva dell’esistenza, perché con questa parola intendiamo l’essere liberati dal male (che ogni giorno ci attacca e cerca di distruggerci, specie dal di dentro), il realizzarci (trovare la felicità vera), ma anche e soprattutto sfuggire alla morte eterna (dannazione, inferno) e partecipare alla vita stessa di Dio nell’eternità (paradiso).

Dato che l’anima è immortale, la sfida sull’aldilà è quella più decisiva: in base alla verità o meno delle nostre scelte in merito potremo essere eternamente felici o eternamente disperati. Vedremo infatti che Dio è venuto (Incarnazione), è morto per liberarci dal male (Redenzione) ed è risorto per vincere anche la nostra morte e liberarci dalla dannazione eterna, rendendoci partecipi della Sua stessa vita, eterna; ma proprio per questo ogni uomo sarà sottoposto al Suo giudizio e sarà salvo o meno in base all’adesione o meno alla Sua salvezza.

E' a questo punto, passando cioè da un livello naturale ad uno soprannaturale (trattandosi non di una verità astratta ma della nostra chiamata a partecipare alla vita stessa di Dio!), che risulta insufficiente (non però inutile!) non solo ogni ricerca e scoperta razionale, ma anche ogni tentativo umano, pure religioso. Occorre cioè un gratuito (grazia) intervento di Dio nella storia dell’umanità e di ogni singolo uomo. Ed è quanto andiamo ora analizzando, chiedendoci cioè se c’è stato questo intervento di Dio nella storia e come è possibile che si compia nella nostra vita. Se c’è stato e se possiamo conoscerlo, dobbiamo rispondervi con l’assenso e la partecipazione di tutto il nostro essere, senza limitarci a provvisorie o parziali verità, tanto meno a posizioni di comodo.

 

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La Rivelazione di Dio

 

3.7 - Cosa significa “Rivelazione”? E’ possibile che Dio si riveli all’uomo?

Abbiamo visto che l’intelligenza umana può scoprire che Dio c’è, che è uno, e perfino che è persona (un “Tu”), risalendo dall’universo alla sua causa prima (Questione 2). Ma abbiamo anche osservato che nel cuore dell’uomo c’è un profondissimo desiderio di Dio (perfino se non ne fosse consapevole) e per questo sono anche nate tutte le Religioni. Possiamo chiamare tutto ciò già una rivelazione naturale di Dio all’uomo, un modo con cui Dio si fa conoscere all’uomo, e quindi un modo con cui l’uomo può e deve conoscere Dio e rapportarsi con Lui. 
Ma Dio non si è limitato a questo! Nella storia dell’umanità è accaduto un fatto totalmente nuovo e imprevedibile, anche se corrisponde al nostro più grande desiderio: l’unico Dio  (quello già scoperto un poco dalla filosofia e in un modo o nell’altro cercato e adorato in ogni religione) si è rivelato (una Rivelazione soprannaturale), ha parlato, si è fatto conoscere, ci ha rivelato il senso pieno della nostra esistenza, il ciò per cui esistiamo; quindi è addirittura venuto, si è fatto uomo!
Come liberamente ha voluto far esistere tutte le cose (creandole) e soprattutto ha creato l’uomo capace di entrare in relazione con Lui, così liberamente e gratuitamente (“grazia”) ha voluto rivelarsi all’uomo, non tanto per rivelarci qualche risposta intellettuale, ma soprattutto per chiamarci a partecipare alla Sua stessa vita. 
Tutto ciò è realmente accaduto e riguarda ogni uomo. Quindi, se è accaduto, vuol dire che è possibile. Del resto, a Dio nulla è impossibile (per definizione, altrimenti non sarebbe Dio). 
Vedremo però che anche per dare il nostro assenso (di fede) a questa Rivelazione abbiamo dei motivi ragionevoli (delle prove, delle ragioni) per farlo.

 

3.8 – Come Dio si è rivelato agli uomini? 
Dove? Quando? Perché?

