
Scisma e Verità
(Quarta parte)
Ancora un approfondimento … e una conclusione
Come preannunciato, concludiamo queste nostre lunghe riflessioni scaturite in occasione dello “scisma” del 1° luglio scorso (causato dalle Ordinazioni episcopali attuate senza mandato pontificio da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X) con qualche breve considerazione su alcune questioni relative al Concilio Vaticano II, fortemente implicate in questa dolorosa problematica.
Evidenziamo infine come, al di sotto pure di questa drammatica controversia, si nasconda ancora la questione stessa della verità, la cui eclissi costituisce la questione di fondo dell’intera civiltà contemporanea.
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4. Su alcune questioni del Concilio Ecumenico Vaticano II
Premessa
Cosa sono i Concili ecumenici e qual è stata la singolarità del Vaticano II?
I Concili ecumenici sono assemblee di tutti i vescovi cattolici del mondo. L’appellativo “ecumenico” indica in questo caso, diversamente da come oggi viene in genere usato, non il rapporto con le altre Confessioni cristiane né tanto meno con le altre Religioni, ma sta ad indicare che tali Concili coinvolgono la totalità della Chiesa Cattolica.
Essi sono convocati dal Papa (nei primi secoli persino su pressione degli imperatori) per discutere alcune questioni importanti della dottrina cattolica e della vita stessa della Chiesa, al fine di raggiungere una conclusione che poi vincoli l’intera Chiesa Cattolica e ne espella (“anatema sit”: sia scomunicato) chi vi si opponga, in genere per “eresia”, cioè per deformazione dell’autentica fede.
Nella bimillenaria storia della Chiesa Cattolica ci sono stati solo 21 Concili ecumenici, concentrati specialmente nei primi 15 secoli, visto che negli ultimi 500 anni ci sono stati solo 3 Concili ecumenici (Trento, Vaticano I e Vaticano II).
Il Concilio Ecumenico Vaticano II è stato infatti il 21° Concilio ecumenico della storia della Chiesa, attualmente dunque l’ultimo. Esso, come ora ricorderemo, ha voluto espressamente caratterizzarsi in modo singolare rispetto agli altri 20 Concili. Però, dopo oltre 60 anni, non cessa di mostrare pure difficili problematiche, quindi non ancora risolte, come quelle sollevate già allora da mons. Marcel Lefebvre (che non solo vi partecipò come Arcivescovo, ma che fu coinvolto persino nella sua fase preparatoria, cfr. I Parte del presente documento) e tuttora esposte dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, come da altre numerose realtà ecclesiali (cfr. III Parte), e su cui appunto ora vogliamo soffermare ancora la nostra attenzione.
I 21 Concili Ecumenici della storia della Chiesa:
1. Nicea I (325) – Condannò l’arianesimo e fissò il Credo sulla divinità di Cristo.
Nel 2025 abbiamo celebrato, con tutti i cristiani, i 1700 anni di tale fondamentale Concilio, ricorrenza sottolineata pure dalla visita di Leone XIV agli scavi di quella città, non lontana da Istanbul/Costantinopoli (vedi).
2. Costantinopoli I (381) – Completò il Credo e definì la divinità dello Spirito Santo.
Ricordiamo che appunto le conclusioni (Simbolo) di questi 2 Concili costituiscono il “Credo” (appunto Simbolo niceno-costantinopolitano) che ancora oggi professiamo nelle S. Messe domenicali e nelle Solennità. [Sulla questione del “Filioque” (vedi)].
3. Efeso (431) – Condannò il nestorianesimo e riconobbe Maria come Madre di Dio (Theotokos).
4. Calcedonia (451) – Condannò il monofisismo e definì le due nature (divina e umana) in Cristo.
5. Costantinopoli II (553) – Confermò le decisioni dei precedenti concili contro posizioni errate.
6. Costantinopoli III (680-681) – Condannò il monotelismo (la dottrina di una sola volontà in Cristo).
7. Nicea II (787) – Condannò l’iconoclastia e legittimò il culto delle immagini sacre.
I primi 7 Concili sono riconosciuti anche dalla Chiesa Ortodossa (vedi)
8. Costantinopoli IV (869-870) – Condannò il patriarca Fozio (riconosciuto come ecumenico solo dai Cattolici).
9. Lateranense I (1123) – Trattò la lotta per le investiture e la disciplina ecclesiastica.
10. Lateranense II (1139) – Mirò a sanare lo scisma dell’antipapa Anacleto II.
11. Lateranense III (1179) – Regolamentò l’elezione del Papa e condannò l’eresia catara e valdese.
12. Lateranense IV (1215) – Obbligo della Confessione e Comunione annuale; preparò pur una Crociata.
13. Lione I (1245) – Scomunicò e depose l’imperatore Federico II.
14. Lione II (1274) – Tentò l’unione con la Chiesa ortodossa e stabilì le norme per il Conclave.
15. Vienne (1311-1312) – Soppresse l’ordine dei Templari.
16. Costanza (1414-1418) – Pose fine al Grande Scisma d’Occidente e condannò Jan Hus.
17. Basilea, Ferrara e Firenze (1431-1445) – Altro tentativo di unione con le Chiese orientali.
18. Lateranense V (1512-1517) – Alcune indicazioni per la Riforma della Chiesa.
19. Trento (1545-1563) – Condannò le eresie della Riforma protestante e precisò i dogmi relativi (che erano stati negati da Lutero e dagli altri Riformatori).
20. Vaticano I (1869-1870) – Definì il dogma dell’infallibilità papale e del rapporto fede-ragione.
Tale Concilio fu bruscamente interrotto a causa dell’invasione e occupazione “piemontese” di Roma (il fatidico XX settembre 1870) (vedi).
21. Vaticano II (1962-1965) – Concilio “pastorale”, su moltissimi temi e senza condanne formali.
Tutti i documenti dei 21 Concili si possono trovare nella celebre raccolta di documenti del Magistero denominata Denzinger (ufficialmente: “Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum”) (vedi originale in latino; vedi versione latino/inglese). Il Denzinger è la più famosa e autorevole raccolta di testi e documenti ufficiali del Magistero della Chiesa Cattolica. Prende il nome dal teologo cattolico tedesco Heinrich Joseph Dominicus Denzinger, che pubblicò la prima edizione dell’opera nel 1854. Tale raccolta viene continuamente aggiornata.
I documenti degli ultimi due Concili si trovano oggi anche on-line, nel sito vaticano (vedi).
Nei primi secoli c’è una concentrazione speciale di Concili proprio perché si doveva meglio precisare, dal punto di vista teologico, il mistero “cristologico” [in Cristo si uniscono la vera natura umana e la vera natura divina (unione ipostatica), essendo l’Incarnazione della Seconda Persona della SS.ma Trinità] e quello “trinitario” (Dio è perfettamente “uno” nella sostanza ma “trino” nelle Persone: Padre, Figlio e Spirito Santo).
Come possiamo osservare, negli ultimi 500 anni abbiamo avuto invece solo 3 Concili Ecumenici (e ciò sottolinea che si tratta di eventi ecclesiali di enorme importanza, rari e decisivi):
Il Concilio di Trento (convocato in diverse Sessioni, dal 1545 al 1563) ha dovuto affrontare la terribile questione emersa dalla cosiddetta “Riforma protestante”, che provocò di fatto la spaccatura della Cristianità occidentale e poi mondiale, tuttora presente, con gravissime eresie che trascinarono con sé una porzione notevole di cristiani. Tale Concilio, di enorme importanza nella storia della Chiesa e soprattutto per la sua dottrina, ha però potuto meglio precisare la natura stessa della Chiesa, dei Sacramenti (in particolare dell’Eucaristia), del sacerdozio, della “grazia” (tutti punti distrutti da Lutero) e di altri punti salienti della vita cristiana.
Il Concilio Vaticano I (1869-1870) ha fatto in tempo solo a definire meglio due delle questioni entrate in crisi con l’Illuminismo e la Modernità, cioè la corretta relazione tra fede e ragione, anche in ordine alla scoperta di Dio, e il ministero del Pontefice, precisando ulteriormente in cosa consista la sua “infallibilità” (vedi). Fu però costretto ad interrompere i propri lavori a causa appunto dell’invasione e occupazione di Roma da parte dei “Piemontesi” (il famoso XX settembre 1870).
Il Concilio Vaticano II (diverse Sessioni dal 1962 al 1965) fu convocato da Giovanni XXIII e doveva avere modalità e finalità particolari. C’era certo inizialmente l’esigenza di concludere il Vaticano I, ma nessun Papa dal 1870 se ne prese la briga e poi di fatto anche nel Vaticano II non se ne parlò più. Quale doveva essere la “singolarità” di questo 21° Concilio Ecumenico? Non doveva essere “dottrinale” ma “pastorale”, non doveva produrre condanne (“anatema sit”) ma solo presentare in modo nuovo la dottrina di sempre, per andare incontro al mondo e all’uomo contemporaneo.
A ben vedere, però, in quel secolo intercorso tra gli ultimi due Concili (1870-1962), la Chiesa si trovò a fronteggiare (basti pensare al Magistero dei Papi di quel periodo) non solo enormi e drammatiche questioni sociali [rivoluzione industriale e capitalismo selvaggio da un lato e comunismo dall’altro – si pensi in tal senso alla “Rerum Novarum” di Leone XIII (vedi) e allo sviluppo della “Dottrina sociale” della Chiesa (vedi)], ma anche l’instaurazione, con la rivoluzione bolscevica del 1917 (vedi), di un sistema (dittatura) sociale, politico ed economico (che occupò la Russia e poi tutto l’est-Europa, per poi espandersi nell’Estremo Oriente e in altri Paesi del mondo), cioè il comunismo, che traeva il proprio orientamento ideologico dal marxismo (materialismo dialettico e ateo) e che rappresentava il più grande attacco, almeno nelle sue proporzioni ma anche per la ferocia dei suoi metodi, contro la fede e la Chiesa stessa (vedi). Nella prima metà del sec. XX sorsero anche altre dittature, soprattutto il nazismo in Germania, le cui atrocità raggiunsero livelli davvero satanici [sul rapporto tra Chiesa e nazismo (e, in Italia, il fascismo) vedi un nostro documento. Sulla questione della dittatura spagnola e sulla terribile persecuzione contro la Chiesa scatenata dai comunisti durante la guerra civile del 1936-1939 vedi in fondo al recente documento sulla Spagna].
Se già la Prima Guerra Mondiale aveva costituito lo sterminio di intere generazioni di giovani soldati e immani distruzioni anche alla vita civile, tali dittature (comunismo e nazismo) trascinarono il mondo intero in un apocalittico secondo conflitto mondiale, in cui, anche per lo sviluppo del potenziale bellico e per l’uso stesso dell’aviazione (per cui per la prima volta le battaglie non erano più solo sul “fronte” e nelle trincee, ma la distruzione pioveva dal cielo su intere città e popolazioni civili), si raggiunsero livelli di distruzione di massa mai visti prima nella storia e che si conclusero addirittura già con l’uso della bomba atomica (da parte degli USA).
Dopo questa catastrofe mondiale di proporzioni inaudite e mai verificatasi prima nella storia dell’umanità, forse anche a causa di una certa euforia post-bellica, di una pace finalmente ritrovata (vedi Paolo VI all’ONU; anche se già Giovanni XXIII nel 1962 si trovò addirittura coinvolto, persino come mediatore, nella pericolosissima crisi dei missili russi a Cuba) e di un progresso economico, scientifico e tecnologico che migliorò radicalmente le condizioni di vita specie dell’Occidente [anche se poi questa euforia, in Italia detta “miracolo economico”, vacillò abbondantemente nelle nuove generazioni già sotto la contestazione del cosiddetto ’68 e le sue derive immorali e anticristiane (vedi)], il Concilio Vaticano II sembra ostentare una sorta di “ottimismo” antropologico e sociale, fin quasi a dimenticare illuministicamente il “peccato originale”.
È comunque particolarmente impressionante che il Concilio non faccia alcuna menzione del comunismo (allora fortemente attivo in tutto il blocco sovietico e già salito al potere in Cina e altrove nel mondo), che costituì appunto la più vasta e feroce persecuzione anticristiana della storia e che provocò nell’umanità stessa oltre 100 milioni di morti! E pensare che la Madonna stessa fece accenno alla Russia e a ciò che avrebbe scatenato contro la Chiesa e nel mondo, poche settimane prima della rivoluzione bolscevica, a Fatima nel 1917 (vedi).
