
La Chiesa Ortodossa
In questo documento desideriamo offrire qualche delucidazione, sia di tipo teologico che storico, sulla Chiesa Ortodossa, che costituisce un caso del tutto particolare nel panorama delle Confessioni Cristiane. A differenza ad esempio delle Confessioni nate con la cosiddetta Riforma Protestante (del sec. XVI, che ha mutato radicalmente la fede cristiana ed ha totalmente scompaginato la vita della Chiesa, opponendosi drasticamente alla Chiesa Cattolica voluta e fondata da N. S. Gesù Cristo, e risultando così, nelle sue innumerevoli forme, gravemente “eretica” oltre che “scismatica” – vedi), come pure della sedicente Chiesa Anglicana (nata sempre nel sec. XVI e che, pur mantenendo alcuni punti salienti della vita cristiana, compreso alcuni Sacramenti, è però priva della “successione apostolica” e quindi non ha un reale sacerdozio e li celebra invalidamente – vedi), la Chiesa Ortodossa, coi suoi 224 milioni di fedeli, può invece godere della origine e successione apostolica, quindi con la validità dei 7 Sacramenti che celebra, e professa una fede sostanzialmente identica (tranne che sul “Primato di Pietro”) a quella autenticamente cattolica e da essa stessa professata nel primo millennio cristiano, fino a quando nel 1054, si staccò definitivamente dalla Chiesa Cattolica (il cosiddetto “Scisma d’Oriente”).
Si tenga in proposito presente anche quanto spiegato nella “Catechesi di base” (vedi) n. 5, dedicata alla Chiesa Cattolica, come unica Chiesa voluta e fondata da N. S. Gesù Cristo (vedi).
Chiariamo anzitutto, se ce ne fosse bisogno, alcune questioni di fondo, con una sorta di explicatio terminorum, sempre utile se non necessaria per comprendere ciò di cui stiamo parlando ed evitare possibili equivoci o confusione (così facevano i pensatori medievali all’inizio delle loro opere, mentre oggi la confusione regna spesso già nelle premesse e nei termini della questione, per cui poi le discussioni diventano inutili).
Si può definire cristiano chi crede in Gesù Cristo come vero Dio (Logos/Verbum, cioè come Seconda Persona della SS.ma Trinità) fatto uomo, cioè crede nella natura umana e divina (unione ipostatica) di Gesù di Nazaret; e in questa fede è battezzato (nel nome della Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo) e con la grazia di Dio cerca di vivere tale fede e appartenenza a Cristo nella vita di tutti i giorni, in attesa del Suo ritorno glorioso come Giudice universale.
Dunque chi non crede alla “divinità” di Cristo, come nel caso ad esempio oggi dei Testimoni di Geova, non può assolutamente definirsi cristiano, checché osi presentarsi come tale.
Come abbiamo più volte ricordato (vedi anche le due ultime News) i cristiani attualmente nel mondo sono 2,5 miliardi, costituendo anche numericamente la più grande religione del mondo.
È cattolico chi appartiene alla Chiesa Cattolica, cioè all’autentica Chiesa fondata da Gesù Cristo per la nostra salvezza, costruita sul fondamento degli Apostoli (“apostolica”) e dei loro successori (Vescovi), con a capo Pietro e i suoi successori (Papi); crede quindi all’autentica e perenne dottrina, da essa trasmessa fedelmente nei secoli. Attualmente i Cattolici nel mondo sono 1,4 miliardi.
Tra i cristiani ci sono dunque molti (1,1 miliardi) che, pur credendo in Cristo ed essendo battezzati nel nome della Santissima Trinità, non appartengono all’autentica Chiesa Cattolica fondata appunto da Gesù Cristo per la nostra salvezza eterna. Questi possono essere scismatici o anche eretici.
Scismatici sono coloro che con le loro scelte hanno prodotto o sono stati autorevolmente accusati di “scisma”, cioè di separazione dall’autentica Chiesa Cattolica. Essi, pur mantenendo sostanzialmente l’autentica fede cristiana (non sono quindi totalmente eretici) e persino la “successione apostolica” (che garantisce di vescovo in vescovo il potere sacerdotale di donare alle anime, mediante i Sacramenti, la vita divina ed eterna), si sono comunque separati dall’autentica Chiesa Cattolica, fondata da Cristo stesso su Pietro (cfr. Mt 16,18-19) e sui suoi successori (i Papi).
Eretici sono coloro che hanno invece deformato in modo più o meno grave l’autentica dottrina, cioè l’autentica fede o morale trasmessa dagli Apostoli e dal perenne Magistero della Chiesa (Tradizione), mettendo così a serio rischio la stessa propria e altrui salvezza eterna.
Le cosiddette Chiese protestanti, nate in genere nel XVI secolo (vedi il documento apposito) ma continuamente moltiplicantesi e frazionantesi nel corso di questi 5 secoli fino ad oggi, sono non solo scismatiche ma anche gravemente eretiche. [Sul caso particolare della cosiddetta Chiesa anglicana, sorta ugualmente nel XVI secolo, si veda il documento apposito].
Tra le Chiese invece di fatto tuttora “scismatiche”, anche se sostanzialmente “non eretiche”, possiamo annoverare appunto la Chiesa Ortodossa. Essa, pur avendo origine apostolica e mantenendo la “successione apostolica” nei loro Vescovi (Patriarchi) e sostanzialmente pure la vera fede cristiana, nel 1054 s’è di fatto separata dalla Chiesa Cattolica (di Roma, cioè dal Papa) e tale al momento rimane. La Chiesa Ortodossa non riconosce quindi il Vescovo di Roma, successore di S. Pietro (primo vescovo di Roma) e Patriarca d’Occidente, come guida suprema di tutta la Chiesa, contrariamente appunto al volere di Cristo stesso. Per gli Ortodossi, specie dopo lo scisma del 1054 (chiamato spesso “Scisma d’Oriente”), tale Primato di Pietro sarebbe al massimo solo onorifico (“Primus inter pares”) ma non di giurisdizione, cioè come guida universale di tutta la Chiesa (al di là ovviamente dell’autorità di ogni singolo Vescovo o Patriarca, successore degli Apostoli, e pure delle legittime diverse tradizioni, anche liturgiche).
C’è quindi una sostanziale differenza tra la Chiesa Ortodossa e le sedicenti Chiese Protestanti. Se ne deve accuratamente tener conto, per non cadere in facili equivoci e pericolose confusioni, anche quando si parla di sforzo “ecumenico”, cioè di tentativo di ricomporre la vera unità dei cristiani nell’autentica fede (come qui ancora vedremo).
Attualmente la Chiesa Ortodossa, nei suoi numerosi Patriarcati, conta 225 milioni di fedeli. Risulta così (essendo le Chiese protestanti divise in molteplici Confessioni) la più numerosa Confessione cristiana dopo la Chiesa Cattolica.
Alcune importanti Note o premesse di cui tener conto
Nota 1 – Differenza tra eresia, scisma e apostasia
Soffermiamoci ancora su questa fondamentale distinzione appena sopra ricordata.
Dato che Dio si è “rivelato” all’umanità e s’è addirittura “Incarnato” per la nostra salvezza eterna, è decisivo che il Suo dono (i Suoi insegnamenti, la Sua grazia e i Sacramenti da Lui istituiti per la nostra salvezza) sia mantenuto, pur sviluppandosi e potendo esser sempre meglio compreso e vissuto, così come Egli stesso ce l’ha dato! Nessuno, nemmeno un Papa, ha l’autorità di cambiare questo!
Si deve assolutamente tener conto di questo, anche quando si parla di “ecumenismo” (come vedremo) o tanto più di dialogo “inter-religioso”: non si tratta di accordarci tra noi per trovare magari un denominatore comune (il fatidico “ciò che ci unisce”!), ma, pur rispettando tutti (un tempo si diceva “tollerare l’errore”) e ponendo pure attenzione ad accenti particolari che potrebbero essere anche di aiuto reciproco, si tratta di conoscere sempre meglio appunto la santa e immutabile “volontà di Dio”!
Soffermiamoci allora ancora brevemente su questi termini, pericolosi se non gravemente deleteri per la nostra anima. Non si tratta appunto di una discussione tra opinioni diverse, ma di ciò che è necessario conoscere e vivere per la propria e altrui salvezza eterna! E non dovrebbe essere difficile scorgere come questa santa preoccupazione (distinguere la verità dall’errore, specie appunto in ordine alla propria o altrui salvezza eterna) sia ancora più importante di ciò che concerne la stessa salvezza fisica nostra o altrui (cfr. Lc 9,25).
Per eresia (la parola in sé significa “scelta”) si intende la deformazione di questo o quell’aspetto della vera fede (autentica dottrina) o anche semplicemente la sottolineatura (appunto scelta) di un suo aspetto a scapito però di altri aspetti altrettanto fondamentali e non trascurabili. Si tenga presente che ciò non è affatto secondario, poiché tale scelta o deformazione compromette di fatto l’intera autentica fede cristiana e quindi appunto la nostra salvezza. Di fronte infatti alla Rivelazione stessa di Dio, fedelmente trasmessa dalla perenne Tradizione (e Magistero) della Chiesa Cattolica, non si possono infatti fare delle “scelte” (questo sì e quello no), cosa purtroppo oggi assai frequente anche tra i Cattolici (vedi l’ultima News), appunto perché Dio non si sbaglia (per definizione) e non essere d’accordo anche solo su un punto della fede o della morale rivelata da Dio vuol dire in fondo non riconoscere più che Dio è Dio!
Si può e si deve uscire dall’eresia in cui si fosse caduti, volutamente o involontariamente, magari per inganno o ignoranza, che a sua volta può essere colpevole o non colpevole. Per questo non si deve mai cessare nella vita di studiare e approfondire l’autentica dottrina della fede; specie oggi, dove regna la confusione totale anche sulle questioni fondamentali e tutto è ridotto al “secondo me”, credendone persino di averne il “diritto”! Quando poi, informato o informandosi meglio, l’eretico giunge a riconoscere e abbondona il proprio errore, egli termina di essere tale e ritorna pienamente nella via di Dio e della propria salvezza. [Si veda in proposito proprio la giusta motivazione e il corretto metodo della Santa Inquisizione (quella autentica, su cui invece si sono costruiti spesso giganteschi miti anticlericali e anticristiani; vedi il dossier; vedi il documento più breve, a domande e risposte; vedi la News ancor più sintetica)].
Per scisma si intende la separazione dal “Corpo mistico” di Cristo che è l’autentica Chiesa (Cattolica) da lui voluta (vedi) per la nostra salvezza. Non si tratta dunque di diversi percorsi paralleli o complementari, o di diverse spiritualità, sensibilità liturgiche o tradizioni, ma appunto della negazione di un aspetto costitutivo della Chiesa così come Cristo stesso l’ha voluta (sul “primato di Pietro”, cfr. Mt 16,18). Quando poi un singolo fedele o un gruppo o un’intera Chiesa scismatica giungessero invece, anche in seguito, a riconoscere tali autentici e insopprimibili connotati che Cristo ha voluto per la sua Chiesa e tornati di conseguenza nel suo santo alveo, anche lo scisma appunto cessa e deve essere revocato anche formalmente.
Si distingua però lo scisma dalla semplice scomunica, che è un atto di ordine più disciplinare della Chiesa per sottolineare la gravità di una erronea posizione ecclesiale, teologica o morale. Una “scomunica” può essere anche revocata, magari per agevolare il dialogo o il rientro, pur rimanendo lo scisma (ed è proprio la situazione attuale della Chiesa Ortodossa, come vedremo; è anche l’attuale posizione canonica della “Fraternità S. Pio X” in riferimento allo scisma creato da S.E. mons. M. Lefebvre il 30.06 1988, come sotto ricorderemo).
Per apostasia si intende invece l’abbandono totale e radicale dell’autentica fede in Cristo e della “grazia” (comunione) che Egli ci dona, mediante l’azione dello Spirito Santo, per la nostra salvezza eterna. Se pienamente cosciente e voluta, anche se non espressa con una formale “abiura”, è davvero la “bestemmia contro lo Spirito Santo”, che Gesù stesso afferma non poter essere perdonata in eterno (cfr. Mt 12,31-32), ovviamente finché sussiste, perché peraltro l’apostata stesso non lo vuole.
Dunque, come abbiamo sopra sottolineato, la Chiesa Ortodossa è più scismatica che eretica, mentre le sedicenti Chiese Riformate o Protestanti (nate dal sec. XVI e continuamente moltiplicantesi) sono sia eretiche che scismatiche. Invece, l’abbandono della fede cristiana da parte di coloro che erano già cristiani (oggi si tratta persino di interi Paesi, come ad esempio nell’Europa occidentale! vedi), e magari sono persino battezzati, è di fatto, anche se non fosse formalizzata da una abiura ufficiale e dichiarata, vera e propria apostasia.
Nota 2 – Condizionamenti storici e politici
Se, trattandosi di stabilire e rimanere nell’autentica fede, in risposta alla Rivelazione stessa di Dio, le questioni principali, da chiarire anche in vista di un autentico “ecumenismo”, sono ovviamente quelle teologiche – e non si tratta appunto di trovare un comune denominatore ma di scoprire sempre meglio, senza contraddizioni col passato, l’autentica volontà di Dio, condizione della nostra salvezza eterna – non si possono né si devono però certo trascurare pure quei condizionamenti storici, talora persino violentissime pressioni da parte dei sovrani o del potere politico, che hanno fortemente influito perché si giungesse anche a tragici scismi o separazioni dalla Chiesa Cattolica, come pure perché certe eresie potessero persino improvvisamente prendere il sopravvento e divulgarsi addirittura in intere regioni, paesi e territori.
È in effetti abbastanza evidente, come vedremo, che il cosiddetto “Scisma d’Oriente” (1054), cioè appunto la separazione dalla Chiesa Cattolica da parte della Chiesa Ortodossa, su cui qui appunto soffermiamo un poco la nostra attenzione, abbia risentito fortemente delle questioni relative all’Impero Romano d’Oriente, ancora florido e con capitale appunto Costantinopoli (col suo glorioso Patriarcato, 2° per importanza solo a Roma, sede di Pietro) e al tentativo, dopo il crollo di Roma (Impero Romano d’Occidente) e le invasioni barbariche, di ricostruire in Europa un Sacro Romano Impero (si pensi a Carlo Magno, con una forte alleanza tra trono e altare). Le tensioni anche tra i due Patriarcati (Roma e Costantinopoli) giunsero persino a contendersi l’evangelizzazione dei nuovi popoli europei (si pensi alla situazione dei Balcani, agli Slavi, e poi dell’immensa Russia stessa; si potrebbe poi osservare, come diremo, al fastidio avvertito in Oriente dalla presenza dei Normanni, venuti dal nord-Europa, ma ormai presenti pure nell’Italia meridionale, che aveva peraltro già conosciuto pure le preziose tradizioni liturgiche e artistiche bizantine).
Così, nonostante ci fosse peraltro comunque un minaccioso nemico comune che attanagliava l’Europa cristiana da est e da ovest, per terra e per mare, cioè l’Islam, la Cristianità cessava così di essere una vera unità (“un Corpo solo in Cristo”), pur nelle diverse, legittime e preziose sensibilità e tradizioni, anche ecclesiali e liturgiche.
Oriente e Occidente, nella stessa Europa cristiana, cessarono allora di essere due anime (tradizioni) della stessa fede (“la Chiesa deve tornare a respirare con due polmoni”, diceva plasticamente Giovanni Paolo II, peraltro primo Papa slavo della storia e di una Polonia che aveva particolarmente sofferto per le vicende belliche e politiche del secolo scorso), ma divennero due mondi persino in lotta tra loro. Quanto poi avvenne appunto in Europa nel sec. XX non fece che far esplodere una divisione che giunse a livelli apocalittici (con le due grandi ideologie al potere, cioè nazismo e comunismo, e con due guerre mondiali che l’hanno ridotta ad un cumulo di macerie) e che si è trascinata fino al 1989 con la spartizione ferrea tra i due “blocchi” di potere mondiale (sovietico e americano). In fondo, anche quanto ai nostri giorni avviene tragicamente in Ucraina non fa che risentire ancora, nonostante tutto, di quel clima incandescente seguito alla II Guerra Mondiale, con una NATO che, invece di sparire dopo il 1991 (col crollo del comunismo russo veniva meno la sua stessa ragion d’essere, cioè di difesa dell’Occidente dalla minaccia sovietica), si è spinta sempre più verso oriente, fino ad accerchiare di fatto la Russia; una Russia che nel frattempo si è però ripresa non solo economicamente e militarmente, ma anche nella consapevolezza delle proprie radici cristiane (ortodosse) e che non ne vuole sapere (anche da parte del suo glorioso Patriarcato) di essere anche ideologicamente “colonizzata” dall’Occidente (coi suoi presunti valori e “diritti”, che a ben vedere sono infatti fortemente anti-cristici).
Nel frattempo, tra alterne vicende, la stessa Turchia è tornata ad essere una sorta di “sultanato” islamico, alle porte di un Mediterraneo orientale (oltre che di un Mar Nero) che non smette certo di essere una “polveriera” mondiale.
Allo stesso modo, è fuor di discussione che nel XVI secolo, al di là delle gravissime questioni dottrinali emerse dalle cosiddette nuove Chiese Protestanti (vedi), ci fossero enormi pressioni da parte dei nuovi poteri europei, perché si giungesse, come infatti si è giunti, ad una drammatica separazione da Roma (cioè dal Papa e dalla Chiesa Cattolica) di quelle terre e storiche comunità cristiane europee; divisione che, con le nuove scoperte geografiche, sono state esportate e tuttora permangono nel mondo intero. Tali poteri europei o sovrani locali avevano infatti tutto l’interesse a separare quelle Chiese locali da Roma, peraltro incamerandone i beni e mettendosi a capo di esse. Il caso poi singolare ma eclatante della Chiesa anglicana (vedi) è perfino emblematico della sudditanza della Chiesa al potere del sovrano di turno.
Potremmo pure riconoscere come persino l’attuale apostasia dal cristianesimo in atto in Occidente, specie in Europa occidentale (vedi), sia più o meno subdolamente sospinta da enormi e potentissime oligarchie economiche e finanziarie (capitalismo avanzato), che ormai non vedono nella religione, e in particolare nella Chiesa Cattolica, che un ingombrante orpello del passato che si oppone inutilmente ai nuovi “diritti” e alle nuove ideologie (una libertà senza verità), cioè sostanzialmente al New World Order auspicato da tempo dalla massoneria internazionale. E quando non si oppone apertamente o subdolamente alla Chiesa Cattolica, la ingloba progressivamente nella propria logica, infiltrandosi ampiamente all’interno di essa!
Nota 3 – La parola “ortodossia”
Ortodossia è una parola importante per l’uomo. Significa infatti “pensare bene” (orto-doxa), cioè essere il più possibile nella verità [dal greco όρθος, “retto, corretto” e δόξα, “opinione, dottrina”].
Ortodossia è poi questione particolarmente decisiva per la fede, perché significa essere nell’autentica dottrina; e ciò, ovviamente, non è una questione semplicemente teoretica, peraltro già decisiva per sapere quale sia la vera fede (mentre ridurre la fede a una prassi, o persino ad una “pastorale”, come si dice oggi, è già svuotarla gravemente dall’interno, fino a vanificarla), ma soteriologica, cioè decisiva in ordine alla nostra salvezza eterna! Si tratta cioè di conoscere quale sia la via da percorrere (“la Via della Vita”) per raggiungere la beatitudine eterna (paradiso) (vedi Catechesi di base n. 5).
Ecco perché si può certamente dire che la “fede cattolica” sia la vera ortodossia, cioè l’autentica fede secondo la Rivelazione stessa di Dio, così come la “Chiesa Cattolica” sia davvero quella istituita (anche gerarchicamente) da Cristo Signore, dunque la vera Chiesa ortodossa e cattolica, affinché la salvezza (nella sua pienezza) eterna possa raggiungere tutti gli uomini della terra e della storia (“cattolica” significa appunto “universale”, cioè destinata a tutti, per la salvezza di tutti i popoli).
È invece noto che purtroppo dopo lo scisma (separazione dalla Chiesa Cattolica) del 1054, tale Chiesa scismatica è in genere connotata proprio con l’appellativo di Chiesa Ortodossa (ufficialmente “Chiesa Apostolica Ortodossa”; o “Chiese Ortodosse”, secondo i diversi Patriarcati di appartenenza).
La Chiesa Ortodossa, nonostante lo scisma, gode però ugualmente della “successione apostolica” (da cui la validità dei Sacramenti), come poi vedremo meglio, cioè possiede una concatenazione sacramentale (Sacramento dell’Ordine, vedi) che risale agli Apostoli, in particolare all’apostolo S. Andrea [da cui la particolare solennità del 30 novembre e quest’anno (2025) appositamente coincidente con la visita del Papa Leone XIV in occasione del 1700° anniversario del Concilio di Nicea (325), antica città non lontana da Costantinopoli]. Tale Chiesa mantiene sostanzialmente l’autentica fede, tranne questioni non di particolare rilievo (come vedremo), ma ha comunque drammaticamente perso il riferimento a Pietro (e ai suoi successori come Vescovi di Roma, cioè al Papa), come guida suprema di tutta la Chiesa, che è invece essenziale per la Chiesa come Cristo stesso l’ha voluta (cfr. Mt 16,18-19).
Nota 4 – Costantinopoli
Circa la città di Costantinopoli, considerata tradizionalmente la “seconda Roma” (per importanza non solo nella storia dell’Impero Romano ma della stessa Chiesa), tale nome deriva appunto dai Romani (Città di Costantino). Anticamente si chiamava Bisanzio (da cui l’appellativo “bizantino” per tutta la civiltà e l’arte che ad essa si riferisce come in fondo all’intero Oriente europeo). Dopo l’invasione musulmana la città fu chiamata Istanbul (parola che significa semplicemente “la Città”), come tuttora è chiamata.