Dio si è rivelato nella storia dell’umanità. Lo ha fatto in due tempi: nel primo tempo ha parlato particolarmente al popolo ebraico, sin dal suo capostipite nell’albero genealogico (Abramo, circa nel 1800 a.C.) e fino a quello che chiamiamo l’anno “0” (Gesù Cristo). Nel secondo tempo è avvenuto il più grande fatto di tutti i tempi, che supera ogni cultura e religione, perché Dio stesso si è fatto uomo (Gesù Cristo). Il primo tempo non è stata che una lenta progressiva preparazione alla Sua venuta. Per questo è avvenuta in modo provvisorio (per 1800 anni) e ad un popolo solo (Ebrei), quindi nella terra della Palestina, in Israele. Da quel popolo e in quella terra sarebbe nato infatti Gesù. La Sua venuta - in quello che chiamiamo significativamente anno 0, contando gli anni prima e dopo quell’evento - è stata la piena, suprema, definitiva, insuperabile Rivelazione di Dio agli uomini; non ce ne sarà un’altra né ovviamente una più grande, perché in Gesù Cristo c’è tutto; attraverso di Lui ogni uomo, di ogni tempo e luogo, può entrare nella piena ed eterna comunione con Dio e salvarsi dalla dannazione eterna.
Questa storia del rivelarsi soprannaturale e inaudito di Dio è contenuta in un libro (chiamato significativamente “Il libro” o I libri, composto infatti di 73 libri), che è la Bibbia. Non è un libro sacro qualsiasi, ma una storia, la lunga storia della rivelazione di Dio all’uomo (si chiama infatti “storia della salvezza”). 
Essa comprendente appunto due tempi, che chiamiamo Antico Testamento e  Nuovo Testamento. L’Antico Testamento (che va appunto dal 1800 a.C. all’anno 0, con una preistoria che riguarda la creazione ed alcuni avvenimenti universali e primordiali dell’umanità) è la iniziale e progressiva Rivelazione di Dio agli Ebrei. Che ci sia stata questa rivelazione non è creduto solo dagli Ebrei ma anche dai Cristiani (basti pensare che la proclamiamo ancor oggi come Parola di Dio, anche nella S. Messa) e dai Musulmani, quindi ancor oggi dalla maggioranza assoluta della popolazione mondiale!
Il Nuovo Testamento è invece per sé un fatto solo, Gesù Cristo (“il” fatto per eccellenza, “la” notizia unica: in greco di chiama infatti Vangelo), verso cui l’A.T. tendeva e che invece è rivolto a tutti i popoli di tutti i tempi, chiamati a coinvolgersi con questo fatto per essere salvi. Gli altri libri del N.T. sono rivelati in quanto ci aiutano ancora a comprendere Cristo; ma possiamo dire che la Rivelazione si conclude nel secolo I, con la morte dell’ultimo apostolo di Cristo.
Come dunque si è rivelato Dio al popolo ebraico (A.T.)? Fondamentalmente attraverso la sua storia, quindi attraverso dei fatti accaduti che facevano capire che era Lui l’artefice.

Gli Ebrei infatti capirono che Dio si rivelava attraverso i fatti storici, cioè nella storia. Infatti il senso vero della “storia”, come lineare e non circolare (non come eterno ritorno dello stesso, destino, fato), emerge esclusivamente nel popolo ebraico; e da esso passa poi nella cultura mondiale. Capirono cioè che eventi apparentemente casuali o solo naturali, in realtà erano il “segno” dell’intervento di Dio e del Suo manifestarsi nella storia (pensiamo ad esempio all’esperienza dell’Esodo). Capirono per questo che a guidare la storia non c’è un Destino cieco (Fato), ma la libertà di Dio che chiama (ed è fedele) e dalla libertà dell'uomo (che può essere fedele o infedele); così quanto succede (il bene o il male) non dipende allora dalla fortuna o sfortuna, ma anche e soprattutto dall’uso che l’uomo fa della propria libertà: tutto andrà bene o male in  base alla fedeltà (obbedienza) o infedeltà (disobbedienza) a Dio ed alla Sua legge.

Dio si rivela anche attraverso alcune persone, chiamati “profeti”, e le loro parole. Essi furono particolarmente illuminati da Dio nella loro intelligenza (si dice “ispirati”) perché mostrassero al popolo il Suo pensiero, il Suo giudizio di verità e leggessero negli stessi fatti che accadevano la volontà di Dio ed il Suo manifestarsi agli uomini.

