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Questione 2

Dio


Possiamo conoscere che Dio c’è, anche solo con la ragione?

Anche se la cultura dominante sembra voler relegare la religione e la stessa questione di Dio ad un fatto solo privato e di coscienza, cioè di fatto irrilevante per la vita, abbiamo in realtà già osservato (nella Questione 1) che la questione di Dio è invece quella fondamentale, sia dal punto di vista culturale - perché è la ricerca del fondamento di tutte le cose, cioè della “Causa prima” e del “Fine ultimo”, quindi ciò da cui tutto dipende - che dal punto di vista esistenziale, perché è in fondo l’insopprimibile questione del significato totale della vita, cui anche ogni scelta particolare e quotidiana è magari inconsapevolmente ma comunque necessariamente legata e da cui dipende.

Ma Dio esiste davvero?

Moltissimi pensano che a questa domanda non si possa dare alcuna risposta, se non come credenza o convinzione personale. 
Anzi, qualcuno banalmente risponde subito negativamente, per il semplice fatto che Dio non si vede. Ma a parte il fatto che per sé non posso negare in modo assoluto ciò che non so (non posso ad esempio dire che, poiché non vedo cosa c’è dietro l’angolo, senz’altro non c’è nessuno - sarebbe una “fede” al contrario), abbiamo inoltre già visto che l’intelligenza umana può scoprire anche realtà invisibili, come causa di ciò che si vede.
Moltissimi invece ammettono che Dio potrebbe anche esistere, ma che non si possa sapere, cioè si potrebbe solo “credere”, senza alcuna conoscenza oggettiva, sicura; non ci sarebbe cioè alcuna “prova” della Sua esistenza. L’affermazione “Dio esiste” sarebbe quindi un’opinione soggettiva, per molti addirittura così fluttuante da essere perfino dipendente dallo stato d’animo o voglia del momento (“mi va, non mi va; lo sento, non lo sento...”).
Invece l’affermazione <Dio esiste> è non solo un’affermazione vera, ma anche razionalmente convincente, addirittura necessaria. E questo non solo perché l’uomo ha il desiderio di Dio (è infatti un “affamato di infinito” e non è mai esistita una civiltà atea), ma anche proprio perché altrimenti ciò che sperimentiamo, l’universo stesso, non ci sarebbe e non sarebbe quello che è se Dio non ci fosse, non avendo una causa adeguata, una Causa prima.
La ragione umana, pur essendo limitata, può capire che Dio c’è – anche prima o al di là di qualsiasi fede religiosa – perché può scoprire che la Causa prima di tutte le cose è al di là delle cose, trascende l’universo stesso ed è infinitamente intelligente.

Che si possa anche con la sola ragione risalire dal creato (universo) al Creatore lo dice anche la Bibbia, sia nell’A.T. (Sap 13,1-9) che nel N.T. (Rm 1,18-32); lo conferma autorevolmente anche la Chiesa, nel Concilio Ecum. Vaticano I (1870), Costituzione Dei Filius.

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2.1 -
Se Dio non si vede, come facciamo a sapere che c’è?

Come abbiamo già osservato, se è vero che la nostra ragione – se non vogliamo fantasticare con l’immaginazione e inventare cose che non ci sono – deve muoversi da ciò che i sensi colgono (esperienza sensibile, empirica), è altrettanto vero che l’intelligenza non rimane solo a questo primo livello di conoscenza, ma alla luce della prima evidenza dell’essere (per cui il nulla è nulla e non fa nulla e quindi c’è la necessità di una causa proporzionata per tutte le cose) risale necessariamente dagli effetti alla causa. Questo procedimento, che sta alla base anche di ogni scienza (ogni fenomeno ha una causa, e fare scienza significa proprio cercare quale sia tale causa, sapendo appunto con certezza assoluta che una causa adeguata ci debba essere, altrimenti non ci sarebbe l’effetto), deve necessariamente andare anche oltre il livello scientifico, poiché anche le leggi scientifiche (causa seconde) rimandano a loro volta necessariamente ad una Causa prima (incausata, cioè che non rimanda più ad altro), che è Dio.
Con la nostra ragione possiamo dunque sapere che Dio c’è, dovendo necessariamente risalire dalle cose che vediamo alla loro Causa prima.
Questo dover risalire a Dio non dipende dall’ignoranza (passata, attuale o futura) delle leggi scientifiche, come se pian piano il progresso scientifico dovesse rendere sempre più inutile il dover andare oltre l’universo per trovare una spiegazione adeguata. Anzi, proprio il progresso scientifico, scoprendo sempre più la complessità e l’ordine dell’universo, rende sempre più necessaria, come vedremo, l’idea di una Intelligenza suprema creatrice.

 

2.2 - Cosa ci fa capire che l’universo non è causa di se stesso ma “dipende” necessariamente da un altro “Essere” (Dio)?

Razionalmente parlando, se trovassimo nelle cose o nell’universo intero la causa totale (cioè senza bisogno d’altro per spiegare i fenomeni) di quello che sono, non ci sarebbe bisogno di andare oltre.
Ma proprio perché questa causa totale non è dentro le cose, neppure dentro l’universo intero, occorre necessariamente andare al di là dell’universo stesso. 
In altri termini, questa Causa suprema trascendente (Dio) ci deve essere, non tanto perché vogliamo scoprire Dio anche con la ragione o perché abbiamo il desiderio di Lui, ma proprio perché altrimenti le cose e l’universo intero non ci sarebbero e non sarebbero come sono.
La necessità di ammettere anche razionalmente l’esistenza di Dio non nasce dal fatto che noi ignoriamo ancora moltissime cose, che la scienza non è ancora riuscita a spiegare ma che un giorno pensiamo spiegherà come ha fatto per tante questioni già nel passato, ma anzi proprio dal fatto che più studiamo anche scientificamente la realtà e più siamo sorpresi della sua immensità, del suo abissale ordine, della sua complessità ed armonia, e proprio questo rende sempre meno possibile parlare di “casualità” ma rende sempre più evidente l’opera di una Intelligenza suprema.

Il dover razionalmente risalire ad un Essere trascendente (Dio) per spiegare l’universo non dipende poi dall’impossibilità di risalire indietro all’infinito, ma proprio dal fatto che certi problemi rimangono identici e senza soluzione anche all’infinito, fin quando non si ammette una Causa al di là delle cose.

Possiamo ad esempio pensare e capire che anche all’infinito un problema non si risolve: ad esempio quando dico 10:3, è 3,33333…. Così, se una lampadina è accesa ma può esserlo solo perché riceve corrente elettrica, anche se fosse accesa “da sempre” vorrebbe dire che “da sempre” riceve energia elettrica e quindi esiste ed è in funzione una centrale elettrica o comunque un generatore di corrente. In altri termini, anche all’infinito una dipendenza da altro rimane tale e richiede un Essere che trascenda il tutto e causi il tutto.

Sono molteplici gli “indizi” per cui l’universo manifesta che dipende da altro, cioè da un Essere che è oltre, trascendente. Ne vediamo qualcuno.

