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Il Risorgimento

 

Il “Risorgimento” italiano è stato proprio come lo abbiamo studiato a scuola e come ancora viene presentato ovunque?

Perché certi “dogmi” laicisti non possono essere rivisitati e discussi?

L’Italia doveva “risorgere” da che cosa? Da cosa o da chi doveva essere “liberata”?

Come è stata unita l’Italia 150 anni fa? è vero che la Chiesa si è opposta all’unità d’Italia?

E' ancora giusto mantenere quella toponomastica risorgimentale, che assai spesso aveva sostituita quella cristiana, per cui anche nel più piccolo paese come nella più grande città abbiamo tuttora vie, piazze e monumenti intitolati a Garibaldi, Cavour, Mazzini, Vittorio Emanuele e perfino al XX settembre?


Per un approfondimento,
v. il Dossier “Chiesa e Risorgimento italiano

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Il progetto 'piemontese' del Risorgimento


1. L’unità d’Italia s’è realizzata nel 1861?

Nel 1861 non si è realizzata l’unità d’Italia ma l’unità politica dello Stato italiano (peraltro non ancora totalmente, mancando Roma e zone limitrofe).

L’unità di un Paese è l’unità del suo popolo, un’unità che ha radici sociali, culturali e religiose più profonde e antecedenti l’unità politica, così come la società precede ed è più importante dello Stato, che è l’organizzazione politica per realizzare e garantire alcuni aspetti e beni della vita di quel popolo.

L’Italia, che ha peraltro chiari confini geografici naturali (le Alpi e il mare), pur nella composizione di molte identità culturali, ha da venti secoli la radice più profonda della sua unità nel cristianesimo, che ne ha plasmato gli ideali, gli usi e costumi, la morale e l’arte (ed è significativo che l’Italia possegga l’80% del patrimonio artistico mondiale, che è in gran parte cristiano). Inoltre la capitale d’Italia (Roma) è anche il centro mondiale, storico e vivo, della Chiesa Cattolica.

Possiamo quindi certamente dire che l’unità d’Italia, cioè del popolo italiano, c’era già da secoli ed è stata realizzata soprattutto dalla fede cristiana cattolica, che ha raccolto anche l’eredità latina ed ha unificato i diversi popoli barbari che vi si affacciarono al termine dell’impero romano.

 

2. Quale unità politica d’Italia si auspicava nel XIX secolo? Cosa ne pensava la Chiesa?

Il frazionamento politico del popolo italiano, passata la bufera napoleonica (che occupò il Paese, derubandolo di molte sue ricchezze artistiche e soprattutto cercando di distruggere la Chiesa), con la presenza di non pochi regnanti stranieri, creava una situazione particolarmente complessa; così che il desiderio di giungere ad una unità anche politica dell’Italia doveva tener conto di molteplici e delicati fattori. Per questo motivo, la soluzione che molti auspicavano come la più giusta e rispettosa della particolare situazione italiana, era quella di giungere ad una sorta di federazione di Stati, come del resto si fece in Svizzera e in Germania.

I cattolici italiani (v. Rosmini e Gioberti, entrambi sacerdoti) lavoravano per questo tipo di unità. come pure Carlo Cattaneo. Taluni auspicavano addirittura (tra cui i tre citati) che tale federazione fosse sotto la presidenza guida del Papa (neoguelfismo). Il Papa Pio IX disse che era per questa unità era disposto a sacrificare molto del suo potere temporale. Già nel 1847 Pio IX aderì ad esempio ad un accordo doganale col Piemonte e la Toscana. Ancora all’inizio del 1848 il Papa invitò tutti i sovrani d’Italia a formare una lega che giungesse alla piena unità.

Anche gran parte degli Stati che costituivano allora l’Italia erano propensi per questa soluzione, che se fosse stata attuata avrebbe evitato tanti drammi e guerre, con gravi conseguenze anche nel XX secolo, compreso la Prima Guerra Mondiale (da alcuni detta infatti “Quarta guerra d’Indipendenza).

Non a caso, dopo 150 anni, si ripresenta la stessa soluzione per far fronte a irrisolti problemi italiani (sul federalismo si pare ormai concordi, al di là delle modalità con cui attuarlo).

3. Invece, quale unità politica d’Italia è stata fatta?

Quella che prevalse, e si impose addirittura con violenza, fu invece l’ambigua e discutibilissima soluzione “piemontese”: cioè un Regno d’Italia fatto dal Regno di Sardegna! E per di più, secondo un’ideologia ostile al cattolicesimo, quindi contro la più profonda identità del popolo italiano.

 

4. Quale ideologia ha guidato il Risorgimento italiano?

A ben vedere già l’idea stessa di Risorgimento, al di là del giusto desiderio di unità, allude ad un precedente stato di ‘morte’ da cui la popolazione italiana si doveva ridestare, per iniziare una nuova epoca di vera liberazione. Non è intanto difficile scorgervi una valenza ”illuminista”, secondo cui appunto l’epoca dei ‘lumi’ doveva finalmente travolgere e superare definitivamente l’‘oscurantismo medievale e cattolico’. Ad alimentare e voler prendere le redini del Risorgimento italiano fu infatti, in modo ovviamente ‘segreto’ (come tante società del tempo, v. la Carboneria), la Massoneria, che ha le proprie radici proprio nell’Illuminismo.

 

5. Cos’è la Massoneria?

La Massoneria è un’istituzione di origine illuminista, nata nel XVIII secolo, specie in Inghilterra.

Le Costituzioni scritte nel 1721 (pubblicate nel 1723) dal presbiteriano James Anderson possono considerarsi la ‘magna carta’ della Massoneria nel suo nascere.

Nonostante la sua derivazione protestante, la posizione religiosa della massoneria è sostanzialmente deista: si crede nell’esistenza di Dio, come del grande Architetto che ha creato l’universo, e spesso ci si riferisce a Lui, ma si nega che possa intervenire nel mondo. Non possono quindi esistere “rivelazioni” di Dio, tanto meno la Sua “Incarnazione” (Gesù Cristo) e ancor meno ovviamente la Chiesa Cattolica. Anzi, proprio la Massoneria si presenta come la vera “fratellanza” tra gli uomini (i massoni si chiamano ‘fratelli’, anche se i loro capi Gran Maestri), come una religione universale, al di sopra di ogni religione. In campo culturale è sostanzialmente relativista” (non esiste la verità).  è riunita in Logge, quasi sempre segrete (da cui la sostanziale caratteristica di società segreta), cui si accede talora con veri e propri “riti iniziatici” e da cui è quasi impossibile uscire, la massoneria ha anche una ferrea gerarchia interna. Talora alcune Logge assumono toni più esoterici, perfino magici se non addirittura satanici. In tali ambiti, in cui è in genere rappresentata l’alta società, si formulano accordi e si tessono reciproci aiuti (di potere economico, culturale e politico), per cui normalmente agli iniziati sono concessi percorsi preferenziali in ordine al successo professionale. Tutto ciò è ovviamente sconosciuto all’esterno. Pur avendo molte forme, è da tempo internazionale (i massoni dovrebbero essere quasi 8 milioni) ed è presente in quasi tutti gli ambiti decisionali. 

5.1 - Perché la Massoneria non è compatibile con la fede cristiana cattolica?

Specie a motivo del sua posizione religiosa (deismo), ma anche per l’aspetto di società segreta e per le possibili disonestà sociali, la Chiesa Cattolica ha sempre condannato la Massoneria, vietando ai cattolici di prendervi parte. La Massoneria stessa poneva limiti di appartenenza ai cattolici, che potevano accedere solo ai tre gradi più bassi (apprendista, muratore, maestro). Esistono circa 600 interventi di condanna della Massoneria da parte del Magistero della Chiesa. Ad esempio la Lettera Apostolica In eminenti di Clemente XII (1738, che condanna la Massoneria appena nata), l’Enciclica Humanum genus di Leone XIII (1884), il Codice di Diritto Canonico del 1917 (che vieta di aderirvi, pena la scomunica), giudizio ancora confermato dalla Congregazione per la dottrina delle fede (presieduta dal Card. Seper) il 17.02.1981. Di nuovo la Congregazione per la Dottrina della Fede (questa volta presieduta dal card. J. Ratzinger), in riferimento al nuovo Codice di Diritto Canonico (1983) che non menzionava più esplicitamente la Massoneria, precisa (Dichiarazione Quaesitum est del 26.11.1983) che “rimane immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro princìpi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla santa Comunione”.


6. Quale era il progetto della Massoneria?

Il progetto della massoneria internazionale, specie inglese, era quello di liberare finalmente anche l’Italia “dall’oscurantismo cattolico e papista”, come avevano in fondo già fatto le nazioni e le Chiese protestanti. I Savoia potevano esserne gli artefici. Il massone Garibaldi poteva esserne un mezzo efficace. I nemici da abbattere dovevano essere i sovrani cattolici austriaci e borbonici; ma l’ultimo obiettivo era ovviamente l’abolizione del Papato stesso.
 

6.1 - Che rapporto c’era tra i Savoia e la Massoneria?

Il progetto risorgimen­tale attuato dai Savoia non era stato pensato ini­zialmente da loro ma dalla Massoneria. Fin da quando i Savoia rinascimentali vogliono diven­tare una dinastia di re­spiro europeo, si presentano spesso come un singolare impasto di catto­licesimo e di esoterismo. Tra i Savoia ci sono quindi figure cattoliche addirittura morte in fama di santità ed altre che si rifanno a spiritualità pagane e precristiane, all’astrologia e alla magia. La Massoneria, subito nel ‘700 accolta dai Savoia, fu però vieta­ta da Vittorio Emanuele I nel 1814, come del resto quasi ovunque dopo la caduta di Napoleone. Carlo Alberto, che si presenta come cattolico, all’inizio asseconda i progetti massonici (come l’espulsione dei Gesuiti), poi, quando vede che ne vogliono fare uno stru­mento di una politica anti-cattolica a senso unico, ne prende le distanze (in una lettera vi allude in questi termini: “Il mestiere di Re mette in pericolo la salvezza della mia anima”). Con Vittorio Emanuele II la pressione massonica invece prevale, in linea anche con una presunta vocazione esoterica e megalomane di casa Savoia, secondo cui tale casa regnante avrebbe posto in atto un immane progetto sociale capace di porsi in alternativa al cristianesimo. Nell’ottobre del 1859 la Massoneria rinasce in Italia in modo organizzato proprio negli ambienti governativi torinesi, con la loggia Ausonia, da cui nasce poco dopo il primo nucleo del Grande Oriente d’Italia (l’organizzazione massonica italiana), che ha come primo Gran Maestro Costantino Nigra, non a caso strettissi­mo collaboratore di Camillo Benso conte di Cavour.


7. Come si è attuato il progetto risorgimentale (massonico) del Piemonte?

Le guide storiche del Risorgimento italiano (Cavour, Mazzini e Garibaldi) si opposero fermamente ad ogni prospettiva “federalista” e spinsero il Re (Regno di Sardegna) ad invadere militarmente il resto del Paese.

Contrariamente a quanto ancor oggi la retorica risorgimentale voglia far credere, questo era di fatto un progetto elitario, cui la maggior parte della popolazione italiana si sentì estranea; a tal punto che, una volta completata l’opera, anche l’alto rappresentante del governo piemontese Massimo d’Azeglio ammise com’è noto che “fatta l’Italia, bisognava fare gli Italiani”.

