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Il "caso" Galileo

 

Troppo spesso il “caso Galileo”, in riferimento al “processo” del 1633, viene presentato come se la Chiesa si fosse ottusamente opposta alle scoperte della nuova scienza, che ha proprio in Galilei il suo padre fondatore. Addirittura c’è chi crede che tale opposizione sia stata perfino violenta. Tutto ciò per dimostrare che la fede cristiana è falsa e che la Chiesa Cattolica è sempre stata un opprimente potere che si oppone alla libertà di pensiero e al vero progresso dell’umanità.
In realtà questo è un “mito” creato dopo oltre due secoli, dallo scientismo e positivismo del XIX secolo, in polemica contro la Chiesa Cattolica, ed è purtroppo ancor oggi dominante.

Secondo ad esempio un’inchiesta fatta qualche tempo fa tra gli studenti universitari proprio delle Facoltà scientifiche dell’Unione Europea, risulta che il 30% è convinto che Galileo fu arso vivo dalla Chiesa; il 97% che sia stato torturato; chi sa qualcosa di più crede come frase “sicuramente storica” il celebre eppur si muove! che Galileo avrebbe pronunciato, sconsolato e fiero, di fronte agli inquisitori che avevano emesso contro di lui la condanna, per mostrare comunque la verità della rotazione terrestre. Tutto ciò è invece storicamente falso.

Cerchiamo allora di vedere come sono andate veramente le cose (visto che sono consultabili perfino gli Atti di quel Processo).

Per un approfondimento, v. nel sito il Dossier “Galileo Galilei

 

 

Alcune premesse

1. Che rapporto c’è tra la ragione e la fede cristiana?
La religione cristiana, e in particolare la fede cattolica, è quella in cui è avvenuto sempre il più grande e fecondo incontro tra ragione e fede (come ha sottolineato anche Giovanni Paolo II nella sua celebre Enciclica del 1998 Fides et ratio). Non a caso fin dai primi secoli il cristianesimo ha attuato un fecondo dialogo più con la filosofia classica greca che con le religioni pagane del tempo. E proprio nel cosiddetto Medioevo - cioè in quei mille anni che hanno fondato la civiltà europea e occidentale (e che secondo un altro perdurante mito illuminista anticattolico sarebbero stati invece “secoli bui”) - tale rapporto tra fede e ragione ha generato non solo una profondissima teologia ed una geniale filosofia (si pensi ad esempio a S. Agostino e S. Tommaso d’Aquino), ma anche quelle “cattedrali del pensiero” che sono le Università, che sono nate proprio in quel tempo dalla Chiesa Cattolica (mentre non esistevano nei territori non cristiani).

Sono ad esempio nate dalla Chiesa Cattolica le università di: Bologna (la prima università del mondo), Padova, Parigi (la celebre Sorbona, che ebbe la prima sede nel chiostro della cattedrale di Notre Dame), Oxford e Cambridge, e ovviamente Roma (anche “La Sapienza di Dio”, oggi statale e chiamata semplicemente “La Sapienza”). Solo in Europa, durante il medioevo, la Chiesa Cattolica creò ben 108 Università!

Il rapporto tra fede cristiana e ragione si manifesta in modo elevato ovviamente nella teologia, che è proprio una articolata riflessione razionale su ciò che Cristo (Dio fatto uomo) ci ha rivelato. Gesù è la Verità suprema (cfr. Gv 14,6; 18,37) e dona la risposta anche alla domande più decisive che l’uomo si pone, specie sul senso della sua vita. Per questo c’è sempre stato un rapporto fecondo tra teologia e filosofia (che indaga appunto sui perché più profondi). Ma anche ogni ramo del sapere, pur autonomo all’interno del proprio ambito di ricerca, inerisce con le grandi questioni dell’uomo; e per questo entra in contatto con la fede cristiana. Non a caso proprio il cristianesimo ha costituito l’ambito culturale da cui è nata anche la scienza moderna.


2. Perché la scienza moderna nasce esclusivamente nella civiltà cristiana?
La fede cristiana sa che l’universo è creato da Dio (essendo rivelato da Dio già nella prima frase della Bibbia - Gen 1,1 - è fede comune anche alla religione ebraica e perfino a quella musulmana). 
Gesù è poi quel Logos (Sapienza increata) per mezzo del quale tutto è stato creato e che si è fatto carne (cfr. Gv 1,1-2.14).
Potremmo dire che tale consapevolezza, che cioè tutto sia stato creato non a caso ma da una Intelligenza suprema (Logos), offra il presupposto culturale perché allora la nostra mente (logica) vada ad indagare quella logica che è inscritta in tutte le cose. 
La scienza moderna (galileiana) si muove da questo presupposto, senza del quale non inizierebbe neppure la ricerca. Infatti cercare le “leggi scientifiche” che regolano i fenomeni, esprimerle addirittura in termini matematici (una logica che è mentale) e fare l’esperimento per verificare la verità o meno di tale ipotesi (se cioè la logica che è nella nostra mente rispecchi effettivamente quella che c’è nella realtà) non avrebbe senso senza quella consapevolezza. Ciò è molto evidente proprio in Galileo, che consideriamo il padre della scienza moderna sperimentale.

Kant sbaglia quando dice che questo non sarebbe che un ‘a priori’ presente solo nella nostra mente; perché se così fosse potremmo fare solo dei ragionamenti, ma non degli esperimenti; mentre proprio l’esperimento può confermare o smentire se la nostra logica sia anche oggettiva (nelle cose) e non solo soggettiva (in noi).

A dire il vero, a livello di alta cultura (purtroppo non ancora in quella di massa) sembra tramontare il mito ottocentesco - scientista/positivista - che vede un’opposizione tra scienza e fede, perché sono molti ormai gli studiosi che riconoscono come non sia casuale che la nuova scienza sia nata e si sia inizialmente sviluppata “solo” in Europa, cioè nella civiltà cristiana (specialmente cattolica), ma che proprio la fede cristiana cattolica ne sia il fondamento e la causa promotrice.

L’algebra nasce certo nel mondo islamico fra l’VIII e il IX sec., ma poi proprio il musulmano Mutakallimum dirà invece che è un affronto ad Allah enunciare una legge fisica.

Ascoltiamo in proposito il giudizio del noto e grande scienziato vivente, Antonino Zichichi (che è tra l’altro lo scopritore dell’antimateria):

 “Mai una legge scientifica è stata infatti scoperta al di fuori della civiltà cristiana”. “La scienza è nata in casa cattolica con Galileo Galilei, per un atto di fede in Dio Creatore e nel Creato. E Galileo fu il primo a cercare le impronte del Creatore studiando anche gli oggetti <volgari>, cominciando perfino dalle pietre e dal loro moto di caduta, sapendo che la Sapienza infinita di Dio aveva scritto il libro della Natura con una logica (la Logica del Creato), anzi con caratteri matematici, e la scienza ha come obiettivo di capire ciò che Dio ha scritto, usando proprio il rigore della matematica. Per questo con Galileo nasce la scienza moderna, proprio comprendendo che le leggi fondamentali della natura sono espresse da precise equazioni matematiche. Galilei voleva semplicemente leggere il Libro della Natura, scritto con caratteri matematici. Dire nel XVII secolo che bisognava seguire questa strada per scoprire le leggi fondamentali della natura, non era il risultato di un discorso logico ma un atto di fede in Dio Creatore. La scienza nasce da questo atto di umiltà intellettuale, dalla consapevolezza che nasce dalla fede cristiana: in ciascun oggetto doveva esserci l’impronta della sapienza del Creatore, che è un <Intelletto Matematico>”. “Per questo stesso motivo fede e scienza non potevano per Galileo contraddirsi, perché Bibbia e Natura sono due libri scritti dallo stesso Autore, che è il Creatore”. “Fede e scienza non si contraddicono. Se vivessimo davvero nell’era della scienza queste verità sarebbero patrimonio culturale di tutti. I persistenti e propagandati pregiudizi contrari nulla hanno a che vedere con la scienza” [A. Zichichi, Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo, Il Saggiatore (MI) 1999 (pp. 20.30.48.78)].

E così scriveva lo stesso Galileo:

“Procedono di pari dal Verbo divino la Scrittura Santa e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo e questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio”; “il mondo sono le opere di Dio e la Scrittura sono le parole del medesimo Dio”.

Galileo ne era talmente convinto, da esagerare perfino. Come quando si oppose alla scoperta delle orbite ellittiche di Keplero, dicendo (sbagliando) che le orbite dovevano essere circolari, in quanto il cerchio è più perfetto dell’ellisse e Dio fa le cose in modo perfetto (oggi sappiamo tra l’altro che in astronomia l’orbita ellittica è infatti più perfetta di quella circolare, tant’è vero che facciamo fare questo tipo di orbite anche ai nostri satelliti e stazioni spaziali).

3. Ci sono stati e ci sono scienziati cristiani?
Oltre ad essere nata in campo cristiano, la storia della scienza moderna è costellata di una miriade di scienziati cristiani, cattolici (di cui molti anche frati, monaci, sacerdoti), e alcuni nominati perfino beati e santi. 
Anche oggi, nonostante che i mezzi di comunicazione insistano molto su alcuni scienziati atei, la maggioranza degli scienziati (anche tra i premi Nobel) è quantomeno credente in un Creatore. Anzi, stanno crescendo pure i casi di scienziati che passano dall’ateismo alla certezza dell’esistenza di Dio, e proprio a motivo dei loro studi (come nel caso di Anthony Flew).
A ben vedere possiamo scorgere degli antesignani della scienza moderna perfino in alcuni pensatori medievali cattolici.

Ad esempio in S. Alberto Magno (il grande maestro di S. Tommaso, a Parigi e Colonia - v. in questo sito alle pagine Sulle orme … dei Santi), non a caso “patrono degli scienziati”, troviamo che nei suoi studi di fisica, biologia, psicologia e geologia, associa all’osservazione diretta dei fenomeni lo studio critico delle loro cause. Anche Ruggero Bacone (Roger Bacon, frate francescano, docente ad Oxford, ammirato per i suoi studi matematici ed ottici), è considerato un precursore del metodo scientifico moderno in quanto sottolineò l’importanza della sperimentazione. Così Robert Grosseteste (vescovo, Cancelliere ad Oxford,  considerato uno degli uomini più eruditi del Medioevo) fu il primo “ad aver messo per iscritto una serie completa di passi necessari alla realizzazione di un esperimento scientifico”. Come vedremo, Nicolò Copernico era una sacerdote polacco, mentre Giovanni Keplero passò poi alla riforma protestante (dovendo però fuggire ed insegnò nella papale università di Bologna).

Se volessimo fare solo qualche esempio di grande scienziato cristiano (nei 400 anni della storia della scienza moderna), potremmo tra gli altri citare:

Blaise Pascal (1623-1662) è noto per il suo profondissimo pensiero (dovrebbe essere nota la sua profondissima esperienza di fede cristiana cattolica, che sfiora perfino la mistica, emergente anche in quella celebre apologia del cristianesimo che è espressa nei suoi Pensée), ma fu però anche abile matematico (studi di geometria,  sull’analisi combinatoria e sul calcolo delle probabilità; a lui si deve pure l’invenzione della “macchina aritmetica”) e fine scienziato (meccanica e fisica; sviluppò ad esempio gli studi di Torricelli sul vuoto). Giambattista Riccioli (1598-1671), gesuita, fu il primo che misurò l’accelerazione di un corpo in caduta libera; ed il suo nome è stato dato anche ad un cratere lunare. Il danese Nicolò Stenone (1638-1686) fu sia scienziato che teologo (si convertì dal luteranesimo al cattolicesimo nel 1667, divenne poi sacerdote e vescovo ed è stato beatificato da Giovanni Paolo II): è considerato uno dei maggiori scienziati naturalisti del sec. XVII; i suoi studi di medicina sono stati così importanti e avvalorati da una rigorosa ricerca anatomo-fisiologica, che in anatomia prende da lui il nome il cosiddetto “condotto stenoniano” e a lui si devono importanti scoperte (stabilendo ad esempio definitivamente che il cuore è un muscolo); ma è pure considerato il padre della “paleontologia”, scoprendo l’origine organica dei fossili e scrivendo una prima storia dei sedimenti; diede pure i primi fondamenti della geologia e cristallografia; mise inoltre le basi della geologia moderna, fondando la stratigrafia, i cui principi sono definiti infatti “principi di Stenone”. Isaac Newton (1642-1727), lo scopritore della forza di gravità, era un cristiano talmente convinto da affermare non solo che tale forza fosse una straordinaria legge che Dio ha posto nell’universo, ma con stupore asseriva che, a motivo di questa interconnessione di forze gravitazionali, era “solo per un intervento divino se i pianeti non escono dalle loro orbite” e che “è la mano di Dio ad impedire che si sfasci l’elegantissima compagine del sistema solare”. Il fisico svizzero Leonhard Euler (Eulero, 1707-1783), uno dei padri della matematica contemporanea, era un fervente cristiano, sia pur protestante. Luigi Galvani (1737-1798), uno dei primi e più importanti studiosi dell’elettricità (oltre che fisico era anche fisiologo e anatomista), era un devoto terziario francescano. Il celebre biologo Lazzaro Spallanzani (1729-1799) era un monaco abate (marianista); fu ucciso dalla rivoluzione francese, in quanto i rivoluzionari dicevano che “non avevano bisogno di scienziati” (come si vede i “martiri” della scienza non li faceva la Chiesa ma proprio coloro che la accusavano di opporsi al progresso dell’umanità). Renato Justo Hauy (1743-1822), uno dei padri della cristallografia (a lui si deve infatti la scoperta della struttura dei cristalli), era un monaco abate. Giuseppe Piazzi (1746-1826), matematico e astronomo (a lui si deve la scoperta degli “asteroidi” che sono tra Marte e Giove) era un sacerdote cattolico. Alessandro Volta (1745-1827), il celebre inventore della pila, era uomo da S. Messa e Rosario quotidiani. Il primo a parlare dell’ipotesi dell’evoluzione e a pensare che potesse essere la funzione a creare l’organo fu Jean Baptiste de Lamarck (1744-1829), talmente cristiano da dedicarsi inizialmente allo studio della teologia. Lo scopritore delle leggi dell’elettrodinamica, il matematico e fisico francese (oltre che filosofo) André-Marie Ampère (1775-1836) fu un convinto cattolico praticante (per lui la religione assume lo stesso grado di certezza della scienza, così da scrivere il libro Prove della divinità del cristianesimo). Galileo Ferraris (1847-1837), ingegnere di Torino, scopritore del campo magnetico rotante e ideatore del motore elettrico in corrente alternata, era un noto militante cattolico torinese. Bernard Bolzano (1781-1848), grande matematico e filosofo dell’università di Praga (e che influì molto sul pensiero di Husserl), era un sacerdote cattolico. Il fisico francese Léon Foucault (1819-1868), a cui si deve la prima vera prova della rotazione terrestre (mediante l’esperimento del famoso “pendolo” che da lui prende il nome), fu un fervoroso convertito al cattolicesimo. Il grande genio degli studi sull’elettricità Michael Faraday (1791-1877) predicava addirittura il Vangelo per strada. Il gesuita Angelo Secchi (1818-1878) è considerato uno dei fondatori della moderna astrofisica: fu infatti il primo a classificare gli astri in base ai loro spettri. Anche lo scopritore dell’elettromagnetismo, il fisico inglese James Clerk Maxwell (1831-1879), fu uomo di palese fede cristiana. Nello stesso secolo fu uomo di fede profonda anche uno dei padri dell’analisi matematica, Augustin Louis Cauchy. Un suo discepolo, Francesco Faà di Bruno (1825-1888) era un uomo di fede intrepida e di straordinarie opere di carità (fondò addirittura un’opera per la salvezza delle prostitute), ma anche un grande matematico (a lui si deve il calcolo delle derivate di ordine superiore di una funzione composta) e delle costruzioni (particolarmente ingegnoso il suo progetto di un campanile a Torino) [era scienziato stimato in tutta Europa, ma, pur essendo torinese, fu umiliato dalle autorità piemontesi della nascente Italia proprio in quanto fervente cristiano. è stato beatificato da Giovanni Paolo II nel 1988. (Si veda in proposito la bella e importante biografia scritta da Vittorio Messori, Un italiano serio. Il beato Francesco Faà di Bruno, Ed. Paoline 1990)]. Uno dei padri della biologia, J. Gregor Mendel (1822-1884), era un monaco agostiniano, priore del convento di Brünn (dove fu professore di fisica e scienze naturali, dopo aver compiuto gli studi all’università di Vienna): a lui, com’è noto, si deve una delle più grandi scoperte della biologia, le leggi dell’ereditarietà, avvenuta nel monastero stesso mediante 8 anni di esperimenti di ibridazione di alcuni vegetali (piselli, fagioli, ecc.) e descritta nel 1865 nell’operetta Esperimenti di ibridazione nelle piante [Fu ignorato per 35 anni (qualche studioso lo imputa al fatto che avrebbe smentito Darwin), ma quando, morto Mendel, i biologi De Vries, Tschermak e Correns poterono compiere le sue stesse scoperte, si riconobbe la validità di quanto l’ignorato abate aveva già scoperto]. Louis Pasteur (1822-1895), uno dei padri della microbiologia (che smentì tra l’altro definitivamente l’idea di generazione spontanea) era un fervente cattolico (a lui si deve anche la celebre frase “Un po’ di scienza allontana da Dio, ma molta scienza riconduce a Lui”). Anche lo scopritore delle onde radio e della radio senza fili, Guglielmo Marconi (1874-1937), fu cattolico e a lui si deve anche la costruzione della Radio Vaticana. Max Karl Ernst Ludwig Planck (1858-1947), il grande fisico tedesco e premio Nobel per la fisica 1918 (per l’inaspettata quanto fondamentale scoperta dei quanti), affermava - contro il positivismo - che credere in Dio “agevola invece il lavoro dello scienziato, perché scienza e religione hanno bisogno l’una dell’altra, come mostrano del resto Galileo, Keplero e Newton”. Anche l’astronomo e fisico inglese Arthur Stanley Eddington (1882-1944) riconosceva - contro empiristi e neopositivisti - che la scienza ha bisogno della religione, perché la scienza da sola non riesce a giudicare dei valori. Così anche il filosofo e logico-matematico inglese Alfred North Whitehead (1861-1947) aveva la profonda convinzione che scienza e religione non possano contraddirsi. Il noto paleontologo francese Teilhard De Chardin (1881-1955) vedeva addirittura nell’evoluzione cosmica la tendenza verso Cristo, punto originante e finale centro del cosmo e della storia. Uni dei padri della cosmologia contemporanea, cui si deve (insieme al russo George Gamow) anche la prima intuizione del Big Bang, l’astronomo belga Georges Lemaitre (1894-1966), era un sacerdote cattolico (fu anche Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze). Era sacerdote cattolico anche Giuseppe Mercalli (1850-1914), il famoso geologo e sismologo, da cui prende nome anche la nota classifica di intensità dei terremoti.

Non possiamo invece parlare di un’esplicita fede in Dio, nonostante le origini ebraiche, per il grande fisico Albert Einstein (1879-1955), Premio Nobel per la Fisica 1921 (non per il principio della relatività ma per la scoperta delle proprietà quantistiche della luce); possedeva però un marcato senso religioso, che definiva una sorta di “religione cosmica”, nel senso del riconoscimento umile e stupito della razionalità “divina” presente della natura (sua la frase: Dio non gioca a dadi!”).

Tra gli scienziati cristiani contemporanei, potremmo tra gli altri citare:

Giuseppe Sermonti, uno dei più grandi genetisti e studiosi di microrganismi degli ultimi tempi, è profondamente cattolico [docente all’università di Palermo, Ordinario di Genetica alla università di Perugia, direttore della International School of General Genetics, vicepresidente del XIV Congresso Internazionale di Genetica (Mosca, 1978), è stato in Italia spesso censurato ed emarginato perché scientificamente contrario all’evoluzionismo di Darwin]. Ugualmente contrario a Darwin (e a Monod) fu anche il gesuita Vittorio Marcozzi, uno dei più noti biologi e antropologi italiani degli ultimi 50 anni. Notoriamente uomo di fede cristiana cattolica è lo scienziato Antonino Zichichi, uno dei più grandi fisici viventi, scopritore dell’antimateria nucleare (“Terza Colonna” nella struttura delle particelle fondamentali) e dell’“Energia effettiva” (che produce proprietà di universalità nelle interazioni subnucleari) [ha scritto: “in nessun caso con i miei studi e le mie scoperte (e la mia scoperta dell’Antimateria) mi sono trovato dinanzi al dubbio che la mia attività scientifica potesse essere in contrasto con la mia fede cristiana”, anzi “ricercar vuol dire chiedere a Colui che ha fatto il mondo la strada da Lui seguita”]. Uomo di profonda fede è anche René Girard, uno dei più grandi biologi e antropologi degli ultimi tempi. Uomo di altissima professionalità e di grandissima fede cattolica, di cui è addirittura in corso la causa di Beatificazione, è Jérôme Lejeune, uno dei più grandi genetisti del secolo scorso (dell’Institute de Progénèse dell’Università di Parigi): a lui si deve la scoperta del cromosoma responsabile della “sindrome di down” e per questo fu proposto per il Nobel in Medicina (era già dato per certo, ma gli fu poi negato per la sua posizione dichiaratamente contro l’aborto!) [fu membro della Pontificia Accademia delle Scienze e Giovanni Paolo II lo nominò primo presidente della Pontificia Accademia della Vita]. Anche del famoso astronomo italiano Enrico Medi è in corso la causa di Beatificazione. Uno degli uomini più colti del XX secolo e tra i più grandi pensatori cristiani contemporanei è il francese Jean Guitton [scrisse tra l’altro nel 1992, con gli scienziati Grichka e Igor Bogdanov, un libro che in Francia fu un best-seller, dove si afferma che “le più importanti novità scientifiche sono fatali per il materialismo e postulano Dio”. Anche l’astrofisico americano d’origine vietnamita Trinh Xuan Thuan giunge a Dio attraverso proprio i suoi calcoli scientifici. Forte impressione ha suscitato nell’ambito scientifico (ne ha parlato tutto il mondo, mentre quasi nulla s’è detto in Italia) il fatto che il grande scienziato inglese Anthony Flew abbia dichiarato (nientemeno che in uno dei più grandi congressi scientifici mondiali tenuto a New York nel 2004) che proprio a motivo dei suoi studi sulla struttura del DNA era passato da una perfino ostentata posizione ateistica (insieme a Richard Dawkins ed espressa ad esempio nei libri God and Philosophy e Theology and Falsification) ad una chiara affermazione dell’esistenza di Dio (scrivendo nel 2007 There is a God, dove si contrappone a Dawkins, invece spesso citato in Italia) [riconosce infatti che “la natura è troppo complessa, che la sola struttura del Dna è talmente complessa da risultare impensabile al di fuori di quel «Disegno Intelligente» che presuppone appunto l’esistenza di Dio. Dio deve esistere”; si è convinto che “l’ipotesi di un «Disegno Intelligente» sia l’unica in grado di spiegare le più recenti acquisizioni della scienza”. Anche uno dei maggiori genetisti mondiali viventi, Francis S. Collins, Direttore dell’Istituto Nazionale di Ricerca sul “genoma umano” e che proprio sotto la sua direzione nell’aprile 2003 ha completato la sequenza completa del DNA umano, chiama significativamente tale genoma “il linguaggio di Dio”; già da giovane, a motivo dei suoi studi, si convertì, convincendosi come che “la fede in Dio è più razionale della miscredenza”.

Il nostro elenco di scienziati credenti potrebbe proseguire a lungo, smentendo sempre più il dogma scientista e anticristiano dell’opposizione tra scienza e fede, di fatto inesistente, non solo perché la maggior parte degli scienziati sono credenti ma addirittura perché molti lo diventano proprio a motivo delle proprie scoperte scientifiche.

Facciamo ancora solo qualche nome di grandi scienziati credenti: Nicola Cabibbo, Carlo Rubbia, Lodovico Galleni (biologo), Giorgio Parisi (fisico), Paolo De Bernardis (astrofisico), Fabiola Giannotti (fisico nucleare del CERN, Centro Europeo per la Ricerca Nucleare, di Ginevra), Luciano Maiani (fu direttore generale del CERN di Ginevra ed anche a lui si deve la costruzione del LHC), Katarina Pajchel (giovane suora domenicana norvegese, già fisico affermato della Università di Oslo è ora ricercatrice al LHC di Ginevra), Massimo Inguscio (fisico, esperto di ottica quantistica e laser), Roberto Timossi (teologo e filosofo della scienza), Francisco José Ayala (biologo e filosofo americano di origine spagnola), John Polkinghorne (fisico teorico delle particelle, è un pastore e teologo anglicano), John C. Eccles (premio Nobel per la Medicina 1963), Paul Davies (cosmologo), Stephen W. Hawking, Owen Gingerich (astronomo dell’Università di Harvard, persona di grande fede), John Polkinghorne (teologo e scienziato), José Gabriele Funes (astronomo e teologo), John D. Barrow (docente a Cambridge, tra i maggiori astrofisici, matematici e cosmologi viventi; per lui il “caso” è una spiegazione assurda), Jen Dorst (professore di zoologia dei mammiferi e degli uccelli, già direttore del Museo Nazionale francese di Storia Naturale, afferma che “le acquisizioni della scienza contemporanea non smentiscono nessuna verità della fede cristiana … anzi, ho incontrato Dio al vertice della scienza”), Jacques Arsac (professore di programmazione informatica, fondatore e direttore del centro di calcolo dell’Osservatorio di Maudon, F), André Lichnerowicz (docente di fisica matematica presso il Collége de France e membro della Pontificia Accademia delle Scienze), Abdré Valenta (“la scienza si apre al mistero e al Creatore; scientismo e materialismo hanno fatto il loro tempo”), Claude Tresmontant (1925-1997: docente di filosofia della scienza alla Sorbona), Julian Huxley, René Oth, Marco Bersanelli (astrofisico; afferma: “la struttura del mondo fisico appare come predisposta a generare condizioni favorevoli per la nostra comparsa“), Gerald L. Schroeder (fisico e teologo israeliano), Grichka e Igor Bordano, Fred Hoyle.

Potremmo anche sottolineare la presenza di uomini di profonda fede cristiana anche in rami specifici della scienza, come ad esempio nel campo dell’elettricità (Volta, Ampère, Faraday, Galvani, Ferraris, Foucault), o nel campo della matematica (oltre a Cartesio, Leibniz, Newton, Eulero e Faà di Bruno, abbiamo ad esempio, in tempi recenti, Jacques Binet, Charles Hermite, John Barrow, Bernard Bolzano, Ennio De Giorgi, Giorgio Israel, Lucia Alessandrini, Antonio Ambrosetti). Contrariamente a quanto continua ad asserire con grande insolenza (e con gratuite ed offensive dichiarazioni a riguardo dei cristiani, che sarebbero privi di intelligenza!) il professore di matematica Piergiorgio Odifreddi, sempre presente sui mass-media italiani, secondo una recente indagine condotta negli USA la categoria di scienziati con la più bassa percentuale di atei è proprio quella dei matematici. Proprio Antonio Ambrosetti, allievo di altri grandi matematici come Giovanni Prodi ed Ennio De Giorgi (entrambi con forte senso religioso), ed eminente studioso di Analisi Matematica, di cui è Ordinario alla Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste (dopo aver ricoperto la cattedra alla Normale di Pisa), ha scritto addirittura un libro intitolato Matematica e Dio (2008), affermando che “la matematica sfiora il mistero”; ha affermato tra l’altro “mi irrita sentir dire che c’è opposizione tra fede e matematica, come fa Odifreddi, perché è falso; e la riprova è il gran numero di matematici credenti, nel passato e nel presente”
.