Pare però che ci fosse stato un accordo sotterraneo (siglato nella città francese di Metz) tra Chiesa Cattolica e potere sovietico, che avrebbe concesso la presenza di Patriarchi ortodossi russi, invitati come uditori al Concilio, in cambio di questo “assordante silenzio” del Concilio sul comunismo e la feroce persecuzione posta in atto in Russia e nei Paesi diventati comunisti contro i cristiani.
[Sulla storia autentica del Concilio Vaticano II ricordiamo ancora l’ottimo studio, con un’ineccepibile e accurata documentazione in merito, del prof. Roberto De Mattei “Il Concilio Vaticano II (Una storia mai scritta)” (vedi)]
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Dobbiamo ancora ricordare che, secondo la dottrina cattolica (rifiutata dalla Riforma Protestante, che si limita alla sola Scrittura, peraltro interpretabile soggettivamente), la Parola di Dio (Dei Verbum) non è appunto solo la Sacra Scrittura, ma pure la Tradizione e il Magistero perenne della Chiesa.
Allora, ci si potrebbe già chiedere come sia possibile che oggi un fedele (anche sacerdote e persino Vescovo, oltre a interi Istituti religiosi, come abbiamo visto nella III Parte) sia immediatamente scomunicato anche solo se osa porre domande e dubbi sul Vaticano II, mentre rimangono tranquillamente al loro posto tutti coloro, e non sono pochi (anche ad alto livello), che impunemente criticano tutti gli altri Concili, a cominciare da quello di Trento, tanto apertamente vituperato!
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Documenti del Concilio Vaticano II
Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha voluto occuparsi di una quantità enorme di questioni (e forse già questo è un suo limite) e produsse ben 16 documenti (vedi), di cui 4 Costituzioni, 3 Dichiarazioni e 9 Decreti [si noti che, al di là della sottolineatura “pastorale” del Concilio, appaiono 2 Costituzioni “dogmatiche”: la Dei Verbum (sulla Divina Rivelazione) e la Lumen Gentium (sulla Chiesa)].
Costituzioni:
- Dei Verbum (sulla Divina Rivelazione)
- Lumen Gentium (sulla Chiesa)
- Sacrosanctum Concilium (sulla Sacra Liturgia)
- Gaudium et Spes (sulla Chiesa nel mondo contemporaneo)
Dichiarazioni:
- Gravissimum Educationis (sull’educazione cristiana)
- Nostra Aetate (sulle relazioni della Chiesa con le Religioni non cristiane)
- Dignitatis Humanae (sulla libertà religiosa)
Decreti:
- Ad Gentes (sull’attività missionaria della Chiesa)
- Presbyterorum Ordinis (sul ministero e la vita dei presbiteri)
- Apostolicam Actuositatem (sull’apostolato dei laici)
- Optatam Totius (sulla formazione sacerdotale)
- Perfectae Caritatis (sul rinnovamento della vita religiosa)
- Christus Dominus (sulla missione pastorale dei vescovi nella Chiesa)
- Unitatis Redintegratio (sull’ecumenismo)
- Orientalium Ecclesiarum (sulle Chiese cattoliche orientali)
- Inter Mirifica (sugli strumenti di comunicazione sociale)
Ovviamente, nonostante tale quantità di problematiche trattate e di documenti prodotti, pur non tutti della stessa importanza [come appunto ricordato anche dalla stessa autorità ecclesiastica (vedi un nostro documento, circa la possibilità di trattarne, anche con la FSSPX, come anche qui ricordato nella I Parte)], il Concilio Vaticano II costituisce comunque un complesso unitario di magistero, in cui in fondo non è possibile separare ogni singola proposizione e neppure ogni singolo documento dal contesto generale e unitario. È però fuor di dubbio che le due Costituzioni dogmatiche Dei Verbum (sulla Divina Rivelazione) e Lumen Gentium (sulla Chiesa) costituiscano un faro per un’esatta interpretazione del Concilio stesso (ermeneutica che come sappiamo è rimasta e rimane purtroppo problematica), come pure la Costituzione Sacrosanctum Concilium (sulla Sacra Liturgia), che fu il primo documento pubblicato.
È però vero che, nonostante alcuni richiami alla perenne Tradizione della Chiesa, alcuni documenti e pronunciamenti hanno costituito di fatto una novità assoluta e problematica, talora persino antitetica a tutto il precedente Magistero della Chiesa, come vedremo.
Certo, anche in quei fondamentali documenti appena citati emergono importanti mutamenti di prospettiva, come nella “ecclesiologia” presente nella Lumen Gentium, nella visione della “liturgia” già presente nella Sacrosanctum Concilium e poi applicata in modo assai vistoso, o ancora certe aperture relative ai nuovi “studi biblici” offerti dalla Dei Verbum. Altri documenti sono stati invece particolarmente dirompenti rispetto alla perenne Tradizione della Chiesa: si pensi alle Dichiarazioni Dignitatis Humanae sulla “libertà religiosa” e Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa con le “Religioni non cristiane” o al Decreto Unitatis Redintegratio sull’ecumenismo, ma in fondo pure alcuni passaggi della stessa Costituzione pastorale Gaudium et Spes sul rapporto tra Chiesa e mondo contemporaneo.
Proprio su queste problematiche dobbiamo qui appunto soffermare ancora la nostra attenzione.
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La centralità della questione del Concilio
nella crisi contemporanea della Chiesa Cattolica e nelle divisioni in essa emerse e sempre di nuovo drammaticamente emergenti (come abbiamo appunto anche recentemente visto).
Come abbiamo infatti potuto osservare anche in occasione di questo ultimo doloroso “scisma”, da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX), se la questione dirompente (tanto da provocare una scomunica “latae sententiae”, persino ad ampio raggio) è stata certamente quella di procedere alle Ordinazioni episcopali senza mandato pontificio (un mandato che però in linea di principio poteva anche essere dato, come anche in questi mesi è stato dato persino accettando nomine fatte da altri, addirittura dal Partito Comunista cinese, vedi), la vera questione che ha scatenato lo scisma non è stata neppure quella liturgica (visto che la celebrazione in Vetus Ordo è concessa a tante comunità ed Istituti, come quelli ex “Ecclesia Dei”, come abbiamo visto nella III Parte) e a ben vedere neanche l’accettazione del Papa (che in fondo la FSSPX riconosce con religioso ossequio), ma appunto la questione della non accettazione integrale del Concilio Vaticano II. Su questo non si accetta neppure di parlarne, discuterne, confrontarsi ed entrare nel merito delle questioni. Sono scismatici perché non accettano il Vaticano II. Punto e basta!
Basterebbe ascoltare quanto è emerso dalla bocca di Leone XIV, sia pur parlando per strada e a braccio coi giornalisti (!), solo qualche giorno prima dello “scisma”, cioè a Castel Gandolfo la sera del 16.06.2026 (vedi, ai minuti 3,30/4,27): “Loro rifiutano di accettare certi elementi fondamentali della Chiesa, cominciando da diversi punti del Concilio Vaticano II; se fanno quella scelta mi dispiace, ma noi dobbiamo andare avanti” (cioè senza di loro)!
Ci permettiamo umilmente di osservare che forse, su questioni di tale importanza per la vita della Chiesa e per le anime stesse dei fedeli (ma in fondo anche per altre questioni internazionali di grande spessore), sarebbe bene che i Pontefici (che non sono dei leader politici o delle star mondiali ma i “Vicari di Cristo”!) non si abbandonino e non si lascino catturare dalla logica delle “conferenze stampa” (come invece sempre accade in aereo e ora in genere pure al martedì sera uscendo per strada a Castel Gandolfo) e dal “circo mediatico”, che tra l’altro in pochi minuti è in grado di rilanciare a livello mondiale ma anche deformare o catalogare in pure logiche mondane quanto ascoltano dalle parole peraltro “a braccio” (e quindi assai rischiose anche se certo pensate) del Pontefice. Teniamo peraltro presente che oggi più che mai, ma in fondo proprio dagli anni ’60 del secolo scorso con la nascita della TV, ciò che incide a livello mondiale e persino nelle coscienze stesse dei fedeli cattolici non sono tanto le encicliche o i documenti ufficiali di un Pontefice (che in genere quasi nessuno legge, tanto meno per intero) ma proprio certe frasi estemporanee e riportate ‘ad effetto’ proprio dai media, come pure da certi gesti pubblici dei Papi, che talora diventano veri slogan che caratterizzano un intero pontificato, come abbiamo visto più volte in questi ultimi anni e decenni!
E che non si tratti di parole, si evidenzia anche dal fatto che, mentre si ricevono Vescovi scismatici e persino inesistenti “Vescove” protestanti e anglicane, oltre a rappresentanti di tutte le Religioni, pare che non ci sia stato posto per un’udienza, in un così doloroso frangente, coi vertici della FSSPX (si pensi tra l’altro che il più importante Priorato della FSSPX in Italia si trova ad Albano Laziale, in via Trilussa 45, quindi esattamente a soli m. 1000 dall’ingresso orientale del parco delle Ville Pontificie di Castel Gandolfo, dove il Papa ama passeggiare e fare sport ogni martedì e dove quest’estate è tornato a soggiornarvi a lungo, come tutti i Papi tranne Francesco).
Si tenga inoltre presente che, proprio per sottolineare lo scisma (che gli aderenti alla FSSPX peraltro non riconoscono avere fondamento), in queste settimane persino i pellegrinaggi della Fraternità a Lourdes e ad Assisi (dove tra poche settimane si ritroveranno tutte le religioni, a 40 anni esatti del primo grande incontro interreligioso voluto da Giovanni Paolo II) sono stati esclusi, impedendo loro di entrare, se non come singoli privati, nel Santuario di Lourdes come nella Basilica di S. Francesco!
Del resto, se risaliamo al doloroso incontro/scontro (già qui ricordato nella I Parte) tra mons. Marcel Lefebvre e Paolo VI a Castel Gandolfo l’11.09.1976 (di cui pare esista questo verbale vedi), la tensione, nonostante la devota umiltà dell’Arcivescovo, fu altissima: il Papa lo trattò in modo durissimo, senza voler ascoltare “ragioni” ma rifiutando in fondo a priori ogni dialogo solo a partire dal fatto che mons. Lefebvre non accettasse il Concilio Vaticano II e dunque si poneva al di fuori della Chiesa!
Tutto ciò è particolarmente paradossale, se pensiamo che il Concilio Ecumenico Vaticano II (il 21° Concilio ecumenico della storia della Chiesa) per la prima volta doveva essere non “dogmatico” (e non doveva infatti pronunciare alcun “anatema” o condanna) ma “pastorale” (per andare incontro al fatidico uomo di oggi … quale?). Invece, non solo negli anni successivi in nome del Concilio o del presunto “spirito del Concilio” si sono verificati abusi e rivoluzioni di ogni tipo, ma tuttora pare persino che sia l’unico Concilio della storia e persino l’unico “dogma” della Chiesa (persino indiscutibile e con l’impossibilità di entrare nel merito delle questioni); mentre troviamo continuamente, persino ad alti livelli della gerarchia cattolica, chi si oppone platealmente e impunemente ad esempio al Concilio di Trento (che invece ha proclamato dei “dogmi” che non possono non essere creduti e accettati dai Cattolici), alla sua dottrina e alla liturgia che ne è emersa (San Pio V), a conferma della perenne Tradizione della Chiesa.
La vastità delle tematiche affrontate dal Concilio Vaticano II, con l’esorbitante numero di documenti prodotti, ha fatto poi sì che certe sue affermazioni siano state oscurate e altre (magari proprio le più ambigue e bisognose di chiarimenti) siano invece assurte appunto a nuovi indiscutibili dogmi e fatte coincidere col Concilio stesso (per cui anche solo volerne discutere sarebbe un oltraggio alla dottrina della Chiesa e all’autorità del Papa stesso)!
