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Questione 4

Gesù Cristo


Dio è davvero venuto sulla terra?

Gesù è davvero l’unico Dio?

E' davvero risorto?

Solo in Lui c’è salvezza?


Il cristianesimo non è solo una religione, perché solo in questo caso - non solo nella storia dell’umanità ma anche nel confronto con tutte le religioni - siamo di fronte ad un uomo che si presenta come Dio stesso fatto uomo.

Dopo aver osservato come la nostra intelligenza possa cercare e trovare delle “verità”, anche circa realtà invisibili (Questione 1), che abbiamo delle “prove razionali” per capire che Dio esiste (Questione 2) e dopo aver visto cosa siano la religioni e se Dio abbia già cominciato a rivelarsi agli Ebrei (Questione 3), ora siamo pronti per chiederci se sia vero che ad un certo momento della storia, che chiamiamo significativamente anno “0” (contando cioè gli anni prima o dopo quel fatto – avanti Cristo / dopo Cristo), Dio si sia addirittura fatto uomo, perché lo abbia fatto e cosa possa cambiare nella nostra vita oggi.

Per uno studio più approfondito dell’argomento si vedano i tre volumi Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger (Benedetto XVI) (1°: Rizzoli, 2007; 2°: Vaticana 2011; 3°: Rizzoli/LEV 2012); ottima anche la documentazione offerta da Vittorio Messori in Ipotesi su Gesù (SEI, 1976 e segg.; il più grande “best-seller” italiano, diffuso e tradotto in tutto il mondo), Patì sotto Ponzio Pilato? (SEI, 1992) e Dicono che è risorto (SEI, 2000).



4.1 – Perché quello di Gesù di Nazareth è un “caso” unico nella storia dell’umanità e anche delle religioni?

Un uomo di 2000 anni fa, vissuto in quella regione mediorientale chiamata Palestina (o Israele), che è vissuto circa 33 anni ma che solo negli ultimi 3 anni della sua vita si è manifestato pubblicamente, che non ha scritto nulla e non è mai uscito da quel territorio, e che è morto in croce, cioè con la più atroce delle condanne a morte da parte dell’impero romano, è anche statisticamente l’uomo di cui più si parla da 2000 anni, che più ha inciso nella storia della civiltà mondiale e che conta ancora oggi più di 2 miliardi e 370 milioni di seguaci (la più grande religione del mondo, seguita dall’Islam con 1 miliardo e 660 milioni di seguaci). E' Gesù di Nazareth.
Già questo dovrebbe farci porre enormi e decisive domande. Come è possibile?
Ma questo non è tutto e neppure la questione più decisiva.
Chiunque legge con attenzione il Vangelo, che ci parla di Lui, si accorge che siamo di fronte ad un uomo eccezionale, con un grado di perfezione morale e di bellezza inaudite, al di fuori di ogni schema, senza paragoni. Siamo talmente al di sopra di ogni possibile immaginazione, che, se fosse il frutto dell’immaginazione di qualcuno, sarebbe questo qualcuno il più grande genio della storia.
Perfino atei molto accaniti e rigorosi (come ad esempio Nietzsche) subiscono infatti il suo fascino.
Anche la sua predicazione morale è universalmente riconosciuta, perfino da chi non vuole seguirla, come il livello più alto e completo di valori che l’umanità possa darsi.
Ma questo non è ancora il nocciolo decisivo della questione. Anzi, se fosse tutto qui, non saremmo ancora qui a parlarne dopo 2000 anni; probabilmente non se ne sarebbe parlato neppure dopo un mese, e anche per quelle poche migliaia di persone che lo hanno conosciuto personalmente sarebbe rimasto un impressionante ricordo, condito però da una sostanziale delusione.
Quello che con Gesù di Nazareth c’è in gioco è una questione che coinvolge la vita di ogni uomo di ogni tempo, una questione in grado di scuotere anche il più distratto e superficiale degli uomini.
Dobbiamo capire bene questo punto, altrimenti non comprendiamo nulla di quanto è successo e del cristianesimo, e saremmo trascinati nel gorgo del relativismo, come se fossimo di fronte ad una opinione tra le tante o ad una convinzione religiosa paragonabile o perfino equivalente alle altre.
La questione decisiva, che fa del caso Gesù di Nazareth un fatto senza precedenti e senza paragoni nella storia dell’umanità e delle stesse religioni, è che quell’uomo si presenta come l’unico vero Dio e come unico salvatore dell’uomo!

Non si creda che questo sia un giudizio “di parte”, cioè cristiano. Certo, il cristiano è tale proprio perché crede questo (così si distingue infatti il cristiano dal non-cristiano: dal credere alla divinità di Gesù, chiamato per questo il Cristo). Ma nel paragone con tutte le altre religioni non esiste un altro caso in cui il fondatore di una religione si presenta egli stesso come Dio. Buddha si presenta come l’Illuminato (questo è il significato del nome); quindi Buddha non è Dio neppure per i buddisti. Maometto si presenta come Profeta (di Dio, chiamato in arabo Allah) e neppure per i suoi seguaci (musulmani) e per quella religione (Islam) Maometto è Dio, ma appunto solo il suo profeta. Così Confucio e tutti gli altri fondatori di religioni.

Potremmo dire che siamo di fronte ad una “pretesa” unica! Proprio tale pretesa fa sì che o è tutto vero (Dio non si sbaglia, essendo Essere perfetto, la Verità stessa; non esistono altri dèi, non essendoci più déi, come abbiamo osservato) o è tutto falso (Gesù è un folle e costituirebbe il più grande ingannatore della storia, visti i miliardi e miliardi di persone che hanno creduto e ancora credono in Lui nella storia, e perfino i milioni di martiri – 40 milioni solo nel XX secolo! – che hanno dato la vita e si sono atti uccidere pur di non abbandonare questa fede in Lui).
Siamo dunque di fronte alla più decisiva delle questioni, in cui c’è in gioco non una curiosità intellettuale – anche se certo sarebbe anche culturalmente grave non analizzarla, visto l’incidenza che ha avuto ed ha nella civiltà occidentale ma in fondo anche mondiale – ma il nostro stesso destino eterno, perché Gesù ci dice che solo credendo in Lui, cioè che è Dio mandato dal Padre con cui è una cosa sola, cioè seguendoLo e amandolo, anzi lasciandoci amare e guidare da Lui, possiamo sfuggire alla dannazione eterna ed entrare in paradiso, nell’eterna e felicissima comunione con Lui!

Anche per dare questo nostro assenso - la fede cristiana è assenso libero ma anche ragionevole a questo - possiamo (e allora anche dobbiamo) capire, cioè scoprire delle ragioni, dei motivi che ci permettono di dire che è proprio così, che Gesù è Dio, che il cristianesimo è vero, che possiamo essere salvi così.

 

4.2 – Anzitutto: siamo di fronte ad un fatto storico, realmente accaduto? Gesù è realmente esistito? Come possiamo conoscerlo?

E' importante capire che qui siamo di fronte ad un fatto storico e non ad un libro o ad una dottrina (filosofica o religiosa). Perché di fronte ad una dottrina devo cercarne razionalmente la verità ma posso condividerla come no oppure parzialmente. Invece di fronte alla notizia di un fatto (“Vangelo” vuol dire infatti “la straordinaria notizia”) la domanda ragionevole non è se sono d’accordo o no, se mi piace e fin quando mi piace, se “mi va” o no, ma anzitutto se è realmente accaduto o no. La questione si sposta anzitutto dal livello teoretico a quello storico. 
Ora, o siamo stati presenti ad un fatto, per cui ne abbiamo una conoscenza diretta, oppure, se non eravamo presenti perché altrove o vissuti dopo, la questione per capire che un fatto è realmente accaduto diventa quella della credibilità delle testimonianze (o resoconti, documenti, reperti, indizi), specie dei testimoni oculari di esso.
Un dato impressionante è intanto che non solo la civiltà cristiana (quella prevalentemente occidentale ma che non a caso ha avuto la maggior incidenza mondiale) ma ormai il mondo intero conta gli anni prima o dopo quel fatto, cioè prima (avanti) o dopo Cristo; come se i secoli e millenni precedenti fossero un enorme conto alla rovescia in attesa di quell’Evento e quelli successivi dopo e perfino in conseguenza di quell’evento. Se siamo ora nel XXI secolo (dopo Cristo), nel III millennio, cosa è accaduto nell’anno “0”? Possibile che non sia storico il fatto che ha spaccato la storia (e il conteggio degli anni) in due?
Certo, la grande storiografia - quella che registra imperatori, re, formazioni di popoli, rivoluzioni, guerre e accordi internazionali - non si è accorta immediatamente di Gesù. Potremmo dire che Gesù ha attirato per tre anni molte persone ma soprattutto 12 apostoli e alcune donne; al di fuori della zona non ha fatto però notizia (cfr. At 25,19). Ma già dopo 30 anni fa invece notizia l’esorbitante e sempre crescente numero dei “credenti” in Lui (chiamati “cristiani” a partire da Antiochia, cfr. At 11,26), presenti praticamente in tutto il mondo allora conosciuto. Così, già nel I-II secondo (d.C.!) esistono anche importanti documenti non cristiani che, pur non comprendendo o perfino combattendo il cristianesimo, non possono però negare non solo la presenza ovunque delle comunità cristiane (la Chiesa) ma l’esistenza storica di Gesù; negano cioè che Gesù sia Dio ma non possono negare che sia esistito, cosa che se avessero potuto l’avrebbero fatto ben volentieri, tagliando così alla base la radice del cristianesimo.