4. Che rapporto c’era tra la Chiesa e la scienza, nella Roma dei tempi di Galileo?
Nonostante che nel XVI secolo una cospicua fetta di Europa si fosse separata dalla Chiesa Cattolica e avesse gravemente deformato la dottrina cristiana (la dolorosa ferita della Riforma protestante), e persistendo perfino gli attacchi militari dei musulmani contro i cristiani e l’Europa stessa (si pensi alla battaglia di Lepanto del 1571), la Chiesa Cattolica sperimenta in quel tempo un meraviglioso rifiorire della fede, di nuovi carismi, ordini religiosi, e perfino di un nuovo umanesimo, che si esprimeva anche nella bellezza dell’arte e nella fecondità della cultura.
Per questo, la Roma papale dei secoli XVI e XVII fu una fucina di cultura, scienza e arte - di cui anche oggi possiamo constatarne il trionfo e goderne la bellezza - sia per la saggezza e l’erudizione dei Papi (alcuni di loro erano perfino esperti in astronomia, come Paolo III, Gregorio XIII, Paolo V e lo stesso Urbano VIII del “processo”), sia per il mecenatismo di certi cardinali, come pure per le alte istituzioni culturali e scientifiche poste in atto anche dai nuovi ordini religiosi, tra i quali la Compagnia di Gesù (i “Gesuiti” - fondata nel 1534 da S. Ignazio di Loyola), che promosse ovunque non solo l’autentica fede ma anche la cultura, nelle sue molteplici ramificazioni.
Un esempio di questa passione culturale che scaturiva dalla fede cattolica, fu l’istituzione nel 1603 a Roma della Accademia dei Lincei (fondata dal naturalista romano Federico Cesi sotto gli auspici di papa Clemente VIII), con lo scopo di radunare gli scienziati più insigni in una specie di comunità internazionale di studio e di ricerca scientifica. Fu in questo senso fu la prima accademia scientifica internazionale al mondo (precedendo in questo senso la Royal Society di Londra e la Académie des Science di Parigi). Poiché il metodo di ricerca promosso in tale Accademia era proprio quello di attenersi all’osservazione dei fenomeni e verificare le ipotesi mediante esperimenti (i membri dovevano guardare bene, come delle “linci”), potrebbe essere intesa anche come matrice della nuova scienza sperimentale. Tra i suoi membri ci fu anche Galileo, nominato proprio dal Cardinale Barberini (futuro Papa Urbano VIII) come segno della sua amicizia e stima.

Nel 1847 Pio IX trasformò l’Accademia in Pontificia Accademia dei Nuovi Lincei e nel 1936 Pio XI in Pontificia Accademia delle Scienze. Furono membri della Pontificia Accademia delle Scienze grandissimi scienziati (tra cui Lamaitre, Marconi, Planck, Heisenberg, Fleming, Dirac). Tuttora esistente e operante, vi sono iscritti la maggior parte dei più grandi scienziati viventi (tra cui diversi premi Nobel). Che questa  Accademia sia Pontificia è già per sé eloquente dell’attenzione sempre data alla scienza da parte della Chiesa.

5. Dato che il caso Galileo è stato fatto ruotare unilateralmente su una questione astronomica (la validità o meno della teoria copernicana), che rapporto c’era tra la Chiesa e l’astronomia?

La Chiesa Cattolica ha mostrato sempre un vivo interesse per l’astronomia, non solo per il religioso stupore che desta l’immensità del cielo e che aumenta con la progressiva sua scoperta, ma perfino per questioni liturgiche (come ad esempio per la questione della data della S. Pasqua).

Per questo motivo liturgico la Chiesa dovette occuparsi di astronomia già nel Concilio di Nicea (325 d.C.).

La ricorrenza annuale della S. Pasqua, principale festa cristiana, non si attiene infatti alla data storica della risurrezione di Cristo (che sarebbe accaduta il 9 aprile dell’anno 30) ma all’antica tradizione che la celebra la “domenica dopo il primo plenilunio di primavera”, che varia quindi di anno in anno.

Uno autorevole professore statunitense (Heilbron) afferma: “Dal tardo Medioevo all’epoca dell’Illuminismo la Chiesa Cattolica ha promosso e sostenuto (anche economicamente) lo studio dell’astronomia più di ogni altra istituzione, probabilmente più di tutte le altre insieme” [citato da T. E. Woods Jr. in How the catholic Church built western civilization, Washington D.C., 2001 (trad. it., SI, 2007, p. 12)].

Proprio nel XVI secolo nacquero in Roma due autorevolissime istituzioni astronomiche (il Collegio Romano e la Specola Vaticana) e un Papa (Gregorio XIII) compì quella riforma (astronomica) del Calendario che non solo porta il suo nome e vige tutt’oggi, ma fu talmente precisa da essere perenne e universale.

Il Collegio Romano fu fondato a Roma dai Gesuiti nel 1551 (quindi appena 17 anni dopo la loro nascita) e divenne nella storia non solo il primo e più importante Collegio dei Gesuiti (chiamato poi Università Gregoriana, tuttora esistente) ma una particolare fucina di cultura e di studi, anche in campo scientifico e astronomico, tra le più eccelse d’Europa. Tra i suoi docenti (gesuiti) ebbe insigni scienziati, tra i quali Christopher Clavius (1537-1612; figura così eminente in matematica da essere definito “l’Euclide del XVI secolo”), S. Roberto Bellarmino (che vedremo poi in riferimento a Galileo; oltre che finissimo teologo fu studioso e docente proprio di astronomia, nel Collegio e all’università di Lovanio), Athanasius Kircher (1601-1680; fu il primo ad usare sistematicamente il microscopio per lo studio delle malattie; fu anche il primo ad esporre una teoria completa dell’evoluzione ed considerato l’antesignano degli studi sull’Asia e sull’Egitto), Ruggero Giuseppe Boscovich (1711-1787; per la sua intuizione degli atomi-punti che costituirebbero tutta la realtà è considerato il padre della moderna teoria atomica). Alcuni di questi professori gesuiti del Collegio Romano svilupparono studi speciali sui terremoti, mettendo le basi della sismologia (che non a caso era detta anche la “scienza dei gesuiti”). Altri furono astronomi di tale valore che a ben 35 crateri lunari fu dato il loro nome.

Come vedremo, il Collegio Romano riservò un’entusiasta attenzione per gli studi di Galileo. Nella sua visita romana del 1611, Galileo fu accolto con molti riguardi dal prestigioso Collegio Romano e fu proprio Clavius ad informarlo che gli astronomi del Collegio Romano potevano confermare tutte le scoperte da lui descritte nel Sidereus nuncius, pubblicato l’anno prima; Galileo peraltro si avvalse molto delle competenze matematiche del professor Clavius (il quale si mosse addirittura per garantirgli una cattedra, che Galileo di fatto rifiutò) e ciò fu di enorme importanza, visto che proprio la nuova scienza galileiana applicava alla fisica la matematica.

Pochi sanno che il Vaticano ha il più antico osservatorio astronomico del mondo, detto appunto Specola Vaticana. Fu voluto dal Papa Gregorio XIII ed inaugurato ufficialmente nel 1583. Lo scopo originario era quello di compiere studi astronomici per giungere alla riforma del Calendario (v. di seguito). Fu costruito proprio all’interno dei giardini vaticani, poi, per avere minori luci che interferissero, fu trasferito nel 1935 all’interno del palazzo apostolico di Castelgandolfo sui Colli Albani (se ne possono ancor oggi notare i due emisferi nella sagoma del palazzo), quindi, per lo stesso motivo, nel 1981 si è trasferito nel deserto dell’Arizona (USA), dove è tuttora attivo.

La Specola tiene anche Convegni astronomici di altissimo livello. Suo Bollettino è il Vatican Observatory Publications. A motivo di tale osservatorio astronomico la Città del Vaticano è membro dell’Unione Astronomica Internazionale.

Nessuno al mondo era ancora riuscito a risolvere la questione astronomica del calendario, neppure il calendario “giuliano”, cioè come poter far quadrare la questione che mentre la Terra compie una rivoluzione attorno al Sole (anno), compie “poco più” di 365 rotazioni (365,22) attorno a se stessa (giorni). Questo “poco più” è peraltro un numero periodico, che corrisponde a poco meno di 6 ore.

Non era una questione puramente accademica, visto che nel XVI secolo si erano già accumulati 10 giorni di ritardo; andando avanti così ci saremmo trovati ad avere ad esempio nel nostro emisfero l’estate a dicembre e l’inverno a giugno.

Fu solo il Papa Gregorio XIII, peraltro anch’egli astronomo, che con i suoi collaboratori astronomi gesuiti del Collegio Romano nel 1582 risolse definitivamente il problema, così che il calendario da lui istituito e che da lui prende il nome (“gregoriano”) non solo è stato accolto dall’umanità intera, ma non avrà più bisogno di essere corretto, tanto è preciso.

“Un ulteriore esempio di come, ancor prima di Galileo, la Chiesa abbia sempre promosso ogni forma di sapere, anche quello astronomico, e con risultati tali da imporsi alla civiltà mondiale” (così Jean-Robert Armogathe, Professore Ordinario alla Sorbona di Parigi).

6. In che cosa consisteva la questione della “teoria copernicana”?
Normalmente quando parliamo di “rivoluzione copernicana” - espressione che da Kant in poi è diventata sinonimo di cambiamento radicale di prospettiva - intendiamo riferirci al fatto secondo cui Copernico ha intuito che non è la volta celeste a ruotare attorno a noi (come ci sembra e come è stato creduto per millenni, secondo il sistema geocentrico tolemaico) ma è la Terra a ruotare attorno a se stessa, oltre a ruotare attorno al Sole (sistema eliocentrico copernicano).
Purtroppo è stato fatto credere e viene creduto ancor oggi - e proprio su questo si è creato il “caso Galileo” - che questa intuizione copernicana sia stata definitivamente dimostrata da Galileo e che la Chiesa vi si sia ottusamente e violentemente opposta. 
Cerchiamo di vedere invece come stavano le cose.
Nicolò Copernico (1473-1543) era un sacerdote (!) polacco, che venne a studiare nelle prestigiose università papali di Roma, Bologna, Padova e a Ferrara; e proprio qui conobbe coloro che simpatizzavano per il sistema eliocentrico. Per sé non fu astronomo, ma un matematico; anche se proprio la sua fede cattolica lo rendeva certo che l’ordine ‘geometrico’ dell’universo era opera di Dio creatore, che egli chiamava anche il “Divino Artefice” e “Sublime Architetto”. Era un convinto assertore del sistema eliocentrico (che prenderà addirittura da lui il nome) e fu incoraggiato a compiere le proprie ricerche in questo senso da sacerdoti (come Celio Calcagnini di Ferrara), da vescovi (come il vescovo di Tulm: Tydeman Giese) e da cardinali (come Nicola Schoenberg). Con tutta probabilità già nel 1500 insegnava proprio a Roma la sua teoria eliocentrica e pare che tra i suoi alunni ci fosse nientemeno che Alessandro Farnese (il futuro Papa Paolo III). Quando pubblicò le sue osservazioni nel De revolutionbus orbi coelestium, stampato nel 1543 con l’Imprimatur di un cardinale domenicano, lo volle significativamente dedicare proprio al Papa Paolo III.
Già questo dimostra come da parte della Chiesa Cattolica, e persino nella stessa Roma, non ci fosse alcuna difficoltà o chiusura nei confronti della teoria copernicana (come ipotesi plausibile).

A dire il vero tale ipotesi eliocentrica fu invece subito condannata dalla Riforma protestante (iniziata nel 1517). Lutero diede a Copernico il titolo di “astrologo improvvisato”, qualificando la sua scoperta “una follia”; Melantone disse che “simili fantasie da loro non sarebbero state tollerate”. E si opporranno anche a Galileo.

Dobbiamo però sapere che Copernico non fu il primo ad avere questa intuizione e soprattutto che non riuscì a portarne alcuna prova scientifica. 
Nella storia l’ipotesi della rotazione terrestre, in opposizione a quella geocentrica di Tolomeo (sec. II d.C.), era stata già più volte avanzata, ad esempio da Aristarco di Samo (sec. III a.C.) e perfino da alcuni pitagorici (sec. V a.C.). Nel Medioevo convivevano le due prospettive, non essendoci prova sicura né dell’una né dell’altra.

Furono favorevoli all’ipotesi eliocentrica, ad esempio, Guglielmo di Conches (1080-1154; illustre filosofo, teologo ma anche naturalista della celebre Scuola di Chartres), Nicola di Oresme (1320-1382; teologo, scienziato e vescovo di Lisieux), Campano da Novara (..-1296; matematico, astronomo e medico), Celio Calcagni (1475-1541; scienziato sacerdote bolognese), Diego di Zuniga (1536-1589; frate agostiniano di Salamanca che nel 1584 pubblicò a Toledo un’opera di esegesi favorevole al sistema copernicano), Paolo Antonio Moscerini (1565-1616; scienziato carmelitano). Che fosse la Terra a ruotare su se stessa (e non il cielo a ruotare attorno alla terra) fu convinzione anche di Giovanni Scoto Eriugena e di S. Alberto Magno; lo stesso S. Tommaso d’Aquino, nonostante la sua enorme stima per la filosofia aristotelica, riteneva provvisoria la teoria aristotelico-tolemaica.

Prima ancora che nascesse Copernico, il Cardinale Nicolò da Cusa (Nicola Cusano), filosofo e scienziato, insegnava proprio a Roma l’ipotesi eliocentrica. 
Che fosse una legittima discussione scientifica ancora in corso lo dimostra il fatto che fossero ancora favorevoli al sistema tolemaico l’astronomo danese Tycho Brahe (1546-1601).

[vedremo in seguito le posizioni al tempo di Galileo e oltre]

Come vedremo, ci fu effettivamente un momento di tensione nei confronti dell’ipotesi copernicana quando nel 1616 (cioè 73 anni dopo la sua pubblicazione) la Congregazione dell’Indice pubblicò un Decreto in cui si sospendeva temporaneamente la stampa del De revolutionibus di Copernico e si dichiarava il sistema copernicano come “errato e contrario alla Scrittura”.

Nel 1559 la Santa Sede pubblicò un Indice dei libri proibiti, aggiornato periodicamente dalla Congregazione dell’Indice”. Tale istituzione, durata fino a non molto tempo fa, indicava appunto quei libri che si ritenevano contrari alla verità ed alla retta dottrina cristiana e che quindi non erano da pubblicarsi o comunque da leggersi.

La tensione si creò sul fatto che nella discussione astronomica tra sistema tolemaico e quello copernicano si volle talvolta da entrambi le parti inserire questioni teologiche e di esegesi biblica, così da scivolare pericolosamente (cosa che inciderà moltissimo anche nella questione Galileo) sul piano dottrinale. Qualcuno temeva che la negazione del geocentrismo potesse mettere in crisi la visione biblica secondo cui l’uomo (sulla Terra) è il centro e il fine della creazione stessa.
Dobbiamo tener presente che, secondo una lettura tradizionale, alcuni testi biblici sembravano propendere verso l’ipotesi tolemaica. Inoltre proprio la Riforma protestante, posta in atto da poco ma con drammatiche conseguenze sulla cristianità, si intestardì sulla interpretazione “letterale” della Bibbia (secondo la logica luterana della “sola Scrittura” senza alcuna possibilità di interpretazione da parte della Chiesa).

