• Articolo pubblicato: 01/09/2026
Scisma e verita - tradizionalismo cattolico

Scisma e Verità

(Terza parte)


Approfondimenti

3. Sulle realtà cosiddette “tradizionaliste”

Come abbiamo sottolineato fin dall’inizio di questo nostro documento, quanto avvenuto il 1° luglio scorso ad Ecône e che si è delineato di fatto come uno “scisma”, non è notizia che si possa facilmente incasellare tra i fatti di cronaca, magari di sola cronaca ecclesiale, come evento che si possa presto dimenticare o perfino considerare come realtà che non ci riguardi affatto.

Se non siamo già precipitati in un relativismo che rende tutto opinione o in un sincretismo che riduce ogni fede religiosa a credenza soggettiva e particolare, dovremmo ricordare che quando parliamo di Chiesa Cattolica ci riferiamo ad un’opera che non è nostra, né è solo umana, ma è divina, cioè a ciò che N. S. Gesù Cristo ha voluto per la nostra salvezza, affinché la Sua Parola (Verità) fosse fedelmente trasmessa, interpretata e donata a tutti gli uomini della storia, insieme ai Sacramenti, da Lui istituiti per operare efficacemente con la Sua grazia nelle nostre anime, e sfuggire così alla dannazione eterna, cui ci condurrebbero il “peccato originale” e i nostri singoli peccati, ed entrare invece nella piena ed eterna comunione con Lui, che è il paradiso.

Essendo opera di Cristo, cioè di Dio stesso, nessuno, nemmeno un Papa, può pensare di cambiare la dottrina, cioè la fede e la morale, i Sacramenti e la stessa Chiesa Cattolica a piacimento, neppure con le più nobili intenzioni (ad esempio per andare incontro all’uomo di oggi, adattandosi ai tempi moderni così da essere meglio accettata ed incidere di più sul sociale).

La “crisi” in atto nella Chiesa da circa 70 anni, di immani ed inaudite proporzioni, su cui abbiamo soffermato un poco la nostra attenzione nella II Parte, dovrebbe in tal senso scuotere anche l’animo più sonnecchiante e pure il Cattolico che va avanti solo per consuetudine nella sua vita cristiana, senza porsi troppi problemi, senza chiedersi se sia o meno nell’autentica fede cattolica e persino trastullandosi nella sua crassa ignoranza dei veri contenuti della fede e della morale cattolica, cioè in fondo della stessa volontà di Dio! Gli ultimi 13 anni hanno costituito poi una tale spinta in questo apocalittico processo distruttivo, pur mascherato da paroloni ecclesiali diventati quasi nuovi dogmi, che forse anche il più superficiale dei fedeli, se non è ormai anestetizzato dall’andazzo ecclesiale dominante ed è minimamente a conoscenza almeno dei primi e più rudimentali fondamenti della fede cattolica, ha sentito una scossa, ha avvertito un soprassalto, tanto da essere quasi obbligato a porsi delle domande e cercare risposte su ciò che è così essenziale per la propria stessa anima e il suo destino eterno.

Dobbiamo tenere assolutamente presente questa origine e questo fondamento “divino” della Chiesa Cattolica, se non vogliamo fare discorsi vuoti e senza senso o discussioni senza fondamento e quindi inutili.

Dobbiamo tenere assolutamente presente questo fondamento anche di fronte all’analisi, certamente sintetica e non esaustiva, che ora tenteremo di svolgere circa le diverse realtà cattoliche cosiddette “tradizionaliste”, senza lasciarci confondere dalle loro molteplici e talora gravi sfaccettature (altrimenti rimaniamo nel relativismo) o scandalizzare dalle loro stesse opposizioni (che possono offrirci il pretesto per scrollarci di dosso le problematiche poste); anche se è vero che attualmente pare assai arduo se non impossibile trovare delle risposte assolutamente certe su alcune delle questioni poste.

Quanto è accaduto ad Ecône il 1° luglio scorso ci offre la dolorosa occasione per scuoterci di dosso un eventuale torpore, come se in questi decenni non fosse appunto accaduto niente di grave nella Chiesa cattolica, e ci obbliga ad addentrarci almeno un poco nelle problematiche sollevate, perché appunto non si tratta di semplici gusti liturgici o di mere opinioni teologiche, ma di comprendere meglio quale sia l’autentica dottrina della fede, cioè in fondo la stessa volontà di Dio, condizione per la nostra salvezza.

La Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), fondata da mons. M. Lefebvre nel 1970 per far fronte alla crisi già allora emersa in modo drammatico nella Chiesa, costituisce certo la realtà “tradizionalista” più famosa, prioritaria sia per i tempi che per i numeri che la caratterizzano. Come vedremo appunto in questa Terza Parte della nostra riflessione, non è però l’unica realtà in tal senso costituitasi e strutturatasi in modo organico, anche a livello internazionale. Quello delle realtà ecclesiali cosiddette “tradizionaliste” è infatti un vasto arcipelago, le cui isole, pur avendo ovviamente molti e fondamentali punti in comune, si diversificano anche notevolmente tra loro e talora si lanciano persino frecce avvelenate le une contro le altre (ed è uno spettacolo di cui il demonio gode particolarmente, anche se non come di quello offerto dalla deriva della maggior parte dei Cattolici). È però pur vero che, in un modo o nell’altro, l’arcivescovo mons. M. Lefebvre ha costituito in tal senso, appunto già dal 1970, una voce profetica e persino il punto di riferimento originario e fondamentale da cui la maggior parte di tali realtà “tradizionaliste” ha avuto origine, anche quando si sono distaccate da lui e dalla FSSPX o sono nate senza mai essere state in diretto contatto con loro.

Prima di addentrarci a dare uno sguardo al vasto e persino sconcertante mondo cosiddetto “tradizionalista” è però necessario compiere ancora delle delucidazioni su alcune questioni di fondo che emergono dall’attuale situazione ecclesiale (oltre a quanto già detto nella Parte II sul cosiddetto “stato di necessità”), così da avere una bussola per orientarsi nell’arcipelago tradizionalista.

Sui termini “progressista” e “tradizionalista”

Dopo quanto appena sopra ricordato, dovrebbe risultare anzitutto chiaro che queste due categorie (progressista o tradizionalista) sono per sé improprie se riferite alla Chiesa Cattolica; appunto perché essa non è una realtà umana o politica ma un’istituzione divina.

Se è impensabile, anzi assurdo, che la verità muti col tempo o addirittura si contraddica (ciò che è vero oggi non lo sarebbe più domani, e viceversa), e ciò anche dal punto di vista esclusivamente razionale e quindi assolutamente valido per tutti, tanto più lo è la Verità divinamente rivelata.

In tal senso dovrebbe essere intanto evidente che tutto ciò che oggi nella Chiesa si ponesse in aperta “rottura” o contrapposizione non solo con la Sacra Scrittura ma con quanto la Chiesa Cattolica ha sempre insegnato, creduto e celebrato nel corso dei duemila anni della sua storia (e ricordiamo che per la fede cattolica, contrariamente a quella protestante, la Parola di Dio non è solo la Sacra Scrittura ma anche la Tradizione e il Magistero autentico e perenne della Chiesa), si condannerebbe da sé come non autentico, dunque falso e non da seguire.

In tal senso, cioè per la Chiesa, l’appellativo “progressista” (prima detto “liberale” poi “modernista”) è già in sé contraddittorio, se lo si intende come “rottura” col passato, cioè con ciò che appunto la Chiesa ha sempre insegnato, creduto e celebrato, e non semmai come organico sviluppo della conoscenza del dogma rivelato. E come tale è sempre stata una posizione fortemente condannata dal Magistero della Chiesa (basterebbe pensare all’Enciclica “Pascendi Dominici Gregis” di san Pio X, già altre volte citata).

Al contrario, l’appellativo “tradizionalista” sarebbe in sé inutile per un Cattolico, perché non può non esserlo, in quanto è doveroso (come obbligo divino e quindi come dovere morale) rimanere nel solco di ciò che la Chiesa ha appunto sempre insegnato, creduto e celebrato. Infatti non sarebbe necessario aggiungere tale appellativo al termine cattolico, perché in fondo sarebbe sufficiente definirsi cattolici, o autenticamente cattolici. Così infatti intendono definirsi i veri tradizionalisti, cioè coloro che sono rimasti e vogliono continuare a rimanere semplicemente “cattolici” (questo era chiarissimo anche in mons. Lefebvre, come abbiamo visto e sentito).

Sul Concilio Ecumenico Vaticano II

Perché allora negli ultimi decenni sono invece sorti non solo divisioni, ma persino potenti attriti, tra le posizioni appunto “progressiste” (non parliamo poi delle frange più oltranziste e rivoluzionarie, emerse già negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso) e quelle “tradizionaliste” (specie quelle più intransigenti, fino ad arrivare appunto anche allo scisma del 1° luglio scorso)?

Come abbiamo potuto osservare fin dall’inizio di queste considerazioni e perfino ascoltare dalla viva voce e dalla testimonianza di mons. Marcel Lefebvre [si ascolti ad esempio ancora questa omelia tenuta a Venezia il 7.04.1980 o la conferenza tenuta a Torino il 24.03.1984 (vedi o ascolta), entrambe in italiano], il motivo è perché negli anni ’60 del secolo scorso è di fatto intervenuto nella vita della Chiesa Cattolica qualcosa di decisivo, che ha costituito però “un radicale cambiamento” (come dichiararono apertamente coloro stessi che lo hanno promosso), se non perfino una rottura col suo bimillenario passato.

Così, mentre da un lato le tendenze “progressiste” infiltratesi e presenti nella Chiesa già da decenni con il Concilio Ecumenico Vaticano II sono esplose in tutta la loro virulenza e di fatto hanno sempre più prevalso nella vita della Chiesa, scivolando spesso in derive prima neppure immaginabili, d’altro lato, per opporre resistenza a tale deriva e voler lodevolmente rimanere nella fedeltà al patrimonio bimillenario, dottrinale e liturgico, della Chiesa, le realtà “tradizionaliste” hanno non solo dato testimonianza persino eroica di tale fedeltà, ma talora hanno conosciuto anche molti esasperati irrigidimenti (su cui peraltro non sono neppure tra loro tutti d’accordo, come qui vedremo).

Di fatto, è proprio sulla questione del Concilio Vaticano II e specialmente su alcuni suoi pronunciamenti che si è creata e permane la spaccatura più vistosa non solo tra “progressisti” e “tradizionalisti” (o almeno gran parte del mondo tradizionalista), ma pure tra molti Istituti tradizionalisti e la stessa massima autorità della Chiesa (il Papa), che però proprio su questo non pare voglia, addirittura a priori, ascoltare ragioni (come è emerso anche per l’attuale penosa questione del 1° luglio scorso a riguardo della Fraternità Sacerdotale San Pio X, in cui il vero ostacolo non è stato offerto tanto dalla questione delle Ordinazioni episcopali senza mandato pontificio, ma appunto dalla loro non accettazione del Concilio).

Strano quindi che proprio il Concilio Ecumenico Vaticano II, il 21° Concilio ecumenico della storia della Chiesa, che per la prima volta doveva essere non dogmatico ma “pastorale” e finalmente non concludere più, come invece tutti i 20 Concili precedenti, con delle “condanne”, pare sia diventato invece l’unico “dogma” della Chiesa, su cui è persino impossibile porre ragionevoli dubbi e quesiti, pena l’essere subito radiati dalla comunione ecclesiale.

Ricordiamo che le questioni più problematiche del Concilio Vaticano II, almeno per la maggior parte delle realtà tradizionaliste, sono date non solo dal cambiamento radicale della liturgia (abbandono e persino divieto del “Vetus Ordo” e obbligo del “Novus Ordo“), ma dalla nuova ecclesiologia (il ruolo dei sacerdoti e dei laici, la collegialità) e sul rapporto con le altre Confessioni cristiane (ecumenismo) e le altre Religioni (dialogo inter-religioso), cioè sulla “libertà religiosa”, oltre ai rapporti tra Chiesa e Stato (abbandono della “Regalità sociale di Cristo” e conversione alla “laicità” dello Stato).

Su queste questioni, che sono state non solo una novità assoluta del Concilio Vaticano II ma nel post-Concilio hanno manifestato di fatto tutto il loro potere devastante, bisognerà invece prima o poi decidersi finalmente a tornare, anche da parte della suprema autorità della Chiesa, senza arroccarsi su posizioni inaspettatamente dogmatiche o pensare di continuare ad infliggere severe condanne, senza entrare nel merito delle questioni poste, ma solo per averle poste. Sarà prima o poi necessario affrontare tale decisiva questione, anche per non procedere verso la catastrofe di ulteriori scismi, sia da un fronte (tradizionalista, come abbiamo appena visto) che dall’altro (progressista, come continua a minacciare ad esempio la Chiesa tedesca e non solo quella).

In una realtà culturale e ormai persino ecclesiale che mette in discussione tutto, anche le verità più elevate e divine, sarebbe ben strano non accettare almeno di discutere di certe fondamentali questioni, se non altro per finalmente precisarne i contenuti, senza lasciare spazio ad ambiguità ed equivoci che hanno di fatto permesso persino opposte “ermeneutiche” (cioè interpretazioni) e chiarire davvero se con certi termini si intendeva porsi in effettiva rottura col passato (anche dottrinale), il che si condannerebbe da solo come “eretico” (come andrebbero condannate certe derive di fatto eretiche che ne sono seguite), o se si trattava davvero solo di dire in modo nuovo la dottrina di sempre (come disse appunto il Papa stesso all’inizio del Concilio, indicandone le finalità).

Su questo torneremo ancora nella IV e ultima Parte.

Come ora vedremo, nell’arcipelago “tradizionalista” troviamo in proposito isole (Istituti) che dicono di accettare totalmente il Concilio (e per questo sono in piena comunione col Papa e con la Chiesa, anche se a loro è concesso di rimanere nella Liturgia preconciliare) ed altre che invece ne sottolineano l’impossibilità, viste le contraddizioni con tutto il Magistero precedente, e pertanto sono ritenute al di fuori dell’autentica comunione ecclesiale e quindi persino “scismatiche”.

Ancora un chiarimento sulla questione del Papa

Come sappiamo, e come abbiamo anche qui ricordato, non può esserci vera fede cattolica e vera appartenenza alla Chiesa Cattolica (e quindi anche la salvezza eterna), senza una reale comunione col Papa, perché così ha voluto Cristo Signore (cfr. Mt 16,18-19; Lc 22,31-32). Tale comunione non è solo formale o affettiva ma si esprime nella doverosa “obbedienza” ai suoi insegnamenti (Magistero), cioè prestandovi l’ossequio sincero dell’intelletto e della volontà; e tale obbedienza è dovuta non solo al Magistero straordinario (che implica anche l’infallibilità, come nella proclamazione dei dogmi) ma anche al Magistero ordinario (ciò che il Papa ordinariamente insegna), sia pur a gradi diversi di importanza.

Non a caso il sacerdote deve espressamente nominare chi sia il Papa regnante nella celebrazione della S. Messa e proprio nella sua parte culminante e decisiva, cioè nella Preghiera Eucaristica (nella Preghiera Eucaristica I o Canone Romano dice infatti, se è in latino, che la Chiesa è “una cum famulo tuo Papa nostro …”).

Allo stesso tempo è chiaro che la missione del Papa non può essere vissuta arbitrariamente, a piacimento, cioè secondo quello che soggettivamente pensa o preferisce colui che occupa la “Sede di Pietro” (sarebbe in tal caso un despota sacrilego, assolutamente da non obbedire), ma come Dio la vuole, cioè secondo il mandato e la parola stessa di Cristo Signore e nella piena continuità con il Magistero di tutti i suoi Predecessori (perché appunto, secondo la dottrina cattolica, anche la Tradizione e il Magistero sono Parola di Dio).

È peraltro straordinario notare che tutti i Papi della storia della Chiesa, al di là della santità o meno della loro persona, danno testimonianza, cosa umanamente impossibile, di questa continuità e fedeltà all’autentica dottrina (indefettibilità). Quando qualche storico fa osservare che ci sono stati invece, sia pur rarissimi, casi di qualche scivolamento dottrinale da parte di alcuni Papi, si dimentica che si tratta di singole questioni non particolarmente decisive, provvisoriamente abbracciate (quindi senza pertinacia), magari per pressioni ricevute dall’autorità imperiale (che allora volevano occuparsi anche di questo) o per questioni di lingua (ad esempio tra greco e latino) o perché questioni non ancora ben definite (e quindi ancora in discussione).

È quantomai significativo che il popolo di Dio chiami il successore di S. Pietro (vescovo di Roma) non solo Papa (cioè padre) ma addirittura “Vicario di Cristo” (titolo peraltro abolito da Francesco come solo storico e quindi relegandolo a roba da museo!). Dobbiamo però ricordare che Vicario di Cristo (ne fa le veci) non significa affatto identificazione con Cristo, perché il Papa non è certo Dio (sarebbe pura idolatria affermarlo) e a sua volta deve essere sottomesso a Dio e alla Sua Parola (che, ripetiamolo, non è solo la Sacra Scrittura ma anche la Tradizione e il Magistero perenne della Chiesa). Strano ad esempio aver visto, durante il pontificato di Francesco, molti cattolici ritenere il Papa un Assoluto (e la “Chiesa di Francesco” invece che di Cristo) e ancor più strano è che molti di loro, anche ad alto livello, non si facevano invece scrupolo di criticare apertamente i Papi precedenti e disobbedire al loro magistero!

Certo, come abbiamo con dolore anche qui ricordato, negli ultimi tempi (specie dal 2013) abbiamo potuto riscontrare, nel clima dei cambiamenti radicali operati dal Concilio e dal post-Concilio, dei pronunciamenti papali assai critici se non persino sconvolgenti.

Ciò potrebbe spingere, visto che non può certo essere venuta meno la “promessa” di Cristo Signore su Pietro e sui suoi successori (Papi) fino alla fine del mondo, a porre in dubbio la validità stessa dell’elezione di un Pontefice o della reale assunzione del “munus petrino” (del compito del Papa di “confermare i fratelli nella fede”) da parte dell’eletto, che quindi solo “materialmente” e in fondo “abusivamente” occuperebbe la cattedra di Pietro.

Come vedremo tra poco, tra le più spinte posizioni “tradizionaliste”, quelle che di fatto si pongono al di fuori dell’autentica comunione della Chiesa Cattolica e negano che il Papa sia tale, abbiamo anche queste: si tratta cioè di posizioni “sedevacantiste” (siamo in Sede vacante, cioè senza Papa) o “semi-sedevacantiste” (o “sede-privazioniste” o secondo la tesi detta di Cassiciacum o ancora thuretiana, secondo cui il Papa magari materialmente c’è ma di fatto non sta esercitando il ministero di Papa, quindi come se non ci fosse, e di conseguenza non essendogli dovuta alcuna obbedienza).

Per questa posizione semi-sedevacantista (tesi di Cassiciacum) alcuni Papi, come quelli post-Conciliari, potrebbero essere validamente Papi, ma solo “materialmente”, cioè lo sarebbero di fatto, nominalmente; ma dato che non starebbero esercitando di fatto il ministero di Pietro (“munus petrino”, che è appunto quello di garantire non solo l’unità della Chiesa, ma quello ancora più decisivo, secondo le parole stesse di Gesù, di “confermare i fratelli nella fede”, cfr. Lc 22,31-32) “formalmente” non sarebbero Papi.

Tale stato, che è comunque di fatto di “sede vacante” (pur essendoci materialmente il Papa), sarebbe determinato dal fatto che, o il Papa quando ha accettato l’elezione fatta dai cardinali – ricordiamo che i cardinali, secondo la prassi di questi ultimi mille anni, eleggono il Papa in Conclave, ma il “munus petrino” glielo conferisce direttamente Cristo Signore quando l’eletto accetta tale elezione – non voleva davvero esercitare tale “munus”, oppure persino quando ha smesso di fatto di esercitarlo.

Tale posizione teologica e canonica, detta appunto “Tesi di Cassiciacum“, è stata elaborata nel 1978 dal teologo domenicano mons. M. Guérard des Lauriers (1898-1988) (vedi), vicino inizialmente alla FSSPX, poi divenuto vescovo, e infine scomunicato nel 1983. Secondo tale tesi i Papi dal Concilio Vaticano II in poi (a causa dei suoi insegnamenti erronei) sarebbero solo “materialiter” (di fatto) Pontefici, ma non lo sarebbero “formaliter” (davvero), quindi non godrebbero di alcuna autorità apostolica e non potrebbero richiedere l’obbedienza dei fedeli. Di fatto la Chiesa Cattolica sarebbe dunque comunque in stato di “sede vacante” (non c’è il Papa anche se potrebbe sembrare che ci sia, perché materialmente c’è uno che siede sulla cattedra di Pietro).

La radice più drammatica e inaudita del problema, che si pone ovviamente nel campo “tradizionalista” – non certo, almeno con la stessa drammaticità, nel campo “progressista”, dove, al di là di un spesso formale ossequio, non sanno che farsene del riferimento autentico alla suprema Autorità della Chiesa, che infatti adulano solo se li conferma, e tanto più alla bimillenaria Tradizione della Chiesa – è che ne sia ora (e da quando) di tale suprema Autorità.

Una volta preso atto dell’inaudita crisi della Chiesa e della sua stessa massima Autorità (cfr. quanto sottolineato nella II Parte), le posizioni tradizionaliste potrebbero in fondo essere così riassunte:

1) Il Papa c’è ma si sbaglia. Cosa cattolicamente impossibile.

Si deve invece tener conto che, pur nella distinzione dei diversi gradi di autorevolezza nei pronunciamenti dei Papi, non è però vero che il Papa sia infallibile e vada seguito solo nella proclamazione dei dogmi (in tal caso negli ultimi 100 anni non ci sarebbe alcun Papa da obbedire, visto che l’ultimo dogma proclamato è del 1950), perché invece il fedele deve “prestare ossequio dell’intelligenza e della volontà” anche al magistero ordinario dei Papi (come segno della propria obbedienza allo stesso Cristo Signore, che ovviamente non può sbagliarsi e contraddirsi, anche nel corso dei secoli).

2) Il Papa non c’è. Saremmo cioè in “Sede vacante”.

3) Il Papa c’è ma non sta esercitando la sua missione. Quindi come se non ci fosse, almeno fin quando permane questo suo insegnamento erroneo. La cattedra di Pietro sarebbe solo materialmente occupata (Sede semi-vacante, tesi di Cassiciacum).

La posizione 1 è erronea, contraria alla parola di Gesù e al magistero di tutti i Papi della storia.