Cfr. ad es. il Talmud babilonese, Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche, 93 d.C.), Plinio il Giovane (Epistola a Traiano, 112 d.C.), Tacito (Annales, 115 d.C.), Svetonio (Vita Claudii, 120 d.C.), Celso (178 d.C.).

Le notizie riguardo a ciò che è Gesù, ciò che ha detto e fatto, ci vengono però dai testimoni oculari, specialmente dai 12 apostoli che Gesù stesso ha costituito, con a capo Pietro.

Gesù non scrive nulla, ma assicura che avrebbe inviato agli Apostoli lo Spirito Santo che avrebbe fatto loro ricordare e sempre più comprendere la Sua Parola (Verità). La Sua Parola è infatti non circoscrivibile ad un libro, ma è viva ed affidata ad una comunità viva. Il pericolo di progressivi travisamenti o erronee interpretazioni è sventato proprio dal dono dello Spirito, dato alla Chiesa, con un’assistenza speciale ai 12 sotto la guida di Pietro proprio per questo compito di insegnare (Magistero). Tale assistenza soprannaturale è trasmessa ai successori degli Apostoli (Vescovi) sotto la guida del successore di Pietro (vescovo di Roma, cioè il Papa).

La notizia (“il Vangelo”) è dunque fondamentalmente orale ed è trasmessa (tradere, da cui Tradizione) oralmente. Gesù l’affida alla Chiesa, che la conserva e trasmette fedelmente, e progressivamente ed infallibilmente la comprende.

In questo compito la Chiesa è infallibile: Gesù non ha garantito neanche a Pietro che non avrebbe peccato, ma gli ha garantito che non avrebbe sbagliato ad insegnare la Sua Parola. Questo perché Gesù ci ama e non permette che sia distorta quella parola che sola può salvarci.

Nella seconda metà del I secolo nascono anche i Vangeli scritti. La Chiesa primitiva ne riconosce autentici e ispirati da Dio solo 4 (Vangeli canonici): Marco, Matteo, Luca e Giovanni.

Matteo e Giovanni sono essi stessi Apostoli. Marco ascolta e trascrive quanto apprende dallo stesso Pietro. Luca, che segue molte volte Paolo nei suoi viaggi e scriverà anche “Atti degli Apostoli” (il libro ispirato da Dio che tratta dei primi passi della Chiesa e che si trova nel Nuovo Testamento subito dopo i Vangeli), ci confida di aver fatto un’accurata indagine, ma ascolta la predicazione degli Apostoli (specialmente di Paolo) e secondo la tradizione ha ascoltato anche i ricordi di Maria SS.ma, la Madre del Signore. Gli altri testi, non riconosciuti come autentici dagli Apostoli stessi o dalla Chiesa primitiva (oppure perché addirittura di secoli successivi), sono detti "apocrifi".

 

4.3 – Cosa ci garantisce che il Vangelo ci dica la verità su Gesù?

Dobbiamo anzitutto ricordare quanto già accennato nella
Questione 1.7
e che cioè la maggior parte delle nostre conoscenze l’abbiamo non per esperienza diretta, ma possiamo dire per fiducia. Questo riguarda particolarmente i “fatti” di cui non siamo testimoni oculari diretti, ma perfino la conoscenze apprese per studio (che tranne eccezioni si rifanno a studi di altri). Questo “conoscere per fiducia” non è indice di scarsa ragionevolezza o di ingenua facile credenza. Il “sospetto” infatti è doveroso fino a quando è ragionevole, cioè se abbiamo seri motivi per dubitare di chi ci riporta una notizia. Se non dessimo ragionevole fiducia a conoscenze riportateci da altri ci rinchiuderemmo ben presto nel più totale isolamento se non nella follia. Tutta la questione della verità di un fatto si sposta allora sulla questione della credibilità o meno dei testimoni oculari di esso, cioè sugli indizi che ci inducono a ritenere che non stiano mentendoci e che non abbiano alcun motivo per farlo.

Premesso questo, dobbiamo allora chiederci se possiamo avere ragionevoli motivi per credere a quanto ci raccontano coloro - soprattutto gli Apostoli - che sono stati con Gesù per circa tre anni, soprattutto riguardo alla Sua risurrezione (cfr. At 1,21-22), sia attraverso la loro predicazione come attraverso gli scritti (Vangeli). Concentreremo la nostra attenzione sul fatto centrale della Risurrezione. Ma ci chiediamo brevemente quali motivi di credibilità ci vengono offerti dai Vangeli scritti (tralasciando qui di citare gli innumerevoli e autorevolissimi studi in proposito).
Oltre all’infallibile garanzia offerta dagli Apostoli e dalla Chiesa, come abbiamo sopra accennato, i 4 Vangeli scritti (canonici) ci presentano infatti al loro stesso interno numerosi e ragionevoli motivi di credibilità. Perfino proprio alcuni problemi che sembrerebbero poter minare la loro credibilità (non uguaglianza e incongruenze tra loro, ad esempio), ad uno studio più attento ne confermano invece la verità.

I vangeli infatti non sono delle “cronache” in senso moderno, ma ci presentano alcuni fatti e parole di Gesù soprattutto con l’intenzione di condurci a riconoscere che Lui è l’unico vero Dio; e fanno questo anche con prospettive diverse, a seconda della propria sensibilità teologica (v. ad es. la profondissima visione teologica di Gv, l’ultimo dei Vangeli scritti), della documentazione cui si riferiscono (v. l’introduzione di Lc 1,1-4) e anche della comunità a cui quei testi erano originariamente diretti (v. Mt che scrive per una comunità di origine ebraica, che quindi conosce bene l’Antico Testamento, cui questo vangelo si riferisce particolarmente). Questo determina appunto - pur nella sostanziale unità e concordanza sull’essenziale - dei diversi modi di presentare gli eventi e la loro successione. Ma se i Vangeli fossero dei falsi, artificialmente redatti per creare un mito, avrebbero fatto ben attenzione ad eliminare queste differenze e incongruenze. Cioè, proprio un’apparente difficoltà diventa invece per gli studiosi un motivo per riconoscere la loro autenticità.

