i primi martiri cristiani - santi Pietro e Paolo

Sulle orme dei primi Martiri

(specialmente di Roma; nella liturgia si veda ad esempio il 29 e 30 giugno)


Una considerazione su …
Il rifiuto del “passato”, dall’Illuminismo in poi

Una delle logiche dominanti, emerse dall’Illuminismo in poi, è quella del rifiuto del “passato”, della tradizione (nel senso proprio del “tradere”, cioè della multiforme eredità, culturale e religiosa, della propria storia ed identità), come pure dell’autorità. S’è progressivamente imposta l’idea di rivoluzione (termine prima usato solo in fisica e astronomia – vedi il dossier sulla Modernità), per indicare l’inizio di un modo di pensare e di vivere totalmente nuovo, senza alcun legame appunto col passato, con la tradizione e neppure con alcun riferimento “autorevole”. 

Non a caso da questo pensiero è nata nel 1789 la Rivoluzione francese, caratterizzata appunto da un odio violento per il passato, specie per la fede cristiana (e per la civiltà cristiana medievale che l’aveva incarnata per un millennio), così come per il re ed ogni autorità, compresa quella della Chiesa. Tutto ciò in favore di un’ideologia (nel senso di un progetto artificiale di bene, di vita e di società), che si è peraltro assai presto rivelata come disumana!

In fondo nella stessa logica, nel XX secolo, s’è mossa la Rivoluzione russa (1917); ma anche le altre ideologie che ne sono conseguite (nazismo, fascismo) e persino l’esperienza tragica di due Guerre Mondiali.

A livello culturale e sociale s’è mosso in questo senso pure il grande movimento, partito ancora dalla Francia, del ’68 (1968), che ha scaldato e agitato specie il mondo giovanile, ma ha inciso e ancora incide fortemente su tutta la società occidentale. Una rivoluzione, contestazione, mutazione radicale, che ha coinvolto persino la musica (beat) ed ha avuto conseguenze enormi, specie nelle nuove generazioni, anche a livello di comportamento sessuale (la cosiddetta “rivoluzione sessuale”, tuttora inarrestabile vedi), nel modo di concepire la donna (femminismo) e la famiglia (convivenze, divorzi, amore libero) e che ha fortemente scosso e in genere demolito la fede cristiana dei giovani, cancellando quasi in essi due millenni di cristianesimo.

La Chiesa Cattolica (vedi), fondata da Gesù Cristo (vero Dio e vero uomo, vedi) e quindi su una Rivelazione divina immutabile, e tramandata fedelmente dagli Apostoli (con e sotto la guida di Pietro) e dall’ininterrotta “successione apostolica” (vescovi, con e sotto la guida del Papa), ha dunque motivi non solo naturali ma soprannaturali per rimanere ancorata al passato (in primis a Cristo stesso, che è tuttora vivente e di nuovo verrà nella gloria per giudicare tutti gli uomini) e all’autentica Tradizione, trasmessa dagli Apostoli e dai loro successori (che ne sono quindi l’autorità, sottomessa ovviamente a quella divina e immutabile di Cristo), cioè il punto di riferimento sicuro, garanzia della Chiesa autentica e della salvezza eterna di tutti.
Si tratta appunto della Chiesa “una, santa, cattolica e apostolica”!


Ancora più paradossale, quindi, che quell’atteggiamento illuminista, detto anche “modernista” (nel senso proprio di seguire il “modernismo” culturale illuminista e rivoluzionario), sia nell’ultimo secolo penetrato fortemente anche nella Chiesa (cfr. già le denunce presenti nella Enciclica Pascendi dominici gregis di S. Pio X, 1907) e abbia condizionato fortemente il suo corso, specie dal 1962 in poi e che oggi pare persino trionfante.

In un’ottica quindi falsata, peraltro già emersa prepotentemente nel sec. XVI col Protestantesimo – secondo cui ci si può appunto recidere dalla Tradizione, cioè da quello che la Chiesa è sempre stata ed ha sempre insegnato, come se lo Spirito Santo, certamente operante nella Chiesa Cattolica per la parola stessa di Cristo Signore, fosse stato assente o mutasse e persino si contraddicesse – e presente tuttora in molti gruppi o sette (v. Testimoni di Geova) ed oggi persino in ampi settori della Chiesa Cattolica. Pensiamo ad esempio a quel sentire e dire come se la Chiesa fosse nata col Concilio Ecumenico Vaticano II (che è invece il 21° della storia della Chiesa e peraltro non ha fatto rivelazioni dogmatiche ma ha avuto una prospettiva “pastorale”). Addirittura oggi per molti è come se la Chiesa fosse nata nel 2013!

Sulle orme dei Martiri

La Chiesa Cattolica, che in Sé è appunto “santa”, ma è purtroppo spesso macchiata dai peccati dei suoi membri, ha ovviamente in Cristo Signore il suo modello supremo e divino; così come trova in Maria Santissima la Creatura più eccelsa e Colei “sotto la cui protezione trovare rifugio” e una potente “mediazione” presso il Suo Figlio Gesù.

La bimillenaria storia della Chiesa Cattolica trova poi, ovunque e sempre, innumerevoli Santi, cioè uomini e donne che, per grazia di Dio, costituiscono per tutti dei modelli da seguire e degli intercessori cui rivolgersi. Tra questi, un particolare rilievo è costituito dai Martiri (del mondo intero, a cominciare da quelli dei primi secoli fino a quelli numerosissimi del secolo scorso!): essi sono coloro che hanno preferito morire, spesso anche tra atroci torture e tormenti, piuttosto che tradire la fede, Cristo e la Chiesa. Sono sublimi ed eccelse figure di uomini e donne (talora persino bambini!), il cui coraggio, forza e bellezza interiore sono talmente di stimolo, conforto e aiuto da essere sempre stati venerati, amati e pregati con particolare intensità dal popolo cristiano. Non per nulla è tradizione della Chiesa conservarne delle reliquie sotto ogni altare consacrato.


Ebbene, se questo è il sublime patrimonio di fede della Chiesa universale, la Roma già dei primissimi secoli, allora centro dell’Impero e centro perenne della Chiesa (per le tombe degli Apostoli, specie dei Santi Pietro e Paolo, e per la presenza viva del Successore di S. Pietro, cioè del Papa), ci offre un punto di riferimento di particolare importanza, una grazia specialissima, che sarebbe imperdonabile e persino grave non conoscere e non raccogliere!


Roma… gli Apostoli e i Martiri

Roma era il centro del mondo, in quanto capitale dell’impero. Diventerà il nuovo centro del mondo, in quanto centro del cristianesimo e della Chiesa cattolica. Perché qui arriverà Pietro, che Gesù aveva messo a capo della Chiesa (cfr. Mt 16,15-19), come primo vescovo di Roma e quindi come primo Papa. Qui verserà il suo sangue per Cristo (nel 64 o 67 d.C., crocifisso nel Circo di Nerone, attuale piazza S. Pietro) e qui è la sua tomba.

Paolo, dopo aver evangelizzato gran parte dell’attuale Turchia e Grecia e dopo aver già scritto alla comunità di Roma un’importante lettera “ispirata” da Dio (appunto la Lettera ai Romani, che è per questo nel Nuovo Testamento biblico), verrà qui come prigioniero dopo che si “appellò a Cesare” in un processo contro di lui a Gerusalemme (che bello sentire il nome di questa città sulle labbra stesse del Risorto! Infatti Gesù in quel frangente gli appare e gli dice “ “Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma”, At 23,11). Venne dunque a Roma una prima volta, già come prigioniero in attesa di giudizio (così termina Atti degli Apostoli; quella casa, che prese in affitto e vi soggiornò circa 2 anni incatenato e piantonato da un soldato, che convertì alla fede cristiana, è l’attuale chiesa di S. Paolo alla Regola); ma, finito nel nulla quel primo processo, poté svolgere un’altra missione (persino in Spagna?). Subirà invece il martirio qui a Roma (nel 67 d.C.) dopo un secondo processo, terminato con la condanna a morte, sempre sotto Nerone: venne decapitato a “Tre Fontane” (fontane scaturite miracolosamente dal suo capo reciso) sulla Laurentina e poi sepolto sulla via Ostiense (dove tuttora è la sua tomba, riaccertata archeologicamente anche nel 2000, nella celebre basilica papale di S. Paolo fuori le Mura).

Già solo per questo, come per la presenza del Papa (successore di S. Pietro e quindi guida di tutta la Chiesa), la Chiesa di Roma è la più importante del mondo, “presiede alla carità” ed è “Caput et Mater omnium Ecclesiarum” (com’è scritto anche sulla facciata della sua cattedrale: S. Giovanni in Laterano).

In questa città, fino all’editto di Costantino (313 d.C.), coloro che sono stati torturati e uccisi pur di non tradire Cristo Signore, cioè i Martiri (si possono chiamare per questo “protomartiri”), sono stati migliaia e migliaia.

Il pellegrinaggio a Roma, centro della cristianità, dove è vescovo il successore di S. Pietro (il Papa, quindi la guida vivente di tutta la Chiesa Cattolica, secondo il volere stesso di Gesù) è sempre stato nella storia il più importante ed ambìto. Veniva chiamato appunto pellegrinaggio alla sede di Pietro o anche “ad limina Apostolorum” (alla tomba degli Apostoli) [così si chiama ancora la venuta (in genere quinquennale, a turno) dal Papa di tutti i vescovi del mondo, anche per rendere conto della vita delle loro diocesi].

Anche per questo, non solo per le “vie consolari” già presenti al tempo dell’impero, è sorto il detto “tutte le strade portano a Roma”. Celebre ad es. è la “via Francigena” (oggi rivalutata), che viene da Canterbury!