Le posizioni 2 e 3 (sedevacantista o semi-sedevacantista) pongono poi ulteriori domande: da quanto tempo? dal 1958 (morte di Pio XII)? dal 1965 (conclusione del Concilio)? Dal 28.02.2013 (ritiro di Benedetto XVI) o dal 31.12.2022 (sua morte)?

A ciò si aggiunge la domanda: per quanto tempo ancora? Visto tra l’altro che Leone XIV ha soli 70 anni ed è fisicamente in piena forma, il suo Pontificato potrebbe durare anche 20 anni (fino al 2045), per coloro che fanno partire la “sede vacante” dal 1958, essa si protrarrebbe dunque addirittura per circa un secolo? Impossibile! Inoltre: chi potrebbe poi eleggere il nuovo Papa?

Di fatto, quindi, tutte le 3 posizioni sembrano contraddire la promessa stessa di Cristo (cfr. Mt 16,15-19; Lc 22,32; Gv 21,15-19).

Un’apocalittica alternativa, anche se apparentemente contraria alla Sua stessa promessa (cfr. Mt 28,19-20), sarebbe che Cristo Signore abbia deciso, vista la ribellione degli uomini e degli stessi cristiani, di abbandonarli a se stessi (quindi di fatto nelle mani di Satana); e così la stessa Chiesa Cattolica (almeno nella sua quasi totalità). Solo Lui, nella Sua divina potenza, potrebbe poi stupire il mondo (l’umanità intera) e la Chiesa con un clamoroso ed eccezionale Suo intervento, così da provocare o una grande conversione dell’umanità o un tremendo castigo per chi vorrà ancora resistergli!

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Certo, ci potrebbero poi essere dei Papi invalidamente eletti, cioè di fatto degli Antipapi.

Non è una possibilità totalmente remota o immaginaria, visto che nella bimillenaria storia della Chiesa Cattolica ci sono stati ben circa 40 Antipapi. A dire il vero, dal punto di vista storico, ciò s’è verificato soprattutto quando ci sono state in parallelo o più o meno in contemporanea più elezioni dei Pontefici e ciascuno degli eletti pretendeva di essere il vero Papa (che invece ovviamente non poteva che essere uno).

Si pensi ad esempio al clamoroso caso di un Antipapa del sec. XV, che già portò il nome di Giovanni XXIII. Non fu nemmeno subito chiaro che fosse un Antipapa; anzi la questione si trascinò fino ad insabbiarsi nel corso di questi 5 secoli. Quando invece nel Conclave del 1958 il card. Roncalli fu eletto Papa, decidendo di prendere il nome di Giovanni XXIII, di fatto si dichiarava Antipapa quello che portava questo nome 5 secoli prima (ma non furono molti a sottolinearlo)!

Pochissimi sono invece stati i Papi che hanno rinunciato al Pontificato: in 2000 anni solo 7 (8 se contiamo Benedetto XVI). Dovrebbe quindi essere chiaro che la scelta compiuta da Benedetto XVI nel 2013 non possa essere assolutamente considerata come “normale”.

Se una Rinuncia è valida, si va in Sede vacante, cioè come se il Papa fosse morto, e si procede ad eleggere il nuovo Papa.

Come sappiamo o dovremmo sapere – visto che invece s’è cercato e tuttora si cerca di insabbiare la questione rendendola “normale”, come se ora anche i Papi andassero in pensione, tanto è questione invece esplosiva! – la Rinuncia di Benedetto XVI pone serie e gravissime questioni circa la sua validità (questioni che qui non possiamo certo riprendere). Un dato dovrebbe essere peraltro palese, anche all’osservatore più disattento: non c’erano motivi reali per giustificare tale atto (basterebbe pensare sin dove e a quali condizioni fisiche s’è protratto il pontificato di Giovanni Paolo II); nessuno dei 7 Papi rinunciatari s’è mai sognato di restare accanto al successore (in Vaticano), vestito di bianco, mantenendo il nome e firmandosi così, addirittura col titolo canonicamente inesistente di Papa “emerito”. Inoltre Benedetto XVI ha annunciato l’11.02.2013 (con una Declaratio peraltro fitta di errori, evidentemente volontari e comunque invalidanti l’atto stesso) che avrebbe rinunciato al Pontificato il 28.02.2013 alle ore 20 (una differita impossibile) e poi in tale data non c’è stato alcun Atto di Rinuncia.

Visto invece che è contemplata dal Diritto Canonico la possibilità di “Sede impedita”, cioè il Papa è impedito ad esercitare il suo ministero, la questione della Rinuncia di Benedetto XVI ha portato molti studiosi, scrittori e giornalisti (il caso più famoso è quello di Andrea Cionci, v. poi) a leggere in tal senso tale Rinuncia. Non a caso, come abbiamo ricordato nella II Parte, in un’importante intervista postuma, lo stesso Benedetto XVI parla della sua Rinuncia come evento che non accadeva da mille anni: grossolano e quindi volontario errore storico, visto che anche un ragazzino sa che la più celebre Rinuncia fu quella di Celestino V, nominata anche da Dante Alighieri; ma lì siamo invece nel 1294 e non si tratta certo di mille anni. Invece, guarda caso, esattamente 1000 anni prima (1013) ci fu il caso di un Papa (Benedetto VIII) che fu invece sia pur provvisoriamente in “Sede impedita”.

Se però la Rinuncia di Benedetto XVI (28.02.2013) fosse invalida, sarebbe ovviamente invalido il Conclave che il 13.03.2013 ha eletto Francesco. Dunque Francesco sarebbe un Antipapa, essendo ancora vivo il Predecessore. Ovviamente si aprirebbe però in tal modo una catena di atti canonicamente invalidi, compreso il conclave dello scorso anno (8.05.2025) e il Papa che è stato eletto (Leone XIV).

Tutto ciò, a ben vedere, confermerebbe quindi, almeno dalla morte di Benedetto XVI (31.12.2022), che la Chiesa si troverebbe in “sede vacante”!

A dire il vero, se così fosse, non si porrebbero neppure più le questioni teologiche (eventuali eresie e persino apostasia), semplicemente perché a pronunciarle non sarebbe stato davvero il Papa e quindi non sarebbe più in gioco l’abituale assistenza dello Spirito Santo di cui il Papa gode nel suo insegnamento e nella guida della Chiesa.

Abbiamo però osservato, e ancora vedremo sotto nell’analisi delle singole posizioni sedevacantiste o semi-sedevacantiste, che tali posizioni (sia che vengano fatte risalire al 2013 o addirittura al 1958) conducono in aporie insolubili, in vie senza uscita: la Chiesa potrebbe stare per decenni (o persino un secolo) senza Papa? e come e chi potrebbe poi eleggere un nuovo Papa?

Tra l’altro, il moltiplicarsi delle posizioni tradizionaliste di questo tipo e persino il loro essere talora in lotta tra loro, oltre ad essere una contro-testimonianza e indurre molti a non affrontare neppure le questioni, non è forse conseguenza del fatto che manca appunto un’Autorità suprema cui far riferimento e da cui attendere risposta sicura (“Roma locuta est, causa finita”)?

Però, anche le posizioni tradizionaliste (che sotto vedremo) che dicono di mantenere la piena comunione col Papa, sono poi davvero disposte a seguire tutti i suoi insegnamenti (sarebbero ad esempio disposti, come abbiamo visto nella II Parte, ad assolvere in Confessione dei concubini e darebbero loro la S. Comunione? o darebbero la Benedizione a una coppia omosessuale?).

Se poi parliamo della FSSPX (che da mons. Lefebvre in poi non ha mai voluto porsi in posizioni sedevacantiste di alcun tipo), come parlare di comunione effettiva col Papa regnante se si giunge persino a consacrare Vescovi contro la sua volontà?

Nella bimillenaria storia della Chiesa cattolica non ci sono invece mai stati Papi eretici (almeno palesemente e pervicacemente, né tanto meno su questioni fondamentali per la fede e la morale); e ciò attua la promessa di Cristo Signore a Pietro e ai suoi legittimi successori, come abbiamo sopra ricordato.

In caso si verificasse comunque una catastrofe di questo tipo, per sé appunto contraria alla stessa promessa e garanzia di Cristo Signore, tale Papa ovviamente non potrebbe essere tale o cesserebbe di esserlo, perché appunto in opposizione a Cristo Signore e all’insegnamento autorevole dei suoi Predecessori (Magistero e Tradizione).

Si potrebbe obiettare però che nessuno può giudicare un Papa o deporlo. In un certo senso è vero, proprio in quanto è l’Autorità suprema della Chiesa, non sottoposta ad alcun organismo superiore (né Cardinali, né Sinodi, né Consigli vari). Effettivamente sembra un’aporia, una via senza uscita, un supremo inganno diabolico. Una volta arrivato al soglio di Pietro allora l’eletto potrebbe fare e dire quello che vuole? Assolutamente no: sarebbe pure idolatria e identificazione del Papa con Dio stesso (contrario quindi al Primo Comandamento, fondamento di tutta la vita cristiana e della Chiesa stessa)! Oltre al dovere dei Cardinali, fino all’effusione del sangue (ecco il significato della “porpora”), di essere fedeli a Cristo e di aiutare il Papa stesso ad esserlo, in realtà c’è un’autorità superiore al Papa che lo può e lo deve giudicare: è la stessa Parola di Dio (intesa cattolicamente come Sacra Scrittura, ma anche Tradizione e Magistero dei suoi predecessori). In tal caso, tanto più se volesse continuare pervicacemente in tale posizione eretica o apostata, egli cesserebbe automaticamente di essere il Papa!

Per questo abbiamo sottolineato, se cioè fossimo davvero in questa condizione, che ci troveremmo in una situazione inedita e persino “apocalittica”, da cui in fondo solo Dio stesso potrebbe trarci e salvarci (o in modo diretto o magari anche servendosi della sapienza e forza di alcune autorità o voci profetiche della Chiesa)! Se fossimo davvero in questa condizione apocalittica, oltre alla doverosa chiarezza dottrinale, dovremmo poi intensificare più che mai pure le nostre preghiere e penitenze, affinché l’intervento risolutore di Dio stesso possa avvenire, possibilmente al più presto!

Sulla liturgia

La Liturgia è la preghiera ufficiale della Chiesa. Essa comprende i Sacramenti (‘in primis’ l’Eucaristia e quindi la S. Messa) e la Liturgia delle ore (vedi nella catechesi sulla preghiera).

Anch’essa, come del resto appunto la Chiesa stessa, è essenzialmente opera di Dio (opus Dei). Nessuno, nemmeno un sacerdote, può pensare di celebrarla a piacimento o con “creatività” come si dice oggi, sia pur con le più nobili intenzioni (pensando ad esempio di renderla più attraente e comprensibile, non parliamo poi se la riduce a spettacolo). E dato che i due millenni della vita della Chiesa ci offrono un patrimonio liturgico (e di conseguenza persino artistico) di inestimabile valore, nessuno, nemmeno un Papa, può pensare di cambiarla a piacimento o di gettare nel cestino o in un museo tale patrimonio emerso dalla fede (pietà) bimillenaria del popolo di Dio.

La Liturgia è “sorgente e culmine della vita cristiana” e della stessa vita della Chiesa.

Essenzialmente si tratta di rendere a Dio il vero culto che gli è dovuto e di conseguenza si attua anche l’opera della nostra santificazione.

Ogni religione del mondo e della storia ha un proprio culto che la caratterizza come fattore principale (non a caso i luoghi di culto rappresentano in genere anche la massima espressione artistica di un popolo), ma solo in Cristo (il Figlio di Dio, unico vero Dio fatto uomo) si realizza il vero culto a Dio (al Padre, nello Spirito Santo), che anticipa quello eterno del Paradiso, e la reale nostra santificazione (nel Sacrificio della Croce, in cui il vero Agnello di Dio offre tutto se stesso appunto come vera obbedienza e adorazione al Padre e come nostra Redenzione). E tutto ciò si realizza sommamente e principalmente nella S. Messa, dove si rinnova il vero Sacrificio del Calvario, anche se in modo incruento.

Non si tratta dunque di semplici gusti liturgici (come se uno dicesse che semplicemente preferisce la S. Messa tridentina e un altro invece dicesse che preferisce l’attuale Messa post-conciliare). Ridotta solo a questo anche la questione di ritornare o continuare a celebrare nel Vetus Ordo (appunto la S. Messa tradizionale, o tridentina, ma in fondo la S. Messa di sempre) sarebbe ancora semplicemente un estetismo, sia pur magari lodevole ma certamente insufficiente appunto per la nostra anima.

Dato che c’è un rapporto stretto e vicendevole tra lex orandi (la preghiera liturgica della Chiesa) e lex credendi (la vera fede cattolica), i riti liturgici, nei loro contenuti e nella modalità stessa con cui si manifestano, assumono essi stessi un’importanza enorme (o deleteria, se falsati o banalizzati) per la nostra fede e quindi per la nostra salvezza eterna. C’è dunque un rapporto vivo tra fede e preghiera liturgica, con un processo di reciproco sostegno: la fede alimenta una profonda partecipazione interiore alla liturgia e un’autentica liturgia genera e sostiene più che mai una vera fede. Ma a ben vedere, la priorità è data ancora dalla fede. Perché anche la più perfetta e solenne delle liturgie (anche in Vetus Ordo), senza l’autentica fede (da formare continuamente nel proprio animo, anche con idonee letture o catechesi), corre il serio rischio di ridursi ad un puro estetismo ed essere sostanzialmente vuota.

Ci sono infatti delle persone “tradizionaliste” che amano ad esempio partecipare alla celebrazione della S. Messa in Vetus Ordo (nei rari casi dove è ancora permesso), però a ben vedere la mentalità e gli stessi contenuti della fede risentono dei tempi moderni e persino delle deformazioni teologiche in atto.

Data l’importanza della liturgia nella vita della Chiesa come nella vita stessa del singolo cristiano, l’attenzione alla Liturgia ha giustamente la priorità. Priorità non significa però che sia sufficiente, come pensano molti buoni cristiani, che ritengono che essere “praticanti” significhi solo andare a Messa alla domenica, quando magari la loro mentalità è agli antipodi rispetto ai contenuti della fede e della morale cattolica; e ciò non tanto come incoerenza personale ma proprio come ignoranza dei contenuti.

Non a caso anche il Concilio Ecumenico Vaticano II, dopo i primi tentennamenti, ha voluto dedicarsi anzitutto alla liturgia ed ha dedicato ad essa il primo documento prodotto (vedi la Costituzione Sacrosanctum Concilium) [Leone XIV vi ha dedicato le ultime catechesi delle Udienze generali del mercoledì].

Per il cristiano medio e per l’opinione pubblica – già fortemente condizionata dal mondo mediatico, se pensiamo che la RAI in Italia è nata nel 1954 e quindi la gente ha cominciato a capire della Chiesa, compreso il Concilio e Giovanni XXIII, solo ciò che propinava la TV – la questione principale del Concilio venne ad essere identificata soprattutto con la Riforma liturgica, persino con quei vistosi cambiamenti (di cui peraltro invece la SC sopra menzionata non parla affatto). Chi è ormai molto anziano può ricordare infatti come sinonimo del Concilio, talora anche con sconcerto, sono stati semplicemente gli altari (e i sacerdoti) voltati verso la gente (“coram populo”) e la S. Messa in italiano; ma di queste due grandi riforme, pur aprendo varchi in questo senso o auspicando tali aperture, il Concilio in sé non parla affatto. Sorprende ad esempio sentire la Sacrosanctum Concilium incoraggiare l’uso della lingua latina (cfr. n. 36) e persino il canto gregoriano (cfr. n. 116), cose invece immediatamente abolite nella pratica post-conciliare di quasi tutte le parrocchie e così tuttora rimane.

Allo stesso modo molti pensano oggi che i “tradizionalisti” (da mons. Lefebvre in giù) siano coloro che sono semplicemente affezionati alla S. Messa in latino, quando abbiamo già ricordato che appunto la S. Messa è ancora ufficialmente in latino [abbiamo già fatto l’esempio dell’ultima celebrazione del Papa nella solennità dei Santi Pietro e Paolo, in S. Pietro, cioè il 29 giugno scorso, appunto solennemente in latino (vedi)].

Come dovrebbe invece essere noto, e qui ora ne ricordiamo la cronologia e le modalità, la questione è invece emersa con il Novus Ordo, cioè soprattutto col Messale di Paolo VI del 1970 (divenuto obbligatorio per tutta la Chiesa cattolica di rito latino, con le traduzioni nelle diverse lingue volgari o moderne).

Tutto il mondo “tradizionalista”, come ora ricorderemo anche nello specifico dei singoli gruppi e Istituti, non è legato tanto al latino [non è questa appunto la questione, visto che anche il Novus Ordo può essere celebrato in latino (vedi)] ma al cosiddetto Vetus Ordo, cioè alla liturgia e S. Messa pre-conciliare [celebrata in genere col Messale del 1962 (vedi)].

Certo, il cambiamento operato dalla Riforma liturgica post-Conciliare è stato in effetti così radicale, e persino inaudito nella storia bimillenaria della Chiesa, che oggi – sono ormai pochi coloro che anagraficamente lo possono ricordare, perché bisogna risalire a prima del 1970, ma sono invece in crescita persino i giovani che lo apprezzano con entusiasmo quando hanno la possibilità di conoscerlo e parteciparvi – avere l’opportunità di partecipare ad una celebrazione in Vetus Ordo può costituire quasi un benefico ‘choc‘ se non addirittura avere l’impressione di partecipare ad un rito di un’altra religione, tanto è forte la differenza col Novus Ordo ora celebrato.

Ebbene, tutti i gruppi o Istituti “tradizionalisti”, sia quelli in piena comunione col Papa e con la Chiesa, sia quelli di fatto separati da essa, hanno adottato il Vetus Ordo, cioè la liturgia preconciliare. Il che significa che il termine discriminante, per essere accolti o meno dalla gerarchia cattolica attuale, non è tanto la liturgia (Vetus o Novus Ordo), nonostante le severe restrizioni poste da Francesco, ma semmai appunto l’accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero di tutti i Papi recenti.

Cambia semmai, tra i diversi gruppi tradizionalisti, il giudizio sul Novus Ordo: per alcuni gruppi esso è comunque valido (e alcuni sacerdoti, in certi casi, celebrano anche in questa forma); per altri gruppi tradizionalisti esso sarebbe “illecito” (essendo frutto di una riforma conciliare non buona); per altri ancora esso sarebbe addirittura “invalido” (in tal caso la celebrazione della S. Messa e degli altri Sacramenti sarebbe addirittura nulla) e sarebbe persino peccaminoso parteciparvi.

La maggior parte dei gruppi o degli istituti che celebrano nel Vetus Ordo usano appunto il Messale del 1962, promulgato da Giovanni XXIII. Altri celebrano col Messale del 1955 (Pio XII introdusse già qualche cambiamento, specie in riferimento alla Settimana Santa) e altri ancora col Messale antecedente al 1955.

I gruppi o istituti tradizionalisti amano dire, non senza valide ragioni, che la S. Messa celebrata in Vetus Ordo è non solo la S. Messa pre-conciliare (cioè precedente alla riforma post-conciliare che ha portato al Messale di Paolo VI del 1970), ma in fondo la S. Messa “di sempre”.

In effetti, al di là di qualche piccola variazione appena sopra ricordata, il Messale Vetus Ordo è in realtà quello “tridentino”, cioè del Concilio di Trento e promulgato dal Papa san Pio V nel 1570 (tale Papa aveva peraltro impegnato anche i suoi successori a non mutare tale Messale!).

Com’è noto, il Concilio di Trento (il 19° della storia della Chiesa) doveva soprattutto far fronte alla catastrofe dottrinale ed ecclesiale, ma anche liturgica, di Lutero e della cosiddetta Riforma protestante. Quindi si doveva rispondere e comprendere meglio l’autentica dottrina cattolica, anche a riguardo della Liturgia. Lutero ad esempio aborriva il termine “Sacrificio” applicato alla S. Messa (che era solo la “cena del Signore”), che appunto il Concilio di Trento ha dovuto recuperare e sottolineare, ricordando che sull’altare si rinnova realmente, sia pur in modo incruento cioè non sanguinoso, il sacrificio del Golgota. La Riforma protestante veniva poi a nascondere e persino rifiutare la certezza della “presenza reale” di N.S. Gesù Cristo nell’Eucaristia (cosa che appunto il Concilio di Trento ha recuperato e ben spiegato col concetto di “transustanziazione”, cioè dopo la consacrazione sotto le apparenze del pane e del vino c’è realmente la sostanza che è il Corpo e Sangue di Cristo vivo). La Riforma protestante aveva poi di fatto abolito il sacerdozio, riducendo il sacerdote a “pastore” o guida della comunità e nella liturgia a “presidente dell’Assemblea”; così Trento ha dovuto recuperare e sottolineare meglio come il sacerdote nella S. Messa agisce realmente “in persona Christi”, cioè è Gesù e con Gesù si offre al Padre per la salvezza del mondo. Inoltre con la Riforma tutto l’accento, persino architettonicamente, è messo sulla Parola di Dio, sulla Liturgia della Parola, sull’omelia; mentre il Concilio di Trento ha dovuto sottolineare la centralità del Sacrificio di Cristo, cioè la sua celebrazione sull’altare (oggi si dice Liturgia Eucaristica). Dobbiamo però ammettere che tutto ciò che emerse dalla Riforma protestante, anche solo quanto ora appena ricordato, è simile, in modo impressionante, a ciò che è la S. Messa di oggi, cioè nel Novus Ordo!

Però tutte queste preoccupazioni liturgiche emerse dal Concilio di Trento e che si concretizzeranno nel Messale di S. Pio V (1570), in realtà non sono altro rispetto a ciò che si era a sua volta ereditato dalla Tradizione liturgica dei secoli precedenti, addirittura dai tempi apostolici, o almeno comunque alla sistemazione della liturgia fatta dal Papa San Gregorio Magno (morto nel 604).

Quindi non è errato parlare della liturgia e della S. Messa in Vetus Ordo, nonostante i lievi cambiamenti via via introdotti anche prima del 1970, come davvero la S. Messa “di sempre”!

La Liturgia celebrata e vissuta in Vetus Ordo comporta anche un diverso Calendario, in quanto rimasto quello pre-conciliare. Ciò a dire il vero crea oggi anche una certa e persino inutile confusione (ad esempio, certe memorie dei Santi sono celebrate in giorni differenti, magari anche di poco, rispetto all’attuale calendario liturgico; rimane poi la questione che i santi canonizzati dopo il Concilio, compreso ad esempio padre Pio da Pietrelcina, non sono ovviamente presenti).