Abbiamo già osservato come l’assoluta originalità e superiorità della persona e delle parole di Gesù rendano difficile pensare ad una invenzione umana. Gesù infatti, pur inserendosi nella mentalità ebraica e nel solco della Rivelazione dell’Antico Testamento, deborda da un qualsiasi schema e risulta assolutamente originale, anche rispetto alla mentalità ebraica. Chi avrebbe potuto inventare un personaggio così, con dei fatti e delle parole così inimmaginabili come quelli riportati?
Perfino certi appellativi di Gesù, come ad esempio “Figlio dell’uomo”, che Egli stesso si attribuisce e che i vangeli onestamente riportano, sono un segno di autenticità, in quanto già quando i vangeli sono scritti questo titolo sarà meno usato di quello “Figlio di Dio”, che rende meno possibile l’equivoco di ridurlo ad un semplice uomo.
Inoltre, poiché appunto il Vangelo vuole soprattutto condurci a riconoscere la Sua divinità, come mai si attardano in modo sproporzionato (lo si vede anche nel numero dei capitoli) a parlare proprio della Passione di Gesù (il suo arresto, processo, flagellazione, incoronazione di spine, derisione, e soprattutto crocifissione e morte), in cui la Sua natura divina sembra particolarmente nascosta sotto la debolezza della Sua natura umana?
Visto poi che i Vangeli o sono scritti dagli Apostoli (Gv e Mt) o comunque sono riconosciuti come autentici da loro (ad esempio Mc che è seguace e forse interprete di Pietro, anche a Roma, da dove Pietro come primo vescovo e papa guida, secondo le parole di Gesù, l’intera Chiesa), come mai gli Apostoli e Pietro stesso non ci offrono certo sempre una bella testimonianza, sia nei tre anni di sequela (Mc 9,33-35; Mt 20,17-28; Lc 22,24) e soprattutto nella Passione di Gesù (venduto da uno di loro, rinnegato dallo stesso Pietro, abbandonato praticamente da tutti)?
Infine, pur non entrando nel merito della questione di come si possa giungere al testo originario dei Vangeli partendo dalle copie più antiche di cui siamo in possesso, ci basti sottolineare che siamo qui di fronte al caso letterario più documentato tra le opere dell’antichità.

Abbiamo infatti più di 4000 manoscritti completi dei Vangeli e tra loro identici dopo soli 3 secoli ed in aree geografiche più disparate (e questo identica evidentemente una fonte comune) [si pensi che invece - tra l’originale e la più antica copia completa pervenutaci - ci sono 400 anni di distanza per le opere di Virgilio, 1300 per quelle di Platone, 2300 per quelle di Omero]. Abbiamo poi brani dei Vangeli (su papiro) quasi contemporanei ai fatti. Alcuni dei più antichi manoscritti del IV-V secolo, redatti su pergamena e cuciti in quaderni (detti Codici), sono molto famosi, come il Codex Vaticanus (conservato nei Musei Vaticani), il Codex Sinaiticus (scoperto nel XIX sec. ai piedi del Sinai, conservato al British Museum di Londra) ed il Codex Alexandrinus (conservato anch’esso al British Museum).


 

4.4 – Perché la risurrezione è la questione decisiva per capire Gesù e il cristianesimo?

La risurrezione di Gesù è il fatto più straordinario della storia dell’umanità e dell’universo. Essa manifesta pienamente la Sua divinità. E che quindi è tutto vero: che Dio è venuto, che in Lui siamo salvi, che la morte è vinta, che possiamo sfuggire all’inferno e le porte del paradiso si sono riaperte!
Risurrezione indica che Gesù ha vinto definitivamente la morte e anche con il Suo Corpo entra nella dimensione dell’eternità di Dio. Egli porta dunque anche la nostra natura umana, che aveva assunto, all’interno della stessa vita di Dio (“siede alla destra del Padre”).
Facciamo attenzione: non si tratta di un risvegliarsi, di un semplice ritorno a questa vita (come è avvenuto nel grande miracolo della risurrezione di Lazzaro ad opera di Gesù), che sarebbe di nuovo condannata alla morte, sia pur differita, ma della risurrezione della carne, cioè dell’ingresso con tutto se stesso (anima e corpo) nelle definitiva dimensione spirituale, eterna, extra spazio-temporale.
Per questo un corpo risorto per sé non è sperimentabile dai nostri sensi (spazio-temporali), non ha età, non è circoscritto dallo spazio e del tempo. Gesù ha però concesso, specie nei primi 40 giorni (fino appunto all’Ascensione), di essere visto e toccato dagli Apostoli, da alcuni discepoli e discepole, così che potessero essere certi che era proprio Lui, che era vivo, che è veramente Dio, l’unico salvatore di tutti gli uomini.
Gesù è la primizia di quello che, per Suo potere, saremo anche noi alla fine del mondo, quando la nostra anima (che con la morte si stacca dal corpo ed è già giudicata da Dio) si riunirà al corpo in questa nuova e definitiva situazione di vita (eterna), per partecipare alla felicità eterna e infinita di Dio (cui siamo chiamati) o alla dannazione eterna dell’inferno (senza Dio).
Eccezionalmente Gesù ha voluto che anche la Sua Madre risorgesse subito (Assunzione di Maria SS.ma) e che anche col suo corpo entrasse subito in paradiso.

 

4.5 – Che motivi abbiamo per credere agli Apostoli quando ci dicono di avere visto Gesù risorto?

Dunque, essendo la risurrezione l’avvenimento decisivo per capire che Gesù è Dio (e così, credendo in Lui, siamo salvi!), prima ancora di vedere quali Sue parole e quali fatti da Lui compiuti ci indicano la Sua natura divina, oltre la straordinarietà anche della sua figura umana, che sempre ha affascinato l’uomo di ogni tempo, dobbiamo soprattutto chiederci se abbiamo ragionevoli motivi per credere a questo annuncio fatto dagli Apostoli (e dalla Chiesa di ogni tempo).

Credere, cristianamente parlando, non significa infatti credere genericamente che Dio esiste, ma credere che Gesù sia l’unico vero Dio, Dio fatto uomo, l’assoluta Verità, il Sommo Bene, l’unica salvezza per l’uomo di ogni tempo, che gli deve allora obbedienza (“Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna”, Gv 3,16; “Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti”, Rm 1,5).

Tutta la fede cristiana si fonda sulla risurrezione di Cristo. Se Gesù fosse infatti solo morto - tanto più che morì condannato alla Croce! - nonostante le sue parole e i suoi miracoli, sarebbe “solo” un grande uomo; anzi, in realtà sarebbe il più grande menzognero e ingannatore, perché parlò inequivocabilmente della sua divinità ed annunciò più volte la sua risurrezione.

“Se non esiste risurrezione dei morti, neanche Cristo è risuscitato. Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede [...] e voi siete ancora nei vostri peccati [...] Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini” (1Cor 15, 1-22).

Ecco perché al momento della Sua morte in Croce gli Apostoli e i discepoli persero comprensibilmente ogni speranza in Lui e quindi piombarono non solo nella paura ma soprattutto nella delusione (“Speravamo fosse lui...”, Lc 24,21). 
A differenza di tutte le filosofie e religioni, il cristianesimo non è infatti una dottrina che possa stare in piedi anche dopo la morte del suo fondatore, perché la fede cristiana verte tutta sul riconoscimento della divinità di Gesù (il Cristo). Se Gesù fosse solo morto, il cristianesimo non sarebbe mai nato, perché non avrebbe avuto alcuna ragione di nascere.
E' molto importante considerare questa “delusione” degli Apostoli al momento della morte di Gesù (il venerdì santo), perché così si può capire meglio come la notizia della Sua risurrezione non possa essere stata inventata.

La vittoria definitiva sulla morte da parte di Gesù e la trasformazione eterna del suo stesso corpo è infatti una notizia che per sé sembra incredibile, come dimostra l’atteggiamento degli uditori di S. Paolo all’Areopago di Atene (At 17,32).

Infatti, oltre al fatto che una notizia così non è facilmente inventabile e tanto meno facile ad essere annunciata e creduta, non essendo risorto nessun altro uomo nella storia, dobbiamo cogliere come, essendo posta ogni loro speranza sulla persona stessa di Gesù, prima ancora che sulla Sua parola, la Sua morte in Croce poteva ragionevolmente lasciare gli Apostoli nell’impressione di essere stati ingannati da Lui, per il quale avevano lasciato anche tutti i loro beni, compresi lavoro e famiglia.

Dobbiamo anche sapere che il popolo ebraico, pur essendo da secoli in attesa del Messia, si trovava in quel periodo di fronte a numerosi presunti Messia, che riuscivano provvisoriamente ad attirare anche considerevoli folle, ma che presto ricadevano nel nulla (cfr. At 5,34-39).