 

2.3 - Se è vero che l’universo ha un’età, che cioè ha avuto un inizio, può essere scaturito dal nulla?

E' evidente che ogni cosa che inizia è causata da un altro essere. Lo capisce anche un bambino, lo stesso buonsenso, ma in fondo è il principio che sta alla base di qualsiasi scienza. Perché, come abbiamo già notato, la prima evidenza è che non solo il nulla non è l’essere (si chiama principio di identità e di non-contraddizione) ma anche che il nulla non può fare nulla, appunto perché non c’è nulla, per cui se qualcosa accade o addirittura inizia vuol dire che è causata (principio di causalità).
Un oggetto che prima non c’è e poi c’è vuol dire che l’ha fatto qualcuno; anche noi, che prima del nostro concepimento non c’eravamo, siamo stati generati.

Ha ragione Lavoisier quando dice che “nulla si crea”, ma bisogna aggiungere “dal  nulla”. Il concetto di creazione, così come emerge dalla Bibbia sin dalla prima parola (“In principio Dio creò il cielo e la terra”, Gen 1,1) e che costituisce anche il primo contenuto della fede (“Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra”), significa “fare dal nulla”. Solo Dio può creare (noi possiamo solo trasformare). Sarebbe contraddittorio se il soggetto di questo "fare dal nulla" fosse appunto il Nulla; invece non solo non è contraddittorio ma è l’unica soluzione possibile se si capisce che il soggetto è Dio, l’Essere stesso infinito (che dona essere, senza diminuire).

Ora la scienza, che si basa appunto su questo principio, ci dice che anche l’universo ha un’età, ha avuto un inizio (13,7 miliardi di anni fa?) e parla di una grande scoppio iniziale, appunto di un Big Bang.

Il primo scienziato che formulò l’ipotesi del Big Bang fu il sacerdote cattolico Lemaitre (insieme al russo Gamow),  uno dei fondatori della cosmologia contemporanea.

Teniamo presente che quando parliamo di Big Bang parliamo dell’inizio dell’universo, non della causa dell’universo: il “grande scoppio iniziale” è già un effetto, in cui è concentrata tutta l’energia del cosmo e in cui esistono già tutte le leggi fondamentali che regoleranno tutto l’evolversi dell’universo. Gli scienziati stessi ci dicono che sono le leggi a plasmare l’universo e non l’universo a fare le leggi; ma le leggi, così precise e coordinate (convergono in “uno”, appunto uni-verso) da dove vengono?
Anche se è vero che è un inizio tutto particolare, per così dire assoluto (in riferimento all’universo intero), in cui inizia il tempo stesso
(che, come lo spazio, è un costitutivo, una dimensione dell’universo e non un immaginario recipiente dentro cui avvengono e sono le cose), rimane però vero che per così dire “prima” del Big Bang non c’era l’universo. Questo non-universo non può però essere il Nulla assoluto (anche il nulla di Dio), perché altrimenti – visto che il nulla non fa ovviamente nulla (principio base non solo del buonsenso e della filosofia, ma della scienza stessa) – tale Nulla assoluto ci sarebbe ancora, altrimenti ci sarebbe stato un momento in cui il Nulla avrebbe generato qualcosa, visto che ora qualcosa c’è. 
Quindi se l’universo ha avuto inizio, c’è un Essere che trascende l’universo e che ha dato origine all’universo. Questo corrisponde al concetto Dio (che significa appunto l’Essere trascendente da cui tutto dipende).

 

2.4 – Più la scienza studia l’universo (macrocosmo, microcosmo, esseri viventi, l’uomo, ogni cosa), più scopriamo quanto è complesso ma anche mirabilmente armonico, regolato da leggi che possiamo addirittura esprimere in termini matematici e che sono tra loro coordinate e interconnesse. Questo super-ordine può essersi fatto da sé? Può essere frutto del caso?

Già l’antichità classica aveva chiamato l’universo un cosmo e non un caos, proprio perché già ad una osservazione elementare ci si rivela come un tutto ordinato e non caotico. La nascita ed il progresso della scienza moderna sperimentale ce lo ha fatto e ce lo fa capire sempre di più: dietro anche al fenomeno apparentemente più semplice si cela una complessità ed un ordine sconvolgenti, un insieme di forze e di leggi così precise e rigorose da poter essere espresse addirittura in termini matematici.
Ancor più che ai tempi di Platone, che comprese come questo cosmo sia ordinato secondo “idee” (oggi diremmo “leggi”) e questo riveli un Logos un’intelligenza suprema, proprio a motivo di ciò che sempre più la scienza ci rivela dovrebbe essere abbastanza immediato cogliere dunque nell’ordine cosmico il riflesso di un pensiero, quindi di un’intelligenza.

Non posso pensare che un maglione sia causato da un gatto che gioca con un gomitolo di lana; non posso pensare che una scimmia, battendo ovviamente a caso sui tasti di una macchina da scrivere, possa essere la causa non solo di una riga con una scrittura sensata ma addirittura di un libro intero. Vediamo quindi che un effetto non richiede solo una forza adeguata perché avvenga, ma se è ordinato richiede una causa intelligente. Se ho lasciato la camera in ordine e poi la ritrovo in disordine ciò potrebbe al limite essere stato causato da un vento impetuoso (se ho lasciato la finestra aperta); ma se ho lasciato la camera in disordine e poi la ritrovo in ordine non posso più pensare che ciò sia causato da un vento impetuoso, perché tale vento potrebbe avere la forza di spostare gli oggetti ma non l’intelligenza per metterli in ordine logico. Un ordine richiede un pensiero, che persegue un fine logico, pensato.

In tutte le cose e nell’universo intero si rivela appunto una logica, che appunto la scienza quasi presuppone e cerca progressivamente di descrivere in termini matematici, cioè un insieme armonico di finalità convergenti, che manifesta appunto il riflesso di un Logos, potremmo dire di un “super-pensiero”. 
Oggi sempre più si rivela come impossibile che tale ordine, presente ad ogni livello e convergente in unità (appunto “uni-verso”), sia frutto del caso. Sempre più si rende evidente che chi si ostina a parlare di pura casualità in fondo decide di non spiegare davvero i fenomeni o addirittura di credere paradossalmente in un “Caso” intelligente e onnipotente, così da essere di fatto una fede cieca nel Dio-Caso.
Allo stesso modo, si ci limitassimo a dire che è la Natura stessa a fare intelligentemente tutto questo, quasi senza accorgercene torneremmo ad una arcaica fede “animistica”, dando cioè alla natura stessa o ai singoli fenomeni una caratteristica spirituale, cioè pensante. Ed è in fondo un vago ritorno alla fede nel Dio-Natura, Dio-Terra, che molti infatti chiamano ancor oggi Madre-Natura, Madre-Terra, Gaia; pensando in questo modo di essere moderni quando invece sarebbe un ricadere in una arcaica mentalità prescientifica e pre-filosofica, non razionale, non scientifica.
Infine, se ci limitassimo a dire che questo ordine, questo insieme di leggi che regola tutto l’universo, esiste perché l’universo è necessariamente strutturato così, quasi per una sorta di automatismo, di una necessità intrinseca, non ci accorgeremmo di fare delle affermazioni in fondo “tautologiche” - una tautologia è un’affermazione in cui nel predicato non si fa altro che ripetere ciò che si dice già nel soggetto
- come cioè se dicessimo “è così perché è così”, in fondo non dando risposta e soluzione al problema. Se uno scienziato, di fronte ad un fenomeno, dicesse così (ad esempio: “le cose cadono perché cadono”, come potrebbe dire un’osservazione superficiale, una semplice abitudine), non scoprirebbe niente, nessuna legge o forza che sta come causa di quel fenomeno. 
Lo scienziato scopre le cause prossime (forze, leggi) dei fenomeni proprio perché non si limita a dire “è così perché è così”, ma cerca e può trovare le cause adeguate di tali fenomeni. Allo stesso modo la ragione umana, salendo ancora oltre, nel livello filosofico delle ricerca della Causa delle cause, non si limita a dire “le leggi ci sono perché ci sono”, ma capisce che proprio perché sono “leggi”, cioè rigorosamente logiche, non possono che essere frutto di un’Intelligenza creatrice.