Tutto ciò pare stia conducendo sempre più il reale mondo cattolico verso insanabili e pericolose spaccature. Anche se la maggior parte degli ormai residuali “Cattolici praticanti” va in genere a Messa o chiede il Battesimo e la Prima Comunione per i figli più per inerzia e consuetudine che per convinzione (vedi) e subisce passivamente tutto ciò che “passa il convento” (magari la Conferenza Episcopale se non addirittura l’ultimo convegno ecclesiale) e accetta la “tortura” di interminabili omelie domenicali, che vertono su tutto tranne che sui contenuti della vera fede cristiana e che occupano talora il 75% dell’intera celebrazione (che dovrebbe essere invece “divina” e il massimo della sacralità e dell’incontro con Dio!), si avverte però nel popolo di Dio anche una crescente e pericolosa “ebollizione”, col rischio appunto sempre più forte che si vada incontro a scoppi di pressione, cioè a divisioni e persino appunto a “scismi” contrapposti, ad esempio tra chi da un lato non accetta allora l’intero Concilio Vaticano II e persino tutti i papi conciliari e postconciliari (cioè dal 1958 in poi) e chi dall’altro ritiene il Concilio stesso ormai da superare in chiave progressista (come ad esempio la Chiesa tedesca e non solo). Bisognerà prima o poi affrontare le questioni, specie quelle più decisive e dirompenti, senza arroccarsi su questioni secondarie (pur importanti e magari pure pericolose se inserite appunto in un contesto sbagliato). In tal senso anche il mondo cosiddetto “tradizionalista” dovrebbe evitare certe chiusure aprioristiche e globali, arroccandosi appunto pure su questioni secondarie (ci torneremo tra poco) con un indisponente “fissismo” che non fa che offrire pretesti al mondo “progressista” perché certe liturgie e persino la dottrina vengano considerate come “roba da naftalina” (come disse Francesco vedi). D’altro lato il mondo cosiddetto “progressista” deve evitare di inventarsi certi indiscutibili nuovi “dogmi” (il mito del Concilio, magari quello inventato, o il mantra della “sinodalità” e dell’aprire “processi” che non si sa dove possano condurre, anche se qualcuno invece lo sa purtroppo molto bene!) o di rifiutare a priori, persino di fronte all’evidenza dei dati e degli effetti prodotti, dubbi o domande (almeno da affrontare e su cui finalmente rispondere, senza giri di parole o verbosi documenti) su certi pronunciamenti del Vaticano II o del Magistero (documenti ma anche plateali gesti pubblici, che oggi incidono assai più che un’enciclica) post-conciliare.
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Come abbiamo visto, già nella fase preparatoria del Concilio Vaticano II (e lo abbiamo ascoltato dalla viva voce di mons. Lefebvre, che era membro dell’autorevole Commissione preparatoria) emersero fortissime tensioni, specie su alcune tematiche tuttora motivo non solo di discussione ma di lotte intestine alla Chiesa, visto che si tratta di novità assolute e persino contraddittorie rispetto al Magistero precedente: al di là della Riforma liturgica che emergerà dal Concilio, sono appunto le questioni della libertà religiosa, dell’ecumenismo, del dialogo interreligioso, ma anche della “collegialità” nella Chiesa, come pure della regalità sociale di Cristo rispetto ai nuovi Stati “laici”.
Abbiamo pure osservato che lo stesso Giovanni XXIII, che indisse il Concilio e lo inaugurò l’11.10.1962, pieno di speranze e opponendosi ai “profeti di sventura” che intravvedevano possibili catastrofi nella vita della Chiesa, dovette constatare (fu davvero una “improvvisata” o un “golpe” inatteso?) che fin dai primi giorni scoppiarono fortissime tensioni nell’episcopato, con molti vescovi (e loro teologi di riferimento) dell’Europa centro-settentrionale che riuscirono immediatamente a far cestinare tutto ciò che era emerso nella “fase preparatoria” (considerato troppo dipendente dalla Curia romana e di impostazione troppo “tradizionale e tomista”) ed a proporre e poi imporre nuovi schemi e tracce di lavoro, che permettevano di addentrarsi e poi accogliere vie assai pericolose e progressiste, persino eterodosse! Se la sera dell’inaugurazione, nel celeberrimo discorso a braccio dalla finestra del suo studio privato (“anche la luna stasera … date una carezza ai vostri bambini”), Giovanni XXIII auspicava di finire il Concilio entro Natale (ascolta), in realtà il Papa morì il 3.06.1963 senza che il Concilio avesse prodotto alcun documento e si riuscì a concluderlo (con Paolo VI), anche con una certa fretta (molti documenti sono proprio delle ultime settimane), l’8.12.1965, cioè oltre ben 3 anni dopo il suo inizio.
Come abbiamo infatti già un poco ricordato (soprattutto nella III Parte), fin dai primi giorni del Concilio, il paziente e ottimo lavoro preparatorio del Concilio, guidato dalla Curia Romana (in primis dal card. Ottaviani, Prefetto del Sant’Uffizio) nel pieno solco della Tradizione ma interpellando pure i Vescovi del mondo intero, fu appunto di fatto immediatamente cestinato, perché salì immediatamente al comando dei lavori conciliari la cosiddetta “alleanza renana”, cioè l’episcopato francese, belga, olandese e tedesco, in genere ultra-progressista e all’insegna della “Nouvelle théologie”, che riuscì ad imporre la propria agenda (impensabile che ciò sia avvenuto senza l’appoggio di Giovanni XXIII prima e di Paolo VI poi!), così che assai presto poterono affermare che finalmente appunto “il Reno era confluito nel Tevere”!
Al fine di opporre una sana quanto ormai purtroppo vana “resistenza” a questa sorta di “golpe” che stava avvenendo al Concilio e che avrebbe poi coinvolto l’intera Chiesa Cattolica, molti Vescovi legati alla Tradizione, in fondo quindi alla perenne verità, si unirono in quello che si chiamò Coetus Internationalis Patrum (di cui abbiamo già parlato, indicando pure i nomi di molti cardinali e vescovi che vi aderirono).
Morto dunque Giovanni XXIII il 3.06.1963, senza che il Concilio avesse potuto produrre ancora alcun documento, la guida e la conduzione di tutto il Concilio passò quindi ovviamente a Paolo VI, che ne promulgò i 16 documenti e lo concluse l’8.12.1965 (appunto con una certa accelerazione e con la promulgazione repentina di molti documenti, forse considerando pure le impasse cui si andava sempre più incontro). Paolo VI chiudeva i lavori conciliari, e quindi avviava il tormentato periodo post-conciliare che doveva interpretarlo (!?) e attuarlo, con i più fervorosi ed entusiasti auspici che si fosse così finalmente ritrovato l’abbraccio tra la Chiesa e l’uomo contemporaneo (“non ci fu uno scontro”, perché “anche noi e più di tutti siamo i cultori dell’uomo”!), intravedendo per la Chiesa stessa una nuova primavera e una rinnovata Pentecoste. Però, come abbiamo visto, già nel 1972 lo stesso Pontefice parlò invece di tempeste e gelido inverno piombato sulla Chiesa e persino del “fumo di Satana” che si era infiltrato nella Chiesa attraverso alcune fessure del tempio stesso di Dio (fessure aperte da chi?!); addirittura, come abbiamo visto, pochi mesi prima di morire (1977) intravedeva per la Chiesa scenari apocalittici, dove la spaventosa eclissi era proprio quella della fede stessa!
Se è vero che tutti i Papi post-conciliari hanno dichiarato di avere come prioritaria preoccupazione apostolica, di insegnamento e di governo, l’attuazione del Concilio Vaticano II – e questo costituisce per molti gruppi tradizionalisti, come abbiamo visto, un’accusa talmente grave da indurli a considerare tali Pontefici perfino “Antipapi” e, di conseguenza, la Chiesa da tempo (dal 1958?) addirittura in “Sede vacante” – è invece altrettanto vero che il lungo pontificato (27 anni) di Giovanni Paolo II ha voluto pure (con l’apporto del card. Ratzinger, che ha nominato e mantenuto sempre al suo fianco come fidato Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede) porre dei freni e delle correzioni a molte derive post-conciliari (si pensi ad esempio ai duri colpi inferti alla “Teologia della liberazione”, imperante in America latina e fortemente condizionata dall’ideologia marxista). In occasione del grande Giubileo del 2000 – il cui motto fu significativamente Christus heri, hodie, semper (“Cristo ieri, oggi e sempre”, Eb 13,8) – ha voluto poi che, ad opera della Congregazione per la Dottrina della fede (Ratzinger), fosse emanato un decisivo documento che riaffermasse l’unicità salvifica di Cristo e della stessa Chiesa Cattolica (vedi la Dominus Iesus, vedi pure questo aneddoto in merito ricordato da un Benedetto XVI già relegatosi nei giardini vaticani).
Intanto già le dichiarazioni, anche sul Concilio e il post-Concilio, emerse dal card. J. Ratzinger in un libro-intervista uscito nel 1985 ad opera di Vittorio Messori (vedi Rapporto sulla fede, vedi ed. 2005), furono una vera e propria bomba o almeno uno squarcio, a 20 anni dalla chiusura del Concilio, sulla drammaticità della situazione della Chiesa e soprattutto della fede. L’ottimismo “progressista”, che ha sempre difficoltà a confrontarsi con l’effettiva “realtà” ecclesiale e persino sociale, ricevette un duro colpo, cui oppose ovviamente le terribili accuse al Cardinale (e quindi a Giovanni Paolo II) di opporsi al Concilio e a tutte le “novità” emerse nei decenni successivi.
Se, alla morte di Giovanni Paolo II (2.04.2005) come Decano dei Cardinali e quindi presiedendo il 18.04.2005 la S. Messa di apertura del Conclave (“Pro eligendo Romano Pontifice”, vedi), il card. Ratzinger parlò com’è noto dell’immane pericolo costituito dall’emergere di una vera e propria “dittatura del relativismo” (geniale espressione auto-contraddittoria che descrive perfettamente il nostro tempo e la sua cultura di fondo) e dall’essere anche nella Chiesa “sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina…” (cfr. Ef 4, 14 – “Una descrizione molto attuale!”, aggiunse), l’essere eletto il giorno dopo come Papa Benedetto XVI (proprio quel “panzer-Cardinal” che da decenni veniva considerato dai “progressisti” la quintessenza della “reazione” e quindi il nemico n. 1) costituì per il mondo appunto “progressista” un’incomprensibile e catastrofica sorpresa (abbiamo visto cosa bolliva ad esempio in pentola nella sedicente “mafia di San Gallo” e quale fosse già allora il candidato individuato per completare finalmente la “rivoluzione” sotterranea in corso!). Era però chiaro che non si poteva pensare che lasciassero al nuovo Pontefice la possibilità di governare effettivamente la Chiesa. Sappiamo infatti com’è andata!
È però significativo, tra i molti esempi che potremmo fare, che il primo importante discorso di Benedetto XVI, quello alla Curia Romana per i tradizionali auguri natalizi (22.12.2005, vedi), fu dedicato proprio al Concilio Vaticano II e soprattutto a come debba essere “interpretato”; perché la vera “ermeneutica” deve essere quella della “continuità” e non certo della discontinuità o addirittura della “rottura” con i precedenti Concili e tutta la bimillenaria Tradizione e Magistero della Chiesa Cattolica.
Una “chiave di lettura” del Concilio certo decisiva e che doveva fare piazza pulita di tutta quella “rivoluzione” conciliare e post-conciliare che sembrava aver fatto del Concilio l’anno “0” della Chiesa e permettere qualsiasi “creatività”, dottrinale, liturgica e pastorale. Però, a ben vedere, il fatto stesso che il Concilio Vaticano II, che è durato oltre 3 anni ed ha prodotto ben 16 documenti, abbia a sua volta bisogno di un’ermeneutica, cioè di una interpretazione, evidenzia già se non altro l’ambiguità di certe sue affermazioni o posizioni. Anzi, se i 20 Concili ecumenici precedenti erano stati convocati proprio per dirimere questioni gravi e controverse e concludevano in modo apodittico, chiaro, senza bisogno di ulteriori interpretazioni e con tanto di “anatema sit” (cioè di scomuniche) per chi dissentisse, e, se nella storia della Chiesa, il ricorso a Roma (al Papa) quale istanza superiore, una volta ricevuta la sua risposta, faceva ritenere conclusa ogni problematica (“Roma locuta, causa finita”), il fatto stesso che un Concilio abbia bisogno a sua volta di interpretazioni (ermeneutiche) e produca nel tempo ermeneutiche opposte (e tollerate!), a tal punto che dopo 40 anni un Papa debba ancora precisare, senza peraltro essere ascoltato (!), quale sia l’ermeneutica giusta per comprenderlo e attuarlo, è certamente già in sé un problema! Già questo è infatti sintomatico che non solo nel post-Concilio ma già nel Concilio stesso fosse presente qualcosa di non chiaro, di ambiguo, se non addirittura volutamente lasciato a libere interpretazioni.