Nell’arco di sole 48 ore (dal giorno prima a quello dopo quel particolare sabato) e più ancora dopo 50 giorni (Pentecoste), a motivo della particolare effusione dello Spirito Santo, noi troviamo invece gli Apostoli totalmente trasformati, con un’esplosione di gioia, di sapienza (ricordiamo come la maggior parte degli Apostoli erano umili pescatori, cominciando da Pietro, che invece subito dopo predicherà in piazza e sarà a capo della Chiesa, secondo le parole stesse di Gesù) e di forza, che li rende capaci di annunciare a tutto il mondo allora conosciuto la notizia che Gesù è risorto, che è vivo, che è Dio e che è l’unico salvatore dell’uomo. Annunciano con coraggio e fermezza (“parresia”), anche a costo della vita, che è necessario per chiunque credere in Lui, convertirsi, farsi battezzare, amarlo, obbedirgli; solo così si può vivere la vita vera, sfuggire alla dannazione eterna ed entrare nella vita stessa di Dio per sempre (cfr. At 2,1-41; 3,11-26; 4,8-21). Nessuno riuscirà più a fermarli né a farli tacere: né prigioni, né torture, né l’esilio. Anzi, tutti gli Apostoli (tranne Giovanni) moriranno “martiri”, cioè preferiranno farsi uccidere piuttosto che tacere o rinnegare quel fatto.
Se avessero inventato il fatto, oltre - come abbiamo visto - a non essere ragionevole inventarlo, in cuor loro avrebbero saputo allora che non era vero, che Gesù era solo morto, che era tutto falso quello che aveva detto. Ora, se non erano stati in grado (ad esempio durante la Paassione) di dare la vita per Lui mentre era ancora in vita e potevano ancora sperare che facesse qualcosa per vincere, come avrebbero potuto dare la vita per Lui se fosse solo morto e quindi smentendo categoricamente chi era?  Come avrebbero potuto essere così trasformati in poche ore? Come avrebbero poi speso tutta la vita e versato anche il loro sangue pur di non desistere dall’annunciare quella che sarebbe stata una menzogna? Chi mente sa di mentire e lo fa certamente per un interesse, non certo per rimetterci la vita. Ci può essere qualche uomo (e nella storia ce ne sono stati molti) che dia la vita per un ideale, credendolo vero, anche se poi effettivamente non lo fosse; ma è assolutamente irragionevole pensare che un uomo dia la vita per un fatto falso sapendo che è falso, come appunto nel caso di chi l'ha lui stesso inventato.

Dunque è ragionevole ammettere almeno che gli Apostoli non mentono dicendo che hanno visto il Risorto.

Un’altra possibile obiezione, una volta scartata l’ipotesi della menzogna costruita appositamente, potrebbe essere quella che siano convinti di quello che dicono, ma che si siano sbagliati, che abbiano avuto delle allucinazioni, che cioè abbiano creduto di vedere ciò che invece non esisteva. Ora, oltre alla non spiegabile allucinazione collettiva (avvenuta più volte e pure a gruppi diversi di persone in diversi luoghi - cfr. 1Cor 15,1-8), visto non solo la normalità e persino concretezza di quelle persone prima e dopo quell’evento, sarebbe davvero arduo giustificare l’enorme e rapida diffusione del cristianesimo, tanto da incidere appunto su tutta quanta la nostra civiltà, anche a distanza di due millenni, a partire da una singolare espressione di un’ipotetica ed irrazionale patologia mentale. E' molto più ragionevole credere che si sia effettivamente realizzato quello che loro dicono e testimoniano sia col repentino cambiamento sia con l’offerta di tutta la loro vita. Anzi, a distanza di duemila anni, sarebbe ancor più irragionevole credere che questo fatto - che ha trasformato nella storia la vita di miliardi di uomini e donne, ha convertito radicalmente milioni di giovani e ne ha fatto dei santi, e che ha ancor oggi più di due miliardi di seguaci - possa essere frutto di una menzogna, di una patologia mentale, di una macchinazione umana. 
E' 
assai più ragionevole credere agli Apostoli, credere che Gesù sia Risorto, sia vivo, sia Dio, e continui Egli stesso, nonostante i nostri limiti umani, ad operare specialmente attraverso la Sua Chiesa, mediante la presenza vivificante dello Spirito Santo che ci ha donato e ci dona (cfr. Mt 16,18; 18,20).

 

4.6 - Cosa hanno visto i testimoni oculari della risurrezione?

Nessuno ha visto Gesù mentre risorgeva. La mattina di quel giorno, il giorno dopo il sabato (quello che era il “giorno del sole” e che si chiamerà poi per questo “giorno del Signore”, Domini dies, domenica), il sepolcro dove era stato adagiato il cadavere di Gesù, nonostante la custodia attenta delle guardie, fu trovato vuoto (cosa confermata sia dai romani che dagli ebrei - cfr. Mt 27,62-28,6.11-15). O meglio, il corpo era come sparito dall’interno, lasciando là il lenzuolo e il sudario con cui era stato avvolto (cfr. Lc 24,12 e Gv 20,1-8).

Quel lenzuolo probabilmente convinse già Giovanni della verità della risurrezione. Si tratta infatti di quel lenzuolo (= in greco “sindone”) in cui sono rimaste impressi non solo i segni della passione ma l’inspiegabile traccia della folgorazione dovuta alla trasformazione in luce del corpo di Gesù, come se esso vi sparisse dall’interno. Secondo la tradizione, ma avvalorata sempre più anche dall’eccezionalità degli studi scientifici, si tratta della Sindone conservata nel duomo di Torino. Da oltre un secolo esso è infatti oggetto di tanti studi scientifici (32 tipi di scienza) da costituire una vera nuova disciplina, la “Sindonologia” [v. nel sito in fondo al Dossier "Miracoli"].

Ciò che convinse però davvero gli Apostoli e i discepoli che Gesù era veramente risorto, furono le Sue stesse apparizioni, nei primi quaranta giorni (cfr. Mt 28,9-10.16-20; Mc 16,9-20; Lc 24,13-53; Gv 20,11-21,24; ma anche 1Cor 15,1-8). In esse poterono constatare la definitiva vittoria di Cristo sulla morte ed il suo ingresso, con il suo vero corpo, nella nuova dimensione dell’eternità. Quello che Gesù concesse ad alcuni, cioè l’esperienza empirica di vederlo e toccarlo, esperienza per sé talmente unica ed inimmaginabile da essere ineffabile, fu appunto per confermarli nella verità di quell’evento, quindi nella verità della Sua divinità e nella verità delle Sue parole e promesse, ed inviare così la Chiesa in tutti luoghi ed in tutti i tempi ad annunciare e donare la vita divina che ci è gratuitamente donata in Lui (cfr. 1Gv 1,1-4).

 

4.7 - Cosa indica la risurrezione di Gesù? Perché è una notizia tanto sconvolgente? Cosa cambia nella vita?

Ricordiamo anzitutto come la risurrezione di Cristo, cioè la vittoria definitiva sulla morte e l’ingresso del Suo stesso corpo nella dimensione dell’eternità, sia un “caso”, un avvenimento, unico nella storia mondiale, anche nella storia delle religioni. Solo Gesù Cristo è risorto.
Risurrezione sta infatti ad indicare non una teoria sull’aldilà, ma "il fatto" della vittoria definitiva sulla morte. Cristo infatti vince definitivamente la morte anche per ogni uomo di ogni tempo e luogo. Proprio la morte ed il destino eterno dell’uomo è il problema principale della vita umana. Se tutto precipitasse nel nulla, tutta la vita dell’uomo sarebbe in fondo vanificata. La vittoria della morte e la chiamata dell’uomo a partecipare, perfino con il suo corpo, alla vita eterna di Dio, spalanca la vita umana dentro un orizzonte infinito, totalmente nuovo, che cambia il senso stesso del presente umano.

La risurrezione della carne indica pure la superiorità del cristianesimo su ogni teoria, anche religiosa, sull’aldilà. Non  è dunque vera la reincarnazione (teoria ad esempio cara alla religioni orientali), che tra l’altro non sarebbe rispettosa dell’unità ed integrità dell’uomo, fatto di anima e di corpo, e della stessa libertà individuale, determinata dalle vite precedenti. Nella risurrezione invece si vede che tutto l’uomo è chiamato a partecipare alla vita eterna.