Si tenga appunto presente questo glorioso passato cristiano di Costantinopoli (fino al 330 d.C. nota col nome greco di Bisanzio), tanto da essere considerata appunto “seconda Roma”, e non solo perché sede dell’Impero Romano d’Oriente e dello stesso Imperatore (già di Costantino, di cui appunto prese il nome nel 330 d.C.), ma perché sede del Patriarcato più importante dopo appunto quello di Pietro (Roma), fino a tentare di contendersene il “Primato”, come qui vedremo. La sua caduta sotto la dominazione musulmana (turco-ottomana) nel 1453 ha di fatto decretato non solo il crollo dell’Impero Romano d’Oriente, ma fondamentalmente il suo passaggio all’Islam. Assunse così il nuovo nome di Istanbul (anche se ufficialmente solo dal 1930). La Turchia rimane tuttora un Paese a larghissima maggioranza (99%) musulmana.
Sotto Atatürk, fondatore e primo Presidente della Repubblica Turca, il Paese ha conosciuto un periodo (1923-1938) caratterizzato da toni più moderni e persino “laici” e meno di un intransigente fondamentalismo islamico.
L’attuale Presidente turco Erdoğan, in carica dal 2014, ha invece rappresentato per il Paese non solo una svolta più autoritaria, ma l’ha fortemente caratterizzato secondo connotati più decisamente islamici (qualcuno parla persino di una nuova forma di “Sultanato”).
Compiamo però una sottolineatura, anche dolorosa, su quella che era una delle più grandi e belle chiese cristiane del mondo, certamente dell’Oriente, cioè la cattedrale di Santa Sofia (il titolo, che indica la “Sapienza” di Dio, si riferisce in fondo allo stesso Cristo Signore). Sede appunto del glorioso Patriarcato di Costantinopoli, fu ovviamente una splendida e importante cattedrale cristiana dal 537 al 1453, quando sotto l’occupazione musulmana, fu trasformata in “moschea” … e tale è rimasta fino ad oggi!
Sotto il governo di Atatürk, se non altro per rispetto alla sua gloriosa storia e appunto per una impronta più laica data al Paese, la maestosa e straordinaria ex-cattedrale cristiana di Santa Sofia è stata trasformata in “museo”.
Con una decisione appunto fortemente autoritaria e islamica, il Presidente Erdoğan il 10.07.2020 ha trasformato di nuovo questa meravigliosa basilica nata dalla fede e dal genio cristiano in “moschea” attiva, cioè sede della preghiera pubblica musulmana (infatti solo pochi giorni dopo, il 24.07.2020, lo stesso Presidente partecipò in Santa Sofia alla preghiera islamica).
Questo il motivo per cui, tra i recenti Papi che hanno fatto visita in Turchia [Paolo VI (25-25.07.1967, vedi), Giovanni Paolo II (28.30.11.1979, vedi) e Benedetto XVI (28/11-1/12.2006, vedi)], solo Francesco (29.11.2014 vedi) ha potuto fare visita a S. Sofia (ancora museo). Così anche per Leone XIV, nella sua permanenza a Istanbul dal 27 al 30 novembre 2025 (vedi), non è prevista alcuna visita a Santa Sofia.
A proposito di Costantinopoli/Istanbul, si potrebbe compiere una particolare sottolineatura della sua storia ecclesiastica recente (sec. XX). Si tratta del fatto che dal 1934 al 1944 il rappresentante del Papa a Istanbul (Delegato Apostolico di Turchia e Grecia, con residenza stabile a Istanbul) fu il vescovo Angelo Giuseppe Roncalli, il futuro Papa Giovanni XXIII.
Normalmente, a livello popolare, il vecchio Papa Giovanni XXIII (eletto Papa nel 1958 all’età di 82 e morto nel 1963), per le sue origini contadine bergamasche e per il suo tratto umano bonario e semplice, fu ed è tuttora ricordato come “il Papa buono” (come se gli altri non lo fossero stati?), quasi un tenero, affettuoso e anziano “Parroco del mondo”. A ciò contribuì certamente la pressione mediatica, esercitata soprattutto dal nuovo potere rappresentato della televisione (appena nata, nel 1954) e sempre più diventata protagonista indiscussa delle serate degli italiani e plasmatrice delle loro menti.
In realtà, senza diminuire certo queste caratteristiche e qualità umane e le virtù cristiane di Angelo Roncalli (già canonizzato da Francesco il 27.04.2014, insieme a Giovanni Paolo II), la figura reale e soprattutto la vicenda ecclesiale che caratterizzò la vita del futuro Giovanni XXIII non corrisponde esattamente a quella che è appunto presente nell’immaginario collettivo.
Nato nella campagna bergamasca nel 1881 ed entrato ancora quasi bambino in Seminario, lo troviamo quasi subito a Roma, dove ricevette l’Ordinazione sacerdotale nel 1904. Non esercitò però praticamente mai un ministero pastorale a diretto contatto con la gente, come in genere si crede. Appena ordinato sacerdote, il Vescovo di Bergamo lo nominò suo Segretario e lo tenne accanto a sé fino alla morte (1914). Dopo la Prima Guerra Mondiale, che lo vide coinvolto personalmente, nel 1921 il Papa Benedetto XV lo nominò monsignore e gli diede un importante incarico a Roma (Presidente del Consiglio Nazionale Italiano dell’Opera della Propagazione della Fede). Quindi nel 1925 Pio XI lo creò Vescovo e lo invio in Bulgaria come Visitatore Apostolico. Doveva essere un incarico breve, per risolvere a nome del Papa alcune questioni, ma invece vi rimase 10 anni. Nel 1935 il Papa lo inviò appunto ad Istanbul come Suo Rappresentante diplomatico (Delegato Apostolico in Turchia e Grecia). Rimase in quella difficile ma importante sede diplomatica (con residenza a Istanbul) fino al 1944, quando Pio XII lo nominò addirittura Nunzio Apostolico (Ambasciatore del Papa) a Parigi! In quella prestigiosissima sede nel 1953 fu creato Cardinale e quindi nominato Patriarca di Venezia (una celebre e storica sede patriarcale ma di fatto una diocesi di modeste proporzioni). La sua presenza come Patriarca di Venezia durò solo 5 anni, perché com’è noto il 28.10.1958 (inaspettatamente, data l’età), Roncalli fu eletto Papa, assumendo appunto il nome di Giovanni XXIII.
Il primo millennio cristiano
Nel primo millennio cristiano, nonostante il moltiplicarsi di diverse tradizioni e riti e persino il sorgere anche di gravissime “eresie”, non si sono verificate particolari e gravi spaccature tra cristiani, cioè separazioni dall’autentica Chiesa Cattolica, fondata da N. S. Gesù Cristo.
Una delle più gravi “eresie”, che sorse nel sec. IV e che rischiò di coinvolgere quasi tutta a Chiesa, fu quella “ariana”; essa veniva a negare o fortemente diminuire la natura divina di Gesù Cristo. Vi fece fronte già il 1° Concilio ecumenico (cioè di tutta la Chiesa) di Nicea (325), di cui appunto quest’anno celebriamo il 1700° anniversario, come si desume facilmente dal “Simbolo” (sintesi dottrinale) che ne emerse e che costituisce la maggior parte del Credo che ancor oggi professiamo. Nonostante i pronunciamenti vincolanti di tale autorevole Concilio ecumenico, il grave pericolo (per la stessa salvezza eterna delle anime) rappresentato dall’eresia ariana non sparì completamente nelle Chiese antiche, specie del Mediterraneo orientale; per cui furono necessari altri Concili e precisazioni teologiche – come i Concili ecumenici di Costantinopoli (1°), di Efeso e di Calcedonia – per meglio precisare l’autentica teologia (dottrina) “cristologica” (doppia natura di Gesù, umana e divina) e “trinitaria” (3 Persone divine ma un unico Dio nella sostanza). Tuttora, la fede (dottrina) emersa e precisata in tali Concili è condivisa non solo dai Cattolici, ma anche dagli Ortodossi e persino dai Protestanti.
Il 4° Concilio ecumenico fu appunto quello di Calcedonia (451), città antica geograficamente non lontana da Costantinopoli (come del resto Nicea), che ha ulteriormente chiarito l’autentica cristologia”(“unione ipostatica”, cioè di due nature, in Cristo Gesù), condannando come eresia chi affermava invece in Cristo un’unica natura (“monofisismo“).
Solo alcune Chiese non accettarono quelle conclusioni teologiche, formando così un primo piccolo scisma, costituito appunto dalle Chiese “non-calcedoniane”, che sono state condannate: si tratta di alcuni rami della chiesa armena, copta, etiopica, caldea, siro-malabarese ed altre minori.
Si noti pure che non faceva assolutamente problema che spesso questi primi Concili ecumenici, di enorme importanza teologica e per l’intera vita della Chiesa, fossero convocati dallo stesso Imperatore; l’importante era affrontare e risolvere le questioni dottrinali, essenziali per la salvezza eterna delle anime. Ma è fuori di dubbio che, anche per le conseguenze sociali che rivestiva l’autentica dottrina (o un’eresia) nei diversi territori dove già viveva la Chiesa, gli imperatori avevano anche un giusto interesse politico a non vedersi frazionare in molteplici scismi ed eresie l’unità della Chiesa e quindi anche la coesione sociale e culturale degli immensi territori da loro governati.
In seguito, invece, proprio l’interferenza degli Imperatori, come poi pure dei sovrani locali, contribuì non poco a promuovere eresie e provocare scismi e separazioni dalla Chiesa Cattolica (come abbiamo già sopra ricordato).
[Tali gravi interferenze e disastrosi condizionamenti esplosero poi in tutto il loro vigore, diventando eclatanti e tragici, nella modernità post-medievale (vedi), con le sue rivoluzioni (vedi quella francese e vedi quella russa), ma già con la cosiddetta Riforma protestante (vedi) e con la sedicente “Chiesa anglicana” (vedi), fino ad arrivare, nel sec. XIX, al Risorgimento italiano, che coinvolse addirittura la stessa Roma e il Papato (vedi, vedi)]
Dunque, almeno fino al sec. IX, non ci furono particolari problemi tra Roma e Costantinopoli, cioè tra il Patriarcato di Bisanzio e quello di Roma (e quindi col Papa stesso). Anche da parte di quello storico e potente Patriarcato d’Oriente si riconosceva apertamente il “primato” del Papa e a lui si ricorreva per risolvere le controversie non solo ecclesiastiche ma talora persino civili.
Ad esempio, nel Concilio di Calcedonia, il Papa Leone Magno, che non poté essere fisicamente presente, inviò al Patriarca di Costantinopoli un importante testo dottrinale (il cosiddetto “Tomo a Flaviano”), che venne letto al Concilio; al che tutti i Vescovi presenti, in maggioranza orientali, acclamarono unanimemente: “Pietro ha parlato per bocca di Leone”. E quando “Roma locuta est” la questione risulta praticamente autorevolmente risolta!
“Roma locuta est” significa letteralmente “Roma ha parlato” e viene usata, persino proverbialmente, per indicare che una questione controversa è stata definitivamente risolta dalla massima autorità competente. La frase completa è “Roma locuta, causa finita est” (“Roma ha parlato, il caso è chiuso”) ed è attribuita a Sant’Agostino per la sua reazione alla condanna dell’eresia pelagiana da parte di Papa Innocenzo I nel 417.
Risulta dunque chiaro come nel primo millennio cristiano, che ha visto l’espandersi meraviglioso e miracoloso della fede cristiana in tutto il mondo antico, fino a costituire specie in Occidente l’intera civiltà medievale (vedi il dossier), la Chiesa, nonostante appunto la questione delle chiese eretiche e scismatiche non-calcedoniane (cioè monofisite), era sostanzialmente “una, santa, cattolica e apostolica “ (come recita appunto il Credo niceno-costantinopolitano, così dal sec. IV), nonostante il lecito fiorire di diverse tradizioni e riti.
Le questioni storiche
Come abbiamo già ricordato, nella storia molti importanti eventi sociali e culturali o questioni politiche sono spesso intervenuti, anche pesantemente (o subdolamente), nella vita della Chiesa, fino a condizionarne non poco il cammino e la compagine. Anche la Chiesa attuale non è certo esente da tali pressioni di potere o culturali, tanto più insidiosi quanto più sono subdoli, in grado però di incidere fortemente, anche se spesso in modo apparentemente indolore o inconscio, sulla stessa opinione pubblica o nella cultura dominante.
Soffermiamo allora ancora un poco la nostra attenzione sul quadro culturale e geopolitico che ha influito certamente sulla vita della Chiesa, prima e dopo il mille, fino a portare appunto allo stesso “Scisma d’Oriente” del 1054 e alla separazione/nascita della “Chiesa Ortodossa”, con tutto ciò che ne è seguito e che perdura purtroppo fino ad oggi.
Intanto, com’è noto, il glorioso e potente Impero Romano nel 395 (alla morte dell’imperatore Teodosio I), si spaccò in due parti: Impero d’Oriente e Impero d’Occidente. L’Impero d’Occidente ebbe vita breve e cadde definitivamente nel 476, anche sotto la pressione dei popoli barbari; mentre l’Impero d’Oriente (o Impero bizantino), con capitale Costantinopoli, sopravvisse invece ancora per quasi mille anni, fino al 1453.
Quando nel 476 crollò l’Impero Romano d’Occidente, qualcuno in Oriente pensò che, essendo tramontata definitivamente la gloria di Roma, Costantinopoli (Bisanzio e l’Impero Romano d’Oriente) dovesse prenderne l’eredità, come nuova Roma. Ciò poteva condizionare appunto anche la consapevolezza del Primato del Vescovo di Roma (il Papa), a tal punto che c’era perfino chi osava pensare che il Primato dovesse a quel punto passare al Patriarcato di Costantinopoli, città già considerata “seconda Roma” e che godeva peraltro di una sorta di ruolo guida, se non di primato, per molte Chiese d’Oriente (sì definì persino “Patriarcato ecumenico”; e tuttora si autodefinisce tale).
In realtà si trattava di una pretesa inconsistente, non solo perché Pietro è morto martire come primo Vescovo di Roma (e non di Costantinopoli) e ivi è sepolto, ma soprattutto perché, se era crollata la Roma imperiale (e tutto l’Impero Romano d’Occidente), non era certo crollata la Chiesa di Roma (e il Papato), che anzi nei secoli successivi assunse addirittura il ruolo di guida, persino di supplenza alla mancata guida politica, per l’Italia e ampi settori del continente europeo, persino appunto dal punto di vista sociale e politico (vedi il dossier sul Medioevo). Si pensi in tal senso pure al costituirsi in Italia dello stesso “Stato Pontificio” (vedi): un caso pressoché unico nella storia mondiale, anche per come s’è costituito, appunto non per conquiste militari (anche se poi fu legittimamente difeso anche con le armi), ma di fatto per donazioni e affidamento ai Vescovi e al Papa stesso non solo di molte città e territori, ma delle redini anche della vita civile, altrimenti ormai allo sbando. [Non si è trattato però, come qualcuno potrebbe pensare, della instaurazione di una sorta di “teocrazia”, anche se il Papa divenne effettivamente anche Capo di Stato (anzi lo è tuttora, visto che dal 1929 è “monarca assoluto” dello Stato della Città del Vaticano, con tutto quel che ne consegue anche a livello di Diplomazia internazionale). Semmai la volontà di instaurare una vera e propria “teocrazia” è invece presente in non poche religioni, a cominciare dall’Islam].
Quando poi nel sec. VII sorse l’Islam, occupando subito militarmente (da parte di Maometto stesso) la penisola araba, immediatamente i Musulmani si spinsero a conquistare con le armi tutto il Medio Oriente (Terra Santa compresa) e il nord-Africa, fino poi ad attanagliare l’ex-Impero Romano sia da oriente (Turchia e Balcani) che da Occidente (penisola iberica), così da costituire una gravissima minaccia per la civiltà cristiana (vedi nell’apposito Dossier).
Come sia stata possibile questa immediata e immensa espansione dell’Islam, rimane un mistero. Certo, oltre alle loro capacità belliche, spesso violentissime, c’è chi osserva come trovò terreno facile non solo nell’indebolimento dell’Impero Romano ma anche nelle eresie (specie quella ariana) e nelle divisioni poi emergenti nella stessa cristianità anche in Oriente.
Se a tale invasione musulmana si cercò di far fronte anche militarmente [si pensi soprattutto, ma non solo, alle Crociate (vedi, vedi)], mentre tale minaccioso pericolo comune avrebbe dovuto ricompattare ulteriormente l’unità dei cristiani, paradossalmente invece giunse talora a vederli persino in lotta tra loro. Si pensi in tal senso a quanto avvenne purtroppo nella IV Crociata (1203), con l’attacco dei Crociati (occidentali), soprattutto su pressione di Venezia e contro il parere del Papa (Innocenzo III), contro la stessa Costantinopoli. Una ferita che non fu certo dimenticata e che contribuì certamente a mantenere se non aumentare il doloroso solco già creatosi tra Roma (Chiesa Cattolica) e Costantinopoli (Chiesa Ortodossa).
Dal sec. VII le comunicazioni tra Roma e Bisanzio divennero più difficili anche fisicamente: nelle “vie di terra” (Balcani) si interposero nuovi popoli e poi gli stessi musulmani, che con le loro scorrerie (i Saraceni) resero spesso più pericolose anche le “vie di mare”. Anche questo contribuì a separare sempre più i due mondi (Costantinopoli e Roma), sia pur appartenenti alla stessa Cristianità.
Anche riguardo alla lingua comunemente usata, in Oriente si abbandonò sempre più il latino per tornare al greco. Anche questo creò difficoltà, talora persino teologiche. Se infatti già in greco era talora assai difficile trovare i termini giusti per esprimere meglio “il mistero”, pensiamo appunto al difficile compito dei Concili nel precisare meglio e risolvere le controversie “cristologiche” e “trinitarie”, il doverli poi tradurre in latino (sempre meno conosciuto in Oriente come del resto il greco in Occidente) creava ulteriori difficoltà e possibilità di malintesi. Ci furono persino dei Papi che, non conoscendo il greco, caddero in alcuni equivoci (non si trattava di eresie, come oggi si sente invece talora affermare).
Si veda in tal senso la questione del Papa Onorio I (625-638), che fu persino considerato eretico (“monotelismo”, eresia poi condannata dal III Concilio di Costantinopoli del 680), ma in realtà fu perché non aveva compreso bene, non conoscendo il greco, le parole che stavano appunto ad indicare esattamente il rapporto tra le due volontà, umana e divina, in Cristo (perché su questo verteva la questione teologica dibattuta). Pare che poi, reso meglio edotto in merito, non proseguì affatto, come si dice, in una posizione eretica, che peraltro costituirebbe un enorme problema proprio in riferimento al Papato, che in questo compito di guida (Magistero) è sostenuto, come sappiamo, da una particolare assistenza dello Spirito Santo!
Come vediamo ancor oggi, tanto più che è concesso l’uso delle lingue moderne persino nella Liturgia oltre che per la Bibbia, quella delle corrette traduzioni non è un problema di poco conto, con riflessi sulla fede stessa! La prima traduzione ufficiale della Bibbia in lingua latina fu quella compiuta da San Girolamo (la cosiddetta Vulgata), che dal 382 tradusse la Bibbia direttamente dai testi originali ebraico e greco: un’opera immensa e decisiva per la Chiesa latina, voluta e confermata autorevolmente da Papa Damaso I. Fu un lavoro fondamentale per la diffusione della Bibbia nel mondo cristiano occidentale; ed è rimasta la versione ufficiale latina e, come tale, punto di riferimento non solo per tutta l’elaborazione teologica latina ma anche come base autorevole per la traduzione in tutte le lingue moderne e attuali [in proposito si potrebbero verificare certi errori, peraltro commessi anche di recente nella nuova traduzione in lingua italiana, addirittura per la preghiera del “Padre nostro” (vedi); sull’attuale traduzione italiana della Bibbia o nella Liturgia, che talora crea non pochi problemi, vedi l’Appendice nella News “Bibbia e cultura”].
Nel primo millennio cristiano ci fu poi la questione della presenza di diversi popoli, etnie e culture (si pensi, tanto per rimanere nei Balcani o nell’intera Europa orientale, alla presenza dei Bulgari, dei Rumeni e degli Slavi), come degli imponenti movimenti di popoli migratori o comunque mossi alla conquista del continente europeo, specie quelli inizialmente definiti “barbari”, ma anche quelli come i Vichinghi o i Normanni (che si spinsero fino al sud d’Italia, che invece aveva risentito persino della civiltà bizantina). Nonostante questa compresenza di popoli, lingue e culture diverse, la fede cristiana riuscì ad armonizzarle e ricondurle in unità, nel rispetto se non promozione delle lecite differenze, sensibilità spirituali, artistiche e liturgiche, fornendo così le basi della stessa civiltà europea e cristiana (vedi il dossier sul Medioevo). Nonostante ciò, anche l’evangelizzazione di questi nuovi popoli, specie nei Balcani, sollevò non pochi problemi e persino aspri attriti tra Costantinopoli e Roma (si pensi, come vedremo, alla questione dei Bulgari).
Quando poi l’Occidente cercò di ricompattarsi anche politicamente in unità, un’unità plasmata dalla fede e dalla Chiesa cattolica – si pensi a Carlo Magno (800) e al costituirsi del nuovo Sacro Romano Impero – ciò creò certamente in Oriente preoccupazione e sospetti. Qualcuno a Costantinopoli giunse persino a chiedersi che bisogno ci fosse di proclamare un nuovo Imperatore, se questo c’era già ed era a Costantinopoli!
La vicinanza se non alleanza tra Papato (già con Stefano I) e i Franchi (già con Pipino), nel 754, aveva già destato preoccupazioni in Oriente, come se la Chiesa Cattolica diventasse troppo “occidentale” e sempre più lontana dalle Chiese d’Oriente.
Il nuovo immenso potere occidentale, in cui si completavano reciprocamente potere secolare (Imperatore) e spirituale (Papato ed Episcopato), e che tanto fu determinante per la formazione della civiltà europea specie occidentale (vedi appunto il dossier su Medioevo), venne persino inteso in Oriente come una sorta di minaccia al potere di Costantinopoli e dell’Imperio Romano d’Oriente, se non persino alla sua Chiesa.