Il Vetus Ordo fa poi obbligo ai fedeli stessi, molto più di quanto sia invece rimasto nel Novus Ordo, di assumere comportamenti più idonei alla sacralità e soprannaturalità di ciò che si sta celebrando: si pensi ad esempio all’importanza dello stesso silenzio, ma anche all’obbligo di mettersi in ginocchio in molti momenti salienti della S. Messa. Il Vetus Ordo mantiene poi, tra l’altro, l’obbligo per le donne di usare il velo, specie se fanno la Comunione (del resto ne parla lo stesso S. Paolo, cfr. 1Cor 11,6) e in certi luoghi anche la separazione tra uomini (a sinistra nella navata) e donne (a destra).

Come sappiamo e abbiamo già ricordato nella Prima Parte, se già Giovanni Paolo II aveva dato delle concessioni per celebrare in Vetus Ordo, cioè con la S. Messa tridentina, Benedetto XVI, col famoso Motu proprio Summorum Pontificum (del 7.07.2007, vedi) ha ampiamente liberalizzato, sia pur come “forma straordinaria”, l’uso del Vetus Ordo, per qualsiasi sacerdote volesse e senza particolari permessi da richiedere. Questa “liberalizzazione”, quasi ad indicare che non fosse vero il divieto di Paolo VI e che il Vetus Ordo non era mai stato davvero abolito, ha permesso a molti fedeli (non solo anziani nostalgici ma appunto anche giovani) di conoscerlo e di accedervi, anche con entusiasmo e con grande frutto spirituale. Invece Francesco, con la Lettera apostolica del 16.07.2021 Traditionis Custodes (vedi), ha di fatto abolito tale possibilità, inasprendo poi ulteriormente le restrizioni e i divieti in merito il 4.12.2021 (vedi), come poi ancora il 29.06.2022 con la Lettera Apostolica Desiderio desideravi (vedi).


Una nota sul Messale

Il Concilio Vaticano II, anche forse per superare certe impasse iniziali, ha voluto affrontare in modo prioritario, come abbiamo ricordato, la questione della Riforma liturgica, i cui fautori erano anche in questo caso al lavoro già da decenni, ma sostanzialmente tenuti ancora a bada da Pio XII (vedi l’Enciclica Mediator Dei del 20.11.1947). Quello sulla liturgia fu infatti il primo documento emerso dal Concilio, già con Paolo VI: la Costituzione Sacrosanctum Concilium, pubblicata il 4.12.1963.

Come abbiamo già sopra ricordato, nel sentire popolare alla parola Concilio si associò subito l’idea dei profondi cambiamenti operati poi proprio nella liturgia: la lingua italiana, gli altari e il sacerdote voltati verso l’assemblea (“coram populo”), fino poi a tutte le innovazioni, sperimentazioni e perfino abusi già emersi tra gli anni ’60 e ’70 e che crearono un notevole sconcerto nel popolo, che assisteva in genere allibito a tutte queste improvvise novità. A ben vedere però, come abbiamo appena ricordato, la Sacrosanctum Concilium non parla assolutamente di queste novità che comunemente si associano appunto al Concilio (abbiamo visto ad esempio che incoraggia ancora l’uso del latino e persino del canto gregoriano). Evidentemente, però, come avvenuto anche per molte altre e gravi questioni, non può non esserci un rapporto di causa-effetto tra il Concilio e tutto quanto è emerso se non esploso nel post-Concilio. Qualche finestra, fessura, apertura, dev’essere stata certamente aperta per poter operare tale “rivoluzione”. Non possono essere solo abusi (certo, la SC al n. 22.3 proibisce ad esempio al sacerdote “di sua iniziativa, di aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica”) o questioni di interpretazioni (ermeneutiche, vedi) o ancora di uno scarto tra il Concilio reale e quello conosciuto mediante i media (come pure s’è detto, vedi). Comunque, chi era chiamato a vigilare e correggere avrebbe potuto e dovuto d’autorità intervenire, anche se arduo e col ricatto ormai di possibili scismi (in un senso o nell’altro), per evitare che il treno deragliasse, talora fino all’abisso.

Al “nemico” (come disse Paolo VI già il 29.06.1972; e come sappiamo bene pure nelle nostre personali tentazioni quotidiane) bastano anche solo delle “fessure” per infiltrarsi e poi riuscire a fare danni anche enormi.

Ma veniamo alla Riforma liturgica attuata per tutta la Chiesa, con l’autorità del Papa, nel post-Concilio, e che normalmente va sotto il nome di Novus Ordo.

Non si tratta appunto semplicemente della S. Messa in lingua volgare (cioè per l’Italia in lingua italiana come per le altre nazioni nella propria lingua locale; tra l’altro in questo lavoro di traduzione, sia pur sotto la vigilanza della Santa Sede, il compito spetta alle relative Conferenze Episcopali, per l’Italia appunto alla CEI), anche perché il Novus Ordo (e relativi Messali) può tranquillamente e persino in modo privilegiato essere celebrato in latino.

Abbiamo infatti detto che è falso e riduttivo parlare delle liturgie “tradizionaliste” semplicemente come quelle in latino, come si dice invece popolarmente e mediaticamente. La questione è ben più pregnante e fondamentale, in quanto si tratta di celebrare ancora in Vetus Ordo, cioè con la liturgia pre-conciliare e in fondo come s’è sempre celebrata nei secoli.

Se la Sacrosanctum Concilium esce il 4.12.1963 e il Concilio si chiude l’8.12.1965, il lavoro dei liturgisti (paradossalmente coadiuvati persino da esperti luterani!) per giungere alla Riforma liturgica (Novus Ordo e nuovo Messale) dura circa 4 anni. Di tanto in tanto trapelava però qualche notizia e persino qualche bozza, che allarmava già non pochi Cattolici, anche Vescovi e liturgisti seri. Emergeva infatti che la Riforma liturgica post-conciliare, specie il nuovo Messale e quindi la S. Messa, pendeva inesorabilmente verso una deriva simil-protestante.

Come abbiamo sopra ricordato, l’accento non viene più messo sul Sacrificio di Cristo (operato sul Golgota ma che si rende sempre presente, anche se in modo incruento, in ogni S. Messa), realtà sacramentale ben ribadita, insieme alla presenza reale di N.S. Gesù Cristo nelle sacre specie consacrate (con la “transustanziazione”) dal Concilio di Trento, anche proprio in opposizione a Lutero, che abborriva perfino l’idea del “sacrificio” e ridusse l’Eucaristia poco più che a un simbolo (pensiamo a come ormai anche nelle chiese e nelle usuali liturgie si riceve la S. Comunione o come si adora l’Eucaristia nel tabernacolo), ma appunto sulla “Cena del Signore” (più banchetto che altare); il sacerdote che non è più colui che ha il potere spirituale, per il Sacramento dell’Ordine, di celebrare “in persona Christi” il Sacrificio dello stesso Cristo Signore, ma ridotto a “Presidente dell’Assemblea”; la preponderanza sempre maggiore assunta (anche come tempistica) dalla Liturgia della Parola rispetto alla Liturgia Eucaristica (che è invece il cuore stesso della S. Messa), tant’è vero che la questione centrale della Messa è diventata la “predica”; e tutto ciò che progressivamente in questi decenni si è introdotto nella fede e liturgia cattolica, e continua inesorabile nella sua deriva appunto protestante.

L’edizione tipica provvisoria del nuovo Messale uscì il 3.04.1969 (ma delle bozze erano già state rese note anche poco prima). Ci furono subito autorevoli ecclesiastici, persino Vescovi e Cardinali, che osservarono con stupore, preoccupazione e dolore che esso manifestava un’incomprensibile e pericolosa deriva protestante della S. Messa cattolica! I Cardinali Ottaviani e Bacci fecero pervenire immediatamente al Papa le loro serie perplessità e addolorate preoccupazioni, che si condensarono nel “Breve esame critico del Novus Ordo Missae” (vedi). Paolo VI non poteva non tenerne conto; però le cose erano ormai fatte; si limitò quindi, nella pubblicazione ufficiale del Messale, uscito l’11.05.1970, ad apporvi una Premessa chiarificatrice in tal senso. Con la I Domenica d’Avvento di quell’anno il nuovo Messale non solo entrò ufficialmente in vigore ma di fatto fu obbligatorio, rendendo quindi vietato il Vetus Ordo!

Circa la traduzione dell’edizione tipica (latina) in lingua volgare, nel nostro caso l’italiano, il compito e l’autorità (sia pur sotto la supervisione della Santa Sede) spetta appunto alle singole Conferenze Episcopali, per l’Italia alla CEI. Nel corso di questi anni, abbiamo già avuto in Italia diversi Messali, di volta in volta cambiati. Una prima edizione ufficiale del Messale in lingua italiana, come traduzione diretta dal testo originale latino, uscì nel 1973. Una seconda edizione ufficiale e aggiornata uscì nel 1983. Una terza edizione del Messale in lingua italiana (sempre ad opera della CEI) è del 2020, introdotta ufficialmente nel 2021, ed è basata sulla terza edizione tipica latina e su una nuova traduzione italiana dei testi biblici fatta e pubblicata nel 2008; ed è quello attualmente in uso in Italia. [Si ricordi che stiamo comunque parlando del Rito latino romano, perché ad esempio il Rito ambrosiano, usato nell’arcidiocesi di Milano, ha invece un proprio Messale ambrosiano, anch’esso di recente rivisto).

Si deve anche notare che, mentre nel Vetus Ordo, il libro sacro della liturgia della S. Messa è uno, nel senso che nell’antico Messale è presente anche la Parola di Dio (Epistola e Vangelo), nel Novus Ordo, i testi liturgici fondamentali per celebrare la S. Messa sono due: il Messale vero e proprio e il Lezionario. Il Messale contiene tutte le preghiere per celebrare la S. Messa. Sta quindi davanti al celebrante (su un apposito leggio o portato da un ministrante) quando è alla sede (per le parti iniziali fino alla Preghiera dei fedeli e per la parte finale con la Benedizione) ed è deposto invece sull’altare per la Liturgia eucaristica, cioè dall’Offertorio alla Comunione. Il Lezionario contiene invece la Parola di Dio da proclamare per ogni giorno dell’anno liturgico. C’è un Lezionario festivo, che contempla 3 anni (A-B-C, ciascuno con la prevalenza di un Vangelo sinottico) e c’è un Lezionario feriale, che contempla invece due anni (anno pari e anno dispari), con lo stesso Vangelo e con la Prima Lettura e Salmo diversificati appunto in due anni). Il Lezionario sta normalmente sull’ambone, da cui viene proclamata la Parola di Dio (che è bene venga proclamata dal Lettore, appunto dal Lezionario e non con foglietti volanti). L’ambone poi non dovrebbe essere usato per altro (a dire il vero neppure per l’omelia – infatti il Papa o anche un Vescovo la tiene dalla sede – e neppure per la Preghiera dei fedeli, tanto meno per dare avvisi, che devono peraltro essere dati dopo la Benedizione finale, o per dirigere un canto). Esiste pure (ma è facoltativo) un altro testo solenne, riservato alla proclamazione del Vangelo (da parte del diacono o del sacerdote) e che si chiama appunto Evangeliario; esso, all’inizio della S. Messa, può essere portato solennemente nella processione d’ingresso e posto sull’altare, fino a quando il diacono (o in sua mancanza il sacerdote) lo preleva per portarlo appunto all’ambone per la proclamazione del Vangelo, dopodiché viene di nuovo prelevato e il Papa o il Vescovo, dopo averlo baciato, può benedire con esso il popolo di Dio presente. Dopodiché normalmente viene tolto dagli arredi liturgici.

L’ultima edizione italiana (CEI) del Messale è, come già ricordato, del 2020; le precedenti edizioni sono state nel 1983 e nel 1973.

L’ultima edizione italiana (CEI) del Lezionario è del 2008 e recepisce già la nuova traduzione italiana (CEI) della Bibbia, sempre del 2008 (ma già anticipata nel 2002).

Abbiamo offerto qualche considerazione in merito, anche per le perplessità suscitate da certe nuove traduzioni o certe novità introdotte anche nel Messale, nell’Appendice della News “Bibbia e cultura” (vedi).

Nel sito, nella sezione “Un aiuto per”, ci sono anche due parti riferite alla S. Messa, una in riferimento al Rito (vedi) ed una come aiuto per ben parteciparvi (vedi), oltre ad alcune indicazioni offerte da documenti del magistero di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (vedi).

Sottolineiamo poi che nel Vetus Ordo il Messale contempla solo una Preghiera eucaristica detta Canone e che risale ai tempi più remoti della Chiesa Romana (si pensi ad esempio alla numerosa citazione dei primi Martiri); il nuovo Messale invece, pur mantenendo anche questa prima Preghiera eucaristica (detta appunto Canone Romano), ve ne ha aggiunte anche molte altre.

Quando invece ci si riferisce alla celebrazione della S. Messa in Vetus Ordo (detto anche usus antiquior, cioè l’uso più antico) normalmente ci si riferisce al Messale del 1962 (Missale Romanum promulgato da Giovanni XXIII). Esistono però, sempre nel Vetus Ordo, anche Messali precedenti al 1962 e persino al 1955, come vedremo anche a proposito dei singoli Istituti tradizionalisti.

Nel 1955 Pio XII promulgò un nuovo Messale, con innovazioni soprattutto in merito alla Settimana Santa. Qualche piccola modifica del Messale era già stata introdotta da Benedetto XV nel 1920, consentendo ad esempio già un uso limitato delle lingue moderne per la Parola di Dio proclamata nella S. Messa.

Salvo dunque piccoli cambiamenti, il Messale in Vetus Ordo del 1962 è sostanzialmente ancora quello promulgato dal santo Papa Pio V nel 1570 dopo il Concilio di Trento (e che impegnava peraltro anche i Papi suoi successori a non variarlo per alcun motivo!); per questo se ne parla ancora come di S. Messa “tridentina”. A sua volta anche la S. Messa tridentina (del 1570) risale, senza sostanziali cambiamenti, ai secoli precedenti, fino alla cosiddetta S. Messa “gregoriana”, stabilita cioè da San Gregorio Magno (Papa dal 590 al 604). Ma anche questa sostanzialmente si riferisce, nel suo nucleo fondamentale, alla liturgia ancora precedente, fino agli stessi tempi “apostolici” (o almeno al sec. III: cfr. la Traditio Apostolica). Quindi non è dunque erroneo o esagerato affermare che la S. Messa in Vetus Ordo è davvero la S. Messa “di sempre”. Purtroppo invece sarebbe arduo affermarlo, visti i sostanziali cambiamenti subiti, del Novus Ordo, cioè del Messale “di Paolo VI” (1970).

[Sulla storia del Vetus Ordo è comunque utile persino una buona sintesi offerta da Wikipedia (vedi)]

Un’ultima nota previa

Qual è la consistenza numerica dell’area cosiddetta “tradizionalista”?

Non è facile individuare statisticamente l’area occupata nella Chiesa Cattolica (che attualmente conta 1,4 miliardi di fedeli in tutto il mondo) dall’arcipelago tradizionalista.

Se contiamo solo gli aderenti ufficiali, tra laici e consacrati, agli Istituti che tra poco elencheremo, potremmo dire che si tratta solo dello 0,1% dei Cattolici.

Se contiamo invece anche coloro che la pensano in questo modo (i cosiddetti “tradizionalisti”) e almeno periodicamente partecipano alle liturgie in Vetus Ordo la percentuale oscilla attorno al 20% dei Cattolici. Certo si tratta di una minoranza, ma in continua crescita, anche tra i giovani (non si tratta infatti solo di vecchi nostalgici, come abbiamo più volte sottolineato).

Del resto, se pensiamo alla parte più convinta e propulsiva anche dell’area cosiddetta “progressista”, la percentuale è analoga, anche se fortemente alla guida della Chiesa cattolica contemporanea.

La maggior parte dei fedeli, anche dei “praticanti”, segue l’onda e si adegua, anche se talvolta a malincuore, specie laddove non può non riscontrare, anche da parte del clero (e talvolta anche dei vescovi e delle massime Autorità), delle prese di posizione se non persino stravaganze e abusi (o corse in avanti, come dicono) che lasciano scossi o almeno perplessi anche la maggior parte dei residuali Cattolici praticanti. Il resto, che non è molto addentro alle cose della Chiesa anche se si definisce cattolico, sa di queste problematiche solo ciò che viene comunicato dal “circo mediatico” e dunque in genere in modo stravolto e persino erroneo (lo abbiamo visto anche in queste settimane, circa la notizia dello scisma della FSSPX).

Del resto (come fa osservare molto bene l’autorevole studio, già citato, del prof. R. De Mattei sul Concilio, vedi) anche durante i lavori conciliari (1962-1965) lo scontro è stato già tra queste due minoranze (“tradizionalista” e “progressista”); e fu proprio questa minoranza progressista ad assumere un ruolo di guida del Concilio stesso e ad uscirne vincitrice. La maggior parte dei 2500 Padri Conciliari, cioè dei vescovi presenti, andava di fatto a rimorchio (non si vuol dire che votassero in modo inconsapevole le decisioni, ma certamente c’era la difficoltà di orientarsi e trovare magari altre risposte, complice anche il fattore della lingua).


Si tenga dunque presente quanto fin qui ricordato, anche per evitare che la confusione (e la crisi) invece di diminuire addirittura aumenti, moltiplicando più o meno arbitrariamente le posizioni, secondo un relativismo che rende ancora schiavi del “secondo me” o del “mi piace/non mi piace”, ma che ultimamente non sarebbe davvero utile per la salvezza eterna della propria anima. La domanda fondamentale da porci nella vita è sempre “cos’è vero?” “qual è la verità?”, “cos’è giusto pensare e fare?”, e non “cosa mi piace?”; tanto più appunto quando in gioco c’è la nostra stessa salvezza eterna.

Altrimenti, anche il panorama che ora verremo sommariamente a presentare sul mondo cattolico cosiddetto “tradizionalista”, invece di aiutarci a capire meglio le questioni e cercarne un’autentica soluzione, potrebbe condurci ad un’ulteriore confusione interiore o a scrollarci semplicisticamente di dosso il problema come cosa che non ci riguarda affatto e su cui potremmo perfino fare dell’ironia (non sono nemmeno d’accordo tra loro, anzi sono talora perfino in penosa lotta tra loro, dunque non me ne occupo e vado avanti sulla mia strada, vera o falsa che sia).

Le principali posizioni ed Istituti del vasto mondo cattolico detto “tradizionalista”

Offriamo dunque ora un rapido panorama (compito peraltro arduo, vista la quantità e persino il continuo evolversi delle situazioni) delle più importanti posizioni ed Istituti del vasto mondo cattolico cosiddetto “tradizionalista”; appellativo che molti di questi preferiscono non usare, visto che potrebbe apparire già come una posizione “di parte”, quando invece si tratta, come abbiamo già sottolineato, di rimanere semplicemente “cattolici”, così come la Chiesa Cattolica è sempre stata per 1950 anni!

Ancora sulla Fraternità Sacerdotale San Pio X

(vedi il sito del Distretto d’Italia della FSSPX)

Come abbiamo anche sopra sottolineato, l’arcivescovo mons. M. Lefebvre costituisce certamente, in un modo o nell’altro, il maggiore e più autorevole punto di riferimento dell’intero arcipelago tradizionalista, la voce profetica che per primo e forse più di altri ha individuato i pericoli e i danni scaturiti, secondo lui, dal Concilio Vaticano II e dal post-Concilio e che hanno progressivamente minato la vita della Chiesa Cattolica. Ma la sua non è stata solo una denuncia e neppure solo una predicazione capace di offrire luci in quel tormentato e confuso periodo ecclesiale e sociale.

Ricordiamo che anche la cultura e la società, specie dell’Europa occidentale e soprattutto a livello giovanile, furono attraversate, sempre in quegli anni ’60, da quel vasto e talora violento fenomeno di contestazione globale che è sintetizzato come il fatidico ’68 e da ciò che ne è seguito, che ha arrecato gravissimi danni non solo morali ed esistenziali ma soprattutto alle anime e alla fede cattolica di quasi un’intera generazione di giovani (vedi un nostro documento in merito).

Con la creazione, nel 1970, della Fraternità sacerdotale San Pio X (FSSPX) mons. Lefebvre ha offerto un impulso molto fecondo non solo per l’autentica formazione dei suoi sempre più numerosi seminaristi, ma anche per i suoi stessi sacerdoti e di conseguenza anche per un considerevole numero di fedeli laici, in molte nazioni del mondo.

Tuttora la FSSPX rappresenta la più grande realtà “tradizionalista” del mondo. Tant’è vero “tradizionalisti” e “lefebvriani” anche nel sentire comune sono diventati quasi sinonimi.

Come abbiamo già ricordato nella Prima Parte, la FSSPX è presente in 32 Stati e ne segue pastoralmente anche altri 33, dunque svolge un apostolato attivo in 65 nazioni. È organizzata in 14 Distretti, suddivisi in 162 Priorati [nel Distretto di Italia ci sono 4 Priorati: Albano Laziale (Roma), Montalenghe (Torino), Silea (Treviso) e Spadarolo (Rimini)]. Assicura la celebrazione della S. Messa (in Vetus Ordo) in oltre 700 cappelle. Conta 6 Seminari, con 268 Seminaristi [oltre a quello di Ecône (CH), ci sono Seminari della FSSPX anche in Francia, Germania, negli USA (Virginia), in Argentina (Buenos Aires) e in Australia]. I sacerdoti appartenenti a pieno titolo alla FSSPX sono attualmente 738. Con gli ultimi 4 vescovi ordinati il 1°.07.2026, i Vescovi appartenenti alla FSSPX sono 6. Appartengono alla FSSPX anche 186 religiose (oltre a 84 suore Oblate e 5 conventi di Carmelitane). Gli appartenenti agli Ordini religiosi maschili che seguono (anche se non ufficialmente) la FSSPX sono migliaia. Sono uniti alla FSSPX anche numerosi Ordini latini e orientali tradizionali. I fedeli laici che seguono ufficialmente la FSSPX sono nel mondo circa 600.000. La FSSPX guida anche 2 Istituti Universitari, 100 scuole e 7 Case di riposo.

La Casa generalizia della FSSPX è a Menzingen, nel Cantone svizzero di Zug. Dal 2018 il Superiore Generale della FSSPX è don Davide Pagliarani, italiano, nato nel 1970.

La posizione di mons. Lefebvre e tuttora della FSSPX è assai ostile al Concilio Ecumenico Vaticano II, soprattutto su alcuni suoi documenti e pronunciamenti – in particolare sulla collegialità, sulla libertà religiosa, sull’ecumenismo e dialogo interreligioso, e sulla laicità dello Stato in opposizione alla Regalità sociale di Cristo – punti che secondo mons. Lefebvre si pongono in modo antitetico rispetto al bimillenario patrimonio dottrinale e sociale della Chiesa Cattolica. Di conseguenza fu e rimane fortemente negativo pure il giudizio sulla Riforma liturgica che ha fatto seguito al Concilio e soprattutto sul nuovo Messale del 1970 (S. Messa di Paolo VI), mai accettato, rimanendo al rito tridentino (Vetus Ordo) nella forma del Messale del 1962 (non ci si è però mai spinti a considerare invalido il Novus Ordo).

