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Questione 6

La vita cristiana


Cosa devo fare per essere cristiano?

Se obbedisco alle leggi morali cristiane rinuncio alla mia libertà e a godermi la vita?

Posso dire “non è per me"... e continuare o riprendere la vita di prima?


Spesso si sente parlare della vita cristiana come l’adesione ad una fede cieca, ad un determinato modo di pensare o di vivere ormai perfino fuori moda, arretrato, ad una serie di doveri e obblighi morali in cui sembrano continuamente prevalere i <no>!; insomma una vita non libera, noiosa, pesante, forse perfino causa di ulteriori stress … da cui stare alla larga. Se poi metto naso in una chiesa, assai spesso potrei avere l’impressione di un residuale ritrovo di vecchiette (che spesso si lanciano pettegolezzi e talora perfino litigano tra loro su come mettere i fiori in chiesa), non certo del “nuovo popolo di Dio” che porta in sé, pur con tutti i limiti umani, la bellezza, la dignità e l’immensa gioia della vita vera ed eterna. Per questo anche la società occidentale,  che pur è stata cristiana per due millenni e che trova proprio nella fede in Cristo il fondamento della propria grandezza, sembra sempre più stanca del cristianesimo. E se “democraticamente” si tollera ancora che ci sia qualche cristiano, certamente egli non può più pretendere di dire la sua come cristiano (ammesso che ci siano ancora molti che sanno cosa significhi) nelle faccende che riguardano tutta la società. Come dire, lasciamo ancora che ci sia qualche area protetta (le chiese) per una “specie ormai in via di estinzione …”!

Così potrebbe sembrare, almeno sui principali mezzi di comunicazione o in certi palazzi di potere.

In realtà poi ci sono nel mondo 2,4 miliardi di cristiani (1,3 di cattolici), cioè quasi il doppio della seconda grande religione (Islam); e sono in crescita … In Italia ci sono ancora milioni di persone che vanno alla Messa, il 94% della popolazione che chiede ancora il Battesimo, la maggioranza assoluta che fa fare la Prima Comunione e la Cresima ai figli. Se poi si va in un santuario, vediamo accorrere ogni anno milioni di persone, e sono in crescita (così che perfino certe laiche agenzie di viaggio cominciano a prendere in considerazione l’affare) … Solo vecchi o ammalati? No, anche se certo l’esperienza del dolore e ‘della vita che passa’ fa aprire gli occhi assai più della vita immersa nel comodo e nel bengodi. In realtà troviamo decine di migliaia di giovani a certi pellegrinaggi (Loreto, Czestochowa, Santiago di Compostela, Medjugorje …), e sono in crescita esponenziale, per non parlare dei milioni di giovani delle GMG, addirittura euforici nell’incontrare il Papa. Roba da gente in crisi, da fragili psicologicamente? Fenomeni sentimentali che una persona razionale sfuggirebbe come superstizione e oscurantismo? In realtà si stanno convertendo anche molti tra i più grandi scienziati (A. Few, F. Collins, …); anzi, proprio nel cristianesimo la scienza moderna ha trovato il ‘grembo culturale’ più idoneo a partorirla … e infatti così è stato storicamente. 

Del resto nelle Questioni qui precedentemente affrontate, abbiamo visto che anche razionalmente possiamo dire non solo che Dio c’è, ma che il cristianesimo è vero e che Gesù ha davvero voluto la Chiesa Cattolica.


Ma allora cos’è la vita cristiana?
In realtà la vita cristiana non è anzitutto un modo di pensare o di comportarsi, certo anche questo, ma una vita con Cristo, una vita già “divina”, cioè partecipe della vita di Dio, e proprio per questo una vita in pienezza (Gesù dice: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza, Gv 10,10), una vita vissuta nel suo senso autentico, per questo con una gioia nuova, vera, autentica (dice ancora Gesù: “Vi ho detto questo perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena, Gv 15,11)
, una vita che è già, pur tra le prove, anticipo di quel paradiso dove la comunione con Dio, e quindi la gioia, sarà piena ed eterna.

Cerchiamo allora sinteticamente di cogliere la sostanza della vita cristiana … e di rispondere a qualche altra obiezione.


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6.1 - Una volta che ho capito che Dio c'è, che è venuto, che Gesù è il mio unico Salvatore, che mi dona la Sua Parola e la Sua Vita attraverso la Chiesa Cattolica, che mi dona il paradiso (v.
Questioni precedenti), allora cosa devo fare?
Anche quando Pietro - ravvedutosi dopo il tradimento (cfr. Lc 22,32), dopo aver visto il Risorto (Lc 24,34) e averGli dichiarato il suo amore (Gv 21,15-17), il giorno stesso di Pentecoste in cui era sceso lo Spirito Santo - fa in pubblico la prima predica della Chiesa (At 2,14-41), nata proprio in quel giorno, e annuncia che quel Gesù che pochi giorni prima avevano fatto crocifiggere era davvero risorto, era davvero Dio e solo seguendoLo si avrebbe avuta la salvezza eterna, la gente, “sentendosi trafiggere il cuore, chiesero a Pietro ed agli altri apostoli: <Che cosa dobbiamo fare, fratelli?>” (At 2,37).
Infatti, di fronte ad una notizia così straordinaria (ecco il significato della parola “Vangelo”), non si può rimanere indifferenti. Chi rimane indifferente in fondo è perché non ha ancora capito la posta in gioco: dato che nessuno può essere indifferente sulla propria vita, sulla scelta tra la felicità e la disperazione, tra la vita e la morte, e soprattutto tra la disperazione eterna dell’inferno o la felicità infinita del paradiso, cioè della vita beata nella piena comunione con Dio. Qui infatti la notizia è proprio che con Gesù siamo finalmente di fronte a questa questione, che è la più decisiva della vita, su cui ci giochiamo non solo la riuscita e bellezza della vita terrena ma soprattutto della vita eterna, cioè del “per sempre” che ci attende dopo la morte. Solo Lui, perché è Dio-uomo, può liberarci dal non senso, dal male (peccato) e soprattutto dall’inferno. Ecco perché da duemila anni – ma sarà così fino alla fine del mondo – l’annuncio pieno (cioè non diminuito o edulcorato, come purtroppo spesso avviene) di Gesù, della questione di Chi è Gesù, o affascina e coinvolge a tal punto da cambiare la vita, oppure inquieta e perfino provoca una satanica ribellione.
Di fronte alla domanda “cosa dobbiamo fare?”, sorta dal cuore di chi ha ascoltato il primo annuncio cristiano, Pietro cosa ha risposto? Ecco: “<Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro>. Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: <Salvatevi da questa generazione perversa!>” (At 2,38-40). 
Vediamo che non si tratta di aggiungere qualcosa alla vita, fare qualcosa in più, aggiungere qualche pratica religiosa; ma è un capovolgimento totale (conversione). Certamente devo cambiare delle cose da fare (alcune forse non le farò più, altre ne farò che prima non facevo) o come le faccio (con quale criterio, scopo, modalità, fine). Ma cambia anzitutto l’orizzonte globale, cioè il senso totale della mia vita. Perché è l’incontro con Gesù nella mia vita oggi, che mi dona il senso vero della vita e di tutte le cose della vita. Potremmo dire che prima ancora del “fare”, cambia la mia mentalità, la coscienza, il mio “io”.
Non si tratta però appunto dell’incontro con una verità astratta – e sarebbe già tanto, perché siamo fatti per la verità (come ci siamo già detti all’inizio, nella Questione 1
) – e perfino neppure con la Legge di Dio (come era ancora nell’Antico testamento) – che ci darebbe già tanta luce ma non ci darebbe ancora la forza per mettere in pratica quella Parola (cfr.Rm 7, ma anche Rm 2-3 e Gal 3) – ma si tratta dell’incontro con Gesù (oggi, in me), dell’essere inseriti in Lui (S. Paolo usa addirittura la parola “innestati” in Lui, Rm 11,23-24), di accoglierLo in me, dell’essere una cosa sola con Lui. Questo porta frutto nella vita, cioè il vero cambiamento, ci cambia la vita, ci rende nuovi (S. Paolo dice: “Se uno è in Cristo è una creatura nova”, 2 Cor 5,17). Essere in Cristo è la radice della vita cristiana (S. Paolo usa innumerevoli volte questa espressione “in Cristo”).
Ecco perché già in quella prima predica cristiana della storia S. Pietro risponde alla domanda “cosa dobbiamo fare?” non solo con una indicazione di tipo morale (cambiamento di vita) ma con un volgersi a Cristo (conversione) e  soprattutto con la necessità del sacramento (Battesimo) per essere inseriti in Cristo, per ricevere in noi la Sua vita, così come per ricevere poi il dono dello Spirito Santo (diremmo: la Cresima). 
Dal seguito del racconto, cioè nella risposta obbediente (“l’obbedienza della fede”, cfr. Rm 1,5) di 3000 persone che si convertono in quel solo primo giorno della Chiesa, comprendiamo anche che non si può essere cristiani senza la perseveranza non solo nell’ascoltare l’insegnamento di Cristo e della Chiesa (gli Apostoli) ma soprattutto all’Eucaristia (la fractio panis, “lo spezzare il pane”), così come l’unione profonda (comunione, Koinonia) con tutti gli altri fratelli cristiani.
“Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone. Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (At 2, 41-42).