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Sorse poi, all’interno stesso della Chiesa bizantina, una questione, con valenze non solo storiche ma teologiche, che costituì per oltre 100 anni (725-843) una dolorosa spaccatura, anche politica, all’interno appunto della stessa Chiesa d’Oriente: si tratta della cosiddetta eresia “iconoclasta”. Onde evitare il pericolo di ricadute nel mondo pagano e persino superstizioso o comunque idolatrico, con il timore che si arrivasse addirittura ad “adorare” le stesse immagini sacre, tale eresia giunse a proibire drasticamente qualsiasi immagine sacra e a distruggere quelle esistenti (che peraltro erano un patrimonio spirituale e artistico di immensa portata). Ciò risulta particolarmente paradossale proprio in Oriente, dove appunto l’arte bizantina rifiorisce meravigliosamente di immagini sacre di altissimo livello religioso ed artistico (si pensi appunto alle icone). La meravigliosa fioritura del monachesimo orientale non poteva poi privarsi di tale patrimonio religioso, ascetico e artistico.
Essendo intervenuti nella disputa anche alcuni Imperatori (in genere a favore dell’iconoclastia), la questione ebbe il suo peso anche politico, tanto da coinvolgere il rapporto con Roma (il Papa). Si trattava peraltro di questione dallo spessore anche teologico non secondario: se l’adorazione delle immagini sacre era certamente un grave peccato contro il 1° Comandamento, l’uso invece delle immagini sacre, anche da venerare, specie come aiuto nella preghiera e nella meditazione, era più che lecito; in fondo era una conseguenza stessa del mistero dell’Incarnazione, cioè del Verbo fatto “carne”.
La controversia nella seconda metà del sec. IX coinvolse i Patriarchi di Costantinopoli (ad esempio Ignazio contro Fozio, e viceversa) e imperatori (v. Michele III e Leone III, iconoclasta).
Era comunque evidente che il Papa avesse ancora non solo voce in capitolo nel Patriarcato di Costantinopoli ma fosse comunque il punto di riferimento persino dell’Impero Romano d’Oriente. La riprova di ciò è testimoniata anche dal fatto che l’Imperatore Michele, per dirimere ed avere una risposta autorevole sulla questione delle immagini sacre (eresia iconoclasta), che rischiava appunto di spaccare lo stesso Oriente cristiano, indisse un Concilio e chiese al Papa di inviare dei suoi Legati pontifici per pronunciarsi definitivamente sulla questione. E fu proprio l’intervento pontificio a chiarire teologicamente e definitivamente la questione (non si tratta di adorare le immagini, semmai di venerarle, proprio per il rimando visivo e mistico a ciò che esse rappresentano) e il loro culto venne definitivamente ristabilito nell’843. Roma locuta est!
Proprio la Chiesa d’Oriente conobbe uno stupefacente manifestarsi dell’arte sacra. Imponente e meraviglioso fu il rifiorire della pittura sacra, con magnifiche storiche chiese, affrescate interamente sia all’interno (oltre alle celebri “iconostasi” che ne delimitano l’area più sacra) che all’esterno (nonostante il clima non certo favorevole), e soprattutto alla sorprendente fioritura di straordinarie e innumerevoli icone, dai tratti davvero mistici e soprannaturali (oggi divenute celebri anche in Occidente)! I monasteri orientali videro poi il trionfo di questa stupefacente arte sacra; pensiamo ad esempio al caso degli esclusivi monasteri del Monte Athos (un caso unico al mondo, anche per i riconosciuti diritti, che lo fanno tuttora essere, pur in territorio greco, una vera e propria teocrazia). Quando poi, secondo la tradizione bizantina e ortodossa, tale arte sacra (specie le icone) si trasferì in Russia, essa conobbe una stupefacente fecondità artistica e religiosa.
Gli attriti sorti già nella seconda metà del sec. IX
Già nella seconda metà dell’800 emersero degli attriti non tanto tra Costantinopoli e Roma, quanto all’interno dello stesso Patriarcato bizantino.
Questi attriti erano causati soprattutto da questioni storiche di potere, di natura cioè non teologica ma politica, se non addirittura per orgogli e risentimenti personali. Tali scontri si riscontravano all’interno stesso di Costantinopoli, tra i diversi Patriarchi che si succedevano e soprattutto nei confronti dei diversi Imperatori che salivano al governo dell’Impero Romano d’Oriente.
Interessante però notare come ancora in quel frangente storico si facesse comunque riferimento, persino da parte dell’Imperatore bizantino, al Papa (di Roma), per dirimere e trovare soluzione anche ai problemi interni (sociali, politici e religiosi) del Patriarcato e persino dell’Impero, riguardo ad esempio su quali fossero le legittime “successioni” al trono. Però, anche questo intromettersi del Papa in questioni interne, persino politiche, di Costantinopoli, pur richiesto dagli stessi interessati, provocava poi dissensi e lotte intestine, con prese di posizione favorevoli o contrarie al Papa, alle sue decisioni e al suo governo universale. E se sorgevano dissensi col Papa, peraltro appunto non su questioni teologiche, comunque tutto poi ancora si risolveva, senza giungere all’irreparabile, come invece avvenne nel 1054.
Per comprendere quanto purtroppo tragicamente avvenne col cosiddetto “Scisma d’Oriente” sarebbe interessante e perfino doveroso conoscere questi antefatti, che a ben vedere erano crisi interne allo stesso mondo e potere bizantino, ma che poi coinvolse, persino loro malgrado, il potere e il “primato “ (non solo onorifico ma di giurisdizione) dei Papi. A tali crisi, per sé causate da penose lotte intestine allo stesso Patriarcato di Costantinopoli, persino al di là delle certo forti interferenze e intromissioni dell’Imperatore, si diede poi anche qualche connotato teologico, per sé di scarso spessore dottrinale. Questo avvenne, a ben vedere, persino con ciò che portò poi al grande “Scisma” del 1054, che decretò la totale rottura tra Chiesa Ortodossa e Chiesa Cattolica.
Qui non possiamo certo analizzare nei particolari quali fossero questi antefatti della crisi che già si poterono riscontrare nella seconda metà del sec. IX e all’interno stesso del Patriarcato di Costantinopoli. Vi diamo solo un rapido sguardo.
La lotta tra due Patriarchi di Costantinopoli e le interferenze degli Imperatori
Nell’847 fu nominato Patriarca di Costantinopoli Ignazio, che era peraltro figlio ancora giovane dell’Imperatore Michele. Alcuni vescovi locali, inerenti al Patriarcato, si opposero risolutamente a tale nomina, anche per motivi politici. La controversia si inasprì a tal punto che nell’858 il Patriarca Ignazio fu di fatto costretto ad abdicare in favore del Patriarca Fozio, che godeva comunque dell’appoggio dell’Imperatore. Tra Ignazio e Fozio la lotta continuò, aspra e lunga. Il neo-Patriarca Fozio, come si era soliti fare, si affrettò a comunicare al Papa la notizia della sua nomina. Ciò testimonia la persistenza della consapevolezza del primato di Pietro, cioè del Papa, anche sull’Oriente! [Che le nomine vescovili non fossero sempre fatte direttamente dal Papa, come è oggi in genere la prassi, ma semmai da lui approvate, magari tra una triade di candidati, è un privilegio di cui ancor oggi godono persino alcune diocesi cattoliche].
I fautori dei due Patriarchi, che giunsero persino a scomunicarsi a vicenda, provocarono una profonda divisione interna alla stessa Chiesa bizantina, una divisione causata appunto più da motivi politici che spirituali. Il Patriarcato di Fozio durò però pochi mesi, perché, come spesso avveniva nell’Impero bizantino, al cambiamento dell’Imperatore (nell’867 a Michele successe Basilio I il Macedone) corrispondeva pure il cambiamento del Patriarca. Infatti Basilio costrinse Fozio ad abdicare; e ciò pare che contribuì a migliorare pure le relazioni tra l’Imperatore e il Papa.
Fozio comunque non si arrese e persino di fronte alla scomunica inflittagli addirittura durante l’8° Concilio ecumenico, tenuto a Costantinopoli (869-870) con tanto di presenza di legati pontifici, continuò la sua lotta contro Ignazio, da lui considerato Patriarca illegittimo.
Papa Niccolò I (858-867), che era venuto a conoscenza degli intrighi di potere che soggiacevano a tali nomine e lotte tra Patriarchi, inviò a Costantinopoli due suoi Legati (pure sollecitando peraltro l’Imperatore a restituire dei diritti e possedimenti che il suo predecessore, l’imperatore Leone III, aveva confiscati alla Chiesa di Roma). Tali Legati pontifici, persino al di là dei poteri decisionali conferiti loro dal Papa, confermarono la deposizione del Patriarca Ignazio a favore di Fozio. Però Ignazio si rivolse direttamente al Papa e ottenne paradossalmente la sua conferma come Patriarca, destituendo Fozio (che era appoggiato dall’Imperatore) [si tenga pure presente che, come abbiamo già ricordato, le comunicazioni tra Roma e Costantinopoli non erano certo rapide, tanto più dopo la presenza ingombrante e minacciosa, sia via terra che via mare, dei musulmani].
Fozio passò allora ad una lotta aperta contro il Papa. Per attuare il suo attacco contro il Papa, Fozio sfruttò pure il malcontento sorto in Oriente dopo l’evangelizzazione dei Bulgari da parte di Roma. In tale contesto, non certo esemplare dal punto di vista della testimonianza cristiana, emerse però che, pur in modo chiaramente pretestuoso, si introducevano pure delle questioni teologiche, specie liturgiche, peraltro di assai secondaria importanza (il digiuno del sabato, l’uso dei latticini nella prima settimana di Quaresima, l’obbligo del celibato dei sacerdoti, il non riconoscimento della Cresima amministrata dai preti greci); per la prima volta emerse pure la questione dell’aggiunta (al Credo di Nicea) del “Filioque” nella processione trinitaria dello Spirito Santo (aggiunta peraltro non ancora comune persino nella Chiesa latina). Pare invece storicamente falso che Fozio fosse fautore dell’idea che, dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente e il trasferimento della sede imperiale a Costantinopoli, anche il primato di Pietro dovesse passare al Patriarca di Costantinopoli.
Sulla scorta di questi deplorevoli giochi di potere all’interno dello stesso Patriarcato di Bisanzio, si giunse così nell’867 ad un primo triste epilogo, quando venne convocato a Costantinopoli, alla presenza della corte imperiale, un Sinodo che si spinse addirittura, senza averne alcun diritto, a scomunicare e deporre il Papa Niccolò I, peraltro un papa canonizzato e dunque Santo, quale «eretico e devastatore della vigna del Signore»!
Anche se il Papa morì (867) prima ancora d’essere informato di questa terribile decisione del Patriarcato di Costantinopoli (peraltro non da parte degli altri Patriarcati d’Oriente, forse nemmeno informati di ciò), evidentemente s’era consumata una crisi gravissima tra le due Chiese (Costantinopoli e Roma)! Quasi tutto l’Occidente europeo si mise dalla parte del Papa, respingendo con veemenza, anche con appositi scritti, questi attacchi ricevuti da parte di coloro che spesso venivano chiamati semplicemente i “Greci”.
Fu però una rottura provvisoria e una ferita presto rimarginata.
Dopo la morte di Ignazio (877 o 878) Fozio ritornò per la seconda volta sul trono patriarcale di Costantinopoli, godendo comunque anch’egli della stima dell’Imperatore (che gli aveva addirittura affidata l’educazione dei figli).
Ancora una volta, però, il nuovo Imperatore Leone VI, per antipatia personale e per motivi di politica interna, lo depose subito dopo la sua intronizzazione, e conferì la dignità patriarcale addirittura al proprio fratello ancora sedicenne (!), il principe Stefano. Fozio, relegato in un monastero, morì verso l’anno 892.
Le zone di influenza di Costantinopoli e di Roma
A queste oscure e tristi vicende, dove si intrecciano più lotte di potere, appoggi o rifiuti imperiali e persino antipatie e orgogli personali, che questioni teologiche o ecclesiali, si aggiunse pure, a rendere tesi i rapporto con Roma, la questione delle diverse influenze, latina o bizantina, sui nuovi popoli evangelizzati che venivano a comporre l’Europa, specie centrale ed orientale.
In particolare, l’evangelizzazione dei Bulgari (866), inizialmente ancorati alla Chiesa di Roma, fu vista con fastidio da Costantinopoli. Anche l’evangelizzazione di altri popoli slavi, ad opera dei Santi Cirillo e Metodio, venuti dall’Oriente ma saldamente legati a Roma (vedi l’enciclica Slavorum Apostoli di Giovanni Paolo II, peraltro primo Papa slavo della storia; vedi pure la relativa catechesi di Benedetto XVI), fu vista con disappunto da Costantinopoli. Anche la Romania, unico Paese dell’Europa orientale storicamente e persino linguisticamente legato a Roma, divenne terreno di contesa tra la Chiesa latina, cui era originariamente più legata, e il Patriarcato bizantino (così che ancor oggi se ne notano le due anime, cattolica od ortodossa). Quando poi ci fu il cosiddetto Battesimo della Rus’, da parte di Vladimir I di Kiev (988), tutto l’immenso territorio russo (europeo) fu immediatamente sotto l’influsso di Bisanzio e tale rimase (fino ad oggi) anche dopo lo scisma del 1054, anzi assumendo Mosca il ruolo di “Terza Roma” e con un Patriarcato (detto “di Mosca e di tutte le Russie”) che si contende l’importanza e persino la priorità con quello di Costantinopoli (fino a consumare, come vedremo, un nuovo scisma persino recentissimamente, nel 2018).
Nel clima torbido che avvolgeva il Patriarcato di Costantinopoli già nella seconda metà del sec. IX, cui sopra s’è fatto breve cenno, e che vedeva la non certo ammirevole lotta di Patriarchi in lotta tra loro e scomunicantesi a vicenda, con riverberi che venivano poi a coinvolgere anche Roma (Papato), anche la questione della nuova Chiesa dei Bulgari , cui abbiamo sopra fatto cenno, costituiva un elemento di contrasto che contribuirà persino al futuro “Scisma d’Oriente” del 1054. La rottura (anche se ancora provvisoria) provocata già dal Sinodo convocato a Costantinopoli nell’867, implicò infatti anche la questione dei Bulgari. Nonostante le energiche proteste dei Legati pontifici, tale Sinodo riuscì a far annettere le nuove Chiese bulgare al Patriarcato di Costantinopoli; e quando ancora Papa Giovanni VIII (872-882) sollecitò Ignazio, con inutili ammonimenti e perfino con la minaccia di scomunica e di deposizione, a restituire la Chiesa di Bulgaria a Roma, tutto fu comunque inutile. Anche al tempo del grande scisma (1054) il Patriarca di Costantinopoli Michele (Cerulario), al fine proprio di esasperare il rapporto col Papa e giungere alla rottura con Roma, spinse il capo delle Chiese bulgare (Leone d’Orchida) a scrivere a Roma una lettera polemica e ingiuriosa, col pretesto di opporsi alle pratiche liturgiche latine.
Dopo lo scisma del 1054, ma sempre nel sec. XI, ci fu poi l’incredibile discesa dei Normanni dall’Europa settentrionale fino all’Italia meridionale, dove peraltro era stato forte, oltre persino all’influenza araba, l’influsso anche artistico e liturgico di Bisanzio. Nel 1043 i Normanni avevano già combattuto e sconfitto i Bizantini a Melfi e quando completarono la conquista della Sicilia, tra il 1061 e il 1091, decretarono la fine della pur feconda presenza bizantina nell’isola. Infine, con Ruggero II (1130) i Normanni unificarono tutti i loro possedimenti nel “Regno di Sicilia”, dando peraltro inizio ad un periodo particolarmente florido per l’Italia meridionale.
Anche questo accrebbe a Costantinopoli il timore o l’impressione che Roma, cioè il Papa, divenisse sempre più il vero punto di riferimento spirituale, se non addirittura politico, dell’Occidente europeo, in antagonismo con l’Oriente bizantino, cioè con Costantinopoli.
Il Papa non nascondeva peraltro la sua volontà di unificare nel rito latino anche quelle chiese, specie del sud d’Italia, che erano di rito bizantino (e ci sono tuttora, specie in Calabria, chiese cattoliche di rito bizantino!). Del resto anche il Patriarca di Costantinopoli voleva che tutte le Chiese latine, presenti anche nel suo Patriarcato, si conformassero alle usanze e riti greci.
Anche questo contribuì certamente ad inasprire ulteriormente gli animi degli orientali (Ortodossi), contribuendo a costituire sempre più in loro sentimenti antiromani e anti-occidentali (quindi anti-papali e anti-cattolici).
Lo Scisma d’Oriente
e la separazione o nascita della Chiesa Ortodossa
La triste e drammatica vicenda del cosiddetto Scisma d’Oriente (1054), con la nascita della Chiesa Ortodossa (o, se vogliamo, il suo distaccarsi definitivo dalla Chiesa Cattolica), non ha in sé gravi motivazioni teologiche o dottrinali. Si tratta infatti, come abbiamo già ricordato, più di uno “scisma” che del sorgere di una grave “eresia” (come sarà invece nel sec. XVI con le Chiese Protestanti). A ben vedere non si tratta neppure di ragioni che oggi definiremmo “pastorali” e neppure semplicemente di “governo” della Chiesa. Come vedremo, in senso proprio non viene neppure negato il principio del “Primato petrino” (il ruolo di Pietro e quindi del Papa nella Chiesa universale), che è la questione principale dello scisma, ma semmai la modalità del suo esercizio (un Primato di giurisdizione o solo onorifico?). Se andiamo ad analizzare le reali caratteristiche e condizioni temporali che hanno scatenato quello scisma – e forse al momento nessuno si immaginava le proporzioni storiche che avrebbe assunto, a tal punto che lo vediamo tristemente persistere anche al giorno d’oggi – si potrebbe persino cinicamente osservare che si trattò, come anche molti storici autorevolmente sottolineano, di intrighi e lotte di potere, non solo tra Costantinopoli (dove persisteva ancora l’Impero) e Roma (dove era nato il nuovo Sacro Romano Impero), ma all’interno dello stesso Impero Romano d’Oriente e addirittura dello stesso Patriarcato di Costantinopoli (i cui prodromi abbiamo visto emergere già nel sec. IX); intrighi e lotte riguardo soprattutto a chi dovesse essere l’Imperatore ma anche lo stesso Patriarca. Dentro questo fosco quadro, si inserì la questione di Roma e del Papato e si cercarono, in realtà più come pretesto che come vera causa, anche questioni teologiche (per sé appunto non di particolare rilievo), liturgiche (tradizioni che potevano benissimo convivere e arricchirsi vicendevolmente), ecclesiali (quale Patriarcato dovesse assumere un ruolo guida sugli altri) e missionarie (l’evangelizzazione e le diverse aree di influenza ecclesiale dei nuovi popoli europei affacciatisi alla fede cristiana).
La vicenda storica
Nel 1043 venne eletto Patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario, uomo più incline agli affari politici che alle cose di Dio [solo 3 anni prima era stato perfino coinvolto nel complotto ordito contro l’Imperatore Michele IV]. Restò Patriarca fino al 1058. Quando divenne imperatore Costantino Monomaco, il potere del Patriarca Michele accrebbe ulteriormente. Egli ambiva essere in Oriente quello che il Papa era in Occidente. Il Papa Leone IX (eletto nel 1049, morto il 19.04.1054 e proclamato Santo assai presto), dentro il nuovo Sacro Romano Impero, tesseva nuove alleanze (ad esempio nel 1050 con Enrico III, re dei Franchi orientali). Il Patriarcato di Costantinopoli vide sempre più minacciata la sua relativa autonomia (autocefalia) da Roma. Degli altri Patriarcati orientali, pare che di fatto solo quello di Antiochia rimanesse davvero dipendente da Costantinopoli.
I rapporti tra il Patriarcato di Costantinopoli e la Chiesa latina (il Papa) divennero sempre più tesi. Il Patriarca (Michele Cerulario) si mostrava intollerante anche nei confronti dei Latini e dei Riti latini presenti nel suo Patriarcato. Ma fu soprattutto nel 1053 che fece recapitare al Papa una lettera provocatoria, che pareva fatta apposta per suscitare la reazione negativa del Papa. Tale missiva sembrava una sorta di ultimatum, intessuta persino di inutili pretesti liturgici, per sé di scarsa importanza, pur di suscitare la risposta negativa di Roma. Pareva persino una vera e propria “dichiarazione di guerra”. Dello stesso tenore, se non peggiore, fu la missiva fatta pervenire a Roma dai Bulgari (ma il loro capo, Leone d’Orchida, fu una sorta di prestanome dello stesso Patriarca Michele). Il Patriarca di Antiochia, l’unico davvero rimasto dipendente da Costantinopoli, forse presagendo il pericolo di un catastrofico scisma, tentò una mediazione, facendo osservare che di serie condizioni dottrinali non si trattava affatto, almeno tanto da giustificare una rottura con Roma!
Ad un certo punto sembrò che tra Roma e Costantinopoli si arrivasse ad un accordo. Roma accetto persino che nella liturgia latina, oltre al nome del Papa si citasse anche quello del Patriarca di Costantinopoli; la stessa cosa si impegnava a fare la liturgia bizantina, assicurando che oltre al nome del Patriarca si citasse anche quello del Papa.