Con tutto ciò, pur con qualche dubbio e nonostante le sofferenze se non l’ostracismo subito da parte dell’Autorità della Chiesa, mons. Lefebvre (e la FSSPX) non ha mai voluto scadere in una posizione “sedevacantista” (il Papa non c’è), neppure in quella forma mitigata che è il “sede-privazionismo”; anzi ha sempre espulso dalla FSSPX coloro che fossero in tali posizioni (v. poi). Per cui la FSSPX riconosce il Papa regnante e cerca sempre un dialogo col Romano Pontefice. Certo è abbastanza arduo sostenerlo, se poi si procede a delle Ordinazioni episcopali senza il suo mandato.

Come abbiamo accennato al termine della Prima Parte, nonostante questa posizione ufficialmente non sedevacantista, non sono mancati in mons. Lefebvre laceranti dubbi e sospetti che i Pontefici, già da Paolo VI, a causa proprio del loro Magistero e persino di certi eclatanti atti apostolici, non fossero realmente tali ma fossero loro gli scismatici! Una riprova della presenza di tale dilemma, come lo abbiamo già chiamato, nella coscienza di mons. Lefebvre fu ad esempio una celebre intervista rilasciata al quotidiano francese “Le Figaro” già il 17.06.1988 (vedi), cioè pochi giorni prima dello scisma del 30.06.1988. .

Mons. Lefebvre e la FSSPX sono comunque un punto di riferimento per l’intero mondo “tradizionalista”, anche per coloro che non vi hanno aderito o addirittura se ne sono allontanati.

Esistono infatti numerose realtà ecclesiali tradizionaliste (persino seminari, istituti religiosi e monasteri), per le quali mons. Lefebvre ha costituito e costituisce un punto di riferimento sicuro, anche quando non si sono o non si sono più sentite partecipi dell’esperienza della FSSPX. Si tratta di realtà “tradizionaliste”, anche di altissimo livello (ad esempio celebri monasteri, specie in Francia), che, pur non appartenendo alla FSSPX, si ispirano all’eredità spirituale di mons. Lefebvre, come formazione dottrinale e liturgica, celebrano in Vetus Ordo e rimangono in piena comunione col Papa e con la Chiesa cattolica.

Di alcuni di questi abbiamo parlato nella News “Francia: deserto ed oasi” (vedi) o in quella su “Giovani e monasteri” (vedi). Si pensi ad esempio al monastero benedettino (maschile) di Le Barroux [presso Avignone (vedi; qui il filmato completo con sottotitoli in italiano; qui si può pure ascoltare, in diretta o differita, il canto delle loro liturgie], o quello, sempre maschile, di Fontgombault (vedi), nella zona di Poitiers. Entrambi sono monasteri legati liturgicamente al “Vetus Ordo” e sono rigogliosi di vocazioni. Nel campo sacerdotale, si veda ad esempio l’esperienza particolarmente significativa e feconda della comunità di Saint-Martin, nata inizialmente sulla scia di mons. Lefebvre, poi ospitata in un primo tempo anche dal card. Siri a Genova, quindi sviluppatasi in Francia e altrove. Si possono anche vedere ad esempio le belle testimonianze del Seminario di Flavigny (vedi), come di quello diocesano di Bayonne (vedi).

Alcuni seminaristi e sacerdoti, dopo quella scelta scismatica del 1988 si allontanarono dal Seminario di Ecône e dalla FSSPX. Altri ne fuoriuscirono ancora prima, quando tale atteggiamento di fatto scismatico si profilava all’orizzonte.

Alcuni di questi sacerdoti in Italia si coalizzarono in diverse comunità, come l’Opus Mariae Matris Ecclesiae (OMME) (vedi). Tra questi, ad esempio, don Piero Cantoni (vedi) [cfr. in merito anche l’Associazione laicale tradizionalista Alleanza Cattolica (vedi) e la loro rivista Cristianità]. Si tratta di realtà rimaste in piena comunione col Papa e con la Chiesa Cattolica.

Altri seminaristi e sacerdoti di Ecône furono invece espulsi (o si ritirarono, non è ben chiaro) dalla FSSPX quando approdarono a posizioni “sedevacantiste” o “sede-privazioniste” (tesi di Cassiciacum). Tra questi, ad esempio, ci fu don Francesco Ricossa, che poi con altri fondò l’Istituto Mater Boni Consilii (vedi poi).


Nel corso della storia della FSSPX vi sono state alcune importanti scissioni interne di coloro che ritenevano la linea ufficiale della Fraternità troppo conciliante con Roma o, al contrario, troppo rigida.

È certo impressionante che proprio uno dei 4 Vescovi ordinati da mons. Lefebvre il 30.06.1988 (evento che provocò la prima grave rottura o scisma della FSSPX; ma si veda sempre nella Prima parte anche la questione specifica di tale Vescovo quando Benedetto XVI revocò la loro scomunica il 21.01.2009), mons. Richard Williamson (1940-2025, vedi), si sia separato o addirittura sia stato espulso dalla FSSPX nel 2012 a causa delle sue posizioni estremiste (non accettò i tentativi di accordo col Papa avvenuti in quell’anno da parte di mons. Fellay, uno degli altri vescovi consacrati nel 1988 e divenuto Superiore generale della FSSPX). Mons. Williamson diede poi vita, il 15.07.2014, ad una sua comunità detta della “Resistenza” o Unione Sacerdotale Marcel Lefebvre (USML), un Priorato per sacerdoti, religiosi e laici (vedi). Essi, pur separatisi dalla FSSPX, si sentono i veri eredi di mons. Lefebvre.

Nonostante questo rifiuto di accordi con Roma e certe sue tendenze sedevacantiste o semi-sedevacantiste, pare che mons. Williamson continuasse però sostanzialmente a riconoscere il Papa come tale: una posizione appunto di Resistenza “prudenziale”, che riconosce cioè l’esistenza del Papa come suprema autorità visibile della Chiesa Cattolica, pur non riconoscendo la validità di molti suoi insegnamenti, considerati gravemente erronei. Mons. Williamson rimase invece sempre un netto oppositore del Concilio Vaticano II, specie per quei contenuti già evidenziati da mons. Lefebvre e dalla stessa FSSPX; su questo non voleva appunto sentire parlare di accordi o compromessi con Roma; e per questo si separò appunto nel 2012 dalla FSSPX allora guidata da mons. Fellay.

Mons. Williamson fondò due Seminari, uno in Francia ed uno in Brasile, ed ebbe a disposizione nel mondo 77 Cappelle per la celebrazione della S. Messa in Vetus Ordo (messale del 1962 o precedenti). Hanno seguito mons. Williamson quasi 200 sacerdoti, tra cui molti non provenienti dalla FSSPX. Pare che lo seguissero anche alcuni Vescovi.

Anche nella USML di mons. Williamson si crearono però a loro volta due gruppi, di cui quello più piccolo diede vita negli USA al cosiddetto “Corpo mariano” della FSSPX [Fraternità Sacerdotale di San Pio X – Marian Corps (FSSPX-MC)].

Il 19.03.2015, in Brasile (Nova Friburgo), mons. R. Williamson ordinò Vescovo, ovviamente senza mandato pontificio, mons. Jean-Michel Faure. L’anno seguente (2016) mons. Faure tornò in Francia, aprì un Seminario e fondò la Società sacerdotale degli Apostoli di Gesù e Maria. Negli ultimi anni mons. Williamson ha consacrato altri 6 vescovi (vedremo poi in tal senso la questione del vescovo C. M. Viganò, che pare si sia fatto di nuovo consacrare vescovo da lui).

Mons. Richard Williamson è deceduto il 29.01.2025 (vedi).


Una nota sulla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”

Quando mons. Lefebvre procedette il 30.06.1988 alle Ordinazioni episcopali senza mandato pontificio, ponendosi nello stato di scisma e di scomunica, Giovanni Paolo II istituì pure subito (il 2.07.1988) la Pontificia commissione “Ecclesia Dei” (Pontificia Commissio Ecclesia Dei adflicta), al fine di “facilitare la piena comunione ecclesiale” dei sacerdoti, seminaristi, comunità o singoli religiosi e religiose (fino ad allora appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X), che desideravano però rimanere uniti al successore di Pietro nella Chiesa cattolica, pur conservando le loro tradizioni spirituali e liturgiche” (ED, 6a).

Il 2.07.2009 Benedetto XVI l’ha associata alla Congregazione per la Dottrina della fede, così che tale Commissione è stata presieduta dai suoi Prefetti (prima dal card. Gerhard Ludwig Müller e poi dal card. Luis Francisco Ladaria Ferrer). A seguito del Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI (7.07.2007) fu poi liberalizzata per tutti la possibilità di celebrare la S. Messa in Vetus Ordo secondo il Messale del 1962, sia pur come “forma straordinaria” del Rito latino e quindi della S. Messa (vedi).

Abbiamo già parlato di tale Commissione Ecclesia Dei a proposito delle incredibili “aperture” e concessioni offerte e attuate da Papa Francesco nei confronti della Fraternità Sacerdotale San Pio X, già nel 2014 (appunto attraverso la Ecclesia Dei), poi per l’Anno Santo della misericordia (2016) e quindi pure in seguito (vedi).

Tutto ciò è invece totalmente crollato con le pene inflitte alla FSSPX il 2 luglio scorso (2026).

La Pontificia commissione Ecclesia Dei fu soppressa da Francesco già il 17.01.2019, quando ne assegnò i compiti alla stessa Congregazione per la Dottrina della fede (sezione IV).

In conformità con il motu proprio Traditionis custodes del 16.07.2021 (vedi), i compiti della Ecclesia Dei nei riguardi degli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica da essa eretti sono poi passati di competenza alla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.

Occupiamoci ora un poco di tali Istituti (ex Ecclesia Dei), che si potrebbero definire di “tradizionalisti conservatori”. Essi sono pienamente in comunione canonica con la Chiesa Cattolica e col Papa regnante e sono riconosciuti ufficialmente dalla Santa Sede. Essi infatti, ufficialmente, riconoscono sia il Concilio Vaticano II che il Codice di Diritto Canonico del 1983, come pure il Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992 e non sono neppure pregiudizialmente avversi al Messale di Paolo VI (1970), quindi al Novus Ordo (che qualcuno di loro talora celebra, sia pur in latino). Questo però non significa che non manifestino pure serie perplessità per certi pronunciamenti magisteriali del Concilio e dei Papi post-conciliari.

Dunque, nonostante le gravi restrizioni imposte nel 2021 da Francesco con la Traditionis custodes e con ciò che ne è seguito – con cui ha di fatto abolito la libertà concessa nel 2007 da Benedetto XVI con il Summorum Pontificum di poter celebrare liberamente, seppur come forma straordinaria, in Vetus Ordo (col Messale del 1962); e in pochi anni non solo molti sacerdoti ripresero o cominciarono a celebrare la S. Messa così, sia pur per piccoli gruppi, ma con un numero crescente di fedeli, anche giovani, entusiasti e spiritualmente arricchiti da tale possibilità – questi Istituti (che ora vedremo) sono autorizzati dal Papa a seguire il Vetus Ordo e quindi a celebrare la S. Messa col Messale del 1962, persino laddove fossero titolari anche di importanti parrocchie (come il caso della chiesa e Parrocchia della SS.ma Trinità dei Pellegrini, in pieno centro storico di Roma, affidata alla Fraternità Sacerdotale S. Pietro). Per questo anche Vescovi e persino Cardinali hanno piena libertà di celebrare la S. Messa, ma anche le Cresime e persino le Ordinazioni sacerdotali, presso le chiese o cappelle di detti Istituti.

Insomma, si ha l’impressione, visti i tempi che corrono, che tali Istituti e le loro chiese o cappelle siano una sorta di “oasi protette”, dentro le quali è inspiegabilmente e ufficialmente permesso ciò che altrove è invece sostanzialmente vietato. Ci si potrebbe però allora lecitamente domandare se questa rara possibilità a loro concessa di seguire il Vetus Ordo si riduca ad una questione solo prettamente liturgica (talora si ha pure l’impressione che ci sia persino un certo compiaciuto “estetismo” in tal senso), senza però che si possa entrare nel merito delle gravi questioni dottrinali e pastorali emerse in questi decenni, specie ultimamente, e che loro stessi avvertono con malcelato disagio! Vista la loro confessata piena comunione con la Chiesa e col Papa (il che implica il dovere dell’obbedienza e quindi di dare il pieno assenso dell’intelletto e della volontà a tutti i suoi insegnamenti) ci si potrebbe allora chiedere quale sia il loro comportamento ad esempio in certe gravi e controverse situazioni, peraltro di enorme importanza per le anime e per il loro destino eterno, emerse da recenti pronunciamenti del magistero pontificio (vedi Parte II): mettiamo ad esempio che si richieda ai loro sacerdoti l’accesso alla Confessione (per essere assolti) e alla Comunione (che va ricevuta solo “in grazia di Dio”) di persone che vivono stabilmente, in genere persino pubblicamente, una vita di coppia (e relativa intimità sessuale) al di fuori del matrimonio cristiano (conviventi, concubini, divorziati da un matrimonio cristiano e riaccompagnati, persino coppie omosessuali), cosa farebbero o fanno? Seguono gli insegnamenti di Papa Francesco espressi in Amoris Laetitia o la perenne Tradizione e Magistero della Chiesa Cattolica? E se una coppia di omosessuali chiedesse loro ufficialmente una Benedizione sulla loro unione (si badi, non alle loro singole persone!), la darebbero, secondo quanto espresso dal documento Fiducia Supplicans del Dicastero per la Dottrina della fede e controfirmato dal Papa?

Come si può osservare, il problema principale non è dunque neppure l’attaccamento alla liturgia da poter celebrare in Vetus Ordo, ma il seguire concretamente, anche nella prassi pastorale, l’autentica dottrina, che è poi la vera fede in Cristo Signore, unica via di salvezza eterna!


Veniamo dunque a presentare alcune di queste comunità o Istituti cosiddetti “tradizionalisti”, che seguono infatti nella liturgia il Vetus Ordo, ma che sono in piena comunione col Papa e con la Chiesa Cattolica.

Fraternità Sacerdotale San Pietro (FSSP) (vedi) (vedi)

Tale Fraternità è nata nel 1988 da 12 sacerdoti (seguiti da 20 seminaristi) provenienti dalla FSSPX, a seguito dello scisma per le consacrazioni episcopali celebrate ad Ecône il 30.06.1988. Secondo appunto quanto stabilito e permesso dalla Commissione Ecclesia Dei, essi furono accolti nella piena comunione ecclesiale, pur potendo continuare ad essere liturgicamente legati al Vetus Ordo e a celebrare col Messale del 1962 (pur riconoscendo la validità del Novus Ordo). La FSSP afferma di accettare il Concilio Vaticano II e il magistero dei Papi ad esso seguiti, con cui sono in piena comunione. Attualmente la Fraternità conta ben 400 sacerdoti. Non hanno Vescovi propri, anche perché non ne hanno bisogno: per le celebrazioni delle Cresime e delle loro Ordinazioni sacerdotali possono infatti fruire regolarmente del ministero del Vescovo locale (della diocesi in cui sono inseriti) o di altri vescovi e cardinali. Hanno 2 seminari: 1 in Germania ed 1 negli USA. Sono responsabili di 255 chiese o cappelle dove appunto celebrano in Vetus Ordo; alcune di esse sono Rettorie o vere e proprie Parrocchie. Famosa, ad esempio, come abbiamo appena ricordato, è la chiesa e Parrocchia della SS.ma Trinità dei Pellegrini, in pieno centro storico di Roma, nella zona di Campo de’ Fiori (vedi).

Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote (ICRSS) (vedi) (vedi)

L’Istituto nacque da mons. J. Wach nel 1990 ed è in piena comunione con la Chiesa Cattolica e col Papa, pur seguendo la liturgia in Vetus Ordo (col Messale del 1962, anche se qualcuno privatamente anche col Messale precedente il 1955), anche se riconoscono “validità” pure al Messale del 1970 (Novus Ordo). Affermano di accettare pienamente anche il Concilio Vaticano II e il magistero dei Papi seguenti. Appartengono all’Istituto circa 150 sacerdoti. Famoso è il loro Seminario di Gricigliano (a nord di Firenze) (vedi), che pur è di lingua francese, impeccabile per l’esattezza e solennità delle sue liturgie, paramenti, riti. Vi si recano spesso anche cardinali e vescovi importanti. Tra l’altro l’ICRSS non ha un vescovo proprio, perché non ne hanno bisogno (per le Cresime o le Ordinazioni sacerdotali godono appunto della presenza di qualche vescovo o cardinale). Nel mondo hanno circa 80 chiese o cappelle (anche parrocchie) dove celebrano regolarmente la S. Messa appunto in Vetus Ordo.

L’impeccabile, dal punto di vista liturgico, Seminario di Gricigliano ci offre però l’occasione di compiere una breve ma importante sottolineatura, su un punto che abbiamo già sopra evidenziato. Infatti ci si potrebbe domandare se la questione principale oggi sia solo un’encomiabile sequela del Vetus Ordo, qui seguito con solenne scrupolosità, o se non si debba fare ancor più attenzione, senza accomodamenti per poter essere accolti nella Chiesa e non sanzionati, alle questioni dottrinali. Se è vero infatti, come abbiamo già ricordato, che “lex orandi, lex credendi”, e quindi una santa liturgia ben celebrata è già in sé non solo fonte di santificazione ma anche di catechesi (comprensione autentica della fede), è pur vero che l’elemento dottrinale, cioè la vera fede nel perenne solco della Tradizione cattolica, è ancor più decisivo. Del resto ci porta in questa problematica anche la stessa drammatica questione vissuta dalla FSSPX, come abbiamo visto anche il 1° luglio scorso: il problema infatti non è la celebrazione della Liturgia in Vetus Ordo, che sarebbe stata concessa (come già avveniva) anche alla FSSPX, come è tuttora concessa in questa sorta di “oasi protette”; ma la questione è quella di rimanere nell’autentica dottrina. Dunque, anche per la FSSPX, come per l’intera Chiesa, la questione principale non è tanto quella della liturgia, pur importante e persino decisiva, quanto quella della dottrina, cioè della fede!

Godendo di questo riconoscimento da parte dell’autorità ecclesiastica e della conseguente piena comunione con la Chiesa e col Papa regnante, a Gricigliano si reca con gioia e con la massima pomposità dei paramenti liturgici tradizionali (compresa la “cappa magna” vedi) sia il card. Raymond Burke (che pur per due volte ha avuto il coraggio, come pochi, di porre a Francesco dei decisivi “Dubia” su alcuni suoi documenti, come abbiamo ricordato nella II Parte), sia il card. Matteo Zuppi (vedi), Arcivescovo di Bologna e Presidente della CEI, che non fa certo parte dell’area tradizionalista.

Istituto del Buon Pastore (IBP) (vedi)

L’Istituto nacque dal padre Philippe Laguérie (tuttora Superiore Generale) e da altri 4 sacerdoti provenienti (o espulsi) dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X di mons. Lefebvre. Attualmente sono circa 60 sacerdoti. Pur con qualche riserva, accettano il Concilio Vaticano II, il magistero dei Papi ad esso seguenti, compresa la Riforma liturgica (Messale del 1970). Dal 2006 sono tornati in piena comunione con la Chiesa cattolica e col Papa. Hanno il permesso di rimanere e celebrare la liturgia in Vetus Ordo (col Messale del 1962, qualcuno privatamente anche col Messale precedente il 1955). Hanno un Seminario in Francia (a Chartres). Non hanno un vescovo proprio, ma non ne hanno bisogno, perché, essendo in piena comunione con la Chiesa, per le Cresime e le Ordinazioni sacerdotali usufruiscono del ministero di qualche vescovo che li assiste o li visita.

A tali Istituti, pienamente rientrati nella comunione ecclesiale per i permessi (privilegi) liturgici a loro concessi già dalla Commissione Ecclesia Dei, aggiungiamo pure le seguenti due realtà tradizionaliste cattoliche.

Fraternità San Vincenzo Ferrer (F.S.V.F.) (vedi)

Fu fondata nel 1979 da Louis-Marie de Blignières e altri religiosi di ispirazione domenicana, rompendo la loro comunione con la Sede apostolica per incompatibilità con le riforme del Concilio Vaticano II. Dal 1986 hanno però voluto fare un percorso di ritorno nella piena comunione ecclesiale, attuatasi nel 1988 (in base appunto a quanto stabilito dalla Commissione Ecclesia Dei). Beneficiando di liberali donazioni di fedeli, hanno edificato pure un nuovo convento e centro spirituale a Chémeré-le-Roi, nella diocesi di Laval (Francia nord-occidentale), che è tuttora la loro sede. Attualmente (dati 2020) conta 20 religiosi, di cui 13 sacerdoti.

Unione Sacerdotale San Giovanni Maria Vianney (vedi)

Si tratta di un caso unico al mondo; come unico è stato il caso della diocesi di Campos, in Brasile, dove il Vescovo, mons. Antônio de Castro Mayer, fin quando è stato alla guida della Diocesi (1981), l’ha mantenuta non solo nella piena dottrina ma pure nel Vetus Ordo, cioè con la celebrazione della S. Messa col Messale del 1962 in tutte le sue Parrocchie. Il che dimostra che, al di là delle Conferenze episcopali, dei Sinodi e di tutte le strutture comunitarie scaturite nel post-Concilio, un Vescovo nella propria diocesi, in quanto successore degli Apostoli e in comunione col Papa, ha comunque la piena autorità di governo e la possibilità di fare scelte anche controcorrente!

Come abbiamo già altrove ricordato, mons. Antônio de Castro Mayer (1904-1991) già durante i lavori conciliari fu molto vicino e affine a mons. Marcel Lefebvre e partecipò con lui, insieme ad altri vescovi e cardinali, a quel Coetus Internationalis Patrum che durante il Concilio stesso cercò di opporre resistenza alle forze progressiste che stavano prendendo in mano la guida della Chiesa. Fu proprio mons. De Castro Mayer che mons. Lefebvre volle come con-consacrante nelle Ordinazioni episcopali di Ecône del 30.06.1988, quando era già vescovo emerito di Campos e 84 anni d’età, incorrendo però così anch’egli nella scomunica.