Forse anche per questo perfino dopo 150 anni l’italiano medio fa ancora fatica a recepire ciò che è “statale” come cosa propria (non parliamo del Sud, dove la “Cosa nostra” pare essere ancora un’altra …).

La conquista armata dell’Italia da parte dei Piemontesi comincia com’è noto con l’attacco al Lombardo-Veneto, che certamente era sotto il dominio degli Austriaci (gli Asburgo, in fondo l’ultimo impero cattolico d’Europa) ma che i Milanesi volevano semmai respingere da se stessi (come dimostrano le famose “Cinque giornate”).

Perfino Antonio Gramsci scrisse: “La Lombardia non voleva essere annessa come una provincia al Piemonte. Con forze proprie aveva già fatto la sua rivoluzione democratica (le cinque giornate)”.

Anche le cosiddette tre “Guerre d’Indipendenza” conservano in questo senso una loro ambiguità.

Quando poi Giuseppe Garibaldi, con l’ovvio e diplomatico consenso dei Savoia, andò a conquistare militarmente la Sicilia e tutto il Sud d’Italia – il Regno borbonico (e cattolico) delle “Due Sicilie” – con gravissimi atti di violenza e corruzione, il progetto di unità d’Italia perseguito dai Piemontesi manifestò il proprio vero volto.

Quando poi divenne evidente che, sempre sotto l’ufficiale motivazione dell’unità d’Italia, si stava accerchiando, per conquistarli, non solo lo Stato Pontificio ma la stessa Roma, e questo si faceva in odio alla fede, cioè per vincere definitivamente la presenza della Chiesa stessa e il suo influsso sulle popolazioni d’Italia e del mondo, allora la questione divenne allarmante e dolorosissima. Si giunse così a quel fatidico 20 settembre 1870, quando l’esercito piemontese invase Roma e incamerando tutti i beni della Chiesa. Si è così andati incontro ad una angosciosa situazione, in cui Stato (quel tipo di Stato) e Chiesa si sono praticamente trovati davanti come nemici.

 

  

Gli 'eroi' del Risorgimento


8. Chi era davvero Giuseppe Garibaldi?
Giuseppe Garibaldi era un acerrimo nemico della Chiesa Cattolica. Diceva: “se sorgesse una società del demonio, che combattesse despoti e preti, mi arruolerei nelle sue file”. Nella sua campagna per liberare Roma, gridava: “Guerra ai preti, Roma o morte!” (non solo “Roma o morte!”, come comunemente si cita). Giunse a definire il Papa Pio IX, beatificato da Giovanni Paolo II, “un metro cubo di letame”; e così pensava dei preti: “il sacerdote è la più nociva di tutte le creature”. Nella sua furia anticlericale, a tratti perfino patologica, osò definirsi “rappresentante della legge di Cristo contro le imposture del Papa”. Perfino ormai prossimo alla morte, si preoccupò so­prattutto che fosse rispettata la sua volontà di “non accettare assolutamente il ministero odioso, disprezzevole e scellerato di quel atroce ne­mico del genere umano che è il prete”.


9. Che rapporto c’era tra Garibaldi e la Massoneria?
Il Generale Giuseppe Garibaldi, nel suo avventuroso girare il mondo, era sempre in contatto con la Massoneria (italiana, francese e soprattutto inglese). Entrò quindi ufficialmente nella Massoneria nel 1844, e precisamente nella Loggia Asile de la Vertude di Rio de Janeiro; poi entrò anche nelle Logge Les Amis de la Patrie e Daniel Tompkins n. 471 di New York. 
Completata la conquista d’Italia, il 3 luglio 1862 affiliò nella Massoneria tutto il suo stato maggiore. 
Nel 1863 fu eletto Sovrano Gran Commendatore del Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato di Palermo e l’anno dopo diventa Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia; nel 1872 ne è acclamato Onorario a vita. 
Garibaldi fu attirato anche dall’aspetto esoterico e magico che talora avvolgeva la Massoneria, come del resto anche le altre “Società segrete” così influenti nel Risorgimento. Così nel 1876 diventa anche Gran Ierofante del Rito Antico e Primitivo, suprema carica mondiale dei riti egizi congiunti di Memphis e Misraim, ed è pure in confidenza con Madame Blavatsky, fondatrice della “teosofia” (il cui testo base, Iside svelata, afferma: «La pietra angolare della Magia è la conoscenza intima del magnetismo e dell’elettricità»). In quel tempo l’euforia per l’elettricità aveva convinto molti che l’uomo, impadronitosi della Folgore di Zeus come Prometeo, non aveva più bisogno di credere alle religioni, la più retriva delle quali era il cattolicesimo papista. Nel 1879 anche Garibaldi comprò per corrispondenza una «cintura elettrica americana, in grado di ridare l’energia vitale perduta» (gli serviva anche per la sua artrite, a causa della quale talvolta dovette essere portato in parlamento a spalla). Divenne addirittura primo Presidente della Società Spiri­tica Italiana. Giunse perfino alla idea di sostituire il cattolicesimo con lo spiritismo.
Nella sua Sardegna, celebra innumerevoli liturgie massoniche (battesimi, matrimoni e funerali), convinto che quella nuova ritualità massonica dovesse soppiantare pian piano nella gente quella cattolica ormai obsoleta.
L’odio anticlericale di Garibaldi calzava benissimo col progetto della massoneria sull’Italia e poteva benissimo essere utilizzato a questo scopo; per questo la massoneria ne creò il “mito”.


10. Come avvenne davvero la “Spedizione dei Mille” del 1860?
Ancora il deputato Giuseppe La Farina ammetterà in un intervento in Parlamento, il 19.06.1863, che la Spedizione dei Mille fu “uno degli atti più audaci e più rivoluzionari che siano stati compiuti nell’età moderna. Si era in pace col re delle Due Sicilie; non vi era stata dichiarazione di guerra, ambasciatori andavano e venivano da Napoli a Torino, ed in questo momento il partito capitanato dal conte di Cavour aiutò la spedizione con tutti i mezzi”.
Il 5.05.1860 Garibaldi salpò da Quarto (presso Genova; ancor oggi chiamato “Quarto dei Mille”) per il Regno delle Due Sicilie, con i suoi famosi mille uomini. Chi erano questi uomini ce lo spiega egli stesso: “tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”.
Com’è noto, pochi giorni dopo (11 maggio) sbarcò in Sicilia, a Marsala. Perché proprio lì? Marsala era una sorta di feudo britannico - cioè dalla prima potenza navale e imperiale del mondo - e ad attendere Garibaldi c’erano proprio due navi inglesi. Nientemeno che Lord Palmerston, Primo Ministro della Camera dei Comuni di Londra e proprietario del giornale Morning Post - amico e sostenitore dei Savoia - inviò a Marsala le due navi inglesi che ritardarono il bombardamento da parte dalle navi borboniche accorse ovviamente per impedire lo sbarco dei Mille. 
Cosa pensassero quegli eroi del Risorgimento dei siciliani, ce lo dice Giuseppe Farina, mazziniano passato al governo dei Savoia, scrivendo al Capo del governo, il conte di Cavour, queste parole:

“Questa è A­frica! I beduini a riscontro di questi cafoni sono fior di virtù civile”.

Una volta arrivati a Palermo, fu ancora l’ammiraglio inglese Mondy ad ottenere la sospensione del bombardamento di Palermo e a mediare tra Garibaldi e i Borboni, giungendo ad un incomprensibile armistizio favorevole a Garibaldi e ai suoi successi futuri.
In un discorso agli inglesi nell’aprile del 1864, fu proprio Garibaldi ad ammettere: “Senza l’aiuto di Palmerston, Napoli sarebbe ancora borbonica, e senza l’ammiraglio Mondy non avrei potuto giammai passare lo stretto di Messina”.
Risalendo quindi la Penisola, gli orrori prodotti non furono pochi, se lo stesso Garibaldi in una lettera del 1868 scriveva con qualche ripensamento se non rimorso:

“Gli oltraggi subiti dalla popola­zioni meridionali sono incommen­surabili. Ho la coscienza di non aver fatto del male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia me­ridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo o­dio”.

Saliti in Campania, i villaggi di Pontelandolfo e di Casalduni (nella zona di Benevento), furono ad esempio dati alle fiamme insieme ai loro abitanti, per ordine del generale En­rico Cialdini. Questa la testimonianza di un bersagliere:

“Entrammo nel paese. Subito abbiamo cominciato a fuci­lare preti e uomini, quanti capitava, indi i soldati saccheggiavano e infi­ne abbiamo dato l’incendio al pae­se, abitato da circa 4.500 persone... Quale desolazione! Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli, che la sorte era di morire chi abbrustoliti, e chi sotto le rovi­ne delle case”.

Non c’era allora in fondo da stupirsi se pochi giorni prima una banda di “briganti”, nei pressi dei due paesi, avevano at­taccato un reparto di quaranta­due bersaglieri.

Ancora Antonio Gramsci scriverà: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meri­dionale e le isole, squartando, fuci­lando, seppellendo vivi contadini poveri, che scrittori salariati tenta­rono di infamare col marchio di briganti”.

 

11. Chi finanziò la “Spedizione dei Mille”?
Massimo d’Azeglio, l’ex Primo Ministro del Regno di Sardegna e amico intimo di Cavour, scrisse il 29.09.1860: “Chi vuol capire capisca: come sia possibile che 1000 uomini così facciano fronte ad un esercito di 100.000 uomini di un Regno di 6 milioni di persone, con soli 8 morti e 18 feriti!? Quella vittoria, quella annessione del Sud d’Italia, non sarebbe razionalmente spiegabile se non facendo ricorso ad un enorme finanziamento”.
La versione ufficiale era che Nino Bixio aveva dato direttamente a Garibaldi, all’imbarco della spedizione, £. 20.000. Dobbiamo aspettare il 1988 per avere la confessione ufficiale dei capi della massoneria italiana circa il reale finanziamento della Spedizione dei Mille: “Garibaldi ricevette in realtà 3 milioni di franchi francesi in piastre d’oro turche, moneta allora molto apprezzata in tutto il Mediterraneo (paragonabili per valore ad altrettanti euro attuali); una somma enorme, che solo un governo poteva pagare. Infatti proveniva proprio dal governo inglese!”, cioè proprio dalla prima potenza imperiale del mondo. 
Ma quale era il fine di un così forte finanziamento inglese a Garibaldi? Lo scopo - ammette il massone Giulio Di Vita nel suo testo Finanziamento della spedizione dei Mille (1988) - era quello di “colpire il Papato nel suo centro temporale, cioè l’Italia, agevolando così la formazione di uno Stato laico e protestante”.

In questo modo, tra l’altro, l’Inghilterra non solo promuoveva la formazione di uno stato unitario laico ma delimitava enormemente anche la sfida della potenza francese.

A questo enorme finanziamento inglese si aggiunsero inoltre molte altre collette (massoniche) di coloro che appoggiavano questo progetto, in Europa e perfino in America. 
Cosa fece Garibaldi in Sicilia con tutto quel denaro? Letteralmente la comprò, convincendo molti dignitari borbonici a passare dalla sua parte. Anche la già citata e inspiegabile resa di Palermo a Garibaldi (armistizio firmato ancora su una nave inglese) sarebbe stata ottenuta con molte di tali “piastre d’oro” versate al generale napoletano Ferdinando Lanza.