Comunque, nel gennaio 1054 il Papa Leone IX inviò a Costantinopoli una sua delegazione, composta dal Cardinale Umberto (si dice purtroppo di personalità irascibile e di scarsa capacità diplomatica), dal Cancelliere Federico e dall’arcivescovo di Amalfi Pietro (storica città marinara dove peraltro a quel tempo era sepolto l’Apostolo S. Andrea, prima che le sue spoglie fossero trasferite a Costantinopoli nel 1208), al fine di analizzare di persona le questioni. I tre ambasciatori furono perfino accolti benevolmente dall’Imperatore; ma si trovarono invece subito di fronte una dura opposizione del Patriarca (Michele Cerulario). Comunque, mentre tale delegazione stava per raggiungere Costantinopoli, il 19.04.1054 il Papa morì. La delegazione pontificia, con la morte del Papa, avrebbe peraltro dovuto perdere la propria autorità canonica. Essa invece non solo giunse a Costantinopoli, ma di fronte ad un atteggiamento chiuso e polemico del Patriarca, il Cardinale Umberto si irrigidì e il 16.07.1054 giunse addirittura a deporre sull’altare della cattedrale (la celeberrima Santa Sofia) un atto di scomunica (non si capisce peraltro di quale valore canonico, visto che appunto nel frattempo il Papa era già deceduto). Immediatamente il Patriarca fece la stessa cosa (dichiarazione di scomunica) contro il legato del Papa. Forse nessuno, da entrambe le parti, immaginava cosa avrebbero provocato nella Chiesa e nella storia quei due atti di scomunica del 16.07.1054. A ben vedere, non si trattava comunque, da parte di Roma, di una scomunica contro l’intero Patriarcato o addirittura contro tutte le Chiese d’Oriente (tanto più che il Patriarca di Antiochia si dissociò da tale atto del Patriarca di Costantinopoli), né, da parte di Costantinopoli, della completa rottura contro il Papa o contro l’intera Chiesa Cattolica latina. Non si entrava neppure nel merito delle questioni teologiche, peraltro nessuna delle quali era comunque decisiva da considerare la controparte eretica o da provocare appunto uno scisma.
Tale atto, consumatosi il 16.07.1054 nella gloriosa cattedrale di S. Sofia a Costantinopoli, non ebbe all’inizio neppure grande riverbero sul popolo di Dio, tanto di Oriente quanto di Occidente; anzi per molto tempo la cosa non venne neppure risaputa, almeno nelle proporzioni che poi storicamente invece ha assunto. Probabilmente, anche da parte degli artefici, si pensava ad una provvisoria separazione, come altre volte era già accaduto, che sarebbe poi presto rientrata. Di fatto costituì invece il cosiddetto “Scisma d’Oriente” e la dolorosissima separazione della Chiesa d’Oriente (detta Ortodossa) da quella Cattolica. Una separazione (scisma) che perdura tutt’oggi, dopo quasi 1000 anni!
Visto appunto che in quel particolare frangente la Sede Papale era vacante (il Papa era morto e il Successore non era ancora stato eletto), ci si potrebbe persino chiedere se, anche dal punto di vista canonico, quello che avvenne nel 1054 tra Roma e Costantinopoli sia stato un vero “scisma”!
Ecco perché la “revoca” di quelle due reciproche scomuniche, prefigurate già nel primo incontro ecumenico tra Papa Paolo VI e il Patriarca Atenagora (avvenuto a Gerusalemme il 5.01.1964, vedi poi) e abolite ufficialmente da entrambe le parti alla vigilia della conclusione del Concilio Vaticano II (7.12.1965, vedi poi), fu comunque un atto importante quanto decisivo anche dal punto di vista storico, canonico e perfino liturgico (come appunto vedremo).
A dire il vero non si può neppure dire, in questo caso, che l’Imperatore bizantino fosse fautore o causa di tale divisione. Infatti, quando subito dopo il 16.07.1054 i legati pontifici si erano già imbarcati per tornare a Roma ma si trovavano ancora nelle vicinanze (nel Mare di Marmara), l’Imperatore, forse consapevole delle conseguenze che tali atti potevano avere nel tempo, come infatti avvenne, li fece richiamare con urgenza a Costantinopoli per rivedere subito la cosa da entrambe le parti. Tornarono, ma ci si accorse che l’incendio polemico era ormai scoppiato e i delegati pontifici ripartirono senza nulla concludere, anzi pareva che la situazione si inasprisse ancor più; e se ne rese conto lo stesso Imperatore.
Detto questo, dovrebbe essere già sufficientemente chiaro che l’atto concluso il 16.07.1054 (che di fatto provocò lo “Scisma d’Oriente”) non coinvolgesse nulla di così decisivo, né dal punto di vista teologico (non si trattava di eresie) né dal punto di vista canonico (in fondo non si trattava del rifiuto del Papato o del Primato petrino in quanto tale), tale da giustificare appunto uno scisma di quelle proporzioni storiche che invece ha assunto.
Fondamentalmente si trattava di un’opposizione cresciuta nel tempo e riguardante la consistenza reale del Primato petrino, come cioè dovesse essere esercitato dal successore di S. Pietro (Vescovo di Roma e Patriarca d’Occidente) su tutta la Chiesa universale. Da parte di Costantinopoli, tale “Primato” reale e non solo onorifico fu pian piano considerato una pretesa per motivi politici (Roma, specie dopo Carlo Magno, significava ormai un nuovo Impero d’Occidente); del resto lo stesso condizionamento politico riguardava pure Costantinopoli e l’Impero Romano d’Oriente. Si tenga poi presente che, mentre gran parte dell’Europa occidentale (ma si veda pure la missione nei confronti dei popoli slavi) ruotava ovviamente attorno a Roma, la priorità del Patriarcato di Costantinopoli era quasi indiscussa appunto in tutto l’Oriente e si estendeva pure nei Balcani e in tutta l’area del Mar Nero, compresa la Crimea. Alla Chiesa d’Oriente si aprivano poi ormai le porte della neoconvertita Russia. La questione delle diverse influenze, orientale od occidentale, riguardò pure, come abbiamo visto, la stessa Italia, dove l’influenza bizantina era diventata preponderante in ampi territori meridionali e soprattutto in Sicilia; ma come abbiamo visto, pure l’avanzata dei Normanni (certamente non ostacolata da Roma) poneva fortemente in crisi tale presenza dell’Oriente nei territori italiani che la storia aveva già visto appartenere alla Magna Grecia.
Secondo l’autorevole storico medievalista Franco Cardini, allo Scisma d’Oriente contribuì una differenza fondamentale tra il Patriarcato d’Oriente, cioè Costantinopoli (di fondamentale importanza storica ma senza una reale potere sugli altri Patriarcati orientali) e Roma (il Papa, che è anche Patriarca d’Occidente, in quanto successore di S. Pietro, che è invece la guida della Chiesa universale). Inoltre in Occidente, dopo il crollo di Roma e il disfacimento dell’Impero, situazione ulteriormente aggravata dalla discesa dei Barbari, la Chiesa latina era pure diventata l’unico punto di riferimento anche dal punto di vista della organizzazione sociale; per cui, «tra il V e il IX secolo i vescovi stessi dovettero sempre più spesso assumere anche funzioni di governo, incluse quelle militari»; ma con l’ascesa di Carlo Magno e il costituirsi del nuovo Sacro Romano Impero, il ruolo del Papa, riconosciuto e sostenuto dallo stesso Imperatore, accrebbe enormemente di importanza, anche dal punto di vista sociale e politico (fino al costituirsi poi dello stesso Stato Pontificio). In Oriente invece, più che al Patriarca, il ruolo di guida suprema spettava all’Imperatore. In realtà, però, il Patriarcato di Costantinopoli si considerava superiore alle altre tre principali sedi patriarcali (Antiochia, Alessandria, Gerusalemme), fino ad arrogarsi arbitrariamente il titolo “Patriarcato ecumenico”, tuttora usato [tale titolo venne usato per la prima volta da Giovanni IV nel sec. VI, persino tra le proteste degli altri Patriarcati storici. Il Patriarca di Costantinopoli giunse persino a nominare i Patriarchi greci], in quanto Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’oriente, si considerava ormai la “nuova Roma”!
A ben vedere, questa divisione tra Oriente e Occidente cristiano, oltre che dolorosa dal punto di vista religioso e della stessa civiltà europea, fu perfino ‘stolta’ dal punto di vista politico. Infatti, come abbiamo già ricordato, la civiltà cristiana era interamente sotto attacco già dal sec. VII, in quanto continuava a subire una grande comune minaccia; aveva cioè di fatto un grande nemico comune, che aveva tutta l’intenzione di distruggere la religione e la civiltà cristiana: l’Islam (vedi).
Le questioni teologiche
Come abbiamo già potuto osservare, la triste vicenda del cosiddetto “Scisma d’Oriente” (1054), che vide il sorgere della Chiesa Ortodossa, nel proprio definitivo distaccatasi dal Papa e dall’intera Chiesa Cattolica, a ben vedere aveva (ed ha) ben poco di teologico, dottrinale o spirituale, ma si trattò fondamentalmente di questioni di natura politica, se non di orgoglio di parte, mosse nel tentativo di avere il predominio sull’intero mondo medievale, specie europeo. In fondo l’Europa stessa cessava di respirare, secondo una già menzionata e celebre espressione di Giovanni Paolo II (primo Papa slavo della storia), “con due polmoni”, cioè secondo feconde tradizioni (orientali e occidentali) che potevano facilmente convivere, perfino completarsi e fecondarsi a vicenda.
Come abbiamo già accennato, e come ora vedremo meglio, le questioni teologiche, che in sé non sono di particolare rilievo e sarebbero ancor oggi abbastanza facilmente risolvibili, non sono state nel 1054 che un pretesto, una sorta di corredo per giustificare una spaccatura che era appunto di ben altra natura.
La Chiesa Ortodossa, che se ne ammettessimo comunque l’esistenza nel primo millennio cristiano (essendo comunque “apostolica”) essa verrebbe comunque pressoché a coincidere con la Chiesa Cattolica, riconosce infatti i primi 7 Concili ecumenici, che sono stati fondamentali per definire l’autentica fede cristologica (doppia natura di Cristo) e trinitaria (Tre persone, un unico Dio): il 1° Concilio di Nicea (325), il 1° Concilio di Costantinopoli (381), il 1° Concilio di Efeso (431), quello di Calcedonia (451), il 2° di Costantinopoli (553), il 3° di Costantinopoli III (680-681) e il 2° Concilio di Nicea (787).
Le questioni teologiche o dottrinali che soggiacciono allo Scisma d’Oriente non sono appunto di particolare rilievo; se si eccettua appunto la questione principale dello scisma, che riguarda la comprensione del “Primato di Pietro”, esse potrebbero essere anche facilmente superabili, dentro un sereno e fecondo dialogo ecumenico, teso a ritrovare, come auspicabile, una vera unità con la Chiesa Cattolica. Non siamo infatti di fronte alle gravissime eresie nate poi invece con la Riforma Protestante.
Il problema è pero accresciuto dal fatto che anche nella Chiesa Ortodossa non esiste una reale unità, come non esiste un’unica guida, ma ogni Patriarcato è in fondo “autocefalo”, cioè fa capo a se stesso; e anche nei confronti della Chiesa Cattolica, come vedremo, ci sono all’interno di quelle Chiese o Patriarcati anche notevoli differenze di atteggiamento e di scelte, persino a livello sacramentale.
Offriamo comunque ora una panoramica delle principali questioni teologiche, inerenti alla divisione della Chiesa Ortodossa dalla Chiesa Cattolica; cominciando appunto dalla questione teologica di massimo attrito, cioè da quella del “Primato petrino”.
Il “Primato di Pietro”
Come abbiamo osservato, nel primo millennio cristiano, quando la Chiesa che si chiamerà ortodossa era ancora in piena unità e appartenente all’unica vera Chiesa di Cristo (Cattolica), nella professione dell’unica fede anche a riguardo della Chiesa stessa (“una, santa, cattolica e apostolica”, come recita appunto il Credo niceno-costantinopolitano), era evidente, peraltro secondo le parole stesse di Cristo (cfr. Mt 16,18-19), che Pietro avesse il “primato” tra gli Apostoli e un ruolo di guida su tutta a Chiesa. Così, quando Pietro divenne il primo vescovo di Roma (che verrà chiamato Papa), fu evidente che anche i suoi “successori” sulla cattedra di Roma (i Vescovi di Roma) possedessero la stessa sua prerogativa di guida universale della Chiesa. [Significativo in proposito che persino sulla facciata della cattedrale di Roma (S. Giovanni in Laterano, edificata subito dopo l’editto di Costantino del 313) campeggi per questo la solenne iscrizione “Caput et mater omnium Ecclesiarum” (capo e madre di tutte le Chiese)]. Abbiamo del resto visto come ancora negli ultimi secoli del I Millennio fosse prassi comune, anche da parte del Patriarcato di Costantinopoli e persino dell’Imperatore d’Oriente, rivolgersi al Vescovo di Roma (Papa) per dirimere alcune importanti questioni teologiche e persino per riconoscere quali fossero gli autentici Vescovi (Patriarchi) e talora persino gli stessi sovrani.
Il nome del Papa veniva in genere menzionato pure nell’Eucaristia (come facciamo ancor oggi); e ciò non solo come espressione di un legame affettivo e di comunione ma come segno di garanzia di appartenenza all’unica vera Chiesa di Cristo. [Pare invece che già nel 1048 tale menzione del Papa non apparisse più in molte liturgie bizantine].
Tale primato di Pietro non veniva messo in discussione nemmeno quando il Patriarcato di Bisanzio (Costantinopoli) si diede, peraltro abusivamente, il titolo di “ecumenico” (titolo che conserva ancor oggi), cioè di unità di tutte le Chiese, oltre a godere certo di una priorità sui tre principali Patriarcati d’Oriente (Antiochia, Gerusalemme e Alessandria). [Ci fu persino un periodo in cui si parlò di Pentarchia, cioè di governo di tutta la Chiesa da parte dei Patriarcati di Roma (Primato d’onore), di Costantinopoli (Seconda Roma) e appunto di Antiochia (Siria), di Gerusalemme (Terra Santa) e di Alessandria (Egitto)].
Come abbiamo visto, però, la questione del riconoscimento del Primato di Pietro (Vescovo di Roma e Patriarca d’Occidente) fu poi fortemente condizionata anche da gravi questioni storiche che mandarono ulteriormente in crisi i rapporti tra Oriente e Occidente. Si pensi appunto, dopo il crollo di Roma, al persistere dell’Impero Romano d’Oriente, con a capo Costantinopoli (seconda Roma o addirittura la pretesa di essere la nuova Roma?). In seguito però l’Occidente, specie con Carlo Magno e la nascita del nuovo Sacro Romano Impero, poteva essere avvertito in Oriente come un’alternativa se non una minaccia al proprio potere o indipendenza. Inoltre, mentre era evidente che non solo la fede cristiana ma la stessa struttura gerarchica della Chiesa (Papa e Vescovi) costituivano sempre più, specie in Occidente, il vero cemento unificatore della società e di interi popoli pur così diversi tra loro e l’ossatura principale di quella civiltà che sarà chiamata medievale (vedi), si manifestava altresì una feconda anche se non sempre facile unione di trono (potere politico) ed altare (potere spirituale). Ciò veniva a costituire un elemento di fastidio se non di dissidio (o persino di timore di prevaricazione) da parte dell’Oriente. In questo senso diventò come abbiamo visto occasione di divisione tra Roma e Costantinopoli persino la stessa evangelizzazione e appartenenza ecclesiale (latina o bizantina) dei nuovi popoli dell’Europa, soprattutto centrale e orientale.
La questione del Primato di Pietro, che poi fece da principale detonatore allo scisma del 1054, non verteva però tanto sul riconoscimento di quella missione di guida universale, nella Chiesa, di Pietro e dei suoi successori, chiaramente voluto da Cristo Signore e perpetuato nella storia.
Tale Primato petrino, appunto di origine divina (voluto cioè da Cristo stesso), nel primo millennio cristiano era più o meno pacificamente riconosciuto in tutte le Chiese cristiane, anche d’Oriente. Non era questo il problema. La questione, poi divenuta divisiva, era piuttosto su come tale Primato dovesse essere esercitato e in quali ambiti, persino canonici, dovesse estendersi.
Tale Primato petrino non può certamente essere solo affettivo o ricoprire solo un ruolo “onorifico” (una sorta di “Primus inter pares”), come vorrebbero appunto gli Ortodossi. Come s’è visto fin dai primi giorni della Chiesa e come gli Ortodossi stessi hanno creduto e vissuto nel primo millennio cristiano, specie sulle questioni dottrinali la posizione solenne del Papa è non solo decisiva ma persino indipendente dalla somma o dalla maggioranza delle posizioni dei Vescovi stessi, pur successori degli Apostoli. La Chiesa voluta da Cristo (Cattolica) è infatti una comunione (koinonia), ma “gerarchicamente” strutturata, anche a gradi diversificati di importanza. Lo si vede già chiaramente nel Vangelo (Discepoli, Apostoli, Pietro) come nella Chiesa primitiva (apostolica). Dunque non si tratta assolutamente di una sorta di società “democratica”, dove le decisioni, persino dottrinali, si possano mettere ai voti e siano dipendenti dalla maggioranza (pur ascoltando ovviamente il contributo di tutti coloro che hanno davvero fede) [se ne tenga conto, visti certi attuali eccessi od equivoci anche sul termine “sinodalità”!]. Tant’è vero che la parola solenne del Papa, anche in Oriente come ovunque, era la risposta definitiva sulle questioni specie teologiche via via sollevate e poneva fine alle discussioni, avendo appunto trovato nel Papa una risposta sicura e definitiva (“Roma locuta, causa finita est!”, come abbiamo visto e come ancor oggi si dice, persino proverbialmente).
Tale Primato petrino è dunque di “istituzione divina”, cioè voluto da Cristo stesso; e come tale non può essere cambiato da alcuna volontà umana, neppure ecclesiale (lo Spirito Santo, come del resto la Verità, non può contraddirsi lungo la storia)! Non è invece di istituzione divina il modo concreto con cui tale Primato possa essere esercitato, come s’è concretamente esercitato nella storia e nelle diverse situazioni e come potrebbe persino essere meglio o diversamente esercitato anche in futuro [Si veda in proposito la News “Tu es Petrus”].
Tutti i Vescovi del mondo sono “validamente” tali se reale e documentata è la “successione apostolica”, che parte appunto dagli Apostoli e, mediante il Sacramento dell’Ordine (vedi) giunge fino a loro. Possono però “lecitamente” esercitare il proprio ministero episcopale se sono in comunione col Papa e subordinati al suo Magistero. [Per questo motivo il Papa esercita la propria autorità e il proprio insegnamento in tutte le diocesi o chiese locali del mondo; lo si vede appunto anche in occasione dei “viaggi apostolici” (ciò che non potrebbe fare nessun altro vescovo al di fuori della propria diocesi)]. Che il “Primato di Pietro” debba comprendere pure le nomine stesse dei vescovi (come oggi accade), non è invece di istituzione divina e come tale potrebbe anche variare. Attualmente se un Vescovo fosse anche validamente ordinato tale ma non avesse ricevuto la nomina del Papa sarebbe un Vescovo illecitamente ordinato e per questo pure “scomunicato”. Se e come debba avvenire tale nomina papale del Vescovo è però appunto questione passibile di riforma o diversa modalità (come peraltro è già avvenuto nella storia e talora persino tuttora avviene in casi particolari).
Potrebbe ad esempio, come già avviene per alcune Chiese Cattoliche, specie in Oriente, dare o meno il proprio assenso a nomine emergenti da altre autorità ecclesiastiche o chiese locali, persino su indicazione dell’autorità statale. Ciò non avveniva solo con gli Imperatori medievali (che avevan persino possibilità di veto sull’elezione del Papa) o con altri sovrani (che potevano talora accettare o meno la nomina di un Vescovo), ma sta avvenendo tuttora ad esempio nella difficile situazione ecclesiale in Cina, nel rapporto col Partito Comunista Cinese, saldamente al potere [abbiamo ad esempio avuto, anche in questi ultimi mesi, un doloroso e persino discutibile caso: il Partito Comunista Cinese ha perfino osato nominare un vescovo mentre era in corso la Sede vacante (non c’era neppure il Papa, cioè dopo la morte di Francesco e prima dell’elezione di Leone XIV) e tale nomina è stata poi riconosciuta e confermata dal nuovo Papa (vedi)].
Un recente scisma (secondo il can. 751 del CJC) è avvenuto proprio per questo, cioè quando il 30.06.1988 il Vescovo mons. M. Lefebvre conferì l’Ordinazione episcopale a 4 sacerdoti della sua comunità (Fraternità S. Pio X, per assicurarne appunto la successione apostolica) senza la nomina del Papa. Si trattò dunque di un’Ordinazione episcopale “valida” (i 4 “ordinati” sono cioè Vescovi, nella successione apostolica), ma “illecita“, cioè senza il permesso del Papa; e come tale fu un atto scismatico [oltre ad incorrere automaticamente nella scomunica “latae sententiae”, scomunica poi revocata, tra aspre polemiche, da Benedetto XVI nel 2009 (vedi)]. Rimane dunque lo scisma, ma senza la scomunica (come del resto avvenne tra la Chiesa Cattolica e la Chiesa Ortodossa nel 1965, come vedremo ancora). Anzi, Francesco (vedi) ha dato ai sacerdoti di tale Fraternità la possibilità di celebrare la S. Messa, di confessare e persino di celebrare Matrimoni (vedi).
Per agevolare il dialogo ecumenico, visto che questo (il ruolo del Papa) è certamente un punto assai critico e dirimente, lo stesso Giovanni Paolo II si disse persino disposto a far intraprendere un lavoro di approfondimento teologico e canonico per progettare persino nuove forme di “esercizio” di tale Primato petrino (vedi ad esempio l’Enciclica Ut unum sint, n. 95).
Si può dunque osservare che anche già su questo fondamentale punto dottrinale, peraltro condiviso dagli Ortodossi per i primi 1000 anni di vita in unità con la Chiesa Cattolica, non riguardando il Primato petrino in quanto tale, ma in certe forme storiche del suo esercizio, possa essere una questione certamente da valutare e discutere con acribia e senza facili irenismi (come oggi molte volte sembra invece scivolare l’ecumenismo cattolico), ma non tale da mantenere ulteriormente e “sine die” la triste separazione della Chiesa Ortodossa dalla Chiesa Cattolica.