Quando nel 1981, per raggiunti limiti di età, mons. de Castro Mayer dovette lasciare la diocesi di Campos, non sapendo se il suo successore avrebbe garantito l’autentica formazione sacerdotale, dottrinale e liturgica, e perché si potesse comunque continuare a celebrare la liturgia nel Vetus Ordo, costituì appunto l’Unione Sacerdotale San Giovanni Maria Vianney, che venne riconosciuta dalla Chiesa. Anche quando mons. de Castro Mayer incorse nella scomunica per aver partecipato appunto alle Ordinazioni episcopali del 30.06.1988 delle FSSPX di mons. Lefebvre, mediante le opportunità offerte dalla Commissione “Ecclesia Dei” poté pian piano riportare tale sua Opera nell’ambito pieno della Chiesa Cattolica e continuare ad esserne il Vescovo guida. Così alla sua morte (1991, stesso anno di mons. Lefebvre) ne è stato nominato vescovo mons. Licínio Rangel (a sua volta ordinato vescovo da uno dei 4 vescovi consacrati nel 1988 da mons. Lefebvre). Il 25.12.2001 Giovanni Paolo II l’ha eccezionalmente eretta come Amministrazione apostolica personale San Giovanni Maria Vianney, “immediatamente soggetta alla Santa Sede, con giurisdizione personale, cumulativa con quella del vescovo di Campos e coincidente con il medesimo territorio, concedendo l’uso del Rito Romano e della disciplina liturgica codificati da San Pio V, con gli adattamenti introdotti dai suoi Successori fino al Beato Giovanni XXIII”, cioè il Messale del 1962; con ciò, il Vescovo (mons. Licinio Rangel) dal 18.01.2002 assume pienamente il governo dell’Amministrazione apostolica, la quale torna in piena comunione col Papa e con la Chiesa Cattolica (vedi il Comunicato della Sala Stampa vaticana). Tale opera, coincidente come territorio con la diocesi di Campos (Brasile) ma resa appunto autonoma e con un proprio vescovo, contava allora 29.957 fedeli.

La Commissione Ecclesia Dei si occupò, sostenendole, anche delle seguenti istituzioni ecclesiastiche sempre del mondo “tradizionalista”.

Canonici regolari della Madre di Dio (vedi)

Nuovo e promettente Istituto religioso maschile di diritto pontificio, secondo la Regola dei canonici di S. Agostino, approvato dalla Santa Sede nel 2002, dal 2004 ha la casa-madre nella rinata abbazia francese di Lagrasse (diocesi di Carcassonne) (vedi). Celebrano in Vetus Ordo (Messale del 1962). Già nel 2015 contava 32 religiosi, dei quali 17 sono anche sacerdoti.

A tale Ordine è associato il ramo femminile delle Canonichesse Regolari della Madre di Dio (vedi), del monastero Mater Dei ad Azille (vedi), sempre nella zona di Carcassonne (F); e nel 2015 contava già 14 religiose.

Congregazione dei Servi di Gesù e Maria (SIM) (vedi)

Istituto religioso maschile di diritto pontificio, fondato nel 1988 (riconosciuto nel 1994) da un ex-gesuita (Andreas Hönisch) con guide scout austro-tedesche da lui fondate nel 1976. I primi sacerdoti provengono invece dalla Fraternità San Pietro. Seguono il Messale del 1962 (ma accettano anche il Novus Ordo del 1970). Nel 2020 contava già 3 case e 52 religiosi, 34 dei quali sacerdoti. Svolge il suo apostolato in Austria, Belgio, Francia, Germania, Kazakistan e Italia.

Oasi di Gesù Sacerdote (Istituto femminile, vedi)

Quello delle Oasis de Jesús Sacerdote (dette anche suore “Oasiste”) è un Istituto religioso femminile di diritto pontificio, di totale clausura, fondato a Barcellona da un sacerdote e approvato dall’Arcivescovo il 26.05.1965. Benedetto XVI approvò le loro costituzioni il 29.06.2007 e pose il loro istituto alle dipendenze della Pontificia commissione “Ecclesia Dei”. Nel 2013 fondarono anche un altro monastero ad Espiel presso Cordova. Celebrano in Vetus Ordo. Nel 2015 nelle due case si contavano già 24 religiose.

Madri della Santa Croce (MHC) (vedi)

La congregazione fu fondata nel 1976 in Tanzania. Nel 1991 la Commissione “Ecclesia Dei” ha eretto la congregazione in Istituto religioso di diritto pontificio. Seguono il Vetus Ordo.

La sede generalizia è a Singida, in Tanzania. Alla fine del 2015 l’istituto contava 91 religiose in 5 case.

Un caso particolare, doloroso ed emblematico

Frati Francescani dell’Immacolata

(Congregatio Fratrum Franciscanorum Immaculatae) (FI) (vedi) (vedi)

Si tratta appunto di un caso molto particolare, legato al mondo “tradizionalista” e assai fecondo di vocazioni, che forse alcuni già conoscono in quanto se n’è fatto spesso menzione, in quanto subito nei primi anni del pontificato di Francesco è stato prima “commissariato” e poi ha rischiato perfino l’estinzione. Oggi invece pare che le difficoltà si siano un poco risolte e abbia ripreso vita.

Tale Congregazione o Istituto trae le sue origini, come allude lo stesso nome, dal francescanesimo, in particolare dall’Ordine dei Frati Minori Conventuali. Negli immediati anni del post-Concilio, uno di tali frati, p. Stefano Maria Manelli, riflettendo sulle Fonti francescane (vedi; leggi interamente in pdf) e sugli scritti di san Massimiliano Maria Kolbe, il 24.12.1969 chiede al suo Superiore generale di avviare una nuova esperienza di vita francescana, caratterizzata da un particolare attaccamento all’Immacolata (sarà il 4° voto di tale Istituto). Stilatone il programma («Traccia mariana di vita francescana»), col permesso appunto del Superiore, il 2.08.1970 p. Manelli, insieme al confratello p. Gabriele Maria Pellettieri, dà vita a Frigento (AV) alla prima casa dell’Istituto. Giungono subito le prime vocazioni, così che in quel luogo già nel 1971 si inaugura il Noviziato e nel 1976 lo Studentato. Il 23.06.1990, l’arcivescovo di Benevento lo riconosce come Istituto di Diritto diocesano, mentre conta già 30 frati. Immediatamente e continuamente cresce il numero di tali Frati, non solo in Italia ma nel mondo intero. Il 1°.01.1998 ebbe poi il riconoscimento pontificio.

Un punto critico si manifesta però già nel 2007, quando, uscito il Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI, che liberalizzava l’uso del Messale del 1962 (Vetus Ordo), sia pur come “forma straordinaria” della liturgia, il fondatore e guida mondiale dei Francescani dell’Immacolata (p. Manelli) decise di far abbracciare il Vetus Ordo , vistone la fecondità spirituale, dall’intero Istituto. Nel 2010 alcuni suoi membri si ribellarono però a tale scelta e fecero addirittura ricorso alla “Congregazione per gli istituti di vita consacrata e per le società di vita apostolica”. A dire il vero non è ben chiara l’origine di tale attrito, visto che in contemporanea sono pure partiti attacchi “giudiziari” nei confronti di p. Manelli, sia per questioni economiche (trasferimenti illeciti di grandi fondi) che morali (sottomissione psicologica e persino sessuale di figli spirituali). Se ne occupò nel 2015-2016 il Tribunale di Avellino, che però, dopo un anno di indagini, dichiarò nulle e archiviate tali accuse. Nel frattempo, Francesco, appena eletto Papa, l’11.07.2013 ordina una Visita Apostolica ai Francescani dell’Immacolata (da parte della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e per le società di vita apostolica) e decide di conseguenza il commissariamento dell’Istituto. Con sospetta rapidità il Commissario apostolico (p. Fidenzio Volpi), il 27.11.2013 sospende tutte le attività di tutti i Cenacoli della Missione dell’Immacolata Mediatrice (associazione di laici legati ai Frati francescani dell’Immacolata). Al di là di tutte le vicende accennate è però abbastanza evidente che, per un Istituto così fecondo di vocazioni e già con grande seguito anche tra i fedeli laici, la questione principale riguarda il riferimento dell’Istituto al mondo della tradizione e al Vetus Ordo, che viene loro totalmente vietato, nonostante che la stragrande maggioranza dei frati avesse richiesto di poter celebrare secondo il Messale del 1962.

Persino l’anziano card. Castrillón Hoyos, presidente emerito della Pontificia commissione “Ecclesia Dei”, a conforto di p. Manelli e dell’Intero Istituto, ha fatto loro intendere che si trattava di un provvedimento provvisorio della Santa Sede. Il Commissario apostolico (p. Fidenzio Volpi) morì il 7.11.2015, dopo un’emorragia cerebrale. Papa Francesco nominò allora come nuovi Commissari padre Sabino Ardito (salesiano), p. Gianfranco Ghirlanda (importante gesuita poi creato cardinale) e p. Carlo Calloni (cappuccino).

In conseguenza di tale Commissariamento e pure per un non ben chiaro modo di intendere la stessa “obbedienza” al Papa, i Francescani dell’Immacolata hanno seriamente rischiato in quegli anni (2013-2022) di estinguersi, nonostante fossero ormai assai numerosi e sparsi in tutto il mondo.

Una conciliazione in grado di rimettere in moto la feconda realtà dei Francescani dell’Immacolata pare invece sia stata raggiunta nel 2022. Padre Stefano Maria Manelli lasciò la guida dell’Istituto (nel settembre 2025 abbandonò addirittura lo stesso Istituto da lui fondato) e il 13.05.2022 venne nominato il nuovo Superiore Generale (p. Immacolato Acquali). Abbandonata di fatto l’idea di seguire la liturgia del Vetus Ordo e promessa “obbedienza al nuovo corso ecclesiale indicato da Papa Francesco” (!) pare che per loro le porte della Chiesa cattolica si siano finalmente riaperte. Infatti, nello stesso anno (2022), terminò pure il commissariamento dell’Istituto.

[Il 18.09.2025 una nutrita delegazione dei Frati Francescani dell’Immacolata è stata ricevuta in udienza in Vaticano da Leone XIV]

Ecco alcuni dati del loro sviluppo, specie antecedente al 2013: al 31.12.2009 l’Istituto contava 53 case e 350 membri, con 119 sacerdoti; al 31.12.2010 i frati erano 352 in tutto il mondo con quasi 200 sacerdoti in 55 case religiose (24 in Italia, 5 nel resto d’Europa, 6 nelle Filippine, 1 in Kazakistan, 5 negli USA, 2 in Brasile, 2 in Argentina, 2 in Australia, 2 in Benin, 2 in Nigeria, 1 in Camerun, 1 in Ciad). Dopo il “terremoto” del 2013, al 31.12.2019 i frati risultano comunque in tutto il mondo 288, di cui 126 sacerdoti, in 43 case.

Esiste pure il ramo femminile di tale realtà (Suore Francescane dell’Immacolata), riconosciute anch’esse nel 1998. L’Istituto conta ora 350 suore ed è presente nei 5 continenti con circa 47 case.

Recentemente hanno istituito pure una realtà di vita religiosa puramente contemplativa presso dei monasteri chiamati “Colombai dell’Immacolata” (2 sono in Italia, 1 in Inghilterra e 1 nelle Filippine).

Il 29.07.2006 c’è stata poi l’aggregazione canonica delle Clarisse dell’Immacolata, un nuovo ramo dell’Ordine di santa Chiara, che segue la regola originaria. È stato fondato da Madre Maria Pia Miari e conta già (in Italia) 4 monasteri e oltre 40 monache.

Esiste infine, per i fedeli laici che seguono comunque tale carisma, la Missione dell’Immacolata Mediatrice (MIM), già riconosciuta dal vescovo di Benevento nel 1991 e poi ancora nel 1997 e infine nel 1998 dallo stesso decreto di erezione pontificia dei Francescani dell’Immacolata. Tali fedeli, secondo diversi gradi di consacrazione all’Immacolata, svolgono anche un intenso apostolato, secondo il proprio stato di vita. Sono diverse migliaia nel mondo e si radunano in cenacoli, presenti presso le case mariane dei Francescani dell’Immacolata o almeno da essi guidate.

Un piccolo ma doloroso caso italiano …

Vogliamo però qui menzionare pure un piccolissimo ma significativo caso italiano, doloroso quanto paradigmatico dell’ostracismo a cui sono spesso condannate le realtà ecclesiali “tradizionaliste”, persino quelle che mantengono e professano la loro fedeltà al Papa, pur con ragionevoli critiche a certi insegnamenti pontifici e conciliari. Si tratta della Fraternità Familia Christi (FFC).

È solo una piccolissima Fraternità sacerdotale, formata da soli 4 sacerdoti, fondata da uno di loro (don Riccardo Petroni) nel 2016, nell’ambito degli spazi aperti e permessi dalla Commissione Ecclesia Dei a certe realtà ecclesiali tradizionaliste. Sono stati accolti nella diocesi di Ferrara-Comacchio dall’allora Arcivescovo mons. Luigi Negri e poi riconosciuti come “Società di vita apostolica”. Quando però nel 2017 in diocesi è subentrato il nuovo arcivescovo (Giancarlo Perego) la Familia Christi ha immediatamente sperimentato una dolorosa Via Crucis che ha raggiunto il suo apice con la soppressione della Fraternità stessa nel 2018, dopo visite e commissariamenti vari da parte della S. Sede. L’accusa principale è, come sempre, che essa non accetta il Concilio Vaticano II. Per i 4 sacerdoti la pena è aggravata, se volessero regolarizzare la loro situazione e tornare ad esercitare il proprio ministero sacerdotale, dall’imposizione di un penoso e rigoroso “percorso di rieducazione”, fatto da ciascuno in una diocesi diversa dall’altra (una sorta di isolamento) e se i relativi vescovi diocesani li accolgono.

A questo punto interviene però a salvarli l’arcivescovo Carlo Maria Viganò (v. poi), già in stato di progressiva rottura con la Santa Sede, che offre loro, la propria protezione, un sostegno economico e degli spazi idonei (a Viterbo). Lì hanno potuto persino fondare un proprio Seminario, che conta già 4 seminaristi, e un nuovo Istituto di suore (sono 4), oltre a divenire un punto di riferimento anche per molti laici. Non accettano certi insegnamenti del Concilio (come dei Papi post-conciliari) e la Riforma liturgica che ne è seguita, continuando a celebrare col Messale del 1962.

Nonostante non siano assolutamente nati in opposizione al Papa (altrimenti mons. L. Negri, che era persona seria e teologicamente assai preparata, non li avrebbe mai accolti e incoraggiati); ma ora di fatto, anche per la protezione del vescovo mons. Viganò (già scomunicato, come vedremo), potrebbero essere allora annoverati tra i gruppi “sedevacantisti”.


Allarghiamo ora ulteriormente il nostro sguardo sull’arcipelago “tradizionalista”, anche su quegli istituti o realtà che non sono in piena comunione col Papa e con la Chiesa

Come abbiamo sopra accennato, tra coloro che fuoriuscirono o furono espulsi dal Seminario di Ecône e dalla FSSPX, a causa delle loro posizioni tendenzialmente sedevacantiste, cui mons. Lefebvre non voleva allora assolutamente approdare, nonostante i suoi dissidi con Roma, ci furono coloro che poi fondarono l’Istituto Mater Boni Consilii (vedi; vedi) ed approdarono alla posizione cosiddetta “sede-privazionista”, secondo la “Tesi di Cassiciacum” elaborata da Guérard des Lauriers e che abbiamo sopra descritto (il Papa, anche se materialmente ci può essere, non starebbe però esercitando il suo ministero petrino, a motivo anche del suo insegnamento e delle dottrine professate, e dunque formalmente non c’è e non va obbedito).

L’Istituto Mater Boni Consilii (IMBC) è stato fondato nel 1985 da 4 sacerdoti italiani che uscirono dalla FSSPX: don Francesco Ricossa (che ne è l’attuale Superiore generale), don Giuseppe Murro, don Franco Munari (che poi uscì dall’IMBC, ritiratosi in solitudine e poi però nominato vescovo) e don Curzio Nitoglia (poi uscito dall’IMBC, ancora attivo sul web). L’Istituto conta oggi 10 sacerdoti; ha ufficialmente pure un vescovo (Geert Stuyer, belga), un Seminario (a Verruia di Savoia, TO). La S. Messa viene celebrata, ovviamente in Vetus Ordo, col Messale precedente al 1955. Il Novus Ordo (1970) sarebbe per loro illecito e forse persino invalido. Attualmente celebrano in 32 Cappelle (a Roma nell’Oratorio San Gregorio VII). L’IMBC rifiuta radicalmente il Concilio Vaticano II e il magistero di tutti i Pontefici dal 1958.

A proposito di chi ha abbracciato la posizione sede-privazionista o “tesi di Cassiciacum” (il Papa c’è ma non sta esercitando il proprio ministero di Papa), ecco altri due Istituti.

Negli USA esiste l’Institutum Catholicum Romanum (ICR) (vedi)

È stato fondato nel 1993 da mons. Donald Sanborn (statunitense, del 1950), uscendo dalla FSSPX, dopo avere abbracciato la posizione semi-sedevacantista (tesi di Cassiciacum). Mons. Sanborn è vescovo; ma l’Istituto gode anche di altri due vescovi: Joseph Selway e German Fliess. Esso si oppone radicalmente al Concilio Vaticano II e al Novus Ordo (Messale del 1970), considerato addirittura invalido. L’Istituto, che possiede un Seminario in Pennsylvania (USA), è seguito da 15 sacerdoti che celebrano la S. Messa in 25 cappelle, alcune delle quali sono anche in Europa, col Messale tridentino precedente al 1955.

C’è poi il recentissimo (luglio 2026) ed emblematico caso della Congregation of the Sons of the Most Holy Redeemer (Filii Sanctissimi Redemptoris, Figli del Santissimo Redentore, detti anche The Sons and The Transalpine Redemptorists) (FSSR) (vedi). Inizialmente partecipi della Congregazione del SS.mo Redentore (Redentoristi), fondata nel 1732 da S. Alfonso M. de’ Liguori, nel 1988, sotto la guida di don Michael Mary Sim, se ne distaccarono come ala tradizionalista per entrare nella FSSPX di mons. Lefebvre (da cui l’appellativo di “Redentoristi Transalpini”). Durante il pontificato di Benedetto XVI, specialmente a seguito della Summorum Pontificum del 2007, e approfittando di quanto concedeva la Commissione Ecclesia Dei, vollero lasciare la FSSPX per rientrare nella piena comunione con Roma. La ottennero già nel 2008; nel 2012 vennero riconosciuti come Istituto clericale di diritto diocesano (nella diocesi di Christchurch in Nuova Zelanda). A fronte però del magistero di Papa Francesco (in particolare di Amoris Laetitia, Traditionis Custodes e Fiducia supplicans) e ora pure della “Chiesa sinodale”, sono ultimamente pervenuti alla consapevolezza che non sia ormai più possibile essere in comunione con l’attuale Chiesa e gerarchia cattolica, e sono approdati alla posizione “sede-privazionista” (tesi di Cassiciacum). Sono stati così espulsi dalla diocesi neozelandese che li aveva accolti.

Si tratta di circa 20 sacerdoti, con due soli monasteri: a Papa Stronsay nelle Isole Orcadi in Scozia e a Christchurch in Nuova Zelanda.

Nel luglio 2024, a seguito di denunce di presunti abusi spirituali e psicologici (pure esorcismi) anche su minori, la diocesi di Christchurch ha revocato l’autorizzazione sacerdotale all’ordine e ne ha chiesto l’allontanamento dalla diocesi. L’ordine è ricorso in appello contro la decisione della diocesi, ma il ricorso è stato respinto dalla Santa Sede nell’estate del 2025.

Nell’ottobre del 2025, a seguito del loro capitolo generale, hanno diffuso una comunicazione nella quale sostengono che la vera fede cattolica è ormai diventata incompatibile con l’attuale Chiesa cattolica.

Con una recentissima (2.05.2026) Dichiarazione (“The Dogma to Steer By”, «Il dogma come guida»), si costituiscono pubblicamente come Istituto autonomo (appunto la Congregation of the most Holy Redeemer) non riconoscendo più la “legittimità” dei Pontefici da Paolo VI in poi.

Il 25.07.2026 il loro fondatore (Michael Mary Sim) è stato consacrato Vescovo, senza mandato pontificio, dal vescovo sedevacantista canadese Pierre Roy (co-consacranti i vescovi Rodrigo Ribeiro da Silva e Fernando Altamira); dopodiché sono stati immediatamente dichiarati “scomunicati” (leggi). Dunque: un secondo “scisma”, in un solo mese!


Abbiamo infine Istituti “tradizionalisti” approdati a posizioni radicalmente “sedevacantiste”, secondo i quali cioè la Chiesa Cattolica è attualmente proprio senza il Papa (come è sede-vacante la Sede di Pietro nei giorni che vanno dalla morte o rinuncia del Papa precedente fino all’elezione del successore). Semmai ci sono divergenze (visto comunque che il problema è sempre il Concilio Vaticano II e ciò che ne seguì e tuttora avviene) da quando è iniziata tale Sede vacante: se dal 1958 (elezione di Giovanni XXIII), dal 1963 (elezione di Paolo VI) o dall’8.12.1965 (conclusione del Concilio) oppure dal 28.02.2013 (Rinuncia di Benedetto XVI) o 31.12.2022 (sua morte)? Rimangono comunque certamente invalidi il Conclave del 2013 (che ha eletto Francesco il 13.03.2013) e di conseguenza quello del 2025 (che ha eletto Leone XIV l’8.05.2025).

Tra questi, abbiamo ad esempio la Congregazione di Maria Regina Immacolata (CRMI) (vedi), fondata già nel 1967 (quindi 3 anni prima della FSSPX) ma con varie rimodulazioni fino al 1989. Rifiuta radicalmente il Concilio Vaticano II, il Messale di Paolo VI del 1969 (considera addirittura invalida la S. Messa così celebrata) e i Papi del Concilio e post-Concilio. La CRMI ha un Vescovo (Mark Pivarunas) e conta circa 50 sacerdoti. Negli USA hanno 2 Seminari. Celebrano la S. Messa (col Messale tridentino pre-1955) in 128 Cappelle.

Sempre tra i “sedevacantisti totali” abbiamo poi la Fraternità Sacerdotale di San Pio V (FSSPV) (vedi), fondata nel 1983 da 9 sacerdoti (4 dei quali provenienti dalla FSSPX o da essa espulsi). Essa rifiuta radicalmente il Concilio Vaticano II, il Messale di Paolo VI del 1969 (considera “invalida” la S. Messa così celebrata) e i Papi del Concilio e post-Concilio.

Inizialmente avevano un Vescovo (deceduto nel 2023), ma ora godono già di 2 Vescovi e circa 30 sacerdoti. Hanno un Seminario a New York e celebrano la S. Messa (col Messale tridentino pre-1955) in 27 Cappelle.