Profeta non indica per sé uno che predice il futuro, come una sorta di indovino o di mago, ma il “portavoce” (in questo caso: di Dio). Poiché Dio conosce anche il futuro (che per Lui è presente), il profeta molte volte predice, quasi senza accorgersene, anche il futuro; ma il suo compito (ricevuto gratuitamente da Dio, come una chiamata) è quello di annunciare, ad ogni costo (anche a costo della vita), ciò che Dio gli dice di annunciare.

Che non ci siano più profeti da 2000 anni è riconosciuto anche dagli ebrei, che però non ne comprendono il senso; è invece chiaro nel cristianesimo, poiché dopo Cristo, Dio fatto uomo, Parola di Dio fatta carne, non c’è più alcun bisogno di altre rivelazioni o di altri portavoce.

Tutto questo possiamo conoscere attraverso l’Antico Testamento della Bibbia. Anche se in preparazione di Cristo e pur trovando in cristo la pienezza della Rivelazione di Dio, è importante conoscere anche l’Antico Testamento (che pur è Parola di Dio anche per l’uomo d’oggi), specie per capire meglio Cristo stesso.

 

3.9 - Che prove abbiamo per credere che Dio si sia davvero rivelato agli Ebrei?

Anche del rivelarsi di Dio al popolo ebraico, in preparazione a Cristo, noi abbiamo delle “prove”, abbiamo cioè seri indizi per riconoscere come ciò sia vero, che cioè Dio si sia davvero rivelato a questo popolo.

Aver fede non è solo un “sapere” ma è “obbedienza” a Dio che si rivela e ci chiama alla comunione con Lui per salvarci; é un dono di Dio, una “grazia”, soprannaturale (che Dio dona a tutti, se lo vogliono); ma è anche un atto pienamente “umano” e come tale è ragionevole, cioè supportato da motivi anche razionali perché l’intelligenza possa offrire il proprio assenso. Tali motivi sono sufficienti, ma non costringenti: cioè ci sono più motivi per dare l’assenso della propria intelligenza che per negarlo  (non è quindi un’adesione cieca); nello stesso tempo, pur essendo più intelligente credere che non credere, ci vuole anche un’adesione della volontà, così che ci sia anche un “merito” nel credere. Inoltre la volontà deve impegnare tutto il nostro essere nell’obbedienza alla verità conosciuta, ed in questo modo tale verità diviene anche sempre più chiara.

Abbiamo detto che Dio si è rivelato agli Ebrei attraverso fatti e parole. Guardiamo se abbiamo motivi per credere che sia così e non una semplice illusione o ambizione degli Ebrei.
Uno dei fatti più importanti dell’Antico Testamento è ad esempio quello dell’Esodo, quando il popolo ebraico schiavo in Egitto viene liberato e condotto prima al monte Sinai -
dove stipulerà la Alleanza con Dio, impegnandosi ad obbedire alla Legge (“Torah”), tra cui il “Decalogo” (i 10 Comandamenti) che Dio dona loro - e poi alla “terra promessa”, la Palestina. L’artefice principale di questo avvenimento (siamo nel 1250 circa a.C.), al di là del conduttore umano che è Mosé, è davvero di Dio (chiamato Jahvé)? 
Noi vediamo in effetti una serie di fatti, che inizialmente potrebbero anche essere intesi come naturali o casuali - il passaggio del Mar Rosso, la manna, le quaglie, l’acqua, ecc. -  ma che proprio nel loro concatenarsi evidenziano pian piano una specie di disegno o volontà superiore, il “segno” dell’intervento di Qualcuno, trascendente ed invisibile, che sta effettivamente guidando quel popolo. Per cui alla fine è più intelligente credere che sia effettivamente Dio a far accadere quelle cose, che non che sia tutto il frutto di una pura casualità.
Lo stesso a riguardo dei profeti. Un profeta parla e dice con sicurezza che quelle parole sono il giudizio di Dio. Noi potremmo sospettare che egli sia un ingannatore, o un invasato, un mitomane (potrebbe essere così, come nei falsi profeti che talora sorgono); ma in realtà anche in questo caso abbiamo seri indizi che ci spingono a riconoscere (credere) che sia effettivamente Dio a parlare attraverso di loro, che sia effettivamente Dio a suggerire loro quelle parole, pur lasciando a loro il modo di esprimerle (non si tratta di una dettatura, come invece credono i musulmani riguardo al Corano): le loro origini e le loro capacità
umane, spesso sproporzionate e talora poco propense ad un tal genere di missione, la loro sensazione di dover necessariamente dire quelle parole (proprio come se non fosse una loro iniziativa), il rimetterci - talora la vita stessa - pur di non tacerle ed infine l’avverarsi storico delle loro parole. Tutto ciò ci induce a credere che effettivamente attraverso quegli uomini sia proprio Dio a parlare.
Inoltre ogni studioso di civiltà antiche deve constatare come il popolo ebraico, sebbene piccolo e per certi versi arretrato nel panorama delle civiltà di quelle epoche, riesce a scoprire riguardo a Dio e all’uomo - talora con secoli in anticipo e spesso in modo esclusivo - verità elevatissime ed insuperabili, che superano in effetti la prova del tempo e della storia e che non perdono di attualità e di importanza.