 

2.5 – L’universo si trasforma, diviene, si muove. Tutto questo divenire può essere causa di se stesso o anche questo richiede l’esistenza di Dio come causa?

Può sembrare strano, ma in filosofia quello del “divenire” è sempre stato un problema, se non addirittura il problema principale, così che potremmo suddividere le diverse scuole filosofiche in filosofie dell’essere o in filosofie del divenire (queste ultime oggi imperanti).

Come sappiamo fin dall’inizio la filosofia ha dovuto affrontare questo problema, senza trovare subito un soluzione tra i due estremi. Parmenide, avendo scoperto la legge dell’essere ma volendo trovare l’essere pieno in tutte le cose, negò infatti il divenire. Eraclito, volendo invece affermare che tutto è divenire, arrivò a negare l’essere. La soluzione giunse in fondo già con Aristotele, che comprese come il problema del divenire non possa risolversi se non rimandando ad altro: ogni cosa che diviene diviene a causa di un'altra cosa e se tutto diviene diviene a causa di un altro Essere che trascende tutto il divenire (che per Aristotele è perfino ancora un divenire senza inizio e senza fine) e che a sua volta non diviene (Primo Motore Immobile).

Perché il divenire è un problema di non facile soluzione? Perché vediamo che tutte le cose divengono, si trasformano, si muovono, passano cioè dal non esserci all’esserci, dall’esserci al non esserci più, dall’essere in un modo all’essere in un altro modo, cioè in un’altra forma di essere. Nello stesso tempo la nostra intelligenza capisce però immediatamente, cioè con assoluta evidenza, che il nulla non fa nulla. Non solo il passaggio di una cosa dal non-esserci all’esserci richiede necessariamente una causa esterna, come abbiamo visto, ma anche ogni trasformazione, ogni divenire, perché anche ogni divenire, anche se non è un passaggio dal nulla totale all’essere è comunque un passaggio dall’essere in un modo all’essere in un altro modo, perché è comunque un passaggio dal non-essere così all’essere così, o viceversa. Ogni cosa che si trasforma, che diviene, si trasforma a causa di qualche cos’altro, cioè non ha in sé totalmente la causa del suo divenire.

Il concetto di “automobile” è per sé contraddittorio. La nostra automobile (con enfasi detta anche “la macchina”, cioè la macchina per eccellenza) si è chiamata così perché apparentemente si auto-muove, non essendoci più bisogno della forza trainante di un animale (ad es. il cavallo); ma in realtà si è sostituita soltanto la forza muscolare dell’animale con la forza del carburante che brucia e spinge il pistone nel cilindro, facendo muovere la ruota (non a caso ancora oggi esprimiamo questa potenza in “cavalli”). L’automobile in realtà, come un gioco di prestigio, nasconde il trucco, cioè la forza che la muove c’è ma è semplicemente nascosta; infatti basta lasciarla senza benzina e non si muove più (rimane in “potenza” – ed usiamo significativamente un linguaggio aristotelico: potenza e atto - può cioè muoversi, ma di fatto non si muove). Anche ogni energia deriva sempre da altre fonti (il petrolio ridona una energia accumulata in milioni di anni da altre fonti di energia). Nessuna cosa dunque si automuove. Perfino il “vivente”, che pur sembra capace di automuoversi, in realtà per vivere e divenire ha bisogno di energia assunta esternamente, ha bisogno cioè nutrirsi e di respirare, cioè di altro da sé non solo per nascere, ma per continuare a vivere. Anche in questo caso potremmo dar ragione a Lavoisier solo correggendolo, cioè completando necessariamente la sua affermazione “tutto si trasforma” con un “a causa di qualcos’Altro”.

Ora, poiché l’universo si trasforma (diviene, si muove), dipende in questo suo trasformarsi da altro. Nessuna trasformazione cioè è davvero spiegata, anche risalendo indietro in una catena infinita, se non si trova una sorgente di tutto il divenire, una sorgente di essere e di ogni divenire che non derivi da altro il proprio essere e la propria forza. Occorre dunque necessariamente ammettere l’esistenza di un Essere che è causa di ogni divenire, ma che a sua volta non divenga (altrimenti sarebbe a sua volta causato ed il problema sarebbe solo spostato ulteriormente di una posizione, rimanendo lo stesso, senza soluzione; invece una soluzione ci deve essere perché di fatto io vedo come esistente il divenire).
Anche se per ipotesi ormai abbandonata l’universo esistesse da sempre (come per Aristotele), poiché diviene sarebbe comunque causato da Dio, dipendente da Dio nel suo stesso divenire.

L’ipotesi di un universo esistente da sempre – ipotesi ormai abbandonata dalla scienza ma esclusa già dalla prima frase della Bibbia che ci parla di un “principio” (Gen 1,1) – non è però in sé assurda e quindi filosoficamente da analizzare, come dice anche S. Tommaso d’Aquino.

In altri termini, se una cosa per ipotesi esistesse da sempre, non avesse cioè un inizio, non ci sarebbe certo più il problema di chi l’ha fatta (da dove riceve il suo essere), ma non per questo risulterebbe subito autonoma, autosufficiente. Il fatto appunto che divenga, si trasformi, la fa comunque dipendere da altro.

Se un’automobile ci fosse paradossalmente da sempre ma fosse da sempre in movimento, non ci sarebbe certo più il problema di chi l’ha costruita, ma rimarrebbe anche all’infinito il problema di come fa a muoversi e richiederebbe ugualmente da sempre una causa esterna (una sorta di flusso eterno di benzina). Così, se una lampadina esistesse da sempre, non ci sarebbe più il problema di chi l’ha costruita (causa dell’inizio) ma poiché può far luce solo se riceve corrente elettrica (causa del divenire), anche se facesse luce da sempre vorrebbe dire che esisterebbe da sempre una causa esterna di corrente (una sorta di centrale elettrica eterna).