Tra le realtà cattoliche “sedevacantiste” c’è pure il caso (recente) di una comunità benedettina (di monaci non sacerdoti) nata (da fra J. Natale) già negli anni ’60 negli USA. Si chiama The most Holy Family Monastery (MHFM) (vedi). Sono in posizione nettamente sedevacantista dal 1996 (quando denunciarono GPII come Antipapa). Rifiutano nettamente il Concilio Vaticano II e la Riforma liturgica che ne è seguita (Novus Ordo). Essendo monaci non sacerdoti, possono beneficiare della S. Messa da parte di un discreto numero di sacerdoti associati al monastero. Non hanno ovviamente alcun Seminario né altre Cappelle. Qualora essi, come pure i fedeli laici che frequentano il monastero, non avessero la disponibilità di alcun sacerdote disposto a celebrare per loro la S. Messa secondo il rito tridentino pre-1955, consigliano ai fedeli laici di rimanere a casa e recitare in sostituzione il S. Rosario completo (da cui anche il curioso nome di “sedevacantismo casalingo”).


Una pseudo-Chiesa totalmente parallela

Esistono poi posizioni che hanno voluto esplicitamente realizzare una sorta di Chiesa parallela (fuori dalla Chiesa Cattolica), persino con un proprio Papa.

È ad esempio il caso della cosiddetta “Chiesa Palmariana”, con tanto di proprio Papa (attualmente Pietro III) (vedi) (vedi) (vedi).

Si tratta della Chiesa “una, santa, cattolica, apostolica e palmariana” o “dei Carmelitani del Santo Volto” (questo è il nome ufficiale). Essa trae la propria origine da presunte apparizioni mariane, avvenute nei pressi di Palmar de Troya (circa km. 50 a sud di Siviglia, Spagna), da cui il nome, dal marzo del 1968 e viste non solo dalle 4 veggenti ma da molte altre persone. All’inizio si trattò di una realtà composta da alcuni fedeli laici, seguiti poi anche da alcune religiose Carmelitane. Essi, convinti della propria missione affidata loro dalla Vergine, cercarono pure di convincere mons. Lefebvre a consacrare per loro un vescovo, ma senza successo. Ci riuscirono invece nel 1976 con un Vescovo vietnamita, convinto della verità di tali apparizioni, ottenendo così un proprio Vescovo; ma furono subito “scomunicati” da Paolo VI. Fu allora che tale presunta “Chiesa” smise di riconoscere l’autorità del Papa di Roma e, dopo la morte di Paolo VI, si organizzò proprio come nuova Chiesa cattolica, con tanto di propri vescovi e cardinali e pure con un nuovo Papa, indicato non più come vescovo di Roma ma comunque come Patriarca d’Occidente. Hanno indetto perfino un proprio Concilio e formulato un nuovo rito della S. Messa. Dopo un loro Sinodo, si diedero anche una nuova versione della Bibbia.

Nel 2016 la cosiddetta “Chiesa palmariana” disponeva già di 32 vescovi, 60 sacerdoti, 40 monache e circa 1.500 seguaci, con proprie cappelle in 19 nazioni dei 5 continenti.

Questo ci ricorda quanto si debba essere prudenti, come fa in genere la Chiesa, quando sentiamo parlare di apparizioni, messaggi, locuzioni e altri interventi sedicenti soprannaturali; senza con ciò cadere nell’atteggiamento “modernista”, oggi diffuso, che pare neghi a priori la possibilità stessa dell’intervento del soprannaturale e del miracoloso, cioè del divino, nella storia degli uomini.


Presentiamo infine una sintetica e certo parziale carrellata di alcune singole posizioni, sempre del vasto arcipelago “tradizionalista”, dalle più autorevoli (cardinali e vescovi) a quelle di alcuni sacerdoti, come pure di laici anche competenti, che talora hanno pure un notevole seguito, sia reale che virtuale (follower dei propri siti o canali YouTube e nei social). Alcuni di questi sacerdoti sono già stati sanzionati canonicamente (sospensione a divinis, scomunica, persino riduzione allo stato laicale) dall’Autorità ecclesiastica.

Come abbiamo sopra sottolineato, sarebbe improprio, nella Chiesa Cattolica, usare le categorie di “progressista” e “tradizionalista”, tanto più che colui che popolarmente o mediaticamente viene fatto passare per “tradizionalista” in realtà, a ben vedere, è semplicemente colui che nella propria persona come nella propria missione vuole, come doveroso, rimanere semplicemente nell’autentica “dottrina”, cioè nella vera fede e morale cattolica, così come la bimillenaria Tradizione della Chiesa Cattolica ce l’ha fedelmente trasmessa.

Riguardo invece alla Liturgia, normalmente per “tradizionalista” si intende colui o coloro che ritengono non solo giusto ma persino doveroso seguire il cosiddetto Vetus Ordo, cioè, per la S. Messa, seguire il Messale preconciliare del 1962, ampiamente liberalizzato dal Summorum Pontificum di Benedetto XVI (2007, vedi), permettendo così a moltissimi fedeli di conoscere e persino gustare l’antica e quasi bimillenaria Liturgia della Chiesa Cattolica latina, e purtroppo quasi di nuovo vietato da Francesco nel 2021 (cfr. Traditionis Custodes, vedi e vedi) e 2022 (Desiderio desideravi, vedi).

Cardinali e Vescovi

È dunque più che mai inappropriato, specie a questo livello, usare appunto le categorie di “progressista” e “tradizionalista”. Però in molti casi, risulta più semplice o sintetico usare il termine “tradizionalista” per individuare appunto quel Cardinale, Vescovo o sacerdote, che nella propria persona come nella propria specifica missione è rimasto fedele alla bimillenaria Tradizione della Chiesa Cattolica. È doloroso ammetterlo, visto che dovrebbe addirittura essere un irrinunciabile diritto e dovere esserlo, specie per un pastore e in ordine alla salvezza eterna delle anime; ma purtroppo oggi fa persino più notizia, anche sui media, quello che dovrebbe essere la norma e non fa invece neppure più notizia, a parte certi casi eclatanti, che la norma non sia affatto seguita!

Nel corso anche del presente documento, abbiamo ad esempio ricordato come San Pio X poteva osservare già nel 1907 (vedi l’Enciclica Pascendi,) come i “modernisti” (liberali, progressisti) si fossero insinuati all’interno stesso della Chiesa, specie nella teologia e nella formazione dei futuri sacerdoti e quindi poi anche nel clero (come poi sarà anche tra Vescovi e Cardinali). Però sostanzialmente fino al Pontificato di Pio XII la situazione “normale” era saldamente ancorata alla Tradizione (soprattutto tra Cardinali e Vescovi della Curia Romana, cioè tra i primi collaboratori del Papa). Abbiamo però osservato, e raccolto dalla viva voce di un testimone diretto come fu mons. Lefebvre (ascolta ai minuti 10’/20’), che già nella fase preparatoria del Concilio (1959/1962) e perfino ai più alti livelli (Cardinali e Vescovi della ristretta e autorevole Commissione preparatoria) lo scontro tra Cardinali “tradizionalisti” (vedi in primis il Card. Ottaviani, Prefetto del Sant’Uffizio) e “progressisti” (vedi ad esempio il Cardinale Bea, Presidente del Segretariato per l’Ecumenismo) fosse stato già durissimo e perfino su materia di alto spessore dottrinale!

Così, durante il Concilio Vaticano II, quando si vide fin dalle prime settimane che la regìa dei lavori stava inesorabilmente scivolando in mano a certi episcopati “progressisti” (certi Vescovi e Cardinali francesi, tedeschi, belgi ed olandesi, ma anche già latino-americani), abbiamo ricordato come alcuni Padri conciliari (Cardinali e Vescovi ) si coalizzarono nel Coetus Internationalis Patrum, appunto per far fronte a questa deriva e garantire l’autentica Tradizione, cioè la vera dottrina della fede. Appartennero a tale Coetus, tra gli altri, i cardinali: Alfredo Ottaviani (Prefetto del S. Uffizio), Antonio Bacci (della Segreteria di Stato), Benedetto Aloisi Masella (Prefetto della Congregazione per la Disciplina dei Sacramenti), Ernesto Ruffini (arcivescovo di Palermo), Francis Spellman (arcivescovo di New York, USA), Michael Browne (Irlanda), Rufino Jiao Santos (Filippine) e gli spagnoli Arcadio María Larraona, Fernando Quiroga y Palacios e José María Bueno y Monreal (il card. Giuseppe Siri, pur essendo ovviamente vicino alle posizioni del Coetus, non ne fece ufficialmente parte). Tra i Vescovi/Arcivescovi che appartennero al Coetus abbiamo ad esempio, oltre agli italiani Ermenegildo Florit (arcivescovo di Firenze, poi cardinale) e Luigi Maria Carli (vescovo di Comacchio, poi di Gaeta), ovviamente Marcel Lefebvre (Francia), Casimiro Morcillo González (Spagna), Thomas Benjamin Cooray (Sri Lanka) e i brasiliani Antônio de Castro Mayer, Geraldo de Proença Sigaud e José Maurício da Rocha.

Venendo a tempi più recenti, cioè sotto il pontificato di Francesco (2013-2025), abbiamo qui ricordato, ad esempio i celebri “Dubia” sull’Esortazione Apostolica post-sinodale Amoris Laetitia, presentati (inutilmente) al Papa e resi pubblici il 19.09.2016 dai Cardinali Raymond Burke (tuttora vivente), Carlo Caffarra (ora defunto), Walter Brandmüller (vivente) e Joachim Meisner (poi defunto, al cui funerale a Colonia Benedetto XVI inviò il proprio Segretario mons. Georg Gänswein, con un toccante suo messaggio letto con commozione al termine delle Esequie).

Altri “Dubia”, in riferimento al Sinodo 2023-2024, sono stati presentati al Papa il 10.07.2023 da parte dei Cardinali: Raymond Burke, Walter Brandmüller, Robert Sarah, Juan Sandoval Íñiguez (del 1933, arcivescovo emerito messicano) e Joseph Zen Ze-Kiun (del 1932, vescovo emerito di Hong Kong).

Secondo una recente analisi, al momento presente vengono annoverati tra i Cardinali tradizionalisti o almeno conservatori (in ordine decrescente di età): Walter Brandmüller (del 1929, Germania – vedi), Joseph Zen Ze-Kiun (del 1932, Cina), Marc Ouellet (del 1933, Canada, Prefetto emerito del Dicastero per i Vescovi), Juan Sandoval Íñiguez (del 1933, arcivescovo emerito messicano), Robert Sarah* (del 1945, Guinea, Prefetto emerito della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, vedi), Gerhard Ludwig Müller (del 1947, Germania, Prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede, vedi), Malcolm Ranjith [del 1947, arcivescovo metropolita di Colombo (Sri Lanka)], Raymond Leo Burke (del 1948, USA, Arcivescovo emerito di La Crosse e di Saint Louis, poi Patrono emerito del Sovrano Militare Ordine di Malta, vedi), Timothy Dolan (del 1950, USA, da pochi mesi arcivescovo emerito di New York), Péter Erdő (del 1952, arcivescovo metropolita di Esztergom-Budapest e Primate d’Ungheria), Fridolin Ambongo Besungu (del 1960, arcivescovo metropolita di Kinshasa, Rep. Dem. del Congo).

* A proposito del card. Robert Sarah, Prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, abbiamo parlato già nella II Parte, in riferimento al libro scritto con urgenza insieme a Benedetto XVI, quando, al termine del Sinodo per l’Amazzonia (tenuto in Vaticano nell’ottobre 2019) e in attesa della prevista Esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco, si vociferava che, col pretesto di far fronte alle necessità pastorali della regione amazzonica, si sarebbe passati all’approvazione dell’ordinazione sacerdotale di alcuni uomini sposati, minando però in tal modo l’esclusività, nella Chiesa Cattolica latina, del celibato sacerdotale, cioè come pretesto per rendere il celibato stesso dei sacerdoti di fatto facoltativo. Con una tempistica assai significativa ed eloquente (si riuscì a pubblicarlo nel gennaio 2020, appunto solo pochi giorni prima dell’uscita del documento papale), Benedetto XVI, pur già a riposo ma ancora in Vaticano col titolo di Papa (!), intervenne direttamente, sia pur in un testo appunto del card. Sarah (fu peraltro assai problematico e discusso, anche in copertina, se si trattasse di un libro a quattro mani o se quello di Benedetto XVI fosse solo un apporto ad un libro di Sarah), intitolato “Dal profondo del nostro cuore” (vedi), in cui veniva ribadito che la scelta di abolire o rendere facoltativo il celibato dei sacerdoti fosse contraria alla perenne e consolidata Tradizione della Chiesa. Di fatto, nell’Esortazione apostolica post-sinodale Querida Amazzonia (vedi), del 2.02.2020, nonostante le attese di “apertura” in tal senso, non c’è alcuna traccia della questione! Del card. Sarah leggi ad esempio un altro testo fondamentale (leggi) e questa intervista (leggi).

Ovviamente tutti questi Cardinali, come altri, sono in piena comunione col Papa e accettano il Concilio Vaticano II, anche se non mancano certe perplessità dottrinali, anche gravi, sul magistero ad esempio di Francesco (v. appunto i Dubia); accettano e seguono poi nella liturgia il Novus Ordo ma non mancano di manifestare la loro simpatia anche per il Vetus Ordo (vedi ad es. il card. Burke a Gricigliano).


Ovviamente, quando parliamo invece dei vescovi, e ancor più dei sacerdoti, che appartengono all’area “tradizionalista” un elenco, anche solo sommario, è chiaramente impossibile. Oltre ai casi conosciuti magari personalmente o di cui s’è visto qualcosa sulla stampa, in TV o sul web, se si vuole fare una ricerca specifica su singoli casi si può navigare sulla rete, chiedendo ai motori di ricerca (soprattutto Google) o a Wikipedia o ancora più servendosi ormai dell’Intelligenza Artificiale.

Se parliamo di Vescovi “tradizionalisti”, che sono però in comunione col Papa, nonostante le perplessità o le critiche talora emerse su certi loro pronunciamenti magisteriali (il che, come sappiamo, implica comunque sempre qualche contraddizione interna a tale posizione) potremmo ad esempio citare soprattutto questi due Vescovi, più presenti sul web o sui media (anche su YouTube), che talora si occupano di loro interventi o conferenze anche a livello internazionale, quindi più conosciuti:

S. E. mons. Athanasius Schneider, del 1961, Vescovo ausiliare di Astana (Kazakistan) (vedi) (vedi);

S. E. mons. Joseph Strickland, del 1958, Vescovo emerito (in quanto rimosso nel 2023 appunto a causa di certe sue critiche prese di posizione) di Tyler (Texas/USA) (vedi) (vedi). Tale rimozione, imposta da Francesco, ha creato un certo ulteriore sconcerto, negli USA e nel mondo, perché tra l’altro, oltre alle questioni dottrinali, per la liturgia ha costituito un altro duro colpo mortale, da parte di Bergoglio, contro il Vetus Ordo (leggi) (leggi).

Rimanendo nell’episcopato USA, potremmo citare anche altri due esempi di Arcivescovi, assai chiari contro le derive culturali e morali presenti non solo nella società americana ma anche tra i Cattolici (sia nei fedeli, specie nei sedicenti Cattolici che sono venuti ad occupare importantissime cariche istituzionali politiche e amministrative, sia pure a livello di clero e persino di vescovi):

S. E. mons. Salvatore Joseph Cordileone, del 1956, Arcivescovo metropolita di San Francisco (California) (vedi) [pochi giorni fa, il 25.07.2026 (vedi), è stato pure nominato da Leone XIV membro della Segnatura Apostolica, cioè del supremo Tribunale vaticano (vedi)];

S. E. mons. Alexander King Sample, del 1960, Arcivescovo metropolita di Portland (Oregon) (vedi), tra l’altro particolarmente legato all’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote (vedi sopra).


Se invece ci riferiamo a Vescovi “tradizionalisti” che però non sono più in comunione col Papa (e quindi già scomunicati e considerati scismatici) e talora persino approdati a posizioni “sedevacantiste”, abbiamo già citato molti di questi in riferimento alle diverse realtà (Istituti) tradizionaliste che si trovano in quest’area. Li ricordiamo.

Anche se la Fraternità Sacerdotale San Pio X, la più grande realtà ecclesiale “tradizionalista” del mondo, non si è mai considerata e tuttora non si considera come separata dal Papa, tanto meno si pone su posizioni sedevacantiste di qualsiasi tipo, però di fatto anche le solenni Ordinazioni episcopali, senza mandato pontificio, del 1° luglio scorso hanno dato prova di tale separazione, ratificata dalla Santa Sede il giorno dopo (2.07.2026) sia con la scomunica che con la specificazione dello stato di scisma, unitamente alle altre gravi pene inflitte, compreso il durissimo percorso previsto per chi tra loro volesse rientrare nella piena comunione ecclesiale (come abbiamo ampiamente documentato nella Prima Parte, vedi).

Sono dunque scomunicati i 6 Vescovi della FSSPX: quelli consacranti (Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay) e quelli consacrati (Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Happier).

Risultano scomunicati anche i numerosi Vescovi tradizionalisti (e persino sedevacantisti) consacrati negli anni da mons. Richard Williamson, come sopra ricordato (morto nel 2025).

Circa gli altri Istituti, ricordiamo gli altri Vescovi “tradizionalisti” che sono comunque al di fuori della piena comunione col Papa e con la Chiesa:

il Vescovo belga Geert Stuyer dell’Istituto Mater Boni Consilii;

i 3 Vescovi dell’Institutum Catholicum Romanum: Donald Sanborn, Joseph Selway e German Fliess;

i 4 Vescovi (già scomunicati) della recentissima Congregation of the most Holy Redeemer: Michael Mary Sim (il fondatore, ordinato vescovo, senza mandato pontificio, dal Vescovo sede-vacantista canadese Pierre Roy, con i Vescovi con-consacranti Rodrigo Ribeiro da Silva e Fernando Altamira);

il Vescovo Mark Pivarunas, della Congregazione di Maria Regina Immacolata;

i due Vescovi (avevano anche un altro vescovo, però deceduto nel 2023) della Fraternità Sacerdotale di San Pio V.

Ovviamente non consideriamo qui i 32 Vescovi della cosiddetta “Chiesa Palmariana”.

Come si può notare, a differenza di quanto accaduto il 1°.07.2026 ad Ecône con la consacrazione senza mandato pontificio dei 4 vescovi della FSSPX, che ha avuto appunto un grande risalto mediatico, di questi altri vescovi scismatici appena ricordati non se ne ha in genere neppure notizia. Ma ciò può anche essere ovvio, vista appunto l’importanza, anche numerica, della FSSPX.

Il «caso» di S. E. mons. Carlo Maria Viganò

Dobbiamo necessariamente soffermarci almeno un poco sulla figura di questo ormai molto anziano (del 1941) Arcivescovo italiano (vedi), anche perché certe gravi questioni da lui portate alla ribalta negli ultimi 20 anni hanno avuto anche una vasta eco mediatica, persino internazionale. Le sue forti critiche al pontificato di Francesco si sono poi estese fino al Concilio e a tutto il periodo post-Conciliare, come se Bergoglio non fosse altro che la logica conseguenza di questo problematico periodo ecclesiale che lo ha preceduto. Le sue attuali posizioni si sono di fatto spinte in una direzione “ultra-tradizionalista” e “sedevacantista” (saremmo senza Papa dal 1958); a tal punto che corre voce, né confermata né negata dall’interessato, che, pur essendo stato consacrato Vescovo per le mani stesse di Giovanni Paolo II (in S. Pietro in Vaticano, il 26.04.1992), per assicurarsi la certezza della “successione apostolica”, nel 2024 si sarebbe addirittura fatto ancora consacrare Vescovo (ma dato che il Sacramento dell’Ordine non si può ricevere, nello stesso grado, più di una volta, quindi o è nulla la prima Ordinazione o è nulla e sacrilega la seconda) nientemeno che dal vescovo Richard Williamson (quello ordinato vescovo da mons. Lefebvre nel 1988 e poi uscito dalla FSSPX, v. sopra) poco prima che questi morisse (2025).

Indipendentemente da questo ultimo grave fatto (peraltro non pubblico e non sicuro), ma solo per le durissime accuse contro Bergoglio (all’inizio Viganò parlò persino di “vizio di consenso” nella sua accettazione del pontificato il 13.03.2013 e quindi di Papa invalidamente eletto), mons. C. M. Viganò venne “scomunicato” da Francesco nel 2024. Nello stesso anno Viganò rispose dettagliatamente a tutte le accuse rivolte contro di Lui (appunto anche da Papa Francesco) con il seguente libro: “J’accuse. Per fare luce sulla mia scomunica” (vedi).

Mons. Viganò, per farsi meglio conoscere dall’attuale Pontefice e dopo una mancata udienza personale con lo stesso, pur già fissata per l’11.12.2025 ma poi inspiegabilmente annullata dal Papa, ha redatto una propria sintetica autobiografia e l’ha inviata al Papa il 25.01.2026 sotto la forma di una Lettera. Non avendo però ricevuto alcuna risposta neppure a tale Lettera, allora mons. Viganò ha deciso di renderla pubblica, nella forma di un suo video presente su YouTube (vedi).

Eccone alcuni dati biografici.

