
San Francesco, quello vero
Esattamente 800 anni fa, la sera del 3 ottobre 1226, nella minuscola chiesina detta per questo “Porziuncola”, nella pianura sottostante Assisi, moriva San Francesco, uno dei più grandi Santi della storia della Chiesa.
Fu lui stesso, pur avendo ancora solo 44 anni, a voler tornare in quel luogo santo per esservi deposto, vestito del suo umilissimo saio, sul pavimento, sentendo vicina “sorella morte” e dunque l’incontro col suo Amato, cioè Nostro Signore Gesù Cristo.
In quella chiesina – che all’inizio Francesco riparò materialmente, interpretando così il comando del Signore, quando nel 1205 gli parlò dal Crocifisso di San Damiano, folgorando la sua vita, con queste parole: “Va Francesco e ripara la mia Chiesa che, come vedi, è tutta in rovina” – il Santo tornava spesso, quasi cuore pulsante della sua missione. Lì si raccolsero con lui anche i suoi primi seguaci, cioè i primi “frati”; lì, dunque, nacque quell’Ordine francescano (dei Frati Minori), che peraltro il Santo non aveva intenzione di fondare, un carisma che ancor oggi, dopo più di 8 secoli, non cessa di portare frutti di grazia e, nelle sue molteplici ramificazioni, di raccogliere numerose vocazioni.
Il “pio transito”, come si chiama cristianamente la sua morte, avvenne appunto la sera del 3 ottobre, ma la sua memoria liturgica si celebra com’è noto il 4 ottobre, poiché nel conteggio antico, ripreso ancor oggi dalla liturgia per le solennità, il giorno comincia col tramonto del giorno precedente.
In Italia tale memoria liturgica si celebra come “festa”, poiché San Francesco d’Assisi il 18.06.1939 è stato proclamato da Pio XII “Patrono d’Italia”, insieme a Santa Caterina da Siena. Da quest’anno (2026) il 4 ottobre tale festa è tornata felicemente ad essere a tutti gli effetti anche festa civile (cfr. legge n. 151 dell’8.10.2025) – anche se proprio quest’anno, cadendo di domenica, non s’è avvertito – come peraltro fu fino a quella deprecabile e inutile legge che nel 1977 soppresse come festa civile molte solennità cristiane [come quella di San Giuseppe (il 19 marzo), dei SS. Pietro e Paolo (il 29 giugno, poi rimessa come festa civile per Roma, in quanto Patroni della città) e soprattutto l’Ascensione e il Corpus Domini (al giovedì) – vedi].
A proposito di “sorella morte”. Ecco come San Francesco stesso ci parla della morte corporale, che è appunto “sorella”, e di quella eterna dello spirito, che è invece terrificante (la dannazione), al termine del celeberrimo Cantico delle creature, con gioioso ma concreto realismo cristiano (poiché egli non è quel “Giullare di Dio”, come talora è stato presentato):
“Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò scappare:
guai a quelli che morrano ne le peccata mortali.
Beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male”.
Cioè: Ti lodo Signore per “sorella morte corporale”; e così essa viene percepita da tutti coloro che, come i Santi, già in questa vita fanno una forte e vivissima esperienza di Cristo e sanno che solo attraverso di essa possono andare incontro all’Amato (Dio) e godere eternamente di Lui. Dopo averci fatto realisticamente ricordare che comunque alla morte non si può sfuggire, San Francesco ci ricorda e ammonisce su quale sia il vero problema, quello su cui si deve prestare la massima attenzione e vivere ogni giorno di conseguenza. Il problema non è la morte, ma che essa ci trovi (come del resto chiediamo anche in ogni “Ave Maria”) nella santa volontà di Dio, “in grazia di Dio”, cioè senza peccati mortali (o comunque confessati e assolti da essi), così da evitare la “seconda morte” (l’Inferno), che è eterna e assolutamente da evitare come il peggior pericolo dell’esistenza umana!
Rattrista osservare come purtroppo oggi sia diventato difficile trovare un richiamo così, anche nella maggior parte delle prediche e delle catechesi; mentre si è giunti invece a parlare persino di “conversione ecologica” e fare di San Francesco stesso un antesignano di tale moderna ideologia (vedi), come dopo vedremo.
A proposito del Cantico delle creature
San Francesco scrisse questa preghiera-poema (“Laudato si’, mi’ Signore”) intorno al 1224, in un periodo di grande prova e persino di pungenti sofferenze fisiche; dunque, anche per questo, oltre ovviamente che per i contenuti espressi, ci troviamo di fronte ad una preghiera di lode tutt’altro che dolciastra, romantica o sentimentale, come spesso viene presentata, tanto meno appunto a sfondo ecologista, quasi fosse un inno alla Natura, in quella sorta di “panteismo” e di “paganesimo” di ritorno, oggi incredibilmente riemerso, che si crede tanto moderno e persino “à la page” quando invece è assai arcaico e ancestrale. Il Cantico delle creature non è infatti un inno alla Natura, ma al Creatore, quel Dio talmente amato da Francesco da sentire come “prossime” (fratello e sorella) anche tutte le creature!
Ricordiamo peraltro che si tratta del testo poetico più antico della letteratura italiana, di cui si conosca l’autore, in un italiano certo ancora primitivo ma già pienamente evoluto e distinto rispetto alla lingua latina.
A proposito della Porziuncola
Cuore pulsante di tutto il movimento francescano, la Porziuncola è appunto una chiesina di soli m. 4 x 7, restaurata da San Francesco e dove il Santo “transitò” al Cielo, appunto la sera del 3 ottobre di 800 anni orsono. Come sappiamo, tale chiesina, poi abbellita di preziosi affreschi, è inglobata all’interno di una immensa basilica, che porta il nome di Santa Maria degli Angeli (perché alla Vergine Santa era dedicata già quella primitiva e diroccata chiesina). Si trova appunto nella pianura antistante Assisi (fino a pochi decenni orsono di un rasserenante verde), mentre la città svetta sullo sfondo, coi suoi tratti ancora medievali, alle pendici del Monte Subasio, e dove troneggiano a sinistra (nord-ovest) l’immensa basilica e l’imponente convento di San Francesco, dove il santo è sepolto (nella cripta), mentre dal lato opposto della città troviamo la basilica di Santa Chiara, dove la santa è sepolta. Il convento di San Damiano si trova invece, sempre nel lato orientale della città, ma più in basso e già fuori le mura [l’Eremo delle Carceri è invece addirittura già inerpicato sulle pendici del Subasio]. Anche la Basilica di S. Maria degli Angeli, come l’intera Assisi, è meta di pellegrinaggi da tutto il mondo.
Pochi sanno che la celebre città californiana di Los Angeles prese il nome proprio da questa basilica! Infatti, mentre la maggior parte dei territori che formeranno poi gli USA fu occupata soprattutto dagli Inglesi (che vi impiantarono anche le proprie Confessioni protestanti e anglicane, vedi), la parte occidentale, cioè la costa pacifica e soprattutto l’attuale California, fu invece inizialmente colonizzata dagli Spagnoli ed evangelizzata dai Cattolici (sul rapporto tra colonizzazione e missione e sulla differenza tra quanto operarono gli Spagnoli e gli Inglesi vedi l’apposito documento). Buona parte di tali missioni spagnole furono opera proprio dei Francescani. Trova così origine e spiegazione la città di Los Angeles, che ha mantenuto il nome spagnolo e che si riferisce proprio alla celebre basilica francescana di Assisi. Il suo completo nome d’origine è infatti Nuestra Señora de los Ángeles (de la Porciúncula de Asís). Del resto, non si capirebbe, se non in chiave cattolica (non certo protestante o anglicana), il nome dei Santi dati a molte città della California, tra cui spicca nientemeno che San Francisco, ovviamente dedicata al Santo di Assisi e che anch’essa, pur essendo negli USA, ha mantenuto il nome in lingua spagnola (ma in fondo il Messico non è lontano da Los Angeles e ad esso appartiene già la lunga penisola della California).
Del resto, pensando alla colonizzazione e missione degli Spagnoli in America Latina (vedi), anche la città di Buenos Aires, capitale dell’Argentina, deve il suo nome alla basilica di N. S. di Bonaria, Santuario principe di Cagliari e Patrona di tutta la Sardegna. Tale nome fu scelto infatti dal conquistatore spagnolo Pedro de Mendoza nel 1536, su richiesta dei marinai sardi presenti nella sua spedizione (allora la Sardegna era sotto il dominio spagnolo), quando sbarcò nel Río de la Plata e chiamò quel primo insediamento “Ciudad de Nuestra Señora Santa María del Buen Aire”, in riferimento appunto alla Madonna di Bonaria di Cagliari, considerata peraltro pure patrona dei naviganti.
Non dimentichiamo poi l’Indulgenza della Porziuncola, detta più comunemente Perdono d’Assisi. Si tratta della possibilità di ottenere (per sé o per un defunto) l’indulgenza plenaria (cioè la remissione delle pene conseguenti al peccato), alle solite condizioni (Confessione, Comunione, recita del Credo e del Padre nostro e la preghiera per il Papa e per la Chiesa, col distacco interiore anche dal peccato veniale), che si può lucrare (ottenere) ogni anno dalle ore 12 del 1° agosto alle ore 24 del 2 agosto. Fu un dono che San Francesco impetrò per tutti i fedeli durante un’apparizione della Madonna e di Gesù stesso avuta proprio alla Porziuncola e che fu subito confermata dal Papa Onorio III nel 1216. Inizialmente si riferiva al pellegrinaggio fatto in tale data proprio alla Porziuncola (San Francesco pensava anche ai poveri e a tutti coloro che non potevano permettersi un pellegrinaggio fino a Roma), poi l’Indulgenza della Porziuncola si estese, sempre per quella data, a tutte le chiese francescane del mondo, quindi pure alle chiese parrocchiali (per la Porziuncola, l’indulgenza fu estesa poi a tutto l’anno).
San Francesco d’Assisi costituisce senza dubbio uno dei più eccelsi esempi di santità nella storia della Chiesa. Nella sua figura troviamo riflessa in modo più nitido la stessa immagine di Cristo (fu perfino definito “alter Christus”). Il suo fascino, come tra poco ricorderemo, nonostante la sua incomparabile umiltà, si è immediatamente imposto su migliaia e migliaia di persone, attirando dietro a sé, pur senza volerlo, innumerevoli seguaci; e dopo otto secoli non conosce ancora tramonto e il suo carisma non cessa di esercitare un’insopprimibile attrazione anche su molti giovani, che ancor oggi sentono la chiamata a seguire Cristo Signore, sulle sue orme, in totale povertà, obbedienza e castità. La sua figura non cessa poi di calamitare il cuore di molte persone, non solo all’interno della Chiesa Cattolica, ma anche nelle altre Confessioni cristiane e persino nelle altre Religioni e addirittura in chi si trova a peregrinare nel deserto spirituale di un ateismo teorico o pratico.
Nonostante ciò, è oggi purtroppo facile, perfino all’interno della Chiesa Cattolica se non addirittura nello stesso mondo francescano, che di San Francesco d’Assisi si abbia e si diffonda un’immagine falsa, edulcorata, sentimentale, perfino condizionata dalle ideologie di volta in volta emergenti. Abbiamo avuto così chi ne ha fatto una sorta di “rivoluzionario” pauperista (di stampo marxista), di un filantropo dai toni semplicemente umanitari se non dolciastri e sentimentali (un romantico), di un predicatore della fratellanza universale (di stampo massonico), ed ora persino un antesignano dell’ecologismo, dell’animalismo, del pacifismo e dello stesso dialogo interreligioso. Su questo faremo qui alcune sottolineature.
Così, mentre capita di sentire molti che pensano di conoscere San Francesco e di sentirsene perfino attratti o quanto meno di averne stima, in realtà assai spesso, purtroppo, se ne ha una vera e propria “caricatura”, che poco o nulla ha a che vedere col San Francesco “vero”!
Cerchiamo qui di offrire allora un piccolissimo contributo per recuperare almeno qualche fugace elemento dell’autentica figura del Santo, operando quasi una sorta di “ablatio”, nel senso artistico dello scultore che dal blocco di marmo deve sempre più togliere qualcosa non per deformare ma per ritrovare appunto la vera immagine del Santo.
Sarebbe necessario quindi ricorrere anzitutto alle autentiche “fonti” storiche, iniziando da quello che S. Francesco stesso scrisse o da quello che i suoi immediati autorevoli biografi hanno scritto di lui [nei secoli successivi si sono poi scritti sul Santo anche racconti spiritualmente edificanti, ma di non sempre provata storicità].
Preziosa in tal senso è la grande raccolta operata dal “Movimento Francescano” già nel 750° anniversario della morte di San Francesco, cioè 50 anni orsono (1976), e intitolata “Fonti Francescane” [cfr. EFR, 2009 (vedi)]. Essa comprende tutti gli scritti di San Francesco (Regola non bollata, Regola bollata, Testamento, Piccolo testamento, Del comportamento dei frati negli eremi, Scritti a Chiara d’Assisi, Ammonizioni, Lettere, Laudi e preghiere) e le sue più importanti biografie dell’epoca (si pensi alla Lettera di frate Elia, alle tre biografie di Tommaso da Celano, ma anche i celebri Fioretti); nell’imponente raccolta seguono poi gli scritti e le fonti biografiche pure di Santa Chiara d’Assisi.
In questo sito si possono vedere due catechesi di Benedetto XVI, una su San Francesco d’Assisi e una sui due Ordini mendicanti (Francescani e Domenicani), insieme ad alcuni scritti dello stesso San Francesco (vedi).
Cos’è la santità?
È anzitutto indispensabile una precisazione su cosa sia davvero la santità cristiana. Troviamo infatti al riguardo dei diffusi quanto fuorvianti pregiudizi, che fanno ad esempio dei Santi o delle figure non pienamente umane (pensiamo alla sciocca obiezione, per giustificare il proprio peccato e persino la propria negligenza spirituale, “ma io sono un uomo non sono mica un santo!”), o dei predestinati (come se fossero già nati santi e quindi totalmente al di fuori delle nostre possibilità), degli eroi o dei testimoni di valori umani, magari apprezzati ma considerati irraggiungibili. In tutto ciò è come se mancasse il fattore principale e la presenza decisiva: quella stessa di Cristo Signore e della Sua “grazia”.
È vero che nelle “Cause di beatificazione e canonizzazione”, a parte il caso del “martire” [il martirio, se questo è il disegno di Dio su una persona, è infatti il segno più grande dell’amore per Dio e quindi della santità, perché, come dice Gesù, “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13); e il martire accetta anche di essere torturato e ucciso pur di non tradire Cristo Signore], si parla di “esercizio eroico delle virtù”; non si tratta però di “eroi” nel senso solo naturale e umano del termine, ma di un amore per Cristo spinto fino all’eroismo (negazione di sé, trovando così pure pienamente se stessi, cfr. Mt 16,25).
Essi sono posti come modelli (e intercessori) non nel senso che tutti dobbiamo compiere le loro stesse opere o raggiungere il loro grado di eroismo, ma che ciascuno, secondo la propria vocazione, carisma, talento e “stato di vita”, sollecitato da tali esempi e pure con la loro intercessione presso Dio dal paradiso, possa crescere in santità, che è un dovere per tutti e condizione per la salvezza eterna.
Ecco perché dobbiamo conoscere le autentiche vite dei Santi, leggerne spesso le vere biografie e, se ci sono, i loro scritti.
Infatti anche nel nostro sito, chiamato significativamente e provvidenzialmente “la via della vita”, abbiamo un’intera sezione indicata come “Sulle orme di”, suddivisa in due parti, dove, come deve avvenire nel cammino della vita cristiana, ci sono gli insegnamenti da seguire (“Sulle orme del Magistero” autentico, cioè per apprendere la vera fede e morale cristiana cattolica) e gli esempi da imitare (“Sulle orme dei Santi”, vedi). Vi abbiamo ricordato solo alcuni Santi, le cui figure ci sono presentate però nelle autorevoli e stupende catechesi che Benedetto XVI ha voluto loro dedicare nelle Udienze generali dal 2009 al 2011.