Pensiamo ad esempio all’idea di creazione (universo non divinizzato ma emergente dal nulla ad opera di Dio), all’antropologia (uomo come unità di spirito e di corpo), alla concezione rettilinea della storia (incontro della libertà di Dio che chiama e della risposta libera dell’uomo), alla morale (ad es. i “comandamenti”) e soprattutto alla concezione di Dio (uno, puro spirito, creatore, misericordioso, giudice, ecc.). Anche l’eccezionale importanza e diffusione della Bibbia e la sua incidenza nella civiltà mondiale, pur quasi anonima nell’autore, è un caso letterario unico al mondo. Tra l’altro, per questo motivo, non conoscere la Bibbia - anche solo dal punto di vista culturale - costituisce una inammissibile e grave ignoranza, poiché siamo comunque di fronte - anche se se ne negasse l’origine divina - all’opera più straordinaria e di più grande incidenza nella civiltà umana.

Già questo ci offre ragioni sufficienti per credere che non si sia di fronte ad un caso di semplice genialità umana o di casualità - tanto più che per il resto gli ebrei erano appunto assai arretrati rispetto agli altri popoli (egiziani, persiani, greci, romani) - ma appunto al “rivelarsi” di Dio stesso.

 

3.10 - Come mai Dio ha scelto un popolo per rivelarsi? E gli altri?

Andare ad indagare le intenzioni di Dio ed il perché delle Sue libere scelte è difficile e presuntuoso, tanto più che Dio può fare ciò che vuole; forse ci è possibile solo notare come in questa scelta di Dio ci sia una perfetta coerenza, perché Dio è fedele e certamente Dio non può contraddirsi. E' infatti chiaro che Israele sia stato scelto da Dio (pur essendo un popolo tra i più piccoli ... e forse proprio per questo) perché era lì che voleva incarnarsi, per salvare tutta l’umanità. Avendo deciso liberamente di entrare nella storia dell’umanità per salvarla doveva certamente entrare in uno spazio e in un tempo, quindi anche in un popolo. Il popolo ebraico si faceva però, oltre che custode, anche portavoce della Rivelazione di Dio e quindi diventava strumento nelle mani di Dio per la salvezza poi di tutti i popoli. Questa salvezza universale si realizzerà pienamente in Cristo; e poi attraverso il nuovo e universale (questo è il significato della parola “cattolico”) popolo di Dio che è la Chiesa.

 

3.11 - Il Dio rivelatosi già agli Ebrei (e poi fattosi uomo in Cristo) è l’unico vero Dio?

Abbiamo già visto che non ha senso parlare dell’esistenza di più di un Dio, come infatti anche la più acuta filosofia e le più elevate religioni avevano scoperto (Questione 2). Abbiamo anche notato che le diverse concezioni di Dio presentate dalle religioni non sono che intuizioni più o meno profonde di Colui che in realtà è “uno”. Dunque, se abbiamo elementi per dire che nella “storia della salvezza” (la rivelazione agli Ebrei, che culmina in Cristo) Dio si è effettivamente rivelato, è chiaro che è l’unico vero Dio. Poiché o non è vero che è Dio che si rivela o, se è vero che si è rivelato, come è vero, è l’unico Dio. 
Questo non significa che altrove ci sia solo menzogna, perché, come sappiamo, verità parziali possono essere presenti ovunque (filosofie, religioni, culture) - sappiamo che ci possono essere verità complementari ma non contraddittorie - ma se sono tali non sono mai in contraddizione con la rivelazione di Dio e sono comunque comprese nella pienezza della rivelazione che è Cristo. 
Dio quindi, rivelandosi, non abolisce assolutamente quelle verità parziali che l’umanità aveva scoperto o può ancora scoprire - specie in riferimento a Lui e alla strada per giungere a Lui - ma semmai le conferma, le corregge e le porta a compimento. 
Rimane però vero che, essendosi Dio manifestato, ora tutti gli uomini hanno il diritto ed il dovere di conoscere e di far conoscere questa rivelazione.