Rimane però certo grave il problema che la Chiesa Ortodossa non riconosca i pronunciamenti del Magistero del Papa (anche al massimo livello, come la proclamazione di un “dogma”) e neppure dei Concili Ecumenici della Chiesa Cattolica, successivi allo scisma del 1054 [si pensi ad esempio al dogma dell’Immacolata Concezione di Maria Santissima (proclamato da Pio IX nel 1854) o a quello dell’infallibilità del Papa (proclamato dal Concilio Ecumenico Vaticano I nel 1870)]
Nel 2009, durante il Pontificato di Benedetto XVI, su questo punto si fece un enorme passo aventi: per la prima volta dopo il 1054, l’intero mondo ortodosso accettò di discutere la questione del Primato del Papa (considerato il principale ostacolo alla riunificazione). Già nel documento comune firmato a Ravenna nel 2007, si riconobbe il ruolo unico del Papa, nonostante la persistenza di divergenze sulle prerogative che tale ruolo di guida universale comporti. Invece, la cancellazione del titolo di “Patriarca d’Occidente”, proprio del Papa, compiuta da Benedetto XVI (persino le 4 principali Basiliche romane vennero dette “papali” invece che “patriarcali”), che poteva sembrare persino di aiuto nel dialogo con l’Oriente, provocò invece qualche malumore nella Chiesa Ortodossa. Infatti tale titolo (Patriarca d’Occidente) è stato da Francesco recuperato nel 2024, ma solo come “titolo storico”.
Anche su questo punto decisivo, si comprende la sostanziale e grave differenza tra la posizione della Chiesa Ortodossa (fino certo a provocare una posizione tuttora “scismatica”) e le diverse posizioni delle cosiddette Chiese Protestanti (e pure Anglicana), che negano alla radice anche tale Primato (considerato addirittura “anticristico” già da Lutero), assumendo posizioni non solo gravemente “scismatiche” ma anche radicalmente “eretiche” (non è più la fede e la Chiesa come Cristo le ha volute).
La questione del “Filioque”
Come sappiamo, questa questione teologica, che riguarda nientemeno che la Seconda Persona della Santissima Trinità (lo Spirito Santo) e la sua “processione” appunto all’interno stesso della vita trinitaria (“procede” dal Padre o dal Padre e dal Figlio?) non è in realtà questione di “eresia” (questione che verrebbe a compromettere l’autentica dottrina) ma di una sottolineatura teologica all’interno del mistero cristologico (per evidenziarne meglio la Sua divinità) e trinitario (per ulteriormente precisare le “relazioni” tra le Tre Perone divine, in particolare riguardo appunto allo Spirito Santo). Sappiamo tra l’altro, senza entrare qui in una questione teologica assai complessa, che nella SS.ma Trinità, nonostante le relazioni e le missioni specifiche di ciascuna delle Tre persone, ciò che si attribuisce ad una Persona in certo qual modo, in virtù della perfetta “unità” esistente in Essa così da essere un Dio solo, si può dire anche delle altre due persone (si dice “circuminsessione”).
Nella sintesi (Simbolo) della fede autentica, espressa dal 1° Concilio ecumenico (Nicea, 325), che ancor oggi professiamo nel Credo, anche nella S. Messa domenicale o delle solennità, riguardo alla Terza Persona della Santissima Trinità (lo Spirito Santo), affermiamo Egli “procede dal Padre e dal Figlio” (in latino appunto “qui ex Patre Filioque procedit”). È però effettivamente vero, come fanno appunto osservare con disappunto gli Ortodossi, che questo Filioque nel Credo originario (niceno-costantinopolitano) non c’era ma è stato aggiunto dopo.
Sottolineiamo nell’occasione che il Credo o Simbolo niceno-costantinopolitano si riferisce appunto al Concilio di Nicea (il 1° Concilio ecumenico, cioè di tutta la Chiesa, celebrato appunto a Nicea, non lontano da Costantinopoli, nel 325) e al 1° Concilio di Costantinopoli (2° Concilio ecumenico, là tenuto nel 381). Insieme a quello di Efeso del 431 (3° Concilio ecumenico, tenuto in quella città turca dove visse anche Maria SS.ma custodita dall’Apostolo S. Giovanni; Concilio che non a caso proclamò Maria SS.ma “Theotókos” cioè “Madre di Dio”) e a quello di Calcedonia (4° Concilio ecumenico, tenuto appunto in quella città nei pressi di Costantinopoli nel 451, in cui si precisò ulteriormente l’unione ipostatica, cioè di due nature, nell’unica persona di Cristo), Concili ovviamente riconosciuti come vincolanti anche dagli Ortodossi, furono e sono fondamentali per rettamente enucleare e stabilire l’autentica dottrina cristologica e trinitaria.
Nella Lettera Apostolica “In unitate fidei” (vedi), pubblicata da Leone XIV il 23.11.2025, cioè nell’imminenza della sua visita a Nicea/Costantinopoli prevista per il 28.11.2025, il Papa ricorda (cfr. nn. 8-9 e nota 10) che “il 1° Concilio di Costantinopoli (381), portando a compimento la formulazione del Credo niceno (325), mostrando che l’Unità e la Trinità in Dio non sono affatto in contraddizione, formulò pure l’articolo di fede sullo Spirito Santo. Così il Credo, che da allora si chiamò niceno-costantinopolitano, recita: «Noi crediamo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita, e procede dal Padre. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti»”. La Nota 10 sottolinea che “l’affermazione “e procede dal Padre e dal Figlio (Filioque)” non si trova nel testo di Costantinopoli; ma fu inserita nel Credo latino da Papa Benedetto VIII nel 1014 ed è oggetto del dialogo ortodosso- cattolico”. Il Papa sottolinea poi che “il Concilio di Calcedonia (451) riconobbe come “ecumenico” il 1° Concilio di Costantinopoli (381) e il Credo niceno-costantinopolitano venne dichiarato universalmente vincolante. Esso, dunque, costituì un vincolo di unità tra Oriente e Occidente. Nel XVI secolo lo hanno mantenuto anche le Comunità ecclesiali sorte dalla Riforma. Il Credo niceno-costantinopolitano risulta così la professione comune di tutte le tradizioni cristiane” (così Leone XIV).
Di fatto, però, se la questione non fosse diventata in mano agli Ortodossi un ulteriore pretesto per aggravare la tensione e poi la divisione con la Chiesa Cattolica, esso non costituirebbe un problema insormontabile, tanto meno un’eresia. Basta infatti intendere meglio la questione.
Intanto questa aggiunta o ulteriore sottolineatura del Filioque è già presente in S. Ambrogio (il grande vescovo di Milano, nel sec. IV); lo troviamo poi in Spagna nel sec. VI (per difendersi meglio dall’arianesimo dei Visigoti; cfr. il Concilio toletano del 589) e ancora nel Concilio di Aquisgrana (o di Carlo Magno) del 798; l’espressione era comunque già presente assai prima dello scisma del 1054. Papa Benedetto VIII inserì il “Filioque” nel Credo latino già nel 1014. Si trattava, come fu subito chiarito, “non di una innovazione, ma di una chiarificazione”, al fine tra l’altro di far fronte al persistere, nonostante il Concilio di Nicea, di deviazioni ariane (la terribile eresia che negava la reale divinità di Cristo e che tanto male fece alla Chiesa e alle anime nel primo millennio, ma in altre forme ancor oggi). L’espressione (o aggiunta) del “Filioque” riguardo allo Spirito Santo, effettivamente non presente nel Simbolo (Credo) del 1° Concilio di Nicea, era dunque giustificata dal poter così esprimere meglio la divinità di Cristo (sottolineando appunto che lo Spirito Santo procede non solo dal Padre ma anche dal Figlio).
Teologicamente si potrebbe dire che, al di là della forse inopportuna aggiunta al Credo di Nicea, non si tratti di un grave problema teologico, né per il dogma della SS.ma Trinità né per la corretta cristologia. Semmai la Chiesa greca sottolineava più, nella SS.ma Trinità, la distinzione delle Tre Persone nell’unità essenziale, mentre la Chiesa latina l’accento viene messo più sull’essenza (ousia, substantia) come unico principio di unità delle Tre Persone.
Si tenga tra l’altro presente come, almeno in riferimento alla “missione” dello Spirito Santo nella storia della salvezza e nel mistero della nostra Redenzione, non sono pochi i testi evangelici e le parole stesse di Gesù in cui si sottolinea come la venuta dello Spirito Santo sia per così dire “conseguenza” della Sua stessa morte e risurrezione (cfr. Gv 14,26, Gv 15,26, Gv 16,7 e Gv 20,21-23). Dunque, potremmo dire che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio anche in ordine all’economia della salvezza e non solo all’interno della stessa vita trinitaria.
A Costantinopoli la questione del “Filioque” risultava già sufficientemente chiarita perfino ai tempi della controversia di Fozio (sec. IX, sopra ricordata), quando invece non sembrava ancora sufficientemente chiarita quella del Primato di Pietro.
Persino il nuovo Imperatore d’Occidente Carlo Magno adottò e promosse tale aggiunta, forse proprio in polemica coi greci. Fu questo che indispettì gli Ortodossi e li portarono alla negazione del termine e a farne una questione ‘ad usum’ della separazione con l’Occidente e la Chiesa latina?
Comunque, che non fosse (e non sia) una questione decisiva è dato anche dal fatto che Roma stessa non inserì “ufficialmente” il termine Filioque prima del sec. XI. I Papi erano infatti convinti che, pur lecita dal punto di vista teologico, tale aggiunta al simbolo accettato da tutta la Cristianità potesse alterare (come appunto avvenne) l’unità della Chiesa.
Il “Filioque” fu usato anche dai missionari latini dei Bulgari; e ciò inasprì ulteriormente le relazioni tra cristianità greca (Costantinopoli) e quella latina (Roma), così che, come abbiamo osservato, anche sulla questione dell’appartenenza (e liturgia) della nuova Chiesa bulgara si scatenò la polemica tra Costantinopoli e Roma.
Possiamo dunque osservare come anche questa questione, sia pur più prettamente teologica (di fatto l’unica questione squisitamente teologica dello Scisma d’Oriente), se non fosse stata usata per inasprire ulteriormente gli animi e portare appunto alla tragica separazione del 1054, in sé non sarebbe e non è un problema (tanto meno un’eresia) insormontabile per ritrovare la piena unità tra Ortodossi e Cattolici.
Circa il celibato dei sacerdoti
Anche questa questione, che sembra tanto decisiva, tanto più in quanto oggi artificialmente montata dalla propaganda anticlericale – che fa credere che la crisi numerica dei sacerdoti sia dovuta a questo impegno celibatario (quando invece sono ancora più in calo ad esempio i “pastori” protestanti, pur sposati) o addirittura che persino gli scandali sessuali del clero sarebbero una conseguenza di questa rinuncia [quando invece semmai dipende dalla non corretta loro selezione e formazione già nei Seminari attuali, come sottolineò Benedetto XVI proprio quando, già ritirato in Vaticano, sembrò nella Chiesa cattolica riaprirsi appunto la questione del celibato sacerdotale (vedi)] – in realtà è pretestuosa e tra l’altro non è usata neppure dagli Ortodossi nella loro polemica contro i Cattolici.
Dobbiamo in proposito osservare (ma si veda in merito la News sul “Sacramento dell’Ordine”) come anche in questo campo la Chiesa Ortodossa sia assai più seria e legata all’autentica Tradizione della Chiesa che non le Chiese Protestanti (vedi) o la Chiesa Anglicana (vedi).
Anche la Chiesa Ortodossa, sulle orme di Cristo stesso e della Chiesa primitiva, riconosce con grande stima, accanto alla vocazione al Matrimonio cristiano (su cui però gli Ortodossi hanno specie oggi qualche tolleranza su una possibile nuova unione, non certo come Sacramento, dopo il fallimento del primo matrimonio), la vocazione alla Verginità consacrata per il Regno di Dio. Figura di grande riferimento spirituale, in Oriente, sono infatti i monaci (ovviamente legati al “voto” di castità perfetta), così come lo sono i loro monasteri, normalmente centri di altissima spiritualità, oltre che espressione di sublimi livelli artistici.
Pur non essendoci un’opposizione di principio tra Sacramento del Matrimonio e Sacramento dell’Ordine (come invece c’è appunto con la vocazione monacale), anche in Oriente e poi tra gli Ortodossi non si è mai avuto un dubbio sul fatto che l’Episcopato (1° grado del Sacramento dell’Ordine, che garantisce la “successione apostolica”) sia da conferire solo a coloro che hanno la vocazione alla castità, cioè impegnati a vivere tutta la vita nel celibato. È fuor di dubbio, nella storia e nel presente, che il Vescovo (detto Patriarca) debba essere celibe, oltre che ovviamente maschio (come per tutti i gradi del Sacramento dell’Ordine).
A proposito dell’assoluta certezza che il Sacramento dell’Ordine e il potere sacerdotale si possano conferire (secondo il volere di Cristo stesso e persino come segno della Sua presenza e sequela) solo ai maschi non c’è alcun dubbio, anche tra gli Ortodossi [ciò è stato ribadito in modo definitivo da Giovanni Paolo II (vedi)]. Ricordiamo che la questione del “pastore” donna ora presente tra i Protestanti in realtà è un falso problema, perché la Riforma protestante, già da Lutero, ha di fatto abolito il Sacramento dell’Ordine e quindi non esiste un vero e proprio “sacerdozio”. Invece tra gli Anglicani, che pur mantengono il Sacramento dell’Ordine (pur essendo nullo in quanto manca loro la “successione apostolica”), l’attuale conferimento anche alle donne del Sacramento dell’Ordine, persino nel grado dell’Episcopato – da pochi giorni è stata nominata una donna, peraltro sposata e già Vescovo di Londra (vedi) persino come Arcivescovo di Canterbury e quindi Primate della Chiesa Anglicana (Chiesa il cui governo spetta comunque ancora al Re) – costituisce di fatto una deriva, cui anche molti Anglicani si stanno ribellando.
Pare in proposito che un noto e importante Patriarca ortodosso, presente ad un incontro ecumenico con altre Confessioni, quando gli venne presentata appunto una “Vescova” anglicana, chiese con un tono persino un poco sprezzante, ma comunque a ben vedere fedele alla perenne tradizione cristiana: “Chi è la Signora?”.
Anche gli altri gradi del Sacramento dell’Ordine (presbiterato e diaconato) richiedono una vita in piena castità (cioè da celibi); a meno che il candidato non acceda alle nozze cristiane prima dell’Ordinazione sacerdotale e diaconale (si raccomanda talora la piena castità matrimoniale anche per essi, specie nell’approssimarsi di certe celebrazioni o festività; un dato che vediamo persino presente per i sacerdoti del tempio già nella tradizione biblica veterotestamentaria). Dunque anche il presbitero o sacerdote che guida una comunità cristiana (detto tra gli ortodossi il “Pope”), pur preferibilmente celibe (e se è appunto tale al momento dell’Ordinazione, tale deve rimanere per sempre), può essere anche sposato e con prole (se appunto il Matrimonio è stato cristianamente celebrato prima dell’Ordinazione). A dire il vero, su questo la Chiesa Ortodossa ha un poco abbandonato la sua stessa primitiva tradizione.
Sembrerebbe, per chi non conosce le questioni teologiche ed ecclesiali, una questione importante o una sostanziale differenza rispetto alla Chiesa Cattolica se non addirittura un ulteriore elemento di rottura tra Ortodossi e Cattolici. Ma non è così. Tant’è vero che anche nella Chiesa cattolica di rito greco o bizantino, cioè orientale (v. sotto una nota in merito), il sacerdozio viene conferito anche a giovani che fossero già cristianamente sposati (come del resto oggi in tutta la Chiesa Cattolica si fa per il “diaconato” permanente, 3° grado del Sacramento dell’Ordine); per cui possono esserci in questi riti orientali pienamente “cattolici” dei preti sposati [ricordiamo però che, anche in Oriente e tra gli Ortodossi, mai s’è parlato di Matrimonio per i preti (come oggi si dice), ma semmai di sacerdozio agli uomini sposati, specie di particolare virtù (“viri probati”)].
Sulla Liturgia
Anche le notevoli differenze, oggi purtroppo notevolmente accresciute e divenute persino impressionanti, tra liturgie cattoliche, divenute talora una sorta di spettacoli, e la sacralità di cui è rimasta pervasa la “divina” liturgia ortodossa, non sono però tali da giustificare uno scisma o da impedire la piena riunificazione.
Certo, la “Riforma liturgica” attuata nella Chiesa Cattolica (latina) dopo il Concilio Vaticano II, per non parlare di certe derive e abusi che ne sono seguiti, ha di fatto smarrito molto la sacralità dei riti, e, ammettiamolo, ha avvicinato molto (per non dire impoverito!) la liturgia cattolica, a cominciare dalla stessa celebrazione della S. Messa, a quella “protestante” (Protestanti che nella Riforma post-conciliare erano esplicitamente considerati punti di riferimento!) e allontanato dalla Liturgia orientale e ortodossa. Si pensi in tal senso al permanere di una grande sacralità della “divina” liturgia ortodossa od orientale in genere (vedi una Veglia Pasquale nella Cattedrale di Mosca, pure vedi e vedi), rispetto a certe “derive liturgiche” (vedi) se non veri e propri intollerabili “abusi” (vedi vedi vedi) oggi spesso presenti nella liturgia cattolica.
Potremmo persino tristemente osservare come, nella “foga ecumenica” post-conciliare e tuttora incalzante, la Chiesa Cattolica si sia certamente avvicinata più al Protestantesimo (e non viceversa!), persino nella celebrazione della S. Messa (!) e nel modo stesso di considerare i sacerdoti, mentre invece ci sia stato e sia tuttora in corso un drammatico allontanamento rispetto alla liturgia orientale (e degli Ortodossi), con la splendida sacralità dei suoi riti e persino ieraticità dei suoi ministri! Un ecumenismo unilaterale e a senso unico, che può persino provocare nuove fratture con la Chiesa Ortodossa?
Si tenga però presente che, oltre alla possibilità (anche se oggi ardua) di celebrare ancora la liturgia secondo l’antica e millenaria tradizione cristiana cattolica (il cosiddetto Vetus Ordo), persistono lecitamente, all’interno della stessa Chiesa Cattolica (anche se molti Cattolici in Italia o in Occidente non ne sono in genere neppure a conoscenza), ben 23 Riti [si veda poi una Nota apposita].
Il Purgatorio
Si potrebbe anche aggiungere, per rilevare elementi anche teologici e liturgici, che secondo alcuni avrebbero contribuito a provocare la spaccatura della Chiesa Ortodossa con la Chiesa Cattolica o ancora contribuirebbero a impedire la piena unità, la questione del Purgatorio.
Molti pensano infatti che la dottrina in riferimento all’esistenza e al significato del Purgatorio – come ulteriore fase di purificazione dell’anima, ultraterrena ma non definitiva (terminerà infatti definitivamente dopo il Giudizio universale, rimanendo per sempre solo il Paradiso e l’Inferno) e da cui comunque si accede unicamente al Paradiso, cioè alla piena comunione con Dio – sia dottrina “cattolica” tardiva, persino tardo-medievale (quindi dopo lo scisma del 1054). In effetti si potrebbe osservare che una trattazione teologica più ampia e articolata sul Purgatorio emerge soprattutto con S. Tommaso d’Aquino (sec. XIII).
Chi afferma questo non si accorge però di un elemento indubitabile, che risale a Cristo e agli Apostoli, cioè fin dalla Chiesa primitiva, con una certezza diffusa ovunque nella cristianità e quindi ovviamente condivisa anche dagli Ortodossi nel primo millennio. Si tratta della persistente e universale “preghiera di suffragio”, anche liturgica, per le anime dei fedeli defunti che ne avessero bisogno (un ricordo, intenzione e preghiera che è sempre stata presente anche nella Preghiera eucaristica, cioè nella S. Messa). Si tratta non solo della preziosa “comunione dei Santi”, che unisce i cristiani ancora vivi e pellegrini sulla Terra (Chiesa militante), quelli già in Paradiso (Chiesa trionfante) ma anche quelli che fossero ancora in fase di purificazione dopo la morte (Chiesa purgante), ma appunto della possibilità stessa, da parte nostra (con le preghiere, i sacrifici, le indulgenze e soprattutto il ricordo orante durante la S. Messa), di accorciare o alleviare le loro “pene” e sofferenze appunto purificatrici; come del resto è efficace la loro preghiera di aiuto nei nostri stessi confronti. Risulta così facile sottolineare che tali preghiere di suffragio sarebbero inutili sia per le anime del Paradiso (non ne hanno bisogno; ne abbiamo però certezza solo per i Santi canonizzati), che per quelle che fossero dannate, cioè all’Inferno (poiché da tale situazione non si può più uscire in eterno). Risulta dunque evidente che le “preghiere di suffragio” (dentro o fuori la S. Messa), riferentesi solo alle anime del Purgatorio, dimostrino che la Chiesa ha sempre creduto all’esistenza del Purgatorio!
Dunque, nonostante un’apparente più tardiva riflessione teologica cristiana e cattolica sul Purgatorio, che giustificherebbe persino la separazione degli Ortodossi dai Cattolici anche su questo punto, in realtà l’esistenza di anime purganti e quindi del Purgatorio è testimoniata proprio dalla perenne e universale “preghiera di suffragio”, per alleviare o ridurre le pene del Purgatorio, presente fin dagli inizi della Chiesa e quindi anche dai cristiani del primo millennio, Ortodossi compresi.
È in tal senso evidente, fin dalla Chiesa primitiva, la particolare unione, specie nell’Eucaristia, non solo con i Santi (in primis ovviamente Maria Santissima) e i Martiri (le cui reliquie dovrebbero essere ancor oggi custodite sotto l’altare), ma anche con le anime purganti dei fedeli defunti, appunto anche a loro beneficio. Ne è un segno, anche nella Roma della Chiesa primitiva, l’uso di celebrare l’Eucaristia presso le loro tombe (la celebrazione ad esempio nelle Catacombe non era solo per nascondersi dagli attacchi anticristiani ancora in corso, ma appunto per poter essere a più stretto contatto persino con i corpi dei fratelli defunti là sepolti). La presenza delle tombe (cimiteri cristiani) accanto alle chiese (per i vescovi e talora persino per i reali cristiani, addirittura poste all’interno stesso delle cattedrali), come si può osservare ancor oggi in molti Paesi – nonostante il divieto di Napoleone e il suo obbligo di costruire i cimiteri fuori dall’abitato e persino circondati da mura (con l’assurdo pretesto dell’igiene, in realtà forse per una sua particolare fobia della morte o comunque per censurare l’Aldilà) – sta lì a testimoniare appunto la consapevolezza e persino la bellezza della “comunione dei santi” nel popolo cristiano.