All’inizio di quelle catechesi, Benedetto XVI ci ricorda che “la santità deve essere un programma di vita per tutti” (vedi). Certo, i Santi “canonizzati” costituiscono degli esempi particolarmente sublimi ed elevati di santità, non raggiungibili da tutti, ma ci offrono però comunque un potente stimolo ad uscire ad esempio da un cristianesimo vissuto come ‘routine’ e in quella tiepidezza (vedi Ap 3,16), se non pigrizia o accidia, che può attanagliare e addormentare la nostra coscienza e che può essere anche molto pericolosa se non addirittura letale per la nostra anima, impedendoci di fare una vera esperienza di Cristo nella nostra vita.
La “santità”, infatti, è semplicemente il significato vero della vita, il motivo stesso per cui siamo stati creati: cioè partecipare fin d’ora alla vita di Dio (Santissima Trinità) che ci è offerta in Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini. Tale partecipazione alla vita divina (trinitaria) ci è donata già nel Battesimo e può e deve crescere in noi, con la Sua grazia e per la potenza dello Spirito Santo, in ogni giorno della nostra esistenza, fino a trovare il suo pieno ed eterno compimento nel paradiso, cioè appunto nella piena comunione con Dio. Per questo Dio ci ha creati e per questo ci troviamo nell’esistenza. La santità non deve essere un’eccezione, ma la regola, per tutti.
Una volta un giornalista chiese a madre Teresa di Calcutta: “Madre, molti nel mondo pensano che lei sia una santa. Lei cosa dice?”. Ci saremmo aspettati una risposta all’insegna di quella spesso falsa umiltà che ci farebbe dire “Ma no, si figuri!”. Invece la Madre rispose, con tutta semplicità e franchezza: “guardi che la santità è un dovere per tutti, per me come per lei”.
Molti però credono che questo dovere e questo traguardo siano raggiungibili solo da pochi eletti e solo mediante un sovrumano sforzo della volontà.
Dobbiamo anzitutto evitare due estremi opposti, entrambi “eretici” e condannati dalla Chiesa in quanto non corrispondenti alla verità. Uno che pensa che sia sufficiente lo sforzo umano: si tratta dell’eresia pelagiana (da Pelagio, monaco degli inizi del sec. V). L’altro, presente soprattutto in Lutero (1483-1546) e in tutta la cosiddetta Riforma protestante, che pensa al contrario che noi non possiamo far altro che peccare e che la santità sia “solo” il frutto della grazia di Dio, senza l’impegno della nostra volontà [tra l’altro, visto che allora non si era ancora così sfrontati (come certi predicatori di oggi, anche cattolici!) da negare che esista l’inferno o pensare che sia vuoto, negando cioè la possibilità di dannarci eternamente, il Protestantesimo giunse persino (specie con Calvino) all’agghiacciante dottrina della “predestinazione” (cioè alcuni esseri umani nascerebbero già predestinati ad essere santi ed altri invece per essere dannati)].
Ricordiamo tra l’altro che la Riforma protestante ha fatto piazza pulita della venerazione per i Santi e per la stessa Beata Vergine Maria, pensando che essa potesse in qualche modo oscurare l’unicità salvifica di Cristo o addirittura accusando tale venerazione di “idolatria”. Va certamente distinta l’adorazione, che si deve solo a Dio, dalla venerazione, che può e deve essere rivolta ai Santi e soprattutto alla Beata Vergine Maria (la particolarissima devozione dovuta alla Madonna si chiama infatti “iperdulia”). Nelle chiese, ad esempio, si fa la genuflessione (portando il ginocchio destro fino a terra e poi subito rialzandosi, semmai poi inginocchiandosi di nuovo; se si è impediti fisicamente di farlo si può fare in alternativa un profondo inchino), segno di adorazione, solo davanti all’Eucaristia, mantenuta nel tabernacolo e segnalata sempre da un lume di fiamma viva, in quanto presenza “reale” di N.S. Gesù Cristo; mentre davanti ad una statua o immagine della Madonna o dei Santi (e persino di Gesù stesso) si può pregare, anche inginocchiati, ma non si fa mai la genuflessione (con la sola eccezione della genuflessione davanti alla Croce il Venerdì Santo).
Teniamo presente questo, perché molti, specie a livello popolare, accorrono subito davanti ad una statua o immagine, posta certo per agevolare la nostra preghiera e devozione, ma poi magari passano davanti al tabernacolo, dove c’è invece Gesù vivo nell’Eucaristia, come se fosse una “scatoletta” qualsiasi (certo, come oggi sono posti e tenuti in considerazione i tabernacoli, specie nelle chiese moderne, agevola purtroppo questo scempio, talora perfino sacrilego). Si tenga poi presente che, se il tabernacolo con le Ostie consacrate non è anche architettonicamente al centro della chiesa, nel presbiterio o nell’abside, cioè direttamente visibile, quando si entra in chiesa si fa solo il Segno della Croce, possibilmente anche con l’acqua benedetta, ma non la genuflessione.
Sotto questo aspetto la cosiddetta “pietà popolare” va certo aiutata a maturare, per non cadere appunto in certe forme quasi idolatriche se non addirittura folkloristiche in cui talora la venerazione dei Santi può scadere (pensiamo ad esempio, con tutto rispetto e talora pure ammirazione, a certe sue espressioni nelle chiese e ancor più nelle processioni, specie ad esempio nel sud d’Italia o in Spagna). Se tale devozione popolare va certo purificata ed evangelizzata, per non scadere appunto in un tipo di fede che a ben vedere può pure allontanarsi da ciò che è vera fede “cattolica” (perdendo di vista la centralità stessa di Cristo Signore), non va invece affatto censurata o cancellata (come si è fatto ad esempio spesso e con frettolosa disinvoltura negli anni del post-Concilio). Teniamo tra l’altro presente che se certe tradizioni plurisecolari vanno avanti talora per inerzia e persino perdendo il loro valore autenticamente religioso e cristiano, però una volta cancellate (dopo qualche anno o un’intera generazione) è quasi impossibile recuperarle!
Il Protestantesimo (oggi innegabilmente penetrato, subdolamente ma pure prepotentemente, anche in ampi settori della Chiesa Cattolica) non ha colto e non coglie che né i Santi né tanto meno la Madonna oscurano la fede in Cristo Signore, ma anzi la ravvivano e l’aiutano enormemente. I Santi (e tanto più la Vergine Santa) rimandano infatti certamente a Cristo, sono un segno e un’immagine viva di Lui, un raggio luminoso di Dio, anche col loro particolare carisma; e la loro potente intercessione ci sostiene enormemente nel nostro cammino di cristiani ancora pellegrini sulla terra e per questo ancora col rischio di perderci eternamente. Dio è ben felice di darci i Santi come modelli e potenti aiuti (del resto ci ha dato per questo perfino gli Angeli e in particolare il nostro specifico Angelo custode, che dobbiamo anch’essi pregare e ringraziare con fervore). Maria Santissima, poi, ci è stata data da Gesù stesso come Madre dalla Croce (cfr. Gv 19,26-27), mentre Ella partecipava in modo unico ed eccelso, oltre che interiormente dolorosissimo, alla Sua Passione, alla Sua missione e all’intera opera della Redenzione [ecco il senso autentico dell’espressione “Corredentrice” e “Mediatrice di tutte le grazie”, titoli oggi visti con tanto sospetto anche dalla Chiesa (vedi)]; e continua a farlo con una straordinaria potenza, come possiamo sperimentare nella storia dell’umanità e, se glielo permettiamo, nella nostra stessa vita personale.
Dobbiamo pure comprendere come, ancor oggi e più che mai, si faccia sentire e condizioni fortemente persino la vita cristiana (ora persino in ambienti abbastanza elevati della Chiesa Cattolica) il nefasto influsso dell’Illuminismo (e dell’intera Modernità), che ha passato il suo spietato “rasoio” su tutto ciò che è soprannaturale, rendendolo prima evanescente e poi nullo. Così, mentre persino la fede è spesso ridotta a questioni sociali, anche la vita dei Santi o è totalmente censurata o viene in genere presentata (persino in rappresentazioni cinematografiche e televisive) in modo così riduttivo da farne persino una “caricatura”; e magari senza che il grande pubblico e persino i fedeli cattolici neppure se ne accorgano.
Dobbiamo dunque evitare di considerare la santità solo come una perfezione semplicemente umana e fare dei Santi come degli eroi di sole virtù umane.
Dio solo è buono (cfr. Mt 19,17), il Sommo Bene, il Santo [il “tre volte Santo” (come si dice nella lingua ebraica, che non ha il superlativo assoluto), come si manifesta nella visione di Isaia (cfr. Is 6,3) e come nella Liturgia eucaristica cantiamo, unendoci agli Angeli e ai Santi, a conclusione del Prefazio e prima che il sacerdote inizi la preghiera consacratoria (Canone)].
L’uomo diventa “santo” nella misura in cui partecipa appunto alla vita di Dio. E ciò comincia già col Battesimo, che ci unisce al Padre, attraverso Cristo (vero Dio e vero uomo) e per opera dello Spirito Santo. Non a caso nel cristianesimo primitivo i Battezzati venivano chiamati i “santi” [basti pensare all’indirizzo di molte lettere di San Paolo (cfr. ad es. 2Cor 1,1), anche se quei cristiani non erano ancora privi di peccati talora anche gravi, come si evince spesso dalle stesse Lettere paoline].
San Paolo ci aiuta a comprendere cosa sia davvero la santità ad esempio con queste parole, che sgorgano dalla profondità della sua esperienza di Cristo Signore: “Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato sé stesso per me” (Gal 2,20).
Questi sono i Santi. E per questo sono pure affascinanti e attirano talora anche dopo secoli e secoli, specie quando si conoscono davvero per quello che sono e non per le caricature che appunto spesso se ne fanno. Sono infatti un segno vivo di Cristo Signore. Perché è Gesù stesso che è sommamente affascinante, come ora ricorderemo, perché siamo fatti per Lui!
“Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”, riconosce Sant’Agostino all’inizio delle sue celebri Confessioni. E anche in questo caso, anzi ancor più che in Francesco d’Assisi, si trattava di un giovane che all’inizio cercava la felicità in ben altro!
Così va conosciuto San Francesco d’Assisi, quello vero. Un giovane, un uomo talmente “conquistato” e rapito dall’amore di Cristo Signore, che tutta la sua vita e il suo carisma trovano senso solo nell’appassionata risposta a questo Suo amore, in una progressiva conformazione a Lui, dall’abbraccio del Crocifisso di San Damiano fino a ricevere nel suo stesso corpo le piaghe della Passione di Nostro Signore (stigmate).
Purtroppo, invece, anche l’eccelsa figura di San Francesco d’Assisi è presentata in modo talmente riduttivo e persino falso, da essere fuorviante anche nel nostro desiderio di seguirne in qualche modo le orme (come tra poco vedremo).
Il fascino di Gesù
“Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32), ci ha detto Gesù!
Ecco il paradosso cristiano: proprio la Croce, ovviamente perché seguita e vinta dalla Risurrezione, diventa il segno della vittoria di Cristo Signore, in quanto segno supremo dell’Amore di Dio per noi.
La Croce domina il mondo (“In hoc signo vinces!”). Il Crocifisso attira a Sé ogni cosa e ogni cuore.
Com’è in questo senso significativo il motto dei Certosini: “Stat Crux dum volvitur orbis” (tutto gira, muta, mentre solo la Croce è stabile, permane).
Eppure, la Croce non è certo attraente. Così il profeta Isaia prefigurava l’obbrobrio del Crocifisso (Is 53,2-3): “Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima”. Lo meditiamo anche facendo la Via Crucis (vedi).
Gli Apostoli stessi non comprendevano quando Gesù ne parlava anticipatamente e avevano perfino timore di chiedergli spiegazioni (cfr. Mc 9,31-32). Anche Pietro, pur avendo appena fatto la sua esatta professione di fede ed essere stato lodato da Gesù e messo a capo dalla Sua Chiesa, rimase scandalizzato di questa prospettiva e cercò di distogliere Gesù da tale missione, ricevendo per questo da Lui un severo rimprovero e addirittura il titolo di Satana (cfr. Mt 16,22-23).
In effetti, sotto la Croce solo Maria Santissima mantiene davvero salda e intatta la sua fede. Oltre ad altre donne seguaci di Gesù, tra gli Apostoli solo Giovanni è presente. Dove sono le folle che l’avevano seguito e avevano ascoltato la Sua parola, fino al rischio di rimanere digiuni e svenire (cfr. Mt 15,32)? Dove sono tutti i miracolati da Gesù? Dov’è la folla che ancora pochi giorni prima l’aveva acclamato tra canti, palme e rami d’ulivo (magari gli stessi che poi gridarono a Pilato “crocifiggilo”)?
Eppure, proprio Gesù, il Crocifisso (cfr. 1Cor 1,23-25; 1Cor 2,2), vince sempre!
Certo, la crisi contemporanea della Chiesa (specie in Europa occidentale) e della stessa fede cattolica ha assunto dei toni drammatici e persino inauditi (vedi). Come gli Apostoli sulla barca in tempesta, pur essendo in buona parte abili pescatori, furono presi dalla paura per il pericolo di affondare, scordandosi di Chi c’era a bordo, sia pur sonnecchiante, anche noi possiamo vacillare e forse cercare altri inutili appigli. Come gli stessi Israeliti, incalzati dagli Assiri, ebbero paura, tanto da pensare, nonostante gli opposti richiami dei veri profeti, di chiedere aiuto e rifugio in Egitto; ma proprio per questo conobbero l’esilio.
Spesso persino nelle parrocchie, magari con le migliori intenzioni, si pensa di inventare qualcosa di nuovo per “attirare” fanciulli e ragazzi, credendo persino che divertendoli un po’, pure al catechismo o nei gruppi parrocchiali, rimangano meglio coinvolti, mentre oggi possono godere di ben altri divertimenti ovunque. E la conseguenza, tragica, è che non imparano ormai quasi più nulla della fede! Anche negli ambienti ecclesiali talora “il grande Assente”, anche quando viene qualche volta nominato, è proprio Gesù e la vera questione che non si affronta seriamente è proprio quella della fede in Lui. Non sarà che proprio per questo quasi tutti poi se ne vanno? E anche quelli che rimangono e pensano persino di essere cristiani, in realtà non sanno nulla della vera fede cristiana cattolica o ne hanno una visione talmente ridotta e superficiale da esserne appunto una noiosa se non blasfema “caricatura”.
In realtà proprio Cristo, e questi Crocifisso, se non viene edulcorato, attira e attirerà sempre il cuore dell’uomo, di ogni tempo e luogo.
Così è stato anche per San Francesco d’Assisi, sia pur raggiunto certamente da una grazia speciale.
Ecco perché, fin dai primi tempi e come sempre nella storia, nessuno riesce a vincere la fede cristiana, cioè Cristo stesso. Dopo le migliaia e migliaia di martiri dei primi due secoli, il cristianesimo diventò presenza vincente ed edificante nell’Impero e nella storia, fino a plasmare il continente europeo e l’intera civiltà occidentale.
Se l’Illuminismo e la Rivoluzione francese pensavano che ormai tale fede cristiana fosse superata come mito e credenza dell’antichità e dell’oscurantismo medievale e combatterono in modo violentissimo contro di essa (vedi), la Chiesa cattolica non fu vinta. Se Napoleone nel 1809 giunse persino a far rapire il Papa (Pio VII) e portarlo prigioniero prima a Savona (fino al 1812) e poi presso Parigi (fino al 1814), pensando fosse l’ultimo Papa della storia, fu proprio Napoleone ad andare invece incontro alla disfatta (Waterloo, 18.06.1815), per finire i suoi giorni (5.05.1821) nella sperduta isola di S. Elena, mentre il Papa Pio VII già il 24.05.1814 poteva tornare a Roma, accolto da una folla festante!