Avvenne inoltre che il poeta Ippolito Nievo, capo dell’Intendenza, mentre trasportava da Palermo a Napoli la documentazione di quei soldi per la conquista della Sicilia, naufragò; tale misterioso naufragio, che ha trasportato in fondo al mare una documentazione così compromettente non solo per Garibaldi ma ovviamente per lo stesso Regno di Sardegna che lo aveva appoggiato, come pure per moltissimi dignitari dello stesso Regno borbonico che si erano lasciati così facilmente comprare, fu quasi certamente doloso.

Mentre la borghesia e aristocrazia del Sud d’Italia venne così facilmente conquistata dall’invasore piemontese, a suon di “piastre d’oro”, il popolo meridionale vi si oppose drasticamente, anche dopo la capitolazione del re Francesco di Borbone nel 1860. Per questo si uccisero 5.212 “briganti” (cioè coloro che si opponevano in armi a tale invasione piemontese) e altri 5.000 furono arrestati; ma anche tra la popolazione civile furono uccise 20.000 persone, comprese donne e bambini.
Non a caso, ad unità d’Italia in tal modo realizzata, il nuovo Stato (italiano) dovette dispiegare nel meridione un esercito di 120.000 uomini, per far fronte alle insurrezioni. Molte popolazioni furono trucidate: un genocidio che provocò più morti di tutte quelle di indipendenza assommate. 
 

12. Garibaldi fu davvero l'“Eroe dei due mondi”?
La figura di Garibaldi è stata così osannata e celebrata da diventare quasi leggendaria, non solo in Italia ma anche nel mondo. Le sue azioni di “lotta di liberazione” compiute in Sud America (il libertador) gli procurarono appunto il titolo di “Eroe dei due mondi” ed una sua statua campeggia addirittura nel centro di Washington. Non entriamo nel merito del valore di tali azioni politiche, ma  riportiamo solo una notizia poco canonica, certamente censurata dalla retorica risorgimentale. 
In Perù Garibaldi fu infatti perfino implicato, come del resto fece l’altro storico massone Voltaire, nella “tratta degli schiavi”. Ecco un fatto: il 10.01.1852 Garibaldi è ad esempio al comando della nave Carmen (dell’armatore Pietro Denegri) e salpa dal Perù per Canton; trasporta un poco nobile ma comunque prezioso carico (di letame). L’Eroe dei due mondi prende diligentemente nota di tutto e descrive ogni particolare del viaggio di andata; non dice però nulla del carico di ritorno in Perù. Purtroppo lo fa però il suo armatore, e ce ne è giunta la documentazione: Garibaldi gli portò indietro un carico di cinesi, cioè di schiavi, di cui Denegri è ben lieto, non solo per il guadagno che con essi si procurava, ma perché Garibaldi li ha trasportati senza farli dimagrire (‘non come bestie’, annota l’armatore) e quindi rimasti capaci di duri lavori.

Invece, come spesso avviene nel mondo moderno - dai liberali massonici inglesi fino ad Hitler (e purtroppo sta diventando oggi un diffuso sentire) - a questo disprezzo per l’uomo reale, conseguente all’abbandono della fede cristiana e inseguendo l’uomo ideale che l’ideologia progetta e il progresso necessariamente partorirà, si contrappone però un esagerato amore per gli animali. Anche Garibaldi segue questo cliché: ed è lui infatti che fonda in Italia la “Società per la Protezione degli Animali”.

13. Garibaldi fu un eroe povero?
Nel ‘mito’ Garibaldi c’è persino una proverbiale sua povertà; ma fin dal 1854 egli aveva tanti denari da comprare una parte dell’isola di Caprera (dove poi si ritirò), con un’azienda agricola dotata di una trentina di dipendenti e più di 500 capi di bestiame. Vi ormeggiava anche un grande panfilo regalatogli da un ammiratore. 
Fatta l’unità d’Italia, il nuovo Stato - nonostante le terribili situazioni finanziarie - gli passò a vita  50.000 lire l’anno, come “dono di gratitudine nazionale” (una grande somma, corrispondente a 2 milioni di lire-oro, così che nacque anche il satirico nuovo appellativo di “eroe dei due milioni”).

I suoi figli Ricciotti e Menotti, dopo il 1870, specularono sul boom edilizio della nuova Roma, ma ebbero poi un tracollo e ricorsero alle finanze del padre.


14. Cosa pensava davvero la Massoneria di Garibaldi?
Garibaldi era comunque un personaggio strano, focoso e idealista; ma alla fine si accorse di essere stato “usato” da forti poteri economici e ideologici, per l’attuazione di un progetto che forse non conosceva neppure pienamente e che gli era comunque sfuggito di mano. 
Nonostante tutta l’enfasi risorgimentale, che ancora lo ricopre, la stessa massoneria internazionale, che lo accolse tra i suoi membri e che lo uso per i suoi scopi, in fondo lo giudicò una “nullità”. 
Il Gran Maestro e diplomatico massone Costantino Nigra così infatti scriveva all’amico Cavour: “Ce Garibaldi n’est bon qu’à détruire” (questo Garibaldi non è buono che a distruggere)! 
Anche a livello internazionale il reale giudizio su Garibaldi non era più lusinghiero di questo. Nel 1882 il massone Pietro Borelli scriverà sul Deutsche Rundschau: “Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana per realizzarsi avesse bisogno di una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione di Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti”. Un insospettabile di­fensore del Risorgimento come Giovanni Spadolini ha scritto di Garibaldi che «il fa­scino del liberatore non permet­terà di scorgere la mediocrità del suo pensiero, la vacuità della sua dottrina, l’inconsistenza della sua fede». 


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15. Chi fu davvero Giuseppe Mazzini?

Anche questo altro grande “eroe” del Risorgimento era massone, anzi fu un Gran Maestro della Massoneria. Ne dirigeva le Logge anche dall’estero. E questa era l’impronta ideologica data alla Giovane Italia e alla Giovane Europa, da lui fondate rispettivamente nel 1831 e nel 1834.

La sua religione è fondamentalmente panteista (Dio è l’energia cosmica), senza Rivelazione, dogmi, chiese; quella che, fedele al dettato illuminista e massonico, ritiene essere la nuova religione della umanità illuminata e progredita. Anche lui partecipe di società e circoli segreti, con forti interessi esoterici, non trascurò neppure l’idea di sostituire il cri­stianesimo con delle spiritualità orientali, giungendo perfino a credere nella reincarnazione. Sentendosi missionario di questa nuova luce che avrebbe illuminato l’umanità ventura, non esitò a scrivere perfino al Papa Pio IX, accusandolo apertamente di “bestemmia” perché osava ancora parlare di mediazione della Chiesa e del compito di guida che il Papa ha da Cristo all’interno della Chiesa stessa.

Per questo motivo fu amato e acclamato dai protestanti evangelici e dagli anglicani. “è ora che Lutero passi le Alpi”, pare dicesse. Massimo d’Azeglio confesserà che in effetti Mazzini voleva rendere protestante l’Italia.

Anche le cosiddette Società segrete (ad esempio la “Carboneria”), cui Mazzini era legato e che hanno un ruolo non secondario nell’organizzazione del Risorgimento italiano, avevano come scopo finale, come dice la loro Istruzione del 1818, “quello di Voltaire e della rivoluzione francese: cioè l’annichilimento completo del cattolicesimo e perfino dell’idea cristiana”. La liberazione dell’Italia dal Papa e dalla fede cattolica era il loro obiettivo più grande, più ambito e finale.

Insomma, di tutto pur di combattere il Papa e la Chiesa Cattolica. Per questo Mazzini attaccò sempre con veemenza i Gesuiti, anche per lui sinonimo dell’oscurantista restaurazione cattolica.

La sua ferrea volontà di abbattere “il potere temporale” dei Papi, come un imperativo categorico, solo apparentemente era riferita alla questione politica italiana, in realtà era sospinta da un odio implacabile verso il Papa e la Chiesa Cattolica. Tutto ciò si evidenzierà durante la breve “dittatura” della Repubblica Romana (1849). 


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16. Cavour voleva davvero una “libera Chiesa in libero Stato”?

Il Conte di Cavour fu il vero abile regista del Risorgimento italiano, che si attuò appunto secondo il progetto ‘piemontese’. La sua matrice politica era “liberale”; per questo amava definire anche il rapporto tra Stato e Chiesa secondo questo suo celebre motto.

Di fatto però la concezione di Stato che Cavour manifestava veniva a prevaricare in modo violento sulla vita della Chiesa. E in questo il suo governo collimava benissimo col progetto massonico di distruzione della Chiesa Cattolica.

Nonostante esistesse un Concordato tra la Chiesa ed il Regno di Sardegna, firmato nel 1817 e aggiornato nel 1828, le leggi del governo piemontese si erano già mostrate violente contro la Chiesa Cattolica nel 1848, nel 1850 e soprattutto nel 1855, quando con la legge Rattazzi vengono soppressi tutti gli ordini religiosi giudicati non socialmente utili (21 ordini maschili e 13 ordini femminili, per un complesso di 335 case e 5489 persone), incamerandone tutti i beni (2 milioni di lire dell’epoca).

Paradossalmente, nello stesso anno, il 17.11.1855, Cavour propone però alla Camera l’assegno ai Valdesi (20.000 persone appartenenti al gruppo eretico e scismatico fondato da Valdo); in questo modo i Cattolici, che nel Regno di Sardegna sono 4,5 milioni, oltre ad essere stati derubati dallo Stato, con le loro tasse devono pure mantenere quei gruppi non cattolici che tanto hanno in odio la Chiesa e il Papa.

Il vescovo di Torino Giovanni Fransoni, che elevò la sua protesta, venne subito arrestato e bandito dallo Stato (morirà esule a Lione) e i suoi beni vennero sequestrati. Così si fece con l’Arcivescovo di Cagliari Mariangu-Nurra. Il Papa Pio IX giunse a richiamare il suo nunzio da Torino (così che le stesse  relazioni diplomatiche anche col futuro Regno d’Italia non riprenderanno che nel 1929).

Più tardi lo stesso Cavour ammise che “si trattò di un provvedimento grave, che smentiva i presupposti liberali sui quali il Piemonte stava costruendo il proprio edificio costituzionale”.

S. Giovanni Bosco, il grande santo piemontese che molto fece per quei ragazzi di Torino (poi d’Italia e del mondo) che venivano sfruttati da quel novo tipo di società industriale,  si oppose fieramente a quella legge. Non esitò a recarsi da Cavour e perfino dal Re, protestando per quella ingiustizia, ma, da santo speciale quale era, avvertì il Re (a partire dai suoi famosi “sogni”) che avrebbe rischiato molto se avesse approvato tale legge, perché con Dio non si scherza e non si può combattere così la Sua Chiesa. Sta di fatto che, cosa inaudita in qualsiasi dinastia reale, in 4 mesi il re perse la madre, la moglie, il fratello e il figlio.

Tale legislazione, che aboliva gli ordini religiosi e ne incamerava i beni, fu progressivamente estesa a tutto il territorio italiano che man mano il Piemonte annetteva. Quando nel 1873 si estese anche a Roma tale violenta legislazione, la questione fu particolarmente grave e di enormi proporzioni.