Altre questioni, di minore importanza
Senza poterci ulteriormente dilungare o entrare nel merito di altre questioni, ricordiamone solo alcune, per sé non di tale importanza da giustificare la divisione, tanto meno lo scisma del 1054, tra la Chiesa Ortodossa e quella Cattolica, ma talora utilizzate dagli Ortodossi persino in modo pretestuoso per sottolineare ulteriormente elementi di attrito o di differenza con la Chiesa Cattolica.
Venne ad esempio sollevata la questione dell’obbligatorietà dell’uso del “pane azzimo” per la celebrazione dell’Eucaristia, o dell’osservanza del digiuno dal sabato, o sull’uso dell’Alleluia in Quaresima, e persino dell’obbligatorietà della barba per i Presbiteri (Pope) e Vescovi (Patriarchi).
Sulla questione, invece di grande valore non solo simbolico e affettivo ma anche ecclesiologico, della nomina del Papa (vescovo di Roma), e secondariamente quella del proprio Vescovo, nella Preghiera Eucaristica (S. Messa), come facciamo ancor oggi (ed è obbligatorio e vincolante per un cattolico, con tanto di nome di chi lo è in quel momento), si potrebbero raccogliere dati storici diversificati. Si sollevò infatti la questione se anche a Costantinopoli si dovesse sempre, prima della nomina orante del Patriarca, citare espressamente e per nome anche quello del Papa (Vescovo di Roma) regnante; talora si pretese persino, da parte di Costantinopoli, che anche a Roma, dopo la citazione esplicita del Papa, si aggiungesse pure quella del regnante Patriarca di Costantinopoli. Ne abbiamo fatto cenno anche a riguardo della controversia di Fozio (Sec. IX) e nell’approssimarsi dello scisma, dove tutto pareva diventare appunto pretesto, specie da parte dei Greci (Costantinopoli), per giungere all’irreparabile.
Sulla “Successione apostolica” e la validità dei Sacramenti
Oltre a quanto sopra detto circa la Liturgia in genere, soffermiamo ora la nostra attenzione sui Sacramenti, sulla validità di quelli celebrati dalla Chiesa Ortodossa e su come essa consideri invece quelli celebrati dalla Chiesa Cattolica.
Come abbiamo già più volte ricordato, nonostante lo scisma del 1054, la Chiesa Ortodossa può lecitamente definirsi “apostolica”, anche se prima dello scisma era semplicemente parte della Chiesa Cattolica, in quanto gode della “Successione apostolica”, cioè della concatenazione (sacramentale, mediante cioè il Sacramento dell’Ordine) che parte appunto dagli Apostoli (in genere per loro si pensa soprattutto all’Apostolo S. Andrea) e raggiunge, in modo ininterrotto e documentabile, gli attuali Patriarchi (vescovi). Per questo le azioni liturgiche sacerdotali da loro compiute, e conseguentemente dai Presbiteri, specie cioè i Sacramenti (compresa l’Eucaristia) sono “valide”, cioè realizzano il mistero celebrato e donano la relativa grazia. Tra l’altro, la fede su questi punti è la medesima.
Gli Ortodossi, avendo il potere d’Ordine (Sacramento dell’Ordine garantito dalla Successione apostolica), celebrano “validamente” i Sacramenti; pertanto un sacerdote ortodosso ha gli stessi poteri di comunicare la grazia di un prete cattolico (leggi).
Sottolineiamo di nuovo come invece tale “successione apostolica” sia addirittura negata dai Protestanti (essendo stato abolito lo stesso Sacramento dell’Ordine e quindi l’episcopato e il sacerdozio, quindi la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia) e, pur creduta, risulta invece inesistente tra gli Anglicani (vedi), e quindi la stessa Eucaristia (da molti di loro persino creduta come presenza reale di Cristo, ma di fatto il pane e il vino rimangono tali anche dopo la consacrazione della Messa).
Poiché “valido” non significa però immediatamente anche “lecito”, dobbiamo comprendere come alcuni Sacramenti possano essere anche validi ma la loro celebrazione illecita. Ad esempio, un sacramento celebrato da un vescovo o sacerdote “cattolico” che fosse stato giustamente (cioè dalla legittima ’autorità ecclesiastica e per motivi canonici comprovati) “scomunicato” (e persino “ridotto allo stato laicale”!), rimane comunque “valido” (ad esempio Gesù si rende realmente presente in quella Eucaristia da lui celebrata), ma “illecito”, non è cioè autorizzato a celebrare pubblicamente quell’Eucaristia e i fedeli Cattolici non possono lecitamente parteciparvi [se non in caso di pericolo di morte, dove tutti i Sacramenti validi sono anche leciti, appunto perché la salvezza eterna delle anime (“salus animarum”) è comunque la legge suprema e missione fondamentale della Chiesa].
In proposito, quando il 7.12.1965 si giunse contemporaneamente (da parte cattolica dal Papa Paolo VI a Roma e da parte ortodossa da parte del Patriarca ortodosso Atenagora a Costantinopoli) ad abrogare quelle perniciose (e forse persino invalide, come abbiamo visto) “scomuniche” reciproche inflitte nel 1054, nonostante ovviamente il permanere dello scisma, si riaprì pure la possibilità per i fedeli di entrambe le Chiese di accedere ai sacramenti degli uni o degli altri qualora non fosse possibile accedere ai Sacramenti nella propria Chiesa.
Dunque, se i Sacramenti (compresa l’Eucaristia, cioè la S. Messa) celebrati dai sacerdoti (Patriarca o Pope) ortodossi sono validi, non è detto che sia sempre lecito parteciparvi o riceverli.
La Chiesa Cattolica attualmente riconosce che un cattolico possa partecipare ad una liturgia ortodossa e, a determinate condizioni, persino ricevere la S. Comunione e confessarsi da un sacerdote ortodosso, ma se non ha la possibilità di farlo con un sacerdote cattolico.
Ad esempio un cattolico non può pensare di aver soddisfatto al “Precetto festivo” (obbligo morale di partecipare alla S. Messa la domenica e nelle altre feste appunto di precetto) partecipando ad una S. Messa celebrata da un sacerdote ortodosso (pur essendo valida ed essendoci la presenza reale di Cristo nell’ostia e nel vino consacrati), se ha la possibilità di partecipare alla S. Messa celebrata da un sacerdote cattolico. Lo stesso principio vale anche per la Confessione.
Allo stesso modo la Chiesa Cattolica concede agli Ortodossi che non hanno la possibilità di farlo nelle loro chiese e coi loro sacerdoti, la possibilità di partecipare alla S. Messa Cattolica (anche facendo la S. Comunione) e pure di Confessarsi da un sacerdote cattolico.
Purtroppo non esiste la stessa apertura nei confronti dei Cattolici da parte di tutte le Chiese Ortodosse. Si tenga appunto presente che la questione rimane complessa, e talvolta dolorosa, proprio perché nella Chiesa Ortodossa, mancando un’autorità superiore unica, non esiste anche in questo campo fondamentale una reale unità di visione e di comportamenti, talora infatti fortemente contrastanti tra un Patriarcato e un altro (in genere autodefinitisi “autocefali”, cioè facenti riferimento solo a se stessi). Ci sono perfino Ortodossi (Patriarcati) che considerano addirittura invalidi i Sacramenti celebrati dalla Chiesa Cattolica. Per gli Ortodossi greci non è valido neppure il Battesimo dei Cattolici (!); quindi per loro i Cattolici non sarebbero neppure Cristiani! (leggi; vedi sotto).
Forse sarebbe bene, in un autentico dialogo “ecumenico”, chiedere a queste controparti almeno un cambiamento di queste radicali, esasperate ed incomprensibili chiusure (altro che un irenico e unilaterale ecumenismo)!
Compiamo però ancora qualche sottolineatura circa alcuni Sacramenti e le differenze emergenti tra la Chiesa Cattolica e le Chiese Ortodosse (talora con notevoli differenze anche tra le stesse Chiese o Patriarcati Ortodossi).
Il Sacramento della Confessione (o della Penitenza) degli Ortodossi è praticamente identico o simile a quello celebrato dalla Chiesa Cattolica (leggi). Anche per gli Ortodossi è necessario confessare esplicitamente i peccati gravi commessi davanti al sacerdote (c’è però tra le Chiese Ortodosse qualche differenza nell’indicare quali siano tali peccati), anche per potere accedere alla Santa Comunione. Nella Chiesa Ortodossa Caldea i sacerdoti non hanno poi l’obbligo di confessarsi. Manca poi tra gli Ortodossi l’obbligo di confessarsi almeno una volta all’anno (che è invece un Precetto della Chiesa Cattolica). Per l’età di primo accesso alla Confessione ci sono queste differenze, tra le stesse Chiese Ortodosse: per quella Russa la Confessione comincia dall’uso di ragione (fanciulli di 7-8 anni; quindi come in genere nella Chiesa Cattolica), per quella Caldea non prima dei 15-16 anni, per quella di Etiopia addirittura la Confessione è prevista soprattutto all’avvicinarsi della morte; inoltre per quella Greca la Confessione, oltre a rimettere i peccati confessati, rimette pure la pena (dona cioè pure l’indulgenza).
A proposito della S. Messa, nelle Chiese ortodosse non esiste un vero obbligo morale di partecipare all’Eucaristia ogni domenica (questa dispensa è presente persino in alcune Chiese Cattoliche Orientali).
Circa la frequenza alla S. Comunione, ci sono differenze anche tra le diverse Chiese Ortodosse: per quella Russa, ad esempio, la S. Comunione è prevista solo 4 volte l’anno (nelle feste principali), facendola precedere da pratiche penitenziali e ovviamente dalla Confessione.
Potremmo però notare che anche all’interno della stessa Chiesa Cattolica, la prassi sacramentale ha conosciuto notevoli cambiamenti, soprattutto negli ultimi decenni, e diverse differenze anche tra diocesi e diocesi, oltre che da nazione a nazione.
L’accesso alla S. Comunione anche ai fanciulli è stato raccomandato soprattutto da S. Pio X (inizio sec. XX). In certe diocesi anche italiane fino a qualche decennio fa i fanciulli ricevevano la Cresima il giorno stesso della Prima Comunione (completando così l’Iniziazione cristiana e ovviamente con la presenza del Vescovo). Specie nelle diocesi del sud d’Italia s’è invece diffusa la prassi di conferire la Cresima (che nell’Iniziazione cristiana dovrebbe invece precedere l’Eucaristia e quindi la Prima Comunione) a ragazzi sempre più maturi, quasi come espediente pastorale, peraltro fallimentare, per trattenerli ancora in Parrocchia. Tra i Cattolici, l’obbligo morale di fare la Comunione almeno a Pasqua, un Precetto della Chiesa un tempo sentitissimo (si diceva popolarmente “fare Pasqua”), oggi è perfino sconosciuto. La Comunione frequente è prassi abbastanza recente (pochi decenni) tra i fedeli Cattolici; oggi però si è caduti nell’abuso di Comunioni ricevute sempre e praticamente quasi da tutti i presenti a Messa, persino senza la Confessione dei peccati anche gravi o mortali e quindi commettendo ”sacrilegio”, essendo moralmente obbligatorio accedere alla S. Comunione solo se “in grazia di Dio”!
Nel clima relativista, di indifferentismo religioso, ma anche di un falso irenismo e di un confuso ecumenismo, oggi sempre più dominante persino nei Cattolici (vedi), pare che anche nei rapporti tra le diverse Confessioni cristiane (se non addirittura tra le diverse Religioni), uno possa scegliere e fare quello che vuole (il famoso e deleterio “secondo me”, “io penso che”, “a modo mio”), come se ci fosse una sorta di “supermarket” delle Religioni (o delle stesse Confessioni cristiane).
Molti addirittura, cambiando anche solo Paese, cambiano anche Religione (o Confessione cristiana). Non parliamo poi per quel che riguarda le relazioni affettive e persino i Matrimoni, dove in genere il Cattolico (non solo le donne ma anche gli uomini) è in genere stoltamente e persino colpevolmente la parte “rinunciataria” della propria fede. Anche se sono previsti Matrimoni misti (cioè tra nubendi di diverse Confessioni), si deve però prestare la massima attenzione anche alle norme “canoniche” e sottomettersi allo stesso giudizio del Vescovo, per non cadere ad esempio in un Matrimonio nullo se non addirittura nell’apostasia!
A proposito della Chiesa Ortodossa, che come abbiamo sottolineato più volte, si distingue enormemente dalla altre Confessioni cristiane, sottolineiamo allora ancora quanto segue.
Un fedele della Chiesa Cattolica che la abbandonasse per passare alla Chiesa Ortodossa, pur non essendo considerato “apostata” (in quanto appunto la Chiesa Ortodossa è più scismatica che eretica), diventa a sua volta “scismatico” (che è comunque un grave peccato) se non pure eretico (per la negazione del Primato petrino) (leggi); se poi si ravvedesse e volesse tornare nella Chiesa Cattolica, prima di essere riammesso ai Sacramenti, deve dare segni di reale ravvedimento e di ritorno pieno alla Chiesa Cattolica (leggi).
Ribadiamo ancora che per la Chiesa Cattolica, un fedele nato e battezzato nella Chiesa Ortodossa, specie se è in buona fede o ignorante senza colpa delle stesse differenze qui menzionate, può accostarsi, se vuole, ai Sacramenti della Chiesa Cattolica, specie se non può farlo in una chiesa e con un sacerdote ortodosso. Rimane però anche per lui l’obbligo morale di informarsi su quale sia la Chiesa autentica fondata da Cristo Signore e, secondo la Sua stessa Parola, nella pienezza della Comunione (anche col Papa), cioè la Chiesa Cattolica; e di conseguenza, dopo una congrua preparazione, deve prepararsi a divenirne partecipe. Entrando poi nella Chiesa Cattolica, non deve assolutamente ripetere il Battesimo, né che siano considerate invalide le Confessioni e Comunioni ricevute precedentemente nella Chiesa Ortodossa.
Come invece gli Ortodossi considerano i Sacramenti della Chiesa Cattolica?
Nonostante le innumerevoli iniziative e dichiarazioni circa l’ecumenismo (da parte soprattutto della Chiesa Cattolica, specie post-conciliare) e le differenze di posizione tra i diversi Patriarcati (il più aperto nei confronti della Chiesa Cattolica si mostra appunto quello di Costantinopoli), nel suo insieme la Chiesa Ortodossa rimane fondamentalmente “ostile” nei confronti della Chiesa Cattolica, che considera in errore da mille anni.
Dal 1054 persino i Santi canonizzati dal Papa (con un atto peraltro infallibile, quindi con la stesa autorità di un dogma) non sarebbero tali, anzi neppure pienamente cristiani (leggi) (dunque neppure San Francesco d’Assisi!). Per la Chiesa Cattolica, invece, ci sono semi di vera santità anche tra gli Ortodossi (tanto più se separati “in buona fede”, cioè senza piena consapevolezza, dalla Chiesa Cattolica) e ne apprezza persino la spiritualità, pur non potendo essere ovviamente santi canonizzati (se parliamo appunto di Santi di questi ultimi mille anni) (leggi).
Come abbiamo ricordato, nei confronti della Chiesa Cattolica e dei Sacramenti da essa celebrati, non esiste un giudizio e una prassi comune tra tutte le Chiese Ortodosse (essendo in genere “autocefale”); anzi alcune di esse (specie quella greca) si oppongono radicalmente alla Chiesa Cattolica, come pure a tutti i percorsi ecumenici compiuti in questo ultimi decenni (specie soprattutto tra la Chiesa Cattolica e il Patriarcato di Costantinopoli).
Secondo certe Chiese Ortodosse, se un fedele Ortodosso ricevesse la Comunione in una chiesa cattolica sarebbe addirittura automaticamente scomunicato!
Anche circa il Matrimonio tra un fedele cattolico e un fedele ortodosso, i criteri sono assai diversi e soprattutto lontani dalle decisioni (anche canoniche) della Chiesa Cattolica (che prevede tali Matrimoni, sia pur a particolari condizioni). In genere dalla Chiesa Ortodossa si chiede alla parte cattolica di abbandonare la Chiesa Cattolica e in certi casi richiede perfino che si ripeta il Sacramento della Cresima (che invece, come il Battesimo, si può ricevere solo una volta nella vita). Ad esempio, se un fedele cattolico passasse (commettendo certo un grave peccato, come sopra ricordato, e diventando egli stesso scismatico) alla Chiesa Ortodossa Russa non gli viene richiesto di ripetere il Battesimo (quello Cattolico viene considerato valido solo perché ricevuto in buona fede!), ma almeno la Cresima (considerata quindi invalida quella cattolica).
Come abbiamo già visto, tra le Chiese Ortodosse quella Greca (che peraltro considera tutti i cristiani non appartenenti alla Chiesa Ortodossa come schiavi del diavolo!) è la più ostile nei confronti della Chiesa Cattolica: essa non riconosce neppure il Battesimo amministrato dai Cattolici (che dunque non sarebbero neppure cristiani!) (leggi); di conseguenza anche l’Eucaristia e gli altri Sacramenti celebrati dalla Chiesa Cattolica. Per questo, se dunque un Cattolico volesse farsi Ortodosso, per i Greci dovrebbe addirittura ripetere il Battesimo e tutti i Sacramenti (leggi) ricevuti nella Chiesa Cattolica!
Chiese ortodosse e Patriarcati
La Chiesa Ortodossa, pur avendo una stessa dottrina, peraltro non dissimile da quella autentica cattolica, non gode di una reale unità (non è davvero una sola Chiesa), né tanto meno ha un unico capo e guida (qualcosa di analogo a ciò che è il Papa per la Chiesa Cattolica).
Tra le Chiese Ortodosse, che si considerano “autocefale”, cioè facenti capo solo a se stesse, ci sono spesso astri litigi e scattano persino reciproche “scomuniche”. Anche di recente, nel 2018, s’è scatenato persino un clamoroso “scisma”, addirittura tra il Patriarcato di Mosca (terza Roma) e quello di Costantinopoli (seconda Roma) e ciò proprio a motivo della questione, in questo caso non politica ma ecclesiale, dell’Ucraina.
Come abbiamo visto, da parte di tali Chiese Ortodosse e diversi Patriarcati non c’è neppure uno stesso giudizio e atteggiamento nei confronti della Chiesa Cattolica. E di ciò, se non ci si vuole ingannare o essere irenici, bisogna tener conto anche quando si parla di “ecumenismo” nei loro confronti (per sé ovviamente più facile, almeno dal punto di vista teologico, rispetto ad esempio alla Confessioni Protestanti, come abbiamo più volte ricordato).
Nella loro totalità, come abbiamo visto, le Chiese Ortodosse contano circa 225 milioni di fedeli, di cui 150 milioni appartenenti al Patriarcato di Mosca.
Esse si estendono soprattutto, oltre che in Turchia (che però ufficialmente è un Paese musulmano) e nel Medio Oriente (fino all’Egitto), in gran parte dell’area centro-orientale dell’Europa, compresa tutta la parte europea della Russia. A causa dei movimenti migratori, esistono poi comunità cristiane ortodosse anche in America.
Compiamo ora una breve analisi di queste Chiese o Patriarcati.
Il Patriarcato di Costantinopoli (anticamente Bisanzio; oggi, con la dominazione musulmana, Istanbul), proprio in quanto capitale dell’Impero Romano d’Oriente (“seconda Roma”), già nel primo millennio cristiano occupava appunto il 2° posto, dopo Roma, anche nella Chiesa. Dopo lo “scisma” del 1054 ha subito rivestito un ruolo di particolare importanza nel mondo ortodosso ed è per molte Chiese Ortodosse orientali un punto di riferimento, tanto da fregiarsi del titolo di Patriarcato “ecumenico” (appellativo attribuitosi già dalla prima metà del sec. VI), cioè di unità di tutte le Chiese, e il suo Patriarca una sorta di “Primus inter pares”.
La Chiesa Cattolica non riconosce a tale Patriarcato il titolo di “ecumenico”, ma dal 1964 lo riconosce come unico Patriarcato di Costantinopoli, avendo volontariamente abolito il Patriarcato latino di Costantinopoli (istituito durante la IV Crociata, ma vacante già dal 1948).
Il Patriarcato di Costantinopoli si fa risalire all’apostolo S. Andrea, peraltro significativamente fratello di Simon Pietro, giunto in Grecia e morto martire a Patrasso.
Tale Patriarcato ha ufficialmente giurisdizione solo sulle Chiese ortodosse della Turchia, nell’isola di Creta, sulle isole dell’Egeo Imbro e Tenedo e sul celeberrimo Monte Athos (che comprende però anche molti monasteri russi).
Attualmente (2025) il Patriarca di Costantinopoli è Bartolomeo I.
Il Patriarcato di Mosca (considerata “terza Roma”, dopo appunto Roma e Costantinopoli), o Chiesa Ortodossa (autocefala) Russa, pur essendo nato solo circa 1000 anni fa (cioè a quando risale il Battesimo della Rus’ da parte di Vladimir I di Kiev, avvenuto appunto nel 988), conta però ben 150 milioni di fedeli; per cui quella “russa” costituisce numericamente la più grande comunità ortodossa del mondo. Il Patriarcato di Mosca, costituitosi ufficialmente nel 1589, estende la sua giurisdizione non solo in tutta la Russia europea, ma tuttora pure sui Paesi dell’ex-URSS ed altri Paesi considerati storicamente e politicamente satelliti.
