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Com’è noto questo giorno (12 ottobre) ricorda la scoperta dell’America da parte del genovese Cristoforo Colombo (1492).
Fino a qualche decennio fa gli Italiani e gli Europei, anche nelle scuole, celebravano questa data con orgoglio. Ora l’Occidente, colpito da una “mania suicida” circa la propria storia e civiltà, a motivo soprattutto del rinnegamento di Cristo Signore e della salvezza da Lui portata all’uomo di ogni tempo e luogo (non a caso C. Colombo, piantandovi la Croce, chiamò l’isola dove era sbarcato San Salvador – che è anche l’attuale nome di un Paese dell’America centrale, così come a Colombo si deve il nome del grande Paese dell’America meridionale e persino del District of Columbia, quello della capitale degli USA Washington; mentre com’è noto il nome dell’intero continente deriva dal navigatore fiorentino Amerigo Vespucci che scoprì essere un nuovo continente e non le Indie), così come dell’indiscussa superiorità della civiltà nata dal cristianesimo e che di fatto è stata ed è quella portante per l’umanità intera (basterebbe pensare la nascita in essa della stessa scienza moderna, oltre che del progresso economico).
A tale amnesia storica e suicidio culturale che ha colpito l’Europa dall’Illuminismo in poi si è aggiunto poi, rinnegando la decisiva questione biblica del “peccato originale” (che dà ragione della presenza nell’uomo stesso della lotta tra il bene e il male), l’idea del “buon selvaggio” (si veda l’Émile di J-J. Rousseau), per cui, al di là delle possibili depravazioni poste in atto dalla colonizzazione delle nuove terre, emerge sempre più – e lo abbiamo drammaticamente visto anche nella Chiesa proprio in questi giorni – il pregiudizio secondo cui gli indigeni erano davvero buoni, come buona era la loro cultura e religione, mentre gli Europei hanno portato violenza e depravazione e imposto la loro cultura e religione, come una sorta di “genocidio”.

In realtà la storia vera dimostra che questa è una “leggenda nera”, inventata soprattutto dall’Illuminismo e dalle forze laiciste per accusare il cristianesimo, e che le popolazioni indigene americane, insieme alle loro culture e religioni ancestrali, non erano poi così idilliache come ci viene fatto credere.
Prima dell’arrivo degli europei nelle Americhe, l’infanticidio, così come il cannibalismo, i sacrifici umani alle divinità pagane e la riduzione in schiavitù, erano fatti quotidiani nelle popolazioni indigene. L’infanticidio, specie dei bambini più deboli o difettosi, era talmente diffuso da perdurare nelle tribù indigene fino ai giorni nostri, sia pur in forma sempre più ridotta nella misura in cui penetrava il cristianesimo e la civiltà occidentale.
È stato calcolato che nell’impero degli Aztechi, nel Messico pre-colombiano, furono sacrificati alle false divinità locali, secondo i loro riti cruenti, almeno 1 milione di sudditi, in media almeno 1500 ogni anno. Anche gli Inca nel Perù facevano sacrifici umani a migliaia, 4000 solo in occasione della morte del re Huayana Capac.

Ecco un racconto di un “conquistador” spagnolo: «Il soldato Bernal Díaz del Castillo così racconta i primi tempi dell’esplorazione dello Yucatan nel 1517: in un’isoletta “abbiamo trovato due case ben lavorate, davanti ad ogni casa c’erano alcuni gradini da cui si accedeva a degli altari, su quegli altari c’erano idoli di figure malvagie, che erano i loro dèi. in quella notte erano stati sacrificati 5 indios, i cui petti erano stati squarciati, le braccia e le gambe tagliate, le pareti delle case erano piene di sangue”. Poco lontano da lì, altro orrore. Durante una ricognizione nelle vicinanze di Tenochtitlán i soldati si imbattono in “templi in cui erano stati sacrificati uomini e ragazzi, e le pareti e gli altari dei loro idoli erano pieni di sangue, e i cuori offerti agli idoli; hanno anche trovato i coltelli di selce con cui aprono i corpi per estrarne il cuore. Pedro de Alvarado ha detto che tutti quei corpi erano senza braccia e senza gambe, e che gli indios hanno spiegato che li avevano tagliati per mangiarseli; i nostri soldati sono rimasti inorriditi da tanta crudeltà. E smettiamo di parlare di tanto sacrificio, perché da lì in poi in ogni città non abbiamo trovato altro”».