È altrettanto significativo che uno degli ultimi discorsi di Benedetto XVI, che già aveva annunciato la Rinuncia ed esattamente 15 giorni prima di ritirarsi (discorso al Clero romano, 14.02.2013, vedi), volle dedicarlo ancora al Concilio. Fu un discorso interessantissimo, su un argomento assai delicato, tenuto peraltro a braccio per circa 50’ (il che dimostra che, pur essendo esausto, la sua eccelsa lucidità mentale non era certo venuta meno e non giustificava quindi assolutamente la sua Rinuncia se non perché appunto le cause erano ben altre), da parte peraltro dell’ultimo Pontefice che, sia pur da teologo esperto, partecipò fisicamente al Concilio. In tale occasione, sempre per sottolineare la necessità di non cadere in false interpretazioni del Concilio, parlò di una notevole discrepanza tra il Concilio “reale” (a cui appunto partecipò di persona) e quello “mediatico” (forse un’espressione elegante, sullo stile appunto di Ratzinger, per dire il Concilio inventato poi dal cosiddetto “spirito del Concilio”; anche se è vero che proprio in quegli anni, specialmente a causa della neo-nata televisione, anche gli avvenimenti più importanti della Chiesa, a cominciare dal Pontificato di Giovanni XXIII, passavano al grande pubblico non per come erano realmente ma appunto per come il potere mediatico voleva che venissero compresi).
A proposito della liturgia, considerata giustamente come il motore di ogni vera visione della fede e della Chiesa (lex orandi, lex credendi), già da tempo il card. Ratzinger non nascondeva la sua convinzione di operare finalmente una “Riforma della Riforma”, se non altro per porre fine a certi abusi che superavano ormai spesso il limite del “tollerabile” (come disse). Per questo, come abbiamo già ricordato, la scelta “rivoluzionaria” di Benedetto XVI di liberalizzare, sia pure come forma “straordinaria”, il Vetus Ordo, in particolare l’uso del Messale preconciliare del 1962 (vedi il Motu proprio Summorum Pontificum del 7.07.2007), affermando peraltro che non era mai stato abolito (quando in realtà Paolo VI nel 1969 lo vietò in favore del Novus Ordo, cioè del nuovo Messale da lui promulgato in quell’anno e reso obbligatorio) fu un altro ‘shock’ che il mondo progressista non riuscì mai a digerire. Così Francesco, nonostante Benedetto XVI fosse addirittura ancora vivo e a pochi metri da lui, cancellò nel 2021 queste possibilità liturgiche, tranne che in alcune “oasi protette” [cfr. Traditionis Custodes (vedi e ulteriori divieti vedi) e Desiderio desideravi (vedi)].
Il pontificato di Francesco (2013-2025) rappresenta certamente un unicum, che sembra contraddire la promessa stessa di Cristo, constatabile peraltro nel Magistero di tutti i suoi Predecessori (che infatti mai citava), una rivoluzione senza precedenti nella storia della Chiesa (che divenne infatti la “Chiesa di oggi” se non addirittura la “Chiesa di Francesco”!). Pareva però facile a Bergoglio, sia pur ammettendo di aver aperto nuovi “processi” (che non si capiva bene dove avrebbero poi potuto condurre la “Chiesa di domani”… anche se però si poteva intuire molto bene), di riconoscere che tutto ciò non era che nel solco e sulla scia del Concilio (anche se improvvisamente allora nell’immaginario collettivo l’anno “0” della Chiesa non coincideva più col Concilio ma ormai col 2013). Questo darebbe però ragione alle posizioni tradizionaliste più oltranziste, che fanno appunto risalire la causa della catastrofe contemporanea della Chiesa appunto non solo agli ultimi anni e al pontificato di Francesco ma appunto al Concilio e a tutti i Papi conciliari e post-conciliari (che quindi sarebbero Antipapi e la Chiesa sarebbe da oltre 60 anni in “Sede vacante”).
Ricordiamo però che Bergoglio, nonostante questa netta chiusura nei confronti della Tradizione, anche liturgica, oltre a lasciare a certe “oasi protette” (ex-Ecclesia Dei e perfino alla FSSPX) la piena libertà di celebrare nel Vetus Ordo, non solo annoverò tra il clero diocesano di Buenos Aires anche i sacerdoti della FSSPX, ma, attraverso i suoi rappresentanti nell’Ecclesia Dei, fu perfino disposto a concedere alla FSSPX di mantenere alcune perplessità su certi documenti conciliari, sottolineando addirittura che non tutti i documenti del Vaticano II godono dello stesso grado di autorevolezza! (vedi un nostro documento, oltre a quanto anche qui ricordato nella I Parte).
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Un “radicale cambiamento”
Come abbiamo potuto osservare fin dall’inizio di queste considerazioni e perfino ascoltare dalla viva voce di mons. Marcel Lefebvre (si ascolti ancora questa omelia tenuta a Venezia il 7.04.1980, ascolta la versione appena restaurata), il motivo che sta alla base delle attuali spaccature (vedi la quantità di Istituti e gruppi tradizionalisti citati nella III Parte) e dello stesso scisma del 1° luglio scorso (FSSPX), consiste principalmente nel fatto che il Concilio Vaticano II avrebbe costituito “un radicale cambiamento”, come dichiararono apertamente non pochi di coloro che lo promossero, se non appunto una rottura con la bimillenaria Tradizione e Magistero della Chiesa Cattolica.
Nel campo fondamentale della liturgia e dei suoi radicali cambiamenti operati dal Concilio e dal Novus Ordo che ne è seguito, è doveroso ricordare che la principale regìa di tale cambiamento, emergente fin dagli anni precedenti il Concilio stesso (cfr. il cosiddetto “movimento liturgico”), fu nelle mani dell’arcivescovo Annibale Bugnini (vedi). Egli godeva della fiducia assoluta di Paolo VI, così da avere praticamente mano libera nella formulazione della Riforma liturgica conciliare e degli stessi Riti (anche il nuovo Messale del 1969). Fino a quando, agli inizi degli anni ’70, scoppiò lo scandalo della sua documentata anche se negata affiliazione alla Massoneria. Così, da personaggio di spicco della Curia Romana e leader assoluto della Riforma liturgica conciliare (di cui paghiamo ancor oggi le gravi conseguenze), mons. Bugnini cadde in disgrazia e il 4.01.1976 Paolo VI, sollevandolo da ogni incarico “romano”, lo spedì pro-Nunzio apostolico in Iran. Con tutta probabilità non si trattò solo dello scandalo della “Massoneria”, ma nel sempre più evidente “disincanto” di Paolo VI nei confronti del periodo post-conciliare emerso negli anni ’70 (abbiamo ascoltato certe sue espressioni in merito) – a tal punto che dal 1968, anno della pubblicazione dell’Enciclica Humanae vitae (vedi), apertamente contestata dall’episcopato progressista, specie belga ed olandese, e di fatto rimasta quasi inascoltata dall’intero popolo di Dio e dagli stessi sacerdoti anche in Confessionale, fino al 1978, anno della sua morte, non fece più alcuna enciclica! (vedi) – emerse pure che la Riforma liturgica da lui voluta era pure vistosamente spesso sfuggita di mano, proprio sotto l’impulso di mons. Bugnini, anche se le firme erano certo di Paolo VI.
Sul radicale cambiamento liturgico operato da Bugnini, mons. Lefebvre parla all’inizio (dal minuto 4’) della celebre conferenza tenuta a Torino il 24.03.1984 (ascolta).
Ricordiamo peraltro che in tale importante conferenza [presente anche come audio nelle avvincenti immagini biografiche di un documentario su Marcel Lefebvre (vedi e ascolta)], mons. Lefebvre sottolinea come tale “radicale cambiamento” operato dal Concilio si sia ampiamente trasfuso anche nel nuovo Codice di Diritto Canonico (vedi, del 3.02.1983), considerato l’ultimo documento del Concilio e in fondo una sua traduzione sul piano appunto delle leggi della Chiesa.
Ancora nella stessa conferenza mons. Lefebvre sottolinea (con dolore) come la nuova ecclesiologia del Vaticano II e la stessa ammissione dello Stato “laico” emersa dal Concilio (e contraria, come vedremo, a tutto il precedente magistero della Chiesa) abbiano caratterizzato anche il nuovo Concordato (o Revisione del Concordato, vedi) stipulato il 18.02.1984 tra la S. Sede e Repubblica Italiana (che lo ha ratificato il 25.03.1985), ironizzando persino sulla dialettica tra il card. Agostino Casaroli (Segretario di Stato che lo firmò e che pare persino lieto che la Chiesa abbia perso i propri “privilegi”) e l’on. Bettino Craxi (Presidente del Consiglio, socialista, che pare invece a sua volta ben lieto che la Chiesa abbia finalmente accettato, col Vaticano II, i principi illuministi e liberali della “laicità dello Stato”).
Così, mentre da un lato il “progressismo” è oggi scivolato sempre più verso derive inimmaginabili solo 70 anni fa, d’altro lato, per opporre resistenza a tale deriva e voler rimanere nella fedeltà al patrimonio bimillenario della Chiesa (dottrinale e liturgico), le realtà “tradizionaliste” hanno conosciuto anche molti esasperati irrigidimenti, a tal punto, come abbiamo visto, da essere anche fortemente divise tra loro sulle posizioni da prendere e le scelte da fare.
Ecco perché su questo “radicale cambiamento”, che ha trovato nel Concilio Ecumenico Vaticano II la propria codificazione e forza propulsiva, e sui suoi specifici e problematici contenuti, bisognerà prima o poi decidersi finalmente a tornare, anche da parte della suprema autorità della Chiesa, senza arroccarsi su posizioni inaspettatamente dogmatiche (addirittura aprioristicamente chiuse, senza volontà di intervenire in modo specifico sulle questioni e con ragioni oggettive) o pensare di continuare ad infliggere severe condanne senza entrare appunto neppure nel merito delle questioni poste. Altrimenti si rischia di procedere verso la catastrofe di sempre nuovi scismi, sia da un fronte (come vediamo) che dall’altro (pensiamo ad esempio alla Chiesa tedesca; e non solo quella).
Così, nello stesso mondo tradizionalista, proprio la mancanza di un’unica autorità superiore, come in merito dovrebbe essere il Papa, moltiplica fino all’inverosimile le posizioni (cfr. III Parte).
In una realtà culturale e ormai persino ecclesiale che mette in discussione tutto, sarebbe ben strano non accettare non diciamo di “rivedere” o addirittura “abolire” il 21° Concilio Ecumenico della Chiesa Cattolica, ma almeno di spiegarne finalmente le autentiche posizioni, laddove certe ambiguità hanno dato modo di procedere su diverse e persino opposte “ermeneutiche” (cioè interpretazioni) e chiarire davvero se con certi termini si intendeva porsi in effettiva rottura col passato (anche dottrinale), il che si condannerebbe da solo (come andrebbero condannate certe derive di fatto eretiche che ne sono seguite), o se si trattava davvero solo di “annunciare in modo nuovo la dottrina di sempre” (come disse appunto lo stesso Giovanni XXIII all’inizio del Concilio, indicandone le finalità).
Pare dunque doveroso e urgente, anche da parte della massima Autorità della Chiesa (o da chi la rappresenta o aiuta), non limitarsi ad un “siete a favore o contro il Concilio Vaticano II?”, ma appunto entrare finalmente nel merito delle serie questioni poste, offrendo risposte obiettive, motivate e razionali, per superare ogni possibile equivoco o ambiguità e giungere finalmente ad una “Roma locuta est, causa finita” (una Roma di oggi che ovviamente non può essere contro la Roma di ieri).