Un’osservazione circa la questione del Calendario. Per sottolineare la propria fedeltà alle tradizioni rispetto alle innovazioni dei “latini” e diventando così un ulteriore elemento di contrapposizione tra Oriente e Occidente, quando nel 1582 papa Gregorio XIII introdusse il nuovo calendario (correggendo così un evidente e progressivo errore astronomico, vedi appunto il “Calendario gregoriano”, ora accolto in tutto il mondo e senza più bisognoso di correzioni), l’Ortodossia russa volle rimanere invece al vecchio calendario “giuliano” (introdotto nel 46 a.C. dall’imperatore romano Giulio Cesare). Questo il motivo per cui in Russia ancor oggi si celebra ad esempio anche il S. Natale del Signore con 13 giorni di ritardo (il 7 gennaio). [Molte Chiese ortodosse hanno poi accettato il calendario “papale” (gregoriano). Dal 2024 anche l’Ucraina ha proclamato ufficialmente, per tutto il Paese, la festa del S. Natale il 25 dicembre (data gregoriana), irritando ulteriormente i Russi che anche in questo scorgono una progressiva “svendita” di questo Paese all’Occidente].
Precedentemente legato, tra alterne vicende storiche, agli altri 4 storici Patriarcati ortodossi (Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme), solo dal 2018 ha ufficialmente rotto la comunione (scisma) col Patriarcato di Costantinopoli (appunto per la questione delle diverse Chiese ortodosse in Ucraina, oltre che per le loro posizioni politiche su quanto avvenuto e avviene negli ultimi anni in quel tormentato Paese, comunque storicamente certo più legato a Mosca che a Costantinopoli) .
Tale rottura è avvenuta infatti proprio in seguito al fatto che il Patriarcato di Kiev (Chiesa Ortodossa Ucraina) s’è staccato da quello di Mosca (e da esso scomunicato per tale scisma), ma è stato riammesso alla piena comunione ortodossa dal Patriarcato di Costantinopoli. La rottura con Mosca coinvolse pure la separazione dal Patriarcato di Alessandria e dalle Chiese di Grecia e di Cipro, che avevano anch’esse accolto la Chiesa Ortodossa ucraina nella piena comunione delle Chiese Ortodosse.
Nel sec. XX, la rivoluzione bolscevica (russa), la terribile persecuzione antireligiosa posta in atto dalla dittatura comunista, ha fortemente contribuito pure a tenere lontano da Roma (e dal Papa) il Patriarcato di Mosca e i Patriarcati dei Paesi che componevano l’URSS e gran parte dell’Est-Europa.
Attualmente (2025) il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie è Kirill I (Кирилл).
Dopo questi due Patriarcati (Costantinopoli e Mosca), tra le Chiese Ortodosse rivestono una particolare importanza anche storica, come abbiamo ricordato più volte, i Patriarcati di Antiochia (Siria), di Gerusalemme (Terra Santa) e di Alessandria (Egitto).
Il Patriarcato di Gerusalemme, città dove ovviamente s’è realizzata la Redenzione dell’umanità (con la Morte e Risurrezione di Cristo Signore) e dov’è nata la Chiesa (a Pentecoste), viene così fatto risalire all’apostolo S. Giacomo. È costituito oggi da fedeli prevalentemente arabi (palestinesi) ed ha giurisdizione anche sul monastero di S. Caterina al Sinai (che gode però di una propria autonomia).
Il Patriarcato di Antiochia (di Siria) risale a agli stessi “Principi degli Apostoli”, cioè a S. Pietro (che vi fu vescovo, dopo Gerusalemme e prima recarsi a Roma) e a S. Paolo (che da lì iniziò la sua missione). Includeva la Chiesa greco-ortodossa e la Chiesa siriaca. Ha giurisdizione sulle Chiese Ortodosse di Siria, Libano, Iraq e Kuwait.
Il Patriarcato di Alessandria (d’Egitto) viene fatto risalire all’evangelista S. Marco ed ha giurisdizione sugli Ortodossi greci d’Egitto (Chiesa copto-ortodossa).
Come abbiamo visto, nel primo millennio cristiano e quindi prima dello Scisma d’Oriente, più volte venne fatta persino l’ipotesi di una “Pentarchia” cioè del governo universale della Chiesa affidato a questi 5 principali Patriarcati (Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme e Alessandria); ma ciò, anche se poteva far comodo soprattutto all’influenza di Costantinopoli su tutta l’area del Mediterraneo orientale, non corrispondeva però certo alla costituzione gerarchica con cui Cristo stesso ha voluto strutturare per sempre la Sua Chiesa.
Si considerano poi Chiese ortodosse derivate o nazionali (e sempre autocefale, facenti cioè capo solo a se stesse), le seguenti Chiese, che, se non sono direttamente di origine apostolica, godono comunque certamente di una garantita “successione apostolica”.
Oltre allo glorioso Patriarcato di Mosca (Terza Roma), tra i Patriarcati dell’Europa orientale, perfino caucasica, prevalentemente legati a Mosca, occupa per importanza il 2° posto il Patriarcato della Georgia. Oltre alla storica Chiesa Ortodossa greca (o ellenica), quella che abbiamo visto essere la più ostile nei confronti alla Chiesa Cattolica e che si è staccata dallo stesso Patriarcato di Costantinopoli solo nel 1850, sono Chiese Ortodosse “nazionali” quella di Cipro, della Bulgaria (fin dall’inizio, abbiamo visto, in contesa con la Chiesa Cattolica; inoltre da qui partirono i santi fratelli Cirillo e Metodio, cioè gli evangelizzatori cattolici dei popoli slavi), della Serbia (la sede storica del Patriarcato è però perduta nel Kosovo e rimane sotto il controllo albanese), della Romania (unico paese “neolatino”, anche linguisticamente, a maggioranza ortodossa, pur essendoci anche molti Cattolici).
Particolarmente complessa, anche da questo punto di vista, è la questione dell’Ucraina, dove esistono tra l’altro, oltre pure alla Chiesa cattolica, ben tre Chiese Ortodosse: l’Esarcato del Patriarcato di Mosca (unica riconosciuta dall’Ortodossia mondiale), il Patriarcato di Kiev (staccatosi da Mosca a da questi scomunicato) e la “Chiesa Ortodossa Ucraina” (autocefala).
Tra le Chiese Ortodosse, proprio in riferimento all’Ucraina, s’è prodotto come abbiamo ricordato il più recente (2018) e persino più eclatante “scisma” interno alla stessa Chiesa Ortodossa. Si tratta appunto della rottura dei legami tra la Chiesa Ortodossa Russa e il Patriarcato di Costantinopoli (poi pure col Patriarcato di Alessandria e con la Chiesa Ortodossa di Cipro), scisma consumatosi dopo il distacco da Mosca e il riconoscimento di tale autonomia da Mosca della Chiesa Ortodossa Ucraina, riconosciuta e appoggiata da parte appunto del Patriarcato di Costantinopoli.
Vi si aggiungono anche le Chiese autocefale di Polonia, Albania, Cekia e Slovacchia; e, oltre oceano, la Chiesa Ortodossa d’America.
Nota 5 – L’Apostolo S. Andrea
Com’è noto gli apostoli Simone (Pietro) e Andrea erano fratelli anche di sangue; e se Pietro fu messo da Gesù a capo della Sua Chiesa [da cui il soprannome datogli dal Signore stesso, appunto Cefa (Κηφᾶς, Kefàs), “che vuol dire Pietro” (πετρος, petros)], Andrea è il primo chiamato (fu infatti lui, insieme a Giovanni, a incontrare per primo Gesù e fu lui a portare il fratello Simone dal Signore, cfr. Gv 1,35-42), da cui il titolo di Protóklitos (Protocleto), che significa appunto “primo chiamato”, titolo assai caro alla tradizione ortodossa.
Come abbiamo più volte sottolineato, la “successione apostolica” della Chiesa ortodossa, specie appunto della Chiesa greca e del Patriarcato bizantino (Costantinopoli), viene fatta risalire proprio a S. Andrea apostolo, che subì il martirio a Patrasso (Grecia), secondo la tradizione il 30 novembre del 60 d.C., crocifisso con quella particolare croce a “X” che prende peraltro il suo nome (Croce di S. Andrea, come si chiama persino un segnale stradale così fatto). A Patrasso se ne conservano importanti reliquie [Paolo VI donò a quella chiesa una preziosa reliquia dell’Apostolo, che era presente in Vaticano; importanti reliquie dell’apostolo si conservavano poi, e alcune ancora vi si conservano, nel duomo di Amalfi].
La festa dell’Apostolo S. Andrea (il 30 novembre) è celebrata con solennità in tutta la Chiesa, ma con particolare rilievo proprio dalla Chiesa Ortodossa.
Da molto tempo è quindi un eloquente segno anche “ecumenico” che, come ogni anno per la solenne celebrazione dei Santi Pietro e Paolo (i “Principi degli Apostoli” e Patroni di Roma, perché qui hanno subito il martirio e vi sono sepolti), presieduta dal Papa in Vaticano appunto il 29 giugno, sia presente (senza ovviamente poter concelebrare l’Eucaristia) un’autorevole delegazione ufficiale del Patriarca di Costantinopoli, così analogamente in occasione della solennità di Sant’Andrea (30 novembre) alla solenne celebrazione del Patriarca di Costantinopoli prenda parte (senza ovviamente poter celebrare) una delegazione ufficiale del Papa. Non a caso, poi, molti degli incontri ecumenici degli ultimi Pontefici coi Patriarchi di Costantinopoli (come poi ancora ricorderemo) sono avvenuti proprio in tale data (30 novembre); quest’anno (2025) contempla addirittura la visita a Costantinopoli di Leone XIV, in occasione del 1700° anniversario del Concilio di Nicea.
Vediamo in proposito un brano della catechesi su Sant’ Andrea Apostolo tenuta dal Benedetto XVI (Udienza generale del 14.06.2006, vedi): “Ed è certo che anche per il rapporto fraterno tra Pietro e Andrea la Chiesa di Roma e la Chiesa di Costantinopoli si sentono tra loro in modo speciale Chiese sorelle … Tradizioni molto antiche vedono in Andrea, il quale ha trasmesso ai greci questa parola, non solo l’interprete di alcuni Greci nell’incontro con Gesù ora ricordato, ma lo considerano come apostolo dei Greci negli anni che succedettero alla Pentecoste; ci fanno sapere che nel resto della sua vita egli fu annunciatore e interprete di Gesù per il mondo greco. Pietro, suo fratello, da Gerusalemme attraverso Antiochia giunse a Roma per esercitarvi la sua missione universale; Andrea fu invece l’apostolo del mondo greco: essi appaiono così in vita e in morte come veri fratelli – una fratellanza che si esprime simbolicamente nello speciale rapporto delle Sedi di Roma e di Costantinopoli, Chiese veramente sorelle. Una tradizione successiva, come si è accennato, racconta della morte di Andrea a Patrasso, ove anch’egli subì il supplizio della crocifissione. In quel momento supremo, però, in modo analogo al fratello Pietro, egli chiese di essere posto sopra una croce diversa da quella di Gesù. Nel suo caso si trattò di una croce decussata, cioè a incrocio trasversale inclinato, che perciò venne detta “croce di sant’Andrea”.
Nota 6 – Le Chiese Cattoliche Orientali
(Nota importante per evitare possibili confusioni ed equivoci)
Parlando delle Chiese dell’Oriente, dobbiamo evitare un grossolano equivoco, invece assai diffuso anche tra i Cattolici.
Come abbiamo qui ricordato, per Chiese Ortodosse intendiamo quelle che si sono appunto separate dalla Chiesa Cattolica nel 1054 (Scisma d’Oriente). Tali Chiese sono dunque “scismatiche” e non godono in pienezza della fede e della comunione (cattolica) voluta da Cristo Signore.
Esistono invece delle Chiese Cattoliche Orientali, cioè rimaste (o tornate) pienamente cattoliche, pur seguendo tradizioni e riti non latini ma appunto orientali. Esistono tali Chiese Cattoliche Orientali persino in Italia (specie nella zona meridionale del nostro Paese, che fu sotto l’influsso bizantino).
A tali Chiese Cattoliche Orientali lo stesso Concilio Vaticano II ha dedicato persino un apposito documento (il Decreto Orientalium Ecclesiarum, vedi). Anche dal punto di vista canonico tali Chiese sono regolate da un proprio Codice di Diritto Canonico (vedi). Nella stessa Curia Romana (Vaticana), cioè a più stretto rapporto col Papa per adiuvarlo nel suo universale ministero apostolico, esiste pure un apposito Dicastero per le Chiese Orientali (vedi).
Tali Chiese, dunque, pur pienamente cattoliche e in piena comunione col Papa (quindi per nulla eretiche o scismatiche), conservano ugualmente le proprie tradizioni in merito alla spiritualità, alla liturgia e ai Riti, come per certe sottolineature teologiche, e persino appunto nella proprie normativa canonica e disciplinare, che le distinguono dalla Chiesa Cattolica “latina”.
Pochi forse sanno che la Chiesa Cattolica contempla ben 23 riti, tuttora ufficialmente riconosciuti e celebrati.
Esistono dunque Cattolici di rito latino (in Europa occidentale sono la stragrande maggioranza) e Cattolici di rito orientale. Tra questi ultimi (Riti cattolici non latini) troviamo ad esempio il Rito bizantino (è il più diffuso, usato da molte Chiese Cattoliche Orientali, inclusa quella greco-cattolica) o quello armeno, siriaco, caldeo, copto, etiope e maronita.
Anche all’interno della stessa Chiesa cattolica latina (occidentale), oltre al Rito romano (ovviamente il più diffuso), abbiamo (in Italia stessa) il Rito ambrosiano (obbligatorio nelle chiese parrocchiali dell’immensa arcidiocesi ambrosiana, cioè di Milano), ma anche il Rito mozarabico (celebrato ad esempio a Toledo) e persino il Rito lionese (un antico rito occidentale oggi usato in misura limitata ad esempio nella cattedrale di Lione) ed altri riti.
Normalmente i Cattolici in Italia pensano invece che esistano solo le Chiese cattoliche di Rito latino o addirittura solo quelle di Rito “romano” (quando invece appunto già a Milano c’è un altro Rito). I Cattolici in Italia sono dunque in grandissima maggioranza di Rito latino romano.
Tra l’altro, anche nella Chiesa Cattolica Romana di Rito latino, c’è la questione, negli ultimi anni tornata giustamente alla ribalta, dell’uso del Rito antico (Vetus Ordo), che affonda nei secoli le proprie radici liturgiche, e del nuovo Rito (Novus Ordo), istituito da Paolo VI il 3.04.1969 (Costituzione apostolica “Missale Romanum“, vedi) ed entrato in vigore con le prima domenica di Avvento dello stesso anno (30.11.1969), Messale che veniva di fatto a sostituire ed abrogare il Messale Romano precedente. Dopo una rinnovata presa di coscienza, in una fetta non trascurabile del popolo di Dio, persino giovanile, di come non si potesse seppellire un meraviglioso Rito (e l’intera liturgia cattolica) che aveva alimentato per secoli e secoli la vita della Chiesa, tra l’altro anche a fronte di continui abusi liturgici nati nel “Novus Ordo” (non si vuol dire a causa di esso), se già Giovanni Paolo II aveva provveduto a rendere di nuovo lecito, entro certi limiti, il “Vetus Ordo“, una promozione o piena liberalizzazione in tal senso venne effettuata da Benedetto XVI nel 2007 (vedi il famoso Motu proprio “Summorum Pontificum“); poi di nuovo Francesco ne ridusse notevolmente le possibilità nel 2021-2022 [vedi la Lettera apostolica “Traditionis Custodes“, restrizioni ulteriormente precisate sempre nel 2021 (vedi) e poi nel 2022 (vedi), quindi mentre era addirittura ancora vivente Benedetto XVI].
Esistono quindi i cosiddetti Cattolici “Uniati”. Si tratta in genere di Cristiani orientali o slavi che, precedentemente scismatici, sono tornati poi in piena comunione con la Chiesa Cattolica (in genere conservando però i riti orientali, simili a quelli ortodossi). Essi sono soprattutto in Ucraina, Russia e Romania. Ovviamente sono visti con sospetto e talora persino con acredine da parte delle Chiese Ortodosse o comunque rimaste scismatiche.
Nota 7 – Ecumenismo
Oggi si usa spesso e persino si abusa del termine “ecumenismo”, a tal punto da diventare quasi sinonimo di relativismo (non c’è una verità oggettiva e tutte le opinioni o credenze religiose sono equivalenti) o di facile quanto inutile irenismo (“non guardiamo a quello che ci divide ma a quello che ci unisce”, s’è sentito e si sente dire spesso, anche da molto in alto). Però, a ben vedere, in base a questa linea “minimalista” nessun vero progresso ecumenico, cioè una reale unità nella verità, sarebbe in realtà davvero possibile. Sarebbe infatti come se in un ragionamento si volesse sciogliere ogni discrepanza dicendo che non c’è una verità oggettiva ma solo opinioni soggettive: evidentemente ogni “dialogo” diventerebbe inutile alla sua stessa radice, perché a priori si nega la possibilità di una soluzione. A livello morale, poi, con questa logica si potrebbe giustificare tutto, perché un po’ di bene c’è in chiunque (essendo tra l’altro il male un concetto privativo); e infatti ultimamente abbiamo sentito affermare pure questo 8e in casa cattolica). Non dimentichiamo poi appunto che qua stiamo parlando non di cose umane ma della stessa Parola Dio e della volontà “fondante” di Cristo!
Dobbiamo poi distinguere l’aspetto sentimentale, perfino emozionale – che sottolinea ovviamente il doveroso rispetto per qualsiasi posizione (un tempo si diceva “tolleranza”) o la pazienza (intessuta di preghiera) nel dover raggiungere nel tempo gli obiettivi desiderati e moralmente obbligatori (tanto più appunto che qui si parla di “cose sacre e divine”!) – dalle questioni teologiche e perfino canoniche. L’attenzione e l’autentica ricerca teologica su tali questioni non sono affatto segno di divisione o di non-inclusione, tanto meno atteggiamenti anti-ecumenici, ma condizioni imprescindibili, appunto in grado di “distinguere” l’essenziale dall’accessorio (ad esempio verità irrinunciabili da lecite posizioni complementari) per “unire” (che non può significare certo un anonimo e appunto relativista amalgama in un tutto generico o un minimalismo che si accontenti di ciò che ci unisce).
Anche se talora si usa erroneamente lo stesso termine, è necessario invece distinguere l’ecumenismo in senso proprio, che riguarda le diverse Confessioni cristiane (compiendo pure la doverosa distinzione, qui più volte rimarcata, tra Chiese Ortodosse e Chiese Protestanti), dall’ecumenismo in senso lato, che spesso si riferisce ai dialoghi o rapporti inter-religiosi.
Circa il dialogo inter-religioso si dovrebbe anzitutto prestare attenzione ad una differenza fondamentale, oggi spesso sottaciuta: in senso proprio il Cristianesimo non è neppure una Religione (pur essendo la più grande religione del mondo e della storia, con attualmente 2,5 miliardi di seguaci), in quanto non si tratta di una ricerca o di un senso religioso umano, ma della stessa Rivelazione di Dio all’umanità, che ha trovato la sua pienezza e definitività in Cristo, vero Dio e vero uomo. Le Religioni, peraltro, se almeno minimamente conosciute, non sono affatto né uguali né equivalenti, né possono essere considerate come diverse manifestazioni di un unico Dio, secondo le diverse culture (visto che assai spesso sarebbe allora in contraddizione con Se stesso, essendo posizioni antitetiche, come ad esempio monoteismo e politeismo). Dunque, anche il “dialogo inter-religioso”, certamente utile al fine di una convivenza mondiale pacifica e persino per valorizzare alcuni possibili elementi per la ricerca di Dio, non può però comunque scadere appunto in una sorta di relativismo (non esiste la verità ma solo opinioni), di sincretismo religioso (tutte le Religioni sono uguali o equivalenti) o irenismo (vogliamoci bene, il resto non conta, specie se provoca divisioni).
Anche quando parliamo di “ecumenismo” in senso proprio, con l’intento cioè di superare le divisioni sorte tra gli stessi cristiani e ritrovare la piena comunione, si tratta di porre in atto una vera “carità”, che non può certo andare a scapito della “verità”, tanto più che si tratta appunto non di cose “nostre”, cioè umane, ma di Dio e dello stesso destino eterno delle nostre anime!
Si dovrebbe anche evitare un ecumenismo a senso unico e unilaterale, come se dovesse essere persino solo la Chiesa Cattolica a riavvicinarsi ai “fratelli nella fede” (o persino chiedere scusa per le proprie colpe!), mentre da parte di altre Chiese si continua persino spesso a riaffermare pervicacemente solo la propria posizione (abbia visto qui persino la posizione assolutamente non disponibile se non violenta di certe Chiese Ortodosse nei confronti della Chiesa Cattolica). Questo ecumenismo sarebbe non solo falso, anche sul piano storico oltre che teologico (come anche qui abbiamo visto), ma persino astutamente diabolico (nel senso proprio di opera del “padre della menzogna”).
Non si deve poi dimenticare, perché sarebbe contrario alla stessa volontà (divina) fondante di Gesù Cristo, che la Chiesa Cattolica non solo risale agli Apostoli (è “apostolica”) ma ha mantenuto la vera e autentica fede e la pienezza della grazia (pensiamo ai Sacramenti, istituiti da Cristo per la nostra salvezza eterna, e trasmessi come operanti mediante l’autentica “successione apostolica”, cioè di vescovo in vescovo, fino ai giorni d’oggi e fino alla fine del mondo), sotto la guida di Pietro e dei suoi legittimi successori (Papi) (vedi la “Catechesi di base” n. 5), trasmettendo a tutti gli uomini, secondo il comando di Cristo stesso (cfr. Mt 28,18-20), la vita divina e la salvezza eterna.