Gli altri storici pellegrinaggi cristiani medievali sono, com’è noto, quello alla tomba dell’Apostolo S. Giacomo (il celebre “Camino di Santiago”, a Santiago de Compostela, all’estremità nord-occidentale della Spagna, “finis terrae”), come e soprattutto quello in Terra Santa (i luoghi dell’Incarnazione, Passione e Risurrezione di N. S. Gesù Cristo).

I Santi Apostoli Pietro e Paolo

La solennità liturgica dei Santi Pietro e Paolo, Prìncipi degli Apostoli, il 29 giugno, è la più antica; è celebrata solennemente già nel IV secolo (persino prima del S. Natale).

La comunità cristiana nasce a Roma subito dopo la Pentecoste, da parte di laici (probabilmente mercanti romani convertiti a Gerusalemme).

Pietro (Simone), dopo aver guidato la Chiesa, secondo il comando stesso di Gesù (v. Mt 16,15-19), prima da Gerusalemme e poi da Antiochia di Siria, venne a Roma come primo vescovo della città centro dell’impero. Di conseguenza il vescovo di Roma (chiamato Papa, padre), successore di S. Pietro, è la guida di tutta la Chiesa universale (cattolica) e Roma è il centro del cristianesimo. Vi morirà martire (nel 64 o 67 d.C.) durante la persecuzione di Nerone (il luogo del martirio – che fu per “crocifissione” ma secondo la tradizione “capovolta” per scelta stessa dell’Apostolo, che non si sentì degno di morire come Gesù – è il Circo di Nerone, che corrisponde all’attuale piazza S. Pietro – persino l’obelisco attuale era di quel tempo, spostato di poco e cristianizzato con una reliquia della Croce sulla sommità). La sepoltura fu nelle vicinanze (colle Vaticano), dove Costantino fece subito (319-326) costruire la prima basilica dedicata al Capo degli Apostoli e della Chiesa; l’attuale, costruita sullo stesso posto e consacrata nel 1626, è considerata il centro mondiale della cristianità (la cattedrale di Roma è invece S. Giovanni in Laterano), è la chiesa più grande del mondo e la sua cupola (la più grande del mondo, su progetto di Michelangelo) è esattamente sopra la tomba di S. Pietro, che è sotto l’altare principale (detto della “Confessione”: “Tu sei il Cristo … Tu sei Pietro”), sormontato dal solenne baldacchino bronzeo del Bernini.

Paolo (Saulo), pur essendo chiamato Apostolo (anzi, l’Apostolo per eccellenza), non era invece nel numero dei 12 Apostoli (e forse non ha neppure conosciuto personalmente Gesù); è ebreo (fariseo) di origine turca (Tarso) e giunse poi a Gerusalemme. Nei primi giorni della Chiesa ne fu un acerrimo nemico (approvò il martirio di Stefano e si fece persino dare il mandato per incarcerare i cristiani di Damasco); ma Gesù gli apparve (v. At 9,1-5), lo convertì istantaneamente, gli rivelò tutto il “mistero” cristiano e ne face l’Apostolo delle genti. Portò il Vangelo nell’attuale Turchia e Grecia. Scrisse 13 Lettere ispirate da Dio e come tali riconosciute subito come Parola di Dio (ancor oggi vengono proclamate così nella S. Messa) e così entrate nel Nuovo Testamento biblico (la Rivelazione di Dio, dopo i Vangeli, che ne rappresentano il centro e il culmine, si conclude con la morte dell’ultimo apostolo, Giovanni, e con l’ultimo suo scritto ispirato, l’Apocalisse; fino alla fine del mondo non ci sarà altra Rivelazione solenne e necessaria di Dio all’umanità). Tra queste Lettere paoline, c’è anche quella ai Romani, l’unica indirizzata ad una comunità non fondata da lui ma già esistente. Paolo venne a Roma come prigioniero (in catene) due volte (Atti degli Apostoli, scritto da S. Luca, che fu un suo seguace, termina con la prima venuta). La seconda volta, sotto la persecuzione di Nerone (nel 67), fu decapitato (in quanto godeva per famiglia della cittadinanza romana e per questo privilegio non fu crocifisso come Pietro e Gesù stesso). Il luogo del martirio è nella località “Tre Fontane” (sulla Laurentina), fontane scaturite dal suo capo reciso; quello della sepoltura, non molto distante, è sulla via Ostiense, dove Costantino nel 324 eresse la basilica omonima [S. Paolo fuori le Mura; rinnovata agli inizi del 600 e poi sempre più abbellita e ingrandita; l’attuale basilica papale, retta dai Benedettini (accanto v’è infatti il monastero), è stata ricostruita dopo l’incendio del 1823 che la distrusse quasi totalmente; la tomba dell’Apostolo, accertata archeologicamente anche nel 2000, è ovviamente sotto l’altare principale e relativo solenne ciborio.


Un aiuto per pregare e meditare

Una delle prime grandi sintesi della fede cristiana (autentica, contro le prime eresie)
(non a caso ancor oggi da professarsi in tutte le SS. Messe domenicali e solennità)
 

Il Credo    [Simbolo niceno-costantinopolitano (sec. IV)]

Credo in un solo Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili.
Credo in un solo, Signore, Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli: Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero; generato non creato; della stessa sostanza del Padre; per mezzo di lui tutte le cose sono state create. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo; * e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e sì è fatto uomo *. Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato; mori e fu sepolto; e il terzo giorno è risuscitato secondo le Scritture; è salito al cielo, siede alla destra del Padre. E di nuovo verrà nella gloria, per giudicare i vivi e i morti: e il suo regno non avrà fine.
Credo nello Spirito Santo, che è Signore e dà la vita. E procede dal Padre e dal Figlio e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo del Profeti.
Credo la Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica.
Professo un solo battesimo per il perdono del peccati.
E aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà.
Amen.

[in canto gregoriano (III – De Angelis): ascolta]

Credo in unum Deum Patrem omnipotentem, factorem caeli et terrae, visibilium omnium et invisibilium.
Et in unum Dominum Iesum Christum, Filium Dei unigenitum. Et ex Patre natum ante omnia saecula. Deum de Deo, lumen de lumine, Deum verum de Deo vero. Genitum, non factum, consubstantialem Patri: per quem omnia facta sunt. Qui propter nos homines et propter nostram salutem descendit de caelis. * Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine: et homo factus est *. Crucifixus etiam pro nobis: sub Pontio Pilato passus, et sepultus est. Et resurrexit tertia die, secundum Scripturas. Et ascendit in caelum: sedet ad dexteram Patris. Et iterum venturus est cum gloria judicare vivos et mortuos: cuius regni non erit finis. Et in Spiritum Sanctum, Dominum et vivificantem: qui ex Patre Filioque procedit. Qui cum Patre et Filio simul adoratur et conglorificatur: qui locutus est per Prophetas.
Et unam sanctam catholicam et apostolicam Ecclesiam.
Confiteor unum baptisma in remissionem peccatorum.
Et exspecto resurrectionem mortuorum. Et vitam venturi saeculi. Amen.



dalla Liturgia

Il ricordo orante (della chiesa universale) degli Apostoli e dei Martiri nella Preghiera Eucaristica I (“Canone Romano” *):

*: Unica “Preghiera eucaristica” (cioè consacratoria) fino al Concilio Ec. Vaticano II (e rimasta unica nel “Vetus Ordo”).

In evidenza i martiri che hanno subìto il martirio a Roma (oltre gli Apostoli e i primi Papi, tutti martiri).

(prima della consacrazione)

“Communicántes, et memóriam venerántes, in prímis gloriósæ semper Vírginis Mariæ, Genetrícis Dei et Dómini nostri Iesu Christi; sed et beáti Ióseph, eiúsdem Vírginis Sponsi, et beatórum Apostolórum ac Mártyrum tuórum: Petri et Pauli, Andréæ, Iacóbi, Ioánnis, Thomæ, Iacóbi, Philíppi, Bartholomǽi, Matthǽi, Simónis et Thaddǽi: Lini, Cleti, Cleméntis, Xysti, Cornélii, Cypriáni, Lauréntii, Chrysógoni, Ioánnis et Pauli, Cosmæ et Damiáni et ómnium Sanctórum tuórum; quorum méritis, precibúsque concédas, ut in ómnibus protectiónis tuæ muniámur auxílio”.
 

“In comunione con tutta la Chiesa, ricordiamo e veneriamo anzitutto la gloriosa e sempre vergine Maria, Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo, san Giuseppe, suo sposo, i santi apostoli e martiri: (1) Pietro e Paolo, Andrea, Giacomo, Giovanni, Tommaso, Giacomo, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Simone e Taddeo, (2) Lino, Cleto, Clemente, Sisto (3), Cornelio (4) e Cipriano (5), Lorenzo (6), Crisogono (7), Giovanni e Paolo (8), Cosma e Damiano (9) e tutti i santi; per i loro meriti e le loro preghiere donaci sempre aiuto e protezione”.

(1) Citati nominalmente i 12 Apostoli (con Paolo, che non era nei 12, sempre accanto a Pietro; senza ovviamente Giuda Iscariota).
(2) I primi successori di S. Pietro (Papi e martiri): Lino (69/79?), Cleto (Anacleto, 79/90?), Clemente I (90/99?)
(3) Sisto I (7° Papa e martire, 116/125?).
(4) Cornelio (Papa: 251/253).
(5) Cipriano [Vescovo a Cartagine (210/258) e martire].
(6) Lorenzo (diacono e martire di Roma, 225/258); subito venerato dal popolo cristiano romano e universale. Costantino eresse subito sulla sua tomba la celebre basilica al Verano.
(7) Crisogono (Vescovo di Aquileia e martire nel 303).
(8) Giovanni e Paolo (martiri di Roma, nel 362).
(9) Cosma e Damiano (fratelli, medici, romani, martiri in Siria nel 303).