A proposito della Francia e della sua tanto conclamata “laïcité“. Più volte nel sito abbiamo parlato degli straordinari segni di rinascita cristiana che, nonostante tutto, emergono in questo Paese, specie tra i giovani (vedi). Ultimamente abbiamo poi visto il segno di un trionfale viaggio di Leone XIV proprio in Francia (25-28.09.2026, vedi). Tra l’altro, proprio a Parigi ha potuto persino incontrare 80.000 giovani entusiasti della fede allo “Stade de France” (vedi), e poi la S. Messa con 800.000 fedeli che hanno gremito Place de la Concorde (la stessa piazza dove dopo la Rivoluzione venne allestita la ghigliottina per uccidere più rapidamente le decine di migliaia di francesi che non si adeguavano ai princìpi della Rivoluzione) e i 2 km dell’Avenue des Champs-Élysées e oltre (vedi).
Persino i più grandi oppositori del cristianesimo non riuscirono talora a sottrarsi al fascino che non cessa di scaturire dalla persona di Gesù, nonostante ne abbiano sentito pure il tormento fino alla morte. È il caso di F. Nietzsche, che, pur avendo scritto “L’Anticristo” e una sorta di suo anti-Vangelo (“La gaia scienza“), per tutta la vita non riuscì a scrollarsi di dosso il fascino di Lui, imitandone persino il linguaggio “parabolico” (si pensi a “Così parlò Zarathustra“) e talora persino i contenuti, sia pur cercando di capovolgerne il senso [come quando definisce “fanciullo”, che tutto accetta con un innocente “Amen”, il cosiddetto “superuomo” (in realtà “oltre-uomo”) – vedi A. Cecchini, “Oltre il Nulla“).
Visto che l’Europa cristiana va dall’Atlantico agli Urali, come amava ricordare Giovanni Paolo II (primo Papa slavo della storia, venuto da oltre una ancora rigida “cortina di ferro”), nonostante i 70 anni di dura persecuzione anticristiana operata dal comunismo nell’Est-Europa, ora [checché ne dica l’insana propaganda bellica in corso in Europa occidentale contro la Russia, speculando sulla complessa questione dell’Ucraina e della NATO che da oltre 3 decenni continua a spingersi verso est (vedi la News), mentre si dimentica ad esempio che la Turchia ha invaso e occupa tuttora la parte settentrionale di Cipro, appartenente alla UE ed entrambi membri della NATO!], è proprio in Russia che assistiamo oggi ad una straordinaria rinascita religiosa cristiana.
Cristo Signore, risorto e vivo, non cessa di attirare i cuori degli uomini, di ogni tempo e luogo, in attesa del Suo ritorno glorioso.
Il fascino di San Francesco
Nonostante tutte le gravi deformazioni della sua figura, catturata negli ultimi decenni persino dentro la logica delle nuove ideologie, fino a farne un simbolo e una bandiera, il San Francesco d’Assisi vero, come del resto ogni Santo, si comprende solo in riferimento a Cristo Signore, dal suo essere conquistato da Lui e dalla risposta data al Suo amore, secondo pure il suo carisma specifico.
Il vero motivo per cui, anche dopo 800 anni, San Francesco non cessa di esercitare il suo fascino, anche sui giovani di oggi, è che egli è stato un vero raggio di Cristo e una più nitida immagine di Lui.
È Cristo stesso che attrae attraverso San Francesco e rende persino desiderosi di imitarlo almeno un poco nella sua sequela di Cristo Signore, cioè sulla via della santità.
Ovviamente non possiamo qui addentrarci nella biografia di San Francesco. Diamo solo qualche piccolissima pennellata al suo ritratto.
San Francesco nacque ad Assisi alla fine del 1181 o agli inizi del 1182; e visse solo 44 anni.
Il suo vero nome, cioè quello di Battesimo, era Giovanni di Pietro di Bernardone. “Francesco” (che sta per “francese”) fu un soprannome datogli dal padre, Pietro di Bernardone, uno dei più ricchi commercianti di Assisi, in riferimento proprio ai suoi floridi traffici commerciali, specie di stoffe pregiate, tenuti perfino in territorio francese [pare non sia vero che tale soprannome provenga dalla madre, che sarebbe stata francese e per questo così chiamasse il figlio]. Di fatto fino ad allora, il nome proprio di Francesco non esisteva; e proprio a partire da San Francesco d’Assisi si diffuse non solo in Italia ma in tutto il mondo e tuttora è spesso dato ai bambini [anche nella sua versione femminile (Francesca), come nei suoi diminutivi (Franco, Franca); e lo scorgiamo, specie in alcune regioni, nel nomignolo Ciccio].
Sarebbe ad esempio assai bello e perfino commovente leggere il racconto delle fasi giovanili della sua folgorante conversione, che San Francesco stesso ci presenta, con immensa gratitudine al Signore, nel suo Testamento (vedi), scritto solo pochi giorni prima di morire. Forse anche un giovane di oggi, anche uno che si dà al ‘bengodi’ e pensa ancora che sia questo il segreto della vita e della felicità, potrebbe rimanere scosso da questo giovane “in” dell’Assisi di allora, che poi scopre che il vero “tesoro” è invece Cristo (cfr. Mt 13,44), lo segue e diventa appunto San Francesco.
E com’è significativo che Dio possa servirsi di tutto, persino permettendo fatti negativi, per fare breccia nel cuore di un uomo e iniziare così il suo cammino di salvezza. Lo può fare anche permettendo che certi “tesori” o ideali terreni improvvisamente crollino e manifestino magari così la loro precarietà e “vanità”. Per Francesco Dio si servì in tal senso della “prigionia” seguita alla sconfitta nella battaglia contro Perugia, come pure di una malattia che ridusse in frantumi il progetto di partire “cavaliere” per nobili imprese (ed era per questo già provvisto di una sontuosa ed invidiabile armatura). Dio può servirsi anche di un ripugnante lebbroso, come quello che una volta, nella valle di Spoleto – mentre Francesco stava tornando da Roma per questioni commerciali e dove aveva cominciato a dare pure molte cose ai poveri – gli venne incontro e improvvisamente egli, invece di scacciarlo, sentì la chiamata di doverlo abbracciare (era un’immagine di Cristo o addirittura una sua presenza?) e provò allora nel suo animo una dolcezza e una libertà mai prima sperimentate.
La vera “folgorazione” avvenne però nella diroccata chiesina di San Damiano, relitto di un antico luogo di preghiera, quando per ben tre volte il celebre Crocifisso si animò e gli parlò, con quelle parole che abbiamo già all’inizio ricordato (“va Francesco e ripara la mia Chiesa che, come vedi, è tutta in rovina”) e che egli prese subito alla lettera – poi comprese, come compresero molti suoi contemporanei e come contempla anche la storia di questi otto secoli, che il significato di quelle parole era molto più ampio di quello di una ricostruzione materiale – avviando un sommario e rudimentale restauro, che estese poi ad altre 4 chiesette, compresa appunto quella detta della “Porziuncola”.
Non si trattò però solo di un “fare”, ma di un vero incontro con Cristo (Crocifisso), fino a diventare un vero innamoramento di Lui (vedi la scena, ai minuti 27-28, nel secondo celebre film della Cavani dedicato a San Francesco).
L’abbraccio col Crocifisso, l’incontro col Suo amore, che è l’amore stesso di Dio per ciascuno di noi, fino ad immedesimarsi totalmente con Lui, può certo essere il solenne e mistico filo conduttore di tutta la vita e la santità di San Francesco; fino ad avere impresso nel suo stesso corpo, già verso la fine di un’intera vita a Lui offerta e totalmente spesa per farlo conoscere, e in un momento di profonda “notte dello spirito”, sul monte de La Verna, le Sue stesse “stigmate”, cioè i segni stessi della Passione e Crocifissione dell’Amato, di Cristo Signore (vedi, da 1 h 17 min. alla fine, la struggente scena finale sempre del secondo film della Cavani dedicato al Santo).
È chiaro che, così fortemente “rapito” da Cristo, Francesco ha dovuto inizialmente passare anche attraverso la prova della totale incomprensione del padre (celebre la scena in cui, per indicare l’abbandono di tutte le ricchezze del padre, perché ora ha “un altro Padre”, Francesco si spoglia di tutto, fino a rimanere totalmente nudo, per rivestirsi poi di un umile saio, di grezza stoffa di sacco e a forma di Croce) e dell’essere abbandonato, come se fosse impazzito, da tutti i suoi cari amici.
Però, dopo aver riparato anche l’ultima chiesina (secondo il racconto della Vita prima di Tommaso da Celano), cioè appunto quella Porziuncola di cui abbiamo parlato già all’inizio, e dove per un certo tempo Francesco visse solo e da eremita, alcuni amici lo andarono a trovare e, attratti dal fascino di questa vita e di questa santità, che è poi appunto il fascino stesso di Cristo, che non cessa di attirare il cuore dell’uomo come significato vero dell’esistenza e sorgente della vera pace del cuore, cominciarono a seguirlo.
Ecco perché la Porziuncola può essere considerata il luogo natio del francescanesimo e suo cuore pulsante; ed ecco perché lo stesso Francesco, come abbiamo visto all’inizio, volle essere portato lì quando sentì approssimarsi “sora nostra morte corporale”.
In realtà, poco distante dalla Porziuncola, proseguendo nella stessa pianura in direzione di Spello, a Riotorto, possiamo tuttora ammirare i commoventi resti, sapientemente restaurati, di un piccolo luogo di ritrovo, di preghiera e di riposo dei primissimi frati che seguirono Francesco.
Secondo il racconto di Tommaso da Celano, il primo che si associò a Francesco fu un anonimo giovane di Assisi “pio e semplice di spirito” (che molti identificano con frate Elia, anche se di fatto non corrisponde caratterialmente col famoso frate Elia che poi si ritrova in seguito e che avrà un grande ruolo nel nascente Ordine); il secondo fu Bernardo di Quintavalle [nella “Vita seconda” Tommaso da Celano racconta che un giorno Bernardo chiese a Francesco cosa dovesse fare delle sue ricchezze. Francesco lo invitò a cercare una risposta direttamente nel Vangelo. Apertolo, vi trovò il passo in cui Gesù invita un giovane a vendere i propri beni e donare il ricavato ai poveri per poi seguirlo; trovò poi un altro passo in cui Gesù invita i suoi apostoli a rinnegare sé stessi per seguirlo, come di non portare nulla con sé nel cammino di predicazione del Regno di Dio. Bernardo comprese che questa era la chiamata che Gesù stesso gli rivolgeva. Distribuì tutto ai poveri e si unì al nuovo fratello Francesco, divenendo anche modello per altri giovani che, abbandonate le preoccupazioni mondane, si incamminarono con gioia e piena libertà verso la vera patria del cielo]. Fu poi la volta di un altro importante giovane di Assisi, colto e stimato in città: era Pietro di Cattanio (o Cattani), giurista e canonico della cattedrale di San Rufino. Anch’egli scelse di seguire Francesco e di condividere la vita dei nuovi frati. Seguì poi Egidio, uno dei personaggi più affascinanti della prima fraternità francescana: viene descritto come «uomo semplice, retto e pieno di timor di Dio» e ne è sottolineata l’obbedienza, il raccoglimento interiore e la profonda vita contemplativa, ma anche la sua capacità nel lavoro manuale; e sopravvisse a lungo (morì probabilmente il 22.04.1262). Arrivò quindi Filippo Longo, che avrà poi un ruolo di particolare importanza nella vita delle prime Clarisse.
La forza di quei primi frati (siamo ancora nel 1208-1209) non risiedeva dunque certo nei mezzi materiali, di cui si erano totalmente spogliati, ma nella radicalità con cui avevano scelto di seguire Gesù, ben riflesso dalla persona e dall’esempio di Francesco, e di vivere radicalmente il Vangelo.
Quando il numero dei primi frati fu di otto (sì, solo otto, compreso lui!) Francesco – anche lui colpito dallo stesso brano evangelico che aveva conquistato fra Bernardo (cioè Mc 6,7-13, dove Gesù invia inizialmente gli Apostoli a due a due perché predicassero il Regno di Dio, senza nulla avere su cui contare per tale missione) – sentì che anche loro dovevano separarsi per andare a due a due a predicare il Vangelo, senza nulla avere. In fondo sarà il tratto fondamentale, col particolare carisma della povertà evangelica, del nuovo Ordine religioso che così stava appunto miracolosamente nascendo: un Ordine di Predicatori itineranti e mendicanti. Un nuovo Ordine religioso che in questi otto secoli è stato ed è tra i più fecondi, anche numericamente parlando, della Chiesa Cattolica.
Teniamo presente che ciò rappresentava peraltro una novità nella storia della Chiesa, perché fino ad allora le vocazioni religiose erano di fatto solo quelle monastiche (di clausura) o di vita eremitica.
Analogo carisma (un Ordine religioso di predicatori itineranti) fu quello generato nello stesso periodo da San Domenico di Guzman (Ordo fratrum praedicatorum, detti più comunemente Domenicani, appunto dal nome del loro fondatore) (vedi la catechesi di Benedetto XVI su San Domenico e vedi pure la catechesi del 13.01.2010 sugli Ordini Mendicanti).
Solo 3 anni dopo il convenire (da cui la parola “convento”, che si distingue dal monastero) dei primi frati, cioè nel 1212 (o forse già nel 1211), sempre alla Porziuncola si presentò (nella notte tra il 18 e il 19 marzo, scappata da casa!) anche Chiara, desiderosa di seguire il carisma di Francesco. Il santo fu molto perplesso sul da farsi, perché certo una donna (come poi le numerose “sorelle” spirituali che la seguirono) non poteva certo vivere come i frati, né tanto meno si poteva pensare ovviamente ad una promiscuità. Francesco però accettò, con grande scandalo e disapprovazione degli abitanti di Assisi, a cominciare dalla famiglia di Chiara, che ella seguisse il suo carisma, di sequela amorosa di Cristo in totale povertà; ovviamente per lei e per le giovani che la seguirono (che verranno chiamate Clarisse) la forma doveva essere quella della “clausura” (come tuttora sono le Clarisse), perché la forma religiosa di suore di vita attiva e non di clausura nacque nella Chiesa solo tre secoli più tardi. Il loro primo convento fu appunto San Damiano (per questo inizialmente si chiamarono “Povere Dame di San Damiano” o Damianite) [La Regola scritta da Santa Chiara fu ufficialmente approvata da Papa Innocenzo IV il 9.08.1253, pochi giorni prima della morte della santa].
Anche se all’inizio del suo cammino alla sequela di Cristo Signore Francesco desiderava in fondo iniziare una vita da poverissimo “eremita” o comunque da “predicatore” solitario e itinerante, e mai avrebbe pensato di fondare un nuovo Ordine religioso, il numero di coloro che vollero seguire il suo “carisma” (e che si chiameranno ufficialmente “Frati Minori”, ma popolarmente anche Francescani) non cessò più di crescere, perfino a dismisura; e non solo in Italia ma pure in tutta Europa!
Tale era il fascino esercitato da San Francesco, che è poi appunto il riflesso di quello stesso di Cristo Signore.
Così, solo dopo 12 anni dalla loro nascita, quando San Francesco, appena tornato dalla missione in Terra Santa (che poi vedremo), radunò il primo incontro generale dei suoi Frati, chiamato Capitolo delle stuoie (a Santa Maria degli Angeli ad Assisi, nel maggio 1221), erano presenti oltre 5.000 frati, provenienti da tutta Europa! Tra essi c’era pure un giovane frate proveniente dal Portogallo e che diventerà nientemeno che Sant’Antonio di Padova!