Tutti risorgeranno e saranno di fronte al giudizio di Dio; ma solo nella comunione con Cristo, morto e risorto per noi, c’è la possibilità di sfuggire al vuoto eterno ed alla disperazione infinita della dannazione (inferno) e di entrare nella vita stessa di Dio-Trinità (paradiso). La risurrezione è dunque l’avvenimento che più di ogni altro indica come Gesù di Nazareth non sia solo un grande uomo ma Dio stesso fatto uomo, cioè l’unico vero Dio fatto visibile e presenza in mezzo a noi. La Sua vittoria sulla morte fa sì che Egli non sia semplicemente uno vissuto duemila anni fa, ma un “vivo”, presente ed operante in mezzo a noi, contemporaneo di ogni uomo, eternamente giovane. La Sua morte e risurrezione indicano che Egli è l’unico salvatore dell’uomo. Solo Lui vince il peccato e la morte. Solo Lui ci riconcilia con il Padre.
Riconoscere che Gesù è Dio significa quindi riconoscere che Lui è la Verità suprema, che in Lui non c’è ombra di errore; per cui la Sua parola non indica una teoria o una religione tra le tante, ma il pieno significato della vita umana, la chiara distinzione della verità dalla menzogna, del bene autentico dal male. Se Dio parla, non possiamo infatti avere il sospetto che si sbagli (un Dio che si sbaglia non sarebbe Dio, per definizione stessa). Per questo Cristo è il “giudizio” (verità) e quindi il "Giudice universale": ogni uomo infatti, morendo, sarà di fronte a Lui e sarà salvo o meno nell’adesione o nel rifiuto di Lui e della Sua parola (cfr. Gv 5,22-30; Gv 3,16-21).

“Questa è la vita eterna - dice Gesù al Padre - che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). “Perché se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha resuscitato dai morti, sarai salvo” (Rm 10,9).

Gesù afferma chiaramente che ritornerà alla fine del mondo, quando verrà nella “gloria”; tutti lo vedranno ed Egli sarà il giudice dei vivi e dei morti (cfr. ad es.: Mt 16,27 e segg; Mt 10,33; Mt 19,28; Mt 24,30; Mt 25,31; Mt 26,64; Mc 8,38; Mc 13,26; Mc 14,62; Lc 9,26; Lc 12,9; Lc 21,27; Lc 22,67-69; Gv 10,24-25; Gv 12, 23). Gesù, vero Dio e vero uomo, è dunque l’unico “mediatore” tra Dio e l’uomo (nella Sua stessa persona, nella Sua duplice natura: Dio come il Padre e lo Spirito Santo, uomo come noi). Per questo può ottenerci il perdono dei peccati, la riconciliazione con Dio e comunicarci la Sua stessa vita. Dio ha infatti tanto amato gli uomini da mandare il Suo Figlio (cfr. 1Gv 4,9-10), attraverso il quale l’uomo può entrare nella piena comunione di Dio. Dio cioè ha riconciliato a Sé il mondo in Cristo (cfr. 2Cor 5,19).
Per questo Cristo è necessario ad ogni uomo di ogni tempo: in nessun altro infatti c’è salvezza (cfr. At 4,12). Credendo in Lui e partecipando alla Sua vita, che si comunica a noi nella storia attraverso la Chiesa (v. i sacramenti), si ha la vita vera ed eterna (cfr. Gv 20,31). Per essere salvi e partecipare alla vita eterna di Dio non si tratta infatti di essere semplicemente brave persone, ammesso e non concesso che lo si possa essere senza la grazia di Dio, ma di ricevere fin d’ora in noi la vita divina (dataci in Cristo, per opera dello Spirito Santo, nella Chiesa) e di morire nella Sua grazia.
Questo orizzonte nuovo, questa pienezza di significato, spalanca dunque la vita ad una dimensione nuova, anche nei più piccoli particolari.

 

4.8 - Alla luce della risurrezione acquista senso pieno anche la morte di Gesù in croce. Anzi, sarà proprio la Croce a diventare il simbolo del cristianesimo. Perché?

Potremmo dire che il Vangelo, centro e pienezza di tutta la Rivelazione di Dio agli uomini, va letto e capito alla luce del fatto finale: appunto la risurrezione di Cristo. 
I Vangeli danno però moltissimo spazio, sproporzionato rispetto all’intera vicenda pubblica di Gesù, alla passione e morte di Gesù. Perché?

Abbiamo già notato che anche questa è una prova di autenticità e motivo di credibilità dei Vangeli. Se fossero infatti falsi e raccontassero cose inventate, dato che il loro scopo primo è quello di convincerci che Gesù è Dio e così siamo “salvati” (Gv 20,31; v. anche Lc 1,1-4), non avrebbero mai narrato e tanto meno così a lungo la passione e morte in croce di Gesù, in cui apparentemente si manifesta non la potenza della divinità di Gesù ma la Sua debolezza (cfr. 1Cor 1,17-25). Infatti, proprio al culmine della Sua missione, Gesù si manifesta apparentemente in una “debolezza” estrema, fino a farsi condannare da un processo-farsa, a farsi torturare e deridere e a farsi uccidere con la atrocissima morte riservata ai malfattori, cioè appunto la croce (cfr. Mt 26,47-27,55; Mc 14,43-15,41; Lc 22,47-23,46; Gv 18,1-19,30).

In realtà, ciò è dovuto all’estrema importanza di questo evento. Se è vero che non si capisce nulla del cristianesimo senza la risurrezione di Cristo, è anche vero che non si capisce la Sua missione senza la Sua morte in croce. Morte e risurrezione di Gesù costituiscono quello che chiamiamo “mistero pasquale”, centro della missione di Gesù e quindi della fede cristiana.
Gesù, durante il processo, le torture (flagellazione, incoronazione di spine, derisioni, salita al Calvario con la croce) e sulla croce, sembra totalmente passivo, quasi fosse abbandonato agli eventi; in realtà per amore nostro si abbandona coscientemente, liberamente e attivamente alla volontà del Padre, come esplicitamente afferma fin dall’inizio della sua missione (cfr. ad es. Mt 26,39; Lc 22,42; Gv 4,34; Gv 5,30; Gv 6,38-40; Gv 8,11; anche Fil 2,5-11). Gesù sa fin dall’inizio, anche quando è ancora circondato dall’entusiasmo della folla, che questa è la Sua “ora”, che a Gerusalemme si compirà questo mistero, per il quale è venuto (cfr. Mt 16,21-23).

Non dobbiamo pensare ad un destino o ad una fatalità che privi Gesù e gli attori stessi del suo supplizio della loro libertà, ma alla libera offerta di Gesù al Padre per il bene degli uomini (in Lui si manifesta così come la pienezza della libertà sia nell’obbedienza al Padre).

Nella croce di Gesù si manifesta pienamente la grandezza dell’amore di Dio per l’uomo: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chi crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16); “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Amore misericordioso, che trasforma addirittura il più grande crimine della storia (deicidio) nella sorgente inesauribile della Sua misericordia, che perdona il peccato dell’uomo di ogni tempo e lo riconcilia con Sé.
Possiamo cogliere un poco almeno il significato della Croce alla luce della parola “sacrificio” (diciamo infatti “il sacrificio della Croce”, che si perpetua nell’Eucaristia). Un’espressione di Giovanni il Battista nel presentare Gesù all’inizio della Sua missione - e che ritorna non a caso nella S. Messa presentando e adorando Gesù-Eucaristia poco prima di riceverlo - è Agnello di Dio (che toglie, prende su di Sé il peccato del mondo).

Nella tradizione religiosa dell’antico popolo ebraico, ma in fondo in molte espressioni religiose dei popoli che vivevano di pastorizia, l’agnello, cioè la primizia e la speranza del gregge, veniva spesso offerto in “sacrificio” (sacrum-facere: fare qualcosa di sacro), sia in ringraziamento, sia come richiesta di perdono per i propri peccati. In questo modo si pensava di ristabilire o rinsaldare l’<alleanza> tra Dio e gli uomini. Per questo il “sangue” (simbolo della vita) del sacrificio diventa particolarmente eloquente per indicare l’Alleanza.

Ringraziare deriva dalla consapevolezza che tutto è di Dio e tutto deve essere offerto a Lui. L’offerta delle primizie (e del meglio) del bestiame o del raccolto (in molte religioni antiche si facevano pure i sacrifici umani, esclusi invece dalla Bibbia). [Si noti come il termine Eucaristia significhi infatti "ringraziamento"].

Chiedere perdono indica invece come l’uomo, se è sincero con se stesso, sia consapevole della continuamente ritornante sproporzione tra ciò che è e ciò che deve essere, sia nei confronti degli altri che di se stessi e soprattutto nei confronti di Dio. Il peccato distrugge l’uomo, merita e causa la morte. L’offerta dell’agnello, come pure l’inviare a morire nel deserto un capro sul quale venivano idealmente riversati i propri peccati (il "“capro espiatorio", come si dice ancor oggi, cioè uno che paga per tutti), era dunque sostitutivo della propria morte e quindi materia di richiesta di perdono.