 
6.2 – Cos’è la vita cristiana?
La vita cristiana è allora essenzialmente una vita con Gesù (vivo), una vita nell’amicizia-comunione con Lui, che non può più fare a meno di Lui, che vive un rapporto d’amore con Lui, che è in Lui come Lui è in noi, in me (è il frutto dell’Eucaristia: “chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me come io in lui”, Gv 6,56), una vita che si decide per Lui (“chi mangia di me vivrà per me”, Gv 6,57), che cambia logica, che non dice più “ho ragione io” o “ha ragione il mondo” (mentalità dominante), ma vuole seguire Gesù in tutto, perché è il nostro Dio, il mio Dio (“Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore”, Gv 15,9-10). Una vita che è mossa dallo Spirito Santo (invocato e che si fa presente, lo Spirito che è “Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo, luce, nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto e senza cui nulla è senza colpa”, lo Spirito che “lava ciò che è sporco, irriga ciò che è arido, sana ciò che è malato, piega ciò che in noi si irrigidisce contro Dio, che scalda i nostri cuori, che raddrizza ciò che è sviato” - v. sezione Un aiuto per pregare), una vita (che corta o lunga che sia è sempre corta!) che è tutta proiettata all’incontro con Lui, che vive tutto nella prospettiva del paradiso, che lotta contro il peccato (perché è il nostro male, perché ci può portare all’inferno e soprattutto perché è un dolore nel Cuore di Gesù, una ferita nel suo infinito amore per noi, che ci vuole salvi, partecipi della sua gioia infinita ed eterna). La vita cristiana è una vita da “figli di Dio” – perché inseriti in Cristo, così che quello che Egli è per natura (Figlio eterno col Padre) noi lo diventiamo per partecipazione; cioè una vita in cui si crede ma anche si sperimenta che Dio è nostro Padre, anzi - come Gesù ci ha dato il permesso di chiamarlo - il nostro Abbà (cioè alla lettera il nostro “papino”, proprio come un bambino piccolo si rivolge al suo papà); per questo, se ci crediamo davvero, siamo liberati da ogni affanno e da ogni paura (Mt 6,7-13.24-34; 7,9-11). Gesù ci ha dato poi per madre la Sua Madre (cfr. Gv 19,26), per cui abbiamo davvero una mamma soprannaturale, che ci accompagna nella storia dell’umanità e nella nostra personale vicenda di ogni giorno, una mamma tenerissima e potentissima anche per ottenerci i doni che Gesù Suo Figlio vuole darci.

 

6.3 – Allora, concretamente cosa devo fare?

Una volta che ho capito questo, cioè che si tratta non soltanto di fare qualche cosa ma di una dimensione del cuore (cfr. ancora Mt 6,1-6.16-23), cioè di una cosa nuova che nasce nel più profondo di me stesso, allora posso anche semplicemente chiederglielo: “Padre, fa che io ti conosca!”, “voglio seguirti: dimmi cosa devo fare!”. Ebbene, a queste domande – che sono le più vere e le più belle che possiamo rivolgerGli (perché non Gli chiediamo di fare la nostra volontà, che potrebbe anche essere sbagliata, che potrebbe non essere il nostro vero bene, ma che si compia in me la Sua volontà, che è il mio vero bene, la mia vera gioia) – Dio non resiste! In un modo o nell’altro, nel cuore ma anche attraverso fatti apparentemente casuali che mi capitano, Dio risponde (in genere molto presto; se si fa attendere è per purificare ulteriormente la mia volontà e accendere ancor più il mio desiderio, così che poi possa provare ancora più gioia). Sì, Dio è amore e non esita ad entrare col Suo amore in un cuore che desidera questo amore, anzi, che lo desidera perché è già amato da Lui!
Per sapere che la risposta che sento in me è proprio la Sua, e non una mia immaginazione, devo verificare se corrisponde (cfr. 1Gv 4,1) alla Parola di Dio rivelata (nella Bibbia), autenticamente trasmessa e insegnata dalla Chiesa (guidata certamente dallo Spirito Santo a comprendere la parola di Gesù, cfr. Gv 16,12-13). Se io dicessi che nel mio cuore sento che Dio mi dice di avere una fede o di vivere una morale diversa da quella che insegna la Chiesa Cattolica, certamente so che non può essere un’autentica parola di Dio in me (perché ovviamente lo Spirito Santo non si contraddice e sicuramente guida la Chiesa nel suo insegnamento ufficiale sulla fede e sulla morale, come abbiamo visto nella
Questione 5), ma proprio sul più bello potrebbe essersi mescolato perfino un inganno del demonio.

Qualche volta anche le guide della Chiesa, fossero anche Vescovi, possono all’inizio fare fatica a comprendere e accogliere ad esempio un nuovo “carisma” (dono dello Spirito) - è successo molte volte nella storia della Chiesa - ma mai può sorgere un nuovo carisma che cambi la fede o neghi una legge morale cattolica (sarebbe un’eresia, cioè una cambiamento della Verità rivelata). Ecco perché anche il sorgere di nuovi grandi carismi (pensiamo ad esempio a S. Francesco d’Assisi) non è e non può essere mai contro l’insegnamento della Chiesa e necessita della conferma del Papa (è stata infatti una prioritaria preoccupazione di S. Francesco, altrimenti avrebbe egli stesso rinunciato alla sua nuova forma di vita cristiana). Se è veramente Gesù che parla, se è veramente lo Spirito Santo che muove, alla fine - pur passando magari attraverso molte prove e iniziali incomprensioni - giunge il conforto e la conferma dello stesso Spirito attraverso il giudizio del successore di Pietro, capo e guida della Chiesa.


6.4 – Perché i sacramenti sono così essenziali e decisivi per la vita cristiana?

La vita cristiana richiede certo una nostra decisione netta, una deliberazione della nostra volontà, altrimenti non ne avremmo alcun merito; ma in realtà è soprattutto un’opera di Dio in noi. Ecco perché “sorgente e culmine” della vita cristiana è la liturgia, la preghiera che la Chiesa, come corpo di cui Cristo è il capo e come sposa dello Spirito, eleva ufficialmente e in modo comune al Padre. La liturgia è costituita dai sette Sacramenti e dalla Liturgia delle Ore (con cui si santifica la giornata e il tempo). Essa è la più alta delle nostre opere; ma in realtà è l’opera di Dio stesso (opus Dei) in noi, un’opera divina (in oriente si dice “la divina liturgia”). Noi diamo gloria a Dio, ma in realtà è Dio che così ci santifica.
Abbiamo infatti già visto (v. Questione 5.4) che la vita divina scende in noi soprattutto attraverso i sette Sacramenti, la cui potenza scaturisce dalla Croce di Cristo. 
Ecco perché anzitutto, come già ha detto S. Pietro nella prima predica cristiana, dobbiamo ricevere i “Sacramenti dell’iniziazione cristiana” (Battesimo, Cresima, Eucaristia), attraverso i quali Dio ci introduce nella Sua stessa vita (trinitaria). Battesimo e Cresima si ricevono una volta sola nella vita, perché lasciano nell’anima un segno indelebile; l’Eucaristia o Comunione devo invece riceverla il più spesso possibile e per tutta la vita. Qua è in gioco la mia salvezza eterna, per cui devo subito prendere delle decisioni importanti, senza pigrizia (accidia), senza più rimandare, e facendo una preparazione molto seria.