(dopo la consacrazione)

“Nobis quoque peccatóribus fámulis tuis, de multitúdine miseratiónum tuárum sperántibus, partem áliquam, et societátem donáre dignéris, cum tuis sanctis Apóstolis et Martyribus: (10) cum Ioánne, Stéphano, Matthía, Bárnaba, Ignátio, Alexándro, Marcellíno, Petro, Felicitáte, Perpétua, Ágatha, Lúcia, Agnéte, Cæcília, Anastásia et ómnibus Sanctis tuis: intra quorum nos consórtium, non æstimátor mériti, sed véniæ, quǽsumus, largítor admítte.

“Anche a noi, tuoi ministri, peccatori, ma fiduciosi nella tua infinita misericordia, concedi, o Signore, di aver parte nella comunità dei tuoi santi apostoli e martiri (10): Giovanni, Stefano, Mattia, Barnaba, Ignazio, Alessandro, Marcellino e PietroFelicita, Perpetua, Agata, Lucia, AgneseCeciliaAnastasia e tutti i santi: ammettici a godere della loro sorte beata non per i nostri meriti, ma per la ricchezza del tuo perdono”.

(10) Giovanni (Battista); Stefano (protomartire a Gerusalemme); Mattia (Apostolo, eletto al posto di Giuda); Barnaba (discepolo di Paolo); Ignazio (d’Antiochia, vescovo della Siria, morto martire a Roma nel 107 ca.); Alessandro (soldato? di origine egiziana; martire a Bergamo nel 303); Marcellino (presbitero) e Pietro (esorcista), martiri a Roma nel 304; Felicita (e i 7 figli) martiri, a Roma nel 165; Perpetua (giovane vergine e martire, a Cartagine nel 203); Agata (giovane vergine e martire, a Catania nel 251); Lucia (giovane vergine e martire, a Siracusa nel 304); Agnese (martire romana di 12 anni, uccisa nel 304); Cecilia (vergine e martire, a Roma nel 230); Anastasia (vergine e martire, a Roma nel 250).


Nella solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno)


Colletta (della S. Messa della vigilia)

Da nobis, quæsumus, Dómine Deus noster, beatórum apostolórum Petri et Pauli intercessiónibus sublevári, ut, per quos Ecclésiæ tuæ supérni múneris rudiménta donásti, per eos subsídia perpétuæ salútis impéndas.
Per Christum Dóminum nostrum. Amen.


Signore Dio nostro, che nella predicazione dei santi apostoli Pietro e Paolo hai dato alla Chiesa le primizie della fede cristiana, per loro intercessione vieni in nostro aiuto e guidaci nel cammino della salvezza eterna. Per il nostro Signore…
 

Colletta (della S. Messa del giorno)

Deus, qui huius diéi venerándam sanctámque lætítiam in apostolórum Petri et Pauli sollemnitáte tribuísti, da Ecclésiæ tuæ eórum in ómnibus sequi præcéptum, per quos religiónis sumpsit exórdium.
Per Christum Dóminum nostrum. Amen.


O Dio, che allieti la tua Chiesa con la solennità dei santi Pietro e Paolo, fa’ che la tua Chiesa segua sempre l’insegnamento degli Apostoli dai quali ha ricevuto il primo annunzio della fede. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio …

Prefazio

Vere dignum et iustum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine, sancte Pater, omnípotens ætérne Deus. 
Quia nos beáti apóstoli Petrus et Paulus tua dispositióne lætíficant: hic princeps fídei confiténdæ, ille intellegéndæ clarus assértor; hic relíquiis Isræl instítuens Ecclésiam primitívam, ille magíster et doctor géntium vocandárum. Sic divérso consílio unam Christi famíliam congregántes, par mundo venerábile, una coróna sociávit.
Et ídeo cum Sanctis et Angelis univérsis te collaudámus, sine fine dicéntes: Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus Deus Sábaoth…

È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno.

Tu hai voluto unire in gioiosa fraternità i due santi apostoli: Pietro, che per primo confessò la fede nel Cristo, Paolo, che illuminò le profondità del mistero; il pescatore di Galilea, che costituì la prima comunità con i giusti di Israele, il maestro e dottore, che annunziò la salvezza a tutte le genti. Così, con diversi doni, hanno edificato l’unica Chiesa, e associati nella venerazione del popolo cristiano condividono la stessa corona di gloria.

E noi, insieme agli angeli e ai santi, cantiamo senza fine l’inno della sua lode: Santo, Santo, Santo …

(dalla Liturgia delle ore)

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo

(Disc. 295, 1-2. 4. 7-8; PL 38, 1348-1352)

Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato

Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno.
Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18, 5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa.
Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo.
Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed è stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16, 19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli è la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che è stato affidato a tutti. E` ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che è stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 22-23).
Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro è il primo degli apostoli.
Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione è stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore.
E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro.
Un solo giorno è consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli.
Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.

Inno dei Santi Apostoli Pietro e Paolo

Aurea luce et decóre róseo,
lux lucis, omne perfudísti sæculum,
décorans cælos ínclito martýrio
hac sacra die, quæ dat reis véniam.

Iánitor cæli, doctor orbis páriter,
iúdices sæcli, vera mundi lúmina,
per crucem alter, alter ense triúmphans,
vitæ senátum laureáti póssident.

O Roma felix, quæ tantórum príncipum
es purpuráta pretióso sánguine,
non laude tua, sed ipsórum méritis
excéllis omnem mundi pulchritúdinem.

Olívæ binæ pietátis únicæ,
fide devótos, spe robústos máxime,
fonte replétos caritátis géminæ
post mortem carnis impetráte vívere.

Sit Trinitáti sempitérna glória,
honor, potéstas atque iubilátio,
in unitáte, cui manet impérium
ex tunc et modo per ætérna sæcula.
Amen.

[ascolta in gregoriano]

O Roma felix, quæ tantórum príncipum
es purpuráta pretióso sánguine!
Excéllis omnem mundi pulchritúdinem
non laude tua, sed sanctórum méritis,
quos cruentátis iugulásti gládiis.

Vos ergo modo, gloriósi mártyres,
Petre beáte, Paule, mundi lílium,
cæléstis aulæ triumpháles mílites,
précibus almis vestris nos ab ómnibus
muníte malis, ferte super æthera.

Glória Patri per imménsa sæcula,
sit tibi, Nate, decus et impérium,
honor, potéstas Sanctóque Spirítui;
sit Trinitáti salus indivídua
per infiníta sæculórum sæcula.
Amen.

Felix per omnes festum mundi cárdines
apostolórum præpóllet alácriter,
Petri beáti, Pauli sacratíssimi,
quos Christus almo consecrávit sánguine,
ecclesiárum deputávit príncipes.

Hi sunt olívæ duæ coram Dómino
et candelábra luce radiántia,
præclára cæli duo luminária;
fórtia solvunt peccatórum víncula
portásque cæli réserant fidélibus.

Glória Patri per imménsa sæcula,
sit tibi, Nate, decus et impérium,
honor, potéstas Sanctóque Spirítui;
sit Trinitáti salus indivídua
per infiníta sæculórum sæcula.
Amen.


Sulle orme degli Apostoli e dei Martiri



S. Paolo a Roma (la prima volta)

Dagli Atti degli Apostoli [At 28,(1-10)11-31 (termine del libro)]

[“Una volta in salvo (dal naufragio), venimmo a sapere che l’isola si chiamava Malta. Gli indigeni ci trattarono con rara umanità; ci accolsero tutti attorno a un gran fuoco, che avevano acceso perché era sopraggiunta la pioggia ed era freddo. Mentre Paolo raccoglieva un fascio di sarmenti e lo gettava sul fuoco, una vipera, risvegliata dal calore, lo morse a una mano. Al vedere la serpe pendergli dalla mano, gli indigeni dicevano tra loro: “Certamente costui è un assassino, se, anche scampato dal mare, la Giustizia non lo lascia vivere”. Ma egli scosse la serpe nel fuoco e non ne patì alcun male. Quella gente si aspettava di vederlo gonfiare e cadere morto sul colpo, ma, dopo avere molto atteso senza vedere succedergli nulla di straordinario, cambiò parere e diceva che era un dio. Nelle vicinanze di quel luogo c’era un terreno appartenente al “primo” dell’isola, chiamato Publio; questi ci accolse e ci ospitò con benevolenza per tre giorni. Avvenne che il padre di Publio dovette mettersi a letto colpito da febbri e da dissenteria; Paolo l’andò a visitare e dopo aver pregato gli impose le mani e lo guarì. Dopo questo fatto, anche gli altri isolani che avevano malattie accorrevano e venivano sanati; ci colmarono di onori e al momento della partenza ci rifornirono di tutto il necessario].
Dopo tre mesi salpammo su una nave di Alessandria che aveva svernato nell’isola, recante l’insegna dei Diòscuri. Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni e di qui, costeggiando, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l’indomani arrivammo a Pozzuoli. Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Partimmo quindi alla volta di Roma. I fratelli di là, avendo avuto notizie di noi, ci vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne. Paolo, al vederli, rese grazie a Dio e prese coraggio. Arrivati a Roma, fu concesso a Paolo di abitare per suo conto con un soldato di guardia.
Dopo tre giorni, egli convocò a sé i più in vista tra i Giudei e venuti che furono, disse loro: “Fratelli, senza aver fatto nulla contro il mio popolo e contro le usanze dei padri, sono stato arrestato a Gerusalemme e consegnato in mano dei Romani. Questi, dopo avermi interrogato, volevano rilasciarmi, non avendo trovato in me alcuna colpa degna di morte. Ma continuando i Giudei ad opporsi, sono stato costretto ad appellarmi a Cesare, senza intendere con questo muovere accuse contro il mio popolo. Ecco perché vi ho chiamati, per vedervi e parlarvi, poiché è a causa della speranza d’Israele che io sono legato da questa catena”. Essi gli risposero: “Noi non abbiamo ricevuto nessuna lettera sul tuo conto dalla Giudea né alcuno dei fratelli è venuto a riferire o a parlar male di te. Ci sembra bene tuttavia ascoltare da te quello che pensi; di questa setta infatti sappiamo che trova dovunque opposizione”. E fissatogli un giorno, vennero in molti da lui nel suo alloggio; egli dal mattino alla sera espose loro accuratamente, rendendo la sua testimonianza, il regno di Dio, cercando di convincerli riguardo a Gesù, in base alla Legge di Mosè e ai Profeti. Alcuni aderirono alle cose da lui dette, ma altri non vollero credere e se ne andavano discordi tra loro, mentre Paolo diceva questa sola frase: “Ha detto bene lo Spirito Santo, per bocca del profeta Isaia, ai nostri padri: Va’ da questo popolo e dì loro: Udrete con i vostri orecchi, ma non comprenderete; guarderete con i vostri occhi, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo si è indurito: e hanno ascoltato di mala voglia con gli orecchi; hanno chiuso i loro occhi per non vedere con gli occhi non ascoltare con gli orecchi, non comprendere nel loro cuore e non convertirsi, perché io li risani. Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio viene ora rivolta ai pagani ed essi l’ascolteranno!”.
Paolo trascorse due anni interi nella casa che aveva preso a pigione e accoglieva tutti quelli che venivano a lui, annunziando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento”.