Abbiamo dunque osservato che se l’universo ha avuto un inizio (come non solo la Bibbia ma oggi anche la scienza sembra dirci quasi con sicurezza), certamente è causato da un Essere oltre l’universo, quindi è creato da Dio. Ma abbiamo anche osservato che se per ipotesi esistesse da sempre, per il fatto che comunque è intelligentemente ordinato e continuamente si trasforma, dipenderebbe ugualmente da Dio (Intelligente ed Essere indiveniente), non più appunto come causa del suo inizio ma ancora come causa del suo ordine e del suo divenire. 
Ci sono molti altri motivi per riconoscere che l’universo non è autosufficiente ma dipende necessariamente da Dio, e quindi Dio esiste. Ne abbiamo visti tre; ma anche uno solo basterebbe per riconoscere che l’affermazione “Dio c’è” non solo è molto intelligente, ma è anche l’unica possibile per spiegare l’universo fino in fondo. 
Dunque: Dio necessariamente c’è perché altrimenti l’universo non ci sarebbe o non sarebbe come è.

S. Tommaso d’Aquino individua ad esempio 5 motivi per capire la dipendenza del mondo da Dio e quindi la necessità razionele dell’esistenza di Dio: il divenire, la serie di cause, la contingenza (possibilità attuata e non necessità assoluta) dell’essere di tutte le cose, la gradualità delle perfezioni e l’ordine [sono le cosiddette “cinque vie” (cfr. Summa Theologiae, I, q. 2, a. 3); si noti però che questo articolo 3, intitolato “Utrum Deus sit” cioè “Se Dio esista”, che l’Autore pone giustamente all’inizio di questa sua immensa opera su Dio (che non è l’unica), non è che un articolo, cioè circa 100 righe, di un’opera che da sola comprende 33 volumi! Sempre di S. Tommaso si potrebbe vedere la questione ad esempio anche nella Summa contra Gentiles, I,c. 13 e II, c. 64; nel De potentia, q. 3, a. 6; nel Commento alla metafisica di Aristotele, XII, 10, lect. 12; nel Commento al Vangelo di S. Giovanni, Prologo; il Commento al Simbolo degli Apostoli, a.1).

 

2.6 – Oltre a sapere che Dio c’è, la ragione ci fa anche capire Chi sia?

Non è una domanda troppo azzardata, come potrebbe sembrare. La nostra intelligenza, pur essendo capace di scoprire verità anche elevatissime, non può certo comprendere (“com-prendere”, cioè capire totalmente) chi sia Dio. Dato però che, come abbiamo appena visto, possiamo e dobbiamo risalire dall’universo a Dio, cioè dagli effetti alla loro Causa prima, mentre scopriamo che questa Causa prima trascendente e intelligente c’è (Dio), possiamo anche scoprire alcune delle caratteristiche di Dio così come appunto si manifestano un poco almeno nella sua opera creatrice, nella realtà. Cioè, Dio deve essere così, perché altrimenti il mondo non sarebbe così com’è. Perciò, risalendo razionalmente dal mondo a Dio, possiamo non solo capire che Dio c’è, ma anche un po’ Chi è.
Abbiamo infatti visto sopra come Egli sia trascendente (al di là dell’universo), indiveniente (quindi eterno), l’Essere stesso perfetto, sussistente (non riceve essere ma è l’Essere). Particolarmente importante è che risalendo dall’ordine del mondo a Lui, sia risultato appunto sommamente intelligente, poiché questo attributo ci fa capire che non è solo una super-forza (onnipotente) che ha dato origine e sostiene tutto, ma si può dire che è un Essere sommamente pensante, intelligente e libero, cioè un Essere “personale”; e questo dovrebbe già farci capire che con una Persona possiamo anche entrare in contatto spirituale (può pensarci, ascoltarci, aiutarci). 
Riflettendo poi razionalmente su questo Essere perfetto che è Dio, possiamo anche capire che ogni limite deve essere escluso dalla sua essenza: è dunque uno (non ci possono essere due déi, due Esseri perfetti e Causa di tutto), infinito (non-finito), onnipotente, eterno, spirituale (senza i limiti della materia e dello spazio-tempo), la cui essenza implica già necessariamente l’esistenza (non può non esistere perché non è contingente*).

*: Su questo si basa il cosiddetto “argomento ontologico” (già di S. Anselmo), secondo cui, mentre per ogni essenza (concetto) non è contraddittorio negarne l’esistenza (visto che nessun essere ha necessariamente l’essere), il concetto stesso di Dio  implica necessariamente l’esistenza (se non avesse l’esistenza non sarebbe più il concetto Dio, perché non sarebbe più perfetto).

La ragione, prima ancora o al di là delle fede, può dunque capire non solo che Dio c’è, ma anche qualcosa di Dio.

 

2.7 - Che rapporto c’è tra questo Dio scoperto dalla ragione, questo Dio dei filosofi, e quello delle religioni?

In rapporto alle religioni (v. Questione 3), non solo la ragione conferma ciò che è proprio di ogni religione, cioè che Dio c’è e tutto dipende da Lui, ma può anche purificarne molti aspetti, specie quando c’è ancora una visione antropomorfica di Dio (cioè ancora troppo simile agli uomini e alle cose della vita umana) o viene quasi identificato con le forze della natura. Si capisce quindi che il monoteismo (c’è un solo Dio) è anche razionalmente più giusto e corretto del politeismo (ci sono più déi) e che non sono divinità le forze della natura, come avviene nel paganesimo ma in fondo ancora perfino nell’induismo.
Invece, come vedremo in un’altra successiva questione, nel confronto con la religione ebraica (Questione 3.7-12) - dove cioè c’è già una Rivelazione soprannaturale di Dio agli Ebrei (nella storia della salvezza, l’Antico testamento della Bibbia) - mentre alcune verità filosofiche su Dio vengono confermate (Dio c’è, è uno, trascendente, puro spirito, eterno, Creatore di tutto) altre vengono addirittura assai meglio comprese (nulla precede all’azione creatrice di Dio, per cui la creazione è un “fare dal nulla”; Dio non solo è puro spirito, ma Persona suprema che non solo ci ha creato e ci pensa ma che ci viene incontro e ci ama, cosa ancora esclusa da Platone).
Nel cristianesimo, poi, essendosi Dio addirittura fatto uomo - come vedremo (Questione 4- possiamo conoscere Dio in un modo talmente più alto da superare (senza però contraddirla) quanto la ragione umana poteva capire con le solo sue povere forze: Dio è Amore, è una Comunione perfetta di Tre Persone (Santissima Trinità), ha creato tutto in vista dell’uomo e l’uomo per chiamarlo ad essere partecipe della Sua stessa Vita (felicità infinita ed eterna), che ci ama fino a morire d’amore per noi (Croce), per perdonarci e riconciliarci col Padre, che abbiamo non solo un’anima spirituale e immortale (come capisce non solo ogni religione ma anche un’autentica antropologia filosofica) ma che siamo chiamati a partecipare con il nostro stesso corpo trasformato (resurrezione della carne) all’eternità di Dio (paradiso) o senza Dio (inferno).


Se la ragione può capire che l’universo dipende da un Altro (Essere perfetto, Intelligenza suprema, Eterno, Causa prima di tutto l’essere e il divenire), cioè da Dio e dunque Dio esiste, ci sorgono allora altre domande …


2.8 – Allora non c’è opposizione tra ragione e fede, tra scienza e fede?