Se non sono ancora battezzato, subito devo mettermi in un cammino di preparazione (detto “catecumenato”), che può durare anche anni, durante i quali imparo il cristianesimo, non solo con la testa ma anche con la vita. In uno che ha superato l’infanzia, i tre sacramenti dell’iniziazione cristiana sono uniti in un’unica celebrazione.

Se sono stato battezzato ma non ho mai ricevuto la Comunione, oppure ho ricevuto (o anche continuo a ricevere) la Comunione ma non ho ancora ricevuto la Cresima (Confermazione), subito mi metto in un cammino catechetico di formazione e di preparazione per riceverli quanto prima.

Se ho ricevuto la vita cristiana con i tre sacramenti dell’iniziazione, ma ora vivo con una persona come se fosse mia moglie/marito senza aver formato con lei/lui una famiglia cristiana fondata sul sacramento del Matrimonio (cioè se convivo o siamo sposati solo civilmente) allora devo subito preoccuparmi di preparare e ricevere tale sacramento (che ci fa finalmente marito e moglie agli occhi di Dio), altrimenti dobbiamo smettere di vivere come coniugi mentre sposi non siamo di fronte a Dio.

Se uno dei due (o tutti e due) era già sposato col sacramento del Matrimonio con un’altra persona, siamo di fronte ad una situazione morale insanabile, perché agli occhi di Dio quel primo matrimonio, se era canonicamente valido, rimane indissolubile e sempre valido (lo dice Gesù stesso, cfr. Mt 19,5-6); in questo caso infatti è impossibile ricevere non solo ovviamente un nuovo sacramento del Matrimonio (che si riceve una volta soltanto nella vita, tranne che in caso di vedovanza), ma anche quello della Confessione e della Comunione (almeno fino a quando la nuova coppia vivrà rapporti sessuali come se fossero davvero sposi). Questo non significa che non ci possa essere la fede o anche qualche grazia di Dio, ma rimane una situazione moralmente grave.

Se è molto o moltissimo tempo che non ricevo il sacramento della Penitenza (o Confessione, che è l’unico modo con cui posso ricevere il perdono dei peccati mortali) e dell’Eucaristia (Comunione, che si può ricevere “solo in grazia di Dio”, cioè senza peccati mortali nell’anima), allora deciderò di farlo quanto prima, preparandomi bene e col proposito di ricominciare a riceverli di frequente.



6.5 – E' necessario “confessarsi” spesso e andare alla Messa tutte le domeniche?

Sì; appunto perché la vita cristiana non è semplicemente un credere o un comportarsi in un certo modo, ma l’essere in comunione con Dio (Padre, Figlio e Spirito Santo), tale comunione è un dono Suo, da ricevere e vivere continuamente.
L’andare alla Messa (celebrare l’Eucaristia) non è certamente l’unico aspetto della vita cristiana, ma è il più importante e necessario. Gesù ha “inventato” nell’ultima cena, alla vigilia della Sua passione e morte (Mt 26,17-30, Mc 14,22-26; Lc 22,8-39; 1Cor 11,23-29), questo modo supremo di rendersi presente (potremmo dire “fisicamente”, col Suo Corpo risorto) e di renderci partecipi di Sé, della Sua morte e risurrezione, della Sua offerta al Padre per la nostra salvezza; ci ha detto di farlo (“fate questo in memoria di me”, Lc 22,19) e che è necessario per la nostra salvezza eterna (“chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui … colui che mangia di me vivrà per me … chi mangi questo pane vivrà in eterno” - cfr. Gv 6,26-58). Il celebrare l’Eucaristia (e possibilmente il riceverla) nel giorno della risurrezione, non solo una volta all’anno ma in questo giorno di ogni settimana, cioè la domenica (non più il 7° giorno, il sabato, come era nell’Antico Testamento, ma nel 1° giorno della settimana - per questo è sbagliato definire la domenica “week-end” - quello che era il giorno del sole e che si chiamerà in molte lingue secondo la radice latina Domini dies, “giorno del Signore”, in italiano: domenica)
è stata una caratteristica della comunità cristiana sempre, in duemila anni, fin di primissimi giorni; anzi, nelle apparizioni del Risorto è Gesù stesso che inaugura questo ritmo settimanale di incontro con Lui (cfr. Gv 20,1.19.26) e talora perfino la stessa struttura della Messa (Liturgia della Parola + Liturgia Eucaristica) sembra indicata da Lui (cfr. Lc 24,13-32).
Se scopro che alla Messa c’è proprio Gesù (che mi parla nel Vangelo, che si rende presente nel pane e nel vino dal momento della consacrazione - secondo le parole stesse di Gesù nell’ultima cena - e che si fa addirittura mio cibo, così da riceverlo fisicamente in me al momento della Comunione), allora comincio a capire che non c’è niente di più bello e di più importante nella settimana.
La partecipazione alla S. Messa alla ogni domenica (e nelle altre sei feste di precetto) è dunque moralmente obbligatoria, come attuazione del 3° comandamento (“ricordati di santificare le feste”). Una partecipazione piena richiede di fare anche la S. Comunione, cioè non solo di ascoltare, pregare e adorare Gesù che è presente nell’Eucaristia, ma di riceverlo; è però possibile ricevere la Comunione solo se si è “in grazia di Dio” , cioè senza peccati gravi sulla coscienza. [Per preparare e vivere bene la Messa, v. nel sito Per partecipare bene alla S. Messa
].
E' decisivo per la nostra vita cristiana – ed anche come passo fondamentale per cominciare o ricominciare - il momento in cui andiamo da Gesù e gli confessiamo, attraverso il sacerdote, i nostri peccati, venendo oggettivamente perdonati da Lui col Sacramento della Confessione (o Penitenza o Riconciliazione). Gesù vede la nostra anima, a Lui non è sconosciuto nulla di noi (cfr. ad es. Gv 1,45-50; Gv 20,24-29) e vede anche se siamo pentiti dei nostri peccati, anche appena dopo che li abbiamo commessi; ma ha deciso di darci il Suo perdono – ottenuto con la Sua morte in Croce! – attraverso la mediazione della Chiesa, in particolare degli apostoli e dei loro successori (vescovi e sacerdoti); lo ha detto Lui stesso (cfr. Gv 20,21-23). Questo può sembrare una fatica supplementare, ma in realtà è perfino sperimentabile che la “certezza oggettiva” del suo perdono (quando siamo assolti dai peccati che abbiamo sinceramente confessato al sacerdote) ci dona una gioia ed una pace indicibili! 
Questo sacramento è moralmente obbligatorio almeno una volta all’anno e necessario per essere assolti dai peccati mortali, da togliere comunque quanto prima dall’anima che è altrimenti in serio pericolo per l’eternità; è invece consigliato anche per i peccati veniali; è comunque fondamentale per la vita spirituale confessarsi spesso, ad esempio una volta al mese.
Se è moltissimo tempo che non mi confesso, questo sarà il momento decisivo della mia conversione, del mio sincero ritorno a Dio. Se invece già ricevo spesso questo sacramento, riceverò ogni volta non solo il perdono dei peccati commessi ma anche una fondamentale spinta in avanti nel mio cammino con Dio e verso Dio. 
Dobbiamo sempre preparare e vivere bene questo sacramento, tanto più se è passato troppo tempo dall’ultima confessione, imparando a fare bene l’esame di coscienza (v.), per individuare bene tutti i peccati gravi commessi e da confessare.