Le pratiche religiose tradizionali locali prevedevano questo: «L’anno azteco è diviso in 18 mesi di 20 giorni l’uno. Sahagún fa una descrizione dettagliata di come i sacrifici si svolgono a seconda dei mesi: nel primo mese “venivano sacrificati molti bambini”, nel secondo “uccidevano e scuoiavano molti schiavi e prigionieri”, nel terzo “uccidevano molti bambini” e “quelli che si erano vestiti con la pelle dei morti scuoiati il mese precedente, se li toglievano”. Tralasciamo di specificare come si svolgessero le feste religiose nel resto dell’anno ricordando che la classe sacerdotale era numerosissima, che a volte i sacerdoti mangiavano i cuori dei sacrificati e che lasciavano crescere i loro capelli ungendoli con inchiostro e sangue».

Non solo le grandi civiltà degli aztechi, dei maya e degli inca, prevedevano questi macabri rituali, ma anche i popoli più primitivi trovati dagli spagnoli nell’area caraibica.
La regina Isabella di Castiglia, che pure aveva dato ordine di “non rendere schiavi i popoli indigeni e di trattarli con umanità”, aveva ritenuto di fare un’eccezione per i cannibali, molto diffusi nelle isole caraibiche e nella futura Venezuela.

A proposito della “leggenda nera” che vede nei conquistatori europei la causa di tutti i mali delle popolazioni indigene americane, considerate invece composte da “buoni selvaggi”, senza ‘peccato originale’ e in piena armonia con Dio e la natura (come abbiamo visto di recente purtroppo anche ai massimi vertici della Chiesa!) va almeno sottolineato che “la legge imposta ai coloni spagnoli dai sovrani cattolici, a partire da Isabella di Castiglia, vietava la schiavitù, imponeva una giusta retribuzione agli indigeni che lavoravano, prevedeva la costruzione di ospedali per la loro cura. Lo scopo della colonizzazione era l’evangelizzazione dei popoli locali, non il loro annientamento. Il dibattito sulla colonizzazione delle Americhe portò, nella Spagna del XVI Secolo, all’elaborazione di principi che furono poi alla base del moderno diritto internazionale. Francisco de Vitoria (1492-1546), dall’Università di Salamanca ritenne ingiusta la guerra, neppure se volta a conseguire lo scopo dell’evangelizzazione di popoli non cristiani e «che l’inettitudine non è un buon motivo per privare qualcuno della libertà e del diritto di proprietà, dal momento che ogni uomo è “immagine di Dio per natura”». La guerra viene giustificata unicamente per fermare il massacro dei sacrifici umani, per impedire che innocenti siano condannati a una morte ingiusta. De Vitoria sostiene il diritto al libero commercio, alla libera navigazione, alla colonizzazione di territori disabitati e una volta colonizzati alla loro difesa. [fonte: NBQ, 13.10.2019]

Dati storici e statistici seri sottolineano poi come la maggior parte delle morte degli indigeni, a seguito della conquista europea, non fu provocato dalle uccisioni perpetrate dai “conquistadores” ma semmai dalle malattie portate dall’Europa, per le quali i locali non avevano sviluppato difese naturali.
[Si veda in proposito il recente libro di Angela Pellicciari Una storia unica. Da Saragozza a Guadalupe, ed. Cantagalli, Siena 2019].