Una verità più grande o più profonda non abolisce una verità più piccola o parziale; ma non sarebbe giusto (sarebbe contro il dinamismo stesso della vita umana) fermarsi ad una verità più piccola qualora si presenti la possibilità di raggiungere una verità più grande; in questo caso, tanto più, il “rifiuto” della rivelazione (come vedremo) diventerebbe colpevole e condurrebbe alla impossibilità di essere salvato da Cristo, porterebbe cioè alla dannazione eterna.

 

3.12 - Per noi, che veniamo dopo Cristo - cioè quando la Rivelazione di Dio all’uomo ha raggiunto il suo culmine definitivo ed insuperabile - che importanza ha ancora la Rivelazione precedentemente fatta da Dio agli Ebrei?

Abbiamo detto che la pienezza della Rivelazione (Cristo) purifica, riunisce e porta a compimento ogni altro livello di conoscenza e di esperienza di Dio; questo vale anche e specialmente per la religione ebraica. In Cristo c’è questo compimento e solo in Cristo c’è questa pienezza, che porta salvezza all’uomo di ogni tempo e di ogni luogo. Non a caso però Dio ha voluto preparare, per circa due millenni, un popolo (e attraverso di loro, in qualche modo, l’umanità intera) alla Sua venuta ed al compiersi della salvezza per ogni uomo.
Non capiremmo dunque neanche pienamente Cristo se non conoscessimo almeno un po’ questa preparazione alla Sua venuta che è l’Antico Testamento, ed è quindi doveroso conoscerlo e porvi attenzione come autentica “Parola di Dio” (così è proclamata anche nella liturgia cristiana). 
Essendo però una Rivelazione progressiva e preparatoria ed essendo avvenuta attraverso un linguaggio umano (parole, categorie mentali, generi letterari) non è sempre facile comprenderne il senso. Per questo la Bibbia non può essere letta come un libro qualsiasi, ma come un tutto unitario che trova il suo culmine in Cristo, pienezza della Rivelazione (aldilà delle forme letterarie o di certi particolari più contingenti legati alla situazione storico-culturale degli ebrei, come ad esempio le numerosissime leggi morali - anche di natura civile e perfino sanitaria - che troviamo nell’A.T.).

Forse per questo è meglio iniziare la lettura della Bibbia dal Nuovo Testamento ed in particolare dal Vangelo, che è comunque il centro e culmine, indispensabile per la salvezza. è utile inoltre essere aiutati dal commento di competenti (esegeti, teologi) e soprattutto dal Magistero della Chiesa (autorizzata da Cristo all’autentica interpretazione della Sua Parola), ad esempio mediante il Catechismo della Chiesa Cattolica.

 

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3.13 – Perché il cristianesimo non è solo una religione?

Come vedremo nella questione successiva (4), il cristianesimo - pur essendo ancor oggi la più grande religione del mondo (con più di 2,1 miliardi di seguaci) e quella che più ha inciso e incide nella civiltà mondiale - in senso stretto non sarebbe neanche definibile come una religione, perché se per religione si intende, come abbiamo visto, il tentativo dell’uomo di legarsi a Dio, qua Dio non solo ha preso l’iniziativa di rivelarsi all’uomo (come aveva già cominciato a fare con gli Ebrei), ma addirittura di farsi uomo, di “incarnarsi”, di rendersi visibile in Gesù di Nazareth, vero Dio e vero uomo. Se questo è accaduto, se questo è vero - com’è vero (vedremo) - in Cristo c’è tutto, la pienezza della verità, il vero volto di Dio, il senso autentico e pieno della vita umana, la salvezza per tutti.


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