E' utile, anche se non indispensabile, avere un padre spirituale (detto anche guida o direttore spirituale), cioè un sacerdote che oltre ad essere il proprio Confessore abituale (ma si possono anche distinguere i compiti) ci conosce meglio e può meglio aiutarci nel cammino spirituale; con lui è bene confrontarsi di frequente, non solo in riferimento ai peccati o alle questioni morali, ma anche per il progresso spirituale e per avere delle indicazioni o dei consigli, specie in riferimento a importanti decisioni da prendere o ai passi spirituali da intraprendere.


6.6 – Perché è così importante la preghiera? Quanto devo pregare? Come devo pregare?

La grande svolta della vita non è costituita semplicemente dal sapere che Dio c’è e che Gesù è Dio, è risorto e vivo, ma dall’essere concretamente in relazione, in comunione con Lui. Allora il parlargli, l’ascoltarlo, l’adorarlo nell’Eucaristia, il riceverlo facendo la Comunione, è in noi una sorgente inesauribile di novità, è la vera compagnia, è la vera pace. Per questo non si vive la fede e non si sperimenta la pace di Gesù senza un continuo rapporto con Lui, senza la preghiera. Si capisce perché molti desiderano andare a Messa anche tutti i giorni ed è bello soffermarsi spesso almeno un poco con Lui davanti a quel tabernacolo delle chiese dov’è custodita l’Eucaristia che è Lui. [Cfr. nel sito per vivere bene l’Eucaristia].
La preghiera, più è frequente e abbondante e più è fatta col cuore, più trasforma la vita. Per sfuggire alla distrazione che sempre può riprenderci, vivendo come se Dio non ci fosse e come se Gesù non fosse venuto e fosse vivo, dobbiamo anche darci un vero impegno di preghiera, perfino una piccola regola, cominciando magari con poco e poi via via aumentando, al di là della voglia o meno del momento. Spesso infatti nei nostri doveri spirituali dobbiamo fare inizialmente anche uno sforzo, ma poi siamo tanto contenti di averlo fatto.
Come pregare? La preghiera è essenzialmente un rapporto d’amore, un dialogo da cuore a cuore. Può perfino essere fatta di silenzi amorosi, come avviene talora anche in un rapporto d’amore. Oppure può sgorgare con parole spontanee. Può essere di adorazione, di lode, di ringraziamento, di domanda (spirituali e poi anche materiali), per sé e per gli altri. Può essere di contemplazione della Sua parola o di quello che ha compiuto e compie nella storia dell’umanità e nelle nostre vicende personali. Assai spesso possiamo sperimentare la gioia e la pace della presenza di Gesù. Ma se in alcuni giorni o periodi non sentiamo niente o facciamo fatica, non dobbiamo preoccuparci e dobbiamo continuare ugualmente (verifichiamo però se questo “non sentire” è dovuto al poco tempo o alla fetta con cui preghiamo, oppure se l’anima è appesantita da troppo tempo dai peccati);
anzi, la nostra fedeltà proprio in quei momenti aumenta il nostro merito e può portare ancora più frutti spirituali, per noi e per gli altri.
Non abbandoniamo però l’immenso patrimonio di preghiere che sono scaturite in duemila anni dalla fede del popolo di Dio e spesso dal cuore dei santi; normalmente è proprio con l’aiuto di quelle parole, se dette col cuore, che scaturisce poi anche la nostra vera preghiera. Talora è giusto perfino impararle a memoria [v. in questo sito tutto il settore Un aiuto ... Per pregare].

 

6.7 – Devo anche meditare? Cosa vuol dire? Cosa devo meditare?

Normalmente è proprio la meditazione che alimenta la nostra preghiera e illumina nella nostra vita la via di Dio che dobbiamo pian piano percorrere. Dobbiamo quindi programmare con decisione dei frequenti spazi di meditazione nella nostra vita, possibilmente almeno un poco ogni giorno. La meditazione è la lettura, cui segue la riflessione ed anche la preghiera, anzitutto della Sacra Scrittura (Bibbia), ma anche dell’insegnamento della Chiesa (Magistero del Papa - v. nel sito: Sulle orme del Magistero), ad esempio del Catechismo della Chiesa Cattolica, dei testi della Liturgia, degli scritti dei Padri della Chiesa (autori sacri dei primi secoli) o degli altri Santi (anche loro buone biografie) (v. nel sito: Sulle orme dei Santi) o di qualche maestro spirituale (v. nel sito: Un Aiuto … per meditare).
La Bibbia (in particolare il Vangelo e tutto il Nuovo Testamento) e il Catechismo della Chiesa Cattolica (che autorevolmente ci aiuta a capire la volontà di Dio) non devono mai mancare dalla nostra libreria (oggi anche in internet) e soprattutto non devono mai essere lasciati chiusi, ma sono una sorgente di luce da cui attingere ogni giorno. Spesso è proprio così che si riaccende il nostro spirito e si rivitalizza anche la nostra preghiera. Non deve però essere come la lettura di un libro qualsiasi, ma cogliere che è un tempo prezioso della giornata, “un momento di Dio”, in cui Dio può parlarci direttamente; possiamo meditare anche solo qualche riga, se non è per pigrizia spirituale  ma se è sufficiente perché si metta in moto la nostra profonda riflessione e la nostra sempre più grande scoperta di Dio e della bellezza della vita cristiana.

 

6.8 – Devo partecipare alla vita di una comunità cristiana?

Siamo salvati personalmente da Gesù, attraverso la Chiesa; e con i sacramenti dell’iniziazione cristiana siamo davvero inseriti nel nuovo popolo di Dio e resi partecipi come membra vive del Suo "Corpo mistico"” che è la Chiesa. Essa ha una dimensione invisibile, interiore (che va addirittura aldilà dello spazio-tempo, nella “comunione dei santi”), soprannaturale (è “mistero”), ma possiede anche una dimensione visibile, storica (la Chiesa che trova il proprio fondamento visibile in Pietro, cioè nel Papa, e che si rende presente in ogni comunità locale o diocesi, sotto l’autorità di un Vescovo, successore degli Apostoli, in comunione col Papa – per questo vengono citati entrambi per nome nella Preghiera Eucaristica della Messa).
Per questo il cristiano è sempre parte viva della Chiesa (specialmente se vive nella grazia di Dio), fosse anche un eremita o un ammalato che offre le proprie sofferenze da un letto d’ospedale.
Concretamente esistono poi più piccole comunità, come quella territoriale (Parrocchia, sotto la guida del Parroco) o di ambiente (professionale, accademiche, scolastiche, ospedaliere); anche la famiglia è una “chiesa domestica”, una piccola comunità cristiana; così possono esistere anche più piccole comunità (ad esempio di coetanei) o più grandi (come associazioni, movimenti).
Gesù assicura che “dove sono due o tre riuniti nel suo nome c’è Lui”  presente (Mt 18,20).
E' bene dunque che si faccia parte di una concreta comunità cristiana, specie là dove c’è una vera formazione cristiana (e non solo delle attività) ed una intensa vita spirituale. Per tutti, ma specialmente per un giovane, questo è anche di grande aiuto, incoraggiamento, conforto, sostegno e sprone ad agire cristianamente, anche nella società.