A proposito dei testi biblici spesso citati a favore della tradizionale ipotesi tolemaica (geocentrica), si noti ad esempio che la nota frase di Giosuè “Fermati o sole!” (Gs 10,12-13), tra l’altro tra i più antichi testi dell’Antico Testamento, non diceva assolutamente nulla di astronomico; tant’è vero che ancor oggi, dopo millenni e nonostante l’astronomia attuale, nel comune linguaggio parlato continuiamo a dire che “è tramontato il sole” e non che “è girata la terra”.

All’interno di questo clima diventato teso, la Curia Romana compì un passo forse esagerato ed inopportuno, ma dovuto comunque a questioni più disciplinari che teologiche o scientifiche.

Incise forse non poco anche il triste e aberrante caso, avvenuto pochi anni prima, del frate domenicano Giordano Bruno, che proprio a partire dal sistema eliocentrico si era mosso per costruire una rivoluzione metafisica e teologica talmente grave da giungere ad affermare che Dio era la Natura e perfino a confondere la religione con la magia (e risultando inutili i tentativi di correggerne la dottrina e la predicazione, fu com’è noto condannato e giustiziato nel 1600).

Tale Decreto era comunque espressamente provvisorio, avendo per postilla un significativo donec corrigatur (ossia fino a quando la situazione non fosse chiarita). Quando infatti solo 4 anni dopo, nel 1620, fu chiarito che la validità del sistema copernicano non era ancora scientificamente provata ma era solo un’ipotesi molto plausibile, il testo di Copernico fu riammesso alle stampe.

Tale Decreto fu poi definitivamente soppresso nel 1757 (dopo Newton ma comunque un secolo prima che il sistema copernicano fosse scientificamente provato!) e di fatto non risultò più nell’Indice dei libri proibiti.

Tale Decreto non impediva comunque certo gli studi astronomici e la ricerca scientifica della prova del sistema copernicano. Ne sono testimonianza appunto gli studi degli astronomi cattolici (specie gesuiti) e l’espressa simpatia manifestata per questa ipotesi perfino da papi e cardinali del tempo.

7. Perché è sintomatico il caso di Keplero?
Il caso dello scienziato Giovanni Keplero (1571-1630) - praticamente contemporaneo di Galileo e che può essere considerato un padre della moderna astronomia (avendo scoperto nel 1596 le orbite ellittiche dei pianeti, scoperta avversata da Galileo) - è sintomatico per dimostrare quanta apertura mentale e sincera ricerca della verità fossero presenti negli ambienti culturali cattolici, a differenza ad esempio di quelli protestanti. 
Keplero, che chiamava Dio “Supremo Geometra” dell’universo, conobbe infatti le tesi di Copernico studiando Teologia presso la celebre università cattolica tedesca di Tubinga (il che dimostra appunto come nelle università cattoliche l’ipotesi copernicana fosse affatto censurata o avversata). Quando però tale università fu conquistata dalla Riforma protestante, anch’egli si fece protestante, e lasciò gli studi teologici per quelli matematici e di astronomia. Quando però pubblicò la sua opera De revolutionibus, favorevole alla visione copernicana, fu subito avversato dai protestanti ed espulso dall’università. Fu invece accolto come docente proprio nella università di Bologna (del Papa). Ciò dimostra appunto come nelle università nate e gestite dalla Chiesa Cattolica ci fosse una vera apertura della ragione ad ogni sincera ricerca della verità, anche qualora fosse diretta a nuove ipotesi astronomiche e queste fossero insegnate perfino da professori, come nel caso appunto di Keplero, che alla stessa Chiesa Cattolica si erano ribellati. 

 

 

Galileo Galilei


8. Chi era Galileo Galilei
Galileo Galilei (1564-1642) fu certamente un genio. Giustamente viene considerato il “padre” della nuova scienza moderna (chiamata infatti ‘galileiana’), nel senso che in lui vediamo concretizzarsi in modo più chiaro - non per primo in modo assoluto, come abbiamo già notato - il metodo di leggere i fenomeni naturali in chiave matematica e di comprovare l’esattezza o meno di questo ordine della natura mediante esperimenti (diciamo infatti scienza ‘sperimentale’). 
Come abbiamo già sottolineato, il presupposto culturale perché ciò potesse realizzarsi era nella fede cristiana cattolica, poiché è esplicito in Galilei che le logica matematica che regola i fenomeni naturali è tale perché la natura è opera di Dio, Logos creatore, il quale ci ha dotati nello stesso tempo della ragione per poterla progressivamente esplorare. 
Galileo fu un uomo di sincera fede cattolica e tale rimase fino alla morte.

Da ragazzo visse un poco nel monastero toscano di Vallombrosa e in quello fiorentino della SS.ma Trinità; per questo a Firenze si diceva perfino che era un “monaco sfratato” (visto che, sviato dal padre, ne uscì subito a 14 anni). Per ben due volte, nel 1618 e nel 1620, Galileo si recò come pellegrino alla “Santa Casa” di Loreto per “raccomandarsi alla Madonna”. Scrisse: “In tutte le opere mie, non sarà chi trovar possa pur minima ombra di cosa che declini dalla pietà e dalla riverenza di Santa Chiesa”. Ebbe due figlie suore. Perfino durante il <processo> del 1633 disse che “tutto accettava purché non lo si obbligasse a dire di non essere cattolico, perché tale era e voleva morire”. Morì in effetti il giorno 8.01.1642 (all’età di 78 anni), nella sua villa di Arcetri (FI), con una  morte davvero cristiana: ricevette infatti i Sacramenti [Confessione, Viatico e Unzione degli Infermi] ed ebbe il conforto non solo dell’indulgenza plenaria ma di una speciale Benedizione Papale. La figlia Suor Maria Celeste, che lo curò negli ultimi anni, attestò che spirò pronunciando il nome di Gesù.

Galileo, oltre alla proverbiale schiettezza toscana, mostrò però una personalità tormentata ed un pessimo carattere, polemico e talora assai iroso e presuntuoso. Il che gli fu molto nocivo.

Nato a Pisa ma trasferitosi subito a Firenze, a 17 anni tornò a Pisa a studiare medicina, filosofia e matematica. I suoi maestri ne registrano l’acume intellettuale, ma anche il pessimo carattere, polemico e incline alle diatribe.

Proprio a Pisa, ancora giovanissimo, fu nominato professore di matematica e fece la sue prima scoperte (le “leggi del pendolo” e quella della “caduta dei gravi”); ma, polemico e presuntuoso, si scontrava spesso coi colleghi (certo anche invidiosi per le sue scoperte e per la sua fulminea carriera) e non solo per questioni scientifiche, ma anche su piccolezze (come l’uso della toga nel fare lezione). Anche per questo motivo, oltre che perché meglio retribuito, nel 1592 si trasferisce a Padova, dove ottenne la cattedra di matematica (presto nominato addirittura ‘a vita’) presso la celebra università della Chiesa (con l’appoggio del cardinal Dal Monte).

Anche con i colleghi di questa università i rapporti furono pessimi. Alcuni documenti lo definiscono “ribelle, ostinato, vanitoso, conscio della sua grandezza ma non dei suo limiti”; così anche nelle discussioni scientifiche “qualche volta porta avanti le proprie posizioni furbescamente, altre volte ingenuamente”.

Nel 1610 lascia Padova per tornare a Firenze, dove il Granduca lo nomina “Primario matematico”. Galileo accettò, essendo la retribuzione ancor maggiore di quella di Padova, ma volle che fosse nominato anche “Filosofo”, manifestando con ciò non solo il suo orgoglio (ed uno spirito venale) ma anche una persistente confusione tra fisica e metafisica, che fu assai dannosa anche per la questioni che lo coinvolsero.

Il successo aumentò il tono polemico e sprezzante che Galilei usava nei confronti di chi non fosse d’accordo con le sue idee, ormai sempre più favorevoli al sistema copernicano. Chiamava i tolemaici “pigmei intellettuali, appena degni di essere chiamati umani” e giunse a definire i suoi colleghi fiorentini “la piccionaia”, ironizzando sul nome del loro rappresentante Ludovico delle Colombe.

Nella sua vita cosiddetta ‘privata’, che la Chiesa Cattolica ha delicatamente lasciato al di fuori di ogni dibattito, Galileo presentò inoltre delle gravi debolezze e mancanze.

A Padova, ad esempio, viene descritto con una “vitalità esuberante che trova sfogo nelle tavole imbandite ed una forte sensualità che si manifesta in perturbanti compagnie femminili”. Di fatto conviveva con una donna veneziana (Marina Gamba), che non volle mai sposare e dalla quale ebbe tre figli (Vincenzo Andrea, Virginia e Livia). Si mostrava spesso smodato e intemperante, così da dover essere talora ripreso per essere “disordinato nel bere” (usando un eufemismo). Quando nel 1610 decise di lasciare Padova per tornare a Firenze, abbandonò la compagna e i tre figli (per sistemare in fretta le cose fece sposare, dietro compenso finanziario, la sua donna con un artigiano, affidò il figlio Vincenzo Andrea ad un prete e mandò in convento le due figlie Virginia e Livia, che furono comunque due brave suore clarisse)

è quanto mai significativo, e segno della magnanimità e misericordia della Chiesa Cattolica, che tali torbide questioni private, che allora erano giustamente considerate deplorevoli e scandalose e che potevano rendere Galilei attaccabilissimo, non furono invece mai sollevate all’interno della questione Galileo, neppure nel “Processo” del 1633, e mai divennero motivo di discriminazione o di censura nei suoi confronti (tenendo presente che nella Ginevra di Calvino, cioè della Riforma protestante, concubini come lui potevano essere addirittura decapitati).


9. Quali sono state le vere scoperte di Galileo? La Chiesa vi si è opposta?
Il “caso Galileo”, cioè il mito anticattolico creatosi attorno al <processo> a Galilei del 1633, ha enfatizzato la questione astronomica, e in particolare l’ipotesi copernicana, dimenticando quasi che le sue più importanti scoperte non sono state nel campo astronomico, ma in quello della meccanica.

A lui si deve ad esempio la scoperta delle leggi del pendolo, della prima e la seconda legge del moto, del principio di relatività e l’invenzione della bilancia idrostatica, del termo-baroscopio (da cui forse derivò il termometro), del compasso geometrico e militare e del microscopio composto.

Il primo che misurò l’accelerazione di un corpo in caduta libera fu però il gesuita Giambattista Riccioli. Così non è stato Galilei a inventare il pendolo isocrono, né il microscopio semplice.

Su queste scoperte non solo non fu mai criticato né tanto meno impedito, ma ricevette sempre il plauso e l’incoraggiamento dagli importanti ambienti scientifici e accademici della Chiesa.
Invece proprio nel campo dell’astronomia - nonostante il valore delle nuove osservazioni compiute col cannocchiale e descritte nel suo Sidereus nuncius del 1609 - Galileo mostra ancora errori, pregiudizi, ingenuità e perfino un atteggiamento intollerante assai poco scientifico.
Può sembrare eccessivo questo giudizio, ma in realtà Galileo Galilei si oppose - per religiosi motivi, come abbiamo visto - alla scoperta delle orbite ellittiche compiuta da Keplero (chiamandole una “fanciullaggine”), definì un “effetto ottico” l’apparire di tre comete nel 1618 (chiamando il gesuita Orazio Grassi che scoprì le orbite di tali comete, pur vedendovi erroneamente una conferma della visione aristotelica, “serpe lacerata, scorpione, balordissimo, solennissima bestia”), si ostinò a considerare le maree una prova della rotazione terrestre (definendo “puerile” - perfino nel Dialogo - l’idea degli astronomi gesuiti che le consideravano causate dalla luna, come dimostrerà Newton nel 1687), e soprattutto volle affermare come scientificamente sicura l’ipotesi copernicana, pur non offrendone alcuna prova sperimentale (quindi contrariamente al metodo scientifico da lui stesso promosso), che arrivò dopo oltre due secoli.

Per Keplero era chiaro come l’ipotesi copernicana non fosse ancora sicura, cioè scientificamente provata, e lo scrisse personalmente a Galileo (in una lettera del 3.01.1611), facendogli anche osservare che sbagliava nel considerare le maree come prova in tal senso, mentre secondo lui erano causate dalla luna.

Anche circa il cannocchiale, che Galilei avrebbe inventato nel 1609 (così che il 2009, in occasione del 400° anniversario, è stato celebrato come anno galileiano e dell’astronomia), dobbiamo precisare che il merito di Galileo Galilei non fu quello di inventarlo, ma di potenziarlo talmente da renderlo atto non solo a guardare lontano ma addirittura per scrutare il cielo. Infatti - mentre l’uso delle lenti era già noto da tempo e gli occhiali furono inventati dal frate domenicano Alessandro della Spina agli inizi del XIV secolo - il cannocchiale vero e proprio, detto perspicillum, era già stato inventato nel 1590 dall’ottico olandese Hans Lipperheim e si trovavano cannocchiali ormai in Olanda, in Inghilterra e quindi a Venezia [fu proprio infatti il sacerdote (Servita) veneziano Paolo Sarpi che nel 1606 per primo ne parlò a Padova al prof. Galilei]. Galileo, che a differenza di Keplero non si era mai occupato di ottica, vi aggiunse più lenti e riuscì così ad ingrandire gli astri fino a 20 volte. Non fu però lui a coprire le “macchie solari” (tale scoperta pare risalga al padre Cristoforo Scheiner, come conferma una lapide a Ingolstadt).

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Non aveva ancora vent’anni quando nel 1583, nel celebre duomo di Pisa, osservando l’oscillazione di un lampadario toccato dal sacrestano, Galileo si chiese il motivo fisico di tale movimento pendolare e quali leggi matematiche lo regolassero. Scoprì in questo modo le leggi del pendolo.

Ed è paradossale come per tutta la vita non abbia mai pensato che proprio nel movimento del pendolo potesse celarsi anche quella “prova” sperimentale della rotazione terrestre che non riuscì di fatto mai a trovare. Infatti proprio a partire da un’osservazione analoga (il movimento di un pendolo all’interno del Pantheon di Parigi, con la traccia che segnava sulla sabbia) che giunse con Léon Foucault l’autentica definitiva prova della rotazione terrestre (e quindi della validità del sistema solare copernicano); ma era il 1851, ben 268 anni dopo l’osservazione di Galileo!