Il giovane Antonio aveva già seguito la sua vocazione di totale consacrazione a Cristo tra i Canonici regolari di Sant’Agostino, prima a Lisbona poi a Coimbra; ma fu conquistato da questa nuova via di consacrazione e di santità inaugurata da Francesco d’Assisi quando nel 1220 vide i primi frati francescani passare di lì e imbarcarsi per il Marocco, con lo scopo di andare a convertire i musulmani, pur sapendo che con tutta probabilità sarebbero stati uccisi per questa missione e quindi sarebbero morti “martiri” (su questo tema della missione tra i musulmani torneremo nell’ultima parte della presente News). Decise allora non solo di entrare in questo nuovo Ordine religioso ma di seguire il loro esempio, imbarcandosi anch’egli per il Marocco, desideroso pure del “martirio”. La Provvidenza volle però che il periglioso attraversamento del mare terminasse con un naufragio, tanto da ritrovare poi Antonio sbarcato addirittura in Sicilia, per poi, risalendo l’italica penisola, trovarlo appunto presente ad Assisi al Capitolo delle Stuoie (30.05.1221), dove incontrò dunque lo stesso San Francesco. Antonio, che voleva restare umilissimo in questa sequela, nascose chi fosse e quale fosse la sua stessa grande cultura. Fu quindi inviato in un recondito convento sull’Appennino tosco-romagnolo, fino a quando ancora la Provvidenza volle che si scoprisse chi era, quale predicatore fosse e quale carisma taumaturgico possedesse (il Santo dei miracoli!), tanto da diventare un Santo persino più venerato e amato dello stesso San Francesco (basti pensare alle sue statue, anche nelle chiese, rispetto a quelle appunto di San Francesco) e le cui spoglie mortali com’è noto riposano nella celeberrima basilica di Padova a lui dedicata, così da essere noto in tutto il mondo come Sant’Antonio di Padova.
Però proprio i suoi “frati”, così cresciuti rapidamente di numero, crearono allo stesso San Francesco dei problemi e delle sofferenze. Infatti, molti di essi, pur attratti dal suo “carisma” e desiderosi di seguirlo, a un certo momento cominciarono a considerare troppo “radicali” le sue scelte e persino inadatte ad un Ordine che ormai aveva raggiunto grandi numeri e dunque necessitava di una migliore organizzazione e stabilità (anche canonica).
Fu un duro colpo per Francesco, una “prova” permessa da Dio per il cammino di perfezione della sua anima: tornato dalla Terra Santa (come vedremo alla fine di questa News), pur vedendo l’enorme numero dei suoi Frati, rimase addolorato e sorpreso per questa sorta di ribellione interna. Così, non volendo personalmente recedere neppure di un millimetro dalla sua ferma volontà di seguire il Vangelo “sine glossa”, cioè alla lettera, decise addirittura di rinunciare al suo compito di guida dell’Ordine da lui fondato! Già nel 1220 esso passò al suo vicario, fra Pietro Cattani. Il Cattani morì però l’anno successivo, il 10.03.1221. Approfittando del citato “Capitolo delle stuoie” (30.05.1221), tale compito venne affidato a fra Elia da Cortona.
A seguito del “Capitolo delle stuoie”, pur avendo già rinunciato al governo dell’Ordine, Francesco si mise a redigere una sorta di Regola (in 23 capitoli; ricchissima soprattutto di citazioni evangeliche, perché in fondo la vera Regola dell’Ordine doveva essere il Vangelo “sine glossa”, cioè da prendere alla lettera). Essa riprendeva sostanzialmente, sia pur evidentemente in modo assai più articolato, quella “Forma vitae” approvata oralmente da Innocenzo III nel 1210 [su questo primo incontro col Papa e sul significato della totale sottomissione al Papa di San Francesco torneremo più avanti]. Tale regola del 1221 prende il nome di Regola non bollata (che ancor oggi possediamo), in quanto non fu mai presentata al Papa e quindi non fu confortata da alcun riconoscimento canonico, cioè da alcuna approvazione formale mediante appunto una Bolla pontificia.
Nel 1223, mentre si trovava al convento di Fonte Colombo (uno dei 4 celebri conventi sorti nella piana di Rieti) e pur colpito da una dolorosa malattia agli occhi, Francesco si pose all’opera per redigere una più compiuta Regola da presentare al Papa (Onorio III), ormai convinto che, anche per l’enorme crescita numerica dell’Ordine e pur mantenendo il carisma di un’adesione al Vangelo “sine glossa”, fosse ormai necessaria una configurazione giuridica (canonica) più adeguata dell’Ordine che di fatto da lui era nato, per volere di Dio. In questa ultima e definitiva redazione della Regola fu aiutato non solo dal Vescovo locale ma addirittura dal conte e cardinale Ugolino, vescovo titolare di Ostia, sotto la cui protezione il Pontefice aveva messo l’ancora embrionale Ordine dei Frati Minori (cardinale che nel 1227 sarà eletto Papa col nome di Gregorio IX).
San Francesco non cedette ai consigli di far rientrare più agilmente il suo carisma all’interno dei già ben consolidati e centenari cammini di consacrazione (monaci o eremiti); ma diede comunque una più precisa configurazione spirituale e giuridica all’opera, che (come avvenne anche per l’altro Ordine religioso appena nato, cioè i Domenicani), si caratterizza come un nuovo Ordine religioso, di predicatori itineranti e mendicanti.
Tale nuova Regola (anch’essa perfettamente pervenutaci) va sotto il nome di Regola bollata, in quanto fu approvata dal Papa Onorio III il 29.11.1223 con la Bolla “Solet annuere“, dove il Pontefice riconosce in quel nuovo carisma un sincero anelito di vita evangelica che era e sarebbe stato un grande dono per l’intera Chiesa Cattolica.
L’enorme diffusione dell’Ordine dei Frati Minori, che certo dava al cuore di Francesco anche la gioia e il conforto di aver davvero seguito la chiamata del Signore, contemporaneamente infliggeva al suo animo anche forti sofferenze (con tutta probabilità permesse da Dio perché “non montasse in superbia”, cfr. 2Cor 12,7). Anche questo fu un passo sulla via della Croce, che poi condusse Francesco persino a sperimentare la “notte dello spirito”, cioè l’apparente abbandono di Dio stesso, fino a dubitare di essere davvero sulla via giusta e che non fosse invece davvero un “matto”. Fu una dura prova, che spesso vivono i grandi Santi (sulle orme di Gesù Crocifisso e persino del Suo “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato”). Ovviamente, se ciò è permesso da Dio e non certo per un intiepidimento del percorso di conversione del santo, è perché in tal modo il santo viva un’ulteriore spogliazione di sé, perché risplenda ancor più vivamente la presenza di Cristo stesso nella propria vita (che, come abbiamo ricordato, è l’essenza stessa della santità). Teatro di questa ultima prova fu soprattutto il ritiro sul monte de La Verna, donato a San Francesco nel 1213 dal conte Orlando Cattani di Chiusi in Casentino (AR) e che il Santo non disdegnò affatto di ricevere. Fu proprio su questo monte che il 17.09.1224 Cristo Signore rispose al grido di Francesco (che si sentiva appunto quasi abbandonato da Lui) in modo inaudito, rendendo ancor più vivida la Sua immagine in quella di Francesco, imprimendo nel suo stesso corpo le stesse “stigmate” della sua Passione e Croce (vedi, da 1 h 17 min. alla fine, la struggente scena finale del secondo film della Cavani dedicato a San Francesco).
San Francesco morì appunto alla Porziuncola, la sera del 3 ottobre 1226.
In modo del tutto eccezionale, dopo neppure due anni dalla sua morte, il 16.07.1228 fu proclamato “Santo” dal Papa Gregorio IX.
Gregorio IX fu eletto il 19.03.1227, quindi pochi mesi dopo la morte di San Francesco. Ma, come abbiamo sopra ricordato, era stato quel Cardinale (Ugolino) cui il Papa affidò inizialmente quel nascente Ordine religioso e che aveva addirittura aiutato San Francesco nella redazione della Regola definitiva.
Si tratta di uno dei processi di canonizzazione più rapidi della storia della Chiesa. E ciò denota pure come San Francesco, oltre alla sua fama ormai persino internazionale di santità, fosse pure amato dai Pontefici, come da tutta la Chiesa.
Gregorio IX fu il Pontefice che canonizzò pure Sant’Antonio di Padova (morto il 13.06.1231 e canonizzato il 30.05.1232, con un processo quindi ancora più rapido di quello pur eccezionalmente breve di San Francesco) e l’altro grande fondatore di un Ordine di frati mendicanti predicatori (i Domenicani), cioè San Domenico di Guzmán (morto il 6.08.1221 e canonizzato il 3.07.1234).
Anche questo denota l’amore dei Papi per questi Santi e per i nuovi Ordini religiosi da loro fondati. Nulla dunque di quella presunta opposizione che viene spesso presentata, e che è appunto una falsa caricatura, tra i Papi, la Curia Romana (e le cosiddette ricchezze della Chiesa) rispetto a questi umili e poverissimi Frati.
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L’albero francescano e i suoi rami
Il fiorente albero dei Francescani contempla anche molti e fecondi rami.
Oltre ai “Frati Minori” e alle “Sorelle povere di Santa Chiara” (Clarisse) San Francesco nel 1221 fondò per i laici anche il Terz’Ordine Francescano (vedi il Memoriale propositi, la prima regola dei Fratelli e delle Sorelle della Penitenza) [però già nel 1211/1212 era iniziato un movimento di Penitenti laici, che seguivano il carisma francescano pur rimanendo nel mondo e nelle proprie case]. Nel 1289 Papa Niccolò IV approvò in via definitiva la Regola del Terz’Ordine con la bolla Supra montem. Nel 1978 il Terz’Ordine Francescano assunse il nome ufficiale di Ordine Francescano Secolare (OFS), confermato da Papa Paolo VI.
Il ramo dei Conventuali come entità giuridicamente separata nasce ufficialmente nel 1517.
L’Ordine dei Frati Minori Cappuccini è nato invece ufficialmente il 3.07.1528 con la bolla pontificia Religionis zelus di Papa Clemente VII. Si volle in tal modo tornare alle origini del carisma francescano (ad opera del frate francescano Matteo da Bascio) [il nome è dovuto ad un cappuccio del saio più ridotto rispetto a quello francescano. Una banale curiosità: il colore del loro saio ha poi dato il nome al noto caffè-latte].
Le missioni dei Francescani si sono estese rigogliosamente in tutti i cinque continenti (all’inizio abbiamo ricordato l’evangelizzazione dei francescani spagnoli in California, da cui i nomi di molte città, tra cui Los Angeles e la stessa San Francisco).
Se San Francesco volle chiamare i suoi seguaci, per umiltà, “Frati minori”, nel sec. XV San Francesco da Paola (in Calabria) volle chiamare i frati dell’Ordine da lui fondato e diffuso in Italia e nel mondo, come “Minimi”.
Anche negli ultimi decenni, specie in Italia (soprattutto in Sicilia e in Campania ma non solo), sono nate pure nuove forme radicali di vita evangelica che si rifanno al carisma originario di San Francesco [ad esempio nella III Parte della News-documento “Scisma e verità” (vedi) abbiamo parlato della vicenda dei Frati Francescani dell’Immacolata (vedi) (vedi)]
Nonostante la crisi subita anche dagli Ordini Francescani negli anni post-conciliari (1965-2005), come abbiamo ricordato nella II Parte della News-documento “Scisma e Verità” (vedi), che vide i “Frati minori” crollare del 41% e i “Cappuccini” del 29%, comunque i membri della Famiglia Francescana (compresi frati, monache e ordini secolari) si attestano tuttora attorno ai 650.000. Essi sono presenti in oltre 110 nazioni. Solo unendo i Frati minori (circa 12.000) e i Cappuccini (circa 11.000) si raggiunge un totale che supera quello dei Gesuiti (13.768 membri) e dei Salesiani (13.694 membri), attestandosi quindi al 1° posto, per numero di appartenenti, tra gli Ordini religiosi. Si aggiungano poi i Conventuali (4.500) e le Clarisse (60.000).
Dedichiamo infine una nota a Carlo Acutis (vedi), il ragazzo di Milano morto solo nel 2006 e già canonizzato lo scorso anno (2025), insieme al grande giovane cattolico del secolo scorso Pier Giorgio Frassati (vedi). Carlo Acutis fu talmente affascinato dalla figura di San Francesco d’Assisi, da recarsi spesso ad Assisi e voler essere là sepolto.
Nell’omelia della S. Messa di canonizzazione (vedi) Leone XIV disse tra l’altro: “Tanti giovani, nel corso dei secoli, hanno dovuto affrontare questo bivio nella vita. Pensiamo a San Francesco d’Assisi: come Salomone, anche lui era giovane e ricco, assetato di gloria e di fama. Per questo era partito per la guerra, sperando di essere investito “cavaliere” e di coprirsi di onori. Ma Gesù gli era apparso lungo il cammino e lo aveva fatto riflettere su ciò che stava facendo. Rientrato in sé, aveva rivolto a Dio una semplice domanda: «Signore, che vuoi che io faccia?». E da lì, tornando sui suoi passi, aveva cominciato a scrivere una storia diversa: la meravigliosa storia di santità che tutti conosciamo, spogliandosi di tutto per seguire il Signore (cfr. Lc 14,33), vivendo in povertà e preferendo all’oro, all’argento e alle stoffe preziose di suo padre l’amore per i fratelli, specialmente i più deboli e i più piccoli.
E quanti altri santi e sante potremmo ricordare! A volte noi li raffiguriamo come grandi personaggi, dimenticando che per loro tutto è cominciato quando, ancora giovani, hanno risposto “sì” a Dio e si sono donati a Lui pienamente, senza tenere nulla per sé. Sant’Agostino racconta, in proposito, che, nel «nodo tortuoso e aggrovigliato» della sua vita, una voce, nel profondo, gli diceva: «Voglio te». E così Dio gli ha dato una nuova direzione, una nuova strada, una nuova logica, in cui nulla della sua esistenza è andato perduto”.
Il fascino di San Francesco nell’arte
Se ha già dell’incredibile che Francesco d’Assisi sia stato “canonizzato” da Gregorio IX dopo neppure due anni dalla morte (16.07.1228) – e ciò attesta, pur nella sua immensa ed evangelica umiltà, come fosse già amato non solo dai Papi e da tutta la Chiesa, ma pure cosa avesse rappresentato per la stessa vita civile del nostro Paese, tanto da esserne poi proclamato Patrono – fu altrettanto stupefacente che il giorno dopo la sua canonizzazione (appunto il 17.07.1228) lo stesso Pontefice posò ad Assisi la prima pietra di quella che doveva diventare l’immensa Basilica a lui dedicata (addirittura due basiliche sovrapposte, quella superiore e quella inferiore, mentre le spoglie mortali del santo sono conservate nella cripta, quindi al di sotto della stessa chiesa inferiore).
La Basilica di San Francesco ad Assisi, voluta appunto fortemente e immediatamente da Papa Gregorio IX per custodire solennemente le spoglie del Santo, fu costruita sotto la direzione di frate Elia da Cortona, vicario generale e architetto dell’Ordine francescano. Come sappiamo e ancor oggi contempliamo, l’immensa duplice basilica fu edificata all’estremità occidentale della bellissima città medievale di Assisi, nel luogo originariamente denominato “Colle dell’Inferno” ma che fu ovviamente subito ribattezzato come “Colle del Paradiso”. La basilica inferiore fu completata rapidamente nel 1230 per accogliere nella sua cripta il corpo del Santo; mentre la basilica superiore, sempre voluta da Gregorio IX e i cui lavori furono anch’essi avviati nel 1228, fu portata a termine e consacrata da Papa Innocenzo IV il 25.05.1253. I Papi stessi vollero che nella costruzione e decorazione di tale immensa basilica fossero impegnate le migliori maestranze del tempo (architetti, decoratori e pittori). Com’è noto, specie la basilica superiore, uno dei primi e più importanti esempi di architettura gotica in Italia, fu magnificamente decorata da celebri affreschi, tra cui spiccano quelli del giovane Giotto (o comunque a lui attribuiti), dedicati a molti decisivi momenti della vita del Santo e realizzati tra il 1290 ed il 1295, costituendo peraltro una svolta nella storia stessa della pittura medievale. [Purtroppo, la basilica subì gravi danni col terremoto del 1997 (vedi), anche se è stata prontamente e magnificamente riportata al suo primitivo splendore]. Come sappiamo e come abbiamo già ricordato la tomba del Santo si trova nella cripta della Chiesa inferiore. In tale basilica inferiore, anch’essa magnificamente affrescata, troviamo pure una celebre immagine del Santo che Cimabue ritrae accanto alla celebre “Maestà” (vedi). Di Cimabue è pure un celebre dipinto che ritrae il Santo, conservato nel museo della Porziuncola (vedi). La prima immagine di San Francesco (senza stigmate e senza aureola) è invece un affresco del 1228 (secondo la tradizione prodotto addirittura nel 1224, quindi quando il santo era ancora in vita) che si trova nel monastero di Subiaco (vedi), visitato forse più di una volta da Francesco.