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La vita cristiana non riguarda però solo le cose spirituali in senso stretto (come gli atti di culto, la preghiera, la meditazione) e soprattutto non riguarda solo qualche momento della vita di una persona. Credere che si tratti solo di questo significa non avere ancora capito e sperimentato che Gesù salva tutta la nostra vita, rinnova il cuore ma conseguentemente anche ogni aspetto dell’esistenza, a cominciare da quella più personale, poi quella familiare e quindi della comunità cristiana, degli ambienti in cui viviamo e della società intera (investendo di luce anche le questioni culturali, sociali e politiche).
Un cristianesimo ridotto solo a pratiche religiose in senso stretto non sarebbe il vero cristianesimo.
Qua non entriamo nei particolari - qualcosa di più si può trovare nel sito nelle sezioni dedicate a Fede e Morale, Fede e Cultura e soprattutto negli aiuti per fare bene l'esame di coscienza, nelle pagine dedicate alla S. Confessione
 - ma rispondiamo solo a qualche domanda o obiezione possibile, in riferimento alla “legge morale”, cioè alle norme oggettive sul bene e sul male, che scaturiscono dalla fede in Cristo e che non sono un qualcosa di accessorio, di opzionale, da cui attingere a piacimento (se e fin quando sono d’accordo), ma la “legge di Dio”, secondo la quale saremo tutti giudicati al termine della vita.

Per queste ultime domande v. anche nel sito Introduzione alla morale cristiana




6.9 – Cos’è la legge morale? è oggettiva o posso farla a modo mio? Cambia secondo i tempi, i luoghi o le situazioni? Dio l’ha rivelata? La Chiesa può sbagliarsi ad insegnarla?
La “legge morale” è la verità (il significato) del nostro essere; e come tale è oggettiva e universale, indipendente dal tempo, dal consenso o dalla coerenza di chi ce l’annuncia (come abbiamo già detto a riguardo della verità, nella Questione 1.3,4,5,6). 
Molte leggi morali possiamo scoprirle nella nostra stessa coscienza (dove sono inscritte e dove possiamo scorgerle, anche se la mancata educazione o le brutte abitudini prese possono oscurarla) e scoprirle anche con la sola ragione (per questo certi valori cristiani - come i cosiddetti valori non-negoziabili - sono scopribili e condivisibili anche da parte dei non-credenti e sono proponibili a tutti, anche per legge civile). 
Certo esse diventano più chiare quando Dio ce le rivela, come è avvenuto già nell’Antico testamento (pensiamo ad esempio al Decalogo, cuore imperituro della Legge o Torah, data da Dio attraverso Mosè, cfr. Es 20,2-18). In Gesù, che porta a compimento l’Antico Testamento, viene pienamente alla luce l’autentica legge morale (cfr. Mt 5), cioè il senso pieno della nostra vita. 
La Chiesa Cattolica, attraverso il Magistero del Papa, non solo fedelmente trasmette ma anche autenticamente interpreta questa Parola di Dio, così che ogni ambito (anche sulle nuove problematiche) venga da essa illuminato. Come abbiamo già osservato (v. Questione 5.3), la Chiesa su questo non può sbagliarsi, perché è decisivo per la nostra salvezza; Dio non permette questa possibilità di errore, questo tradimento della verità di noi stessi, ma proprio per amore nostro lo garantisce oggettivamente con un particolare aiuto dello Spirito Santo dato al Magistero, specie del Papa.


6.10 – Obbedire alla legge morale cristiana è rinunciare alla mia libertà, a godermi la vita?
La libertà è uno dei più grandi doni naturali, che Dio ha dato all’uomo e agli angeli, perché potessero avere un poco di merito nel compiere la Sua volontà, il bene.

Nel resto della natura (creato), anche negli animali, questa volontà di Dio avviene invece automaticamente, per legge naturale o per istinto, senza responsabilità morale e quindi senza possibilità di errore e di male, ma anche senza alcun merito.

Questo però non significa che noi siamo i “creatori” di noi stessi, cioè che possiamo inventarci a piacimento il senso della nostra vita e delle cose della vita, perché questo ci è già dato insieme al nostro essere (S. Agostino lo esprimeva così: “Colui che ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te”). Per questo l’obbedienza a Dio, anche alla legge morale che ci ha dato, non è l’obbedienza ad un obbligo che viene come dall’esterno, ma è una legge che è già inscritta nel nostro stesso essere; per cui questa obbedienza è sommamente intelligente e giusta, in quanto è l’obbedienza alla verità di noi stessi, alla legge del nostro stesso essere (altrimenti sarebbe come se pretendessimo inventare le leggi  della natura - che la scienza pian piano scopre ma non può inventare - o ci ribellassimo alle “istruzioni per l’uso” di un prodotto appena comprato).
Per questo Gesù ci dice: “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8,32); e aggiunge che se Lui ci fa liberi, allora siamo liberi davvero (Gv 8,36). Ancora Gesù fa capire che quella del “peccato”, cioè la disobbedienza alla legge di Dio (alla legge morale), non è una vera libertà, ma anzi è una schiavitù (Gv 8,34). Assi presto infatti, al di là dei primi tempi, la stessa esperienza della vita sta lì amaramente a dimostrarlo!

Perfino molti degli angeli (esseri spirituali creati da Dio) hanno voluto abusare della libertà donata loro, ribellandosi a Lui e volendo essere ‘dio’ al Suo posto: hanno così pervertito la loro natura e sono diventati demoni.
Fin dall’inizio (è il “peccato originale”, cfr. Gen 3) anche l’uomo - istigato dal diavolo proprio per la possibilità a noi ancora concessa di essere gli amici di Dio, e quindi per invidia (cfr. Sap 2,23-24) - ha abusato della propria libertà, volendo farsi da solo la legge morale (mangiare dell’<albero della conoscenza del bene e del male>), non credendo più all’amore di Dio e pensando che il suo comando fosse per privarlo assurdamente di quella libertà che Lui stesso gli aveva donato, volendo in qualche modo farsi ‘dio’ di se stesso; in questo modo però l’uomo ha perso non solo l’amicizia con Dio, ma anche la propria dignità e perfino la vita eterna (l’<albero della vita>), condannandosi al dolore, alla fatica, alla morte e soprattutto all’inferno.
Il peccato originale ha ferito la natura umana e ancor oggi fa sentire il suo effetto in ogni uomo che nasce. Gesù l’ha debellato con la sua Croce (e infatti in noi è tolto dal Battesimo) e ci ha riconciliato con Dio, ma tale ferita della natura umana fa ugualmente sentire ancora in noi i suoi effetti, con una sorta di debolezza, di inclinazione al peccato, con una sempre riemergente presunzione di poter fare a meno di Dio, di poter fare della nostra libertà un assoluto, di essere totalmente “nostri” e quindi di poter fare quello che vogliamo. Questa tentazione emerge talora prepotentemente nell’adolescenza, con una base giusta (la formazione della propria personalità, l’avere le proprie idee e prendere le proprie decisioni) che può però spesso degenerare, se non educata, in pretesa in fondo di essere Dio noi stessi, che è la radice di ogni peccato. Gesù l’ha espresso benissimo nella parabola del “figliol prodigo” (cfr. Lc 15,11-32): la presunta libertà, quando è disobbedienza a Dio, quando è uscire dalla casa di Dio, diventa sempre vuoto esistenziale, schiavitù e morte.
Oggi c’è una difficoltà in più: dall’Illuminismo in poi la parola libertà si è assolutizzata a scapito della parola verità ormai quasi definitivamente tramontata. Questo diventa ogni giorno di più una follia quasi collettiva, che ha già prodotto perfino milioni di morti, sia nel corpo (pensiamo alle ideologie atee e alle guerre del XX secolo, ma anche ai morti per droga, per spericolatezze, per AIDS) che soprattutto nello spirito (un incancrenirsi nel peccato così da non sentire neanche più che è peccato, così da non provarne neanche più vergogna, desiderio di cambiamento, di pentimento, e condurci fino all’inferno, rifiutando la stessa misericordia di Dio). Sembra ormai la vittoria di Satana ed il trionfo della sua trappola infernale … ma non sarà così!

Cristo ancora vincerà. La Sua e nostra Madre sempre di nuovo schiaccerà la testa al serpente (come si prefigura in Gen 3,15, si profetizza in Ap 12, e si raffigura nell’immagine dell’Immacolata), ci sta aiutando in questa battaglia e alla fine il Suo Cuore Immacolato trionferà (come ci ha detto a Fatima, cfr. Dossier nel sito).