Tre anni dopo Galileo scoprì ed espresse matematicamente la legge fisica della caduta dei gravi.

Non si tratta della scoperta della forza di gravità, che arriverà nel 1687 con Isaac Newton e sarà meglio compresa come ‘legge universale fondamentale’ nel 1915 da Albert Einstein.

In quel tempo, come la maggior parte dei suoi colleghi pisani, anche Galileo insegna oltre alla Geometria di Euclide anche l’Almagesto di Tolomeo, condividendo (almeno fino al 1614, sia pur con molte perplessità) il sistema astronomico tolemaico.

A Padova, oltre che matematico e fisico, Galileo fece l’astronomo, ma amava presentarsi anche come letterato, poeta, musicista e filosofo; si mostrò perfino appassionato di astrologia.

Questa coesistenza di astronomia e astrologia (oroscopi) può oggi sembrare giustamente contraddittoria per il fondatore della scienza moderna (l’astrologia fa infatti infuriare ad esempio lo scienziato contemporaneo Zichichi, v. il suo testo Il vero e il falso), ma la troviamo pure in Cartesio, Keplero, Bacone, Newton e preponderante in Giordano Bruno.

In questo periodo scrisse un trattato sulle fortificazioni, inventò una macchina per sollevare l’acqua, perfezionò il compasso geometrico e militare, studiò il magnetismo della calamita, compì le prime esperienze che porteranno all’invenzione del termometro.

10. Che accoglienza ebbe Galileo nella sua visita a Roma?
Abbiamo già osservato (domanda n. 4) quale fucina di studi, anche in campo scientifico oltre che umanistico e artistico, fosse la Roma papale al tempo di Galileo. Quando la fama di Galileo e delle sue scoperte giunse a Roma, fu subito assai stimato, non solo negli ambienti accademici e scientifici come il Collegio Romano, ma anche in quelli di Curia, pure tra alti prelati, cardinali e dallo stesso pontefice Paolo V, peraltro anch’egli astronomo e inizialmente favorevole alla teoria copernicana. 
Il cardinale Roberto Bellarmino incoraggiò i suoi confratelli gesuiti a confermare ed appoggiare le scoperte di Galilei. Il cardinale Cesare Baronio lo invitò addirittura ad insegnare a Roma la teoria copernicana (Galileo declinò l’invito dicendo che “preferiva restare dov’era”).
Quando poi Galileo decise di far visita a Roma per mostrare i suoi studi e le proprie scoperte, ricevette un’accoglienza potremmo dire quasi trionfale: al Collegio Romano i padri astronomi gesuiti gli riservarono onori ufficiali e lo ascoltarono con vivo interesse ed entusiasmo; il Papa Paolo V non solo lo ricevette ed ebbe con lui un caloroso colloquio, ma offrì in suo onore un ricevimento nel suo stesso palazzo del Quirinale. In quell’occasione Galileo venne molto elogiato dal Cardinale Dal Monte (quello che lo aveva introdotto all’università di Padova) e soprattutto dal Cardinale Barberini (futuro Urbano VIII), che gli divenne amico e lo nominò membro dell’ancor giovane ma prestigiosissima Accademia dei Lincei.
Intanto Galilei si mostra sempre più certo del sistema copernicano e sempre più sprezzante ed offensivo nei confronti degli aristotelici-tolemaici. Già nelle Lettere copernicane (tra le quali anche quella al monaco benedettino Benedetto Castelli, prima discepolo di Galileo poi suo collega e amico presso lo Studio universitario di Pisa) e nelle Lettere sulle macchie solari (del 1612-1613) mostra il sistema copernicano non più come ipotesi ma come certezza, con tanto di citazioni bibliche. E proprio questi furono gli errori che lo condussero poi al “processo” del 1633.

Due episodi sono emblematici del favore che Galileo godeva nella Chiesa, nonostante alcune voci dissidenti e per sé lecite al suo interno. Quando nel 1615 il domenicano Niccolò Lorini, che già nel 1612 lo aveva accusato d’essere eretico, lo denunziò addirittura al S. Uffizio, tale organo della Santa Sede non diede luogo a procedere. Quando invece il domenicano Tommaso Caccini lo attaccò Galileo nelle sue prediche nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze, non solo Galileo venne immediatamente difeso dal benedettino Benedetto Castelli e dal padre Luigi Maraffi (che aveva compiti di responsabilità nell’ordine domenicano), ma il cardinale Benedetto Giustiniani ordina al padre Caccini di ritrattare pubblicamente le accuse e di scusarsi ufficialmente con Galileo. In altre occasioni, quando Galileo venne attaccato anche dai suoi colleghi, scesero in campo in suo favore addirittura da Milano il Cardinale Federico Borromeo e da Roma lo stesso Cardinale Barberini.

Come si può notare, non esiste da parte della Chiesa Cattolica, specialmente ai suoi vertici, nulla di ostile nei confronti della teoria copernicana e tanto meno nei confronti di Galileo e delle sua scoperte; anzi mai come in questi ambiti Galileo sembra compreso, stimato ed incoraggiato. 
 

11. Cosa fece mutare questa calorosa accoglienza romana e come si giunse al “processo” del 1633?
Ormai dovrebbe essere già chiaro che non si trattò né di un’opposizione alle scoperte scientifiche di Galileo e neppure dell’ipotesi del sistema copernicano in quanto tale.
Come abbiamo sopra anticipato, gli errori commessi da Galilei a proposito dell’ipotesi copernicana furono sostanzialmente due (aggravati dai toni polemici e sprezzanti che come al solito aveva nei confronti di chi non era d’accordo con lui):

1) il primo, peraltro in contraddizione proprio con il metodo “sperimentale” della nuova scienza galileiana, fu quello di presentare come assolutamente sicura la teoria copernicana (eliocentrica), mentre non c’era alcuna prova scientifica in questo senso (e non ci sarà fino al 1851);

2) il secondo fu quello di portare a favore dell’ipotesi copernicana delle citazioni bibliche (cosa che facevano certo anche gli avversari ma che non si addice proprio al padre della scienza moderna), trascinando tra l’altro pericolosamente la questione su un piano teologico (e proprio in un momento storico in cui, come s’è già osservato, anche sulla questione dell’interpretazione della Bibbia s’era separata dalla Chiesa la Riforma protestante, peraltro assai ostile a Copernico, e c’era già stato il caso del frate Giordano Bruno, che invece a partire da questa teoria predicava cose aberranti).

Nella Curia Romana si cominciò ad avvertire un certo disappunto per questo atteggiamento intollerante e apodittico del Galilei e soprattutto per il suo voler addirittura citare la Bibbia per avvallare quella ipotesi copernicana, di cui peraltro non riusciva a trovare le prove scientifiche.
Così che quando nel 1615 Galileo decise di tornare a Roma per raccogliere un esplicito appoggio contro quella “piccionaia” (come li definiva) dei suoi colleghi pisani e fiorentini, trovò invece assai più freddezza.
Il Cardinale Roberto Bellarmino (santo), cioè proprio colui che aveva chiesto ai suoi confratelli gesuiti del Collegio Romano di sostenere Galileo e di confermare con l’ausilio dei loro telescopi le sue scoperte, divenuto tra l’altro Padre Generale dei Gesuiti e Gran Consultore del S. Uffizio, assunse nei confronti delle posizioni di Galileo un tono più prudente. Il Cardinale Barberini consigliò a Galileo di lasciar perdere le considerazioni biblico-teologiche; e il Cardinale Baronio gli disse di lasciare la Bibbia alla Chiesa (è di questo cardinale, e non di Galileo come comunemente si dice, quella simpatica e significativa espressione secondo cui “L’intento dello Spirito Santo, nell’ispirare la Bibbia, era di insegnarci come si va in Cielo, non come va il Cielo”).
Galileo Galilei venne quindi invitato dal Sant’Uffizio a spiegare meglio la sua ipotesi e a portarne le prove. Allora Galileo redisse frettolosamente un opuscolo intitolato Discorso del flusso e reflusso del mare che il 6.01.1616 inviò ad Alessandro Orsini, appena diventato Cardinale. Fece quindi ristampare a Roma, come ulteriore prova, una sua opera del 1613 dal titolo Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti. Nonostante che queste di fatto non fossero assolutamente prove a favore della rotazione terrestre (come lo stesso Keplero gli aveva inutilmente cercato di fargli capire), Galilei assunse anche di fronte al Cardinale Orsini quel suo peraltro usuale atteggiamento polemico e apodittico, presentando la teoria copernicana come certezza assoluta e quelle come prove decisive.
Intanto, come abbiamo detto, la Congregazione dell’Indice, sospinta da alcuni ambienti ecclesiastici preoccupati per la rilevanza teologica assunta dalla questione, pubblicò il 5.03.1616 quel Decreto che prese le distanze dal sistema copernicano, sospendendo temporaneamente (73 anni dopo la sua pubblicazione) la stampa del De revolutionibus di Copernico.

Il Cardinale Barberini, futuro Papa Urbano VIII, si era mostrato perplesso su tale provvedimento (scrisse che se fosse stato per lui “non si sarebbe fatto quel decreto”) e insieme al Cardinale Caetani si adoperò presso Paolo V perché la dottrina copernicana non fosse dichiarata “contraria alla fede”.

E' però significativo che in tale Decreto non ci fosse alcun riferimento a Galileo Galilei o a qualche sua pubblicazione. Questa delicatezza nei confronti di Galileo fu confermata sei giorni dopo (l’11 marzo), quando Galileo fu ricevuto in udienza privata dal Papa Paolo V.

Racconta lo stesso Galilei: “Ragionai con Sua Santità per tre quarti d’ora con benignissima udienza. Gli raccontai la malignità de’ miei oppositori; mi consolò col dirmi che io avessi con l’animo riposato, perché restavo in tal concetto appresso a Sua Santità e tutta la Congregazione, che non si darebbe leggiermente orecchio ai calunniatori, e che vivente Lui io potevo esser sicuro; e avanti che io partissi, molte volte mi replicò d’esser molto ben disposto a mostrarmi con effetti in tutte le occasioni la sua buona inclinazione a favorirmi”.

Poco tempo dopo, il 26.05.1616, il Cardinale Bellarmino redisse però a nome del Sant’Uffizio una Ammonizione secondo la quale Galileo doveva promettere, non di cessare i propri studi o di abiurare dalle proprie convinzioni scientifiche al riguardo, ma solo di togliere tutti i riferimenti alla Bibbia che egli portava nei suoi scritti a conforto della teoria copernicana, facendo sconfinare la scienza nella teologia, peraltro su una questione di cui non c’era alcuna dimostrazione.

Si potrebbe dire che Galileo se la sia cercata, insistendo che la Chiesa intervenisse a favore della teoria copernicana, con tanto di base biblica e teologica. Il Cardinale Bellarmino ottenne questa formula di blanda Ammonizione, peraltro non diretta apertamente e personalmente a Galileo, ma solo ad alcune sue enunciazioni apodittiche. Purtroppo nella pratica si infilò un’ingiunzione, cioè una “promessa formale” (preparata preventivamente all’udienza senza che fosse firmata né dall’autorità costituita né da Galileo), che risultò però decisiva nel Processo del 1633, come prova della disobbedienza di Galileo.

Essendosi però sparse subito false dicerie, da parte dei suoi avversari, sulla presunta ritrattazione di Galileo, il Cardinale Bellarmino gli rilasciò il giorno stesso una Dichiarazione o Attestato, in cui tra l’altro afferma:

“Noi, Roberto Allarmino … diciamo che il suddetto signor Galileo non ha abiurato in mano nostra né di altri qua a Roma, né meno in altro luogo che noi sappiamo, alcuna sua opinione o dottrina, né manco ha ricevuto penitentie salutari né d’altra sorte, ma solo gli è stata denunziata la dichiarazione fatta da N.so Sig.re (il Papa) et pubblicata dalla Sacra Congregazione dell’Indice, nella quale si contiene che la dottrina attribuita al Copernico sia contraria alle Sacre Scritture et però non si possa difendere né tenere”.

Il Papa stesso, che di nuovo ricevette privatamente Galileo e tenne con lui un lungo colloquio, lo sollecitò a non insegnare più in università la teoria copernicana come certezza; e Galileo promise di obbedire. Invece non mantenne la promessa, fatta al Sant’Uffizio e al Papa in persona, ed anche nella nuova edizione bolognese delle Lettere copernicane mantenne le stesse citazioni bibliche. Il che aggravò la sua situazione, perché al di là delle questioni scientifiche già scivolate erroneamente a livello teologico, si aggiunsero anche le questioni disciplinari, che porteranno pian piano al Processo. Data la notorietà ormai raggiunta da Galileo, tale disobbedienza non poteva passare inosservata e generava quindi anche scandalo negli stessi ambienti ecclesiastici romani.
Mutarono anche i rapporti con i gli astronomi gesuiti del Collegio Romano, prima tanto calorosi, tanto più che, come abbiamo già osservato, Galileo non esitò a dare il titolo di “serpe lacerata, scorpione e solennissima bestia” al padre gesuita Orazio Grassi, che vedeva nelle orbite delle tre comete apparse nel 1618 una conferma della visione aristotelica, certo sbagliando, ma assai meno di Galileo che le considerò addirittura semplici effetti ottici (tale contrasto col Grassi entrerà perfino  nel suo celebre testo Il Saggiatore, pubblicato a Firenze nel 1623).

E pensare che quel gesuita Orazio Grassi, oltre ad essere un grande matematico, fu tra i massimi architetti del suo tempo e proprio a lui si deve il disegno della grandiosa e stupenda chiesa di S. Ignazio in Roma.

Quando il 6.08.1623 il Cardinal Maffeo Barberini, stimatore e perfino amico di Galilei (pare che si fosse persino dilettato a porre in versi l’elogio di Galilei e delle sue scoperte), venne eletto Papa col nome di UrbanoVIII, Galileo ovviamente esultò grandemente; gli dedicò Il Saggiatore, dove espone di nuovo le proprie teorie astronomiche e pubblicato a Firenze nello stesso anno (il nuovo Papa rispose di aver gradito quella dedica e di aver letto con interesse quel testo). L’anno successivo (1624) Galileo si recò in udienza privata dal Papa e gli domandò la revoca della Ammonizione del 1616. Urbano VIII lo ricevette calorosamente, con onori e doni, e gli concesse perfino il permesso di tornare a insegnare il sistema copernicano, purché fosse esposto come ipotesi e soprattutto evitando commistioni teologiche. Incoraggiato da questo rapporto di stima da parte del nuovo Pontefice, nel 1624 iniziò a scrivere il famoso Dialogo sopra i due massimi sistemi (il titolo completo suona così: Dialogo di Galileo Galilei, dove nei congressi di quattro giornate si discorre sopra i due massimi sistemi del mondo, Tolemaico e Copernicano, proponendo indeterminatamente le ragioni filosofiche e naturali tanto per l’una quanto per l’altra parte), che venne completato addirittura nel 1630.