Che ci sia contrasto tra scienza e fede, ad esempio tra scienza e affermazione dell’esistenza di Dio, è fondamentalmente un “pregiudizio”, esploso particolarmente nello scientismo-positivismo del sec. XIX, ma divulgato ampiamente ancor oggi. Basterebbe pensare all’immenso numero di scienziati cristiani o comunque religiosi, sia nella storia che nel presente.

Tra i grandi scienziati cristiani ricordiamo, oltre a S. Alberto Magno (del XIII secolo e patrono degli scienziati), Nicolò Copernico (fu canonico, forse sacerdote), Giovanni Keplero, lo stesso Galileo Galilei (padre della scienza moderna), Blaise Pascal, Nicolò Stenone (vescovo, è considerato uno dei maggiori scienziati naturalisti del sec. XVII), Isaac Newton, Leonardo Eulero, Luigi Galvani (devoto terziario francescano), Lazzaro Spallanzani (celebre biologo, monaco abate), Alessandro Volta (cattolico da S. Messa e Rosario quotidiani), André-Marie Ampère (fervente cattolico praticante, scrive addirittura “Prove della divinità del cristianesimo”), Jean Baptiste de Lamarck, Galileo Ferraris, Léon Foucault (convertitosi al cattolicesimo), Michael Faraday (predicava addirittura il Vangelo per strada), James Clerk Maxwell, Francesco Faà di Bruno (proclamato beato), Louis Pasteur (sua la celebre frase “Un po’ di scienza allontana da Dio, ma molta scienza riconduce a Lui”), J. G. Mendel (monaco agostiniano), Ludwig Planck, Georges Lemaitre (sacerdote cattolico), Guglielmo Marconi, Giuseppe Mercalli (il famoso geologo e sismologo, era sacerdote cattolico), Enrico Medi (astronomo contemporaneo, di cui è aperta la causa di beatificazione). Lo stesso Albert Einstein, che pur non visse alcuna specifica appartenenza religiosa, non era certamente su posizioni atee, anzi affermava “Dio non gioca a dadi”, intendendo così escludere il caso, e riconosceva che “la cosa più bella che noi possiamo provare è il senso del mistero” e “nelle leggi dell’Universo si manifesta uno Spirito infinitamente superiore allo spirito umano”, chiedendosi perché la nostra mente è fatta in modo da poter penetrare le leggi che reggono il cosmo. Tra gli scienziati cristiani contemporanei possiamo ricordare ad esempio Giuseppe Sermonti (uno dei più grandi genetisti), Trinh Xuan Thuan (astrofisico), Vittorio Marcozzi (uno dei più grandi biologi), Antonino Zichichi (fisico, scopritore dell’antimateria), René Girard (straordinario biologo e antropologo), Nicola Cabibbo (fisico delle particelle), Anthony Flew (era un noto ateo, ma proprio a partire dalla sua ricerca sul genoma umano giunse a capire che Dio c’è, pur non appartenendo ufficialmente ad alcuna religione), Luciano Maiani (cattolico, già direttore generale del CERN di Ginevra, uno degli ideatori del LHC, il più grande acceleratore di particelle al mondo; in proposito si pensi che attualmente lavora a tale LHC come ricercatrice anche la giovane suora domenicana norvegese Katarina Pajchel, già fisico affermato dell’Università di Oslo).

Noi qui non entriamo nel merito delle questioni particolari, ma sottolineiamo solo la questione di fondo del rapporto scienza-fede, analogo a quello tra scienza e filosofia, tra fisica e metafisica.
Anzitutto per la scienza - intesa in senso specifico, moderno, limitato, cioè come scienza “sperimentale” - non si pone il problema dell’esistenza o meno di Dio, in quanto non riguarda il suo campo di indagine, che è il mondo empirico, cioè dei fenomeni naturali e delle leggi che li regolano. Dio ovviamente non rientra in questo campo di indagine, perché sarebbe assurdo che Dio fosse nel mondo sperimentale (degli effetti e delle leggi), quando invece ne è la Causa prima. 
Questo però non significa affatto che di Dio non ci sia una rigorosa dimostrazione razionale - come  abbiamo visto brevemente sopra - perché il campo scientifico non esaurisce affatto il campo della razionalità e delle conoscenze sicure (come appunto pensava il positivismo ottocentesco). La scienza studia le cause prossime (le leggi) che determinano la regolarità dei fenomeni; ma la ragione deve andare oltre, proprio per spiegare in modo ancora più completo e profondo i fenomeni stessi studiati dalla scienza, cioè bisogna andare fino alle cause remote e risalire fino alla Causa prima che è Dio. Non c’è quindi scontro tra sapere scientifico e certezza razionale dell’esistenza di Dio, ma complementarità tra livelli diversi ma collegati di conoscenza. Certo, poiché come diceva già Platone, conoscere (scienza in senso lato) significa conoscere le cause, lo studio e la scoperta della Causa prima che è Dio (dunque la metafisica che culmina nella teologia filosofica) è più importante e fondamento di quello delle cause seconde, che infatti da Dio dipendono e non ci sarebbero se Lui non ci fosse. 
Dove potrebbe allora nascere lo scontro? Lo scontro potrebbe nascere - e talora c’è stato, anche se in forme assai diverse da come è stato poi polemicamente divulgato (come nel “caso Galileo”, polemicamente ricostruito e deformato nei secoli successivi - v. nel sito tra i Dossier e in Fede e cultura), o quando la fede (e la filosofia) vuol dire di più di quel che deve dire (invadendo l’autonomo campo di ricerca scientifica, che è quello delle cause prossime, delle leggi), oppure quando la scienza vuol dire di più di quel che può dire (invadendo un campo di indagine razionale non suo: se ad esempio avendo scoperto le leggi pretendesse esaurire, nel presente o nel futuro, la spiegazione della realtà, e vanificare la filosofia o la fede) [su Darwin e l'evoluzionismo v. Dossier o in Fede e cultura].

 

2.9 - Allora perché ci sono degli atei, anche tra i filosofi e gli scienziati?

Le due affermazioni “Dio esiste” e “Dio non esiste” non possono ovviamente essere vere entrambe, essendo tra loro contraddittorie; anzi, non essendoci una terza possibilità (tra essere e non essere, e quindi tra affermare e negare), in quanto una è la negazione dell’altra, se è vera una è falsa l’altra, e viceversa. Per cui, poiché c’è una dimostrazione dell’esistenza di Dio, già a priori sappiamo che non può esserci una dimostrazione dell’ateismo. 
Anche storicamente possiamo però constatare come l’ateismo - filosoficamente assai minoritario fino al XIX secolo – sia di fatto “postulatorio”, cioè senza dimostrazione, ma dato quasi per scontato. Per molti autori atei (v. ad esempio l’ateismo di Marx, Freud e Nietzsche, detti “i maestri del sospetto” ma anche i “padri dell’ateismo contemporaneo”) il problema non era infatti quello di contestare le dimostrazioni dell’esistenza di Dio o di dimostrare razionalmente l’ateismo (il che vorrebbe dire dimostrare l’autosufficienza del cosmo, cosa impossibile), ma era semplicemente quello di cercare di spiegare diversamente come possa essere nato e nascere nell’uomo la domanda religiosa, cioè come l’uomo possa essersi fatto l’idea di Dio (in fondo dando per scontato che fosse un’idea falsa).