Purtroppo, però, persino quando i quesiti, anche su questioni gravissime, vengono ufficialmente formulati (addirittura da Cardinali al Papa) in modo chiaro e per certi versi costringente ad una presa di posizione netta e incontrovertibile (questa è ad esempio l’utilità della forma dei “Dubia”), come abbiamo osservato nella II Parte (vedi) o non si risponde affatto (2016) o si risponde (2023) ovviamente non negando apertamente la dottrina ma dissolvendola subdolamente in un “tuttavia” motivato dalle situazioni concrete o pastorali (questa negazione aperta della dottrina e della verità il modernismo e progressismo astutamente non la faranno mai, almeno fin quando non pensano di avere ormai raggiunto un potere assoluto, per non esporsi e non offrire più dubbi sulla propria delegittimazione; del resto la formulazione del “sì, però, ma anche, tuttavia” è metodo tipico della massoneria per far progressivamente passare al suo relativismo).
Circa alcune questioni specifiche e critiche
Ecco alcune questioni critiche, emerse nel Concilio Vaticano II, già fortemente sottolineate e respinte, in quanto contrarie al Magistero e alla Tradizione perenne della Chiesa, da mons. Lefebvre ed oggi, dopo oltre 60 anni, non ancora risolte ma anzi ulteriormente aggravatesi, con certe derive persino eretiche da un lato e dall’altro col moltiplicarsi di gruppi e istituti “tradizionalisti”, che giungono appunto a provocare non solo ulteriori irrigidimenti ma persino scismi.
[Abbiamo fatto recentemente cenno ad alcune di queste questioni anche nella II Parte (“Errori ed equivoci”) della News “Più che una Religione” (2.04.2026) (vedi)].
Liturgia
Durante il Concilio la gente sapeva soprattutto quello che diceva la televisione (in Italia nata da neppure 10 anni, nel 1954, e progressivamente entrata nelle case degli Italiani anche come indottrinamento quotidiano delle masse da parte del potere); da qui la differenza, come disse Benedetto XVI (14.02.2013, vedi), tra il “Concilio mediatico” e quello “reale”. [Lo stesso si dica di Giovanni XXIII, di fatto il primo Papa entrato nelle case della gente con la televisione da poco inventata, passato mediaticamente e così rimasto per decenni nel popolo come “il Papa buono”, quasi che tutti gli altri, specie Pio XII, non lo fossero stati!]. Nella realtà, almeno per chi andava a Messa (che in quegli anni in Italia erano ancora il 50% della popolazione, come 10 anni prima era il 60% ed oggi siamo a meno del 18%, in certe regioni anche meno del 10%), l’impatto del Concilio fu appunto avvertito, anche dai più superficiali, appunto come il radicale cambiamento della S. Messa (Messale di Paolo VI, entrato in vigore come obbligatorio nel 1970). Improvvisamente la lingua (anche se progressivamente si fece anche negli anni precedenti) divenne quella italiana (come in ogni Nazione la propria lingua parlata) (non importa se invece la Sacrosanctum Concilium al n. 36 incoraggiava il mantenimento della lingua latina, almeno in certe parti della Messa). Gli altari, anche a costo di gravi sacrifici architettonici e di sostituzioni di altari anche artisticamente preziosi con umili “tavolini”, fecero una mirabolante “giravolta”, voltandosi, come il sacerdote, “coram populo”, cioè verso l’assemblea e non più verso Dio (indicato come direzione verso Oriente dell’abside di tutte le chiese storiche, e soprattutto verso il Crocifisso), anche questo come segno plastico della “svolta antropologica” attuata dal Concilio e di “rahneriana” memoria (per chi sa un po’ della nuova teologia). Inoltre, non ci si fece scrupolo di buttare nel cestino (e in genere mai più recuperato) un patrimonio plurisecolare, non solo liturgico ma anche artistico, di inestimabile ed invidiato valore, come quello del campo della musica: il canto “gregoriano” (pur raccomandato dalla Sacrosanctum Concilium al n. 116) venne irrimediabilmente sostituito da canti simil-musica leggera (che peraltro quasi più nessuno cantava se non il gruppetto dei giovani del coro, che spesso si sentivano così un poco sul palco di Sanremo); tramontò così improvvisamente la possibilità di avere in tutto il mondo gli stessi canti, con la stessa lingua e la stessa melodia (basta vedere cosa succede oggi tra i fedeli quando il Papa canta il Pater noster in latino all’Udienza generale del mercoledì o come la gente risponde all’Angelus del Papa la domenica in piazza S. Pietro); in Italia sono pure improvvisamente stati cestinati dei canti liturgici italiani che tutti sapevano e cantavano, da Torino a Palermo. Non parliamo poi di cosa se n’è fatto dei gloriosi organi, immediatamente sostituiti dalle chitarre se non, nell’euforia dei primi tempi post-conciliari, persino dall’apparato strumentale (talora persino con rumorosi strumenti a percussione) dei cosiddetti “complessi musicali” allora imperanti (chi è già avanti negli anni e sapeva queste cose, si ricorderà ad esempio dei canti e della S. Messa del Giombini o Messa “beat”, che fecero furore e furono promossi calorosamente dalla stessa CEI, ascolta). Mentre poi i laici accedevano al presbiterio (e ci si affrettò pure a demolire le balaustre che lo delimitavano) e all’ambone (perché ormai tutti potevano leggere la Parola di Dio, anche se ufficialmente dovrebbero esserci i Lettori, ministero istituito e dato dal vescovo, inizialmente solo per uomini ben preparati), i sacerdoti iniziarono a fare a gara per vestirsi e presentarsi come laici (e qualcuno pensò pure, specie in Francia, di essere più evangelico facendo il “prete-operaio”, magari in prima linea nelle lotte di stampo marxista). Intanto i Seminari e i Noviziati improvvisamente si svuotarono e gli stessi sacerdoti che abbandonavano il sacerdozio crescevano in modo esponenziale (nel post-Concilio sono stati in tutto il mondo decine di migliaia) [ricordiamo invece cosa avvenne già da allora nei Seminari di mons. Lefebvre!].
Rotti ampiamente i margini della Tradizione e persino del buonsenso, peraltro con una dose di orgoglio che è gravemente immorale se non sacrilega, si cominciò a parlare di “creatività liturgica” e molti sacerdoti, inizialmente pure con il plauso di molti giovani anni ’60, fecero a gara per inventare modi nuovi di celebrare, pensando di rendere così la liturgia più attraente e meno ingessata (non importa se la Sacrosanctum Concilium al n. 22.3 proibiva espressamente al sacerdote “di sua iniziativa, di aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica”).
Ci si può allora lecitamente domandare se queste plateali derive o disobbedienze fossero sfuggite di mano (nello “spirito del Concilio”) all’Autorità ecclesiastica o se in fondo fossero non solo tollerate ma subdolamente persino incoraggiate.
Di fatto però, ciò che tra gli esperti (movimento liturgico) bolliva in pentola già da decenni, improvvisamente non solo divenne la prassi comune e persino obbligatoria, ma si aprirono le porte ad una cosiddetta “creatività” liturgica, che sfociò rapidamente e assai diffusamente in incredibili abusi, senza con ciò essere bloccata e repressa, se non in documenti teorici che nessuno leggeva o applicava [pensiamo, ancora nel 2004, al documento Redemptionis sacramentum – Istruzione su alcune cose che si devono osservare ed evitare circa la santissima Eucaristia (vedi una sintesi)].
Non si trattò però di un “liberi tutti!” (dalla plurisecolare tradizione liturgica e soprattutto dal Concilio di Trento) posto in atto semplicemente da esaltati giovani preti (ma come venivano già allora formati nei Seminari?) che volevano nella Chiesa quello che il ’68 stava compiendo nella società. No, si trattava dell’esito (certo poi anche sfuggito di mano) di ciò che in fondo si stava preparando da decenni, da parte degli “esperti”, cioè quel “movimento liturgico” che sognava una vera e propria rivoluzione liturgica, magari dicendo di tornare alla “purezza delle origini” e di purificare la liturgia da certe incrostazioni assunte nei secoli, ma di fatto, insieme ad una vera ribellione nei confronti del Concilio di Trento e del Messale di S. Pio V, mostrava una “ecumenica” simpatia per ciò che aveva operato la Riforma protestante (non importa se con ciò ci si allontanava invece platealmente dalla solennità e sacralità della liturgia della Chiesa ortodossa).
Tutto ciò confluì appunto, persino al di là delle affermazioni della Sacrosanctum Concilium, in quella rivoluzione liturgica che in quegli anni veniva costituendosi (persino con l’apporto degli stessi esperti Protestanti, invitati ai lavori della nascente riforma liturgica!) e che si espresse nel cambiamento radicale dei Riti di tutti i Sacramenti (Novus Ordo), soprattutto nel nuovo Messale del 1969 (1970). Esso, pur mantenendo a parole la fedeltà alla bimillenaria tradizione liturgica della Chiesa Cattolica – ricordiamo la Premessa apposta da Paolo VI all’edizione definitiva del 1970 dopo gli allarmati richiami di alcuni Cardinali (Ottaviani e Bacci) espressi nel “Breve esame critico del Novus Ordo Missae” (vedi) ed inviati con urgenza ed apprensione all’attenzione del Papa! – di fatto smantellò la S. Messa “tridentina” (del Concilio di Trento e autorevolmente siglata e voluta come “perenne” da san Pio V), rendendola addirittura “vietata”, e fece scivolare la sensibilità liturgica e gli stessi contenuti teologici ad essa connessi verso una deriva di fatto “antropocentrica” e di chiaro stampo “protestante”.
Così, l’accentuazione del “Sacrificio di Cristo” (che si rinnova sull’altare in modo incruento attraverso il sacerdote; principio tanto odiato da Lutero e fortemente richiamato da Trento) si è “luteranamente” spostata sulla “Cena del Signore” (con tanto di altare ridotto a tavolo o banchetto e rivolto verso il popolo, come pure il sacerdote) e la centralità della Liturgia Eucaristica ha ceduto il primo posto alla Liturgia della Parola (anche come tempistica, oggi divenuta persino paradossale, tanto da occupare, con l’omelia, gran parte della Messa). Si veda poi, come abbiamo appena ricordato, l’accesso dei laici al presbiterio (per svolgere svariate funzioni), prima non solo rialzato ma delimitato dalle balaustre, e all’ambone (per proclamare la Parola di Dio e spesso anche per avvisi e nei funerali odierni anche per “elogi funebri”, peraltro proibiti persino al sacerdote). Impressionante è stata poi la desacralizzazione del modo con cui ricevere la S. Comunione (da in ginocchio e in bocca a in piedi e in mano) e la decentralizzazione del tabernacolo (e, laddove è rimasto centrale, è andato spesso a finire dietro la sede del celebrante, come conseguenza della “giravolta” degli altari), davanti al quale è rarissimo vedere la genuflessione adoratrice e pure la continuazione dell’adorazione anche al termine della S. Messa; perché se la S. Messa è ridotta a spettacolo sacro e le chiese sono diventate teatri e luoghi dell’assemblea cristiana (oggi prestati persino ai musulmani, agli immigrati, pure per pranzi di accoglienza e carità), terminata la S. Messa c’è in chiesa più chiasso che appunto nel ‘foyer’ di un teatro o in piazza. A ciò si aggiunga, sempre in ordine alla progressiva desacralizzazione della liturgia, la perdita pure del silenzio, degli inginocchiatoi, del canto gregoriano (pur raccomandato dal Concilio) per sostituirlo, come ricordato, con simil-canzonette e l’organo sostituito dalle chitarre (e strumenti musicali moderni che negli anni ’60 hanno addirittura raggiunto il livello dei nuovi cosiddetti “complessi musicali”). Potremmo pure osservare, specie in estate, la perdita sempre più vistosa di un abbigliamento consono alla sacralità del luogo e della liturgia. Insomma, anche nelle migliori parrocchie, dove tutto è ben organizzato e molti sono i laici che sono impegnati in qualche funzione (perché a ciò s’è ridotta la “partecipazione attiva dei fedeli” tanto raccomandata dal Concilio), la liturgia assomiglia sempre più ad uno “spettacolo” (anzi, peggio, perché a teatro o ai concerti di musica classica ci si va con abiti eleganti e si osserva scrupolosamente il silenzio, anche dei cellulari!). Si pensa persino di rendere la liturgia sempre più ricca di novità e attraente, fino a sacerdoti che si credono degli show-man o predicatori televisivi, con omelie interminabili quanto spesso povere di autentici contenuti di fede (una vera “tortura” per i sempre più rari e anziani partecipanti, che avrebbero diritto a imparare i veri contenuti della fede). Quando poi lo spettacolo sta per finire e il fedele sogna già il liberatorio “andate in pace!”, arriva invece la cascata degli avvisi parrocchiali (che dovrebbero essere fatti semmai dopo la Benedizione, perché appunto non fanno parte della liturgia; ma ci sarebbe il rischio, pensa il parroco, di non avere più ascoltatori a questa sorta di “pubblicità parrocchiale”).