S. Paolo a Roma (la seconda volta, poco prima del martirio)

Dalla seconda lettera di S. Paolo ap. a Timoteo [2 Tm (1,8-18) 4,6-22]:

[“Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il vangelo, aiutato dalla forza di Dio. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; grazia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata solo ora con l’apparizione del salvatore nostro Cristo Gesù, che ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’immortalità per mezzo del vangelo, del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e maestro. 
È questa la causa dei mali che soffro, ma non me ne vergogno: so infatti a chi ho creduto e son convinto che egli è capace di conservare il mio deposito fino a quel giorno. 
Prendi come modello le sane parole che hai udito da me, con la fede e la carità che sono in Cristo Gesù. Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito santo che abita in noi.
Tu sai che tutti quelli dell’Asia, tra i quali Fìgelo ed Ermègene, mi hanno abbandonato. Il Signore conceda misericordia alla famiglia di Onesìforo, perché egli mi ha più volte confortato e non s’è vergognato delle mie catene; anzi, venuto a Roma, mi ha cercato con premura, finché mi ha trovato. Gli conceda il Signore di trovare misericordia presso Dio in quel giorno. E quanti servizi egli ha reso in Efeso, lo sai meglio di me”]. […]
“Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione. 
Cerca di venire presto da me, perché Dema mi ha abbondonato avendo preferito il secolo presente ed è partito per Tessalonica; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me. Prendi Marco e portalo con te, perché mi sarà utile per il ministero. Ho inviato Tìchico a Efeso. Venendo, portami il mantello che ho lasciato a Troade in casa di Carpo e anche i libri, soprattutto le pergamene. Alessandro, il ramaio, mi ha procurato molti mali. Il Signore gli renderà secondo le sue opere; guàrdatene anche tu, perché è stato un accanito avversario della nostra predicazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Non se ne tenga conto contro di loro. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio e potessero sentirlo tutti i Gentili: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen. 
Saluta Prisca e Aquila e la famiglia di Onesìforo. Eràsto è rimasto a Corinto; Tròfimo l’ho lasciato ammalato a Milèto. Affrettati a venire prima dell’inverno. Ti salutano Eubùlo, Pudènte, Lino, Claudia e tutti i fratelli.
Il Signore Gesù sia con il tuo spirito. La grazia sia con voi!”.
 


La testimonianza di alcuni martiri (a Roma) nei primi due secoli

Sant’Ignazio d’Antiochia

Vescovo (dopo S. Pietro alla guida della Chiesa di Antiochia di Siria) e martire (a Roma nel 107)

Lettera ai Romani
(scrive ai cristiani di Roma, mentre vi sta giungendo in catene per esservi ucciso)

[“Ignazio, Teoforo, a colei che ha ricevuto misericordia nella magnificenza del Padre altissimo e di Gesù Cristo suo unico figlio, la Chiesa amata e illuminata nella volontà di chi ha voluto tutte le cose che esistono, nella fede e nella carità di Gesù Cristo Dio nostro, che presiede nella terra di Roma, degna di Dio, di venerazione, di lode, di successo, di candore, che presiede alla carità, che porta la legge di Cristo e il nome del Padre. A quelli che sono uniti nella carne e nello spirito ad ogni suo comandamento piene della grazia di Dio in forma salda e liberi da ogni macchia l’augurio migliore e gioia pura in Gesù Cristo, Dio nostro.
Dopo aver pregato Dio ho potuto vedere i vostri santi volti ed ottenere più di quanto avevo chiesto. Incatenato in Gesù Cristo spero di salutarvi, se è volontà di Dio che io sia degno sino alla fine. L’inizio è facile a compiersi, ma vorrei ottenere la mia eredità senza ostacoli. Temo però che il vostro amore mi sia nocivo. A voi è facile fare ciò che volete, a me è difficile raggiungere Dio se non mi risparmiate.
Non voglio che voi siate accetti agli uomini, ma a Dio. Io non avrò più un’occasione come questa di raggiungere Dio, né voi, tacendo, avreste a sottoscrivere un’opera migliore. Se voi tacerete per me, io diventerò di Dio, se amate invece la mia carne di nuovo dovrò correre. Non procuratemi altro che essere immolato a Dio, sino a quando sarà pronto l’altare, per cantare uniti in coro nella carità al Padre in Gesù Cristo, poiché Dio s’è degnato che il vescovo di Siria, si sia trovato qui facendolo venire dall’oriente all’occidente. È bello tramontare al mondo per il Signore e risorgere in lui. Non avete mai nascosto la verità a nessuno, avete insegnato agli altri. Desidero che resti fermo ciò che avete insegnato. Per me chiedete solo la forza interiore ed esteriore, perché non solo parli, ma anche voglia, perché non solo mi dica cristiano, ma lo sia realmente. Se io lo sono, allora potrei anche essere così chiamato, e allora essere fedele, quando non apparirò al mondo. Niente di ciò che è visibile è davvero buono. Solo nostro Signore Gesù Cristo, che è nel Padre. La grandezza del cristianesimo, seppur odiato dal mondo, non è opera di nostra persuasione ma di Dio].
Scrivo a tutte le Chiese, e a tutti annunzio che morrò volentieri per Dio, se voi non me lo impedirete. Vi scongiuro, non mostratemi una benevolenza inopportuna. Lasciate che sia pasto delle belve, per mezzo delle quali mi si dato di raggiungere Dio. Sono frumento di Dio, e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo. Supplicate Cristo per me, perché per opera di queste belve io divenga ostia per il Signore.
[Incitate le fiere perché diventino la mia tomba e nulla lascino del mio corpo ed io morto non pesi su nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà il mio corpo. Pregate il Signore per me perché con quei mezzi sia vittima per Dio. 
Non vi comando come Pietro e Paolo. Essi erano apostoli, io un condannato; essi erano liberi io a tuttora uno schiavo. Ma se soffro sarò affiancato in Gesù Cristo e risorgerò libero in lui. Ora incatenato imparo a non desiderare nulla. 
Dalla Siria sino a Roma combatto con le fiere, per terra e per mare, di notte e di giorno, legato a dieci leopardi, il manipolo dei soldati. Beneficati diventano peggiori. Per le loro malvagità mi alleno di più “ma non per questo sono giustificato”. Potessi gioire delle bestie per me preparate e m’auguro che mi si avventino subito. Le alletterò perché presto mi divorino e non succeda, come per alcuni, che intimorite non li toccarono. Se incerte non volessero, le costringerò. Perdonatemi, so quello che mi conviene. Ora incomincio ad essere un discepolo. Nulla di visibile e di invisibile abbia invidia perché io raggiungo Gesù Cristo. Il fuoco, la croce, le belve, le lacerazioni, gli strappi, le slogature delle ossa, le mutilazioni delle membra, il pestaggio di tutto il corpo, i malvagi tormenti del diavolo vengano su di me, perché voglio solo trovare Gesù Cristo]. 
A nulla mi gioveranno i godimenti del mondo né i regni di questa terra. È meglio per me morire per Gesù Cristo che estendere il mio impero fino ai confini della terra. Io cerco Colui che è morto per noi; voglio Colui che è risorto per noi. È vicino il momento della mia nascita.
Abbiate compassione di me, fratelli. Non impeditemi di vivere, non vogliate che io muoia. Non abbandonate al mondo né alle seduzioni della materia chi vuol essere di Dio. Lasciate che raggiunga la pura luce; giunto là darò veramente un uomo. Lasciate che io imiti la passione del mio Dio. Se qualcuno lo ha in sé, comprenda quello che io voglio e mi compatisca, pensando all’angoscia che mi opprime.
Il principe di questo mondo vuole portarmi via e soffocare la mia aspirazione verso Dio. Nessuno di voi gli dia mano; state piuttosto dalla mia parte, cioè da quella di Dio. Non siate di quelli che professano Gesù Cristo e ancora amano il mondo. Non trovino posto in voi sentimenti meno buoni. Anche se vi supplicassi, quando sarò tra voi, non datemi ascolto: credete piuttosto a quanto vi scrivo ora, nel pieno possesso della mia vita. Vi scrivo che desidero morire.
Ogni mio desiderio terreno è crocifisso e non c’è più in me alcuna aspirazione per le realtà materiali, ma un’acqua viva mormora dentro di me e mi dice: <vieni al Padre>. Non mi diletto più di un cibo corruttibile, né dei piaceri di questa vita. Voglio il pane di Dio, che è la carne di Gesù Cristo, della stirpe di David; voglio per bevanda il suo sangue che è la carità incorruttibile.
Non voglio più vivere la vita di quaggiù. E il mio desiderio si realizzerà se voi lo vorrete. Vogliatelo, vi prego, per trovare anche voi benevolenza. Ve lo domando con poche parole: credetemi. Gesù Cristo vi farà comprendere che dico il vero: egli è la bocca verace per mezzo della quale il Padre ha parlato in verità. Chiedete per me che io possa raggiungerlo Non vi scrivo secondo la carne, ma secondo il pensiero di Dio. Se subirà il martirio, ciò significa che mi avete voluto bene. Se sarò rimesso in libertà, sarà segno che mi avete odiato”.
[Ricordatevi nella vostra preghiera della Chiesa di Siria che in mia vece ha Dio per pastore. Solo Gesù Cristo sorveglierà su di essa; e la vostra carità. Io mi vergogno di essere annoverato tra loro, non ne sono degno perché sono l’ultimo di loro e un aborto. Ma ho avuto la misericordia di essere qualcuno, se raggiungo Dio. Il mio spirito vi saluta e la carità delle Chiese che mi hanno accolto nel nome di Gesù Cristo e non come un viandante. Infatti, pur non trovandosi sulla mia strada fisicamente mi hanno preceduto di città in città.
Questo vi scrivo da Smirne per mezzo dei beatissimi Efesini. Con me tra molti altri vi è Croco, nome a me caro. Credo che voi conoscerete coloro che mi hanno preceduto dalla Siria a Roma nella gloria di Dio. Avvertiteli che sono vicino. Tutti sono degni di Dio e di voi: è bene che li confortiate in ogni cosa.
Vi scrivo nove giorni prima delle calende di settembre. Siate forti sino alla fine, nell’attesa di Gesù Cristo”].