Com’è noto, attiguo all’immensa e duplice Basilica di San Francesco si erge l’immenso convento francescano, costruito addirittura a più piani, che domina e delimita la parte nord-occidentale della città.
Passando alla letteratura, dopo aver già ricordato come lo stesso Cantico delle creature di San Francesco rappresenti il testo poetico più antico della letteratura italiana, di cui si conosca l’autore, scritto in un italiano certo ancora primitivo ma già pienamente evoluto e distinto rispetto alla lingua latina, dobbiamo con grande meraviglia osservare come lo stesso Dante Alighieri, scrivendo la Divina Commedia e lo stesso “Paradiso” a neppure un secolo dalla morte di Francesco, ci presenti il Santo con grande solennità. Nel Canto XI del Paradiso, dove a farne il panegirico è addirittura San Tommaso d’Aquino (si nasconde qui un’ulteriore finezza di Dante, atta ad indicare che in paradiso non c’è alcuna invidia tra i Santi, perché è appunto un “domenicano” a tessere l’elogio di San Francesco, mentre nel Canto XII è un grande santo francescano, San Bonaventura, a tessere l’elogio di San Domenico) e dove vengono pure presentati alcuni dei primi seguaci di San Francesco (sopra menzionati), il Sommo Poeta afferma che ad Assisi “Nacque al mondo un Sole”. Poi ripresenta San Francesco ai vertici del Paradiso (Canti XXXI-XXXII), nella “Candida Rosa” dei Santi, addirittura vicino alla Beata Vergine, sotto San Giovanni Battista e sopra San Benedetto da Norcia e Sant’Agostino. Dante coglie peraltro benissimo che la grandezza del Santo di Assisi deriva interamente dal suo intimo rapporto con Cristo, dall’amore per Lui, che si fa sequela e assimilazione all’Amato, anche sulla via della Croce (e cita pure le stigmate ricevute dal Santo a La Verna).
Per chi poi pensasse a un San Francesco troppo austero se non persino cupo, si sappia invece che il Santo amava molto la musica, specie il canto religioso popolare, e che non era infrequente che cantasse coi suoi frati. Tra l’altro, il celebre Laudario di Cortona (una raccolta di lodi della metà del sec. XIII, non pensate per la liturgia e già in lingua volgare, così chiamata perché emersa da una confraternita laicale legata al convento francescano di Cortona) dedica due splendide Lodi proprio a San Francesco.
Persino nel cinema
È sempre arduo rappresentare la vita di un Santo, persino da parte di coloro che conoscono la fede cristiana e la vera storia della Chiesa. Tanto più è difficile, se non talvolta menzognero e persino blasfemo, quando a farlo sono coloro che della vera fede conoscono ben poco e cercano persino di incasellare la vita di un Santo o in superficiali rappresentazioni romantiche e sentimentali o addirittura in precomprensioni ideologiche. Occorre dunque prestare molta attenzione, anche quando il cinema e le stesse fiction televisive ci presentano la storia di un Santo. Sarebbe bene non prendere tutto per oro colato e, se possibile, attingere invece alle autentiche “fonti”, anche sul piano storico e biografico. È però comunque significativo che la santità, sia pur persino quando è ridotta o deformata, eserciti comunque la sua attrazione anche sul grande pubblico e tuttora faccia persino “audience”.
Ovviamente, il grande fascino esercitato da San Francesco d’Assisi ha coinvolto negli ultimi decenni anche la storia del cinema e della televisione. Se vogliamo parlare dei più famosi e artistici film dedicati dal cinema a San Francesco, dovremmo citare ad esempio il “Francesco, giullare di Dio” [del 1950; diretto da Roberto Rossellini e scritto insieme a Federico Fellini, incentrato su alcuni episodi tratti dai “Fioretti” (vedi)]; si pensi poi al celebre “Fratello sole, sorella luna” di Franco Zeffirelli [del 1972; l’estetismo di questo grande regista ha fatto però di San Francesco quasi una figura dolciastra e sentimentale (vedi); si pensi che nel solco della liturgia postconciliare certe musiche e canti di questo film sono entrati persino nella S. Messa (ascolta)]. Ci sono poi due tentativi della regista Liliana Cavani di rappresentare San Francesco d’Assisi: il 1°, prodotto per la Tv nel 1966, subisce molto la deformazione ideologica (persino marxista) di quegli anni e fa di Francesco una sorta di rivoluzionario “ante litteram” e un pauperista che sta dalla parte dei poveri contro i ricchi e i potenti, clero e Papi compresi; il 2° (prodotto nel 1989 e con un San Francesco interpretato addirittura da Mickey Rourke; vedi la prima parte, vedi seconda parte) presenta un Francesco certo ancora lontano dalla figura reale del santo, ma quantomeno si sottolinea meglio il segreto della sua santità, cioè la sua conformazione a Cristo Signore, dall’abbraccio del Crocifisso di San Damiano alla struggente scena finale, che riscatta tutto il film (vedi, da 1 h 17 min. alla fine), quando a La Verna Francesco ricevette addirittura nel suo corpo le “stigmate” dell’amato Crocifisso.
Attraente ma anche contraffatto
Francesco d’Assisi è non solo uno dei più grandi santi della bimillenaria storia della Chiesa; ma la sua figura è amata anche al di là dei confini della Chiesa Cattolica e persino del Cristianesimo; anzi talora rappresenta un riferimento ideale persino per i non-credenti.
Rimane però vero che assai spesso non si conosce la reale figura di questo grande Santo e specie negli ultimi tempi, purtroppo persino all’interno della stessa Chiesa Cattolica e talora nello stesso mondo francescano, se n’è fatto un mito, una caricatura, addirittura a sostegno delle nuove ideologie dominanti e solo apparentemente evangeliche (pacifismo, ecologismo, animalismo, sincretismo religioso, fratellanza universale).
Occorre dunque prestare molta attenzione ed è necessario compiere uno sforzo per attingere alle reali “fonti”, che non mancano, che ci conducono a scoprire almeno qualcosa della sua vera persona e in che cosa consista realmente la sua santità.
Qui offriamo solo un piccolissimo contributo in tal senso.
[Nel sito vedi anche quanto riportato su San Francesco d’Assisi nella sezione “Sulle orme dei Santi”].
Il carisma della povertà
Se gli Ordini religiosi, sia maschili che femminili, sia di vita contemplativa (monaci, monache) che di vita attiva (frati, suore), sono tutti caratterizzati dai tre solenni voti di castità, povertà e obbedienza [ricordiamo che invece i sacerdoti (vedi il Sacramento dell’Ordine) non hanno i voti ma hanno solo le promesse di obbedienza al Vescovo e del celibato, oltre all’obbligo di recitare la Liturgia delle ore], senza dubbio il nuovo prorompente carisma di San Francesco e dell’Ordine religioso da lui fondato, mentre inaugurava (come il contemporaneo San Domenico) una nuova forma di consacrazione, non nel monachesimo ma come predicatori itineranti e mendicanti, sottolinea in un modo tutto particolare proprio il voto di “povertà”, appunto radicalmente vissuta secondo il Vangelo “sine glossa”, specialmente in riferimento al primitivo “mandato” di Gesù ai suoi Apostoli (cfr. Mt 10,1-13), che tanto folgorò, proprio alla Porziuncola già nel 1208, la vita del Santo e poi di coloro che per primi vollero seguirlo.
Non si tratta di una povertà scelta fine a sé stessa, ma come condizione di maggiore libertà e gioia nel seguire Cristo Signore. Francesco, che pure era uno dei giovani più ricchi di Assisi, aveva sperimentato fin dai primi giorni della sua conversione che avere tutto ma non avere Cristo è come non avere niente, mentre invece non avere niente ma avere Cristo è come avere tutto!
Conoscere, seguire, amare e servire Cristo Signore è la sorgente della “vera letizia”, della vera “pace” del cuore; perché questo è il significato vero della vita, il motivo per cui siamo stati creati ed esistiamo, ed è anticipo del gaudio infinito ed eterno del paradiso. Francesco è stato per così dire “rapito” da Gesù Cristo. Tutto il resto è diventato per lui relativo, così secondario da farne liberamente a meno. Per parlare con Lui si è ritirato spesso nei luoghi più solitari. Per parlare di Lui, per conquistare a Lui le anime, ha percorso intere regioni d’Italia (di cui è Patrono) e si è recato perfino nel Medio Oriente invaso dai musulmani. Per lo stesso motivo, cioè per amore di Gesù, Francesco ha amato la Chiesa e il Papa, sottomettendosi sempre al suo giudizio (anche per la sua Regola).
In un modo un poco provocatorio potremmo dire che c’è una sorta di santo “relativismo” e perfino “nichilismo” cristiano, che riconosce la “vanità” di tutte le cose (cfr. Qo 1), ma che conduce ad un approdo opposto a quello del nichilismo filosofico ed esistenziale contemporaneo: questo abbandona tragicamente al Nulla e al non-senso di tutte le cose e della vita; quello cristiano conduce invece all’Essere pieno di Dio, Bene Sommo e nostra eterna felicità [cfr. A. Cecchini, “Oltre il Nulla“, spec. cap. 6 della II Parte (vedi)].
Il suo donare tutto ai poveri, come pure il suo abbraccio ai lebbrosi e ai più emarginati, va letto appunto in questa prospettiva, cioè nell’ottica dell’adesione a Cristo Signore e della libertà di amarlo con tutto se stessi, e, in Lui, di accogliere e amare gli altri, specie i più bisognosi.
Non si tratta dunque di un semplice ideale o valore umano, naturale, né tanto meno di disprezzo della materia e dei beni materiali. Certo, questo carisma ha reso e rende San Francesco e i suoi seguaci particolarmente attraenti come pure ancor più convincenti nella predicazione cristiana, contribuendo pure a liberare dai pregiudizi di certa opinione pubblica, di allora e anche attuale, che continua a parlare in modo dispregiativo se non falso e calunnioso delle “ricchezze della Chiesa”. Non si tratta di semplice filantropia e neppure di voler risolvere i problemi dei poveri.
Si tratta appunto di un amore ancora più grande per Cristo Signore, conseguenza del sapersi tanto amati da Lui!
Tra le riduzioni e caricature della figura di San Francesco, particolarmente negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso (specie per influsso del pensiero marxista e della mentalità “rivoluzionaria” che aveva preso campo anche nella Chiesa Cattolica dopo il Concilio), ci fu anche quella di vedere in San Francesco un antesignano della vicinanza ai poveri, persino della lotta sociale in loro favore e contro i “padroni”, come pure un simbolo della chiara avversione se non ribellione contro tutte le presunte o reali ricchezze della Chiesa e persino di tutti i suoi beni materiali.
Dobbiamo tener presente che al tempo di Francesco d’Assisi dilagavano anche eresie “pauperiste”, secondo le quali tutti e la Chiesa stessa, anche ai suoi più alti vertici, avrebbero dovuto fare scelte forti e persino estreme di povertà assoluta, perfino come condizione di un’autentica sequela di Cristo.
San Francesco si guardò bene dal cadere in queste derive eretiche o, diremmo oggi, trappole ideologiche, né ha mai pensato che chi non faceva come lui non fosse autenticamente cristiano e non potesse salvarsi eternamente.
Era poi in corso, e dilagava dalla Francia meridionale a tutta l’Italia settentrionale, la terribile eresia dei Catari (parola che significa “puri”, o Albigesi, dalla città di Albi dove erano inizialmente sorti), anche socialmente molto pericolosa, secondo cui, in una sorta di rinnovato “manicheismo”, la materia era la sede del male se non addirittura opera del demonio.
È stato in proposito sconcertante, in occasione appunto di questo ottavo centenario della morte di San Francesco, sentire Roberto Benigni, nella sua saccente quanto ignorante pretesa di spiegare il cristianesimo, definire lo stesso “Cantico delle creature” di San Francesco addirittura come lode al demonio (!), perché secondo la logica medievale la materia sarebbe stata considerata tale, ignorando e confondendo che tale era appunto l’eresia catara, opposta alla fede cristiana!
Una visione dunque antitetica alla vera fede cristiana cattolica ma appunto anche assai pericolosa dal punto di vista della società (i Catari giunsero a negare valore a tutte le strutture e autorità civili e religiose, ma si spinsero persino a negare il matrimonio, come il valore del corpo e della stessa sessualità), che infatti cercò di difendersi da tale perniciosa eresia.
Fu in tale pericoloso frangente storico che si rafforzò più che mai nella Chiesa Cattolica la necessità di difendere l’autentica dottrina cattolica, condizione della nostra stessa salvezza eterna, mediante non solo corrette e incisive predicazioni, ma anche attraverso serie indagini e tribunali ecclesiastici. Fu così che nacque la prima Inquisizione, su cui s’è costruito e tuttora persiste un vero mito anticattolico, una “leggenda nera” colma di falsità e gratuite menzogne, fatte circolare come oro colato fin dalle più tenere età [cfr. in proposito il nostro dossier (vedi), con un capitolo dedicato proprio alla questione dei Catari (vedi), come pure un documento più sintetico (a domande e risposte, vedi) e persino un’ancor più sintetica News sull’argomento (vedi)].
Un particolare impegno, mediante la predicazione, per contrastare tale eresia catara fu espresso proprio dai due nuovi Ordini religiosi di predicatori itineranti e “mendicanti” (e la loro povertà li rendeva appunto ancor più incisivi e graditi per le folle che li ascoltavano), nati quasi contemporaneamente: si tratta, come abbiamo già ricordato, dei Domenicani (nati da San Domenico di Guzman, spagnolo anche se poi operoso anche in Italia; infatti, è sepolto a Bologna) e appunto dei Francescani. Questi due nuovi Ordini Religiosi fecero subito sentire la loro importante influenza nella vita della Chiesa Cattolica e nella stessa società, in tutta Europa e poi nel mondo intero (vedi la catechesi a loro dedicata da Benedetto XVI il 13.01.2010).
San Francesco stesso si adoperò molto per combattere tale eresia. Ancor più fece in tal senso il suo seguace Sant’Antonio di Padova, che tra i tanti titoli con cui è venerato, non a caso è detto anche “martello degli eretici” (pare che anche il miracolo, avvenuto a Rimini, della cosiddetta “predica ai pesci”, che misero la testa fuor d’acqua per ascoltarlo, fosse proprio in riferimento alla lotta contro l’eresia catara).
San Francesco, che, nonostante la sua scelta e carisma di radicale povertà evangelica, non si fece assolutamente catturare in queste forme estreme e ideologiche di “pauperismo”, mai sollevò giudizi negativi se non calunniosi sulle cosiddette “ricchezze della Chiesa”.
Si tenga infine presente che, se Francesco e i suoi frati vivevano in assoluta povertà, espressa sia nel poverissimo e ruvido abito che portavano (saio) sia nei luoghi dove poi si ritrovavano (conventi, da con-venire), quando invece si trattava delle cose sacre, ‘in primis’ l’Eucaristia e gli arredi sacri per celebrarla e adorarla, egli non badava a spese. Per la santa Liturgia San Francesco desiderava che i paramenti fossero non solo dignitosi ma belli e ricchi e, a detta di alcuni, preferiva addirittura che calici, patene e pissidi, in quanto dovevano contenere il Santissimo Corpo e Sangue del Signore Gesù Cristo, fossero addirittura di oro massiccio!