Pare che fu proprio su un consiglio di Urbano VIII che Galileo abbandonò l’originario titolo pensato (Dialogo su flusso e reflusso, peraltro appunto un errato argomento portato da Galileo a favore del sistema eliocentrico) in favore di Dialogo….

La questione delle due ipotesi (copernicana o tolemaica), chiamati però significativamente “sistemi” (tanto Galileo vi vedeva giustamente implicata una questione di più ampie proporzioni) veniva dunque esposta sottoforma di “dialogo”, in cui Galileo promette all’inizio di essere imparziale, e fu scritta in lingua volgare, cosa allora inusuale, con lo scopo di renderla subito accessibile ad un più vasto pubblico. Nello sviluppo dell’opera, riprende però i suoi toni polemici, che si adombrano perfino sotto i nomi dei due immaginari dialoganti (l’aristotelico tolemaico si chiama Simplicio, mentre il copernicano si chiama Salviati). Nel 1630, ultimato il lavoro, Galileo si recò a Roma per chiederne l’Imprimatur alla Santa Sede, sicuro di ottenerlo. Era però in corso a Roma un’epidemia di colera; per cui la revisione e la stampa del testo furono demandate a Firenze. Pare che Galileo abbia compiuto qualche sotterfugio; di fato sorsero malintesi coi Revisori, e proprio sulla questione se la teoria copernicana vi dovesse essere presentata come ipotesi o come certezza, cosa appunto di fondamentale importanza per tutta la questione. L’opera ricevette l’approvazione ecclesiastica ed era pronta per la stampa agli inizi del 1632. Improvvisamente, il 21.02.1632, giunse l’ordine del Papa di sospendere la stampa. 
Cos’era successo? Il Papa credette di essere stato ingannato circa la revisione del manoscritto e l’ottenimento dell’imprimatur: fatto ulteriormente esaminare il testo, vide infatti che la teoria copernicana non veniva presentata come ipotesi (come era e come Galileo aveva promesso di  scrivere) ma asserita assolutamente. Inoltre sulla bocca dello sciocco Simplicio del Dialogo Galileo metteva ironicamente espressioni dello stesso Pontefice. Urbano VIII, che peraltro ha ben più gravi problemi internazionali, sociali ed ecclesiali, di cui occuparsi in quel periodo, ne fu irritato e si sentì tradito non solo nell’amicizia dimostrata a Galileo ma anche nelle promesse da lui stesso proferite. 

La questione divenne quindi “disciplinare”: Galileo stava ingannando e non si era attenuto a quanto ufficialmente promesso in occasione dell’Ammonizione del 1616.

Ricordiamo però che non fu chiaro neppure come tale Promessa formale fosse stata siglata. Tra l’altro il cardinal Bellarmino che l’avrebbe ricevuta (nel 1616) era a nel 1932 già deceduto e non poteva dunque renderne testimonianza.

Nella seduta del 23.09.1632, alla presenza del Papa, il Sant’Uffizio decide di aprire un’istruttoria sul testo del Dialogo sopra i due massimi sistemi e di notificare a Galileo di comparire a Roma dinanzi al Commissario Generale del Sant’Uffizio. Galileo non si presenta alla data stabilita, inviando un certificato medico che lo dichiarava depresso, debole di stomaco e con vertigini. Il Sant’Uffizio accetta di rimandare l’incontro di un anno, con “tutto comodo del Galilei”. Una commissione (l’Inquisizione) doveva intanto studiare 8 passi del Dialogo in cui Galileo insinua questioni teologiche all’interno di quelle astronomiche. Galileo giunse a Roma il 13.02.1933. 
In attesa del “processo”, che iniziò il 12 aprile, e mentre si tennero all’insegna della cordialità e del mutuo rispetto i primi colloqui con gli Ufficiali del S. Uffizio, Galileo alloggiò, col permesso del Papa, nella splendida Villa Medici (al Pincio), sede dell’Ambasciata del Granducato di Toscana.

 

 

Il <Processo>

12. Cosa è stato davvero il “Processo” a Galileo Galilei del 1633?
Poiché è proprio su questo Processo che si è creato dopo due secoli il “caso Galilei”, cioè quel mito anticattolico secondo cui l’oscurantismo della Chiesa Cattolica si sarebbe spinto fino al punto di processare il fondatore della scienza moderna, e proprio sulla teoria copernicana, dobbiamo vedere di che cosa realmente si sia trattato.

Gli Atti di tale Processo, conservati nell’Archivio storico del S. Uffizio, sono consultabili dagli studiosi di tutto il mondo. Nel 1979 il Papa Giovanni Paolo II li ha resi disponibili a tutti , promuovendo e incoraggiando lo studio di quei documenti, così da far piena luce su quanto allora è effettivamente accaduto (v. nota al termine).

Il Processo vero e proprio si svolse dal 12 aprile al 22 giugno del 1633.
Anzitutto, durante il Processo, venne riservato a Galileo Galilei un trattamento del tutto speciale, a cominciare dalla possibilità di abitare in un appartamento di 5 stanze (con vista sui giardini vaticani) messogli gratuitamente a disposizione dal Sant’Uffizio, con ottimi pasti ed un cameriere personale sempre a propria disposizione. Di fatto però dopo pochi giorni chiese ed ottenne di continuare ad abitare, anche durante il processo, nella sontuosa Villa Medici.
La Commissione (dell’Inquisizione), composta da tre teologi e che aveva esaminato il testo del  Dialogo sopra i due massimi sistemi, non doveva occuparsi e non si era occupata della controversia scientifica, perché doveva rimanere nell’ambito disciplinare. In altri termini, si trattava di una questione abbastanza ristretta: Galileo si era attenuto, come ufficialmente promesso, a presentare il sistema copernicano come ipotesi? Aveva evitato di entrare in questioni bibliche e teologiche? 
Per sé, dunque, il Processo si disinteressò del problema scientifico in quanto tale
I Consultori del Sant’Uffizio svolsero con Galileo un sereno confronto, specie sulle implicanze teologiche portate da Galileo a sostegno della teoria copernicana.
Ora, come abbiamo già accennato, benché nella prefazione al Dialogo Galilei parlasse ancora di “ipotesi” copernicana, di fatto però nel testo non solo la asserisce in modo assoluto, ma, secondo il suo solito stile polemico, non esita a chiamare “imbecilli con la testa nelle nuvole, la cui stupidità macchia l’onore del genere umano”, coloro che potevano dubitare della teoria copernicana (oltre all’ironia sul tolemaico Simplicio, in cui poteva velarsi un riferimento al Papa stesso).
Poiché la prassi dei Processi era che l’inquisito dovesse rispondere a dei quesiti, anche in questo caso Galileo doveva rispondere a 3 quesiti; e precisamente:

1) se avesse insegnato la dottrina condannata nel 1616 col Decreto del S. Uffizio e secondo la promessa fatta al card. Bellarmino;

2) se realmente aderisse a quella dottrina;

3) se riconoscesse di aver ricevuto nel 1616 un precetto personale del S. Uffizio e se ne avesse informato i revisori del libro.

La discussione e la difesa
Purtroppo, di fronte ai suoi cordiali interlocutori Galilei si mostrò polemico fino all’insulto, volendo a tutti i costi mostrare come certo ciò che ancora non lo era ed egli stesso non sapeva dimostrare.

Delle tre prove esposte a favore della allora presunta certezza del sistema eliocentrico, nessuna a rigore dimostrava qualcosa di valido così da escludere la tesi opposta come errata: le prime due (anomalie dei moti dei pianeti e le macchie solari) erano di indole matematica ma lasciavano la teoria copernicana ancora discutibile; la terza (le maree), l’unica di natura fisica, era priva di fondamento, anzi decisamente falsa.

Venne benevolmente invitato a non essere così irruente e apodittico.

Per Keplero era chiaro come l’ipotesi copernicana non fosse ancora sicura, cioè scientificamente provata, e lo scrisse personalmente a Galileo (in una lettera del 3.01.1611), facendogli anche osservare che sbagliava nel considerare le maree come prova in tal senso, mentre secondo lui erano causate dalla luna. Ma Galileo, che non credette alle orbite ellittiche scoperte da Keplero, gli rispose che pensare alla luna come causa delle maree era una “fanciullaggine” (invece è vero).

Ecco ad esempio un interessante passaggio del Processo - in cui tra l’altro si può notare come le domande non fossero affatto intimidatorie ma autentiche richieste di spiegazione - quando intervenne direttamente lo stesso Papa Urbano VIII (diremmo più come astronomo che come Capo supremo della Chiesa), con la seguente domanda: “Se la Terra gira attorno al Sole, come fa a non perdersi la Luna, che le rimane sempre agganciata?”. Galileo, che ovviamente non conosce la gravitazione universale, risponde semplicemente dicendo che “la Luna è legata naturalmente alla Terra”. Anche di fronte alla domanda “Se la terra si muove così velocemente, perché non ce ne accorgiamo, perché l’aria sta ferma?” Galileo non può dare ancora risposta (che è nel principio di relatività). Di fatto quindi non sa rispondere (scientificamente).
La colpa di Galileo non fu quella di non avere ancora le prove della rotazione terrestre, ma quella ostinarsi a credere di averle, cercandovi una conferma nella Bibbia stessa e insultando gli avversari. Dal punto di vista della disciplina ecclesiastica era poi quella di non aver mantenuto la promessa.
Per sé dunque quel Processo non era particolarmente rilevante e verteva su una questione più disciplinare, senza compromettere la discussione sulla teoria copernicana. Nulla dunque di ciò che invece dopo due secoli è stato artificialmente gonfiato in polemica anticlericale, così da crearne il mito e farne il paradigma della presunta opposizione della Chiesa alla scienza. 

La sentenza
A quali conclusioni arriva dunque il Sant’Uffizio, dopo aver ascoltato per più di due mesi Galileo?

Ricordiamo di nuovo che non si trattava di giungere a delle conclusioni sulla verità o meno della teoria copernicana, ma di stabilire se Galileo si fosse attenuto alle indicazioni date e su cui si era impegnato.

Il 21 giugno il Processo termina con la condanna, in quanto appunto Galileo risulta aver trasgredito all’ordine del Decreto del 1616 di parlare del sistema copernicano in termini di sola ipotesi, e di non essersi attenuto a quanto promesso con la relativa Ammonizione (con l’aggravante di aver carpito l’imprimatur del Dialogo in modo non chiaro, compromettendo perfino alti prelati della Curia).
Tale sentenza e relativa condanna non fu dunque per sé di carattere scientifico, non negando la possibilità che fosse vera l’ipotesi copernicana (peraltro insegnata sia prima che poi anche negli ambienti ecclesiastici accademici e scientifici) né poneva assolutamente limiti alla ricerca in questo senso, ma semmai si affermava giustamente che dal punto di vista scientifico era ancora solo un’ipotesi (e tale resterà infatti fino 1851).
E' inoltre da rimarcare come invece le vere scoperte di Galileo, che sono più nel campo della meccanica che dell’astronomia, non furono mai contraddette ma anzi elogiate dalla Chiesa. 
Nulla dunque di quella presunta ottusa opposizione alla scienza inventata dal “mito” su Galilei.

Abbiamo poi già evidenziato come l’Inquisizione del Sant’Uffizio, con grande delicatezza umana e cristiana, non toccò mai minimamente le torbide questioni morali della vita privata di Galileo (l’unione illegittima con una donna, poi abbandonata, ed i 3 figli illegittimi avuti da lei e anch’essi abbandonati), cosa che in altre sedi (come quelle protestanti) avrebbero invece avuto tragiche conseguenze.

Il giorno dopo (22.06.1633), nella grande sala del Convento dei Domenicani presso S. Maria sopra Minerva (Roma), il processo formalmente si concluse, alla presenza di dieci Cardinali-giudici della Inquisizione. Di questi 10 Cardinali, peraltro solo 7 votarono per la “condanna” di Galilei; e tra i tre Cardinali contrari e dunque favorevoli all’assoluzione di Galilei ci fu  nientemeno che il nipote del Papa (Cardinale Francesco Barberini).

Venne quindi letta la Sentenza, in cui si stabiliva che:

1) sia proibito il libro dei Dialoghi di Galileo Galilei;

2) egli sia condannato al carcere formale (ad arbitrio del S. Uffizio);

3) per 3 anni, una volta a settimana, reciti i 7 salmi penitenziali.

Il S. Uffizio si riserva di moderare, mutare o levare le suddette pene e penitenze.

Seguono le firme dei 7 dei 10 Cardinali che l’hanno approvata.

Anche in questo caso, per sottolinearne la provvisorietà, si aggiunse la postilla donec corrigatur (ossia fino a quando la situazione non fosse chiarita).

La Sentenza proibiva dunque la stampa del Dialogo sopra i due massimi sistemi e richiedeva al Galilei di abiurare dalle proprie posizioni “teologiche” a favore della teoria copernicana (altrimenti poteva essere imputato di eresia, il che sarebbe stato assai più grave). 
Galileo Galilei ascoltò la sentenza e pronunciò in ginocchio la formula di abiura già preparata, in cui si riconosce “colpevole di aver sostenuto la falsa opinione dell’eliocentrismo come dottrina rispondente a verità” e promette obbedienza alla Chiesa. Galileo accettò di abiurare, perché (sono sue spontanee parole, già citate) “tutto accettava purché non lo si obbligasse a dire di non essere cattolico, perché tale era e voleva morire, a onta e dispetto de’ suoi malevoli (avversari)”.

Negli Atti del processo non c’è alcuna traccia di quel celebre suo sconfortato “eppur si muove”, riferito alla Terra, che Galileo, pur costretto ad abiurare dalle sue certezze scientifiche, avrebbe pronunciato in quel frangente e che invece fa parte del mito di Galileo ancor oggi divulgato e creduto. Tale frase, intrisa di sarcasmo anticlericale, fu infatti espressamente inventata dalla polemica anticattolica dopo oltre un secolo: fu infatti inventata e lanciata a Londra nel 1757 dal pubblicista italiano Giuseppe Baretti.