Insomma, dal 1855 al 1879 vennero soppresse più di 4.000 case re­ligiose, con 57.492 componenti. Per quel che invece riguardava le cosiddette “Opere Pie”, dedite all’assistenza (anche ospedaliera) e all’educazione, non vennero espropriate ma si secolarizzano, cioè viene imposta una guida statale. Le uniche istituzioni ecclesiastiche che lo Stato riconosce sono le Par­rocchie e le Diocesi, il cui compito doveva però essere solo quello di svolgere un “servizio religioso” (curare le anime), senza intromettersi nelle questioni sociali e statali.

Nonostante questa violenza e questo latrocinio contro la Chiesa Cattolica, per il governo piemontese e poi per il nuovo Stato italiano, quella cattolica risulta ipocritamente essere la “religione di stato”.

Questa è l’idea che Cavour aveva di “libera chiesa in libero stato”!

 

 

Il Papa Pio IX, lo Stato Pontificio e l'unita' d'ltalia

 

17. Cos’era lo Stato Pontificio?
Nel XIX secolo esisteva ancora in Italia lo Stato Pontificio, il cui sovrano era ovviamente il Papa. Esso comprendeva Lazio, Umbria, Marche e Romagna. Tale Stato si era costituito nei secoli, caso unico al mondo, non per conquista militare ma per donazioni e affiliazioni; ciò avvenne quando molte popolazioni, prive di un riferimento anche sociale e politico - pensiamo ad esempio dopo il crollo dell’impero romano - si affidarono al governo della Chiesa non solo per la vita religiosa ma anche per l’organizzazione civica della società. 
Tale Stato persisteva dunque anche nell’epoca risorgimentale ed era ovviamente organizzato come ogni stato. Fin tanto che c’era, doveva anche essere organizzato con tutte le strutture che una organizzazione statale prevede, cioè per il bene dei cittadini, compresa la sua difesa militare.
Certamente questo stato di cose non era strettamente necessario alla vita della Chiesa, anzi era una situazione unica e per sé accessoria (ad un certo punto forse persino spiritualmente nociva). Certo, il fatto che il Papa sia il centro vivo e la guida suprema di tutta la Chiesa Cattolica mondiale, fa sì che sia consono alla sua autorità spirituale non essere soggetto ad uno Stato specifico, tanto meno alle sue leggi, se non fossero conformi al Vangelo.

Ecco perché, anche quando nel 1929 si cercò con i Patti Lateranensi, di risolvere la questione romana tenendo conto che il Vescovo di Roma (il Papa) è anche la guida spirituale suprema della Chiesa cattolica del mondo, si giunse a garantire al Papa uno Stato reale ma quasi simbolico, quale è la Città del Vaticano (il più piccolo Stato del mondo, con i suoi 0,4 kmq), ma come tale in grado di garantire questa autonomia e di relazionarsi agli altri Stati in modo ufficiale, ad esempio con reciproche rappresentanze diplomatiche e con accordi internazionali.

La questione divenne invece incandescente, quando si svelò che il progetto risorgimentale era di fatto una annessione al Piemonte e proprio secondo lo scopo (massonico) non solo di sopprimere lo Stato Pontificio (il che poteva anche ammettersi, se fatto con giustizia e nel rispetto del bene delle popolazioni) ma di attaccare e possibilmente sopprimere la Chiesa in quanto tale!

 

18. E' vero che quello dello Stato Pontifico fosse un pessimo governo, arretrato?
Tra le leggende costruite ad arte per legittimare la presa di Roma, screditando Pio IX, vi è quella relativa al “malgoverno” dello Stato Pontificio (viene persino detto il peggiore governo della storia). Indubbiamente, quello dei papi era un regno di questo mondo, con tutti i difetti e i limiti delle cose umane. Ma un rapido confronto con le nazioni dell’epoca dimostra che le cose non andavano poi tanto male per i cittadini pontifici. I quali, innanzitutto, si erano visti garantiti più di mille anni di pace, grazie al prestigio internazionale e all’assoluta mancanza di mire espansionistiche del regno. Che Roma, al di là dei resti archeologici dell’impero romano, fosse diventata poi - specie nel periodo rinascimentale - una delle città più belle del mondo, se non la più bella in assoluto, è ancor oggi sotto gli occhi di tutti. E questo ovviamente per il merito dei Papi.
Sin dall’inizio del suo pontificato (il più lungo della storia: 1846-1878), il Papa Pio IX fece tra l’altro nello Stato Pontificio tante innovazioni - laicizzazione di alcuni apparati di governo dello Stato, concessione di un’esemplare amnistia, concessione della libertà di stampa (precedendo in tal senso sia il Regno di Sardegna che il Granducato di Toscana) e di libere associazioni operaie (cosa assolutamente inaudita per il tempo) - da suscitare l’entusiasmo anche nei più focosi spiriti liberali, paladini del Risorgimento. Lo stesso Massimo d’Azeglio, del governo piemontese, disse: “Ha fatto per l’Italia più quest’uomo in due mesi che tutti gli italiani insieme in 20 anni”.

Ad esempio in quegli anni la pressione fiscale nello Stato Pontificio oscilla tra i 20 e i 22 franchi a persona, mentre in Piemonte è tra i 30 e 32 franchi, in Francia tocca i 40 e in Inghilterra addirittura gli 80. Il pareggio di bilancio, inseguito dal governo piemontese a colpi di incredibili violenze sulle popolazioni, nello Stato Pontificio era invece già stato raggiunto nel 1859.

Solo sotto il governo di Pio IX si era curato il prosciugamento delle paludi di Ostia e di Ferrara, la bonifica dell’agro romano, ampliato i principali porti sull’Adriatico, costruito linee telegrafiche, ferroviarie (la Roma-Frascati già nel 1856, ma in totale Pio IX fece costruire 400 km. di ferrovie. E pensare che anche su questo circola ancora la leggenda secondo cui il Papa si sarebbe opposto alla ferrovia come invenzione diabolica! – questo per presentare come sempre la Chiesa quale nemica del progresso e del bene degli uomini), e si attivò perfino il traffico fluviale sul Tevere. Pio IX fornì poi Roma di acqua potabile (sin dal 1847), di immensi giardini aperti al pubblico, di numerosi ospedali (1 ogni 9000 abitanti, a differenza proprio di una Londra, che ne possedeva 1 ogni 40.000 abitanti) e di istituti di beneficenza (1 ogni 2700 abitanti, contro 1 su 7000 di Londra). Diede inoltre nuovo impulso a scavi e restauri. Ancora il 10 settembre 1870 (cioè 10 giorni prima dell’invasione piemontese!) il Papa inaugurò una fontana su piazza di Termini, acclamatissimo dal popolo romano. 
E questo era il terribile governo che la massoneria internazionale voleva abbattere come retrogrado!
 

19. Quale è stato l’atteggiamento di Pio IX nei confronti del Risorgimento italiano?
Come abbiamo visto, il Papa Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, eletto Papa il 16.06.1846 a soli 54 anni e con il più lungo pontificato della storia) non era affatto contrario all’unità d’Italia, anzi fu proprio lui che all’inizio del 1848 invitò tutti i sovrani d’Italia a formare una lega che giungesse alla piena unità. Sia per questo desiderio di unità, per il quale il Papa era disposto a sacrificare anche molte delle sue prerogative sullo Stato Pontificio, che per le sue innovazioni all’interno stesso poste in atto, fino al 1848 era osannato perfino dagli anticlericali. Ancora il 10.02.1848 il Papa aveva ‘Motu proprio’ Benedite gran Dio l’Italia, destando l’entusiasmo anche dei liberali piemontesi. Quando pero il Regno di Sardegna, che come abbiamo visto aveva già attuato al suo interno terribili provvedimenti legislativi contro la Chiesa, decise l’intervento armato contro gli Asburgo (Lombardo-Veneto) e poi contro i Borboni (Regno delle Due Sicilie), secondo appunto il progetto massonico di “piemontizzazione” progressiva dell’Italia, progetto che aveva in odio proprio la Chiesa Cattolica, allora evidentemente il Papa - come del resto la gran parte degli italiani - non poteva essere d’accordo.
Il 29.04.1848, con l’Allocuzione Non semel, Pio IX si oppose all’invasione del Lombardo-Veneto, venendo accusato immediatamente di tradimento (da lì cominciarono gli insulti, le menzogne e i pregiudizi contro Pio IX, rimasti a lungo nella storia).

Tra l’altro, di fronte a questo attacco piemontese, la cattolica Austria – che come tutto l’impero asburgico rimase sempre fedele al Papa (v. anche la cattolica Baviera, a differenza di altre zone tedesche) - minacciò uno scisma se l’esercito dello Stato Pontificio l’avesse attaccata.

Il 15.11.1948 venne poi ucciso a Roma proprio il primo ministro dello Stato Pontificio, Pellegrino Rossi, il politico liberale che il Papa aveva chiamato al guida del suo governo, con grande euforia dei liberali piemontesi. Nove giorni dopo, il 24.11.1848, il Papa fugge a Gaeta, dove rimarrà fino 12.04.1850, ospite di Ferdinando II. Da questo esilio, il 20.04.1849, con l’Allocuzione Quibus, quantisque malorum, denuncia tutte le menzogne diffuse sul vero progetto della liberazione di Roma e di come sia impedito di parlare a chi dica le cose come stanno, soprattutto al Papa.

Intanto, nel febbraio 1849 venne convocata a Roma un’Assemblea costituente, con Giuseppe Mazzini, che dichiarò immediatamente decaduto il potere temporale del Papa e sancì la nascita della Repubblica Romana, abbattuta nel novembre dello stesso anno per intervento delle truppe francesi.

19.1 – Cos’è il tanto vituperato Sillabo di Pio IX?

L’8.12.1864, il Papa Pio IX promulga l’Enciclica Quanta cura, in appendice alla quale pone un Sillabu (Sillabo), cioè un elenco (80 proposizioni) dei “principali errori dell’età nostra”.

Anche su questo, ovviamente, si è scatenata la propaganda anticattolica, che tuttora - nonostante la storia di quasi un secolo e mezzo abbia ampiamente e tragicamente confermato quell’analisi -permane come una “leggenda nera” sull’arretratezza della Chiesa Cattolica, sul suo opporsi continuamente alla conoscenza e al progresso dell’umanità, sulla presunta pretesa del Papa di mantenere un potere oppressivo e comunque anacronistico.

Forse pochi però hanno letto davvero quelle 80 proposizioni, facilmente reperibili, e forse molti, dopo i tragici fatti del XX secolo, potrebbero vergognarsi da aver tanto denigrato quel documento.

Infatti, tra i tanti punti toccati, il Papa denuncia ad esempio l’errore dello statalismo, come dello Stato etico, di un patriottismo che diventa idolatria: in fondo tutto ciò che ha provocato le follie stataliste del nazismo e del fascismo, ma anche del socialismo e del comunismo, cioè tutte quelle forme di politica in cui lo Stato è stato talmente esaltato da essere considerato come la sorgente stessa del bene e del male, il padrone assoluto dei cittadini (ovviamente per il bene degli stessi!), l’idolo cui sacrificare ogni cosa. Ma tra quegli errori troviamo anche un materialismo che priva l’uomo della sua vera dignità e tarpa le sue vere aspirazioni, un liberismo che diventa incapace di solidarietà e può generare un capitalismo selvaggio che schiavizza le classi operaie.