Così raccomanda nella Lettera ai Custodi: “I calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve al Sacrificio, devono essere di valore pregevole. E se in qualche luogo il santissimo Corpo del Signore fosse collocato in modo troppo misero, sia da essi posto in un luogo prezioso e custodito sottochiave, secondo le disposizioni della Chiesa, e sia portato con grande venerazione e amministrato agli altri con discrezione”.
Così sono i Santi. Oggi invece si ostenta una povertà, se non un vero e proprio squallore, proprio nelle cose di Dio e sacre, per poi persino dissipare molto denaro anche in altre attività pastorali e allestimento di altri ambienti ecclesiali.
L’amore per l’Eucaristia
Che San Francesco fosse anzitutto un innamorato di Cristo Signore lo si evince dall’amore ardente che aveva per l’Eucaristia, presenza viva e “reale” di Nostro Signore, centro pulsante di tutta la sua vita. Ecco una sua espressione (ricordata da Benedetto XVI nella citata catechesi su San Francesco): “Tutta l’umanità tema, l’universo intero tremi e il cielo esulti, quando sull’altare, nella mano del sacerdote, vi è Cristo, il Figlio del Dio vivente. O favore stupendo! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi per la nostra salvezza, sotto una modica forma di pane”.
Così, nelle Ammonizioni, il Santo sottolinea: “Ecco, ogni giorno egli si umilia, come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine; ogni giorno egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l’altare nelle mani del sacerdote”. E, nella Lettera a tutto l’Ordine, afferma, rapito e commosso: “O ammirabile altezza e stupenda condiscendenza! O umiltà sublime! O sublimità umile, che il Signore dell’universo, Dio e Figlio di Dio, così si umili da nascondersi, per la nostra salvezza, sotto poca apparenza di pane! Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, e aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché interamente vi accolga colui che interamente si dà a voi”. Da ciò, come si può comprendere, nasce pure il carisma, cristiano ma particolarmente francescano, di un’umiltà a tutta prova, assai lontana da quella falsa modestia talora ostentata e paradossalmente superba.
Con questa consapevolezza e spirito di adorazione, San Francesco, anche quando divenne Diacono (non volle salire oltre nel sacramento dell’Ordine, non sentendosi degno di diventare sacerdote), non volle mai ricevere la S. Comunione sulla mano!
Nulla, per Francesco, è più prezioso del Sacramento dell’altare. Per questo soffriva molto e non sopportava se gli capitava di trovare in qualche chiesa il Santissimo Sacramento mantenuto in condizioni indecorose; perché, diceva, nulla offende tanto il Suo amore quanto la mancanza di riverenza verso il Sacramento dell’Eucaristia, della Sua presenza.
Ancora nel suo Testamento egli afferma che “nel mondo possiamo contemplare corporalmente Cristo solo nel santo mistero dell’Eucaristia; per questo essa dev’essere onorata sopra ogni cosa e custodita in luoghi degni”.
Nella seconda Lettera a tutti i chierici, ancora raccomanda: “Facciamo attenzione, noi tutti chierici, al grande peccato e all’ignoranza che certuni hanno riguardo al santissimo Corpo e Sangue del Signore nostro Gesù Cristo […] Tutti coloro, poi, che amministrano così santi ministeri, considerino tra sé, soprattutto quelli che li amministrano senza discrezione, quanto talora siano miserandi i calici, i corporali e le tovaglie sulle quali si compie il Sacrificio del Corpo e del Sangue del Signore nostro. E da molti viene lasciato in luoghi indecorosi, viene trasportato senza nessun onore e ricevuto senza le dovute disposizioni e amministrato agli altri senza discrezione […] Ovunque trovassimo il santissimo Corpo del Signore nostro Gesù Cristo collocato e lasciato in modo illecito, sia rimosso di là e posto e custodito in un luogo prezioso”.
Ovviamente, anche la spiritualità di San Francesco è caratterizzata pure da un ardente amore e devozione per la Madonna (su cui non possiamo qui soffermarci).
La venerazione per i sacerdoti
Come abbiamo appena ricordato, San Francesco, nonostante il livello di santità raggiunto, non si sentì personalmente “degno” di accedere al sacerdozio, rimanendo nel Sacramento dell’Ordine al grado del Diaconato (vedi la News sul Sacramento dell’Ordine).
Egli ha sempre avuto, e volle che anche i suoi Frati avessero, una profondissima venerazione per tutti i sacerdoti, persino per quelli che con la loro condotta non davano vera testimonianza al Vangelo, ma anzi fossero persino di scandalo.
Egli comandava di avere sempre e per tutti i sacerdoti una grande deferenza e raccomandava di rispettarli sempre, anche nel caso in cui fossero personalmente poco degni. Questo profondo rispetto è necessario e dovuto al fatto, diceva, che essi hanno ricevuto l’incommensurabile dono di consacrare l’Eucaristia.
Dunque, anche questo sommo rispetto e venerazione per i sacerdoti, fondata sull’oggettività del dono soprannaturale che essi hanno ricevuto dal Signore, era un ulteriore segno del suo immenso amore per Cristo, presente tra noi specialmente nell’Eucaristia. Essi, infatti, per il Sacramento dell’Ordine ricevuto (già al 2° grado, cioè al presbiterato), sono oggettivamente segno efficace della Sua presenza, perché hanno ricevuto da Dio il potere spirituale di rendere presente il Signore Gesù nel Sacrificio della S. Messa, che è lo stesso Sacrificio di Cristo sulla Croce, cioè nell’ostia e nel vino da essi consacrati e che diventano così il Santissimo Corpo e Sangue del Signore. Inoltre, tale immensa e grata venerazione è dovuta al fatto che i sacerdoti hanno ricevuto dal Signore, sempre in virtù del Sacramento dell’Ordine, pure il potere di rimettere oggettivamente i peccati a loro confessati (o di non perdonarli, se non vi fossero le condizioni), come disse Gesù (cfr. Gv 20,23), donando agli Apostoli e ai loro successori (non solo ai Vescovi ma anche ai sacerdoti) questo immenso potere spirituale, in ordine alla salvezza delle anime di tutti gli uomini del mondo e della storia che a loro per questo si rivolgono.
Così raccomanda a tutti (nella Lettera agli abitanti della terra): “Dobbiamo anche visitare frequentemente le chiese e venerare e usare reverenza verso i chierici, non tanto per loro stessi, se sono peccatori, ma per l’ufficio e l’amministrazione del santissimo Corpo e Sangue di Cristo, che sacrificano sull’altare e ricevono e amministrano agli altri. E siamo tutti fermamente convinti che nessuno può essere salvato se non per mezzo delle sante parole e del sangue del Signore nostro Gesù Cristo, che i chierici pronunciano, annunciano e amministrano. Ed essi soli debbono amministrarli e non altri”.
Sempre nella stessa Lettera aggiunge: “Dobbiamo anche confessare al sacerdote tutti i nostri peccati e ricevere da lui il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo. Chi non mangia la sua carne e non beve il suo sangue, non può entrare nel Regno di Dio (cfr. Gv 6,55-57; Gv 3,5). Lo deve però mangiare e bere degnamente, poiché chi lo riceve indegnamente, mangia e beve la sua condanna, non discernendo il corpo del Signore (1Cor 11,29), cioè non distinguendolo dagli altri cibi. Facciamo, inoltre, frutti degni di penitenza (Lc 3,8)”.
Ancora nel suo Testamento San Francesco ci confessa: “Il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a motivo del loro Ordine, che anche se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà. E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come i miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io riconosco il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo Corpo e il santissimo Sangue che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri. E voglio che questi santissimi misteri sopra tutte le altre cose siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi”.
Ciò ovviamente non dispensa i sacerdoti dallo sforzarsi, con tutto se stessi e con la grazia di Dio, di conformarsi a Cristo eterno Sacerdote. E raccomanda loro: “Quando vorranno celebrare la Messa, puri in modo puro, celebrino con riverenza il vero sacrificio del santissimo Corpo e Sangue del Signore nostro Gesù Cristo”.
Questa venerazione e amore per i sacerdoti, se saggiamente e cattolicamente distingue il loro altissimo ministero e potere spirituale ricevuto da Cristo Signore dalle loro stesse condizioni morali, non obbliga però certo ad obbedire alla loro parola e insegnamento, qualora questi non fossero conformi all’autentica dottrina cattolica (“nessun uomo si ritenga obbligato dall’obbedienza a obbedire a qualcuno là dove si commette delitto o peccato”, cioè insegni o ordini il falso). Ecco la giusta comprensione dell’Autorità religiosa e dell’obbedienza ad essa dovuta.
L’amore per la Chiesa e la sottomissione al Papa
San Francesco volle in tutto e sempre essere fedele alla Chiesa Cattolica e alla sua autorità, perché comprese che non si può amare Cristo se non si ama la Chiesa. E, nonostante che il suo carisma gli avesse fatto abbracciare in modo radicale, per amore di Cristo, “Madonna povertà”, si guardò bene, come abbiamo già ricordato, di sollevare giudizi negativi se non calunniosi sulle cosiddette “ricchezze della Chiesa”. E in ciò, abbiamo visto, si differenziò subito radicalmente da quei movimenti ereticali e pauperisti che criticavano la Chiesa, le sue ricchezze e pure le sue autorità, e che si stavano diffondendo in molte zone d’Europa.
Se, come abbiamo appena osservato, nel suo amore per Cristo e per la Chiesa, con tutta umiltà onorava e amava tutti i sacerdoti come suoi “signori” e insegnava ai suoi frati a fare altrettanto, e non voleva che, nelle parrocchie dove si trovavano, “predicassero contro la loro volontà”, ciò ovviamente valeva ancor più nei confronti dei Vescovi, successori degli Apostoli. Se poi si trattava del Papa, successore di San Pietro, che Gesù aveva messo a capo e guida di tutta la Chiesa, la sottomissione doveva essere totale e l’obbedienza al Papa era la “conditio sine qua non” (condizione necessaria) per l’esistenza stessa del loro carisma e per entrare nel loro Ordine religioso.
È infatti impressionante che solo poco dopo il “convenire” dei primi frati alla Porziuncola (1209), Francesco non perse tempo e, quando erano ancora solo in 12, nel 1210 si recarono a Roma dal Papa Innocenzo III, ben consapevoli che senza l’obbedienza al Papa non ci potesse essere vero carisma e neppure reale sequela di Cristo Signore. Volevano presentare a Sua Santità la loro umilissima nascente esperienza, offrirgli la loro devota obbedienza e chiedere la sua approvazione e benedizione su ciò che in fondo stava solo nascendo (Francesco aveva preparato per questo una sorta di bozza di Regola, semplice ma evangelica, detta Forma vitae). Secondo alcuni autorevoli racconti, quei poveri e umili 12 frati dovettero attendere tre mesi prima di essere ricevuti dal Papa al Laterano, vivendo di elemosina e passando le notti all’addiaccio. Finalmente, quando fu incredibilmente concessa loro un’udienza papale, pur vestiti di poveri stracci e scalzi, neppur allora, anche di fronte alla corte papale, pensarono minimamente di elevare neppure interiormente una critica contro le ricchezze della Chiesa. Innocenzo III comprese subito che non si trattava di uno di quei fanatici gruppetti “pauperisti” e contestatori che talora in quel tempo sorgevano, e riconobbe in Francesco un vero “uomo di Dio”. Tra l’altro il Pontefice si ricordò di uno stranissimo sogno fatto 3 anni prima (nel 1207), in cui una pericolante Basilica del Laterano (cattedrale di Roma, sede del Papato e per questo “caput et mater omnium ecclesiarum”, come ancor oggi si legge sul suo frontale) non crollò perché sostenuta solo da un umilissimo fraticello, che assomigliava proprio a questo Francesco (com’è noto persino Giotto raffigurò questo sogno in uno dei suoi celebri affreschi realizzati nella basilica superiore di Assisi). Intuendo quindi che poteva trattarsi di un nascente e provvidenziale Ordine religioso, che tanto avrebbe contribuito alla rinascita della Chiesa, il Papa abbracciò questo umilissimo e poverissimo frate, coi suoi frati, benedisse questo nuovo carisma e approvò, sia pur solo verbalmente, quella prima Forma vitae che Francesco aveva preparato.
Cominciava così a realizzarsi ciò che Gesù stesso disse a Francesco animando il Crocifisso di San Damiano: “va Francesco e ripara la mia Chiesa che, come vedi, è tutta in rovina”; comando che, come abbiamo visto, Francesco, folgorato da Gesù, prese inizialmente alla lettera, ristrutturando appunto cinque chiesette della zona, dallo stesso San Damiano a quella di Maria Santissima detta Porziuncola. Ora, con la Benedizione del Papa e a Dio piacendo, cominciava una ben più importante “riparazione” della Chiesa.
Il successore di Innocenzo III, il Papa Onorio III nel 1218, con la Bolla Cum dilecti, sostenne il singolare sviluppo dei primi Frati Minori, che andavano aprendo le loro missioni in diversi paesi dell’Europa, e persino in Marocco; e, come abbiamo già ricordato, il 29.11.1223, con la Bolla Solet annuere, approvò la nuova e definitiva Regola (detta appunto “bollata”) del nuovo Ordine religioso dei “Frati minori” (alla cui redazione Francesco fu aiutato addirittura dal Cardinale Ugolino).
Come abbiamo già ricordato, il cardinale Ugolino d’Ostia (Ugolino dei Conti di Segni), vescovo di Ostia, che era già stato designato dal Papa “signore, protettore e correttore” della fraternità nata da Francesco d’Assisi, il 19.03.1227, quindi pochi mesi dopo la morte di San Francesco, fu eletto Papa col nome di Gregorio IX. Fu lui che, già il 16.07.1228 canonizzò San Francesco e il giorno dopo pose la prima pietra dell’immensa Basilica di Assisi dedicata al nuovo grande santo.
[La Regola scritta da Santa Chiara per il suo Ordine religioso francescano femminile e di clausura (Clarisse) verrà invece approvata da Papa Innocenzo IV il 9.08.1253 pochi giorni prima della morte della santa].
Alcune attuali “caricature” di San Francesco
Concludiamo queste sintetiche e certamente incomplete considerazioni su San Francesco d’Assisi, offerte in occasione appunto degli 800 anni dalla sua morte, con alcune sottolineature circa le gravi e attuali deformazioni della figura del Santo, oggi particolarmente emergenti e che fanno purtroppo sentire il loro peso anche all’interno stesso della Chiesa, se non addirittura dello stesso mondo francescano.
Come sappiamo, dall’Illuminismo in poi e con la nascita della Modernità il significato di buone parole, peraltro di origine cristiana e su cui pare impossibile non essere d’accordo, viene totalmente stravolto, fino a tramutarsi in ideologie anticristiane e antiumane, che hanno pure prodotto negli ultimi 250 anni immani violenze e perfino catastrofi mondiali (vedi).