Tutto ciò fa da sfondo e prefigurazione al sacrificio del vero Agnello che è Cristo: è Lui il vero, unico e definitivo ringraziamento al Padre; il vero, unico e definitivo riconciliatore degli uomini col Padre; nel Suo sangue si instaura la “nuova ed eterna Alleanza” tra Dio e gli uomini [cfr. le parole di Gesù nell’Ultima Cena, che sono le parole che in ogni Messa trasformano il pane e il vino nel suo Corpo e nel Suo Sangue (Mt 26,26-28). Per il confronto tra gli antichi sacrifici e quello di Cristo, si veda ad esempio la Lettera agli Ebrei]. Questo atto supremo di Cristo compie la nostra “redenzione”, cioè il perdono del peccato (originale e personale), e permette all’uomo di essere riconciliato con Dio, di entrare nella comunione piena con Lui, di partecipare della Sua stessa vita, fin d’ora e per sempre. Questo è il motivo centrale della missione di Cristo, il ciò per cui è venuto.

La liberazione dal peccato e dalla morte (eterna) e la piena riconciliazione dell’uomo con Dio, mediante Cristo, è ovviamente anche il fine supremo anche della missione della Chiesa.

Alla luce di questo altissimo significato della Croce di Cristo, unitamente alla Sua risurrezione, acquista il suo vero significato anche tutto il dolore umano, di ogni tipo, che è problema centrale della vita dell’uomo: unito a quello di Cristo, diventa partecipazione alle Sue sofferenze (cfr. Col 1,24), e questo contribuisce allora misteriosamente alla salvezza nostra e del mondo. Il dolore perde quindi la sua apparente inutilità e, offerto a Dio, diventa una delle azioni più preziose ai Suoi occhi.

La Bibbia ci dice all’inizio (Gen 1-3) che il dolore (e la morte) non facevano parte del disegno di Dio e fossero assenti nell’originaria creazione (paradiso terrestre), ma entrarono nel mondo proprio a motivo del peccato dell’uomo (peccato originale). Cristo, che pur ha alleviato il dolore anche fisico di molti uomini - come continua a fare nella storia anche la Chiesa - fa uscire il dolore dalla maledizione del nonsenso e lo rende addirittura occasione di una “grazia” speciale, per sé e per gli altri. In italiano è infatti significativo l’uso dell’espressione croce (“ho una croce”, “sono in croce”), per indicare una sofferenza.

Il dolore ed il male (fisico o morale) va certamente combattuto ed alleviato, senza però censurarlo (come fa molta cultura dominante) poiché prima o poi, in un modo o nell’altro, fa parte della vita dell’uomo. Si noti in proposito come tutte le volte che l’uomo - ad esempio con le ideologie o le rivoluzioni - cerca o di censurarlo (come se non esistesse) o pretenda di farlo sparire totalmente con le sole proprie forze, provochi quasi sempre un male peggiore di quello a cui voleva porre rimedio (come la storia, anche recente, dimostra).

 

4.9 - Nella vita terrena di Gesù, esistono già parole e fatti che manifestano la Sua divinità?

Nella Sua vita pubblica Gesù ha svelato "pian piano" di essere il Messia atteso da secoli e addirittura Dio stesso fatto uomo; anzi, non lo dice mai esplicitamente, se non alla fine (cfr. Mt 26, 59-66; Mc 15, 61-62; Lc 22,70; Gv 18,37)
Abbiamo certamente espressioni in cui manifesta la Sua umanità (cfr.
Mc 6,3-4; Mc 11,12-14; Mc 14,32-42; Mc 15,34; Mt 8,20), e perfino la Sua subordinazione al Padre [cfr. Gv 4,34; Gv 5,19.36; Gv 8,49 -
Molti di coloro che negano la divinità di Cristo (ad esempio di Testimoni di Geova, per questo non considerabili come setta cristiana) si appellano a queste espressioni, censurando invece quelle che manifestano l’uguaglianza col Padre]; ma abbiamo anche numerosissime espressioni in cui si evidenzia che Egli è Dio come il Padre, eterno come Lui [cfr. ad es.: Gv 10,22-38, spec. 22,30; Gv 17,21; Mt 9,6; Mt 12,8; Gv 17 - Gesù non dice mai "Padre nostro", ma distingue sempre "il Padre mio" (perché Egli è “Figlio di Dio” per natura, uguale a Lui) e il "Padre vostro" (poichè invece noi diventiamo “figli di Dio” per adozione, cioè in Cristo) - Mt 5,20-48 (corregge e porta a compimento la “legge” di Dio dell’A.T.)]. Ci sono infatti parole che se fossero dette da un essere solamente "umano" sarebbero semplicemente folli (cfr. Gv 6,35.53-56; Gv 8,58; Mt 24,30-31; Mc 8,34-38; Lc 14,26).

Gesù compie poi delle azioni straordinarie, che chiamiamo “miracoli”, in cui manifesta la Sua potestà divina, cioè la capacità di comandare alla natura (e perfino ai demoni), trasformandone momentaneamente e in via del tutto eccezionale le leggi usuali [cfr. nel sito il Dossier "Miracoli" al n. 5].

Miracolo significa “qualcosa che meraviglia”, in quanto fuori dal comune. Secondo le normali leggi della natura, che dipendono però da Dio, questi fatti non si spiegano. La scienza non può spiegare il miracolo, perché la scienza è possibile solo in quanto studio di ciò che normalmente avviene (si dice infatti “sperimentale”); ma non può neppure negarlo a priori, in quanto appunto anche questi sono fatti che fanno parte dell’<esperienza> e poi perché nessuno può dire che ciò che si è sempre osservato fino ad oggi non possa una volta accadere diversamente, certo per l’intervento di “forze” sconosciute. In questo caso, essendo addirittura Dio ad essere presente e a comandare alla natura, nessuno può dire che non sia possibile (cfr. Lc 1,37).

Gesù non cede però mai alla tentazione di usare di questo Suo potere divino per capriccio o per pubblicità (cfr. Mt 4,1-7 - anzi, normalmente soggiace Lui stesso alle normali leggi della natura, provando anche fame, sete, stanchezza e dovendo procurarsi i normali mezzi di sussistenza), ma solo per indicare l’amore di Dio che prende compassione della sofferenza dell’uomo (guarigioni, rianimazioni, moltiplicazioni di vivande). Rimangono comunque casi eccezionali. Lo scopo è sempre quello di ridestare il bisogno più profondo dell’uomo (quello di significato e di liberazione dal male morale) e di insegnare, cioè di educare alla fede. 
I miracoli di Gesù manifestano però certamente un “caso” senza pari (nessuno ha mai compiuto tutto questo!) e sono “segno”, per chi vuol capire, della Sua divinità.
Il miracolo conserva però una certa ambiguità (di interpretazione), per cui può convertire chi ha l’animo disposto a farlo, ma può anche lasciare nell’indifferenza o perfino irritare chi l’ha invece chiuso alla Sua grazia (cfr. ad es.
Gv 9,13-16; Gv 11,45-47.53).

 

4.10 - Che cosa significa allora “aver fede”, credere, nel senso cristiano del termine?

Avere fede in una persona, genericamente parlando, significa avere fiducia, fidarsi di quanto ci dice. Quando parliamo di un “credo” o di una “fede” (religiosa, filosofica, politica) indichiamo quell’insieme di valori cui facciamo riferimento con la mente e nelle scelte.

Occorre fare attenzione, perché nel linguaggio italiano diffuso molte volte “credo” sta ad indicare invece un'incertezza (“credo che sia così”, cioè “forse è così”). Quando invece usiamo la parola <credo> nella fede cristiana (si pensi appunto alla professione di fede: “Credo in un solo Dio...”) indica invece una certezza assoluta, senza possibilità di errore, e soprattutto un’adesione vitale a Colui in cui si crede.