Insomma, tutto ciò che ha poi effettivamente provocato le tragedie del XX secolo!

20. Come si è arrivati all’occupazione dello Stato Pontificio ad opera dei Savoia?
Com'è noto, fin dal 17.03.1861 fu proclamata l’Unità d’Italia. 
Garibaldi, Mazzini e i Savoia cercarono in ogni modo di suscitare sollevazioni popolari all’interno dello Stato Pontificio, così da giustificare come “liberazione” (come ancor oggi è detto) un loro attacco militare; il governo “italiano” inviò armi e denaro per questo; ma le popolazioni del Lazio, Umbria e Marche si mostrarono più devote al Papa e contente del suo governo che desiderose di cadere nelle mani di quei Piemontesi.

Leggermente diversa la posizione della Romagna (Bologna aspirava da tempo a una certa indipendenza), dove la popolazione - che già un secolo prima si era opposta all’invasione francese e rimase fedele al Papa e alla religione cattolica - fu più incline a simpatizzare per le idee repubblicane (come poi sarà per quelle socialiste), ma si opposero comunque agli invasori piemontesi (come in seguito ai loro governi “liberali”).

Si tentò di dare la responsabilità di questa resistenza alla presenza francese, così che quando questi nel 1866 cominciarono a ritirarsi, Garibaldi pensava fosse giunto il momento di intervenire. Penetrato così nell’autunno del 1867 in quel che restava dello Stato Pontificio, trovò invece una popolazione largamente a lui ostile.
Intanto nel 1864 la capitale del Regno era già stata provvisoriamente trasferita da Torino a Firenze. 
Il Conte di Cavour, il diplomatico regista del Risorgimento italiano, non volle mai “scendere” nella nuova Italia e non visitò mai Roma; e morì significativamente proprio il 6.06.1861.

Il 2 giugno 1861 il clero di Torino si rifiutò di unirsi ai festeggiamenti civili per l’unità d’Italia che si sarebbero tenuti in città: di risposta Cavour dispose che nessuna autorità civile partecipasse alla processione del Corpus Domini (come era invece usuale, nonostante l’ipocrita religiosità di facciata) prevista per il 30 maggio. Ma incredibilmente  il 29 maggio Cavour improvvisamente si ammala, il 2 giugno si aggravava e il 6 giugno (ottava del Corpus Domini) muore! Esattamente sei mesi prima aveva detto alla Camera: “Sapete voi che accadrà entro sei mesi?” (voleva intendere l’unità d’Italia …!?).

Con la sua usuale arguzia politica e diplomatica, Cavour si era intelligentemente opposto ad una rapida conclusione della “questione romana”, con un’invasione armata che invece Mazzini e Garibaldi con impazienza auspicavano, perché sapeva che la Francia di Napoleone III (che solo dal 1866 iniziò il suo ritiro da Roma), l’Austria e perfino la Prussia vi si sarebbero opposte. Il grande stratega sembra tessere pazientemente la propria tela come un ragno, aspettando che il nuovo vento internazionale (nel quale si era incredibilmente impegnato, nientemeno che con la guerra di Crimea) permettesse questa conquista. Ed in effetti quel momento arrivò, quando nel 1870 la Francia venne schiacciata nella guerra contro la Prussia e Roma poté essere militarmente conquistata proprio il 20 settembre dello stesso anno.

21. Cos’è davvero successo in quel fatidico 20 settembre 1870?
In quel giorno, tanto osannato dalla propaganda risorgimentale e tuttora celebrato anche nella toponomastica italiana (non mancano infatti vie o piazze dedicate a questo giorno, forse anche nel paese più piccolo), l’esercito piemontese invase Roma. I cannoni del generale Raffaele Cadorna dovettero sparare quattro ore per aprire la famosa “breccia di Porta Pia”. Il Papa comandò di non opporre resistenza, cosa che il popolo voleva fare, per evitare un inutile bagno di sangue. Anzi, fu il cardinale Antonelli a chiamare all’interno i carabinieri (del re sabaudo). Entrati quindi in quella via che da Porta Pia si dirige verso il Quirinale (intitolata ancor oggi a quel giorno), i bersaglieri trovarono strade deserte, imposte chiuse, insomma una città desolata per quella invasione degli italiani-piemontesi (detti ancora in romanesco ‘buzzurri’, cioè rozzi e non invitati). Tutta un’altra storia rispetto a ciò che divulgava e ancora divulga la propaganda anticlericale risorgimentale: non una “liberazione” da un governo retrogrado e oppressivo - abbiamo osservato brevemente come fosse invece all’avanguardia, così che il popolo voleva rimanere col Papa – ma una vera e propria invasione armata da parte di un esercito straniero.

Dal 7.12.1869 si stava peraltro tenendo a Roma uno dei più grandi eventi ecclesiali, il Concilio Ecumenico Vaticano I (il 20° Concilio Ecumenico della storia della Chiesa), in cui peraltro si definì la dimostrabilità razionale dell’esistenza di Dio e l’infallibilità pontificia ex cathedra. Purtroppo poco dopo (nell’estate 1970) tale consesso mondiale, che tra l’altro mostrava visibilmente il ruolo centrale di Roma per l’intera Chiesa Cattolica del mondo, dovette essere interrotto, sia a causa della guerra franco-prussiana che appunto per l’imminente invasione di Roma da parte delle truppe piemontesi.


22. Cosa successe dopo il 1870?
Anche a Roma, quasi tutti i beni della Chiesa vengono espropriati (compresi quei palazzi che sono tutt’oggi sede del Parlamento, come Montecitorio). Il Papa viene subito cacciato dal suo palazzo del Quirinale, che divenne residenza del Re (e ancor oggi del Presidente della Repubblica), e si ritirò in Vaticano, praticamente prigioniero.

Anche in questo caso S. Giovanni Bosco non esiterà ad avvertire il Re, che non a caso morirà infatti solo nove anni dopo, a meno di 58 anni, e proprio “di febbri romane” (malaria).

Seguirono mesi di saccheggi, profanazioni, spettacoli blasfemi, continue irrisioni contro la Chiesa: tutte cose compiute da squadracce di ‘liberatori piemontesi’, ma tollerate e perfino accarezzate dai nuovi governanti.

Anche nel giorno del funerale del Papa Pio IX (12.07.1878), nonostante i 100.000 devoti presenti, squadracce di facinorosi anticlericali, giunti a Roma con l’esercito piemontese, inscenarono urla, proteste, sassate, insulti, volendo addirittura gettare la salma del Papa Pio IX nel Tevere. Il Papa Pio IX è stato però beatificato da Giovanni Paolo II (3.09.2000), per l’eroicità delle sue virtù.

Secondo la prassi liberale, anche a Roma si indisse un “plebiscito” che doveva dimostrare come la popolazione fosse favorevole a questa ‘liberazione’ piemontese e annessione al Regno d’Italia, ma significativamente non andò a votare quasi nessuno!

Il 3.02.1871 Roma viene dichiarata Capitale d’Italia. Il 13.05.1871 il nuovo Stato Italiano promulga unilateralmente la “Legge delle Guarentigie”, ma viene giustamente rifiutata da Pio IX.

La “Legge delle Guarentigie” venne presentata come assicurazione di libertà per il Papa e perfino come indennizzo per i beni incamerati (£. 3.225.000, somma cospicua ma comunque irrisoria, rispetto ai beni immobili violentemente incamerati solo nella città di Roma), ma in realtà con essa lo Stato veniva a dominare interamente sulla Chiesa, controllando perfino le nomine dei Vescovi, con la facoltà di impedirne addirittura la presa di possesso delle rispettive diocesi.

Anche con questo rifiuto il Papa Pio IX dimostra la propria saggezza e magnanimità, facendo prevalere il bene della Chiesa, e di conseguenza degli stessi italiani, su quello che poteva essere un proprio tornaconto o comunque una posizione economica del Papa, anche dei suoi successori.

Come prevedibile, nel 1873 si estese anche a Roma la legislazione che prevedeva la soppressione di quasi tutti gli Ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni; tale ingiustizia fu qui ovviamente ancor più grave, visto appunto che Roma è il centro della cristianità e che tutti gli Ordini religiosi del mondo hanno qui la loro Casa generalizia.

Nelle elezioni del 1874, che dovevano in fondo permettere la formazione del primo governo dello Stato Italiano, gli aventi diritto al voto erano soltanto il 2,18% della popolazione.

I Cattolici potevano votare ma non potevano essere eletti (strana concezione della democrazia quei liberali piemontesi!), per cui - secondo anche le indicazioni date dal Papa (il famoso Non expedit) - si rifiutarono di votare (col motto “né eletti, né elettori”), ritenendo quel voto una pagliacciata.

Per questo i cattolici si ritirarono dalla vita politica e la stessa “questione romana”, nel senso di una soluzione reale e non umiliante di tale conflitto, non si risolse in fondo che nel 1929, coi Patti Lateranensi (con la formazione del simbolico stato della Città del Vaticano) ed il Concordato tra Stato Italiano e la Chiesa.

 


Qualcosa sul nuovo 'Regno d'Italia'


23. Si potrebbe dire che il nuovo Regno d’Italia non era in fondo che un Regno di Sardegna allargato?
In fondo sì, visto che appunto invece dell’auspicata Confederazione di Stati il Piemonte (Regno di Sardegna, cioè i Savoia) decise di attuare il proprio progetto (massonico) invadendo militarmente il resto d’Italia. è in proposito significativo che Vittorio Emanuele II, re del Regno di Sardegna, viene proclamato primo Re d’Italia, mantenendo però stranamente la numerazione di secondo; così, il primo Parlamento del Regno d’Italia risulta come ottava legislatura del Regno Subalpino. Non a caso la legislazione adottata è quella che era vigente in Piemonte. Anche la Costituzione del nuovo Stato unitario ricalcherà sostanzialmente lo “Statuto Albertino”.


24. La Massoneria ha realmente preso la guida del nuovo Regno d’Italia?

La Massoneria assume di fatto un ruolo fondamentale nella vita politica e culturale dell’Italia appena politicamente unificata; leve del nuovo Stato, ad esempio i ministeri più importanti, sono quasi tutti affidati ad illustri e noti massoni.

Contrariamente all’usuale segretezza, a cose fatte tale appartenenza non era neppure tenuta segreta, come pure il suo vero scopo, che era non solo quello di prendere il potere, ma proprio quello di distruggere la Chiesa Cattolica.

Così, ad esempio, il massone Ferdinando Petrucel­li della Gattina disse alla Camera nel luglio del 1862, fra gli applausi dei deputati del nuovo Parlamento italiano: “Fare la guerra alla pre­ponderanza cattolica nel mondo, per tutto, con tutti i mezzi. Questa la nostra politica avvenire. Noi vediamo che questo cattolicesimo è uno stru­mento di dissidio, di sventura e dobbiamo distruggerlo” (cita­zione riportata nel Bollettino del Grande Oriente Italiano e nel giornale Il diritto, or­gano di Depretis).