Così, in conseguenza della perdita della verità oggettiva e di quel sempre più diffuso “relativismo” del pensiero post-cartesiano, promosso pure dalla Massoneria (non a caso nata o riorganizzatasi dal 1717), la tanto celebrata “tolleranza” di Voltaire (vedi) si è risolta in un odio violento verso tutti coloro che non si adeguavano alle nuove ideologie e specialmente contro la Chiesa Cattolica (questo il senso del suo famoso “Écrasez l’infâme!”). La “liberté”, privata della verità, si è trasformata in rifiuto radicale di ogni autorità umana e divina, fino a scadere in un immorale libertinismo nella vita privata e in un “liberalismo”, che la rivoluzione industriale (i nuovi padroni) ha trasformato in “capitalismo” anche selvaggio. In contrapposizione a ciò, ma in fondo con le stesse premesse antropologiche, l’“égalité” si è trasformata in cancellazione della dignità e libertà della singola persona, con la filosofia marxista, attuata poi dal comunismo come nuovo sistema totalitario, sociale, economico e politico, dove non poteva avere più alcuno spazio, in quanto “materialismo dialettico”, la trascendenza e quindi la Religione. Infine, la “fraternité”, che sembra parola tanto cristiana (e in effetti sarebbe ad esempio incomprensibile nell’Induismo e nella conseguente divisione in “caste” propria della civiltà indiana), è stata sempre più assorbita nella logica propria della “Fraternità massonica” (fratelli si chiamano infatti i Massoni), dove tutte le idee e religioni paiono ammesse, ma in fondo annichilite dall’idea che nessuna possa pretendere di essere “vera”; e così si immagina finalmente il mondo nuovo [come esprimeva già nel 1971 la celebre canzone “Imagine” di John Lennon (ascolta), diventata quasi simbolo di questo anelito di fatto nichilista e per questo tuttora cantata pure in solenni eventi mondiali], per non dire il sogno, che pare sempre più attuarsi, di un “New World Order”.
Occorre dunque tenere gli occhi molto aperti perché è più che mai in atto (purtroppo persino all’interno della Chiesa cattolica e addirittura in gran parte del mondo francescano) il tentativo di catturare e ridurre la stessa figura di San Francesco d’Assisi in queste ottiche, che sembrano appunto cristiane ma che a ben vedere sono invece antitetiche alla vera fede cristiana cattolica, anti-cristiche e quindi distruttive pure della stessa autentica dignità umana.
Non potendo trattenere nelle censure anticattoliche una figura così prorompente e attraente come appunto è quella di San Francesco d’Assisi, negli ultimi decenni si è creato del Santo una sorta di “mito”, magari apparentemente avvincente ma di fatto inaccettabile, in quanto assai lontano dal “vero” San Francesco, una “caricatura” asservita appunto alle nuove ideologie. E così purtroppo è entrato nell’immaginario collettivo, persino cattolico se non addirittura dello stesso mondo francescano.
Già negli anni ’60 e ’70 siamo passati da un san Francesco “rivoluzionario” e “pauperista”, catturato nell’ottica marxista della lotta di classe, che sta dalla parte dei poveri e degli emarginati (i lebbrosi) contro i ricchi e i potenti, clero e Papi compresi*, al “romantico”, dolciastro e sentimentale fraticello del “Fratello sole, sorella luna” di F. Zeffirelli (già ricordato), con annessi canti sentimentali (ascolta) che in quegli anni hanno avuto ampio accesso anche nella liturgia.
* Dobbiamo ricordare che l’influsso del pensiero marxista (e del comunismo) fu in quei decenni fortissimo, anche all’interno della Chiesa Cattolica (basti pensare, specie in America latina, alla cosiddetta “Teologia della liberazione”). Il Vangelo veniva inteso da molti, specie dai giovani ma anche da molti sacerdoti, come la “presa di posizione” a favore dei poveri e degli emarginati, dei cosiddetti “ultimi” (la famosa “opzione preferenziale”) e per qualcuno divenne perfino adesione alla “lotta di classe”. Tutto questo fa sentire certamente anche oggi il proprio influsso, appunto anche negli ambienti ecclesiali. Soltanto che gli “ultimi” non sono oggi certo più gli aderenti alla “classe operaia” (ormai non proprio povera ma comunque quasi interamente sostituita dall’elettronica e dalla globalizzazione del mercato), ma dalle “donne” (una vera nuova “lotta di classe” contro il “maschio”), dagli immigrati irregolari (vedi) e, chi lo avrebbe mai detto ai militanti “di sinistra” di quei decenni passati, dagli aderenti al mondo Lgbtqia+ (che sarebbero i nuovi emarginati quando invece sono diventati un’enorme potenza economica e ideologica da cui pare ormai impossibile sottrarsi). Ancora, nella nuova ideologia “ecologista”, ora sposata anche dalla sinistra (anche in America Latina; e anche in questo caso chi lo avrebbe mai detto ai seguaci del “Che” o di Fidel Castro?), in cui i veri diritti da difendere sono quelli degli alberi dell’Amazzonia come delle falde acquifere del Congo (“qualcuno”, anche nella Chiesa, ha detto che queste sono le sue due preoccupazioni principali), per non parlare dei ghiacciai che si sciolgono (qualcuno dovrebbe far notare a questi nuovi “maître à penser” ossessionati e ossessionanti per il “riscaldamento globale” che ad esempio 1000 anni fa la Groenlandia scoperta dai Vichinghi era verde, tanto da chiamarla appunto “green-land”, e dunque il pianeta era allora più caldo di oggi, pur non esistendo industrie, aerei e l’ossessione della CO2).
Poi San Francesco è stato catturato dentro l’orbita del più unilaterale “pacifismo” – che a ben vedere costituisce invece un ostacolo alla vera pace, misconoscendo le cause reali delle guerre e quindi in fondo perpetuandole – della “non-violenza” e del “disarmo” altrettanto unilaterali, che a ben vedere non fanno che perpetuare se non alimentare la legge del più forte, anche a livello globale. Tra l’altro tutto ciò misconosce, secondo l’ingenuo e illuminista ottimismo antropologico alla J-J. Rousseau, lo stesso “peccato originale” e quindi l’esistenza stessa del male e del peccato.
Oggi poi la figura di San Francesco il Santo è stata catturata e ridotta, anche smentendo in modo persino spudorato i reali dati storici e i documenti di cui siamo in possesso a suo riguardo, nell’ottica del “credo massonico”, facendone un antesignano della “fraternità” universale e persino di un irenico quanto vuoto dialogo interreligioso.
Un irenico buonista?
A proposito di chi ha fatto del Santo di Assisi un dolciastro e irenico buonista, un antesignano della moderna e unilaterale ideologia “pacifista” e della “non violenza” ad oltranza, un campione della “tolleranza” verso tutti e verso tutto – idee che molti oggi confondono con lo spirito evangelico che avrebbe caratterizzato il Santo – riportiamo solo un dato, forse isolato, ma certamente controcorrente e che comunque smentisce questa visione irenica di San Francesco.
Proprio perché, al di là dei diversi caratteri, le conseguenze del “peccato originale” si fanno più o meno sentire anche in chi col Battesimo ne è stato liberato e perfino in chi, come i seguaci di San Francesco, volevano vivere il Vangelo “sine glossa”, cioè alla lettera, anche le comunità più evangeliche, tanto più quando crescono rapidamente di vocazioni e di numero come nel caso dei Francescani, conoscono certo nei loro membri limiti, difetti e ancora peccati, pur da combattere dentro di sé, su cui i responsabili devono anche seriamente vigilare, unendo rigore e misericordia. Tutto ciò, finché non arriveremo, se vi arriveremo, nella comunità perfetta del Paradiso. Fino ad allora dobbiamo essere “penitenti”, come si definivano i frati francescani, cioè seriamente impegnati nella propria conversione e bisognosi della misericordia del Padre.
In tal senso può diventare forte, e per certi caratteri persino prorompente, pure la tentazione della “critica” o della “mormorazione”. Tale peccato, però, può diventare particolarmente deleterio per la vita comunitaria, se non addirittura letale. I documenti ci dicono infatti che San Francesco fosse particolarmente severo contro i “mormoratori”. Non si sorprenda quindi, specie chi si ostina a immaginarlo appunto come un irenico buonista, ascoltare che il Santo, una volta esaurite le possibilità di correzione fraterna e di educazione dei suoi frati in tal senso, non temesse in certi casi di passare pure “alle maniere forti”, come peraltro in caso di bisogno dovrebbe fare anche un buon padre nei confronti dei suoi figli (oggi questo non si fa quasi più; ma i risultati si vedono, anche nella nostra società e fin dalle più verdi età …).
È il caso, ad esempio, di situazioni in cui il Santo, per punire appunto dei “mormoratori”, non esitò a far intervenire, addirittura “con le mani”, un certo frate Giovanni da Firenze, che prima della conversione francescana, faceva il “pugile” e che conservava ancora la stazza e la forza di tale precedente mestiere.
Se qualcuno pensasse ad una calunnia, ecco quanto riferisce in merito lo stesso Tommaso da Celano nella Vita seconda: “Come ogni animo ripieno di carità, anche Francesco detestava chi era odioso a Dio. Ma fra tutti gli altri vizi, aborriva con vero orrore i denigratori, e diceva che portano sotto la lingua il veleno, col quale intaccano il prossimo (…) Un giorno udì un frate che denigrava il buon nome di un altro e, rivoltosi al suo vicario, frate Pietro di Cattaneo, proferì queste terribili parole: “Incombono gravi pericoli sull’Ordine, se non si rimedia ai detrattori. Ben presto il soavissimo odore di molti si cambierà in un puzzo disgustoso, se non si chiudono le bocche di questi fetidi. Coraggio, muoviti, esamina diligentemente e, se troverai innocente un frate che sia stato accusato, punisci l’accusatore con un severo ed esemplare castigo! Consegnalo nelle mani del pugile di Firenze, se tu personalmente non sei in grado di punirlo”. Chiamava “pugile” fra Giovanni di Firenze, uomo di alta statura e dotato di grande forza”. Così nell’autorevole biografia di Tommaso da celano. [Fra Giovanni di Firenze, entrato nell’Ordine e in fama di sante virtù, non esitava però, se gli fosse comandato, di rimettere in azioni le sue capacità fisiche. E i pugni sapeva usarli ancora bene, a tal punto che frate Salimbene, nella sua Chronica, giunge perfino a definirlo, certo esagerando un poco, uno “spietato carnefice”].
Un pacifista?
Se il giovanissimo Francesco sognava di farsi cavaliere e, già provvisto di costosissima armatura, era già pronto a partire per nobili battaglie, la prima sconfitta e prigionia a Perugia, come poi una fastidiosa malattia, infransero questi suoi gloriosi progetti. Qui si inserì però l’opera della grazia, certamente speciale, che capovolse l’animo di quel giovane “in” di Assisi, come poi dei suoi seguaci, che vennero invece a formare, senza nulla possedere, un’indomabile squadra di “fratelli” atti per la vera battaglia, quella della fede, cioè dell’evangelizzazione dell’Italia, dell’Europa e poi del mondo intero.
Tale opera evangelizzatrice contribuì certamente, di conseguenza, a una pacificazione degli animi e persino delle città; e per questo San Francesco è stato proclamato Patrono d’Italia (insieme a quell’eccezionale donna italiana del Medioevo, che si adoperò pure per la stessa missione, e che è Santa Caterina da Siena).
In adesione totale a Cristo Signore, Francesco divenne certamente un uomo “di pace” (questo è il saluto dei Francescani, ma in fondo è lo stesso saluto del Risorto) e pacificatore.
Come abbiamo osservato, San Francesco non era però un ingenuo buonista, un irenista o un pacifista unilateralmente orientato.
Vedremo tra poco che San Francesco partecipò nientemeno che alla V Crociata; e non è vero che non ne condividesse l’intento, cioè la liberazione dall’invasione musulmana della Terra Santa, cioè la terra dove nacque, visse e morì in Croce Cristo Signore, dove c’è il Suo santo Sepolcro (ovviamente vuoto) e dove nacque la Chiesa!
Tra l’altro, proprio da questa prima presenza dei Francescani in Terra Santa, sorse e si mantenne nei secoli quella che ancor oggi si chiama “Custodia di Terra Santa” (vedi), un’importante e significativa presenza, appunto dei Francescani, che garantisce una certa libertà e missione alla Chiesa Cattolica anche in quella tormentata regione del Medio Oriente, ancor oggi contesa e afflitta dalla lotta tra Israeliani e Palestinesi. Si tenga inoltre presente che proprio ai Francescani si deve a Gerusalemme uno dei più importanti centri di studi biblici del mondo (vedi), come gli imponenti e commoventi “scavi archeologici” (e relative chiese poi da loro edificate in quei luoghi santi) che negli ultimi 70 anni hanno sorprendentemente ma scientificamente riportato alla luce i veri luoghi evangelici!
Certo, come vedremo tra poco, l’intento principale di San Francesco era proprio quello di convertire a Cristo i Musulmani! E se qualcuno obiettasse che partì certamente non armato, sappia che a nessun chierico o religioso che partecipasse alle Crociate era lecito portare armi.
Tale “pacifismo”, venuto alla ribalta degli anni ’60 del secolo scorso e anch’esso ideologicamente condizionato (dall’ideologia comunista e ancor oggi dalle sinistre), solo apparentemente è cristiano ed evangelico: in realtà, nascondendo le vere cause che provocano le guerre, in fondo le perpetuano se non addirittura le alimentano.
Già allora nacquero ad Assisi, con la “Benedizione” e sponsorizzazione dei Francescani, dei famosi “incontri per la pace”, come prese campo la celebre annuale “Marcia per la pace” tra Perugia ed Assisi, che non è proprio una processione devota del Santo (basta vedere anche le bandiere e gli sponsorizzatori dell’iniziativa).
Negli anni ’80 il “pacifismo nostrano”, specie giovanile, era tutto antiamericano (USA), con marce e sit-in “non violenti” contro le basi USA e NATO (qualcuno ricorda, anche da parte di molti giovani cattolici “impegnati”, le lotte per “liberare” ad esempio Comiso in Sicilia dalla presenza americana?). In realtà c’erano dietro anche ingenti sponsorizzazioni da “oltre-cortina”, perché questo antiamericanismo era certamente consono e utile utile al potente (anche se ormai coi giorni contati) blocco militare orientale (detto Patto di Varsavia), che aveva missili atomici già puntati contro l’Occidente, all’URSS e quindi alla Russia, in quella estenuante, pericolosa e permanente “guerra fredda”, che poi proprio fredda non era, tra USA e URSS, le due potenze che allora si contendevano il mondo.
Chi allora avrebbe detto che molti nipoti di quei militanti di sinistra, anche cattolici, che in quei decenni passati vedevano “il nemico” solo negli USA e nella NATO, sono forse quelli che oggi parteggiano per la NATO (che dopo il crollo del comunismo nel 1991 si è estesa fino alle porte della Russia, vedi) e il nuovo unico “nemico” da abbattere sia la Russia (peraltro tutta unita al suo leader), che ha osato alla fine dire “Alt!” alla NATO, che si apprestava a prendere ormai anche l’Ucraina?
“Stat Crux dum volvitur orbis”, direbbe forse oggi San Francesco, con evangelico realismo!
Un ecologista e animalista?
Vediamo anzitutto l’orizzonte culturale dentro cui nasce e cresce l’ecologismo contemporaneo (vedi il nostro apposito dossier).
Come sappiamo, tra le nuove ideologie mondiali, promosse però dall’Occidente, anche con reconditi e inconfessati scopi (persino di stampo malthusiano!), c’è appunto anche quella dell’ecologismo. Come abbiamo già ricordato, anche in questo caso si tratta di un’ideologia della Modernità sorta anch’essa da un’idea cristiana “impazzita” e progressivamente capovolta nel suo opposto, fino ad opporsi radicalmente, sia pur subdolamente, alla fede cristiana.
Il punto di partenza, appunto cristiano, è che la Natura, meglio chiamata il “Creato”, è appunto opera del Creatore; essa è quindi “segno” stesso di Dio e persino “via” per arrivare anche razionalmente a Lui (si pensi in tal senso alle celebri “5 vie” di San Tommaso d’Aquino; vedi la Catechesi di base n. 2). Questa visione cristiana (ma in fondo già ebraica, cfr. Genesi 1–2) rappresenta una svolta decisiva nella storia della civiltà mondiale. In quanto opera di Dio, la Natura non viene più “divinizzata” [come è nelle Religioni arcaiche (come quelle indigene africane e americane; ma tutt’ora nelle religioni orientali (cfr. pure l’Induismo)]. Ciò libera da quel cupo “fatalismo”, presente appunto in quelle religioni arcaiche, secondo cui ciò che ci capita non è che frutto di un gioco di divinità irrazionali (si pensi alla Fortuna come “Dea bendata”, ma anche i cosiddetti “Auguri”, antiche divinità o spiriti, parola che è rimasta ancor oggi per appunto fatalisticamente augurare che “la sorte ti sia favorevole”!).