Santa Felicita e 7 figli, martiri

(martirio: 162 d.C.)

Felicita discendeva da una delle più antiche famiglie patrizie di Roma, probabilmente della Gens Claudia; visse nella Roma imperiale durante la prima metà del II secolo.
Non conosciamo il nome del marito; ma ebbero 7 figli; poi rimase presto vedova.
La sua attività di madre premurosa e gli impegni domestici non le impedirono di seguire con attenzione gli insegnamenti della nuova religione chiamata Cristianesimo, alla quale si convertì con tutta la famiglia. Siamo ancora agli inizi del II secolo (quindi pochi decenni dopo Gesù), ma già il cristianesimo era diffuso a Roma in tutte le classi sociali (come testimonia Ippolito nella “Tradizione Apostolica”, nel menzionare i mestieri e le professioni di coloro che chiedevano di istruirsi come catecumeni per poi ricevere il sacramento del Battesimo). La fede cristiana si era diffusa anche tra i patrizi e persino tra i componenti della casa imperiale (il terzo successore di Pietro, e cioè papa Clemente, nella sua lettera ai Corinti indica i nomi di alcuni membri delle famiglie patrizie romane definendoli “veterani della comunità”, segno evidente che già da tempo famiglie senatorie si professavano cristiane).
Anche la matrona Felicita scelse l’autentica fede cristiana, abbandonando il vuoto paganesimo e la falsità degli idoli romani. Nella sua casa venivano organizzate riunioni per leggere la Parola di Dio, pregare e addirittura celebrare la stessa Eucaristia! Quasi certamente per questi incontri e celebrazioni veniva utilizzata la villa di campagna di Felicita, sulla via Salaria, dalle parti di Fidene (recenti studi hanno appurato lo stanziamento della gens Claudia in questa zona, allorché si era trasferita dalla nativa Inrigillum a Roma; anche tutte le uccisioni dei membri della famiglia di Felicità avverranno in questa località).
Oltre all’amore per Cristo, Felicita esercitava la carità verso il prossimo; tutti i bisognosi venivano a lei: schiavi, abbandonati, vedove, orfani e indigenti di ogni specie in cerca di pane e di buone parole. Le ricchezze di famiglia erano state messe a disposizione del gruppo; la santa vendeva generosamente case e terreni, derrate e gioielli per offrirne il ricavato ai sacerdoti, a favore dei poveri della Comunità (come nei primi anni a Gerusalemme). Ma le lunghe file di mendicanti davanti al portone di casa, e persino i giochi fraterni dei figli di Felicita con quelli degli schiavi, le persone che discretamente entravano all’interno della villa (per la preghiera, le meditazioni e persino per l’Eucaristia) alla sera per uscirne a notte inoltrata e il comportamento mutato della matrona, misero in avviso alcuni invidiosi che, contrari alla diffusione della fede cristiana e avidi delle ricompense promesse ai delatori, andarono dai sacerdoti pagani per denunciare Felicita come appartenente a quella religione che gli imperatori avevano duramente condannato. E fu così che la Santa si ritrovò dinnanzi ai tribunali per rispondere di tale accusa, considerata molto grave.
Sotto l’imperatore Antonino Pio (138-161) c’era stata un’era di pace e di relativa tolleranza verso i Cristiani. Il nuovo imperatore Marco Aurelio (che governò dal 161 al 180), figlio adottivo di Antonino Pio, esaltato dagli storici come filosofo della mentalità aperta e dal grande cuore, si definiva “fautore della libertà di tutti i cittadini e lontano da ogni superstizione per quel che riguarda gli dei”.
I sacerdoti pagani, sentita la notizia dei delatori, si recarono prontamente dall’imperatore, accusando Felicita di essere cristiana e che, con parole ed opere, invitava molti cittadini a seguire il suo esempio. “Gli dei di Roma sono altamente sdegnati ed offesi per quanto riguarda la religione dei cristiani ma anche le leggi dello Stato sono state violate. Gli dei e la giustizia di Roma, dissero i sacerdoti, esigono una solenne riparazione che sia di esempio a tutti, altrimenti grandi mali, calamità e sciagure ricadranno sulla tua persona e sull’impero!”, dissero i sacerdoti pagani all’imperatore.
Alla veemenza delle accuse dei sacerdoti, Marco Aurelio, restò molto turbato a causa della nobiltà della matrona. All’inizio contrappose il suo ideale di stoico convinto per quanto riguarda la decadenza degli dei romani ai quali neanche lui credeva più, ma poi si fece convincere dalla necessità di combattere i cristiani, che avevano una fede e vivevano in modo diverso dagli altri (per di più adoravano come Dio fatto uomo uno morto in Croce!).
Con dispiacere, perciò, ma pensando di fare il bene dello Stato, ordinò che si procedesse nel giudizio contro Felicita e affidò il processo ad un suo prefetto Publio, grande esperto di legge, la cui statua ancor oggi si erge nel Palazzo di Giustizia di Roma.
Ma il processo, anche se affidato ad un grande magistrato del foro, si dimostrò una farsa, come dirà Tertulliano nel suo Apologeticum (in cui si dimostra che, nonostante l’eccellenza del diritto romano, i cristiani vengono condannati senza che si contesti loro alcun delitto specifico).
Fu arrestata e processata, insieme ai suoi 7 figli!