Carlo Maria Viganò nacque a Varese il 16.01.1941. Ordinato sacerdote il 24.03.1968, solo per poco tempo è stato impegnato nel ministero pastorale, nella diocesi di Pavia. Infatti nel 1971 lo troviamo già “in carriera” (non proprio nel senso evangelico del termine, cfr. Mt 20,25-28) in Vaticano, prima nella realtà della diplomazia (fu anche nelle Nunziature di Bagdad, del Kuwait e di Londra) e poi in Segreteria di Stato. Divenuto Vescovo il 26.04.1992 per le mani stesse di Giovanni Paolo II, per 6 anni fu Nunzio Apostolico (cioè rappresentante diplomatico del Papa, quello che per gli altri Stati è l’Ambasciatore) in Nigeria. Nel 1998 rientrò in Vaticano, nella Segreteria di Stato. Nel 2009 Benedetto XVI lo nominò Segretario generale del Governatorato, col compito di contrastare la mala gestione e la vasta rete di corruzione finanziaria che ruotava all’ombra del Cupolone (v. poi)! In effetti mons. Viganò in soli 18 mesi riuscì a risanare il bilancio della Città del Vaticano di ben 50 milioni di € (da un deficit di 15 milioni ad un utile di 35 milioni). Evidentemente allora non si trattava solo di incompetenze economiche e finanziarie ma da parte di molti addetti, laici o in talare, di qualcosa di moralmente assai più grave. Quindi è chiaro che mons. Viganò non riscuoteva certo l’entusiasmo di alcuni personaggi, anche di porpore molto altolocate (lo stesso Segretario di Stato card. T. Bertone, che ormai in Vaticano aveva più potere del Papa?). Di fatto, visti gli strepitosi risultati in poco tempo ottenuti, quando nel 2011 Benedetto XVI voleva promuovere l’arcivescovo Viganò alla Presidenza del Consiglio per gli Affari Economici della Santa Sede (forse anche come supervisore dell’Istituto per le Opere di Religione, il famoso IOR); ma il suo nome fu immediatamente ritirato, senza che il Papa ne fosse addirittura al corrente (qualcosa di analogo accadde, nello stesso periodo e per la Presidenza dello IOR, all’economista Ettore Gotti Tedeschi). [Forse è bene ricordare che siamo quasi agli sgoccioli del pontificato di Benedetto XVI, quando il Papa si rendeva ormai conto che in Vaticano, e di conseguenza nella Chiesa intera, non era certo lui a comandare; da cui la drammatica decisione dell’11.02.2013]. Non a caso subito nel 2011 l’Arcivescovo Viganò fu definitivamente allontanato dal Vaticano, sia pur per un incarico prestigioso: Nunzio Apostolico negli USA, con sede a Washington. Allo scadere esatto dei canonici 75 anni di età (2016) papa Francesco gli impose di lasciare immediatamente Washington e di non tornarvi mai più; ma gli vietò anche di tornare in Vaticano (neppure per godere dei diritti acquisiti in quanto ex-Nunzio, cioè la cittadinanza vaticana, il passaporto, l’appartamento per gli ex-Nunzi, la pensione, l’assistenza sanitaria, l’auto, la patente, … insomma persino i sostegni vitali).

È però doveroso, anche se assai doloroso, fare alcune importanti sottolineature riguardo alla vicenda di mons. Viganò, per ciò che ha implicato ed implica nella vita della Chiesa e nella stessa società.

La questione Vatileaks

Come sappiamo, con il termine Wikileaks ci si rifà all’enorme scandalo scoppiato attorno al 2010 negli USA, implicando poi quasi tutti i Paesi del mondo, e suscitato dalla ricezione (on-line) e poi divulgazione (on-line e nella stampa) di immense quantità di materiale “segreto” scottante, di tipo politico, militare ed economico.

Per analogia si è allora parlato di Vatileaks quando nel 2012 c’è stata un’incredibile fuga (e poi pubblicazione) di notizie private e riservatissime non solo dal Vaticano ma persino dal Palazzo Apostolico e dallo stesso appartamento privato (addirittura dalla camera da letto) del Pontefice (Benedetto XVI)! Per questo motivo, visto che non è certo facile accedere all’appartamento privato del Papa, l’ovvia inchiesta in merito, voluta da Benedetto XVI ha previsto pure l’interrogatorio dei componenti della cosiddetta “famiglia pontificia”, cioè il ristrettissimo gruppo di persone che abitano appunto nell’appartamento privato del Papa: i 2 segretari privati (tra cui il noto ’Arcivescovo G. Gänswein), il maggiordomo (Paolo Gabrieli) e le 4 consacrate “Memores Domini” dedite alle faccende domestiche e di cucina (non si ricorda mai che una di tali consacrate, Manuela Camagni, fu investita e uccisa da un’auto a Roma il 23.11.2010!). Tra questi “intimi” del Papa, il regolare processo vaticano mandò in prigione (furono così riaperte per l’occasione le carceri vaticane, poi utilizzate da Francesco persino per un Vescovo) il maggiordomo (il quale confessò all’amato Benedetto XVI che l’aveva fatto perché venissero appunto alla luce gli scandali che assediavano la vita e la missione del Pontefice), anche se ci dovette stare solo poche settimane perché ricevette la “grazia “ dal Papa stesso (che in Vaticano è anche ovviamente la prima autorità giudiziaria dello Stato); tornato a casa, essendo un fedele laico con propria famiglia, pur ancora giovane, morì solo qualche anno dopo (il 24.11.2020, all’età di 54 anni). Non è certo azzardato pensare che questo scandalo Vatileaks, che vedeva Benedetto XVI “assediato” fin nella sua camera da letto, evidenziando ulteriormente che la situazione non solo Vaticano ma nella stessa Chiesa Cattolica era ormai diventata ingovernabile (nel senso letterale del termine, come abbiamo già sopra sottolineato, cioè il Papa ufficialmente c’era ma chi governava davvero la Chiesa non era certo più lui), contribuì non poco, anche se non è certo l’unica causa, a prendere, solo pochi mesi dopo (11.02.2013), la storica e per certi versi inaudita decisione di ritirarsi!

Cosa c’entra l’arcivescovo Carlo Maria Viganò in questa vicenda?

Come abbiamo sopra ricordato, nel 2009 Benedetto XVI aveva nominato mons. Viganò Segretario generale del Governatorato, col compito di contrastare la mala gestione e la vasta rete di corruzione finanziaria che assediava il Vaticano; e abbiamo visto, come lo stesso mons. Viganò ricorda nella sua autobiografia appena pubblicata, che dopo solo 1 anno e mezzo i bilanci erano risanati e tornati in positivo. Per questo nel 2011 Benedetto XVI voleva promuovere l’arcivescovo Viganò alla Presidenza del Consiglio per gli Affari Economici della Santa Sede (forse anche come supervisore allo IOR); ma tutto crollò nel giro di pochi giorni, quasi all’insaputa del Papa, e mons. Viganò fu subito “spedito” in America, con il divieto di occuparsi ancora di cose vaticane.

Ebbene, tra quei documenti riservatissimi indirizzati al Papa e trafugati dall’appartamento pontificio, per poi essere addirittura pubblicati nella stampa italiana e nel libro del giornalista Gianluigi Nuzzi “Sua Santità“, in primo piano c’erano proprio le comunicazioni di mons. Viganò al Papa, per metterlo al corrente del clima di incompetenza e corruzione (finanziaria e morale) che aveva scoperto (sprechi, irregolarità negli appalti, lotte di potere) nella gestione economica del Vaticano, e che vedeva coinvolta soprattutto la Segreteria di Stato, fin dai suoi vertici (card. Tarcisio Bertone).

Nel 2015 scoppiò un 2° Vatileaks, con nuove accuse ed imputati (documenti andati sulla stampa italiana e in due libri di due famosi giornalisti italiani), sempre per questioni finanziarie; ma in questo mons. Viganò non c’entra più, visto tra l’altro che era negli USA da 4 anni e col divieto di Francesco di mettere ancora naso in Vaticano e nelle cose vaticane.

Si continuava a dire che Papa Francesco avrebbe fatto la “rivoluzione” anche in questo campo, ma, al di là di continui comitati, fatti e disfatti nell’arco di poco tempo, non ne uscì un granché (fu anche questo un mito per dipingere mediaticamente la figura di Francesco come il nuovo Papa buono che avrebbe finalmente messo la Chiesa sulla strada del Vangelo); anzi ci furono poi anche nuovi e più gravi scandali, come la questione del celebre palazzo di Londra, di proprietà vaticana, che vedeva implicato lo stesso Pontefice (le firme sono sue) ma a farne le spese fu il card. Becciu, accusato e in poche ore defenestrato (perdita immediata del cardinalato, senza processo; cosa tornata alla ribalta con il Conclave del 2025, visto che il card. Becciu, non essendoci ancora stato un regolare processo e avendone ancora l’età, aveva diritto ad entrarvi e in effetti si presentò, anche se poi, per evitare un’impasse dai contorni apocalittici, visto che la questione avrebbe invalidato il Conclave stesso, volontariamente si ritirò).

La questione McCarrick

Già durante il suo servizio presso la Segreteria di Stato vaticana (1998-2009), in particolare come Delegato per le Rappresentanze Pontificie, mons. Viganò ebbe modo di occuparsi di alcuni fascicoli riservati assai scottanti (soprattutto legati al mondo omosessuale), anche di alcuni vescovi e cardinali. Questo gli costò il posto, appunto nel 2009. Tra questi scottanti fascicoli ci fu appunto anche il caso di Theodore Edgar McCarrick, dal 2001 al 2006 potentissimo cardinale arcivescovo di Washington (USA) (vedi). Fin dagli anni ’90 correvano voci, non infondate, di suoi comportamenti omosessuali nei confronti di uomini adulti e pure di minori, persino suoi Seminaristi (anche se la giustizia americana non giunse ad alcun risultato in tal senso, tanto più che come cardinale poteva godere di una certa immunità). La potenza di McCarrick, anche in Vaticano, era sostenuta anche da sue enormi donazioni (si parla di $ 600.000). Svolse persino (con 8 viaggi in Cina) un ruolo di mediazione non ufficiale tra la S. Sede e il governo di Pechino. Per questo anche papa Francesco all’inizio non voleva sentire critiche sul suo conto.

Se già la documentazione in merito al “caso McCarrick” acquisita personalmente in Segreteria di Stato aveva fornito a mons. Viganò del materiale appunto compromettente, che però in Vaticano pareva difficile far emergere (anche se Benedetto XVI aveva preso seri provvedimenti contro McCarrick), quando nel 2011 fu nominato Nunzio apostolico proprio a Washington, anche se McCarrick non ne era più arcivescovo di Washington dal 2006 (per raggiunti limiti di età), permisero certo all’Arcivescovo Viganò di poter attingere a fonti ben più sicure e altolocate. In Vaticano, però, le informazioni di Viganò pare non riuscissero a fare breccia, neppure su Papa Francesco. Quando però nel 2016 l’arcivescovo Viganò terminò il suo mandato negli USA (per raggiunti limiti di età, rinuncia immediatamente accolta da papa Francesco, con l’obbligo, abbiamo sopra ricordato, di abbandonare immediatamente Washington e di non più tornarvi, unitamente al divieto di poter tornare in Vaticano), si accinse ad aprire totalmente il “vaso di Pandora” e nel 2018 pubblicò un dirompente memoriale sul “caso McCarrick” e la sua estesa rete di corruzione e complicità nella Curia Romana, che vedeva coinvolto lo stesso Bergoglio, di cui giunse persino a chiedere le dimissioni! [Da allora e per alcuni anni Viganò, consigliato in tal senso anche dal card. Burke, ha dovuto vivere in luoghi segreti, per le minacce ricevute e dal fatto che l’immediato suo predecessore a Washington (il Nunzio Pietro Sambi) era morto in circostanze molto sospette].

A quel punto però, di fronte all’evidenza, Francesco fu obbligato a prendere decisioni persino storiche su McCarrick: il 27.07.2018 fu estromesso dal Collegio cardinalizio e il 16.02.2019 fu addirittura ridotto allo stato laicale (senza possibilità di ricorso), cioè un cardinale che alla fine non è neppure più prete!

McCarrick è morto il 3.04.2025 all’età di 94 anni.

Lo scontro tra mons. Viganò e Papa Francesco fu però totale. Dopo averne richiesto le dimissioni da Papa, alla fine Viganò parlò persino, come abbiamo già sopra ricordato, della “invalidità” della sua elezione (13.03.2013), per “vizio di consenso” (cioè non avrebbe davvero accettato di fare il Papa secondo il volere di Cristo). A questo punto, però, le posizioni non solo “tradizionaliste” (per questo ne abbiamo qui parlato) ma ormai “sedevacantiste” di mons. Viganò hanno preso una deriva senza più freni: non solo papa Francesco non sarebbe stato Papa, ma neppure tutti i suoi predecessori, da Giovanni XXIII (o da Paolo VI) in poi (infatti col Concilio Vaticano II la Chiesa avrebbe fatto propri i principi della massoneria). Nell’autobiografia citata racconta di essersi accorto di questo, con relative eresie introdotte nella Chiesa, quando già nei turbolenti anni ’60 era ancora giovane studente presso le autorevoli Pontificia Università Lateranense (l’Università del Papa) e la Pontificia Università Gregoriana (la più grande Università dei gesuiti al mondo). Tra l’altro sempre in quegli anni si accorse che anche nei Seminari romani la disciplina e la moralità erano già ampiamente compromesse.

Come abbiamo già ricordato, pare persino che si sia fatto riconsacrare vescovo (dichiarando così invalida l’Ordinazione episcopale ricevuta dalle mani stesse di Giovanni Paolo II) da parte del Vescovo scismatico mons. Williamson.

Nel luglio del 2024, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha dichiarato Viganò colpevole di scisma, comminandogli la scomunica latae sententiae per il rifiuto di riconoscere il Pontefice e il Concilio Vaticano II. A tale scomunica, mons. Viganò ha risposto, come già sopra ricordato, con il libro “J’accuse. Per fare luce sulla mia scomunica” (vedi).

In tutto questo periodo, però, mons. Viganò ha continuato ad apparire e parlare in video su YouTube (vedi). In Italia la sua voce ha trovato pieno appoggio e forte risonanza (e persino personale rapporto) col noto giornalista (ex-vaticanista RAI) Aldo Maria Valli, di cui tra poco ancora parleremo.

Pare che ora viva, a 85 anni di età (è del 1941) a Viterbo (o zona limitrofa); abbiamo infatti sopra ricordato che lì ha dato soccorso e ospitalità alla piccola Fraternità sacerdotale Familia Christi. Essendo poi venuto a conoscenza di un notevole numero di sacerdoti, seminaristi e religiosi fortemente discriminati (“dal terrore bergogliano”, come dice) per la loro posizione “tradizionalista”, ha dato vita anche alla Fondazione “Exsurge Domini” (vedi), per venire appunto anche in soccorso materiale a tali persone e realtà tradizionaliste.

Aggiungiamo ancora solo una nota sulle ampie conoscenze sociali e di potere di mons. Viganò.

Essendo sempre stato nel mondo diplomatico della S. Sede e quindi con alte conoscenze a livello mondiale, e poi soprattutto per essere stato Nunzio Apostolico negli USA (pare vanti anche buoni rapporti con Donald Trump), mons. Viganò è intervenuto spesso, specie sul web, su questioni che coinvolgono i cosiddetti “poteri forti” che reggono il mondo. Ha parlato spesso, e in modo assai circostanziato, di un Deep-State (come del resto pure della Deep-Church), che avrebbe in mano le leve del potere mondiale, al fine di applicare una sorta di Reset mondiale (non sono illazioni: di The Great Reset ha parlato espressamente il World Economic Forum di Davos nel 2020) e raggiungere così l’auspicato New World Order.

Particolarmente forti, dure, esplicite e circostanziate sono state le prese di posizione pubbliche di mons. C. M. Viganò in occasione della questione Covid-19 e della successiva imposizione vaccinale, che ha visto impegnata e con grandi redditi proprio la Big-Pharma statunitense.


Concludiamo infine questa lunga ma certamente non esaustiva rassegna delle realtà appartenenti al cosiddetto arcipelago “tradizionalista”, come di singoli personaggi della gerarchia cattolica vicini a tale orizzonte, facendo almeno un cenno, tra i molti, ad alcuni sacerdoti e pure a fedeli laici (rimanendo in Italia) che appartengono oggigiorno a tale variegata area e che talora hanno pure un certo seguito, almeno sul web.

Tra i sacerdoti, anche di un certo rilievo e con particolari competenze non solo teologiche ma in modo specifico sulla liturgia, troviamo ad esempio mons. Nicola Bux (vedi); pur su posizioni che appartengono certamente all’area tradizionalista e assai critiche nei confronti di certe tendenze della Chiesa Cattolica contemporanea, non si è però mai spinto ad una critica esplicita degli insegnamenti dei recenti Pontefici (neanche di Francesco); in tal modo, come altri su queste posizioni, è ufficialmente in comunione con loro, godendo così di libertà di parola e di immunità da possibili sanzioni. Significative ed inequivocabili sono però alcune sue opere (oltre a quanto detto in pubbliche conferenze presenti su YouTube), ad esempio: “Come andare a Messa e non perdere la fede” (Piemme 2010, con contributo di V. Messori, vedi), “Con i Sacramenti non si scherza” (Cantagalli 2016, con contributo di V. Messori, vedi), “La Chiesa sinodale. Malintesi e pericoli di una grande <reset> ecclesiastico (con Guido Vignelli, Fede e cultura 2023, vedi), “La liturgia non è uno spettacolo” (v. i falsi sondaggi sul Rito antico di cui parlò Francesco: “Arma di distruzione di Messa?”) (con Saverio Gaeta, Fede e cultura 2025, vedi).

Altri sacerdoti, pur assai preparati e competenti sull’autentica dottrina della Chiesa, hanno ultimamente spinto le loro inevitabili critiche all’attuale cammino della Chiesa non solo al magistero degli ultimi Pontefici (in particolare di Francesco) ma a ciò che lo stesso Concilio Vaticano II ha prodotto in tal senso nella Chiesa. Per qualcuno la critica, anche spietata, si rivolge esclusivamente sul pontificato di Francesco, per altri coinvolge pure tutti i Pontefici da Paolo VI in poi (che hanno assunto come primo dovere l’attuazione del Concilio, sia pur con modalità o sfumature diverse). Sull’attuale Pontefice (Leone XIV) i pronunciamenti non sono ovviamente ancora ben circostanziati, anche se andiamo da chi è ancora fiducioso in un ritorno per così dire alla “normalità” (nel solco almeno della dottrina di sempre) a chi vi scorge ormai solo un seguito di Francesco, sia pur con maggior classe e savoir-faire (del resto non ci voleva molto, anche sul piano umano, al di là del mito mediatico ed ecclesiale artificialmente creato su Bergoglio e creduto dalle folle).

Le loro posizioni, che hanno talora anche un ampio seguito specie sul web (mediante loro specifici canali), sono quindi pian piano inevitabilmente approdate, certo con loro stesso dolore, verso un piano almeno di fatto “sedevacantista”. Nella liturgia, seguono ormai tutti il Vetus Ordo, cioè, per la S. Messa, il Messale (latino) del 1962.

In tal senso, ma soprattutto per le critiche nei confronti del Concilio (e dei Pontefici), tali sacerdoti sono già stati quasi tutti “sanzionati” canonicamente dall’autorità ecclesiastica: si va dalla “sospensione a divinis” (impossibilità di esercitare il ministero sacerdotale, almeno nelle strutture ecclesiastiche) alla “scomunica” e persino alla “riduzione allo stato laicale” [in tal caso ufficialmente non sono più sacerdoti, anche se ovviamente, essendo l’Ordine un Sacramento che imprime un carattere indelebile (vedi), nel loro animo sono per sempre sacerdoti (quindi le S. Messe e i Sacramenti da loro celebrati sono “illeciti” ma oggettivamente non “invalidi” – anche se, come abbiamo osservato nella I Parte, le durissime pene riservate alla Fraternità Sacerdotale San Pio X il 2 luglio scorso hanno addirittura posto l’invalidità delle loro Confessioni e Matrimoni)].

Una solerzia di intervento sanzionatorio (quasi da rinnovata “caccia alle streghe”) che non abbiamo praticamente mai visto, e non vediamo, nei confronti di esponenti del mondo “progressista”, neppure in casi eclatanti di posizioni perfino eretiche se non addirittura apostate, di numerosi sacerdoti e addirittura di vescovi in carica.

I laici, ovviamente, hanno in questo senso maggior libertà di movimento e di dichiarare le proprie posizioni “tradizionaliste”, essendo appunto meno sanzionabili dal punto di vista canonico. Per il popolo di Dio che vorrebbe rivolgersi a sacerdoti fidati per la dottrina e a liturgie possibilmente in Vetus Ordo o quanto meno santamente (con sacralità) celebrate, il problema è invece dove trovarli almeno nell’arco di distanze non enormi, anche per la S. Messa domenicale (sulla formazione può supplire invece il web, mediante i loro siti e canali).

Sottolineiamo, tra i molti, solo alcuni di essi …

Don Leonardo Maria Pompei (vedi) (vedi su YouTube)) (vedi podcast/canale)

Intelligente e preparato sacerdote della diocesi di Latina, ha esercitato il ministero di Parroco sia in una parrocchia della città di Latina che a Sermoneta. Non ha mai chiesto di poter celebrare in Parrocchia la S. Messa in Vetus ordo e quindi non è stato questo il motivo delle tensioni, emerse sia con alcuni parrocchiani che col proprio vescovo. Riconosciuto da tutti come integerrimo nel proprio comportamento morale, fu invece la sua predicazione, ferma sulla vera fede e l’autentica dottrina cattolica, a creare scompiglio in alcuni fedeli, che protestarono anche dal Vescovo. I frutti pastorali di tale apostolato parrocchiale non furono però particolarmente copiosi. Fu invece assai fecondo il suo apostolato sul web, specie sul suo canale YouTube (vedi), cui molti attingono per la propria formazione spirituale autenticamente cattolica.

Il sempre più imbarazzato ossequio da dover tenere nei confronti del magistero dei Papi, in particolare con Francesco, rese le sue acute catechesi e il suo apostolato sempre più problematico, senza dover denunciare i gravi sbandamenti in corso. Così il 3.09.2025 don Pompei è giunto alla dolorosa ma ormai necessaria determinazione di lasciare la parrocchia (Sermoneta) e ogni altro apostolato in diocesi e di continuare esclusivamente sul web (e con qualche conferenza dal vivo) la sua preziosa e feconda missione. Ciò, sia pur concordato col proprio Vescovo, gli ha subito procurato la “sospensione a divinis”, in attesa forse di nuovi e più gravi provvedimenti disciplinari nei suoi confronti. Attualmente dunque continua il suo apostolato sul web. Anche in lui, però, la criticità emersa nei confronti di Papa Francesco, si è poi estesa a tutto il magistero e tutti i Papi dal Concilio Vaticano II in poi. Nella liturgia non solo celebra secondo il Vetus Ordo, ma lo ritiene ormai indispensabile per un’autentica formazione cristiana cattolica.

Nei suoi cicli di catechesi on-line offre un particolare sostegno per l’autentico cammino di fede. Tra l’altro, proprio in quella del 6.05.2026 (ascolta) ci offre un attento panorama delle realtà tradizionaliste presenti attualmente nella Chiesa Cattolica. Un particolare merito di Don Pompei, nonostante una certa durezza di contenuti che all’inizio può anche spaventare (ma che è attinta certo dalla Rivelazione e dalla Tradizione della Chiesa ma anche da rivelazioni cosiddette “private”, cioè da apparizioni mariane o doni mistici comprovate nella recente o remota storia della Chiesa), è dato proprio dal fatto che riconosce onestamente, anche presentando appunto le diverse realtà “tradizionaliste”, che la gravità della situazione ecclesiale è tale che nessuno ha una soluzione evidente per poter davvero uscire definitivamente da tale crisi in atto (mentre molti gruppi tradizionalisti hanno questa pretesa e sono anche per questo in sgradevole e antievangelica lotta tra loro).