Ancora in un numero del Bollettino del Grande Oriente Italiano del 1865 possiamo leggere: “le nazioni riconoscevano nell’Italia il diritto di esistere come nazione in quanto che le affidavano l’altissimo ufficio di liberarle dal giogo di Roma cattolica. Non si tratta di forme di governo; non si tratta di maggior larghezza di libertà; si tratta appunto del fine che la Massoneria si propone, al quale da secoli lavora”.

Nel Convegno “La liberazione d’Italia nell’opera della massoneria”, tenuto solo nel 1988, il Gran Maestro Armando Corona riconobbe che “la liberazione d’Italia, opera eminentemente massonica, fu sorretta, in ogni suo passaggio fondamentale, dalla iniziativa delle Comunioni massoniche d’Oltralpe”.

Così nella rivista Libero muratore, della Loggia di Piazza del Gesù a Roma, nell’ottobre 1977 si poteva leggere: “La presa di Roma è un accadimento voluto dalle forze massoniche”; e ancora “Nel 1870 Roma è restituita all’Italia, la famiglia siede tra le braccia della madre, dopo lunga, crudele, vergognosa prigionia (nella Chiesa)”.


25. La Massoneria ha realizzato il suo fine anticattolico?

Già nel maggio 1861 S. Giovanni Bosco, con la sua intelligente santità, scriveva nel suo giornale dell’oratorio di Valdocco (Letture Cattoliche) un allarmato “Appello ai Cattolici” in cui proclamava: “Si fa guerra al Capo della Chiesa per distruggere, se fosse possibile, la stessa Chiesa e protestantizzare l’Italia. Si versa a piene mani lo scherno, lo sprezzo, il ludibrio sul Romano Pontefice, e ciò per renderlo spregevole. In tal guerra, che è guerra di Dio e nostra, tutti i veri cattolici si uniscano in difesa del Papa, ossia della Cattolica Religione”.

Come abbiamo osservato, il Piemonte impose le sue leggi anticattoliche (soppressione degli ordini religiosi ed incameramento dei loro beni) a tutti i territori italiani che progressivamente annetteva (solo nel Sud d’Italia furono chiusi e confiscati i beni di 1.100 conventi e vennero lasciati per strada 20.000 religiosi e religiose). Vennero chiusi anche monasteri e seminari, confiscandone i beni. Si cercò in tutti i modi di mettere le mani anche sulla nomina dei Vescovi, senza ovviamente riuscirvi (perché com’è noto è prerogativa del Papa); ma se ne allontanarono alcuni dalle loro diocesi, e se ne impedì di fatto l’ingresso ad altri. Per cui già nel 1861 erano 49 le diocesi lasciate senza vescovo; poi divennero 89 (di cui 57 nell’Italia meridionale, Napoli compreso)! Solo in quell’anno si rimossero o si incarcerarono 70 vescovi e si imprigionarono centinaia di preti. Bastava rifiutarsi di cantare il Te Deum per il governo (come fece ad esempio il cardinale Corsi di Pisa) per essere arrestati. Dal 1860 al 1864 vennero arrestati e processati perfino nove Cardinali (compreso il cardinale Gioacchino Pecci di Perugia, il futuro Leone XIII). Nel 1864 furono una ventina i vescovi processati e incarcerati (e non doveva essere un carcere morbido, visto che ne morirono 16 per le conseguenze!), 16 quelli espulsi dalle loro diocesi, quelli esiliati salirono a 43; 12.000 furono i religiosi dispersi, centinaia i preti processati e 64 quelli che furono subito fucilati.

La Chiesa è però il Corpo “mistico di Cristo” e come Lui continua ad essere perseguitata (cfr. Gv 15,20) ma anche vincente. Lo Spirito Santo, che la abita, suscitò in Italia proprio in quel periodo numerosi santi (31 santi già canonizzati, 61 beati, altri 350 di cui è ancora in atto processo di canonizzazione). Molti di loro sono uomini o donne (i cosiddetti “santi sociali” di questo periodo, molti dei quali proprio a Torino) hanno sollevato decine e decine di migliaia di persone dalla miseria materiale, morale e spirituale, provocata in gran parte proprio dai progetti politici di coloro che si presentavano nella storia come loro liberatori.

Il popolo italiano, che proprio nella fede cristiana ha la sua radice più vera e il fondamento stesso della sua unità, rimase però cattolico e si riconosceva più nella Chiesa che in questo tipo di Stato.


26. Il Parlamento del Regno d’Italia era effettivamente rappresentativo degli Italiani?
La borghesia ottocentesca temeva di chiamare alle urne i cittadini. Nelle elezioni del 1861 gli aventi diritto al voto erano solo 418.850; avendo votato solo il 57,2% degli aventi diritto, per il primo Parlamento d’Italia votarono di fatto solo 239.853 Italiani.

Lo stesso Cavour, nella sua circoscrizione di Torino, ebbe solo 300 voti; ancor meno, nella sua circoscrizione di Alessandria, l’ex ministro Urbano Rattazzi, quello della legge del 1855 che aveva già soppresso nel Regno di Sardegna tutti gli ordini religiosi.

Già nel Regno di Sardegna, ci si era però abituati a questo tipo di elezioni farsa: lo stesso Giuseppe Garibaldi era stato eletto nel 1849 nel Parlamento Subalpino con soli 18 voti. Nelle elezioni del 1857 votò l’1% della popolazione. L’allora Presidente del Consiglio Massimo d’Azeglio, confidò: “Questa Camera rappresenta il Paese reale come io rappresento il Gran Sultano turco!”.

Pur sedendo in quel nuovo Parlamento anche uno dei “Mille” (Agostino Depretis), lo stesso Garibaldi disse di essersi pentito di aver contribuito a creare “un’Italia che non fu del popolo, come pensava, ma di una corporativa casta di notabili e possidenti”. Per questo cercò poi di fondare la “Lega della democrazia”, ma la casta liberale al potere, che lo aveva usato, fu molto infastidita da questa sua iniziativa, che considerò “utopia libertaria” e “demagogica”.

Nelle elezioni del 1874, cui i cattolici non parteciparono, su 30 milioni di Italiani gli aventi diritto al voto erano in tutto 605.007, cioè il 2,2% della popolazione.

Nelle elezioni del 1876 si recarono a votare 368.750 Italiani, per cui la Camera - “espressione del popolo sovrano” - di fatto esprimeva la volontà dello 0,94% della popolazione italiana; tra l’altro di questi, quasi un terzo (almeno 100.000) erano dipendenti del governo e da questo brutalmente orientato su chi votare.

Ad esempio, il massone e critico letterario Francesco de Sanctis (uno dei vati del Risorgimento, che divenne Ministro della Pubblica Istruzione) nel suo collegio di San Severo, dove gli aventi diritto al voto erano solo 923 (meno del 2% della popolazione) e di fatto votarono solo 401 persone, fu eletto con 359 voti, divenendo però Deputato e poi Ministro.

27. Com’era la situazione economica del nuovo Regno d’Italia?
Nonostante l’enorme quantità di beni (formatisi nella storia per lasciti ed eredità di devote persone) sequestrati dopo l’abolizione degli Ordini religiosi, e gli ingenti finanziamenti internazionali della massoneria, il nuovo Stato Italiano dovette subito fare i conti con uno spaventoso deficit di bilancio.
Già nel 1860 i debiti dei Savoia superavano la sbalorditiva cifra di un miliardo di lire di allora; e ciò era dovuto principalmente per le spese militari e le guerre che avevano effettuato (l’incredibile guerra di Crimea costò 74 milioni delle lire di allora e le spese per compiere le cosiddette Guerre d’Indipendenza arrivarono a superare il 61% della spesa pubblica). Ancora nel 1866 l’Esercito divorava un quarto del bilancio statale e la Marina addirittura un terzo.
Nello stesso periodo, il tanto vituperato governo borbonico (Regno delle Due Sicilie) aveva un debito pubblico minimo e perfino le tasse erano molto più basse. Nell’ancor più diffamato Stato Pontificio, presentato dalla retorica risorgimentale come il peggiore della storia, già nel 1858 s’era addirittura raggiunto il pareggio di bilancio!
Nei primi 5 anni dell’unità d’Italia (1861-1866) le tasse salirono di un terzo, ma il disavanzo si quintuplicò! Il nuovo Stato Italiano, in cui la massoneria internazionale aveva impiegato non poche risorse, fu poi sottoposto anche a speculazioni internazionali. 
Le proprietà terriere si concentrano nelle mani di pochi. La popolazione contadina, allora il 90% della popolazione italiana (tra l’altro profondamente cattolica), fu ridotta quasi alla fame e per di più venne gravata da incredibili imposte: nel 1869, ad esempio, il nuovo Stato (che peraltro la gente non sentiva come proprio) impose proprio ai contadini una terribile “Tassa sul macinato”, che suscitò insurrezioni, sedate con violenza dalle nuove forze dell’ordine (una di queste, in Emilia, causò 250 morti e migliaia di feriti). Prodotti di largo consumo popolare come il sale da cucina e il tabacco divennero “monopolio di Stato” (da cui l’istituzione della “Tabaccheria”, tuttora tipicamente italiana), quindi senza concorrenza e con prezzi stabiliti esclusivamente dallo Stato (in alcune zone d’Italia, come la Toscana, per protesta ci si abituò a fare il pane senza sale, usanza che perdura tuttora). Per spillare ancora soldi dal popolo, speculando in fondo sulla loro miseria, si inventò e diffuse il gioco del Lotto
Il popolo è ridotto alla miseria più cruda; per questo è anche flagellato da terribili malattie. Ne risentono in particolare i bambini: in quegli anni il 45% dei morti è di bambini nei primi 5 anni di vita (dal 1861-1870 morirono nel primo anno di vita 227 bambini su 1000). 
Inoltre le scelte del governo liberale, secondo i dettami del trionfante capitalismo internazionale, promosse, a scapito dell’agricoltura, una spietata industrializzazione, peraltro senza alcun rispetto dei diritti degli operai (che potevano avere anche 12-13 anni, con 12 ore di duro lavoro quotidiano); il che provocò anche una selvaggia urbanizzazione. Nell’attuazione delle prime opere pubbliche statali si pose in atto già una sperequazione tra il nord e al sud del Paese (per le bonifiche idrauliche, ad esempio, al nord andarono 455 milioni, mentre 3 milioni al sud). Iniziò così anche il proverbiale fenomeno italiano dell’emigrazione, specie dal sud al nord d’Italia, ma anche verso l’estero (ogni anno emigravano circa 123.000 persone; dal 1876 al 1914 gli emigranti furono più di 14 milioni).
Conseguenza di questa povertà fu anche il dilagare della malavita. La popolazione carceraria aumentò a dismisura e raggiunse nel 1872 i 270 carcerati per 100.000 abitanti (a confronto dei 138 della Francia, dei 107 dell’Inghilterra e dei 63 del Belgio).
Il nuovo Stato metteva Uffici delle Imposte e stazioni dei Carabinieri ovunque, ma la gente faceva riferimento ancora solo alle Parrocchie. Fu infatti ancora la Chiesa che, nonostante la persecuzione e l’incameramento della maggior parte delle sue risorse, veniva incontro a questa miseria, con l’erezione di cooperative, casse rurali, asili e istituti per i bisognosi. Anche per questo gli Italiani si sentivano più appartenenti alla Chiesa che al nuovo Stato.