Nel senso specifico cristiano “credere” non significa sapere genericamente che Dio esiste, od essere semplicemente religioso, ma avere “fede in Cristo” (cfr. At 2,32.36; Rm 10,9-17), essere cioè fermamente convinto che Gesù è risorto, che è Dio, l’unico vero Dio (fatto uomo), che è vivo (una presenza, la vera compagnia), che ritornerà a giudicare i vivi e i morti, che Lui è la Verità assoluta, l’autentico e sommo bene, il significato esauriente della vita. Questo, ovviamente, non può rimanere una semplice convinzione intellettuale (altrimenti si potrebbe dire che anche il diavolo ha fede, perché infatti sa chi è Gesù; cfr. Mc 1,23-24), ma si traduce in un vivere in comunione con Lui (che diventa il “Tu” più importante della mia vita), nell’amarLo e nel seguirLo, cioè nel far sì che tutte le decisioni della vita siano secondo la Sua parola, cioè che la Sua parola sia vissuta, ed infine che Lo si attenda con ferma speranza, per godere poi di Lui per tutta l’eternità (cfr. ad es. Gv 15,4-11; Gv 6,56-57). La fede, pur coinvolgendo tutto l’uomo (ragione, volontà e sentimento; anima, mente e corpo), non è anzitutto una sensazione, ma è “obbedienza” a Cristo (cfr. Gv 14, 15, Rm 1,5; 1Gv 5,1-13). Attraverso Cristo, e nello Spirito Santo che Lui ci dona, entriamo nella comunione col Padre. Siamo cioè chiamati ad entrare, fin d’ora e per sempre, in quella comunione infinita d’amore che è la vita di Dio, Santissima Trinità (cfr. Gv 17).

 

4.11 - Essendo Gesù Cristo la pienezza della rivelazione, cosa sappiamo di più di Dio, rispetto a ciò che l’intelligenza umana o anche le altre religioni avevano scoperto di Dio?

Gesù è “la via, la verità, la vita” (Gv 14,6), in quanto Dio stesso fatto uomo, presente in mezzo a noi. Questo indica che in Lui c’è la pienezza della verità, su Dio e sull’uomo, la massima ed insuperabile rivelazione di Dio all’uomo. Niente di più grande, profondo e vero c’era mai stato e ci sarà nella storia dell’umanità intera. 
Ciò che la ragione e la sensibilità umana avevano già scoperto o ancora scopriranno, così come tutte le espressioni culturali e religiose del mondo, trovano qui la loro pienezza e in un certo senso il loro superamento. Questo non significa che non esistano in esse verità parziali e quindi utili e belle per la vita dell’uomo e dei popoli; ma che in Cristo esse sono purificate da eventuali errori, innalzate ad un orizzonte più elevato, portate a compimento. La stessa Rivelazione soprannaturale di Dio al popolo ebraico, fatta in vista di Cristo (che in tale popolo nasce), trova qui il suo compimento definitivo (Mt 5,17). 
In Cristo, Verità suprema, ogni più profonda domanda dell’animo umano non solo trova risposta esauriente, ma viene addirittura superata, così come ogni più alta scoperta dell’intelligenza.

La ragione umana, se ben usata, non viene mai contraddetta dalla Rivelazione ed è anzi aiutata ad innalzarsi alle più alte vette della verità. La Rivelazione supera però ogni nostra possibilità di comprensione (nel senso letterale di com-prendere, cioè di poterla abbracciare totalmente). Per questo il nostro “credere”, cioè l’assenso della fede alle verità rivelate, pur essendo ragionevole, avendo cioè motivi anche razionali per essere dato, è anche un atto della volontà, come un abbandono fiducioso e intelligente a ciò che Dio rivela ed un’obbedienza a ciò che Lui mi chiede, certi che Lui non si sbaglia e che conosce e desidera il mio bene più di quanto io possa e sappia fare; ed è una Grazia, cioè un dono che Dio fa a tutti coloro che la desiderano e l'accolgono.

A riguardo di ciò che Cristo rivela di Dio stesso, possiamo infatti osservare come si superino non solo quelle concezioni della divinità presenti nelle diverse espressioni religiose dell'umanità, ma le vette della stessa filosofia.
Già nell’A.T. l’idea di Dio veniva purificata da ogni antropomorfismo, da ogni limite umano e temporale, e si era progressivamente innalzata, dentro un monoteismo assoluto, verso una concezione analogicamente “paterna e materna”, in cui già si mostrava la sua essenza di misericordia e di amore. 
In Cristo, Dio si rivela - per quel che l’uomo può essere in grado di capire - nella Sua stessa realtà interna, che è una perfetta comunione d’amore di Tre Persone: la SS.ma Trinità.
Gesù rivela infatti di se stesso che, come Dio, esiste da sempre (cfr. Gv 8,58); ma che da sempre è “generato” da Colui, Dio, che chiama Suo Padre in un modo unico e irripetibile.

Il termine “generare” (cfr. il Credo, o Simbolo niceno-costantinopolitano) è qui usato in modo unico, in quanto non sta ad indicare un essere creato (“generato, non creato”) dal Padre od una Sua inferiorità rispetto a Lui, ma significa un “procedere”, cioè un essere in quanto “essere da...”, come se scaturisse da sempre dal Padre pur essendo “della stessa sostanza del Padre”, cioè Dio come Lui (cfr. Gv 10,30).

"Padre-Figlio" sono ovviamente termini umani per sé inadatti ad esprimere ciò che Dio è, ma vengono usati in quanto offrono una certa qual analogia. La “paternità” di Dio può essere intesa in senso generico (tutto è creato da Dio, specialmente l’uomo, che è l’unico essere che Dio vuole per se stesso, fatto “a Sua immagine e somiglianza”), in senso specifico (tutti i battezzati sono “figli” di Dio in quanto sono inseriti in Cristo-Figlio) ed in senso unico e irripetibile (che sta ad indicare la relazione unica che sussiste tra Gesù ed il Padre, in quanto Lui è Figlio per essenza, mentre noi per partecipazione - abbiamo infatti notato come Gesù non dica mai “Padre nostro”, ma distingua sempre il Padre “suo” e il Padre “nostro”; cfr. Gv 20,17).

Questa comunione infinitamente profonda che lega il Padre al Figlio costituisce un “noi”, che a sua volta è un “Lui”, lo Spirito Santo, anch’Egli Dio, pur “procedendo” da sempre nel Suo Essere dal Padre e dal Figlio. Questo è l’unico e vero Dio, manifestatoci in Cristo: un Dio unico, in tre Persone.

Anche il termine “persona” ha un significato particolare. Anzi è un termine che è entrato nel linguaggio italiano proprio a partire dalle discussioni teologiche riguardo a Cristo ed alla SS.ma Trinità. Esso indica sia l’unicità di un essere vivente trascendente (nell’uomo: aperto alla trascendenza) che la relazione, cioè il suo essere in quanto in relazione.

Nella storia (della salvezza), pur potendosi dire di ciascuna delle persone della SS.ma Trinità quello che si dice delle altre due (“circuminsessione”), noi sappiamo che è la seconda persona, cioè il Figlio (Logos-Verbo) che si fa uomo, assumendo la natura umana, ed è lo Spirito Santo Colui che Gesù invia nel mondo (a prezzo della Sua morte-risurrezione-ascensione) e che dona in pienezza alla Sua Chiesa, attuando nella storia e nelle singole persone la salvezza operata una volta per tutte da Cristo nel mistero pasquale.
Tutto è stato creato dal Padre, per il Figlio e nello Spirito Santo; e tutto è chiamato a ritornare al Padre, per il Figlio e nello Spirito Santo.
La SS.ma Trinità non è solo la stupefacente ed inesauribile realtà divina che dobbiamo conoscere e adorare, ma è quella suprema realtà di comunione (infinito Essere-Verità-Amore) in cui noi stessi, per pura “grazia”, siamo chiamati ad entrare (paradiso); ed in vista di questo siamo stati creati.

Questa chiamata soprannaturale dell’uomo, di ogni uomo, a partecipare alla vita stessa di Dio, comunicataci in Cristo e per opera dello Spirito, si attua in noi in via ordinaria (non-facoltativa) mediante e nella Chiesa, specialmente attraverso i sacramenti, ricevuti con fede e capaci di trasformare la vita.

 

4.12 - Se solo in Gesù Cristo c’è salvezza, se solo conoscendoLo, seguendoLo e partecipando alla Sua vita si è salvi, che ne è di quelli che non ci credono, che sono atei o che credono in altri déi o religioni?

Nella cultura dominante prevale il relativismo, secondo cui non esistono verità ma solo opinioni.