Per Marx, ad esempio, l’idea di Dio s’è formata come alienazione, come sovrastruttura della società (capitalista); per Freud, da una patologia dell’inconscio (la figura del “Padre”); per Nietzsche, dalla debolezza dell’uomo che non sa accettare il non-senso della realtà. Essendo però l’umanità sempre stata universalmente religiosa, questa sarebbe in fondo la diagnosi di una patologia universale, quasi un determinismo da cui nessuno poteva sfuggire; ma allora non si capisce se questi tre uomini siano i primi veri uomini e come possano accorgersi di tale patologia universale.

Può tra l’altro accadere che anche in persone geniali si nascondano dei pregiudizi, cioè delle idee o ragionamenti di fatto non adeguatamente fondati né verificati, o perché non è il loro specifico campo di indagine o per una scelta di vita personale; e questo anche sulla grande questione di Dio.
Uno potrebbe essere ad esempio un grande genio della chimica e non avere neppure mai affrontato seriamente il problema razionale di Dio ed essere in ciò ignorante, per cui il suo essere credente o non credente non sarebbe onestamente un frutto dei propri studi, ma delle proprie scelte personali.
Se poi trovassimo un pensatore che neghi Dio proprio a causa di un suo ragionamento in proposito, potremmo verificare la validità o meno di tale ragionamento ed emergerà l’errore, vedendo che non esiste alcuna dimostrazione della non-esistenza di Dio (l’universo non è autosufficiente, non ha in sé la causa di sé), mentre c’è invece una dimostrazione della Sua esistenza (l’universo dipende necessariamente da un Essere trascendente, che è Dio).

 

2.10 - Tutti questi ragionamenti sono per “credenti” oppure sono validi e quindi obbligatori per tutti?

I ragionamenti, cioè le dimostrazioni rigorose e non le opinioni o le scelte personali, se sono corretti (muovono da premesse vere e concludono solo ciò che possono e dunque devono concludere) lo sono per tutti; se non sono corretti, non lo sono per nessuno. Questa è una caratteristica della verità (v. questione 1). 
Alla domanda dunque se l’universo ha in sé o in Altro la propria causa fondamentale, l’unica risposta razionale vera e completa è la seconda ipotesi, perché si può capire che l’universo non è autosufficiente ma dipendente da una Causa Prima trascendente e intelligente.
Quindi il ragionamento che va dalla realtà esistente a Dio esistente, essendo corretto è valido per tutti e questa verità può essere compresa da tutti (questo non significa però che di fatto sia compresa da tutti).

 

2.11 - Allora non siamo più liberi di dire che Dio non c’è?

Come ancora abbiamo visto nella questione 1, possiamo avere opinioni personali e diverse solo quando la verità non è manifesta o non la vogliamo; ma quando una verità ci si ‘svela’, o per evidenza immediata o per evidenza mediata (cioè raggiunta per ragionamenti corretti), non siamo più liberi di avere in noi opinioni contrarie che pretendano essere vere. 
L’uomo che vive e ricerca con autenticità è colui che vuole la verità e non la propria opinione, che ama più la verità che il fascino di avere la propria libera opinione. Il contrario sarebbe infatti la perversione dell’intelligenza, un allontanamento dal suo scopo, che è appunto quello di cercare la verità effettiva, oggettiva. 
Dunque anche riguardo all’esistenza di Dio, che è la Verità più importante, l’intelligenza che ragiona correttamente è costretta a riconoscerne l’esistenza. In altre parole, se voglio dire la verità e non un’opinione personale, non sono razionalmente libero di dire che Dio non c’è. Rimango semmai libero - non nel senso che “moralmente” posso, ma nel senso che mi si offre anche questa tragica possibilità - di vivere come se Dio non ci fosse o addirittura di ribellarmi a Lui.

Il diavolo, infatti, che è assai intelligente in quanto comunque creatura angelica sia pur decaduta e dannata, non dice che Dio non c’è e nel Vangelo non dice che Gesù non è Dio, anzi lo sa prima e meglio degli altri, ma vuole ribellarsi a Lui e lo odia (è dunque una posizione pervertita della volontà e non una conoscenza dell’intelligenza); cerca inoltre in tutti i modi di portarci nella sua stess ribellione e dannazione.

Negare l’esistenza di Dio sarebbe cioè da stolti, vivere come se non ci fosse sarebbe invece da peccatori (anche se è pure da stolti).

 

2.12 - A che cosa serve la fede, se basta la sola intelligenza per sapere che Dio c'è?

Una persona può arrivare alla certezza razionale che Dio esiste anche se non seguisse ancora alcuna religione. Avere “fede”, credere (in senso religioso), non significa infatti solo sapere che Dio esiste, ma coinvolgere tutta la propria vita in Lui, adorarlo, seguirlo, obbedirgli, servirlo, amarlo. E questo è il primo compito dell’uomo sulla terra; così infatti gli uomini di tutti i tempi e luoghi, fin dalla preistoria, hanno desiderato e cercato di fare. Questo implica quindi non solo un procedimento razionale, dell’intelligenza, ma anche uno sforzo della volontà, che è libera; ed in ciò nasce così anche il merito di credere o la colpa di non credere. 
Quando invece parliamo in modo più specifico di fede cristiana, allora non si tratta più di conoscere e seguire Dio in senso generico (filosofico) o secondo la propria dottrina religiosa, ma si tratta di seguire Gesù di Nazareth, cioè Dio ormai così visibile e presente da essersi fatto uomo.

 

2.13 – Ma non si dice che la fede è un dono di Dio?

Tutto è dono di Dio, l’universo intero, la nostra vita ed anche la nostra intelligenza, che può giungere perfino a capire che questo universo è fatto da Dio e quindi Dio c’è. Così è un dono che siamo talmente fatti per Dio da cercarlo quasi naturalmente, da desiderarlo anche inconsapevolmente, così da non trovare pace se non in Lui. Nessuno, specialmente coloro che hanno l’intelligenza e la possibilità di farlo, è davvero autorizzato a dire “mi piacerebbe avere fede”, come talora si sente dire, perché tutti possono anche razionalmente capire che Dio c’è.
Quando parliamo invece di “fede” in senso specifico cristiano, cioè quando si tratta di conoscere,  seguire e amare Gesù Cristo, allora è un dono ancora più grande e necessario. Ed è certamente una “grazia” capire che Egli è Dio (cfr. Mt 16,17), sentirsi interpellati ed amati da Lui, attraverso di Lui rivolgerci a Dio come al “Padre” (cfr. Gal 4,6), essere trasformati da Lui. E’ però una grazia soprannaturale che Dio dona a tutti, perché vuole la salvezza di tutti.