Fermo restando che solo Dio vede nelle anime, è però difficile negare che oggi la S. Messa non costituisca più il momento del superlativo e impareggiabile “rapporto con Dio”, alla presenza reale di Cristo nell’Eucaristia, il grande e soprannaturale alimento per la santificazione delle nostre anime e il vero culto (lode) da rendere a Dio, vero anticipo del Paradiso (anche se il canto del “Santo”, che conclude il Prefazio e immette nella preghiera consacratoria, ci ricorda ogni volta che noi siamo in questo “uniti agli Angeli e ai Santi”). Si esce invece dalle chiese e si torna a casa, per riprendere all’indomani gli impegni della vita feriale, davvero elevati fino a Dio (che, se abbiamo ricevuto in grazia di Dio nella Comunione, è addirittura dentro di noi)? Semmai, se rimane qualcosa della S. Messa, si pensa semmai a quanto ascoltato nella predica (ammesso che non sia stata così soporifera da aver fatto perdere dalla prima parola all’ultima, svegliandosi dal sonno con quel liberatorio “Credo in un solo Dio”, o così lontana dalla vera dottrina da aver provocato nei più attenti qualche travaso di bile) e magari si parla con qualcuno se gli è piaciuta o no. Pur rimanendo nell’esorbitante “Liturgia della Parola” sarebbe intanto interessante fare domande sull’intera Parola di Dio ascoltata, anche solo ad esempio per ricordare da quale Lettera di S. Paolo, che è Parola di Dio (!), è stata tratta la seconda lettura e quale imprescindibile tematica l’Apostolo ha messo in risalto in quel brano (a proposito, qualcuno s’è chiesto perché S. Paolo viene detto Apostolo quando non era certo nel gruppo ristretto dei 12 che seguiva Gesù, che forse non ha nemmeno conosciuto fisicamente?). Sempre per rimanere nell’esorbitante Liturgia della Parola, qualcuno s’è magari perfino impegnato a leggere qualcosa in quei poco raccomandabili “foglietti della Messa”, che sono in genere all’insegna del più spudorato progressismo (sia nella presentazione del “tema del giorno” come persino nella Preghiera dei fedeli, che peraltro dovrebbe essere l’unica preghiera lasciata alla propria Comunità e comunque con particolari criteri liturgici e teologici e che invece ogni sacerdote abbandona appunto alle Edizioni S. Paolo – e pensare che c’è persino un libro liturgico anche per la Preghiera dei fedeli), che riduce tutto al nostro buon comportamento da avere come cristiani (pura eresia pelagiana riletta in salsa luterana), se non addirittura addentrandosi nelle attuali problematiche sociali, immigrati compresi.
Insomma, anche questo è l’esito di una S. Messa ridotta “luteranamente” a “Cena del Signore”, col Pastore che tiene l’interminabile sermone ed è colui che presiede l’assemblea, dando sempre più spazio ai laici, per essere davvero conciliare, collegiale e sinodale. Che ne è rimasto della S. Messa “cattolica”, cioè del Sacrificio di Cristo sul Calvario, offerto dal sacerdote che agisce “in persona Christi” (cioè è Gesù che agisce in lui, come nella Confessione), e che si rinnova in modo incruento sull’altare, come vera e infinita offerta (vero e degno culto) al Padre e per la nostra redenzione (liberazione dal peccato, espiato da Cristo Crocifisso, e santificazione)?
Alla fine, per il povero fedele ancora “praticante”, che va giustamente a Messa ogni domenica, magari per tradizione o comunque per non commettere peccato grave contro il 3° Comandamento (ma chi ancora sa questo?), la vera “liberazione” interiore è data non dalla partecipazione al Sacrificio di Cristo e dal contatto personale e reale con Lui, ma appunto da quel tanto atteso “andate in pace” finale, cui segue da parte dei fedeli forse l’unico vero e sentito “Rendiamo grazie a Dio” della Messa!
[Sul rapporto “Fede e Sacramenti” oggi, anche in Italia, si veda pure l’omonima News]
Come abbiamo appena già sottolineato, se lo “spirito ecumenico” promosso in toto dal Concilio Vaticano II ha prodotto indubbiamente un incredibile avvicinamento della liturgia cattolica a quella protestante (tanto condannata dal Concilio di Trento!), a tal punto che durante la stesura del nuovo Messale si volle l’incredibile presenza e ausilio di esperti protestanti (specie luterani), in realtà tale ecumenismo di fatto va ad intermittenza oltre che a senso unico, perché la nuova liturgia e la nuova Messa cattolica costituiscono invece un lacerante allontanamento della “divina” liturgia (come è giustamente chiamata) degli Ortodossi, che ha mantenuto invece una per noi oggi ormai invidiabile sacralità dei riti.
Fino a Paolo VI e al Messale del 1969, nel corso dei secoli la liturgia è rimasta sostanzialmente la stessa! La definiamo normalmente in Vetus Ordo. Come abbiamo ricordato nella III Parte, la S. Messa (e relativo Messale) è rimasta fino al 1969, tranne piccolissimi cambiamenti, quella, unica e obbligatoria, di san Pio V (1570), detta anche S. Messa “tridentina”, cioè secondo le autorevoli e dogmatiche indicazioni emerse dal Concilio di Trento [l’ultimo Messale in Vetus Ordo è quello promulgato da Giovanni XXIII nel 1962]. A sua volta la liturgia tridentina rimaneva sostanzialmente la stessa di quella formulata dal Papa San Gregorio Magno a fine VI sec.; ma anche questa sostanzialmente risente, nel suo nucleo fondamentale, della liturgia che risale addirittura ai tempi “apostolici” (o almeno al sec. III: cfr. la Traditio Apostolica). Quindi non è erroneo o esagerato affermare che la S. Messa in Vetus Ordo è davvero la S. Messa “di sempre”. Purtroppo invece sarebbe arduo affermarlo, visti i sostanziali cambiamenti subiti nel Novus Ordo, del Messale di Paolo VI (1969).
È bene ricordare che stiamo comunque parlando del Rito latino (occidentale) romano, ma che la Chiesa Cattolica contempla ben 23 riti, tuttora ufficialmente riconosciuti e celebrati (vedi ad es. la nota 6 del nostro documento dedicato alla Chiesa Ortodossa).
Si dovrebbe anche ricordare che il Papa san Pio V, nel promulgare nel 1570 il Messale Romano della S. Messa cosiddetta “tridentina”, con la stessa Bolla Quo primum tempore, proibì a chiunque (anche ai futuri pontefici!) di modificare, alterare o aggiungere alcunché a tale Messale.
Ci si potrebbe dunque chiedere se Paolo VI sia venuto così platealmente a contraddire, nel 1969 (Novus Ordo), tale autorevole impegno e ordine di un suo Predecessore, cui invece si attennero i Papi degli ultimi 4 secoli prima di lui [tranne appunto qualche piccolo cambiamento introdotto da Clemente VIII, Leone XIII, Pio XII e Giovanni XXIII].
Alcuni studiosi sottolineano però che un Papa non possa legare in modo assoluto i suoi successori su questioni di natura solo disciplinare o liturgica. Rimane però la questione che allora o ha sbagliato Pio V a vietare tali cambiamenti o ha sbagliato Paolo VI a contravvenire a tale divieto.
Ecco una delle contraddizioni cui di fatto induce lo stesso Concilio Vaticano II.
Tra l’altro non solo il nuovo Messale del 1969/1970 divenne obbligatorio per tutta la Chiesa latina romana, ma Paolo VI vietò addirittura di poter celebrare ancora in Vetus Ordo.
Dato l’incontestabile radicale cambiamento della S. Messa prodotto dal Messale di Paolo VI, nel 1971 mons. Lefebvre annunciò ai suoi seminaristi (FSSPX) il suo rifiuto di accettare il “Novus Ordo Missae“, “per motivi di coscienza”!
Ricordiamo ancora che non si tratta tanto della S. Messa “in latino”, come in genere non solo la gente ma pure i giornalisti dicono, ma della celebrazione nel “Vetus Ordo” [anche se è vero che le moderne traduzioni in lingua volgare, di cui sono dirette responsabili le Conferenze episcopali nazionali, creano spesso ulteriori problemi, che talora compromettono ulteriormente la giusta comprensione della Liturgia].
Nel 2007 Benedetto XVI disse invece (cfr. Motu proprio Summorum Pontificum) che il Vetus Ordo non era mai stato realmente abolito o vietato e liberalizzò, sia pure come forma “straordinaria”, l’uso del Messale tridentino, nell’ultima forma del 1962. Come abbiamo ricordato, Francesco invece nel 2021 (cfr. Traditionis Custodes e ulteriori divieti) e nel 2022 (cfr. Desiderio desideravi) tornò a proibirne l’uso, tranne che in particolari comunità e solo col permesso specifico della S. Sede.
Ci si potrebbe però allora domandare come sia possibile che in alcune rare comunità sia concesso ciò che altrove è proibito e solo se queste comunità accettano integralmente la dottrina del Vaticano II e dei Papi post-conciliari (cosa che non possono accettare non solo molti degli istituti che abbiamo presentato ma la stessa FSSPX, da cui anche l’attuale scisma, che appunto verte come abbiamo visto più su questa questione che non su quella di continuare a celebrare “Vetus Ordo”, infatti permesso a molte realtà ed Istituti “tradizionalisti”, e neppure sull’assenza stessa del mandato pontificio per le nuove Ordinazioni episcopali).
Aggiungiamo infine che inizialmente forse pochi, tra i fedeli, si accorsero che con la nuova Messa (Novus Ordo) non era cambiata, anche radicalmente, solo la S. Messa, ma pian piano, anche attraverso la nuova liturgia, si stava veicolando e introducendo anche una nuova dottrina (fede) e una nuova morale (certi peccati non venivano più menzionati e spesso si faceva credere che non lo fossero più). Infatti, “lex orandi” (la preghiera) e “lex credendi” (la fede), sono strettamente congiunti e si condizionano a vicenda, nel bene o nel male (se è una falsa dottrina o una falsa liturgia).
Come uscire da questa “impasse”?
Non vogliamo né possiamo ovviamente qui entrare nel merito delle questioni, né vedere in profondità se esistano possibili “vie d’uscita” dall’attuale crisi e dalle sempre più numerose divisioni emergenti in proposito nella compagine della stessa Chiesa Cattolica. Presentiamo solo qualche umile considerazione, prospettando qualche soluzione, magari ingenua, e fornendo pure qualche esempio. Ovviamente al di là delle sorprese che Dio può avere in serbo di riversare sulla Chiesa e sull’umanità, per porre direttamente e perfino improvvisamente fine ad una crisi dalle proporzioni immani ed inaudite come quella che stiamo vivendo.
Non si tratta di trovare compromessi né di scadere in facili irenismi o sincretismi. Teniamo presente, come abbiamo ricordato fin dall’inizio, che quando parliamo della Chiesa, e poi in particolare della liturgia, non parliamo di cosa nostra, ma dell’opera di Dio (“opus Dei”), per la maggior Sua gloria e per la salvezza e santificazione delle nostre anime. Teniamo poi ovviamente presente che nessuna vera unità può realizzarsi senza verità.
Continuare da un lato a considerare il Concilio Vaticano II come fosse l’anno ”0” della Chiesa (la Chiesa “di oggi”, “di domani”, “di Francesco” e poi chissà di chi …) è ovviamente, oltre che eretico, anche una pura follia (posizione progressista estrema). Perché appunto la Chiesa è “di Cristo”; e Cristo “è lo stesso, ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8).