In realtà, quando si cade sempre più nel peccato, quasi con una avidità insaziabile, siamo davvero liberi, oppure, come dice Gesù, siamo diventati schiavi? Siamo padroni di noi stessi oppure siamo diventati schiavi di ogni moda, mercato, pulsione, istinto? Siamo nella vera gioia, oppure al massimo siamo in una provvisoria allegria che ci lascia ogni volta ancora più tristi e soli? La risposta è evidente e sperimentabile. Infatti in questa condizione abbiamo perfino paura di fermarci a pensare, abbiamo perfino paura del silenzio e della solitudine, tanto abbiamo timore di guardare dentro noi stessi e percepire il terribile vuoto che c’è dentro. 
Voglio godermi la vita, spesso si sente dire; ma chi non vuole la felicità della vita? La questione è sapere qual è la vera gioia della vita. Dobbiamo smettere di pensare che gioia sia sinonimo di piacere, di possesso, di provare sempre nuove emozioni. Accettiamo di riconoscere che in fondo alla fine è ancora una grande noia! 
La pace del cuore, che ci dona solo Gesù (cfr. Gv 14,27), che è nel profondo di noi stessi e che si estende anche attorno a noi (a cominciare dalla famiglia, ma anche con coloro con cui viviamo, nel lavoro, nello studio, nel tempo libero) è il contrario di quel che normalmente si vive: troppo spesso anche il divertimento invece di dare la pace alla fine aumenta ancora il vuoto e lo stress; così nascono sempre nuovi nervosismi, litigate, divisioni, tristezze … e ci sembra che sia sempre colpa degli altri, di qualcosa; invece non ci accorgiamo che è dentro di noi che non c’è pace … Stiamo sempre insieme con gli amici ma siamo sempre più soli, parliamo continuamente (coi cellulari, in chat, nei social network) ma in fondo non abbiamo davvero più niente da dire … 

L’inganno di Satana, il “padre della menzogna” come lo chiama Gesù (cfr. Gv 8,44), dovrebbe ormai essere palese, ma ancora troppi non capiscono: ogni sua promessa di libertà e di felicità, già dal peccato originale e in qualsiasi sua tentazione, si capovolge prima o poi nel suo esatto contrario! 
E questo è solo l’inizio dell’inferno: se non ci si ravvede e non si ritorna a Dio, questa dissoluzione diventa disperazione eterna, senza fine e senza speranza.


6.11 – La legge morale cristiana riguarda tutta la vita?

Sì, perché niente di noi è in fondo totalmente neutrale: ha sempre un senso, un significato. E la legge morale data da Dio sta lì ad indicarci proprio il significato autentico, la verità di noi stessi.
Fondamento della legge morale è Dio; ma Dio è Amore. Noi siamo fatti a sua immagine e siamo fatti per Lui. Per questo l’amore è il fondamento di tutta la legge morale.

Dio è amore (1Gv 4,8). L’uomo, creato a Sua immagine, è tanto più se stesso quanto più ama. Per questo la legge morale fondamentale è quella dell’amore (S. Agostino diceva: “ama.. e poi fai quel che vuoi”). L’amore deve però essere completo e concreto (cfr. Gv 14,15; Gv 15,10; 1Gv 2,3-6): amore totale e incondizionato per Dio e amore per il prossimo come se stessi (Mt 22, 36-40). Già i 10 comandamenti sono suddivisi nei primi 3 come segno dell’amore a Dio e negli altri 7 come segno dell’amore agli altri e a se stessi. Il 2° e l’8° riguardano poi il dire, ed il 9° e il 10° anche il pensare.

La legge morale (il bene da fare e il male da evitare) non riguarda solo il rapporto con gli altri, ma anche con se stessi e soprattutto con Dio. Anzi ogni peccato grave è fondamentalmente rivolto contro Dio (anche se non fosse direttamente contro di Lui è di fatto rifiuto della Sua legge e del Suo amore - cfr. Sal 51,6) ed ha come conseguenza un danno in noi stessi (anche se avessimo fatto del male ad altri). Così ogni opera buona (amore) può essere segno di amore di Dio, anche se fatta nei confronti degli altri (cfr. Mt 25, 34-46) e comunque fa crescere il nostro spirito.
Insomma, il male mi fa male, e il bene mi fa bene. Ecco perché la scelta del male, anche quando fosse fatta per egoismo, è sempre poco intelligente, perché si ritorce sempre contro di me. Per questo motivo è comunque meglio ricevere il male che farlo.
Inoltre la legge morale non riguarda solo il fare, ma anche il pensare, il dire e perfino l’omettere (come si confessa spesso all’inizio della Messa, riconoscendo che abbiamo molto peccato “in pensieri, parole, opere o omissioni”). 
Perché ci sia una reale valenza morale (bene o male) e quindi una responsabilità effettivamente morale nelle nostre azioni, ci deve essere una piena avvertenza (sapere) e un deliberato consenso (volere libero). Non sono ad esempio ancora morali o immorali i pensieri che affiorano, ma possiamo peccare anche in pensieri, quando volontariamente permettiamo che certi pensieri continuino e addirittura li coltiviamo, così che l’inquinamento morale della nostra vita comincia proprio da lì. Gesù sottolinea molto spesso questo, quando parla delle intenzioni del cuore e di come il male non nasca da fuori ma da dentro il cuore dell’uomo (cfr. Mt 5,28; 6,1-6.18.22-23; 7,18-23; 12,34; 15,8). Se non facciamo attenzione a coltivare il bene e ad estirpare il male dal cuore, dalla mente, dalla coscienza, prima o poi il male prende il sopravvento e si passa dal pensare al fare. Per questo dobbiamo fare molta attenzione a non far inquinare gli occhi, le orecchie e quindi la mente con ciò che possiamo vedere, leggere, ascoltare. 
Anche le parole hanno una valenza morale: quanto bene o anche quanto male possono infatti procurare; anche le parole possono edificare (l’intelligenza e perfino l’anima) o distruggere (tentare, scandalizzare, insegnare male, calunniare). Dobbiamo quindi fare attenzione a quello che diciamo ed anche a quello che ascoltiamo o leggiamo. Non c’è niente di davvero neutrale: anche fosse la cosa più banale, o mi edifica o non mi edifica, talora anche mi danneggia (specie se siamo solo e sempre bombardati da messaggi contrari alla legge di Dio, come normalmente purtroppo avviene anche in TV).
Infine anche il non fare quel bene che possiamo fare (peccati di omissioni) - e non solo nei confronti degli altri ma appunto nei confronti di Dio e di se stessi - possono essere una grave colpa: pensiamo ad esempio a tutte le occasioni spirituali perse, attraverso le quali il nostro spirito poteva crescere, anche per l’eternità, e le abbiamo trascurate o sciupate. Forse nel momento della morte, quando si chiuderà il tempo a nostra disposizione per crescere spiritualmente e moralmente, e il nostro livello avrà conseguenze eterne, potremmo essere particolarmente tristi e angosciati per queste occasioni di bene e spirituali perse. 
La legge morale (cfr. l’aiuto per un più esteso esame di coscienza nelle pagine del sito dedicate ad Un aiuto per fare bene la S. Confessione)
riguarda anche la famiglia (con tutto l’intreccio di rapporti che la compongono), la comunità cristiana, i rapporti sentimentali, le amicizie, il lavoro o lo studio, il denaro, il tempo libero, i mezzi di comunicazione sociale, la propria persona (corpo, mente e spirito) e tutte le questioni sociali.
La fede cristiana, cioè l’incontro con Gesù e la Sua Parola, autorevolmente insegnata dalla Chiesa, getta una nuova luce anche sui più vari aspetti della vita, anche pubblici, sociali, economici, politici, nazionali e internazionali. Questo perché, nonostante non ci sia un insegnamento divino proprio su tutti i particolari, però anche ogni particolare della vita sta in rapporto a ciò che è il vero bene dell’uomo e quindi della società, cioè ancora in relazione alla legge morale. 
[Possiamo avere alcune luci in proposito nella sezione Fede e morale].