Essendo condizione della nostra salvezza eterna, Dio fa questo dono a tutti. Come abbiamo già osservato nell’Introduzione, Dio non discrimina e non ci sono dei “predestinati” alla salvezza o alla dannazione, come se non dipendesse da noi (come dice il Protestantesimo).

Però (come si vede nelle questioni successive) anche per conoscere Gesù e che Egli è Dio, occorre non soltanto che qualcuno che ce lo annunci, che ce ne parli (cfr. Rm 10,14), ma possiamo conoscere e capire le ragioni per poter dare questo nostro assenso di fede. 
Come abbiamo però già ricordato nell’Introduzione, è però qui più che mai vero che occorre non solo capire per coinvolgersi ed amarLo, ma occorre anche coinvolgersi ed amarLo per capire che è proprio vero, per sperimentare che questo è il senso vero ed eterno della vita.

 

2.14 - Infine, una domanda davvero difficile e diffusa. Se tutto dipende da Dio, perché allora c’è il male? Dio ha creato anche il male? Vuole anche il male?

Questa è una domanda difficile, cui la sola ragione fa fatica a dare una risposta completa. Occorrerà infatti la Rivelazione biblica e soprattutto la parola e la Croce di Gesù per capire meglio questo mistero della sofferenza, del male e della stessa morte.
Non ci nascondiamo che assai spesso è proprio questa domanda - specie quando il male ci tocca personalmente o ha proporzioni catastrofiche - a tentare l’uomo alla “ribellione” a Dio, fino alla bestemmia, o addirittura all’ateismo, cioè alla negazione stessa di Dio.
Emotivamente il dolore può talvolta accecare la ragione, fino a non voler sentire ragioni. Forse occorre un po’ di tempo, per ritrovare un po’ di calma interiore. Ma può anche scuoterci e condurci a chiedere su quale fondamento abbiamo costruito la nostra vita, se il significato che le abbiamo dato sia davvero autentico, e condurci perfino ad una più profonda scoperta di Dio, di Gesù, della fede, unico fondamento che non crolla, senso pieno e autentico della nostra vita. E allora diventa una “grazia”, una speciale occasione e opportunità per diventare più veri, per scoprire la vera via della vita.
Con la sola ragione potremmo intanto capire che quanto abbiamo fin qua scoperto, cioè che nulla esisterebbe se Dio non ci fosse, non viene assolutamente annullato dalla presenza del male. Anzi, non avremmo neppure l’idea del male, se non ci fosse il bene. E questo bene, questo essere, richiede che ci sia Dio. La complessità, l’ordine e la bellezza dell’universo intero rimanda a Lui.

Quello di male (come quello di nulla, falso, buco) è infatti un <concetto privativo>. Senza il bene non esisterebbe un male (e non viceversa). Ad esempio posso avere anche semplicemente un “mal di denti”, perché ho i denti; se non avessi i denti, perché neonato o anziano con la dentiera, non avrei il mal di denti (ma non ho l’idea di denti in riferimento al mal di denti). Una donna potrebbe un giorno essere vedova, ma se non si fosse mai sposata (non ci fosse stato questo “bene”), non potrebbe diventare vedova. Un buco in un foglio può esserci se c’è il foglio (può esserci un foglio senza un buco, ma un buco senza niente intorno non è più neppure un buco). E proprio questo bene richiede una causa ed una Causa prima. Per questo S. Tommaso d’Aquino arrivò a dire “c’è il male, dunque Dio esiste”, perché allora vuol dire che c’è un bene, cioè che le cose hanno un senso perché Qualcuno le ha fatte con sapienza e amore. Per Dante Alighieri perfino il “grande male” che è l’inferno stesso è segno che Dio c’è, anzi perfino del Suo amore (che rispetta la nostra libertà fino alle estreme conseguenze). Perfino F. Nietzsche, pur essendo il più radicale degli atei, riconosce intelligentemente che, poiché Dio non c’è, non ha neppure più alcun senso parlare di male e di bene, perché non c’è più un senso (perché non dovrebbe accadere quello che accade, se tutto è casuale?) ed un Responsabile.
[Si vedano nel sito anche due eloquenti filmati]

Semmai potremmo chiederci perché gli esseri, fosse anche l’universo intero, non è l’Essere perfetto; ma non ci vorrebbe molto a capire che non lo è proprio perché non è Dio, ma è finito e limitato, perfino deteriorato dal tempo. 

Si capisce che o Dio non crea nulla, o se crea, non può creare un altro Essere perfetto (sarebbe un altro Dio, ma un Dio-creato sarebbe una contraddizione in termini). Sarà però la Bibbia a dirci che tutto all’inizio della creazione era molto più bello e l’uomo era stato esentato da Dio dal dolore, dalla fatica e perfino dalla morte, ma che tutto questo è entrato nel mondo a motivo del nostro peccato (già quello originale, aggravato da quelli nostri personali).

Quando parliamo di “male” in riferimento ad una catastrofe naturale (terremoti, alluvioni, cicloni, frane), razionalmente dovremmo capire che tutto ciò in sé non è male, ma semplicemente un fenomeno naturale che accade in base a leggi e forze naturali. Semmai sta alla nostra intelligenza (che Dio ci ha dato) cercare di comprendere tali fenomeni, magari di prevederli o comunque di difenderci (ad esempio far fronte ad un terremoto costruendo case con materiali e sistemi capaci di reggere a tali urti sismici). Così pure rimane il dovere di non deteriorare ma perfino abbellire il creato (ambiente, natura) con le nostre stesse mani (tecnologia).
Questi eventi, per sé naturali, ci fanno però capire come - nonostante il nostro doveroso ingegno ed impegno - siamo comunque fragili e limitati, e la morte è sempre in agguato come il grande nemico.
In questo modo può talora risultare ridicola la nostra superbia, il nostro crederci onnipotenti ed eterni (cfr. Lc 12,15-21); e ciò può essere un’opportunità buona per la nostra vita, per domandarci e scoprire il senso vero e globale dell’esistenza, che se è autentico è più forte e duraturo della morte (cfr. Rm 8,35).
Inoltre vediamo come la prova e la sofferenza di altri esseri umani provoca quasi sempre un immediato riaffiorare di ciò che di meglio c’è nell’uomo, come la solidarietà e perfino la carità, che subito scaturiscono in molti e mettono in atto sacrifici ed azioni concrete di aiuto per quanti sono stati colpiti da dette calamità. Ed anche questo è un misterioso bene, che può scaturire dal male.

In fondo quanto abbiamo appena detto vale anche per quel fenomeno naturale che è una possibile malattia o ferita (incidente) del nostro corpo. Sappiamo come proprio nel corpo umano si manifesti un ordine, una complessità, un’armonia tali da faci parlare di quasi perfezione (e più lo studiamo più lo vediamo). Che siamo sani e stiamo bene è il frutto di questo incredibile concorso di miliardi di fattori, che potremmo quasi definire “miracolo” costante. Certo, come abbiamo detto sopra, anche il nostro corpo non è perfezione assoluta, è materia, è limitato, può rompersi, è deteriorato dal tempo ed è condannato a morire. Vale anche qui quanto detto sopra, circa il nostro dovere di studiare e di far fronte ai problemi, col nostro ingegno, impegno e perfino carità.