Si veda in proposito, cioè sull’unicità salvifica di Cristo e della Chiesa Cattolica da Lui fondata, il solenne documento della Santa Sede (Congregazione per la Dottrina della fede), voluto e confermato da Giovanni Paolo II, in occasione del grande Giubileo 2000 (dunque nel 2000° anniversario della Incarnazione del Logos), cioè la Dichiarazione Dominus Iesus (vedi) [su cui peraltro si scatenarono aspre polemiche, all’interno stesso del mondo cattolico, e su cui intervenne in modo ulteriormente chiarificatore Benedetto XVI ancora dopo il suo ritiro (vedi)]
Come abbiamo forse chiarito meglio in questa News/Documento, il rapporto e lo sforzo ecumenico con la Chiesa Ortodossa dovrebbe essere assai più facile, rispetto soprattutto alle cosiddette Chiese Protestanti, anche analizzando certi avvenimenti storici e politici che hanno certamente inciso perché appunto nel 1054 si arrivasse purtroppo al cosiddetto “Scisma d’Oriente” e alla drammatica spaccatura con la Chiesa Cattolica, tragica divisione che perdura appunto da quasi un millennio.
In realtà, proprio perché manca una reale unità (anche di vedute, persino in ordine ai rapporti con la Chiesa Cattolica, come abbiamo visto) tra le diverse Chiese Ortodosse e Patriarcati, e un unico capo e guida che possa fare da reale punto di riferimento per tutti (nonostante l’importanza del Patriarcato di Costantinopoli e di quello di Mosca), anche l’ecumenismo con la Chiesa Ortodossa presenta delle difficoltà e ostacoli non facilmente risolvibili (leggi).
Dopo quanto anche qui ricordato, non si capisce poi bene perché, anche nel periodo immediatamente successivo al Concilio Vaticano II, lo sforzo ecumenico – nonostante quello che i Papi hanno compiuto, persino con atti solenni e storici (come ancora sotto ricorderemo) nei confronti delle Chiese Ortodosse e in particolare col Patriarcato di Costantinopoli – abbia visto la Chiesa Cattolica particolarmente accondiscendente, fino a rimanerne fortemente condizionata, più nei confronti del Protestantesimo che nei confronti della Chiesa Ortodossa. Ciò si nota soprattutto, come abbiamo più sopra già ricordato, nella Liturgia, dove è evidente che nell’ultima riforma post-conciliare (non parliamo poi degli abusi esplosi e talora tuttora perpetuati) ha risentito appunto assai fortemente (sino a chiederne persino il contributo) delle degenerazioni proprie del Protestantesimo. Si pensi in proposito persino alla stessa Eucaristia, intesa sempre più come “Cena del Signore” (“banchetto”, oggi addirittura “assemblea”) che come “Sacrificio di Cristo” (mistero della Croce che si rinnova sull’altare), oppure al modo di intendere lo steso sacerdozio cattolico (presidente dell’assemblea?), a scapito invece di quella sacralità dei Riti, su cui invece la Chiesa Ortodossa ha continuato a darci forte ed avvincente testimonianza nella sua “Divina Liturgia” (come viene da loro giustamente chiamata).
Nuovi rapporti tra Chiesa Cattolica e Chiesa Ortodossa
(specie col Patriarcato di Costantinopoli)
Senza dubbio, pur non mancando anche prima degli sforzi in tal senso, col Concilio Ecumenico Vaticano II (vedi il Decreto sull’ecumenismo Unitatis Redintegratio) è ripreso un fecondo dialogo della Chiesa Cattolica anche con la Chiesa Ortodossa, specie col Patriarcato di Costantinopoli.
Come abbiamo ricordato anche in questa News/Documento, Roma è la sede di Pietro – primo vescovo di Roma, dove morì martire (il 29 giugno del ’67 nel Circo di Nerone, attuale piazza S. Pietro) e dove è sepolto (sotto l’attuale altare e cupola di S. Pietro in Vaticano quindi a pochi passi dal luogo stesso del martirio) – e quindi centro della cristianità (della Chiesa Cattolica) e sede del Papa, appunto successore di S. Pietro e guida di tutta la Chiesa.
La Chiesa Ortodossa riconosce le proprie radici apostoliche soprattutto nell’Apostolo Sant’Andrea, appunto significativamente anche fratello di sangue di S. Pietro, che avrebbe subito il martirio a Patrasso (in Grecia) il 30 novembre del 60, crocifisso con quella particolare croce a “X” che prende peraltro il suo nome (Croce di S. Andrea).
La festa dell’Apostolo S. Andrea (il 30 novembre) è celebrata con solennità in tutta la Chiesa, ma con particolare rilievo proprio dalla Chiesa Ortodossa.
Come abbiamo sopra già ricordato, negli ultimi decenni, appunto come segno dell’auspicata unità tra la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa, in occasione della solennità dei SS. Pietro e Paolo (29 giugno) una delegazione ortodossa del Patriarcato di Costantinopoli assiste alla solenne celebrazione del Papa in S. Pietro. Allo stesso modo, in occasione della solennità di S. Andrea (30 novembre), una delegazione cattolica del Papa assiste alla celebrazione ortodossa che il Patriarca di Costantinopoli presiede al “Phanar” (sua sede a Istanbul).
Non a caso, come tra poco ricorderemo, molti degli incontri ecumenici degli ultimi Pontefici coi Patriarchi di Costantinopoli sono significativamente avvenuti in tale data (30 novembre) proprio a Costantinopoli. Nel 2025 la presenza stessa di Leone XIV a Costantinopoli, nel rinnovato incontro col Patriarca Bartolomeo, è stata ancora più significativa, in quanto avvenuta nel 1700° anniversario del 1° Concilio ecumenico di Nicea (325) [i cui resti archeologici sono poco distanti da Istanbul (Nicea, oggi İznik), dove il 28.11.2025 il Papa Leone XIV e il Patriarca Bartolomeo, con altri Patriarchi orientali, si sono recati in commossa e solenne preghiera].
Diamo dunque uno sguardo a quei memorabili eventi che, dal Concilio Vaticano II in poi, gli ultimi Papi hanno voluto e celebrato, in rapporto soprattutto col Patriarcato ortodosso di Costantinopoli.
Di enorme importanza storica e simbolica fu, dopo appunto quasi un millennio (cioè dai tempi dello Scisma d’Oriente), l’incontro che Papa Paolo VI tenne – in occasione del suo viaggio apostolico in Terra Santa (il 1° viaggio papale che compì Paolo VI, che fu così il primo Papa a tornare a in quella Terra da cui tutto è partito!) – col Patriarca ortodosso di Costantinopoli Atenagora (Athenagoras I), a Gerusalemme il 5.01.1964 (vedi). Paolo VI incontrò Atenagora anche il 25.07.1967 a Istanbul (vedi), visita ricambiata in Vaticano nello stesso anno.
Un importantissimo atto nella direzione di una auspicata riconciliazione della Chiesa Ortodossa con la Chiesa Cattolica fu quello siglato proprio alla vigilia della conclusione del Concilio Vaticano II (7.12.1965) mediante una Dichiarazione comune cattolico-ortodossa (letta contemporaneamente a Roma e a Costantinopoli), in cui si giungeva storicamente alla revoca delle (reciproche) scomuniche inflittesi nel 1054 e che segnarono di fatto (pur essendo persino canonicamente dubbie, visto che non c’era neppure il Papa, morto qualche giorno prima) lo “Scisma d’Oriente” (in realtà solo tra la Chiesa di Roma e il Patriarcato di Costantinopoli) e l’inizio della spaccatura millenaria e tuttora in corso tra la Chiesa Ortodossa e quella Cattolica. Tale revoca della scomunica come sappiamo non significa il venir meno dello scisma (che attualmente appunto ancora permane), ma offre ad esempio ai propri fedeli (come abbiamo visto), la possibilità, in caso di necessità, di accedere ai Sacramenti dell’altra Chiesa (essendo comunque la Chiesa Ortodossa di origine apostolica e con la stessa dottrina sacramentaria), anche se abbiamo visto ciò non è invece assolutamente accettato da molte Chiese Ortodosse (soprattutto da quella greca).
Tra gli altri eventi di notevole portata ecumenica tra i Papi e i Patriarchi ortodossi di Costantinopoli ricordiamo soprattutto i seguenti incontri.
Incontro tra Giovanni Paolo II e il Patriarca Demetrios I, tenuto a Istanbul il 30.11.1979 (festa di S. Andea), che contemplò anche una Dichiarazione comune (vedi), visita restituita dal Patriarca a Roma nel 1987.
Il nuovo patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I partecipò poi alle Esequie di Giovanni Paolo II (8.04.2005).
Benedetto XVI e Bartolomeo I si incontrarono a Istanbul il 30.11.2006 (cioè ancora nella festa di S. Andrea), durante il suo viaggio apostolico in Turchia (vedi).
Nell’occasione Benedetto XVI pronunciò anche queste importanti parole: “Oggi, in questa Chiesa Patriarcale di san Giorgio, siamo in grado di sperimentare ancora una volta la comunione e la chiamata dei due fratelli, Simon Pietro e Andrea, nell’incontro fra il Successore di Pietro e il suo Fratello nel ministero episcopale, il capo di questa Chiesa, fondata secondo la tradizione dall’apostolo Andrea. Il nostro incontro fraterno sottolinea la relazione speciale che unisce le Chiese di Roma e di Costantinopoli quali Chiese Sorelle”.
Francesco e Bartolomeo I si incontrarono a Gerusalemme il 25.03.2014, in occasione del pellegrinaggio papale in Terra Santa (vedi); poi ancora a Istanbul il 30.11.2014 (sempre nella festa di S. Andrea), in occasione del suo viaggio in Turchia (vedi) [il Patriarca Bartolomeo, che era già presente alla celebrazione di inizio di Pontificato, incontrò Francesco anche altre volte; così come fece molte visite anche in altre chiese cattoliche di città italiane].
Circa il Patriarcato di Mosca, considerata nel 2° Millennio, dopo la conversione della Russia, una “Terza Roma” (come essi stessi tuttora affermano, con un certo orgoglio), i rapporti con la Chiesa Cattolica sono stati invece sempre più difficili, rispetto a quelli tessuti col Patriarcato di Costantinopoli (tra l’altro oggi i due grandi Patriarcati ortodossi sono pure in lotta tra loro, fino ad arrivare allo scisma del 2018).
Una delegazione del Patriarcato ortodosso di Mosca fu eccezionalmente invitata e presente al Concilio Ecumenico Vaticano II (in pieno periodo comunista al governo in URSS e dominante praticamente in tutto l’Est-Europa). Pare però che per ottenere tale presenza si dovette accettare (si parla di “accordo segreto di Metz”, del 13.08.1962) di non parlare né tanto meno accusare il comunismo durante il Concilio e nei suoi numerosi documenti. Impressiona infatti che il Concilio non affrontò e non condannò mai il comunismo, che pure rappresentava il più grande e violento attacco politico e ideologico contro la fede cristiana in 2000 anni di storia della Chiesa (quando tutti gli altri precedenti 20 Concili ecumenici si sono invece dati soprattutto premura di riaffermare l’autentica dottrina cattolica e di controbattere alle eresie o attacchi via via sorti contro di essa), e ciò col pretesto che il Vaticano II doveva essere un Concilio solo “pastorale” (parola che diventerà sempre più un “mantra”, peraltro di incerto significato, fino ai giorni d’oggi) e come tale non doveva condannare nessuno (quando è invece impossibile affermare una verità senza a sua volta combattere l’errore che la contraddice; e ciò proprio come forme eccelsa di carità).
Giovanni Paolo II, specie dopo il crollo del comunismo in Russia (1991), avrebbe voluto fortemente compiere una visita a Mosca – ricevette pure un invito da parte dello stesso Michail Gorbaciov, cioè dell’ultimo Segretario del Partito comunista sovietico e Presidente dell’URSS, che incredibilmente incontrò il Papa in Vaticano solo pochi giorni dopo il fatidico “crollo del muro di Berlino” (il 1°.12.1989, vedi; tra l’altro Giovanni Paolo II conosceva pure la lingua russa) – però il Papa polacco non poté mai realizzare (fino alla morte, avvenuta come sappiamo il 2 04.2005) questo storico sogno (andare a Mosca!), nonostante appunto l’incredibile invito politico ricevuto dal Capo del Cremlino, paradossalmente proprio a causa dell’opposizione del Patriarca (o almeno dell’ambiente del Patriarcato) di Mosca. Davvero un diabolico paradosso, dopo 70 anni di dura persecuzione comunista (subìta dalla stessa Chiesa Ortodossa russa, anche se ci fu pure un’ala ortodossa più morbida col potere, come del resto avviene sempre quando ci si distacca da Roma!). A questo paradossale “niet!” del Patriarcato contribuì forse pure il fatto che Giovanni Paolo II fosse appunto polacco e tra Polonia e Russia i rapporti, anche per motivi storici, non sono mai stati buoni.
Nonostante quanto detto nell’enciclica Ut unum sint (vedi), Giovanni Polo II “dovette far fronte ad un periodo di gelo con le Chiese ortodosse, in particolare col Patriarcato di Mosca, che vedeva nella rinascita delle comunità cattoliche in Russia ed Ucraina una minaccia allo status canonico e al prestigio della Terza Roma” (così nel 2009 il Metropolita Ioannis di Pergamo, uno dei più grandi teologi contemporanei ed esponente di primo piano del Patriarcato di Costantinopoli, estimatore di Ratzinger già come teologo).
Benedetto XVI, assai stimato anche in Oriente (a motivo pure della sua immensa cultura, anche in rapporto alla tradizione cristiana bizantina e russa), avrebbe trovato meno ostilità (tra l’altro proprio in quanto tedesco, a differenza del polacco Wojtyla); con tutto ciò non si riuscì, nei neppure 8 anni del tormentato pontificato, a realizzare tale progetto.
Con Francesco c’è stato in tal senso un eccezionale seppur estemporaneo evento storico, quando, sia pur in modo veloce e in territorio neutro o comunque esterno sia a Roma che a Mosca (cioè a Cuba), s’è realizzato un rapidissimo incontro col Patriarca di Mosca (e di tutte le Russie) Kirill: l’incontro avvenne addirittura in una sala dell’Aeroporto Internazionale “José Martí” de La Habana il 12.02.2016, cogliendo il fatto che Francesco stava sorvolando Cuba per dirigersi in Messico (vedi; il viaggio papale subì solo una piccola variazione d’orario) e il Patriarca Kirill si trovava nell’isola, storicamente legata a Mosca. In quel rapido incontro si riuscì persino a fare una piccola Dichiarazione congiunta (vedi); poi Francesco, nel proseguo del volo verso il Messico e parlando ai giornalisti, fece pure in merito delle dichiarazioni estemporanee non proprio in linea con quanto appena compiuto e firmato (vedi).
I rapporti col Patriarcato di Mosca parevano dunque migliorare. Semmai Kirill aveva bisogno di più tempo per convincere gli ultra-conservatori interni al Patriarcato di Mosca che si opponevano al dialogo con la Chiesa Cattolica, e stabilire pure rapporti meno conflittuali con le altre Chiese Ortodosse nate nell’ex-URSS e perfino col Patriarcato di Costantinopoli.
Come abbiamo invece già brevemente osservato, il precipitare della situazione in Ucraina – dove c’era già al suo interno una situazione tesa tra le diverse Chiese [con la persistenza, abbiamo visto, persino di tre Chiese Ortodosse (l’Esarcato del Patriarcato di Mosca, unica riconosciuta dall’Ortodossia mondiale, il Patriarcato di Kiev, staccatosi da Mosca a da questo Patriarcato scomunicato, e la “Chiesa Ortodossa Ucraina”, appunto una sorta di Chiesa nazionale ortodossa) – ha fatto crollare persino i rapporti tra questi Patriarcati e purtroppo ha fatto pure calare il gelo tra il Patriarcato di Mosca e Roma (anche con la Santa Sede). Come sappiamo, proprio l’Ucraina è divenuta e tuttora è un terreno di scontro durissimo, dove a fronteggiarsi solo apparentemente sono Ucraina e Russia (lo scontro non è iniziato in realtà nel 2022, ma la situazione era già degenerata nel 2014); in realtà – come abbiamo già ricordato – si tratta del pericoloso fronteggiarsi delle forze (militari) atlantiche occidentali (NATO, che dal 1990 è sempre più avanzato verso oriente fino appunto a raggiungere il confine occidentale della Russia, vedi già nel 2022) con una Russia che dopo il crollo comunista del 1991 ha avuto modo di recuperare non solo il proprio spessore economico e militare, ma le proprie stesse radici cristiane, che non ha nessuna intenzione di “svendere” ad un Occidente che si fa invece paladino (vedi la UE) di pseudo valori e presunti nuovi “diritti” che a ben vedere sono in genere di stampo fortemente nichilista, relativista, edonista e di fatto anti-cristico. Per questo, persino il Patriarcato di Mosca è sceso in campo, e non certo solo per collateralismo col potere politico o per questioni legate alla nuova geopolitica mondiale, per avvertire che quello in atto assume perfino i tratti di un vero e proprio “scontro di civiltà” e di identità culturali. La Russia (peraltro in modo inaudito citata espressamente da Maria SS.ma a Fatima proprio nel 1917, vedi), dopo 70 anni di feroce persecuzione anticristiana operata dal comunismo, non ha alcuna intenzione di cadere in questa sorta di “colonizzazione ideologica” (oltre che economica e militare) da parte di un Occidente che vorrebbe realizzare persino un News World Order in tal senso. E sarebbe deleterio, anche dal punto di vista dei rapporti ecumenici con Mosca, che tale Patriarcato vedesse nella Chiesa Cattolica e in Roma (il Papa) non un baluardo dei valori cristiani ma un impressionante cedimento a queste derive anti-cristiche di un Occidente ormai prevalentemente apostata (specie in Europa occidentale).
In questo senso, dobbiamo purtroppo riconoscere che certe cosiddette “aperture” di Francesco, persino al mondo Lgbt (vedi), cosa contraria all’intera tradizione bimillenaria della Chiesa, non solo Cattolica ma anche Ortodossa, oltre che alla stessa Parola di Dio (cfr. Rm 1,24-28), abbia non solo suscitato perplessità ma persino raffreddato i rapporti tra la Chiesa di Roma (Cattolica) e quella Ortodossa, soprattutto col Patriarcato di Mosca.
Sarebbe poi altrettanto deleterio e pericoloso, in questo frangente bellico e sotto una tipica propaganda militare in corso, oltre alle ingentissime risorse economiche e militari impiegate dalla UE (Italia compresa) in Ucraina contro la Russia, se Mosca e il suo stesso Patriarcato dovessero sentire Roma (poi magari per loro non facilmente distinguibile dal Papa e dalla Chiesa Cattolica) come una dichiarata “nemica”!
La situazione dell’Ucraina è poi anche storicamente talmente tesa che, anche a livello dei rapporti tra i due storici grandi Patriarcati ortodossi (Mosca e Costantinopoli) si è giunti ora ad una tragica implosione, fino a siglare, appunto nel 2018, un nuovo gravissimo e dolorosissimo “scisma”, che ha tra l’altro coinvolto non solo il Patriarcato di Costantinopoli (dopo il riconoscimento da parte di quest’ultimo dell’autonomia della Chiesa ortodossa ucraina nei confronti del Patriarcato di Mosca) ma persino quello di Alessandria e la stessa Chiesa nazionale ortodossa di Cipro.
Ci sembra allora significativo concludere questo lungo documento con un’appendice, spirituale e agiografica, che riguarda proprio un santo vescovo e martire cattolico dell’Ucraina, San Giosafat.
San Giosafat, vescovo e martire, nacque in Ucraina verso io 1580 da genitori ortodossi. Abbracciata la fede cattolica, fu accolto fra i monaci di S. Basilio. Ordinato sacerdote ed eletto vescovo di Polock, si dedicò con grande impegno alla causa dell’unità della Chiesa. Ciò suscitò contro di lui l’odio di alcuni che decisero di ucciderlo. Affrontò il martirio nel 1623. La sua memoria liturgica si celebra il 12 novembre.
Dall’Enciclica Ecclesiam Dei del Papa Pio XI:
“La Chiesa di Dio, per ammirabile provvidenza, fu costituita in modo da riuscire nella pienezza dei tempi come un’immensa famiglia. Essa è destinata ad abbracciare l’universalità del genere umano e perciò, come sappiamo, fu resa divinamente manifesta per mezzo dell’unità ecumenica che è una delle sue note caratteristiche. Cristo, Signor nostro, non si appagò di affidare ai soli apostoli la missione che egli aveva ricevuto dal Padre, quando disse: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni» (Mt 28, 18-19). Ma volle pure che il collegio apostolico fosse perfettamente uno, con doppio e strettissimo vincolo. Il primo è quello interiore della fede e della carità, che è stata riversata nei cuori per mezzo dello Spirito Santo (cfr. Rm 5, 5). L’altro è quello esterno del governo di uno solo sopra di tutti. A Pietro, infatti, fu affidato il primato sugli altri apostoli come a perpetuo principio e visibile fondamento di unità.
Ma perché tale unità e concordia si perpetuasse, Iddio, sommamente provvido, la volle consacrare, per così dire, col sigillo della santità e, insieme, del martirio. Un onore così grande è toccato appunto a san Giosafat, arcivescovo di Polock, di rito slavo orientale, che a buon diritto va riconosciuto come gloria e sostegno degli Slavi orientali. Nessuno diede al loro nome una rinomanza maggiore, o provvide meglio alla loro salute di questo loro pastore ed apostolo, specialmente per aver egli versato il proprio sangue per l’unità della Santa Chiesa. C’è di più. Sentendosi mosso da ispirazione divina a ristabilire dappertutto la santa unità, comprese che molto avrebbe giovato a ciò il ritenere nell’unione con la Chiesa cattolica il rito orientale slavo e l’istituto monastico basiliano.
E parimenti, avendo anzitutto a cuore l’unione dei suoi concittadini con la cattedra di Pietro, cercava da ogni parte argomenti efficaci a promuoverla e a consolidarla, principalmente studiando quei libri liturgici che gli Orientali, e i dissidenti stessi, sono soliti usare secondo le prescrizioni dei santi padri.
Premessa una così diligente preparazione, egli si accinse quindi a trattare, con forza e soavità insieme, la causa della restaurazione dell’unità, ottenendo frutti così copiosi da meritare dagli stessi avversari il titolo di «rapitore delle anime»”.