 

6.12 – Non c’è il rischio di diventare bigotti, esagerati, fondamentalisti?

Di fronte al relativismo dominante (esistono solo opinioni, sempre provvisorie e mutevoli) ed alla superficialità con cui in genere oggi si vive (una vita riempita di cosa da fare e da avere, senza pensieri profondi e scelte pensate e durature), ogni decisione per la verità può sembrare certo un'esagerazione. Oggi perfino ciò che sino a pochi decenni fa quasi tutti facevano (ad esempio la Messa alla domenica, ma anche la famiglia che durava fino alla morte) è diventato eccezionale, avvertito perfino come stranezza; e ciò che tutti consideravano un grave peccato (ad esempio l’abbandono del proprio coniuge) oggi si accoglie come un fatto quasi normale, dicendo semplicemente che “i tempi sono cambiati”, che oggi “fan tutti così”, che ci si può “rifare una vita”. Perfino gravissimi crimini (come l’aborto) non solo si considerano leciti ma perfino un “diritto” della donna. Non è difficile immaginare che allora anche ciò che rimane di qualche norma morale, potrà ben presto crollare ed essere considerata un retaggio di un passato oscurantista. Nietzsche aveva ben profetizzato che senza Dio saremmo andati “al di là del bene e del male”, cioè si sarebbero svuotate di significato le stesse parole bene e male (che infatti non avrebbero un fondamento se tutto fosse casuale e in divenire).
E' per questo ormai chiaro che il termine di confronto non può essere quello che normalmente si vive, che intanto è su uno scivolo dove ciò che è normale oggi sarà considerato anomalo domani e viceversa, ma con la verità di noi stessi, che la ragione può già in parte scoprire e che Dio ci rivela pienamente in Cristo.
Certo, in questo panorama culturale prima ancora che morale e sociale, chi prede sul serio Gesù e il Vangelo viene ovviamente considerato strano, in “crisi mistica”, bigotto, se non addirittura fanatico.
Un clima di generale confusione e smarrimento come l’attuale potrebbe certo anche generare l’opposto, in fughe dalla realtà, nel fanatismo, anche religioso (come avviene nelle sette, che infatti proliferano molto in un Occidente senza più identità e sempre più nel vuoto totale di significato).
Invece è proprio la novità assoluta del cristianesimo, se vissuto integralmente come deve essere, ad impedire di cadere in questo pericolo: infatti se Gesù fosse solo un predicatore religioso o morale, sarebbe nella migliore delle ipotesi ancora solo un maestro, da seguire a piacimento, in fondo sarebbe ancora un particolare della vita; e se pretendesse di essere tutto allora sarebbe l’ennesimo idolo, che poi ci soffoca e delude. Ma poiché invece è proprio Dio-fatto-uomo, la scoperta e la sequela di Lui è il vero tesoro della vita (cfr. Mt 13,44-46; Lc 12,33-34), ciò che più conta, Colui che è davvero l’autentico assoluto (cfr. Mt 10,37; 19,29), Colui che sa davvero quale è il mio autentico bene. Per questo, più lo seguo e più mi realizzo, meno lo seguo e più mi perdo (cfr. Mt 10,39; 16,25-26).
Inoltre, proprio perché Gesù conosce più di ogni altro il cuore dell’uomo, la sua Parola illumina ogni cosa, ma tutto è ordinato e armonico, secondo una giusta gerarchia di valori, senza schegge della vita che sfuggano impazzite, come invece avviene quando non c’è Lui, con la tentazione allora di farsi sempre nuovi “idoli”. Proprio il fatto che Gesù, come Dio, dia senso vero a tutto, ci salva da ogni pericolo di fanatismo e di idolatria.

Certo, occorre vigilare di essere nell’autentica fede cristiana e non in una sua deformazione, che nella propria famiglia o comunità ci sia una vera educazione cristiana e non l’assolutizzazione di qualche suo particolare (come ad esempio chi riduce il cristianesimo a filantropia o volontariato sociale o all’opposto chi lo riduce ad uno spiritualismo disincarnato).

Se invece c’è davvero Gesù, se si segue la <via della vita> che Lui ci indica e che il Magistero della  Chiesa Cattolica insegna, allora non devo temere: solo Lui è la Via la Verità e la Vita (Gv 14,6).  
E' il mondo che sta diventando vuoto e vive senza senso, non io che sto diventando matto… è il mondo (magari gli amici di prima) che sono “in crisi” perenne, non io, che mi sto finalmente svegliando, che sto finalmente aprendo gli occhi sulla vita vera ed eterna, che sperimento la pace vera del cuore, che sono in compagnia e seguo l’Unico che non delude. Anche se molti possono abbandonarlo e considerano un’esagerazione le Sue parole, rispondiamo con Pietro: “Signore, da chi andremo, tu hai parole di vita eterna!” (Gv 6,68).

 

6.13 – La legge morale cristiana riguarda tutti gli uomini?

Sì, perché la legge morale è in fondo la nostra legge naturale, è cioè inscritta nella nostra stessa natura umana. E quando Dio me la rivela, in fonda svela me a me stesso, svela l’uomo all’uomo, spiega a noi chi siamo.
Nel suo rivelarci la legge morale - ovviamente in modo infallibile, perché è Dio ed è il nostro Creatore - Dio non aggiunge quindi qualche obbligo dall’esterno (come potrebbe avvenire per qualche legge umana), destinato per i “credenti”, ma ciò che appunto è già inscritto nella nostra stessa natura, e che nella Rivelazione e nel Magistero della Chiesa si esplicita pienamente. 
Non è per questo legge per qualcuno, ma di tutti e per tutti, anche se non ci credessero o non se ne rendessero conto. Per questo ogni uomo, anche se non ne fosse cosciente, ha questa legge morale in sé ed è tenuto ad osservarla. 
La morale cristiana non è dunque una legge morale particolare (che non avrei se decidessi di non essere cristiano), ma è per tutti gli uomini, poiché tutti gli uomini sono già creati per questo e sono già stati strutturati così nella loro natura. Dunque non devo seguire questa legge se sono cristiano - e potrei non interessarmene se decidessi di non essere cristiano - ma in quanto uomo. Alla fine della vita, infatti, ogni uomo - e non solo il cristiano - sarà giudicato in base a questa legge e non in base alle sue convinzioni soggettive.
Questo obbligo morale che si estende a tutti gli uomini non significa che debba allora essere imposto per legge a tutti (questo sì che sarebbe “fondamentalismo”) - tranne quelle leggi o valori  che sono talmente fondamentali da essere imprescindibili anche per un’autentica società, riconoscibili anche con la sola ragione, e quindi difendibili anche attraverso leggi civili e penali (come la vita, la famiglia, la libertà di coscienza); v. la Dottrina sociale della Chiesa - ma che la libertà di ognuno è chiamata a declinarsi moralmente secondo questa modalità, condizione perché l’uomo sia veramente se stesso, diventi ciò che è chiamato a diventare ed essere, si salvi per la vita eterna.
Questo punto è molto importante per sfuggire ad una possibile tentazione, visto che non è sempre facile vivere secondo l’autentica legge morale: se infatti comprendessi ancora i comandamenti di Dio come un’optional, un accessorio facoltativo, una norma particolare come quella di un club, allora basterebbe stare fuori dalla Chiesa o abbandonare la fede cristiana per sentirsi “liberati” da questo obbligo (come quando certi amici ti dicono che tu cristiano non puoi fare certe cose, mentre loro sono liberi di farle). E in certi momenti tale tentazione può rinascere forte. Ma se invece ho capito come si pongono i termini della questione morale, allora capisco che tutti hanno questa legge  morale e saranno giudicati in base ad essa; ed io cristiano ho l’immenso dono di aver incontrato Gesù che non solo me l’ha rivelata, mi ha illuminato il cammino, ma con Lui ho anche la forza di percorrerlo; ed inoltre, se qualche volta cado, ho l’immenso dono di essere sempre rialzato dalla Sua infinita misericordia. Chi invece non è cristiano si priva di tutto questo; e quello che chiamano libertà in realtà è spesso schiavitù, autodistruzione. Il giudizio finale lo dimostrerà pienamente; ma non passano molti anni che lo dimostra anche la nostra stessa vita e la storia stessa dell’umanità.