Secondo una scelta che si diffuse tra i nuovi Stati moderni dopo la rivoluzione francese, anche il nuovo Stato Italiano impose la leva obbligatoria, cioè il servizio militare obbligatorio per tutti i giovani maschi “abili” - obbligo rimasto fino a pochi anni orsono - il che voleva dire perdere anni preziosi per il proprio lavoro, per la propria famiglia di origine e in vista di quella che si sarebbe formata, per un vago imparare il mestiere delle armi (in passato sempre volontario e pagato, da cui infatti il termine “soldato”), oltre a causare talora uno smarrimento morale - in quell’essere esuli da ogni riferimento familiare, sbattuti da un capo all’altro della Penisola e con commilitoni di cui talora a stento si comprendeva la lingua (tanto le genti italiane parlavano in dialetto) - che poteva anche sconvolgere gli insegnamenti ricevuti nell’infanzia e condizionare il resto della vita.

28. Perché il nuovo Stato italiano cercò sempre di monopolizzare l’istruzione e la cultura?
Poiché il progetto risorgimentale aveva un chiaro intento ideologico e, al di là di un liberalismo di facciata, si prefiggeva di distruggere proprio la cultura cattolica (e la stessa Chiesa Cattolica), è chiaro che una particolare attenzione il nuovo Stato doveva riservarla ai centri di produzione e di diffusione della cultura (scuola e stampa).
E dobbiamo purtroppo osservare che, se il progetto non riuscì a livello popolare (allora gran parte della gente non sapeva neppure leggere e scrivere e comunque non c’era la televisione), fu senz’altro invasivo a livello culturale, così che ancor oggi fa sentire la propria pressione, senza quasi che ce se ne accorga.

Negli ultimi decenni la stessa operazione di “rivoluzione culturale” è stata tentata dall’ideologia marxista (socialismo-comunismo), come aveva progettato lo stesso Antonio Gramsci, ottenendo una grande influenza, specie sulle nuove generazioni di giovani (più acculturate che in passato). La combinazione di questi due ideologie (liberalismo e socialismo), opposte ma entrambe figlie dell’Illuminismo, ha provocato un’enorme emarginazione culturale della fede e della Chiesa. Attualmente poi, la tradizione marxista (cultura di sinistra) sta facendo alleanza con la mentalità “radicale” (per sé agli antipodi, con il suo individualismo e libertinismo, ma comunque anche in questo caso di derivazione illuminista), così che il nemico vero da abbattere non risulti più essere né il capitalismo da una parte né il comunismo dall’altra, ma proprio la Chiesa Cattolica.

La formazione dei primi quotidiani segue (e persiste ancor oggi) questo stampo ideologico. Non a caso già il 1° luglio 1861 Pio IX cercherà di rispondere anche a questo assedio (culturale) e fonda il suo giornale, L’Osservatore Romano, onde poter dare un giudizio libero sugli avvenimenti, non allineato cioè alla nuova cultura massonica che stava montando con l’invasione dei Piemontesi. 
Ma è proprio sulla scuola (di ogni ordine e grado) che si gioca una battaglia decisiva, perché proprio da qui doveva sorgere la “nuova Italia”. 
Appena presa Roma, venne istituito il Ministero della Pubblica Istruzione, la cui sede (in viale Trastevere, dove tuttora risiede) ostenta una monumentalità da nuovo tempio, come del resto i novo grandi palazzi del potere dello Stato. Al suo vertice, come ministri, si misero ovviamente eminenti intellettuali massonici, come Francesco De Sanctis, Michele Coppino e Guido Baccelli.

Del De Sanctis è poi quella bella Storia della Letteratura Italiana su cui per oltre un secolo (e forse tuttora) generazioni e generazioni di liceali hanno studiato. Tale critico letterario, che fu maestro anche di Benedetto Croce, e che fu appunto eletto da soli 359 italiani, era un vero banditore dell’ideologia risorgimentale.

Tanto per capire quali erano le priorità culturali da attuare, subito nel gennaio del 1873 il nuovo Stato abolisce le Facoltà di Teologia in tutte le università d’Italia.

Ancor oggi persiste in Italia questa anomalia, ancor più grave in un Paese che è patria del cattolicesimo, che stupisce altri Stati europei (come la Germania, dove le Facoltà di Teologia nelle università statali sono in certi casi addirittura due, una cattolica ed una protestante), ma che sembra invece ovvia nel panorama universitario italiano (perfino l’Università Cattolica ne è priva, assicurandone solo dei Corsi).

Questo contribuisce a creare il pregiudizio culturale che la Teologia non sia una vera “scienza”, cioè un vero “sapere”, ma che sia qualcosa di clericale (roba da preti) se non addirittura di fantasioso (ignorando perfino che tale facoltà richiede normalmente almeno 4 anni di studi per il primo livello, 2-3 anni per le specializzazioni, con molteplici ramificazioni, e altrettanti per il Dottorato di ricerca). Nella storia dell’università - e le principali  Università sono nate dalla Chiesa Cattolica - la Teologia costituiva insieme, insieme e al di sopra della stessa filosofia (metafisica), la “regina” delle facoltà, cioè il sapere più alto.

Il  nuovo Stato Italiano vuole controllare ogni livello di studi, dagli asili all’università; vorrebbe porre perfino i Seminari, dove si preparano i futuri sacerdoti, sotto il proprio controllo. 
L’idea di fondo, nonostante il paradosso di una politica che si dice “liberale”, è di fatto statalista - statalismo che diventerà esasperato e perfino idolatrico nel XX secolo, col socialismo-comunismo e col nazismo-fascismo - secondo cui il primo educatore (delle nuove generazioni) deve proprio essere lo Stato, non la famiglia (come il diritto naturale vuole), tanto meno ovviamente la Chiesa. Le scuole devono essere strumento di educazione agli ideali dello Stato: per questo lo Stato ne ha praticamente il monopolio, e decide i programmi che si devono attuare e i contenuti che devono essere trasmessi e appresi. Questo si oppone al “principio di sussidiarietà”, proprio della dottrina sociale cristiana, secondo cui, se lo Stato deve garantire a tutti il diritto allo studio (principio di solidarietà) e deve certo vagliare sulla reale preparazione professionale degli allievi, non deve però sostituirsi all’iniziativa dei cittadini, né tanto meno alle scelte culturali ed educative delle famiglie.
Non a caso soprattutto attraverso la scuola si diffondono fin dalla più tenera età i nuovi “miti” culturali proprio dell’Illuminismo e del Risorgimento, come ad esempio quello del “medioevo come secoli bui” o della Chiesa ostile alla ragione, alla scienza ed al progresso, atti a far credere che uno studioso, un vero uomo di cultura, non possa più credere ai dogmi cattolici, da lasciare semmai al popolino ignorante. 
Intere Facoltà, come quelle di Filosofia o di Medicina, saranno in mano al liberalismo massonico (per Medicina, secondo una impostazione sostanzialmente materialista e positivista).

Il nuovo Stato italiano, per la presenza capillare della Chiesa Cattolica e delle sue numerose istituzioni educative, non riuscirà quasi mai ad usare una violenza eccessiva in questo decisivo settore della vita pubblica così da ufficialmente impedire le scuole cattoliche; ma l’idea “statalista” a riguardo dell’educazione è talmente radicata nella politica, che in fondo mai, ancor oggi, si è attuata in Italia una vera “libertà d’educazione”. L’idea di fondo è che comunque l’istruzione spetta allo Stato e alla sue istituzioni scolastiche; e alle sue istituzioni scolastiche e accademiche spettano i finanziamenti dello Stato (fingendo di dimenticare che le finanze dello Stato sono sostenute dalle tasse di tutti i cittadini, compreso i cattolici e le famiglie cristiane che vorrebbero per i loro figli un percorso educativo più consono ai valori in cui credono). Se si ammette che ci siano altri tipi di istituzioni scolastiche, esse si ritengono “private” (ancor oggi questa l’errata dicitura con cui si nominano) e non degne di adeguati finanziamenti statali: in realtà tali istituzioni educative non-statali, di cui lo Stato ha certo il compito di verificarne l’efficienza e perfino di promuoverla, non sono “private” ma svolgono un reale servizio “pubblico” e come tali devono essere sostenute economicamente dallo Stato, proprio cioè per il servizio pubblico che svolgono. Quando invece non sono adeguatamente finanziate (con i soldi che lo Stato riceve comunque - ripetiamolo - da tutti i cittadini, anche da quelli che scelgono tali scuole) allora o devono chiudere per mancanza di fondi, oppure devono chiedere di nuovo ai fruitori un esborso per finanziarle (allora sì diventando spesso scuole “per chi può permetterselo”, se non addirittura per chi pretende comprare un titolo di studio; ma questo proprio per le mancanze dello Stato). Invece una vera “libertà di educazione”, secondo una corretta idea di Stato che non è al di sopra delle persone e dei ‘corpi intermedi’ (a cominciare dalla famiglia, primo naturale ambito educativo e prima responsabile della formazione dei figli), garantisce una reale democrazia - secondo quello che nella dottrina sociale cristiana si definisce “principio di sussidiarietà” - e soprattutto una libertà di educare i propri figli (e poi se stessi) secondo criteri, contenuti e programmi che si ritengono più idonei alla propria formazione e non che lo Stato impone dall’alto (spesso secondo una casta ultraminoritaria di intellettuali, come appunto è avvenuto dal Risorgimento in poi).

In sostituzione dei testi religiosi, si creano già per l’infanzia nuovi libri e racconti, magari belli e affascinanti - come il famoso Cuore del massone De Amicis - dove però ogni riferimento religioso, così vivo nel popolo italiano, è invece improvvisamente sparito, quasi senza che ce se ne accorga.

29. Cosa si fece a Roma dopo il 1870?
Dopo il 1870 affluirono a Roma da tutta Europa non tanto fiumi di pellegrini, ma di laicissimi speculatori, tra cui le attivissime società immobiliari di ebrei francesi, inglesi e tedeschi, oltre che di italiani (tra cui anche due figli di Garibaldi). La finanza massonica internazionale entrò senza scrupoli nella Banca Romana, provocandone poi tra l’altro un grande scandalo ed il crollo nel 1893. Si costruirono enormi quartieri, spesso secondo lo stile torinese di vie parallele e perpendicolari, talora distruggendo anche precedenti quartieri medievali, chiese, giardini, opere artistiche.

Il quartiere Prati, adiacente al Vaticano, fu costruito con questo stile e fu riempito, oltre che di palazzi abitativi, anche di immense caserme; risulta sia stato tra l’altro progettato in modo tale che, nonostante sia vicinissima, non si dovesse scorgere la cupola più grande e più bella del mondo, quella michelangiolesca di S. Pietro (e così è ancor oggi). Sul colle Esquilino, tra i più alti di Roma, su cui prima del 1870 svettava isolata la mole bianca di S. Maria Maggiore - prima chiesa (quella originale) dedicata alla Madonna in occidente ed una delle chiese più belle di Roma, con un superbo campanile del ‘400 - si costruì un intero quartiere che la circondasse e ne ostruisse la vista, senza peraltro riuscirci pienamente.

Per costruire il monumentale corso Vittorio Emanuele, da Piazza Venezia al Lungotevere Vaticano, si distrussero quartieri, palazzi, chiese e monumenti medievali.