Allo stesso tempo è inimmaginabile una Chiesa che sarebbe in “black-out” e perfino in “Sede vacante” da quasi 70 anni e che la soluzione consisterebbe nel “resettare” o cancellare tutto quanto è accaduto dal 1958 o dal 1965 in poi (posizione tradizionalista estrema).
Limitarsi da un lato (tradizionalista) a rifiutare a priori anche ogni più piccolo cambiamento è una via senza uscita e che provoca irrigidimenti se non irrisioni da parte contraria (progressista); ma anche rispondere ad ogni vero e doveroso attaccamento e obbedienza all’autentica e perenne Tradizione della Chiesa (dei tradizionalisti) con scomuniche e provvedimenti canonici (da parte dell’Autorità ecclesiastica), senza ascoltare ragioni e confrontarsi ragionevolmente sui contenuti, perché l’unico dogma è il Vaticano II e il Papa attualmente regnante, è altrettanto errato ed impossibile e conduce la Chiesa verso il baratro di continue divisioni e scismi e nella confusione più totale.
Non si tratta, anche nella liturgia, di bloccarsi su fronti contrapposti, ma di correggere quello che è errato, senza sincretismi o accomodamenti o facili compromessi, ma distinguendo particolari meno significativi e certamente riformabili da quelli fondamentali e intoccabili.
Circa l’uso del latino, esso è certamente da privilegiare. Del resto lo diceva anche la Sacrosanctum Concilium (cfr. n. 36). Tanto più che le nuove traduzioni, a cominciare da quella italiana della CEI (della Bibbia nel 2008 e di conseguenza nel nuovo Lezionario), presentano ormai anche gravi errori, come nel caso del nuovo “Padre nostro” (con la sua inventata traduzione del “ne nos inducas in tentationem” con “non abbandonarci alla tentazione”), del “Gloria” e del canto degli Angeli alla Natività, “pax hominibus bonae voluntatis” tradotto con “pace agli uomini che Dio ama” (cambia addirittura il soggetto della buona volontà!), fino alla reiterata formula errata di consacrazione del vino (“pro multis” tradotto con “per tutti”) [vedi in proposito quanto rilevato anche nella News “Bibbia e cultura”].
A costo di apparire semplicisti o ingenui, facciamo però qualche esempio concreto (per uscire forse dall’impasse post-conciliare tra progressisti e tradizionalisti, specie nelle loro posizioni estreme).
Anzitutto sull’Eucaristia. Va assolutamente recuperata la sua centralità, come presenza “reale” di Cristo Signore, cioè di Dio stesso! Questo a cominciare dalla S. Messa, che non può più essere sbilanciata come oggi, persino nella tempistica, sulla Liturgia della Parola (e persino sull’omelia), senza l’adeguato silenzio e la concentratissima adorazione (in ginocchio) di Gesù che sull’altare (in questo aiuta certamente l’altare e il sacerdote rivolti verso Dio, ad Oriente, e non verso il popolo) rinnova il Sacrificio della Croce, così come il modo (oggi così spesso banalizzato se non talvolta blasfemo) di riceverLo nella S. Comunione (è certamente più idoneo ricevere Nostro Signore dal sacerdote, con calma, in ginocchio e sulla lingua); ma anche nella Sua presenza nel tabernacolo, che non può più essere marginalizzato come avviene anche architettonicamente oggi (senza il silenzio e l’adorazione dovute davanti ad esso). In questo senso va certamente recuperata anche la funzione sacrale e unica (addirittura “in persona Christi”) del sacerdote, che non è solo il “presidente” dell’assemblea né tanto meno un simil-conduttore televisivo. Va poi ben precisato che la “partecipazione attiva dei fedeli”, tanto raccomandata dal Concilio, non significa assolutamente che il più possibile ciascuno abbia un compito o una funzione (talora clericalizzando i laici o facendo della liturgia uno spettacolo, sia pur ben organizzato e con tanti attori), ma che ci sia una vera e profonda partecipazione interiore a ciò che si sta compiendo e che nulla ha alla pari nella vita e nell’universo stesso!
Certo, anche i particolari possono essere di aiuto; ma un irrigidimento (da parte tradizionalista) su alcuni particolari offre invece l’impressione (e ciò li rende incomprensibili e arcaici agli occhi dei progressisti) talora persino di un’ostentata volontà di non voler mutare assolutamente nulla, se non talora di un “estetismo” che a sua volta può essere pura esteriorità e non segno di un vero maggior amore a Cristo Signore.
Facciamo qualche esempio, tratto appunto dal Vetus Ordo. È proprio ancora necessario il “manipolo” sull’avambraccio sinistro del celebrante? È davvero indispensabile che dopo la consacrazione il pollice e l’indice del sacerdote siano uniti (se è per non far cadere eventuali particelle dell’ostia basta sfregarle subito sopra il calice; a parte che anche in importanti chiese in Vetus Ordo durante il Covid s’è visto usare dal sacerdote il gel e talora persino i guanti)? È così significativo che i fedeli si uniscano al sacerdote solo per l’ultima invocazione del Padre nostro (“Sed libera nos a malo”) e non per tutta la Preghiera del Signore? È giusto che alla fine della S. Messa il sacerdote dica “Ite, missa est” prima della Benedizione? Il “submissa voce” con cui il sacerdote recita il Canone deve proprio essere in silenzio oppure essere appunto quel “sottovoce” che potrebbe anche essere ascoltato dal fedele, senza ledere né il silenzio né la sacralità suprema del momento liturgico in corso? È proprio così indispensabile un numero enorme di inchini e genuflessioni (anche se certamente sono un ulteriore richiamo alla presenza reale del Signore) e sarebbe così grave diminuirle? Sono poi stati certamente commessi degli abusi o errori nella riformulazione del calendario liturgico (andando talora persino contro la consolidata memoria popolare di certe feste di Santi o mariane o della Santa Croce, facendole così di fatto decadere), ma è ancora giusto che nel Vetus Ordo si celebri ad esempio un Santo magari un giorno prima o dopo che nel Novus Ordo o che il Vetus Ordo non celebri alcuni dei santi canonizzati negli ultimi decenni, come ad esempio padre Pio da Pietrelcina o S. Massimiliano Maria Kolbe? Perché non riconoscere che è un valore che nel Novus Ordo ci sia una maggiore abbondanza della Parola di Dio (nel ciclo triennale festivo o biennale feriale)? Salvo il fatto che si possa non essere d’accordo con la “concelebrazione” di uno o più sacerdoti permessa dalla riforma liturgica, ma ha davvero molto senso che magari in una S. Messa assai partecipata e devota (nelle rare chiese dove si celebra in Vetus Ordo, come in certi Istituti ex-Ecclesia Dei) improvvisamente scenda un altro sacerdote per celebrare in contemporanea in un altare laterale (è proprio vero che non aveva altri momenti per farlo o c’è appunto una compiaciuta ostentazione del Vetus Ordo?).
Sono solo dei possibili esempi per comprendere come, nonostante l’evidente perdita del sacro e persino “protestantizzazione” della liturgia nel Novus Ordo, non bisogna cadere in una sorta di manicheismo liturgico o esagerato fissismo, che peraltro contribuisce inutilmente alla divisione e provoca inutili opposti pregiudizi.
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Ecclesiologia
Sono ovviamente molti i punti che potremmo analizzare e quelli che costituiscono una “novità” (almeno nella loro formulazione e accentuazione) del Concilio Vaticano II, anche riguardo all’identità della Chiesa stessa.
Come sappiamo, il Concilio ha dedicato alla Chiesa una Costituzione dogmatica, la Lumen Gentium (vedi).
Come per le altre tematiche, il Vaticano II, a differenza persino dei 20 Concili precedenti, ha voluto dire tutto, col rischio di essere prolisso, di non sottolineare le difficoltà e problematiche pur già drammaticamente emergenti (poiché non doveva condannare niente e nessuno) e perfino di rendere più difficilmente individuabili le vere “novità” che si volevano far passare.
Ci potremmo riferire alla nuova accentuazione della Chiesa come “Popolo di Dio” (cfr. il Capitolo 2 del documento), piuttosto che come “Corpo mistico di Cristo” (vedi ad es. l’Enciclica Mystici Corporis di Pio XII), pur richiamato al n. 7, alla “vocazione universale alla santità” (capitolo 5), al “sacerdozio comune dei fedeli” (cfr. n. 10), in cui si dice che “Il sacerdozio comune dei fedeli e il sacerdozio ministeriale o gerarchico, quantunque differiscano essenzialmente e non solo di grado, sono tuttavia ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo”. La Chiesa diventerà quindi “tutta ministeriale”. A ciò fa poi seguito un intero capitolo (il 4°) sui “laici”, che parteciperebbero anch’essi ai tre compiti di Cristo stesso e della Chiesa (sacerdotale, profetico e regale) (cfr. nn. 34-35-36) [una sottolineatura che può essere anche bella, ma che rischia appunto di oscurare l’identità unica del sacerdote: infatti mille laici riuniti in chiesa non possono far venire Gesù nell’Eucaristia; così nessuna Confessione dei propri peccati, fosse persino pubblica, può ottenerci il perdono dei peccati; e il sacerdote non può essere messo in un cerchio di laici (oggi lo si fa persino coi bambini) per “dire la sua” su un brano del Vangelo; e un sacerdote, tanto meno un vescovo, può venire sottomesso ad alcun Consiglio di laici].
Tutte accentuazioni che sono poi ovviamente passate al nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 (vedi), considerato dallo stesso Giovanni Paolo II che l’ha promulgato come l’ultimo documento del Concilio e sua attuazione canonica (vedi) [ascolta (minuto 21’ e seguenti) quanto detto in proposito da mons. Lefebvre].
Di fatto, però, la traduzione “pastorale” di tali accentuazioni, invece di spingere i laici ad una testimonianza cristiana ancora più viva e chiara nel sociale (a cominciare dagli ambienti lavorativi dove passano la maggior parte del loro tempo e impegno sociale), oltre ovviamente nella propria famiglia e nell’educazione cattolica dei propri figli, ha condotto invece ad una loro “clericalizzazione” [basti pensare alla liturgia, dai “diaconi permanenti” e dai “ministeri istituiti” in giù, fino ai “Ministri straordinari della Comunione”, per non parlare dei Catechisti (resi anch’essi – anzi “rese”, visto che la stragrande maggioranza sono donne – Ministeri istituiti). Basterebbe pensare, come abbiamo già ricordato, da chi è calpestato o frequentato oggi il “presbiterio” delle chiese (un tempo riservato appunto ai presbiteri, cioè ai sacerdoti e ai chierichetti in talare, e delimitato con tanto di balaustra, oltre alla sopraelevazione rispetto allo spazio dell’assemblea) e l’ambone stesso (dalle Letture, agli avvisi, fino alla guida dei canti e oggi agli inaccettabili “elogi funebri” al termine dei funerali)]. A proposito delle donne, si tenga presente la crescente presenza di donne (suore o laiche) anche ai più alti livelli della Curia Romana (Vaticano).
Ecco i primi grandi incarichi affidati in Vaticano a delle donne.
Il Governatorato dello Stato della Città del Vaticano ha come Presidente una donna (suor Raffaella Petrini).
Il Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale ha come Prefetto (nomina di Leone XIV) una donna (suor Alessandra Smerilli), avendo come pro-Prefetto un cardinale (Fabio Baggio) e come segretario un monsignore (Jozef Barlaš).
Il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica ha come Segretario una donna (suor Tiziana Merletti).
Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha due Sottosegretarie laiche (Gabriella Gambino e Linda Ghisoni).
La Pontificia Commissione per l’America Latina ha come Segretaria una laica (Emilce Cuda).
Tra poco prenderà le redini come Prefetto-a (è il primo caso nella storia della Chiesa, in quanto donna laica) del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede la dott.ssa Maria Montserrat Alvarado (nata a Città del Messico e con passaporto USA, è stata presidente e direttore operativo della potente agenzia di stampa cattolica statunitense EWTN News).
Si potrebbe sollevare persino un sospetto. Visto che nella Chiesa Cattolica è impossibile per una donna accedere al sacerdozio – secondo il volere di Cristo stesso, confermato da Giovanni Paolo II (vedi), che su questo ha impegnato anche il futuro della Chiesa, checché ne dicano molti vescovi tedeschi), si cominciano a dare, persino in Vaticano, alti incarichi a delle donne (suore e persino laiche), al di sopra persino di sacerdoti, vescovi e cardinali. Si è così aggirato astutamente il problema?