6.14 – Perché occorre essere decisi ma non bastano le nostre forze?

Per seguire la verità, il bene, anche per seguire Gesù, occorre decisione, l’impegno della propria libertà ed una volontà ferma. Dio ci ha creati liberi e non forza la nostra libertà, non sarebbe una risposta d’amore, e l’amore non può essere obbligato (Mt 19,16-22; Lc 9,52-62; Ap 3,20).
Dobbiamo essere coscienti che questo impegno non è facile (cfr. Lc 14,25-33). Siamo anche consapevoli che le conseguenze del peccato originale si fanno sentire ancora sulla nostra natura umana indebolita, e pur essendo fatti per Dio siamo anche tentati dal male, dal peccato. Occorre anche sapere che certi ambienti o perfino amicizie possono condizionarci a tal punto da renderci quasi incapaci di reagire al male; per questo quando chiediamo perdono a Dio dei nostri peccati Gli proponiamo non solo di sfuggire i peccati ma intelligentemente anche quelle occasioni che possono indurci al peccato. Occorre inoltre essere consapevoli che anche il ripetersi di nostre azioni può condizionarci nel bene o nel male: infatti come il ripetere azioni buone ci rafforza nel bene (virtù) così il ripetere azioni non buone ci indebolisce sempre più (vizio).
Dobbiamo poi essere ben coscienti che il "diavolo" esiste ed è molto forte e astuto, e che non si rassegnerà fino alla fine della nostra vita a vederci ancora nella possibilità di salvarci (cosa a lui negata per sempre), per cui tenterà in ogni modo e con ogni astuzia di farci cadere nel peccato, poi di farci credere che in fondo non è così grave, quindi ci toglierà la voglia di essere risanati dal perdono di Dio, e infine vuole condurci alla impenitenza finale, cioè che moriamo fuori della grazia di Dio e non vogliamo neanche in quel decisivo momento la Sua misericordia (avendoci magari convinto che Dio non c’è e noi siamo solo come gli altri animali): a quel punto entriamo nella sua dimora infernale, siamo diventati davvero suoi schiavi per sempre. Queste non sono favole per bambini, ma è l’autentica verità, che ci ha rivelato pienamente Gesù: il Vangelo ci presenta il diavolo assai più dell’Antico Testamento e di ogni altro testo religioso, possiamo dire che Gesù lo scova, lo porta allo scoperto (cfr. ad esempio Mc 1,23-27 e Mt 8,28-32) - non a caso ha permesso a Satana di tentare perfino Lui stesso (cfr. Mt 4,1-11) - ma per sconfiggerlo definitivamente (cfr. At 10,38; 26,18; 1Gv 5,19); l’ultimo libro della Bibbia (Apocalisse, v. spec. 12-13-20) ci annuncia e prepara alla grande battaglia finale tra lui e la Chiesa.
Questo ci deve mettere in guardia da due estremi opposti, che sono infatti anche due eresie (cioè deformazioni dell’autentica fede cristiana): una è quella di credere che possiamo salvarci con le nostre forze (eresia pelagiana, da Pelagio), mentre in realtà senza Gesù e la Sua grazia “non possiamo far nulla” (cfr. Gv 15,4-5). L’altra opposta eresia (di Lutero) è data da un tale pessimismo per cui noi non possiamo far altro che peccare e la grazia di Dio non ci risana ma ci avvolge come una coperta avvolgerebbe un corpo malato (per cui c’è la sola grazia di Dio e noi non dobbiamo far  niente - da cui anche l’idea aberrante che allora qualcuno nasce predestinato all’inferno e qualcuno al paradiso). In realtà serve tutto, Dio ci dona - in Gesù e per il dono dello Spirito - ogni grazia, ma non trascura nulla dell’umano che ci ha dato, per cui serve anche la nostra ragione e lo sforzo ella nostra libera volontà. Senza la preghiera frequente, senza la Confessione e Comunione frequenti, senza la luce della Parola di Dio, senza la forza dello Spirito Santo, senza l’aiuto della Madonna, (e perfino dell’arcangelo Michele, così come del nostro Angelo custode) noi saremmo senz’altro sconfitti. Invece, con queste armi spirituali che Dio ci dona continuamente, siamo senz’altro vittoriosi. Per questo possiamo dire che il primo sforzo della vita, perfino prima ancora che nel non fare peccati, deve essere quello di essere uniti a Gesù, di pregare molto, di vivere nella Sua grazia.

6.15 – Cosa devo fare quando mi scoraggio e mi viene da dire “non è per me”, “quasi quasi mi lascio andare, faccio come fanno ormai tutti”, “torno a fare la vita di prima”?

Non devo assolutamente cadere in questa trappola infernale di Satana, più pericolosa della prima (la pigrizia, il rimandare), perché può portarmi anche psicologicamente alla disperazione e moralmente in una situazione peggiore della precedente (Mt 12,43-45, Pt 2,19-22), con l’aggravante di non aver più la forza e la voglia di tornare, avendo già provato.
Il cammino verso la salvezza eterna (paradiso) è attraversato anche da molte “prove”, e di tanti tipi, ma sappiamo con assoluta certezza che se Dio le permette (anche quando non le vuole direttamente) è perché può trarne certamente un bene e ci dona tutte le grazie necessarie per superarle, così che alla fine siamo ancora più in alto e più felici che se non le avessimo incontrate e attraversate. 
Ci possono essere nella vita momenti di tempesta (cfr. Mc 4,37-41) e talora sembra proprio di stare per affondare; non dobbiamo però avere paura. L’unica preoccupazione deve essere quella di avere Gesù sulla barca della nostra vita, di non averlo lasciato a riva; perché se è con noi, anche se sembra dormire, magari all’ultimo momento mette tutto a posto, perché lui comanda anche al vento e al mare!
Non devo dunque avere paura, perché Dio è più forte di ogni male e Cristo ha vinto definitivamente il demonio. Non devo mai dubitare della Sua infinita misericordia! Questo dubbio lo addolora più dei nostri peccati (come ha rivelato a Santa Faustina Kowalska - v. Coroncina della Divina Misericordia). 
Non devo però essere neppure stolto: devo essere “semplice come le colombe ma prudente come i serpenti”, dice Gesù (Mt 10,16). Mi decido, taglio cioè alcune cose che impediscono il volo. Può lì per lì essere anche doloroso, ma è una buona chirurgia per essere davvero liberi e non chiamare più libertà la schiavitù. Ma anche non mi faccio mai scoraggiare dal demonio (che mi sussurra: vedi che non sei capace, che non è vita per te!?). Se cado, chiedo subito perdono a Gesù  nel mio cuore; e se è stato un peccato grave, non vedo l’ora di andarmi a Confessare, non con ansia od ossessione, ma con la gioia del “figliol prodigo” che torna a casa e trova un Padre che sempre accoglie e fa davvero festa (cfr. Lc 15,11-24). Questo non significa prendere le cose alla leggera: lasciare cioè che nella mente (prima ancora che i fatti, le occasioni prima ancora che i peccati stessi) rimanga o ritorni il pensiero “ma in fondo si stava bene tra porci e ghiande …”, perché in fondo ormai sappiamo che non è vero, che è un’illusione, che è magari un amo abbellito con qualcosa di gustoso con cui il demonio vuole ripescarmi per riportarmi nella sua schiavitù, nella palude di una vita vuota e senza senso, senza Dio!
Si tratta allora di un buon combattimento, della sfida vera della vita, che avrà conseguenze eterne; ma so anche che non sono lasciato solo, che Cristo ha già vinto, che questa battaglia si vince con Lui, con le armi spirituali, con la Sua grazia.



Accada anche a noi, al termine della vita, di dire quello che disse S. Paolo: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede” (2Tm 4,7).

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