In questo contesto – come abbiamo osservato nella Questione 1 - anche la parola “tolleranza”, che positivamente indica il rispetto di ogni idea, viene a coincidere con quello di “equivalenza” di ogni ideale; per cui paradossalmente si viene a rispettare ogni opinione purché rimanga opinione e non si elevi a livello di verità, oggettiva ed universale, cioè valida per tutti (non nel senso che dipenda da un consenso universale, ma nel senso che è il senso vero della nostra natura umana, uguale per tutti) ed il significato completo della vita di ogni uomo

Per questo oggi può risultare perfino irritante ascoltare l’annuncio che questo senso pieno della vita si è rivelato, ci è stato donato, ed è solo Cristo Signore! Eppure è questo l’annuncio cristiano e la missione della Chiesa. Questo è il mandato di Cristo risorto per raggiungere e salvare gli uomini di tutti i tempi e luoghi; e questa è la missione che la Chiesa ha sempre adempiuto lungo i secoli, a cominciare dai primi giorni e per sempre.

Così si esprime infatti S. Pietro nella prima predica pubblica della Chiesa, il giorno stesso di Pentecoste: “Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso [...] Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo” (At 2,36.38) E poco dopo rispose ai sommi sacerdoti che l'avevano arrestato e gli intimavano di non parlare più di Gesù: “in nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12).

Così infatti aveva comandato agli Apostoli Gesù risorto: “Mi è stato dato ogni potere in cielo ed in terra. Andate dunque ed ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,18-20 - termine del Vangelo). “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (Mc 16,15-16).

Gesù, essendo Dio stesso fatto uomo, è un “caso” unico, anche nella storia delle religioni. Egli è per questo l’unico salvatore, l’unico mediatore tra Dio e gli uomini (nella Sua stessa persona, essendo vero Dio e vero uomo) [“Uno solo è Dio e uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti” (1 Tm 2,5)]
Ridurre Cristo a uno fra i tanti, anche semplicemente ad uno dei tanti fondatori di religione, sarebbe la più grande bestemmia, perché sarebbe vanificare l’opera suprema che Dio ha compiuto per la salvezza dell’uomo, mediante l’incarnazione, la morte e la risurrezione di Suo Figlio ed il dono dello Spirito Santo.
Riconoscere che Gesù è Dio e sapere che questa è la necessaria, suprema, unica e definitiva rivelazione di Dio all’umanità, dunque la suprema Verità, non significa però che altrove ci sia solo errore. Come possiamo capire, tra l’errore totale e la Verità totale, c’è la possibilità di infinite verità parziali. Certo nessuna di queste verità potrà mai essere in antitesi con ciò che Dio ha rivelato in Cristo, non potendo ovviamente sussistere verità tra loro contraddittorie, e non potendo Dio stesso sbagliarsi (né tanto meno esserci più déi).
Questo significa che le Verità che Dio ha rivelate - che non sono tutte ma quelle necessarie per la nostra salvezza - non possono essere contraddette da altre presunte verità, ma che possono esserci verità parziali, presenti in tante culture e religioni e in ogni uomo che onestamente pensa e ragiona. Queste parziali verità trovano, nell’incontro con Cristo, l’opportunità di essere meglio capite, purificate da errore ed innalzate a livelli superiori. Possono in certi casi essere perfino di stimolo per comprendere meglio ciò che Dio ha rivelato.

Questo trova conferma storica non solo nell’autentico dialogo interreligioso, ma anche in quel fecondo rapporto tra fede e ragione (ad esempio tra teologia e filosofia) che ha permesso per molti secoli, ma in fondo in ogni tempo, di conoscere sempre meglio le verità scopribili dalla ragione ma anche quelle rivelate da Dio stesso.

Tutto ciò che di bene, bello, vero, giusto è presente in ogni religione ed in ogni espressione culturale ed autenticamente umana, non viene censurato, ma assunto, purificato ed innalzato dall’incontro con Cristo (cfr. ad es. Fil 4,8).

Non per nulla la civiltà cristiana ha promosso in modo incomparabile lo sviluppo della cultura, dell’arte e della scienza, come la storia - specie della civiltà occidentale - dimostra. Allo stesso modo, la missione della Chiesa non ha mai censurato nulla di ciò che di grande esisteva nelle civiltà precristiane o non-cristiane, ma l’ha purificato e condotto a compimento.

Certo, nessuno deve accontentarsi del “di meno” di fronte ad un “di più”. A richiederlo è già la dinamica stessa del nostro spirito, che si muove infatti inesorabilmente verso una Verità-Bene-Bellezza infinite.
Ora, avendo Dio fatto all’uomo l’immenso “dono” di rivelarsi pienamente e di chiamarlo in Cristo a partecipare addirittura alla Sua stessa vita, fin d’ora e per l’eternità, tale dono e tale chiamata non possono certamente essere considerati facoltativi. E’ anzi ciò per il quale siamo stati creati (cfr. Ef 1,3-10). E' perciò grave colpa rifiutarlo o limitarsi a ciò che si credeva quando ancora non era avvenuto questo. Può esserci perfino un’ignoranza colpevole, se uno ha le possibilità di sapere e conoscere Cristo e rimane nell’indifferenza, nella superficialità, nell’apatia. Anche in questo caso non c’è salvezza. Cristo infatti è l’unica salvezza dell’uomo di ogni tempo e luogo. E' Lui la “via ordinaria della salvezza”.

Chi non per colpa propria (e in senso specifico solo Dio lo sa) non ha avuto la possibilità di conoscerLo e di convertirsi a Lui, o perché nato prima di Cristo, o perché cresciuto in luoghi dove l’annuncio cristiano non è ancora arrivato o viene soffocato dalla mentalità dominante, potrebbe “in via straordinaria” essere salvato, sempre comunque per i meriti di Cristo, se avrà almeno sinceramente seguito quelle parziali verità proprie della propria cultura o religione, o almeno quella “voce della coscienza” che è già una prima voce di Dio che risuona nel cuore dell’uomo.

In proposito ricordiamo come la “coscienza”, che è la parte più intima dell’uomo (dove nascono i pensieri e le decisioni), ha il fondamentale diritto della “libertà” (appunto il diritto alla libertà di coscienza e di tutte le sue espressioni), ma ha anche l’altrettanto fondamentale dovere - oggi spesso trascurato - di cercare e conoscere la “verità”.

Secondo il comando stesso del Signore, rimane però il dovere, per chi già conosce Cristo, di annunciarLo a chiunque, ed il corrispondente diritto di chiunque di conoscerLo.

Essendo la verità sostanzialmente un giudizio (giudico bene se colgo le cose per quello che sono, cioè con verità), la sorgente e la pienezza della verità è Dio stesso, Creatore e Signore di tutte le cose, fatto uomo in Cristo. Il giudizio autentico e completo spetta dunque a Lui solo. Suo sarà infatti l’inappellabile giudizio finale, che chiamiamo infatti “giudizio universale”, e sarà appunto il rendersi universalmente evidente della Verità e anche della nostra conformità o difformità ad essa. Ma Dio, mediante la Sua Rivelazione ed il nostro assenso mediante la fede, ci fa partecipi del Suo giudizio, proprio perché ci fa conoscere il Suo pensiero, la Verità (“Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi ... e se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero!”, Gv 8,32.36; cfr. 1Cor 2,16). La fede stessa, come risposta e assenso a ciò che Dio ci rivela, è il nuovo “giudizio” su tutte le cose, la scoperta della verità della vita e di tutte le cose. Quando dunque Gesù ci dice che non dobbiamo giudicare, significa che non possiamo giudicare adeguatamente le persone (cfr. Lc 6,37). Questo giudizio spetta infatti a Lui solo, perché solo Lui può sapere il grado di colpevolezza o di merito di una persona, perché solo Lui può conoscere il segreto dell’uomo ed il rapporto reale tra le grazie donate e l’impegno di quella persona nel farle fruttificare (“talenti” dati e trafficati, cfr. Mt 25,14-30). Invece, per un giudizio sulla verità, sul bene e sul male, possiamo dire che proprio l’incontro con Cristo, con la Sua parola, la Sua vita, la Sua presenza, ci permette il giudizio nuovo e più profondo su tutte le cose (la “fede” è questo giudizio; cfr. 1Cor 2,15), cioè di scoprire molto meglio (ma mai contrariamente) di come potremmo farlo con la solo ragione, di cosa è vero, bene, bello, cioè del senso vero della vita.


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