Don Claudio Crescimanno, sacerdote originario della diocesi di Gubbio, ha sollevato negli ultimi anni serie perplessità sull’attuale cammino della Chiesa cattolica (post-Conciliare) e sul magistero degli ultimi Papi. Fuoriuscito o cacciato dalla sua diocesi, ha costituito una piccola comunità ed ha assunto una proprietà nel piccolo borgo di Casalgrande Alto (RE), diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, da cui svolge la sua missione, sia pur al di fuori della regolare Chiesa cattolica. Per questo l’arcivescovo della diocesi (Giacomo Morandi) il 17.10.2023 l’ha interdetto dal poter svolgere qualsiasi ministero sacerdotale. Anche il ricorso presentato alla S. Sede ha visto confermare il Provvedimento da parte del Dicastero per il Clero il 22.01.2025. Il suo apostolato prosegue soprattutto nel web, attraverso il canale YouTube Stella Maris (vedi), diretto dal dott. Luigi Girlanda e coadiuvato da don Andrea Maccabiani (sacerdote giovane e ben preparato, ordinato però da un vescovo scismatico e quindi non riconosciuto tale dalla Diocesi). Si deve riconoscere a Don Crescimanno (e anche all’intero canale YT Stella maris) la capacità di porre con calma, estrema chiarezza e seria documentazione, senza quell’atteggiamento persino fazioso che talora si riscontra in certi gruppi tradizionalisti (per questo anche in lotta tra loro), le gravi questioni che secondo lui hanno avvolto e distrutto la vita della Chiesa in questi ultimi 70 anni e che sempre più procedono in tale scellerata direzione.

P. Giorgio Maria Faré (milanese, del 1972) è Frate Carmelitano Scalzo della Provincia Lombarda e Sacerdote dal 2001. Ha conseguito la Licenza in Teologia fondamentale sia alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale (MI) che il Dottorato presso la Pontificia Università Gregoriana (Roma).

Nel 2013 ha pubblicato il libro “La S. Messa nelle due Forme del Rito Romano. Celebrare, servire, comprendere” con prefazione del Card. Antonio Cañizares Llovera e introduzione di Don Nicola Bux.

Il suo sito è Veritatem in caritatem (vedi) e tiene le sue catechesi, in modo preciso e pacato, sul canale YouTube Veritatem facientes in Caritate (vedi).

Il 13.10.2024, mediante una lunga omelia qui riprodotta (vedi), oltre a ritenere non infondate le questioni relative alla validità o meno della Rinuncia di Benedetto XVI, prende nettamente le distanze dal magistero di Francesco, considerato contrario alla perenne tradizione e magistero della Chiesa. A seguito di ciò ha ricevuto subito un decreto di dimissione dall’ordine dei Carmelitani Scalzi e l’accusa di scomunica ‘latae sententiae’ per delitto di scisma.

Analogo caso, sempre tra i molti sacerdoti dell’area “tradizionalista”, è quello di don Fernando Maria Cornet, sacerdote di Sassari (nato in Argentina ma di famiglia di origine sarde), esperto in Patristica (ha studiato all’Augustinianum di Roma) e tornato a Sassari nel 2011. In modo anch’egli pacato e documentato, ha sollevato seri dubbi sia sulla validità della Rinuncia di Benedetto XVI, ma è particolarmente duro sul pontificato di Francesco, considerato addirittura Antipapa (vedi il suo libro “Habemus Antipapam? Indagine in onore della Verità”). Per questo il 15.11.2024 è stato accusato di scisma e scomunicato, quindi ridotto allo stato laicale (senza possibilità d’appello).

Non esiste un suo sito o canale YouTube, ma su YouTube esistono molte interviste e interventi da parte di altri canali.

Un caso molto particolare, su cui è doveroso spendere almeno qualche parola, è quello di don Alessandro Maria Minutella, che ha fatto e fa molto parlare di sé, anche perché, al di là del suo ampio apostolato sul web (vedi il canale Radio Domina Nostra) e di qualche sua pubblicazione, ha un seguito di fedeli (che si definisce “Piccolo resto cattolico”), che in occasione di certi raduni, specie nel nord Italia, riesce a contare anche centinaia e centinaia di entusiastiche presenze.

Sacerdote diocesano di Palermo, compiuti gli studi teologici in diocesi e pure alla P. Univ. Gregoriana di Roma, ha esercitato all’inizio il suo fecondo apostolato come viceparroco e parroco a Palermo, già all’insegna dell’autentica tradizione della Chiesa e con profonda spiritualità mariana (celebrando ovviamente ancora in Novus Ordo). Le grandi perplessità sull’attuale situazione e conduzione della vita della Chiesa sono sorte sotto il pontificato di Bergoglio (ha invece sempre avuto e tuttora conserva una particolare venerazione per tutti i Papi precedenti), specie da Amoris Laetitia in poi. Alle crescenti perplessità si sono anche aggiunti seri dubbi sulla validità della Rinuncia di Benedetto XVI (fu lui l’ispiratore dei noti e documentatissimi studi di Andrea Cionci, con il quale per un certo periodo c’è stata pure una certa collaborazione). Tali perplessità, rese pubbliche sia nella predicazione che sul web, lo hanno poi condotto sulla “Via Crucis” delle condanne e delle sanzioni canoniche: prima “sospeso a divinis” (e allontanato dalla Parrocchia), poi “scomunicato” e infine addirittura “ridotto allo stato laicale”. Spostò allora il centro propulsore della sua missione, sempre all’insegna del mondo della Tradizione e con liturgie poi esclusivamente in Vetus Ordo, in provincia di Palermo (Carini, zona aeroporto Punta Raisi, via Angelo Morello), dove costruì un centro di spiritualità chiamato “Piccola Nazareth”, poi raso al suolo dal Comune per presunti abusi edilizi (ma in un terreno adiacente ha realizzato comunque il centro Piccola Nazareth / Santa Maria della Gioia). Ultimamente ha pure costituito due altri piccoli centri di spiritualità, uno in Piemonte (Savigliano, CN) e uno in Veneto (Trebaseleghe, PD). Il suo ampio apostolato non si è però limitato al mondo virtuale (canale Radio Domina Nostra), ma contempla anche viaggi e incontri sia in Italia che all’estero; e in certi grandi raduni di suoi seguaci, soprattutto nell’Italia settentrionale, riempie persino dei palazzetti dello sport, oltre a saloni di convegni di grandi alberghi (tutto questo perché ovviamente per lui e il suo seguito le chiese sono off-limits).

Ha anche un piccolo seguito di sacerdoti (chiamato Sodalizio Sacerdotale Mariano), da cui però molto presto alcuni poi si allontanano (anche con acredine), e un piccolo e non ben identificabile Seminario (non si capisce bene infatti con quale stabilità e formazione teologica; e anche in questo, dopo i primi entusiasmi, si vedono pure precoci abbandoni). Fin dall’inizio è seguito anche da alcune giovani consacrate, dette simpaticamente “le Suorine” (Compagnia di Maria – proprio il 22.08.2026 c’è stata la Professione Solenne o inizio Noviziato di 13 di loro, vedi).

Don Minutella compie poi viaggi e incontri non solo in tutte le zone d’Italia, ma anche all’estero: pareva nascessero realtà di suoi seguaci anche in Austria, Germania, Francia e Spagna, ma poi di fatto non sono rimaste che poche persone; si spinge talora anche in America (specie in America latina ma anche negli USA e in Canada), ma pure lì, dopo i primi entusiasmi, i numeri sono assai scarsi.

Ci sono infine due punti particolarmente critici di questa realtà “tradizionalista” di don Minutella, su cui peraltro egli cerca di essere discreto. Il primo, di minore importanza, è costituito dalle sue cosiddette “locuzioni interiori”, mediante le quali la Vergine Santa gli indicherebbe da anni il cammino da seguire. Il secondo, ancora più pregnante e ultimamente dirompente, è dato dalle conseguenze della “sede vacante”, che secondo lui è iniziata il 31.12.2022 (morte di Benedetto XVI) e non dal 28.02.2013 (Rinuncia, annunciata l’11.02.2013, che sarebbe stata appunto invalida, continuando quindi ad essere Papa, sia pur in “sede impedita”). Dunque, il Conclave del 13.03.2013 sarebbe invalido e Francesco non sarebbe mai stato Papa (cosa che sarebbe comprovata anche dal suo sconvolgente pontificato e magistero). Però dal 2025 la situazione si è ulteriormente e persino irrimediabilmente complicata: per la successione a Francesco (morto il 21.04.2025) e per l’invalidità dei Cardinali, anche il Conclave dell’8.05.2025 sarebbe ovviamente invalido e a sua volta anche Leone XIV non sarebbe Papa. Ora però, data tra l’altro l’età e l’ottima salute di Prevost, a vista umana (salvo cioè straordinari e risolutori interventi divini), la “sede vacante” sarebbe ancora tale per almeno 20 anni e comunque senza più soluzione canonica (come si potrebbe ormai eleggere il nuovo Papa? con quali validi cardinali?). È a questo punto che don Minutella ha fatto riemergere la questione, adombrata da certe rivelazioni private (specie le apparizioni della Madonna a Quito e le esperienze mistiche della beata K. Emmerick), della figura del cosiddetto “Grande Prelato”, un non ben chiaro personaggio che avrebbe preso in mano le redini della Chiesa proprio nel periodo della sua massima confusione e crisi. Non è mai detto in modo chiaro, ma pare sempre più evidente che ormai, specie per i suoi seguaci, tale misteriosa figura venga identificata proprio con don Minutella!


È infine impossibile presentare un quadro completo delle singole personalità, tra i fedeli laici del mondo “tradizionalista”, anche corredate di una certa notorietà, presenti sul web. Ne ricordiamo solo alcune.

Aldo Maria Valli

(vedi il suo sito e blog Duc in altum)

Si tratta del notissimo ex vaticanista della Rai. Fedele laico (con moglie, figli e nipoti) dotato di sincera fede cattolica, di squisita finezza umana e cristiana e di comprovata competenza professionale, Valli è emerso dall’ambiente cattolico milanese (fu assai vicino al card. Martini), ma la sua fede, come egli stesso ammette, è profondamente maturata proprio nell’incontro (prima attraverso i suoi documenti poi per anni anche per vicinanza personale, appunto per motivi professionali) con Giovanni Paolo II e in seguito anche con Benedetto XVI. Tale sua profonda fede cattolica e appartenenza ecclesiale hanno invece ricevuto un lacerante “scossone”, anche a livello esistenziale, dal pontificato e dal magistero di Francesco, a tal punto che, non potendo più fingere, si allontanò perfino dalla RAI, non riuscendo più a parlare del Papa (sia accompagnandolo nei viaggi come nel magistero quotidiano, di cui doveva dare notizia a milioni di telespettatori!) senza profondo dolore.

Negli ultimi anni è venuto a contatto, persino personale, col vescovo Carlo Maria Viganò (v. sopra), di cui è divenuto in qualche modo l’eco, specie per il pubblico italiano.

Tale sintonia pare consolidata anche negli ultimi tempi, quando, come abbiamo visto, mons. Viganò è approdato persino a posizioni “ultra-sedevacantiste”, che coinvolgono tutti i Papi del post-Concilio (ma allora dove è andata l’immensa stima e gratitudine di Valli, anche sul piano personale e di coscienza, nei confronti appunto di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI?).

Antonio Socci

(vedi il suo blog Lo Straniero)

Giornalista e scrittore di grande talento, Antonio Socci è stato interiormente generato dall’incontro con don Luigi Giussani e quindi dall’appartenenza a Comunione e liberazione (un’appartenenza che dopo la morte del fondatore nel 2005 ha dato anche segni di stanchezza o contrarietà), come del resto per tutto il movimento. Con l’elezione di Francesco fu tra i primi a sollevare addirittura fondati sospetti sulla sua legittimità, a partire persino dalla validità o meno del Conclave che lo ha eletto il 13.03.2013 (vedi il suo libro “Non è Francesco”). Dopo un biglietto ricevuto personalmente e per posta dallo stesso Bergoglio, tutti questi sospetti, persino sul suo magistero, sono improvvisamente evaporati e dalla sua penna non è più emersa alcuna critica. Tranne rivedere ora, dopo la sua morte e col nuovo pontificato, un rigurgito di polemica nei confronti della rivoluzione di Francesco. Come spiegare tutto ciò?

Andrea Cionci

(vedi il suo blog Codice Ratzinger)

Probabilmente sospinto dall’essere venuto a conoscenza delle posizioni di Don Alessandro Minutella (v. sopra, con cui ha mantenuto per un certo periodo fecondi rapporti anche di collaborazione, poi divenuti invece persino di astio e acredine) circa l’invalidità della stessa Rinuncia di Benedetto XVI e quindi di ciò che canonicamente ne sarebbe seguito, Andrea Cionci ha sviluppato un’accuratissima indagine in merito, concretizzatasi in centinaia di articoli (pubblicati specie sul quotidiano Libero) e poi condensatasi nell’ormai suo celebre libro “Codice Ratzinger” (vedi). Benedetto XVI non avrebbe affatto rinunciato al suo pontificato (il 28.02.2013, in realtà solo con una Declaratio dell’11.02.2013 già colma di volontari errori che la renderebbero oggettivamente invalida), ma si sarebbe messo nella situazione di “Sede impedita” (possibilità contemplata dal Diritto canonico, che invece non prevede assolutamente un “Papa emerito”). Ovviamente tutto ciò renderebbe invalido il Conclave del 13.03.2013 (essendo ancora vivo il Papa e non veramente dimissionario) e quindi il pontificato di Francesco. Saremmo dunque in Sede vacante dalla morte di Benedetto XVI (31.12.2022). Più problematica (e sinceramente insostenibile) è diventata invece la posizione di Cionci dopo quanto accaduto lo scorso anno, cioè con la morte di Francesco (21.04.2025), la convocazione di un Conclave (di cui la grande maggioranza di Cardinali elettori era di nomina bergogliana e quindi invalida) e l’elezione di Leone XIV (8.05.2025). Dapprima s’è arrampicato sugli specchi per tentarne una giustificazione canonica – i pochi cardinali di nomina pre-bergogliana (peraltro comunque scomunicati perché avrebbero partecipato ad un Conclave invalido già nel 2013) si sarebbero riunti in separata sede (fuori dalla Cappella Sistina? dove?) e avrebbero votato Prevost, rendendolo così validamente Papa! – ma oggi è apertamente in posizione “sedevacantista” (appunto dal 31.12.2022, cioè dalla morte di Benedetto XVI).

Di altri autori laici cattolici, dichiaratamente o di fatto su posizioni “tradizionaliste”, non possiamo a questo punto che solamente nominarne alcuni, con riferimento ai loro siti o blog.

Si tratta di posizioni che, pur essendo più o meno esplicite nella loro critica al pontificato precedente, solo oggi sembrano parlarne a più chiare lettere, qualcuno auspicando che con Leone XIV si stia finalmente attuando una svolta, altri invece già dolorosamente consapevoli della sua piena continuità con Francesco, sia pur con maggior stile e prudenza.

Possiamo quindi riferirci a Giovanni Zenone [direttore della casa editrice Fede e cultura (vedi); vedi invece il suo blog su YouTube] o Corrado Gnerre [direttore del “Cammino dei 3 sentieri” (vedi) sito e blog]. Sulle questioni storiche si veda ad esempio il prof. Massimo Viglione (vedi il suo blog Il ponte levatoio) o ancora gli autorevoli studi [abbiamo già sopra citato quello importantissimo e decisivo sul Concilio Vaticano II (vedi)] del prof. Roberto De Mattei (vedi il suo sito). Marco Tosatti (vedi il suo blog Stilum Curiae) raccoglie soprattutto contributi e notizie anche a livello internazionale.

Radio Spada, che raccoglie e rimanda anche a contributi esterni, è una voce assai determinata nella “battaglia” per la difesa e la diffusione della Tradizione cattolica (vedi il sito ufficiale; vedi su YouTube)

Tra i quotidiani on-line (da cui spesso attingiamo materiale sicuro per le nostre News, come si evince anche dai link) è particolarmente degno di nota La Nuova Bussola Quotidiana (vedi – direttore: Riccardo Cascioli) e la versione quotidiana o News del mensile di apologetica cattolica (di fede e ragione) Il Timone (vedi, diretto da Lorenzo Bertocchi, fondato da Gianpaolo Barra col contributo delle più importanti firme dell’apologetica cattolica, a cominciare da Vittorio Messori).


Per concludere questa lunga III Parte del presente News/Documento “Scisma e verità”, dedicata ad un’ampia anche se comunque sintetica e non certo esaustiva panoramica delle diverse realtà e personalità del mondo cattolico cosiddetto “tradizionalista”, prima di concludere con la IV Parte, dedicata alla sottolineatura di alcune questioni in riferimento al Concilio Vaticano II e della questione di fondo (che è poi come sempre la questione della Verità), ricordiamo ancora come questa presente analisi non deve assolutamente farci cadere nell’errore di scrollarsi di dosso le problematiche emerse (col pretesto del “non sono nemmeno d’accordo tra loro”, anzi spesso sono persino in lotta tra loro, o per la sommaria impressione di confusione che sembra emergere da tale panorama), visto che, ricordiamolo ancora, sono questioni non marginali che riguardano la nostra vita e il destino eterno della nostra anima.

Certo le divisioni tra le diverse posizioni, che talora diventano persino lotte tra loro, sono non solo peccaminose ma persino stolte, perché offrono occasione al demonio per renderle appunto un’ulteriore contro-testimonianza a Cristo Signore. Il diavolo sarebbe quindi così astuto da voler distruggere la Chiesa sia da parte dei “progressisti”, che ne annientano l’autentica dottrina e Verità, sia da parte dei “conservatori”, che (come i polli in mano a Renzo, di manzoniana memoria) si beccano tra loro proprio mentre stanno per essere portati al macello, visto che offrono così ulteriore forza a chi vorrebbe annientarli.

Sempre pensando al quadro che abbiamo qui offerto, qualcuno potrebbe ancora obiettare che questo arcipelago “tradizionalista” anche nella sua totalità non costituisce che una forte “minoranza” all’interno della Chiesa Cattolica e dei suoi 1,4 miliardi di fedeli.

La questione di fondo è proprio quella della Verità, come ricorderemo nell’ultimo punto di questo documento. E la verità non dipende dal consenso, (checché potrebbe indurci a pensare l’enfasi data alle democrazie moderne dal pensiero illuminista, che forse ora sta entrando persino nella Chiesa sinodale), da maggioranza e minoranza, come neppure dipende dal tempo. Nella Chiesa Cattolica il riferimento non deve essere l’inseguimento del mondo e dell’uomo di oggi, come neppure ai risultati dei sondaggi e delle votazioni (sinodali e degli innumerevoli Consigli e Conferenze emersi in questi ultimi decenni), ma appunto alla Parola di Dio, autenticamente trasmessa e interpretata dalla perenne Tradizione (e Magistero) della Chiesa.

Allo stesso modo, visto il relativismo dominante nella nostra cultura, così come quella sorta di “sentimentalismo” (la cultura del “mi piace” o “non mi piace”, dei like, dei commenti in tempo reale e quindi neppure adeguatamente pensati) che coinvolge persino gli ambienti ecclesiali, ricordiamo pure che non stiamo camminando tra gli scaffali del supermercato delle religioni e oggi persino della Chiesa Cattolica, dove pare che ciascuno possa prendere e tralasciare a piacimento i prodotti in vendita. Qua alla fine non c’è la “cassa” e basta semplicemente pagare (perché nel commercio ciò che conta è solo questo), ma il prezzo da pagare potrebbe appunto essere elevatissimo (non sono poche le parabole di Gesù in questo senso, anche se oggi non più di moda o edulcorate) ed eterno. E colui che soprattutto ci vuole traghettare nella prigione eterna dove egli stesso si trova e farci schiavi suoi, è abilissimo nel confonderci e nel presentarci negli scaffali della vita e della storia i propri prodotti particolarmente accattivanti e oggi persino “in offerta speciale”, ma che risultano poi letali!

Si potrebbe persino sospettare che il moltiplicarsi delle posizioni tradizionaliste, che qui abbiamo ricordato, sia segno appunto del “deragliamento” in corso dal binario della verità. Così ad esempio avvenne fin dall’inizio, e tuttora continua ad avvenire anche dopo 500 anni, nella Riforma Protestante, quando appunto smarrita la strada della Tradizione dell’autentica Chiesa Cattolica, si moltiplicarono subito le posizioni (Lutero, Calvino, Zwingli, Melantone) e furono pure in aspra lotta tra loro [lo abbiamo ricordato al termine di un documento sulla Riforma (vedi), riportando in merito le sconsolate parole di Calvino stesso].

Ma lì era chiaro quale fosse la retta posizione da tenere, perché c’erano 15 secoli di storia della Chiesa Cattolica a confermarlo, col Magistero di tutti i Papi e poi con l’autorevolezza e precisione, senza possibilità di diverse interpretazioni (!) dei Papi e del Concilio di Trento.

Qua la situazione sembra invece diabolicamente ed apocalitticamente capovolta, perché la Tradizione e il Magistero di 20 secoli della Chiesa Cattolica sembrano gettati nel cestino, nonostante l’ipocrisia di una loro riaffermazione formale (smentita poi dalla pastorale) e l’eretico sembra colui che vuole continuare ad esserne fedele. Abbiamo poi avuto un Concilio (come ricorderemo ancora nell’ultima Parte) che dopo 60 anni ha ancora bisogno di interpretazioni ed ermeneutiche, persino antitetiche tra loro, e colui che dovrebbe tenere in mano le redini della verità e dell’unità (“Roma locuta est, causa finita!”) sembra a sua volta aver smarrito la strada e usare le redini solo per imbrigliare chi non si adegua al nuovo corso; così le “cause” non sono mai finite e risolte, anzi si moltiplicano, con nuove ipotesi e innestando processi, scambiati per la voce dello Spirito. E così, anche il povero gregge che vorrebbe mantenersi sulla strada giusta, si trova incerto e diviso sulla strada da percorrere e le rotte possibili per approdare al porto sicuro.

È per questo più che mai necessario pregare, ma anche pensare, documentarsi, capire, conoscere la vera dottrina e l’autentica fede e morale, cioè la stessa “volontà di Dio” … e poi sentire in coscienza, riguardo alle diverse strade e opzioni possibili (perché su problematiche di cui non risulta al momento ancora ben chiara la soluzione le possibilità rimangono in effetti ancora aperte), cosa Dio ci chiede al riguardo, sapendo che proprio di fronte a Lui dovremmo rispondere delle nostre scelte, già nel “Giudizio particolare” appena dopo la nostra morte e poi ancora nell’eternità.


(segue)