Basti pensare cosa ha fatto in duemila il cristianesimo, e grandi santi, per gli ammalati; tenendo presente che nella cultura pagana antica “malato” voleva dire emarginato, e perfino maledetto da Dio.

Anche in questo caso, e più che mai, esiste poi il dovere morale di non rovinare il nostro corpo (con alimentazioni sbagliate, alcol, droghe, spericolatezze) ma anzi di mantenerlo sano e di curarlo.

A proposito di spericolatezze e incidenti – pensiamo ad esempio a quelli stradali – se talora possono essere semplicemente causati da problemi tecnici (un motore che non funziona più, una strada che improvvisamente frana), e anche in questo caso si può presentare il problema di responsabilità umane, talora o spesso sono causati invece da comportamenti sbagliati, e questo è allora un male “morale”, come vediamo appena sotto.

Potremmo chiederci perché di queste irresponsabilità, in fondo di questo male morale, talora anzi spesso ne pagano le conseguenze (perfino con la morte) anche altri, innocenti
Nell’uso della nostra libertà, cioè nelle nostre scelte responsabili, dovremmo sempre capire che non solo ci giochiamo il bene o il male della nostra vita, ma così come possiamo aiutarci nella via del bene, possiamo anche rovinarci e perfino distruggerci sulla via del male.

Anche se abbiamo capito che ogni effetto ha una causa, che tutto è regolato da leggi naturali, e che questo rimanda a Dio come causa prima, possono comunque accadere fatti casuali (non significa che non hanno una causa, ma che si incrociano casualmente eventi: se io cammino per strada e mi cade una tegola in testa, c’è il mio passare di lì con un perché, c’è la tegola sistemata male sul tetto, c’è il vento che la muove e la forza i gravità che la fa cadere, ma che colpisca proprio me in quel momento è casuale, un caso fortuito). Come è sbagliato negare che ci sia Dio come causa prima di tutto, così è errato affermare che Dio sarebbe la causa diretta di quel mio incidente. Questo vale per un incidente ma anche per la malattia. Non c’è dunque da cercare sempre un colpevole. Non lo è Dio e talora non lo sono neanche gli uomini. Lo hanno chiesto a Gesù stesso e così ha risposto (Lc 13,1-5), facendo capire che intanto la vera “disgrazia” (dis-grazia) è non avere la grazia di Dio, il peccato, e camminare così verso la dannazione eterna (questo è il grande male!)

Certo, possiamo chiedere a Dio ogni cosa (anche il “pane quotidiano”) e quindi che ci preservi da ogni male; e Dio può farlo, specie se gli abbiamo dato spazio nella nostra vita e gli permettiamo davvero di agire in noi, in tutta la nostra vita (“venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà”), altrimenti sarebbe una preghiera quasi superstiziosa.

Possiamo chiedere anche un “miracolo”: esso è un intervento diretto di Dio, quasi sorpassando o cambiando le leggi naturali (volute da Lui), che può fare, anche se rimane un’eccezione (che guarisca miracolosamente da una malattia è un’eccezione, normalmente - poiché non siamo burattini nelle sue mani - vuole che studiamo noi medicina e impariamo a curare tale malattia).

Rimane però sempre vero che Egli può volgere ad un bene anche un male (che non vuole direttamente ma permette) e soprattutto che, se non è garantita una guarigione o una risposta fisica, è sempre garantita – per chi la desidera – una guarigione interiore, spirituale, che è la cosa più importante della vita, l’unica che davvero conta (il tesoro, cfr. Mt 13,44) ed è eterna.

Siamo così giunti al vero problema, perché il male in senso stretto è il male morale. In fondo è il male peggiore, perché più che mai sentiamo che non dovrebbe esserci - siamo infatti creati per il bene - e invece siamo noi a pensarlo, a volerlo e a farlo. Questo è il problema più difficile. L’uomo sente che non dovrebbe esserci; ma è proprio l’uomo a farlo (gli animali no); e lo sente in fondo così contraddittorio con la propria natura, col proprio essere, che lo denuncia con facilità negli altri (giornali e televisione sembra che non parlino d’altro) ma con fatica se ne assume la responsabilità personale (cfr. Mt 7,3) (dando sempre la colpa agli altri, ma anche gli altri fanno la stessa cosa! e allora da dove viene?).
Qua c’è in gioco la questione della nostra libertà. Questa è la questione.
Dio ha creato l’uomo (e gli angeli) liberi, perché ci fosse non un automatismo nel fare il bene (come si potrebbe “amare” davvero per un automatismo?) ma un po’ di nostro merito, di nostro impegno, di nostro volerlo e farlo. Ma proprio perché siamo liberi, siamo moralmente obbligati (cioè nella coscienza) a fare il bene ed evitare il male, ma non fisicamente obbligati. Per cui la nostra libertà - normalmente per orgoglio - può ribellarsi, pervertirsi e volgersi al male invece che al bene (per cui ci è stata data). Così che la possibilità del merito la capovolgiamo stoltamente in colpa.
Oggi tutto questo è più che mai aggravato dal fatto che non solo c’è un grande dilagare del male, ma c’è a monte un inquinamento morale delle coscienze, della mente, per cui si esalta la libertà individuale come se fosse un assoluto e si relativizza il bene e il male come se fosse tutto soggettivo e temporaneo.
Potrebbe Dio impedire questo male? Certo, ma solo abolendo quel grande bene che è la nostra libertà. Non lo fa, perché per amore rispetta la nostra libertà, anche quando la usiamo male.

Questo è assai più chiaro nella Bibbia e risolto pienamente in Cristo, come vedremo. Qui il male si chiama con il suo vero nome: peccato. Si comprende che gli angeli decaduti (demoni) ci istigano a farlo per distruggerci e distruggere il mondo e ancor più per farci cadere nella loro stessa condanna (inferno). Se più che mai in Cristo si rivela cos’è il nostro vero bene (la luce, il senso vero della vita), ci svela anche il male, il peccato ed anche il demonio; ma ci dona anche data la forza interiore (la “grazia”) per questo combattimento col male e per vincere nel bene; inoltre, se cadiamo nel male, Egli ogni volta può rigenerarci col Suo perdono.

Infatti, se nella nostra vita e ancora più nel divenire della storia si può già vedere come a lungo andare non possa vincere la menzogna e il male, ma prima o poi trionfi la verità e il bene, ancor più e in modo infinitamente più grande e per sempre, ciò accadrà nell’aldilà, dove alla fine tutto sarà sottoposto al giudizio di Cristo (“giudizio universale”), con la pena eterna per chi ha compiuto il male (se non c’è conversione al bene e a Dio) ed il premio eterno per chi ha compiuto il bene ed ha vissuto con Dio.

Solo con Gesù e nella Sua Croce si rivela il senso pieno del dolore ed esso può diventare perfino “salvifico” (cfr. la Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II Salvifici doloris, 11.02.1984), cioè occasione per il nostro vero bene. Per questo Dio, anche se non lo vuole, lo permette.

 

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