Ed ecco il resoconto del Processo a suo riguardo

Con grande enfasi l’inquisitore Publio cominciò a leggere l’accusa dei sacerdoti contro Felicita, facendo notare l’ignominia di coloro che venivano dichiarati nemici dello stato e specialmente il dovere che una rappresentante di una famiglia senatoria avrebbe dovuto avere nei confronti delle patrie leggi.
Rivolgendosi poi alla matrona, la dichiarava responsabile delle eventuali torture e della morte che sarebbero toccate ai figli se avesse insistito nel dichiararsi cristiana.
“La statua dell’imperatore, diceva con voce blanda il prefetto, è posta qui dinnanzi a noi mentre ai suoi piedi brucia il sacro fuoco; basta che voi mettiate un granello d’incenso nel tripode per dimostrarmi che voi rinnegate il cristianesimo, non dovete nemmeno parlare… Potrete poi, tornarvene felicemente a casa”.
Felicita, stretti fortemente i figli a sé, guardò con occhi di commiserazione il Prefetto e sorridendo li rivolse al cielo, senza degnare di una risposta il suo inquisitore. Allora Publio, visto che con le buone maniere non riusciva a piegare la volontà degli accusati, ricorse a minacce ben gravi mostrando, nel contempo, i sadici strumenti preparati per la tortura.
Fu allora che la santa madre, forse vedendo il brivido di paura che corse sul volto dei figli, li strinse di nuovo a sé, gridando, con l’indice rivolto al cielo: “Figli miei, io vi dico di guardare il Cielo! Rivolgete sempre e tenete fissi gli occhi al Cielo dove Gesù Cristo vi attende con i suoi angeli e i suoi santi!”
Publio, allora, comprese che, finché la madre fosse stata presente, a nulla sarebbero valse le minacce per i figli, anzi sarebbe stata sempre più la valida sostenitrice della loro fede, per cui passò dalle parole ai fatti…
Dopo averle fatto legare le mani all’anello della colonna, Publio fece flagellare la matrona e, dopo questo supplizio, ordinò che fosse gettata in prigione.
Tutti i fratelli, ora, privi della madre, guardavano con angoscia e paura il fratello maggiore Gennaro.
Particolarmente a lui si rivolse il Prefetto, ripetendo le solite lusinghe e le solite minacce. Ma questi, incoraggiati dall’esempio della madre, si mostrò degno figlio di Felicita. Si tentò di far balenare di fronte ai suoi occhi tutti gli onori e i piaceri della corte, qualora avesse rinnegato la fede e avesse sacrificato agli dei e all’imperatore. Così il giovane Gennaro rispose all’inquisitore: “Io ho preso a mia guida la salvezza di Dio ed essa certo mi darà la vittoria sulla vostra empietà”.
Il Prefetto allora lo fece flagellare davanti agli occhi esterrefatti dei fratelli minori e lo fece rinchiudere in prigione insieme ai malfattori comuni.
Chiamò, poi il secondogenito Felice e lo esortò in tutti i modi ad essere più saggio del fratello se non voleva incorrere negli stessi tormenti e nelle stesse punizioni. Ma anche Felice, con voce franca e ferma, accennando il cielo con il dito, disse: “Lassù non v’è che un solo Dio ed è quello che noi adoriamo; a Lui noi offriamo il sacrificio di tutti noi stessi; non sperare, quindi, di separarcene”. Il Giudice, dopo averlo fatto battere con le verghe, ordinò che fosse messo in prigione insieme al fratello.
Si rivolse, ancora, al terzo fratello Filippo con paterne parole: “Almeno tu, non costringermi ad essere cattivo con te, sii ubbidiente almeno tu agli ordini del nostro imperatore e offri l’incenso ai nostri dei onnipotenti.”
“Non sono già degli dei, lo interruppe il ragazzo, ma dei vani simulacri di marmo e di metallo che non hanno alcun potere e intelletto, e ancor meno ne dimostrano coloro che li adorano!”. Così anche a Filippo toccò la stessa sorte dei fratelli.
Il Prefetto chiamò a sé il ragazzo Silvano, quartogenito della famiglia e presolo per i capelli, gli mostrava gli strumenti della più terribile tortura insieme alle orrende facce dei carnefici.
“Se noi temessimo, disse il ragazzo, questi vostri tormenti di un istante, ci esporremmo ad altri più tremendi per tutta l’eternità. Tormentateci, dunque, percuoteteci, bruciateci, uccideteci, non farete altro che affrettare la gloria che ci aspetta lassù nel cielo!”. Publio ordinò che il medesimo supplizio fosse applicato anche a Silvano.
Non meno coraggioso si dimostrò il giovanissimo Alessandro che, senza ascoltare nemmeno una parola del suo giudice, dichiarò “Io non riconosco altro Dio e padrone che il Signore Gesù; la mia bocca ne dichiara la divinità, il mio cuore lo ama, la mia anima lo adora e nel dire e far ciò, per quanto uno sia giovane dimostra certo più saggezza di un vecchio che crede e si prostra davanti agli idoli di pietra, i quali periranno insieme ai loro adoratori”. Anche Alessandro seguì la sorte dei fratelli.
Ed ecco la sorte dell’ancora bambino Vitale; il giudice prendendo spunto dal suo nome gli disse amabilmente: “Tu che ti chiami Vitale, almeno tu, come dice il tuo stesso nome, amerai la vita e non vorrai andare incontro alla morte! Abiura, quindi, la tua fede”.
“Che cosa è da preferire, rispose il fanciullo, morire con la grazia di Dio o vivere schiavi dei demoni?” .”E chi sarebbero i demoni?” disse il Prefetto. “Sono gli idoli dei pagani e quelli che li adorano.” rispose prontamente il bambino.
Il Prefetto era costernato nel vedere la forza dei ragazzi nella professione della loro fede e si accinse ad interrogare il minore che non aveva raggiunto l’età di sette anni: Marziale. Data la sua giovanissima età, il prefetto Publio si aspettava che più facilmente potesse essere spaventato della minaccia dei tormenti; ma con grande stupore, però, vide il bambino alzare gli occhi al cielo come gli era stato raccomandato dalla madre ed esclamare quasi ispirato: “Oh, se sapeste l’eterna beatitudine che è lassù riservata da Dio a quelli che per Lui soffrono e muoiono! Affrettate, dunque anche a me, ai fratelli, a nostra madre tale gioia, perché noi non desideriamo di meglio!”.
Il Prefetto dell’Urbe comprese che nulla poteva fare per indurli ad abiurare; cercò di differire i tempi, anche al pensiero di aver svolto malamente le mansioni affidategli dall’imperatore che lo avrebbe ritenuto un incapace.
Infine, però, dovette trasmettere tutti gli atti del Processo all’Imperatore, il quale, dopo aver letto il contenuto, ordinò che tutti gli accusati fossero messi a morte, forse mirando pure ad incamerare le grandi ricchezze della matrona. Però penso pure che in tal modo si sarebbe inimicato le potenti famiglie della nobiltà romana; allora decise di demandare a vari tribunali dell’Urbe la responsabilità della condanna a morte di tutta quella famiglia tanto stimata nell’ambiente patrizio.
Le giovani vite dei sette fratelli, figli di Felicita, furono stroncate una ad una, e pure in luoghi diversi, sotto gli occhi della loro madre!
Non si può narrare fatto più straziante! Una madre che assiste alla morte di sette figli uccisi uno dopo l’altro in maniera così vile e barbara, grondanti vivo sangue.

[I discepoli di Platone discutevano su quale fosse il supplizio più duro per una madre: cavarle gli occhi, strapparle il seno? No, far morire alla sua presenza i suoi stessi figli e così verrà martirizzata nello stesso tempo dal dolore e dall’amore; nessuna più raffinata crudeltà potrebbe immaginare supplizio più atroce!]

Ma se immenso fu il dolore di Felicita, meraviglioso fu il suo contegno di fronte al supplizio dei figli: più si sfogava la rabbia del carnefice, più quella mamma martire era ferma nel professare la vera fede e nel l’incoraggiare i figli a sopportare i tormenti per amore di Gesù.
Gennaro, il maggiore dei fratelli, venne fatto battere con fruste a palle di piombo finché il suo corpo ridotto ad un ammasso di carne e sangue non rese l’anima a Dio.
Filippo e Felice morirono sotto i colpi di bastone.
Silvano venne gettato da un’alta rupe, formata dal taglio delle cave di tufo nella zona di Fidene (appunto alla periferia di Roma).
Alessandro, Vitale e Marziale, essendo i minori, vennero decapitati.
Ai supplizi e al martirio dei suoi 7 figli venne fatta assistere la mamma Felicita, con la remota speranza di un’abiura, invece essa accresceva la sua fede in Cristo e incoraggiava i figli ripetendo loro eroicamente di non guardare le cose terrene ma il Cielo.
Pochi mesi dopo la morte dei figli, il giorno 23 di novembre dell’anno 162, venne decapitata, ricevendo come ricompensa la gloriosa palma dei santi martiri!

Ascoltiamo le parole del Papa Gregorio Magno (540-604), che, dopo aver elogiato il martirio di Felicita e dei suoi 7 figli, così spronò certi cristiani tiepidi del tempo:

“Vergogniamoci almeno di vederci così lontani dalla virtù di questa grande martire, non avendo noi la forza di preservare la fede neppure dalle nostre peccaminose inclinazioni. Spesso ci lasciamo turbare da una parola o da uno scherno, la minima contrarietà ci scoraggia mentre i più crudeli supplizi e pure la morte non riuscirono a smuovere di una linea la nostra eroica Santa. Noi siamo soliti piangere e disperarci quando Dio ci ritoglie i figli che ci aveva dato e Felicita, invece, si rattristava al pensiero che i suoi figli non morissero per Gesù Cristo e si rallegrava nel vedere suggellare la vera fede con il loro stesso sangue”. (Homilia in Evangelio. IV, 3).

Sant’Agnese

Vergine e martire (291 – 304 d.C.)
(citata nel “Canone Romano”)


Il ben documentato martirio di Agnese, esaltata da sant’Ambrogio, supera i confini della chiesa romana e diventa oggetto di «memoria» da parte della Chiesa universale.
Il culto della santa, già assai popolare nel quarto secolo, poggia sull’età giovanissima della fanciulla (12 anni) e sull’esempio di fortezza reso in un periodo in cui la cristianità di Roma e di Cartagine era funestata da numerose defezioni. Il nome stesso di Agnese (Agnella) ha un bel sapore biblico. Lei, che ha vinto per il sangue dell’Agnello, ha realizzato in sé le nozze mistiche che l’Agnello celebra con la Chiesa, sua sposa.
Uccisa a 12 anni nell’attuale piazza Navona (per cui la celebre basilica appunto di “S. Agnese in agone” del Borromini in piazza Navona), mentre il luogo della sepoltura è in S. Agnese sulla Nomentana.

Se ne fa memoria liturgica il 21 gennaio.
È espressamente citata nel Canone Romano.