La Roma divenuta capitale si riempì di caserme e soprattutto di faraonici palazzi, sede dei nuovi centri di potere politico (Ministeri) o giudiziario (come appunto il Palazzo di Giustizia, che i romani chiamano ancora il ‘Palazzaccio’, lungo il Tevere prima di Castel Sant’Angelo). Potremmo però con onestà chiederci cosa sia stato costruito di davvero artistico (che meriti ancor oggi la visita degli annuali milioni di turisti o pellegrini), nella Roma post-risorgimentale (a parte il Vittoriano, v. poi).

Il massone Ferdinando Martini, poi Ministro dell’Istruzione, scriveva così a Giosuè Carducci, riferendosi certo non solo ai palazzi e ai quartieri: “Abbiamo voluto distruggere e non abbiamo saputo nulla edificare”!

30. In che senso il nuovo Stato Italiano vuole presentarsi come una “religione civile”?
L’amore della Patria, quando non contraddice la legge morale, è un alto valore umano e cristiano. Ma lo stato moderno (illuminista) è tentato più che mai di porsi come nuovo assoluto e di ergersi come nuova religione civile
Quasi sempre il potere politico ha avuto questa tentazione, ma negli ultimi secoli è diventata vera e propria ideologia, una statolatria che nel XX secolo, con nazismo e comunismo, ha raggiunto l’apice e il parossismo. 
Anche il nuovo Stato Italiano, proprio per come si è formato e per l’ideologia che lo ha voluto, vorrebbe porsi come nuova «religione civile», secondo valori universali che accomunino tutti gli Italiani, senza possibilità di dissenso.  Soltanto che la fortissima identità cattolica del popolo italiano e la presenza stessa di Roma (centro della cristianità), fa sì che questa pretesa - oggi si direbbe laica, usurpando quasi senza accorgersene una terminologia ancora cristiana (secondo cui i “laici” sono tutti i cristiani che non sono sacerdoti o religiosi consacrati) - assuma talora un tono grottesco e perfino ridicolo. 
La persistenza indiscutibile di dogmi e di eroi risorgimentali non solo nella cultura dominante (che passa attraverso la scuola e i media) ma anche nella toponomastica, nei monumenti e nei simboli, è perfino ormai anacronistica, al di là appunto del giusto patriottismo che tutti dobbiamo avere.
Che dal paesino più sperduto alla più grande città, ci siano vie, piazze e monumenti ancora dedicati a Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi, Mazzini e perfino al XX settembre - toponomastica che nel XIX secolo il nuovo Stato volle e che soppiantò talora violentemente quella cristiana e davvero popolare - offre davvero ormai il sentore di dogma laicista. Non a caso, nonostante talora l’impegno statale o comunale di tenere in ordine tali monumenti o di deporvi in alcune ricorrenze corone d’alloro, sono totalmente al di fuori del reale sentire comune della gente, che quasi nessuno li sente davvero come propri e andrebbe spontaneamente ad onorarli; cosa che invece avviene quasi sempre per Croci, Crocifissi, immagini o statue della Madonna o dei Santi, che fossero anche nel più sperduto sentiero di montagna. 
Oltre ai nuovi santi (laici) che sono appunto gli eroi del Risorgimento, da venerare senza possibilità di critica, esistono anche i nuovi martiri (civili), cioè i “Caduti della Patria” (giustamente da ricordare e per le cui anime anche pregare): si tratta in genere di quei poveri ragazzi (talora solo diciottenni) che furono costretti a partire e morire per guerre assurde (come le due Guerre Mondiali) che quasi nessuno ha voluto, e i cui monumenti (con relativi elenchi) sono eretti anche nel paesino più sperduto d’Italia e d’Europa. Non c’era forse famiglia che non avesse avuto qualcuno morto per lo statalismo e le ideologie assurde (anticristiane e perfino diaboliche) imposte da pochi uomini a interi Paesi e motivo di guerre che hanno coinvolto per la prima volta il mondo intero. 
Ma torniamo alla “religione civile”, risorgimentale e statale, ed ai suoi simboli e riti.
Perfino certi giusti simboli nazionali, quali la bandiera o l’inno, in Italia solo col tempo e dopo molta insistenza politica sono forse un poco entrati o si cerca sempre di nuovo di far entrare nel sentimento comune degli Italiani, i quali però sembrano ricordarsene (ma non dovrebbero essere tuttora molti gli italiani in gradi di sapere integralmente le parole dell’Inno d’Italia) più per una partita internazionale di calcio che per uno stringersi attorno ad una vera identità nazionale. In effetti, proprio l’inno nazionale - e già la parola “inno” tradisce una pretesa liturgica - cosiddetto “di Mameli” (anch’egli massone, cui si deve il testo ma non la musica) e peraltro da poco ufficialmente adottato come tale, si apre significativamente con un appello ai “fratelli d’Italia”, che pare un chiaro riferimento più alla massoneria (ai “fratelli” massoni) o comunque alla fraternité della rivoluzione francese, che all’originale concezione cristiana, visto che, al di là del vago “Iddio la creò”, è come se duemila anni di cristianesimo in Italia non ci fossero stati o fossero stati così marginali per l’identità nazionale da sentirsi più legati all’“elmo di Scipio” che a Cristo Signore. 
Così la bandiera nazionale adottata, non a caso tricolore come quella rivoluzionaria francese, è ovviamente priva di qualsiasi riferimento cristiano, come ad esempio la Croce, che segna invece la maggior parte delle bandiere nazionali europee (compresa quella inglese, che sventolava quindi perfino sulle quelle navi inglesi di Marsala o Palermo, così preziose per lo sbarco di Garibaldi). 
A dir il vero anche lo stemma italiano, con la stella e la ruota dentata, ha un non troppo celato riferimento massonico.
La religione civile, oltre ai suoi santi e i suoi martiri, i suoi miti e i suoi simboli, ha anche i suoi riti e le sue feste, quelle esclusivamente civili, giustamente obbligatorie per tutti (che non sono state soppresse ad esempio nel 1976, come molte di quelle religiose, o che sono state ripristinate e addirittura aumentate, come nel caso proprio del 17 marzo 2011, per festeggiare appunto il 150° dell’Unità d’Italia). Tra i suoi riti possiamo certo considerare ad esempio lo pubbliche “parate” militari (come quella del 2 giugno ai Fori Imperiali di Roma), o le visite all’Altare (!) della Patria (come il 25 aprile), con i suoi nuovi sacerdoti (autorità politiche e militari) e le sue laiche liturgie. Anche se ormai non più note, di questa religione civile esistevano perfino le preghiere, non solo quelle rivolte ad un generico Dio per la Patria, al Re o le forze militari, talora anche significative, ma proprio rivolte grottescamente a loro (esistono perfino delle Litanie a Vittorio Emanuele, scritte da Pier Carlo Boggio). 

Come religione civile, anche la Patria doveva avere il suo Altare; anche se la vera divinità qua sembra essere proprio Vittorio Emanuele II. Appena dieci anni dopo la conquista di Roma e il trasferimento della capitale, nel pieno di una crisi sociale acutissima, men­tre il nuovo Stato fatica terribilmente a or­ganizzarsi, e, abbiamo visto, è alle prese con enormi problemi finanziari, viene però lanciato il grande concor­so internazionale per celebrare con un enorme mo­numento il primo re d’Italia, Vittorio Emanuele II (per questo si chiama il Vittoriano), comprendente al suo interno, secondo uno stile francese, la tomba del “Milite ignoto” - quasi nuovo agnello sacrificale per il nuovo culto della Patria - come vero «Altare della patria» (così infatti oggi viene spesso chiamato tutto il Vittoriano, confondendo la parte col tutto). Questo è in fondo l’unico enorme monumento che il nuovo Stato italiano ha realizzato in Roma dal 1870 ad oggi (a parte forse il quartiere EUR e quello Olimpico, edificati durante il ventennio fascista, se vogliamo considerarli monumentali).

L’idea fu del ministro Giuseppe Zanardelli (1826-1903), uomo politico fra i più massoni della storia d’Ita­lia (di lui si racconta che, in un momento di perplessità sui troppi numerosi parlamentari masso­ni, mostrò a Montecitorio di avere sotto il cappotto proprio il “grembiulino” massonico). Tale monumento centrale della Patria - al centro geometrico di Roma, sopra piazza Venezia - doveva essere imponente, impressionante, soprattutto senza alcun riferimento religioso cristiano.

All’appello del concorso internazionale risposero centinaia di pro­getti da tutto il mondo; ma erano talmente megalomani, ir­realistici ed economicamente insostenibili, che si lanciò un secondo concorso solo nazionale con cri­teri esplicitamente più sobri. Il ministro Zanardelli scartò tutti i progetti che avessero sia pur minimi riferimenti al cristianesimo e scelse quello dell’architetto Giusep­pe Sacconi: qui la simbologia è del tutto pagana (il suo centro, appunto l’Altare della Patria, è dedi­cato alla “Dea Roma”) e la statue, fatta appunto eccezione per quella centrale e mastodontica di Vittorio Emanuele II a cavallo, si riferiscono - secondo l’uso massonico - a delle idee (Economia, Libertà, Unità), come le fontane hanno un riferimento geografico (i mari). Il progetto ha comunque del megalomane: il Vitto­riano è forse tutt’oggi il più grande monu­mento statale ‘puro’ al mondo (neppure la Statua della Libertà di New York regge il confronto, almeno per le dimensioni), essendo grande come una collina artificiale. Pare che si cercasse in ogni modo di superare in altezza la Cupola di S. Pietro. Non solo per le dimensioni ma anche per il colore, il Vittoriano doveva stagliarsi su Roma, così da imporsi alla vista di chiunque; fu così scelto il marmo bianco (guarda caso proveniente proprio dal collegio elettorale del ministro Zanardelli), fortemente in contrasto con i colori delle costruzioni romane.  Per co­struirlo occorsero 25 anni, più altri decenni per terminare i dettagli, una astronomica cifra del denaro degli italiani, e si distrussero un bel quartiere medievale, la torre medievale di Paolo III e tre magnifici chiostri del convento dell’Ara Caeli, nascondendone totalmente la chiesa (come si può ancor oggi osservare), che pur si erge sullo stesso colle, come del resto anche il Campidoglio. Incalcolabili furono anche le perdite di preziosi reperti archeologici romani.

 


Questa documentazione non ha voluto essere polemica o riaprire vecchie diatribe italiane, ma solo brevemente indicare come la storia spesso si sia svolta diversamente da come la cultura dominante voglia ancora presentarla. 
Occorre anzitutto essere mossi dall’amore per la verità. 
Quando poi certi “dogmi laicisti” continuano ad essere intoccabili e soprattutto continuano a minare e stravolgere il vero volto della Chiesa di Cristo, con grave danno alle coscienze, allora la ricerca e la presentazione della verità storica assume anche la valenza di un obbligo morale. 
E' infine triste e paradossale osservare come anche la maggior parte dei cattolici siano colmi di tali pregiudizi anticattolici; e come quasi tutti i giovani conoscano solo questi pregiudizi; così che, salvo i miracoli che comunque Dio può operare anche in loro, sono sempre più tentati di abbandonare la Chiesa e la fede, con danni spesso irreparabili per le loro anime.

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