In quanto opera di un Dio-Logos, cioè Intelligente, la Natura non è casuale ma è regolata da precise “leggi”, che sono il riflesso della Sapienza di Dio; e proprio per questo la civiltà cristiana ha permesso e promosso la nascita e lo sviluppo della scienza (vedi), impossibile a priori se la natura fosse uno scherzo di dei o demoni.
Nel Creato l’essere umano è costituito da Dio come “signore”, superiore a qualsiasi essere vivente (in quanto dotato di anima spirituale e quindi creato “ad immagine e somiglianza di Dio” stesso), e ogni cosa (che è “buona” in quanto creata appunto da Dio e così è rimasta fino al “peccato originale”) è posta al suo servizio. Certo, in quanto anch’egli creatura, l’uomo non è “padrone assoluto” della natura ma solo un intelligente e libero suo “amministratore”. Anche in questo caso, la libertà deve quindi essere sottomessa alla verità, cioè alla volontà di Dio, e quindi anche nel dominio sul creato l’uomo deve obbedire a Dio, come del resto la natura stessa obbedisce a Dio (sia pur in modo incosciente e non libero, e quindi senza merito e senza colpa, in quanto priva di intelligenza e libertà), seguendo infatti le sue leggi naturali.
Questo equilibrio, già deformato dal “peccato originale”, con la Modernità si è infranto totalmente, producendo due frutti opposti ed entrambi falsi e pericolosi per l’uomo. Da un lato il liberalismo, rendendo l’uomo indipendente da Dio e dalle sue leggi, ne fece il padrone assoluto della Natura, che doveva totalmente essere assoggettata alle sue conquiste scientifiche, tecniche ed economiche. L’avvento delle macchine, in ogni campo, e la conseguente rivoluzione industriale, fino al costituirsi del capitalismo, con l’evidente progresso e miglioramento della vita umana, alimentarono questo delirio prometeico. Questo progresso non doveva avere più limiti, né in riferimento all’uomo e al suo sfruttamento (e così nacquero le gravi questioni sociali della nuova classe operaia, che portarono, per opporvisi, alla “lotta di classe” e pure all’instaurazione del comunismo), sia in riferimento alla stessa Natura, che poteva essere sfruttata a piacimento e senza regole (e così nacque la questione dell’inquinamento).
In senso opposto, oggi la Natura torna ad essere intesa come una divinità (panteismo, Dea Natura, Madre Natura, la Madre Terra e Dea Gaia), in cui l’uomo è compreso senza alcuna alterità nei suoi confronti, anzi fino ad essere sacrificato per essa (anche nel suo sviluppo e progresso umano).
Pare un’idea moderna, ma in realtà è un vero e proprio ritorno alle religioni arcaiche e panteiste, che adoravano la Natura e sacrificavano anche gli esseri umani a tali divinità [nelle civiltà andine americane era ad esempio l’adorazione della “Pachamama” (ci ricorda qualcosa? vedi vedi vedi vedi vedi), spesso identificata come entità addirittura diabolica, cui dovevano essere sacrificati anche migliaia di innocenti fanciulli].
Anche l’animalismo contemporaneo rientra in questo impazzimento della Modernità, che sembra non conoscere soste nella sua progressiva deriva e involuzione. Basti pensare all’attuale rapporto tra l’uomo e il cane. Dal rispetto cristiano per gli animali e dal tradizionale sentire il cane come fedele amico dell’uomo, siamo ormai giunti alla totale soppressione della radicale differenza e alterità che contraddistingue l’uomo rispetto a tutti gli altri esseri viventi. E questa involuzione antropologica fa addirittura pensare ad uno stadio addirittura previo all’uomo primitivo, perché mai l’essere umano si è sentito sullo stesso piano degli altri animali (come esprime pure Gn 2,20).
Se è drammatica questa progressiva e attuale “riduzione” dell’uomo, è ancor più paradossale che queste nuove ideologie, penetrate persino dentro la Chiesa Cattolica (che richiama ormai alla “conversione ecologica”!), abbiano assorbito e gravemente deformato pure la figura di San Francesco d’Assisi.
Abbiamo già osservato all’inizio che lo stesso Cantico delle creature non sia affatto una lode alla Natura, ma al Creatore (“Laudato si’, mi’ Signore”), quel Dio talmente amato da Francesco da fargli sentire come “prossime” (fratello e sorella) anche tutte le creature. L’opposto quindi di una possibile sciagurata interpretazione panteista, come appunto torna invece sempre più a fare la mentalità attuale, col suo “ecologismo” e “animalismo”.
La lode a Dio per tutto il creato, cioè per la Sua opera di Creatore, per San Francesco è appunto un ulteriore ed eloquente segno del suo ardente amore per Dio. Ciò gli impedì di cadere nei due tragici ed opposti errori, già allora diffusi. Da un lato quello, oggi paradossalmente sempre più riemergente anche se appunto arcaico e perfino primitivo, di divinizzare la Natura, in una sorta di mascherato “panteismo” (tutto è Dio, come se cioè avesse in sé la sua causa, cosa smentita anche dalle più avanzate scoperte scientifiche). Dall’altro quello assai diffuso a quel tempo dall’eresia “catara”, che considerava la materia come male e perfino opera del demonio (come abbiamo sopra osservato).
Nel Cantico delle creature, che è pura preghiera di lode al Creatore, non c’è nulla che possa far catalogare San Francesco, come oggi invece spesso si fa, nell’ottica ecologista né tanto meno panteista (nonostante San Francesco faccia pure un riferimento a “sora nostra matre terra”, esso va appunto mantenuto nell’ottica della lode al Creatore, tanto da non preoccuparsi neppure dell’apparente contraddizione tra sorella e madre).
Se poi gli animalisti pensassero di trovare in San Francesco un antesignano della loro falsa nuova ideologia, potrebbero ad esempio accorgersi che proprio nel Cantico delle creature non appare neppure un animale!
Se poi qualcuno di loro pensasse al dolciastro mito di un San Francesco che “parlava con gli uccelli”, sappia che l’unico episodio che potrebbe riferirsi a questo tratta in realtà di un simpatico rimprovero che una volta il Santo rivolse agli uccelli, semplicemente perché col loro vocio coprivano la sua ormai flebile voce mentre stava predicando.
Dovrebbe poi essere noto che con tutta probabilità il famoso “lupo” di Gubbio, che il Santo avrebbe miracolosamente avvicinato ed ammansito, in realtà era un delinquente che terrorizzava quella città e di cui San Francesco ottenne, incontrandolo, la conversione; una vera conversione, con tanto di obbligo di ripagare il male che aveva fatto mettendosi al servizio di coloro che aveva danneggiato.
Un antesignano del “dialogo interreligioso”?
Un’altra incredibile “caricatura” della figura di San Francesco d’Assisi, catturato dentro le logiche dell’attuale pensiero dominante, relativista e globalista, presenti purtroppo ormai pure dentro la Chiesa Cattolica e pure in certo attuale “spirito francescano”, è poi quella che ne fa un pioniere e maestro dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso.
Nel nuovo clima creato dal Concilio Vaticano II e dal post-Concilio, San Francesco è stato infatti progressivamente presentato come l’antesignano appunto del dialogo interreligioso ed Assisi è diventata la capitale mondiale di questa nuova ideologia (che nell’ultima News abbiamo sottolineato essere stata sempre avversata dal Magistero della Chiesa fino al Concilio Vaticano II, vedi). A ciò hanno contribuito certo i celebri incontri interreligiosi di Assisi, a cominciare da quello voluto e realizzato da Giovanni Paolo II il 27.10.1986 e ripetuto il 24.01.2002 (incontri motivati soprattutto dalla preghiera per la pace, considerata particolarmente in pericolo in quei frangenti, specie in riferimento ad un possibile scontro tra Islam e Occidente). Tali incontri sono stati ripetuti altre volte e specialmente la potente Comunità di Sant’Egidio ha provveduto a ripetere a cadenze ravvicinate e in molte città del mondo, ingenerando quel cosiddetto “spirito di Assisi”, che a ben vedere non è molto lontano dal sogno massonico di unificare tutte le religioni e tutte le nazioni sotto un unico governo mondiale (la “fraternità mondiale”, altrimenti detta New World Order).
In realtà, come abbiamo anche qui un poco sottolineato, tutto ciò ha ben poco a che vedere col carisma di San Francesco, che si comprende invece solo in uno sconfinato amore per Cristo come unico salvatore degli uomini – si pensi anche alla sua invenzione del “presepe” (da Greccio in poi, appunto anche in forma di “presepe vivente”), per avere anche visibilmente rappresentato e adorato il mistero dell’Incarnazione, cioè che Gesù, pur calato nell’umiltà della natura umana e persino nella povertà di un neonato in una stalla, cosa che tanto commuoveva il cuore di San Francesco, fosse il vero Dio fatto uomo! – e alla Chiesa Cattolica, con una totale fedeltà al Papa (come abbiamo visto) e all’autentico Magistero, come unica “arca di salvezza”.
Particolarmente paradossale è il modo con cui di recente San Francesco sia stato tirato in ballo, persino contraddicendo platealmente gli autentici dati storici e biografici del Santo, come simbolo del dialogo tra cristianesimo e Islam.
Abbiamo visto invece che perfino i primi frati, mossi dal desiderio di predicare Cristo a tutto il mondo (perché Egli è l’unico Dio fatto uomo e l’unico Salvatore dell’Uomo), non esitarono a partire missionari, ad esempio, per evangelizzare i musulmani del Marocco, certi però che in tal modo quasi sicuramente sarebbero andati incontro al martirio. Abbiamo anche ricordato che proprio Sant’Antonio, vedendo passare dal Portogallo questi fraticelli diretti in Marocco e vedendo poi ripassare i loro corpi massacrati dai musulmani*, nel 1220 decise di abbandonare il proprio Ordine religioso (dei Canonici regolari di Sant’Agostino), per farsi anch’egli “francescano” e di partire anche lui missionario per il Marocco; anche se la Provvidenza, come sappiamo, aveva altri disegni e lo fece sbarcare in Italia, fino a diventare poi il celeberrimo Sant’Antonio di Padova!
* Il 16.01.1220, a Marrakesh, si consumò il glorioso martirio di Berardo, Ottone, Pietro, Accursio e Adiuto, mandati da san Francesco a evangelizzare i musulmani; essi sono considerati i “Santi protomartiri francescani” (vedi).
Così, lo stesso San Francesco sentì nel suo animo come insopprimibile la chiamata del Signore a farsi anche lui missionario per evangelizzare i musulmani, in realtà soprattutto col recondito desiderio di ottenere da Dio la grazia del “martirio”.
Con questo desiderio – ed ha dell’incredibile che tale eccezionale evento sia o censurato o platealmente contraffatto – nel luglio del 1219, col permesso del Papa, San Francesco decise di abbandonare almeno provvisoriamente i suoi già numerosissimi “frati” per imbarcarsi al seguito della Quinta Crociata. Raggiunta la Terra Santa (sbarcato a San Giovanni d’Acri) raggiunse poi l’accampamento crociato di Damietta (in Egitto, sul Mediterraneo, a nord de Il Cairo), col desiderio, che pareva a tutti velleitario se non folle e persino suicida, di riuscire a parlare con lo stesso sultano al-Malik al-Kamil [sulla partecipazione di San Francesco d’Assisi alla V Crociata vedi pure un capitolo nel nostro apposito dossier. Sulle tanto vituperate Crociate vedi nel sito appunto l’apposito dossier e pure un più sintetico documento a domande e risposte (vedi)].
A questo punto, se non si può certo tacere la partecipazione di San Francesco alla V Crociata, cominciano però le attuali vergognose contraffazioni di tale reale fatto storico, anche da parte della Chiesa.
Anzitutto si sottolinea che San Francesco partì senz’armi e questo sarebbe un segno della sua non-violenza. In realtà, come abbiamo già ricordato, questa era una regola ferrea per tutti i sacerdoti o religiosi che partecipavano alle Crociate (e non dimentichiamo peraltro che quel giovane benestante di Assisi, prima dell’incontro con Cristo che gli avrebbe cambiato la vita, sognava proprio di fare il cavaliere e di possedere una degna e lussuosa armatura, anzi già la possedeva).
Il livello più menzognero dell’attuale contraffazione di tale fatto storico, anche da parte dell’attuale e inedito spirito di dialogo interreligioso presente nella Chiesa Cattolica, è dato dalla presentazione di un San Francesco d’Assisi che sarebbe andato alla Crociata e avrebbe desiderato l’incontro col Sultano proprio per porre in atto un tale dialogo interreligioso, quando è invece evidente, dati storici e biografici alla mano, che San Francesco desiderava anzitutto il martirio e cercava di convertire i musulmani, osando farlo addirittura con lo stesso Sultano!
Ricordiamo che già dopo un secolo dalla sua nascita (nel sec. VII) l’Islam aveva violentemente invaso non solo la Terra Santa e gran parte del Medio Oriente ma pure tutta l’Africa mediterranea, allora fiorente di numerose e ferventi comunità cristiane, subito sterminate e mai più rinate (vedi).
San Francesco, dopo aver scampato la morte ed essere stato comunque già pestato a sangue da alcuni musulmani, riuscì miracolosamente a raggiungere l’Egitto e a Damietta, ancor più miracolosamente, riuscì effettivamente ad essere benevolmente accolto e a parlare col Sultano al-Malik al-Kamil, tra l’altro poco prima che l’esercito cristiano capitolasse alle porte di quella città (e pare che Francesco avesse sconsigliato l’esercito cristiano di attaccare Damietta in quel momento, perché sarebbe capitolato). Si dice che il Sultano fosse uomo colto (in effetti dal dialogo con Francesco che ora riportiamo, si vede che conosceva anche il Vangelo, sia pur contraffatto dall’Islam come già da Maometto stesso), tollerante e curioso, e che per questo non esitò a ricevere i due frati (Francesco e fra Illuminato che lo accompagnava) con rispetto e buona ospitalità e che rimase ammirato dall’umiltà di Francesco, dalla sua assoluta povertà e dal suo grande coraggio.
Visto però che abbiamo la relazione di tale dialogo, scritta dallo stesso fra’ Illuminato che accompagnava Francesco e che era dunque testimone oculare dell’incontro, ascoltiamo allora dalle sue stesse parole almeno un brano del resoconto di tale dialogo:
Il Sultano disse a Francesco: “Il vostro Signore insegna nei Vangeli che voi non dovete rendere male per male e non dovete rifiutare neppure il mantello a chi vuol togliervi la tonaca. Quanto più voi cristiani non dovreste invadere le nostre terre”.
A tale obiezione allora Francesco rispose con franchezza e senza timore alcuno: “Mi sembra che voi non abbiate letto tutto il Vangelo. Altrove, infatti, è detto: Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te. E, con questo, Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio. Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla religione di lui quanti uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare e adorare il Creatore e Redentore del mondo, vi amerebbero come se stessi”.
Al termine del colloquio, rispettoso ma ovviamente inutile, pare che Francesco avesse proposto al Sultano perfino un’ordalia, cioè un giudizio di Dio in base ad una “prova” da Lui data: Francesco sarebbe entrato nel fuoco invocando Cristo e un musulmano avrebbe fatto la stessa cosa invocando Maometto o Allah; vedendo così chi si sarebbe salvato! Ma il Sultano non accettò la provocazione dell’umile ma fermissimo frate.
Come si può capire, non si trattò affatto di un irenico e vuoto dialogo interreligioso, all’insegna del relativismo che equipara tutte le Religioni e crede che anche in esse ci si possa salvare!