Dal Trattato «Sulle vergini» di sant’Ambrogio, vescovo
(Lib. 1, cap. 2. 5. 7-9; PL 16, 189-191)

Non ancora capace di soffrire e già matura per la vittoria

E’ il giorno natalizio per il cielo di una vergine: seguiamone l’integrità. E’ il giorno natalizio di una martire: offriamo come lei il nostro sacrificio. E’ il giorno natalizio di sant’Agnese! Si dice che subì il martirio a dodici anni. Quanto è detestabile questa barbarie, che non ha saputo risparmiare neppure un’età così tenera! Ma certo assai più grande fu la forza della fede, che ha trovato testimonianza in una vita ancora all’inizio. Un corpo così minuscolo poteva forse offrire spazio ai colpi della spada? Eppure colei che sembrava inaccessibile al ferro, ebbe tanta forza da vincere il ferro. Le fanciulle, sue coetanee, tremano anche allo sguardo severo dei genitori ed escono in pianti e urla per piccole punture, come se avessero ricevuto chissà quali ferite. Agnese invece rimane impavida fra le mani dei carnefici, tinte del suo sangue. Se ne sta salda sotto il peso delle catene e offre poi tutta la sua persona alla spada del carnefice, ignara di che cosa sia il morire, ma pur già pronta alla morte. Trascinata a viva forza all’altare degli dei e posta fra i carboni accesi, tende le mani a Cristo, e sugli stessi altari sacrileghi innalza il trofeo del Signore vittorioso. Mette il collo e le mani in ceppi di ferro, anche se nessuna catena poteva serrare membra così sottili. Nuovo genere di martirio! Non era ancora capace di subire tormenti, eppure era già matura per la vittoria. Fu difficile la lotta, ma facile la corona. La tenera età diede una perfetta lezione di fortezza. Una sposa novella non andrebbe si rapida alle nozze come questa vergine andò al luogo del supplizio: gioiosa, agile, con il capo adorno non di corone, ma del Cristo, non di fiori, ma di nobili virtù. Tutti piangono, lei no. I più si meravigliano che, prodiga di una vita non ancora gustata, la doni come se l’avesse interamente goduta. Stupirono tutti che già fosse testimone della divinità colei che per l’età non poteva ancora essere arbitra di sé. Infine fece sì che si credesse alla sua testimonianza in favore di Dio, lei, cui ancora non si sarebbe creduto se avesse testimoniato in favore di uomini. Invero ciò che va oltre la natura è dall’Autore della natura. A quali terribili minacce non ricorse il magistrato, per spaventarla, a quali dolci lusinghe per convincerla, e di quanti aspiranti alla sua mano non le parlò per farla recedere dal suo proposito! Ma essa: «E’ un’offesa allo Sposo attendere un amante. Mi avrà chi mi ha scelta per primo. Carnefice, perché indugi? Perisca questo corpo: esso può essere amato e desiderato, ma io non lo voglio». Stette ferma, pregò, chinò la testa. Avresti potuto vedere il carnefice trepidare, come se il condannato fosse lui, tremare la destra del boia, impallidire il volto di chi temeva il pericolo altrui, mentre la fanciulla non temeva il proprio. Avete dunque in una sola vittima un doppio martirio, di castità e di fede. Rimase vergine e conseguì la palma del martirio.

San Giustino

[primo filosofo cristiano e martire (163 o 165)]

Filosofo palestinese di Nablus (Samaria) proveniva dal paganesimo. Trovò nel Cristo la verità senza limiti. Elaborò una sintesi del pensiero cristiano nei suoi molteplici scritti, di cui ci rimangono solo due Apologie e il Dialogo con Trifone. Aprì a Roma una scuola dove teneva per il pubblico dibattiti su problemi religiosi. Difese la Chiesa contro gli attacchi dei pagani e pagò col proprio sangue la sua fedeltà ad essa (nel 163 o 165 d.C.).
 

Dagli «Atti del martirio» dei santi Giustino e Compagni
(Cap. 1-5; cfr. PG 6, 1366-1371)

Ho aderito alla vera dottrina

Dopo il loro arresto, i santi furono condotti dal prefetto di Roma di nome Rustico. Comparsi davanti al tribunale, il prefetto Rustico disse a Giustino: «Anzitutto credi agli dèi e presta ossequio agli imperatori».
Giustino disse: «Di nulla si può biasimare o incolpare chi obbedisce ai comandamenti del Salvatore nostro Gesù Cristo». Il prefetto Rustico disse: «Quale dottrina professi?». Giustino rispose: «Ho tentato di imparare tutte le filosofie, poi ho aderito alla vera dottrina, a quella dei cristiani, sebbene questa non trovi simpatia presso coloro che sono irretiti dall’errore». Il prefetto Rustico disse: «E tu, miserabile, trovi gusto in quella dottrina?». Giustino rispose: «Sì, perché io la seguo con retta fede». Il prefetto Rustico disse: «E qual è questa dottrina?». Giustino rispose: «Quella di adorare il Dio dei cristiani, che riteniamo unico creatore e artefice, fin da principio, di tutto l’universo, delle cose visibili e invisibili; e inoltre il Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, che fu preannunziato dai profeti come colui che doveva venire tra gli uomini araldo di salvezza e maestro di buone dottrine. E io, da semplice uomo, riconosco di dire ben poco di fronte alla sua infinita Deità. Riconosco che questa capacità è propria dei profeti che preannunziano costui che poco fa ho detto essere Figlio di Dio. So bene infatti che i profeti per divina ispirazione predissero la sua venuta tra gli uomini». Rustico disse: «Sei dunque cristiano?». Giustino rispose: «Sì, sono cristiano». Il prefetto disse a Giustino: «Ascolta, tu che sei ritenuto sapiente e credi di conoscere la vera dottrina; se dopo di essere stato flagellato sarai decapitato, ritieni di salire al cielo?». Giustino rispose: «Spero di entrare in quella dimora se soffrirò questo. Io so infatti che per tutti coloro che avranno vissuto santamente, è riservato il favore divino sino alla fine del mondo intero». Il prefetto Rustico disse: «Tu dunque ti immagini di salire al cielo, per ricevere una degna ricompensa?». Rispose Giustino: «Non me l’immagino, ma lo so esattamente e ne sono sicurissimo». Il prefetto Rustico disse: «Orsù torniamo al discorso che ci siamo proposti e che urge di più. Riunitevi insieme e sacrificate concordemente agli dèi». Giustino rispose: «Nessuno che sia sano di mente passerà dalla pietà all’empietà». Il prefetto Rustico disse: «Se non ubbidirete ai miei ordini, sarete torturati senza misericordia». Giustino rispose: «Abbiamo fiducia di salvarci per nostro Signore Gesù Cristo se saremo sottoposti alla pena, perché questo ci darà salvezza e fiducia davanti al tribunale più temibile e universale del nostro Signore e Salvatore». Altrettanto dissero anche tutti gli altri martiri: «Fa’ quello che vuoi; noi siamo cristiani e non sacrifichiamo agli idoli». Il prefetto Rustico pronunziò la sentenza dicendo: «Coloro che non hanno voluto sacrificare agli dei e ubbidire all’ordine dell’imperatore, dopo essere stati flagellati siano condotti via per essere decapitati a norma di legge».
I santi martiri glorificando Dio, giunti al luogo solito, furono decapitati e portarono a termine la testimonianza della loro professione di fede nel Salvatore.

San Lorenzo

Diacono della Chiesa di Roma e martire (nel 258)

Il 7 agosto del 258 d.C. il Papa Sisto II fu sorpreso dai soldati mentre celebrava a S. Callisto, con i suoi 3 diaconi (Lorenzo, Felicissimo, Agapito) e diversi presbiteri. Fu immediatamente ucciso. Dato che i diaconi avevano il compito anche di gestire la carità verso i poveri, avevano e amministravano anche il denaro per essi raccolto tra i fedeli; per questo motivo, sperando di poterlo trafugare, i soldati non uccisero i diaconi subito insieme al Papa, ma qualche giorno dopo. Lorenzo fu ucciso, arso vivo (su una graticola) il 10 agosto (giorno che rimane la sua festa liturgica, assai nota e sentita, non solo a Roma ma nel mondo; e “di precetto” fino al secolo scorso) e sepolto nei pressi, all’Ager Veranus, sulla via Tiburtina. Sul luogo del martirio, appunto al Verano, Costantino fece erigere subito la gloriosa basilica, tuttora esistente. Lorenzo, l’amato martire romano, è citato anche nel Depositio martyrum del 354.

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
(Disc. 304, 14; PL 38, 1395-1397)

Fu ministro del sangue di Cristo

Oggi la chiesa di Roma celebra il giorno del trionfo di Lorenzo, giorno in cui egli rigettò il mondo del male. Lo calpestò quando incrudeliva rabbiosamente contro di lui e lo disprezzò quando lo allettava con le sue lusinghe. In un caso e nell’altro sconfisse satana che gli suscitava contro la persecuzione.
San Lorenzo era diacono della chiesa di Roma. Ivi era ministro del sangue di Cristo e là, per il nome di Cristo, versò il suo sangue. Il beato apostolo Giovanni espose chiaramente il mistero della Cena del Signore, dicendo: «Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16). Lorenzo, fratelli, ha compreso tutto questo. L’ha compreso e messo in pratica. E davvero contraccambiò quanto aveva ricevuto in tale mensa. Amò Cristo nella sua vita, lo imitò nella sua morte.
Anche noi, fratelli, se davvero amiamo, imitiamo. Non potremmo, infatti, dare in cambio un frutto più squisito del nostro amore di quello consistente nell’imitazione del Cristo, che , patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme» (1Pt 2,21). Con questa frase sembra quasi che l’apostolo Pietro abbia voluto dire che Cristo patì solamente per coloro che seguono le sue orme, e che la passione di Cristo giova solo a coloro che lo seguono. I santi martiri lo hanno seguito fino all’effusione del sangue, fino a rassomigliargli nella passione. Lo hanno seguito i martiri, ma non essi soli. infatti, dopo che essi passarono, non fu interrotto il ponte; né si è inaridita la sorgente, dopo che essi hanno bevuto.
Il bel giardino del Signore, o fratelli, possiede non solo le rose dei martiri, ma anche i gigli dei vergini, l’edera di quelli che vivono nel matrimonio, le viole delle vedove. Nessuna categoria di persone deve dubitare della propria chiamata: Cristo ha sofferto per tutti. Con tutta verità fu scritto di lui: «Egli vuole che tutti gli uomini siano salvati, e arrivino alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4).
Dunque cerchiamo di capire in che modo, oltre all’effusione del sangue, oltre alla prova della passione, il cristiano debba seguire il Maestro. L’Apostolo, parlando di Cristo Signore, dice: «Egli, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio». Quale sublimità!
«Ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso» (Fil 2,7-8). Quale abbassamento!
Cristo si è umiliato: eccoti, o cristiano, l’esempio da imitare. Cristo si è fatto ubbidiente: perché tu ti insuperbisci? Dopo aver percorso tutti i gradi di questo abbassamento, dopo aver vinto la morte, Cristo ascese al cielo: seguiamolo. Ascoltiamo l’Apostolo che dice: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio» (Col 3,1).