Nel processo non vi fu inoltre la minima traccia di violenza, né fisica né psicologica, come invece molti credono (facendo parte anche questo del “mito” Galileo). Pare che Galilei, udita la sentenza, abbia mormorato un ringraziamento per la mitezza della pena, e fosse consapevole di aver fatto di tutto per indisporre il Tribunale, composto anche da astronomi di affermata competenza. In seguito confessò di aver agito “per vana gloria, ambizione, ignoranza et inavvertenza”.
In effetti, Galileo ad esempio nelle zone protestanti avrebbe avuto ben altra sorte!

Di fatto potremmo dire che, specialmente a causa delle menzogne e del mito creato su di essa dalla cultura anticattolica ottocentesca, quella Sentenza fu storicamente assai più dannosa per la Chiesa che per Galileo.

Entriamo un poco nei particolari della “condanna”
1) La proibizione di stampare il libro dei Dialoghi era di fatto temporanea, essendo stata aggiunta anche in questo caso l’espressione donec corrigatur (cioè fino a quando non fosse corretta). 
La correzione richiesta per la stampa dei Dialoghi era semplicemente quella di presentare la teoria copernicana ancora come ipotesi, come di fatto scientificamente era. 
E'
paradossale che nel “caso Galileo” venga accusata la Chiesa di atteggiamento antiscientifico, perché proprio su questo specifico punto (l’unico che destava perplessità alla Chiesa) è proprio Galilei a non attenersi a quel metodo scientifico (la sperimentabilità dell’ipotesi) che egli stesso aveva introdotto o quantomeno esaltato.
Per la scienza (galileiana) un’ipotesi di spiegazione può essere considerata una teoria certa quando se ne portano le prove mediante un esperimento (e finché un esperimento non dimostri il contrario).
Inoltre tale momentanea proibizione di stampa dell’opera non impediva assolutamente di credere alla teoria copernicana o di proseguire gli studi affinché si giungesse ad uno sua prova effettiva.

Solo qualche anno dopo (il Processo a Galilei) perfino il grande Inquisitore spagnolo fondò nella celebre università ecclesiale di Salamanca la Facoltà di Scienze Naturali e vi si insegnò subito la teoria copernicana.

2) La condanna al “carcere formale” (ad arbitrio del S. Uffizio) voleva dire una sorta di “domicilio coatto”. Potrebbe sembrare una condanna forte, ma in realtà fu appunto formale, data anche l’età di Galileo (quasi settantenne e ormai quasi cieco).

Dunque per Galileo non ci fu, né durante il processo né dopo, neppure un solo giorno in prigione, né fu sottoposto a violenza alcuna, come invece viene propagandato dal “mito”.

Di fatto tale “pena” si tradusse in questi termini. Dopo i primi giorni in cui Galileo continuò ad abitare in Roma nella splendida Villa Medici del Granduca di Toscana, gli fu concesso di trasferirsi nella sua Toscana, a Siena, dove da luglio a settembre di quell’anno fu ospite nientemeno che dell’arcivescovo della città, Ascanio Piccolomini, suo amico. A fine anno poté quindi tornare nella sua villa Il Gioiello di Arcetri, presso Firenze. In questa dimora, peraltro assai bella, Galileo visse gli ultimi otto anni della sua vita, assistito dalla figlia Suor Maria Celeste (dell’attiguo convento delle Clarisse), potendo continuare le proprie ricerche e ricevere visite, anche di illustri personalità.

3) Perfino il dolce obbligo - ricordiamo che Galileo era comunque un uomo di sincera fede cristiana cattolica - di recitare quotidianamente per 3 anni un salmo penitenziale (giungendo così ai 7 salmi penitenziali prescritti settimanalmente), fu una “pena” poi mitigata, dandogli il permesso di farsi sostituire dalla figlia Suor Maria Celeste (che come suora ovviamente già lo faceva). Galileo volle invece farlo personalmente; anzi, anche passati gli anni prescritti, continuò spontaneamente a farlo.
Nulla dunque dell’immaginario collettivo anticlericale, divulgato ancora nel nostro tempo (e creduto persino dai cattolici!), che crede addirittura a interrogatori con violenze psicologiche, fisiche e addirittura torture! Né di ottusa opposizione alla scienza ed al libero pensiero.

Ricordiamo che, secondo una recente inchiesta fatta tra gli universitari europei (proprio della facoltà scientifiche), il 97% si è detto convinto che Galileo sia stato torturato dall’Inquisizione della Chiesa e il 30% che sia stato addirittura messo al rogo; altri, più preparati sull’argomento!, ritengono “sicuramente storica” la frase di Galileo “eppur si muove!”

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Anche dopo il processo, quindi negli ultimi otto anni della sua vita, Galileo continuò ad essere un uomo di sincera fede cattolica e mai si trovò sulle sue labbra o nei suoi scritti qualcosa che potesse far pensare ad un rancore per quel processo subito. Negli ultimi anni era infermo e cieco.
Nel 1638, quindi dopo il Processo, venne pubblicato il capolavoro della scienza di Galilei - sulla struttura meccanica della materia e sul vuoto - intitolato Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze attinenti alla meccanica ed ai movimenti locali, con un’appendice del centro di gravità di alcuni solidi, in cui manifesta la sua vera vocazione di fisico-matematico. Nel 1640 vennero pubblicati i testi con le sue ultime Operazioni astronomiche.
Il giorno 8.01.1642 (all’età di 78 anni), Galileo Galilei terminò la sua vita terrena, con una morte davvero cristiana: oltre a confessarsi, comunicarsi e ricevere l’estrema unzione, ebbe il conforto non solo dell’indulgenza plenaria ma di una speciale Benedizione Papale. La figlia Suor Maria Celeste attestò che spirò pronunciando il nome di Gesù. 
Venne sepolto nella celebre chiesa di Santa Croce a Firenze, dove ancor oggi la sua salma riposa.

 

 

Conclusioni

13. Dunque non ci fu nessuna opposizione della Chiesa all’autentica ricerca scientifica?
Come abbiamo potuto capire, proprio negli ambienti accademici e scientifici della Chiesa Cattolica si faceva un’autentica ricerca scientifica e perfino negli ambienti della Curia Romana c’era un grande interesse non solo per la cultura e l’arte, ma anche per la scienza e perfino per l’astronomia.
La Chiesa Cattolica incoraggiò sempre Galileo nella sua ricerca ed accolse con entusiasmo tutte le sue autentiche scoperte (la maggior parte delle quali, abbiamo visto, non sono state però nel campo astronomico; anzi proprio in questo campo Galileo ha commesso anche grossolani errori).
Proprio nel campo dell’astronomia, la discussione circa la validità o meno della teoria copernicana (eliocentrica) era più che lecita, visto che nel XVII secolo non c’erano ancora prove scientifiche che ne dimostrassero la validità. La ricerca in questo senso non solo era incoraggiata dalla Chiesa Cattolica, ma veniva posta in atto nei suoi ambienti accademici e scientifici (come nel Collegio Romano dei Gesuiti e nelle altre università fondate e gestite dalla Chiesa Cattolica). Trovò invece opposizione nella neonata Chiesa Protestante.
Che la discussione scientifica fosse ancora in corso (e lo resterà per altri due secoli e mezzo!), e che il processo a Galilei non ebbe tutta quella rilevanza che la polemica anticattolica gli ha in seguito attribuito, è dimostrata anche dal fatto che anche dopo questi fatti la discussione scientifica internazionale proseguì come se non fosse successo nulla e gli studiosi copernicani e quelli tolemaici rimasero sostanzialmente sulle proprie posizioni. 

14. Galileo aveva torto?
Ovviamente oggi sappiamo che la teoria copernicana è vera. E che fosse vera lo ritenevano in moltissimi, anche quegli ambienti scientifici cattolici e quasi tutti i cardinali e papi del tempo.
Però in campo scientifico - e proprio secondo quel metodo sperimentale che trovò in Galileo il suo principale promotore - non solo bisogna avere ragione, ma bisogna dimostrarlo con esperimenti! Cosa che Galileo non seppe fare.
L’errore di Galileo fu paradossalmente proprio in contraddizione col suo metodo scientifico. Egli commise infatti l’errore (scientifico) di considerare assolutamente certa la teoria copernicana, senza portarne le prove; e tutte le volte che cercò di portarne le prove le portò sbagliate. 
L’altro errore di Galileo, certo ancora tipico del tempo e commesso anche da molti suoi avversari, fu quello di cercare appoggi alla teoria copernicana in alcuni testi biblici, trascinando tra l’altro  pericolosamente la questione su un piano teologico. Evidentemente oggi potremmo ridere di questo modo di fare scienza (non meno di come ci possa sorprendere un intervento del più alto Tribunale Ecclesiastico su questioni di questo tipo), ma in effetti fu proprio ciò che la Chiesa gli raccomandò più volte di evitare e che invece Galileo, nonostante le promesse ufficiali, non fece (e questo fece sorgere la questione disciplinare che portò al Processo).

Abbiamo osservato che, a differenza dell’opposizione netta da parte dei Protestanti (proprio a motivo della loro interpretazione letterale della Bibbia), nella Chiesa Cattolica ci fu la più ampia apertura possibile. Certo molti testi biblici potevano sembrare propendere per la visione tolemaica, e tradizionalmente venivano citati così, unitamente ai testi di Aristotele in questo senso [e qua dobbiamo rimarcare come fosse in quel tempo non sempre chiaro il rapporto tra fisica e metafisica, tra filosofia e scienza; perfino in Galileo, che volle infatti essere proclamato <filosofo> dal Granduca di Toscana]. Il Cardinale Bellarmino arrivo a dire che, qualora si fossero raggiunte finalmente le prove della teoria copernicana, si potevano leggere in modo allora allegorico quei testi biblici (suscitando ancor più l’ira dei Protestanti).

15. Nella questione del “Processo” a Galilei c’entra l’infallibilità del Papa?
Nella polemica anticattolica che ha creato nel XIX secolo il “caso Galileo”, e che purtroppo perdura ancor oggi, si vuol sostanzialmente mostrare che come al solito la Chiesa, con l’oppressivo potere della sua gerarchia, si sia sempre ottusamente opposta alla verità (alla scienza, al libero pensiero), con l’aggravante che il Papa pretende perfino di essere “infallibile”, il che copre il tutto addirittura di ridicolo! Come dire: questa ottusa (e violenta!) opposizione alla libertà ed alla verità ha perfino la ridicola pretesa di essere infallibile!

Lo scopo ultimo della polemica è evidentemente quello di minare e distruggere la fede cattolica, secondo la quale Gesù Cristo, vero Dio risorto e vivo, opera e parla nella storia attraverso la sua Chiesa (specialmente quando insegna Pietro, cfr. Mt 16,18-19).

Dobbiamo anzitutto ricordare che l’infallibilità pontificia riguarda solo solenni affermazioni di fede e di morale (ed è un dono dello Spirito secondo cui l’amore del Padre non permette che possiamo essere tratti in inganno quando Pietro e i suoi successori insegnano l’autentica parola di Cristo; è  quindi una garanzia divina per la nostra salvezza, un grande segno del Suo amore). Quindi non essendoci nel Processo a Galilei alcuna accusa di eresia (cioè una falsificazione dell’autentica fede cattolica), ma solo una questione scientifica, anzi disciplinare, l’infallibilità papale non è implicata e neppure la Chiesa in quanto tale. 
Inoltre qui il Papa non figura proprio, se non come capo supremo del Sant’Uffizio o addirittura come astronomo egli stesso. 
Quindi su una questione astronomica non è evidentemente implicata l’infallibilità; nemmeno la Bibbia vuole dirci qualcosa di sicuro in proposito. Dio infatti ci rivela soprattutto le risposte alle questioni di fondo dell’esistenza e ciò che è necessario sapere e vivere per essere salvi; per il resto ci ha dato l’intelligenza per poter progressivamente scoprire quelle leggi che Egli stesso ha posto nel creato (e, abbiamo visto, proprio da questa consapevolezza è nata anche la scienza moderna).
Nel caso specifico però possiamo perfino osservare che - anche se a quel tempo sembrava ovvio un intervento della Curia Romana su una questione di questo tipo (anche se abbiamo visto era più disciplinare che scientifico), cosa che oggi certo non farebbe - tale intervento fu anche corretto dallo stesso punto di vista scientifico: Galileo non poteva dirsi assolutamente certo della teoria copernicana, non portandone le prove (o portandole sbagliate), e non poteva citare la Bibbia a favore di tale teoria. 

16. La teoria copernicana era avversata dalla Chiesa Cattolica?
Avevamo già sottolineato come l’ipotesi eliocentrica fosse sostenuta già in antichità e lungo tutto il Medioevo trovasse la simpatia di molti pensatori cristiani. Avevamo anche detto, ad esempio, che il Cardinale Nicolò Cusano (filosofo e scienziato) la insegnasse proprio a Roma prima ancora che nascesse Copernico; che proprio Copernico fosse un sacerdote cattolico; e che il copernicano Keplero, pur fattosi protestante, insegnò questa teoria in un’università della Chiesa Cattolica (quando fu cacciato per questo da una università passata ai Protestanti).
Nonostante il Decreto del 1616, l’Ammonizione a Galilei nello stesso anno e perfino il Processo del 1633, nella Chiesa Cattolica non ci fu mai un’opposizione di principio a che tale teoria fosse vera.
Troviamo anzi ad ogni livello, sia tra scienziati cattolici che tra alti prelati, un particolare favore per la teoria copernicana (ancora intesa come ipotesi, come doveva allora ancora essere). 
Se azzardassimo qualche elenco potremmo ad esempio osservare che furono favorevoli all’ipotesi copernicana, nella Chiesa Cattolica:

- praticamente tutti i Papa del tempo:

Papi Leone X (1513-1521), Clemente VII (1523-1534; nel 1533 elogiò Giovanni Widmanstatd per questa teoria eliocentrica), Paolo III (1534-1549), Giulio III (1550-1555), Marcello II (1555), Paolo IV (1555-1559), Pio IV (1559-1565), S. Pio V (1566-1572), Gregorio XIII (1572-1585; il Papa astronomo della riforma del Calendario), Sisto V (1585-1590), Urbano VII (1590), Gregorio XIV (1590-1591), Innocenzo IX (1591), Clemente VIII (1592-1605), Leone XI (1605); Paolo V (1605-1621, astronomo; fu convinto che potesse essere vera, nonostante il Decreto del 1616), Urbano VIII (1623-1644; anch’egli astronomo; il Papa del Processo).