Santi martiri Cornelio (Papa) e Cipriano (vescovo)

Uccisi per la fede nel 253 e nel 258

Nel 250 l’imperatore Decio emise un editto che ordinava a tutti i cittadini dell’impero di offrire un sacrificio pubblico agli dèi e all’imperatore (ad indicare lealtà all’imperatore e all’ordine costituito).
Tale richiesto gesto formale (magari semplicemente bruciare un poco di incenso davanti alla statua dell’imperatore), che equivaleva però ad un riconoscimento di divinità e di culto all’imperatore stesso, trovò sempre il rifiuto dei cristiani, che pur erano cittadini modello, anche in virtù della loro superiore morale. Per questo motivo, però, migliaia e migliaia di cristiani furono messi a morte, anche con le più atroci torture.

Il Papa Cornelio (che guidò la Chiesa 2 soli anni), che pur non si era mostrato particolarmente severo nei confronti dei lapsi (coloro che simulavano l’atto, pur non credendoci, per aver salva la vita; non erano cacciati, ma a loro si chiedeva comunque, se si pentivano e volevano essere riconciliati con la Chiesa, una lunga e pubblica penitenza), si rifiutò di obbedire a tale editto; fu così esiliato a Civitavecchia, dove vi morì martire nel 253. Sepolto a Roma (S. Callisto); se ne fa memoria liturgica (insieme al vescovo Cipriano) il 16 settembre.

Cipriano, era nato a Cartagine nel 210; oratore famoso, all’età di 35 anni (nel 245) si convertì a Cristo e subito 4 anni dopo (nel 249) fu eletto vescovo della sua città (Cartagine). Fu molto importante per la vita della Chiesa, specie nord-africana (che fu assai fiorente fino all’invasione musulmana del VII secolo, che la fece definitivamente sparire! ancor oggi, a parte la piccola eroica comunità cristiana dei Copti d’Egitto, nel nord Africa il cristianesimo è praticamente inesistente). Fu un grande maestro di vita cristiana e i suoi scritti sono preziosi, anche per conoscere la vita della Chiesa del III secolo. Fu decapitato nel 258 d.C., in quanto appunto si rifiutò di sacrificare agli dei e all’imperatore (v. sotto gli Atti proconsolari del martirio).

La liturgia della Chiesa, che unisce sempre il nome di Cipriano (anche nel Canone Romano) e la sua memoria liturgica a quella del Papa Cornelio, è indice della profonda unità esistente della Chiesa (anche tra Roma e Cartagine, cioè Europa e Africa). Ne sono prova anche il loro epistolari (v. sotto una bellissima lettera di Cipriano a papa Cornelio).


 

Dagli «Atti proconsolari del martirio di san Cipriano Vescovo»
(Atti, 3-6; CSEL 3,112-114)

“Al mattino del 14 settembre molta folla si era radunata a Sesti secondo quanto aveva ordinato il proconsole Galerio Massimo. E così lo stesso proconsole Galerio Massimo ordinò che gli fosse condotto Cipriano all’udienza che teneva nel medesimo giorno nell’atrio Sauciolo. Quando gli fu davanti, il proconsole Galerio Massimo disse al vescovo Cipriano: «Tu sei Tascio Cipriano?». Il vescovo Cipriano rispose: «Sì, sono io». Il proconsole Galerio Massimo disse: «Sei tu che ti sei presentato come capo di una setta sacrilega?». Il vescovo Cipriano rispose: «Sono io». Galerio Massimo disse: «I santissimi imperatori ti ordinano di sacrificare». Il vescovo Cipriano disse: «Non lo faccio». Il proconsole Galerio Massimo disse: «Rifletti bene». Il vescovo Cipriano disse: «Fa’ ciò che ti è stato ordinato. In una cosa così giusta non c’è da riflettere». Galerio Massimo, dopo aver conferito con il collegio dei magistrati, a stento e a malincuore pronunziò questa sentenza: «Tu sei vissuto a lungo sacrilegamente e ti sei aggregato moltissimi della tua setta criminale, e ti sei costituito nemico degli dèi romani e dei loro sacri riti. I pii e santissimi imperatori Valeriano e Gallieno Augusti e Valeriano nobilissimo Cesare non riuscirono a ricondurti all’osservanza delle loro cerimonie religiose. E perciò, poiché sei risultato autore e istigatore dei peggiori reati, sarai tu stesso di esempio a coloro che hai associato alle tue scellerate azioni. Col tuo sangue sarà sancito il rispetto delle leggi». E dette queste parole, lesse ad alta voce da una tavoletta il decreto: «Ordino che Tascio Cipriano sia punito con la decapitazione». Il vescovo Cipriano disse: «Rendiamo grazie a Dio».
Dopo questa sentenza la folla dei fratelli (cioè i cristiani della sua diocesi, ndr) diceva: «Anche noi vogliamo esser decapitati insieme a lui». Per questo una grande agitazione sorse fra i fratelli e molta folla lo seguì. E così Cipriano fu condotto nella campagna di Sesti e qui si spogliò del mantello e del cappuccio, si inginocchiò a terra e si prostrò in orazione al Signore. Si tolse poi la dalmatica e la consegnò ai diaconi, restando con la sola veste di lino, e così rimase in attesa del carnefice. Quando poi questo giunse, il vescovo diede ordine ai suoi di dargli (al carnefice, ndr) venticinque monete d’oro. Frattanto i fratelli stendevano davanti a lui pannolini e fazzoletti (da conservare come preziose reliquie, ndr).
Quindi il grande Cipriano con le sue stesse mani si bendò gli occhi, ma siccome non riusciva a legarsi le cocche del fazzoletto, intervennero ad aiutarlo il presbitero Giuliano e il suddiacono Giuliano. Così il vescovo Cipriano subì il martirio e il suo corpo (a causa della curiosità dei pagani) fu deposto in un luogo vicino dove potesse essere sottratto allo sguardo indiscreto dei pagani. Di là, poi, durante la notte, fu portato via con fiaccole e torce accese e accompagnato fino al cimitero del procuratore Macrobio Candidiano che è nella via delle Capanne presso le piscine.
Dopo pochi giorni il proconsole Galerio Massimo morì. Il santo vescovo Cipriano subì il martirio il 14 settembre sotto gli imperatori Valeriano e Gallieno, regnando però il nostro Signore Gesù Cristo a cui è onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen”.

Dalle «Lettere» di san Cipriano, vescovo e martire  (a Papa Cornelio)
(Lett. 60, 1-2. 5; CSEL, 3, 691-692. 694-695)

Cipriano a Cornelio fratello nell’episcopato. Siamo a conoscenza, fratello carissimo, della tua fede, della tua fortezza e della tua aperta testimonianza. Tutto ciò è di grande onore per te e a me arreca tanta gioia da farmi considerare partecipe e socio dei tuoi meriti e delle tue imprese. Siccome infatti una è la Chiesa, uno e inseparabile l’amore, unica e inscindibile l’armonia dei cuori, quale sacerdote, nel celebrare le lodi di un altro sacerdote, non se ne rallegrerebbe come di sua propria gloria? E quale fratello non si sentirebbe felice della gioia dei propri fratelli? Certo non si può immaginare l’esultanza e la grande letizia che vi è stata qui da noi quando abbiamo saputo cose tanto belle e conosciuto le prove di fortezza da voi date. Tu sei stato di guida ai fratelli nella confessione della fede, e la stessa confessione della guida si è fortificata ancora più con la confessione dei fratelli. Così, mentre hai preceduto gli altri nella via della gloria, hai guadagnato molti compagni alla stessa gloria, e mentre ti sei mostrato pronto a confessare per primo e per tutti, hai persuaso tutto il popolo a confessare la stessa fede. In questo modo ci è impossibile stabilire che cosa dobbiamo elogiare di più in voi, se la tua fede pronta e incrollabile, o la inseparabile carità dei fratelli. Si è manifestato in tutto il suo splendore il coraggio del vescovo a guida dei suo popolo, ed è apparsa luminosa e grande la fedeltà del popolo in piena solidarietà con il suo vescovo. In voi tutta la chiesa di Roma ha dato la sua magnifica testimonianza, tutta unita in un solo spirito e in una sola voce. È brillata così, fratello carissimo, la fede che l’Apostolo constatava ed elogiava nella vostra comunità. Già allora egli prevedeva e celebrava quasi profeticamente il vostro coraggio e la vostra indomabile fortezza. Già allora riconosceva i meriti di cui vi sareste resi gloriosi. Esaltava le imprese dei padri, prevedendo quelle dei figli. Con la vostra piena concordia, con la vostra fortezza, avete dato a tutti i cristiani luminoso esempio di unione e di costanza. Fratello carissimo, il Signore nella sua provvidenza ci preammonisce che è imminente l’ora della prova. Dio nella sua bontà e nella sua premura per la nostra salvezza ci dà i suoi benefici suggerimenti in vista del nostro vicino combattimento.
Ebbene in nome di quella carità, che ci lega vicendevolmente, aiutiamoci, perseverando con tutto il popolo nei digiuni, nelle veglie e nella preghiera. Queste sono per noi quelle armi celesti che ci fanno stare saldi, forti e perseveranti. Queste sono le armi spirituali e gli strali divini che ci proteggono. Ricordiamoci scambievolmente in concordia e fraternità spirituale. Preghiamo sempre e in ogni luogo gli uni per gli altri, e cerchiamo di alleviare le nostre sofferenze con la mutua carità”.