- quasi tutti i Cardinali del tempo:

Niccolò Schomberg (astronomo domenicano, vescovo di Capua e cardinale con Paolo III), Enrico Caetani (favorì Galileo), Guido Bentivoglio e Federico Corner (furono allievi di Galileo a Padova), Barberini (nipote del Papa), Guido Bentivoglio, C. Baronio, Bandini (conversa con Galileo di questioni scientifiche nei giardini del Quirinale), Odoardo Farnese (invitava Galileo a pranzo e volle onorarlo anche al palazzo di Caprarola), Lorenzo Maialetti e Francesco Ingoli; lo stesso Dialogo fu letto con interesse dai cardinali Capponi e Scaglia.

- quasi tutti gli studiosi dei diversi ordini religiosi:

i benedettini Benedetto Castelli e Girolamo Spinelli; il servo di Maria Paolo Sarpi; il somasco Antonio Santini; gli scolopi Arcangelo Galletti, Francesco Michelini e Ambrogio Ambrogi; S. Giuseppe Calasanzio; il carmelitano Paolo Antonio Moscerini (già citato); i domenicani Luigi Maraffi (che difese Galileo contro gli attacchi del confratello Tommaso Caccini), N. Riccardi, Vincenzo Maculano, Tommaso Campanella (uno dei maggiori filosofi del Rinascimento, amico di Galileo già dal 1592 a Padova; difensore contro i suoi nemici ma non ancora certo dell’ipotesi copernicana); i gesuiti (tradizionalmente legati a Galileo, come quelli del Collegio Romano) Bonaventura Cavalieri (1598-1647), Giovanni Ciompoli, Cristoforo Scheiner, Foscarini [i Gesuiti insegnavano la teoria copernicana già sul finire del XVII secolo e proprio a loro si deve la diffusione di questa teoria eliocentrica in Estremo Oriente].

E questo nonostante che la maggior parte dei dotti europei propendevano ancora per l’ipotesi tolemaica (quasi un obbligo di fede per i Protestanti). Erano invece contrari all’ipotesi copernicana ad esempio:

l’università e il collegio inglesi di Douai; Bacone critica la teoria delle maree; Cartesio scrive che apprezza di Galileo il metodo, ma quella copernicana è ancora solo un’ipotesi;  Pascal, 5 anni dopo la morte di Galileo, si mostra ancora scettico; Gassendi scrive che è ancora solo un’ipotesi; dopo oltre un secolo il grande astronomo e matematico francese Pierre Simon de Laplace si mostrò apertamente contrario al sistema copernicano; e perfino due secoli e mezzo dopo Galileo un grande matematico come Jules Henri Pincaré riteneva quella copernicana una semplice congettura.

Concludiamo allora con l’osservazione di una grande studioso francese:

“Perfino alcune invenzioni di Galileo sono un mito (non sono state compiute da lui). Egli ha inoltre sbagliato in diversi campi (come sulla questione delle maree o quella delle orbite circolari). E non ha provato il sistema copernicano. Però la sua condanna ne ha fatto il martire dell’oscurantismo cattolico. Le chiese ortodosse sono rimaste a lungo anti-copernicane. I grandi riformatori protestanti si sono opposti all’eliocentrismo. Ma il caso Galileo è diventato il mezzo per accusare solo la Chiesa Cattolica” (prof. Jean-Robert Armogathe, Ordinario di Storia delle idee religiose e scientifiche nell’Europa moderna presso l’Ecole pratique des hautes études alla Sorbona di Parigi).

17. Quando giunsero davvero le prove scientifiche della teoria copernicana?
La teoria copernicana (rotazione terrestre e sistema solare eliocentrico) è ovviamente giusta, ma non ci furono le prove scientifiche che la comprovassero né in Copernico (1543), né in Galileo (1632) e nemmeno in Newton (1687), ma molto più tardi, con l’esperimento del pendolo di Foucoult (1851)!

Oggi inoltre, con la relatività del moto, e soprattutto avendo scoperto che anche il sole si muove all’interno della nostra galassia (composta di circa 200 miliardi di stelle, cioè di ‘soli’) e che questa a sua volta si muove, secondo quel movimento di espansione che allontana le galassie (circa 200 miliardi) le une dalle altre, parlare di che cosa ci sia al centro è pertanto a sua volta superato, fermo restando certo che la Terra ruota attorno a se stessa e attorno al Sole (in realtà ha anche un terzo movimento, quello dell’oscillazione del suo asse).

Quando nel 1687 Isaac Newton, uomo di profonda fede cristiana, scoprì la legge che regola la forza di gravità (ogni massa attira), fornì una determinante chiarificazione circa il movimento di rotazione e di rivoluzione della Terra, ma non ancora una prova sicura di questo. Nel 1748 l’inglese James Brade portò un’ulteriore indizio della validità del sistema copernicano studiando le “aberrazioni” stellari, cioè il loro piccolo apparente spostamento di posizione, dovuto appunto alla rotazione  terrestre. Nel 1837 F.W. Bessel, scoprendo e compiendo la prima misura di “parallasse” (della stella “61 Cygni”), confermò il moto di rivoluzione terrestre attorno al Sole.
è però finalmente nel 1851 che il francese Leon Foucoult evidenziò realmente il moto di rotazione della Terra attorno al proprio asse, con i suoi studi realizzati col famoso “pendolo” appeso sotto la cupola del Pantheon di Parigi e secondo la traccia che la sua punta scriveva in progressione sulla sabbia. Solo allora la “teoria copernicana” risultò definitivamente provata.

è significativo che proprio nel Collegio Romano dei Gesuiti, il padre Secchi nel 1852 eseguiva la stessa esperienza del pendolo di Foucoult. è invece quasi paradossale, come abbiamo già notato, che Galileo non vi avesse mai pensato, visto che non ancora ventenne, proprio a partire dall’osservazione di un pendolo (il lampadario del duomo di Pisa che il sacrestano aveva toccato e che non smetteva di oscillare) fece la sua prima scoperta scientifica, quella appunto “le leggi del pendolo”.

18. Quale è stato il seguito della questione nella Chiesa Cattolica?
Trattandosi come s’è detto di una questione più di tipo disciplinare e non teologica - tra l’altro di modeste proporzioni, non come è stato poi in seguito ingigantita - la sentenza del Processo a Galileo Galilei del 1633 (che già ebbe la postilla donec corrigatur, ossia fino a quando la situazione non fosse chiarita) non fu mai considerata cosa definitiva. Nel 1741 (quindi dopo Newton ma prima di Foucoult) il Sant’Uffizio revocò comunque ogni censura circa la verità della teoria copernicana e concesse l’Imprimatur alla prima edizione delle Opere complete di Galileo; e nel 1757 il Papa Benedetto XIV fece togliere dall’Indice tutti i libri che insegnavano la rotazione terrestre. Nel 1820 il Processo a Galileo Galilei fu quindi definitivamente “annullato”, proprio nel secolo in cui si stava invece montando il “caso Galileo” in chiave anticattolica.

19. Come si è costruito il mito anticattolico del “caso Galileo”?
Come abbiamo più volte sottolineato, la Riforma Protestante si oppose molto alla nascita della scienza moderna e anche alla teoria copernicana (secondo la logica luterana della “sola Sacra Scrittura”, da intendersi alla lettera e non da interpretare, e della “sola fede”, secondo cui la ragione non solo non servirebbe alla fede ma ne sarebbe un’adulterazione). Galilei nelle loro mani avrebbe fatto una tragica fine. Per questo, almeno sul Processo, furono d’accordo con la Chiesa Cattolica. In seguito, invece, nella loro battaglia anticattolica, i protestanti furono i primi a costruire “il caso Galileo”.

Si veda ad esempio una protestante Historia Inquisitionis del 1691 ma tradotta e pubblicata a Londra nel 1731, utilizzata per suscitare l’odio contro Roma al tempo della seconda ribellione scozzese.

Gli illuministi francesi ne fecero poi ovviamente un loro cavallo di battaglia anticattolico, come paradigma dell’“oscurantismo” cattolico che si sarebbe sempre opposto alla ragione e al libero pensiero.

Voltaire, nel suo Dizionario filosofico, scrive: “Ogni inquisitore dovrebbe arrossire fino in fondo all’anima solo alla vista di una sfera di Copernico”

Lo scientismo e il positivismo del XIX secolo (v. ad esempio A. Comte), secondo cui la scienza moderna doveva costituiva l’unica vera forma di sapere che seppelliva definitivamente quella mitica e religiosa come pure quella filosofica e metafisica, trovò nel “processo a Galilei” un ottimo pretesto per avvallare tale unilaterale (ideologica) visione della realtà. Anzi, è proprio in questo nuovo clima culturale che viene montato il “caso”, falsificandone gli stessi dati storici, e facendolo diventare l’emblema dell’oscurantismo cattolico che sempre si sarebbe opposta alla scienza e al vero progresso dell’umanità.

Lo scientismo fa sentire ancor oggi il suo influsso, anzi se ne conosce perfino una pericolosa recrudescenza, quando ad esempio si afferma che la scienza dovrebbe essere svincolata non solo da ogni metafisica ma anche da ogni etica, quindi dovrebbe essere lasciata libera di fare ogni cosa, fosse anche contro l’uomo. E tale rimane anche nella sua impostazione antimetafisica e nei suoi attacchi contro la Chiesa Cattolica.

Nel XX secolo, a sostegno della divulgazione di tale mito anticattolico, ci fu perfino l’opera teatrale Galileo del drammaturgo tedesco Bertolt Brecht, marxista e anticlericale, opera non a caso ancor oggi cavallo di battaglia della lotta culturale anticattolica, specie di sinistra, per mantenere questa “leggenda nera” che screditerebbe la Chiesa Cattolica e la verità della fede cristiana.
Il mito ottocentesco circa il “caso Galileo” viene ancor oggi continuamente propagandato, sia nella scuole che nei vari strumenti culturali e perfino di comunicazione di massa, come “vergogna” della Chiesa Cattolica, di cui purtroppo anche i cattolici si vergognano, non sapendo neppure essi come stanno veramente le cose.

20. E' vero che Galileo Galilei è stato finalmente “rivalutato” da Giovanni Paolo II nel 1992?
Dobbiamo prestare molta attenzione anche alla presentazione che la cultura dominante (in genere laicista) fa di questi eventi, quali le postume “rivalutazioni” o “richieste di perdono” che la Chiesa Cattolica avrebbe ultimamente e finalmente compiuto, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II, perché vi si insinua un’altrettanto pericoloso equivoco che mina alla base la fede cattolica.

Lo scopo ultimo è infatti sempre il medesimo: distruggere la fede cattolica, secondo la quale Gesù Cristo, unico vero Dio, risorto e vivo, opera e parla nella storia soprattutto attraverso la Chiesa Cattolica (specialmente quando insegna Pietro, cfr. Mt 16,18-19).

Quale è il pregiudizio di fondo che si vuole insinuare, e che può portare ad esempio un giovane alla totale perdita della fede (o ad una fede “fai da te” senza bisogno di mediazioni ecclesiali, che in fondo è ancora la perdita dell’autentica fede)? Eccolo:
La Chiesa Cattolica pretende di dire la verità e persino di essere infallibile. Spesso ha imposto questa presunta verità anche con violenza. In realtà si sbagliava platealmente (come appunto nel caso Galileo). E la riprova che si sbagliava è che dopo qualche secolo lo ammette essa stessa! Ciò significa non solo che non è vero che Dio parla attraverso di essa (perché o Dio non c’è o se c’è per definizione non si sbaglia, essendo perfetto), ma che è meglio non fidarsi neanche ora, quando pretende di insegnare cose così arretrate (!), tanto più che tra qualche secolo potrebbe infatti riconoscere che oggi si è sbagliata e ne chiederà perdono!

Così sono infatti state falsamente presentate all’opinione pubblica mondiale le celebri “richieste di perdono” fatte a nome della Chiesa da Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo del 2000, confondendo appositamente la richiesta di perdono per i sempre possibili e storicamente avvenuti “peccati dei cristiani” (cioè per la loro disobbedienza alla verità del Vangelo, o per i metodi talora immorali usati per promuovere quell’autentica verità) con la richiesta di perdono per “gli errori della Chiesa” e quindi per ciò stesso che ha insegnato (il che, oltre ad essere storicamente falso, è contrario alla promessa di Cristo stesso alla “sua” Chiesa).

Ma torniamo al “caso Galilei” e a quanto è effettivamente accaduto nel 1992.
Non è vero che nel 1992 la Chiesa Cattolica si sia finalmente accorta (dopo quasi 4 secoli!) di aver sbagliato nel Processo a Galileo Galilei del 1633 e che abbia chiesto perdono per ciò che allora aveva compiuto, rivalutando finalmente, con un ritardo appunto di 4 secoli, la figura di questo padre della scienza moderna. 
Quanto abbiamo fin qui sinteticamente presentato sul “caso” ci ha mostrato che in fondo - al di là del fatto che con la mentalità di oggi (cosa che uno storico non deve mai fare!) potremmo ritenere inopportuno un intervento della Santa Sede su queste cose - la Chiesa non ha sbagliato e non ha proprio da chiedere perdono di alcunché.
Il Papa Giovanni Paolo II (il “beato” Papa che ci ha offerto proprio nella Fides et ratio del 1998 una delle sue più importanti Encicliche) - considerando quanto il persistere del mito anticattolico sul “caso Galileo” nuocesse non solo alla Chiesa Cattolica ma ad un vero dialogo tra “fede e ragione”, con grave danno per entrambe, e sapendo che la Chiesa ama e non teme mai la verità - promosse uno studio accurato dell’intera vicenda, permettendo dal 1979 ad autorevoli studiosi di tutto il mondo di consultare l’Archivio Storico del Sant’Uffizio, dove sono conservati gli Atti stessi del Processo a Galilei del 1633. Dopo 10 anni di studi e ricerche in merito, appunto nel 1992 vennero ufficialmente presentate al mondo intero le conclusioni di tali indagini, insieme alla pubblicazione degli stessi Atti del processo.

Anche da questa documentazione abbiamo attinto per giungere a questa sintetica presentazione di come sono andate veramente le cose tra la Chiesa Cattolica e Galileo Galilei.


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