A tale “clericalizzazione” dei laici ha fatto riscontro invece una “laicizzazione” del clero (non solo nel modo di vestirsi e atteggiarsi, ma nelle loro stesse attività, senza quasi aver più tempo, come abbiamo già sopra ricordato, per la preghiera, l’Adorazione eucaristica, le Confessioni, la Confessione-Comunione agli infermi, ecc.).
La costituzione Lumen Gentium termina poi con una lunga parte (capitolo 8) dedicata alla Madonna, che inizialmente doveva essere un documento a sé (come molti Padri auspicavano). Ma anche questo sia pur significativo inserimento di Maria SS.ma nella Chiesa ha contribuito a farne, come sempre più spesso oggi si dice, semplicemente una perfetta “fedele” e sorella nella fede (e guai a parlare di mediatrice e corredentrice, vedi, vedi; vedi invece quanto detto ad esempio da Giovanni Paolo II).
Dobbiamo però soffermare almeno un poco la nostra attenzione su un punto, sottolineato dal Vaticano II e oggi sempre più ritenuto di capitale importanza, che riguarda la “Costituzione gerarchica della Chiesa” e il rapporto con l’Episcopato, oltre che coi fedeli laici (cfr. Lumen Gentium, capitolo 3). È uno dei punti critici, che il mondo tradizionalista sottolinea essere in aperto contrasto col Magistero precedente e la bimillenaria Tradizione della Chiesa.
Si tratta della questione della “collegialità”, oggi abbondantemente trasfusa nel termine “sinodalità” e allargata non più solo ai Vescovi ma anche ai laici e diventata quasi un nuovo dogma, non solo pastorale ma di fede.
[Abbiamo parlato di tali problematiche anche sopra (vedi il capitolo apposito della II Parte). Oltre alla “catechesi di base” n. 5 sulla Chiesa (vedi), si può ad esempio vedere pure la parte apposita dedicata all’argomento nella News sul Sacramento dell’Ordine (vedi)].
Collegialità
Gesù non ha voluto la Sua Chiesa, che è (non solo semplicemente “sussiste in”, come dice il Vaticano II) solo quella Cattolica, come fondata sugli Apostoli e i loro Successori (i Vescovi); e tra questi ne ha messo uno a capo (Pietro, da cui il soprannome dato dal Signore a Simone), i cui successori chiamiamo Papi (Vescovo di Roma, in quanto Pietro ne fu appunto il primo).
La Chiesa cattolica dunque, secondo il volere stesso del suo fondatore divino, è immutabilmente “gerarchica”, potremmo anche dire “piramidale”.
Se ogni singolo Vescovo ha, specie per la diocesi a lui affidata, l’autorità di Successore degli Apostoli e quindi vi esercita il compito di guida, col suo potere sacerdotale (per la lode di Dio e la santificazione dei fedeli), profetico (insegnamento dell’autentica dottrina, cioè della volontà di Dio) e regale (guida e comanda tale comunità) – dunque non è un eletto dalla comunità quasi fosse un sindaco e un’autorità umana e civile – a sua volta ogni singolo vescovo, oltre a dover rendere conto a Dio stesso del proprio compito di pastore, ad immagine del Buon Pastore, della comunità a lui affidata (la parola Vescovo significa non a caso “sentinella”), è a sua volta sottomesso all’autorità del Papa, successore di San Pietro e guida suprema di tutta la Chiesa (ovviamente, come abbiamo ricordato, a sua volta anche il Papa è sottomesso all’autorità di Cristo stesso cioè di Dio – e ricordiamo che, secondo la dottrina cattolica, la Parola di Dio non è solo la Sacra Scrittura ma anche la Tradizione e il perenne Magistero della Chiesa – di cui sommamente dovrà rendere conto per l’intero gregge del Signore a lui affidato).
Se nella storia Papi e Vescovi hanno dovuto soprattutto difendere la loro autorità contro le ingerenze e le pretese di certi poteri temporali (imperatori, sovrani), con il pensiero moderno e i principi “liberali” seguiti alla Rivoluzione francese, compresa poi l’idea stessa di democrazia (come sorgente del potere legislativo ed esecutivo), il pericolo è stato ed è ora più che mai quello dell’infiltrazione di tali principi sociali e idee erronee anche all’interno stesso della Chiesa, dimenticando appunto che la sua fondazione e identità sono “divine” e la sua legge è la stessa volontà di Dio, che non è certo dipendente dalla maggioranza o dal consenso umano.
Se c’è stato e c’è il pericolo, cioè con grave danno per le anime, che l’eresia della “collegialità” anche episcopale (l’unione di più Vescovi, fosse anche dell’intero Episcopato mondiale) possa prevaricare sull’autorità suprema del Papa, quasi fosse un’autorità parallela, negli ultimi decenni (ma in fondo s’è visto già, come abbiamo ricordato, durante i lavori dello stesso Concilio Vaticano II) il pericolo (eresia) è pure che l’autorità del singolo Vescovo nella propria diocesi si trovi di fatto prevaricata dal moltiplicarsi di enti ecclesiastici, che peraltro non appartengono invece alla struttura divina della Chiesa, quali Conferenze Episcopali di varia ampiezza geografica, Sinodi, Commissioni, che vengono per così dire ad interferire con il ministero del singolo vescovo e persino a imporsi sulla sua autorità apostolica (facendo magari intervenire un potere parallelo, di lobby ecclesiastiche se non addirittura di stampo massonico); ma il Vescovo deve rendere conto solo a Dio e al Papa (abbiamo visto in tal senso nella III Parte come ad esempio il vescovo brasiliano mons. de Castro Mayer poté lecitamente opporsi perfino a certi obblighi post-conciliari, come il Novus Ordo, per la sua diocesi di Campos).
Oggi poi l’autorità del vescovo può essere indebolita e condizionata anche dall’interno stesso della sua diocesi, ad esempio col moltiplicarsi di Consigli (presbiterale, pastorale) e di innumerevoli uffici, incontri e documenti, che tra l’altro assorbono molto tempo e dissipano persino le poche forze pastorali disponibili, incominciando dal sempre più scarso numero di sacerdoti (che a loro volta devono far riferimento a Consigli e incarichi vari all’interno anche delle loro stesse parrocchie).
Come abbiamo già osservato, anche se oggi dovrebbe essere divenuto palese, la questione della “collegialità”, già emersa nel Concilio (vedi ad es. nel capitolo III della LG) e assai criticata da mons. Lefebvre e ovviamente non solo da lui, deve essere attentamente analizzata e ben spiegata, perché può nascondere la gravissima infiltrazione dell’idea moderna di “democrazia” all’interno stesso della Chiesa (eresia ampiamente condannata dal Magistero della Chiesa). Tale eresia si è però talmente diffusa, anche se subdolamente e ovviamente mai affermata a livello teorico, a tal punto che anche nella Chiesa, e a tutti i livelli, sembra oggi persino giusta, normale e persino doverosa. Quasi la Chiesa fosse una società solo umana, le cui leggi possono essere decise a maggioranza, persino quando non corrispondono più alla volontà di Dio; anzi, si fa passare come volontà di Dio e “voce dello Spirito” proprio tale volontà “di base” ecclesiale o democratica! Tale questione (e se mal compresa appunto grave eresia) s’è oggi ampiamente trasfusa nella cosiddetta “sinodalità” (e non solo per l’episcopato), fino ad assumere i toni non solo di un irrinunciabile stile di vita ecclesiale e ministeriale, ma addirittura assurge quasi a dogma di fede, tanto da estromettere se non scomunicare chiunque non obbedisca ai suoi dettami.
Le grandi idee della modernità a ben vedere traggono la loro origine autentica nella fede cristiana (a cominciare dalla “liberté, égalité, fraternité”, ma pure l’idea stessa di “diritti dell’uomo” e di conseguenza anche quella di “democrazia”), ma essendo state sradicate dalla fede cristiana e dal rapporto con Dio, sono diventate decisamente anticristiane (e come tali condannate apertamente dai Papi), fino a degenerare nelle mostruose ideologie del sec. XIX, poi attuate dai poteri e dalle dittature del sec. XX (vedi). A dire il vero l’idea della democrazia, cioè il fatidico “potere del popolo”, al di là della sua apparente bellezza e giustizia, ha spesso mostrato il suo volto ingannevole, perché le decisioni che contano e quindi il vero potere è sempre rimasto in mano a ristrette e magari occulte oligarchie (anche la Rivoluzione francese non ha affatto rappresentato il passaggio del potere dalla nobiltà, re ed ecclesiastici, al popolo ma ad una nuova emergente e potente classe sociale costituita dalla borghesia e poi dal potere economico nato dalla rivoluzione industriale). Inoltre, come prefigurava lucidamente perfino Platone nella sua “La Repubblica”, poiché la verità (e il bene) non può essere il frutto della “maggioranza”, essa può degenerare facilmente in anarchia (come oggi si vede ampiamente) e quindi, poiché l’anarchia è socialmente invivibile, conduce ad una nuova dittatura (qualcuno che decide il bene del popolo e lo guida con mano ferma). Dunque anche questa idea moderna e degenerata della modernità (la democrazia) è conseguenza della perdita dell’idea stessa di verità (che non essendo conoscibile sarebbe di volta in volta decisa per votazione, cioè fatta coincidere con le opinioni)!
Il dramma del momento presente, già da oltre un secolo (vedi la denuncia di Pio X nella Pascendi), è che tali idee, diventate false e pericolose ideologie, sono sempre più ampiamente penetrate all’interno stesso della Chiesa Cattolica!
Occorre prestare molta attenzione perché queste parole, anche per la loro base fondamentalmente cristiana o comunque autenticamente umana, sono assai suadenti e facilmente condivisibili, quando invece nascondono appunto perniciosi errori, le cui conseguenze possono essere anche catastrofiche. Se poi esse si infiltrano all’interno stesso della Chiesa (come denunciava già san Pio X nell’Enciclica “Pascendi”) esse possono distruggerla dall’interno senza quasi che ce se ne accorga.
Anche la collegialità e oggi la sinodalità, se intese di fatto in senso “democratico” (anche se magari si usano parole più cristiane e vere come “comunione”, “condivisione”, “ascolto”), possono quindi diventare estremamente pericolose, persino letali, oltre che laceranti la vera identità della Chiesa, così come Cristo stesso l’ha voluta.
Si ricordi, tra l’altro, che il periodico Sinodo dei Vescovi, voluto da Paolo VI, riguardava ovviamente solo i Vescovi o una loro rappresentanza ed aveva un valore solo consultivo (quasi di aiuto allo stesso ministero petrino, come ‘in primis’ il Collegio Cardinalizio).
In questi anni abbiamo invece visto un febbrile e persino ossessivo se non parossistico lievitare dell’uso stesso della parola sinodalità e degli incontri dei Sinodi, comprese le loro preparazioni e il loro seguito [come abbiamo ricordato abbiamo recentemente avuto persino anni di preparazione sinodale “di base”, cioè nelle chiese locali e nelle singole comunità, per giungere al “Sinodo sulla sinodalità”, per poi non avere neppure un autorevole documento papale di sintesi e attendendo ancora i successivi sviluppi (nuove verifiche e proposte sinodali); e siamo ancora nel percorso di verifica sinodale di tale Sinodo]. Quasi un parossistico “gioco degli specchi”!
Inoltre ai Sinodi – attorno ai fatidici tavoli circolari, dove peraltro è assai difficile intervenire e far sentire la propria voce – ormai partecipano non solo i Vescovi, ma tutte le componenti del popolo di Dio, anche laici, e abbiamo persino visto l’invito a parteciparvi rivolto a personalità pubblicamente laiciste e atee (vedi).
Circa il pericolo e la condanna di possibili infiltrazioni della mentalità democratica all’interno stesso della Chiesa Cattolica, potremmo osservare come il Magistero dei Papi del sec. XIX e della prima metà del sec. XX (cioè fino al Concilio Vaticano II) sia fermamente intervenuto con toni chiari ed inequivocabili (ad esempio contro il “gallicanesimo” sempre risorgente o il “febronianesimo” del ‘700), onde appunto impedire la possibilità di una prevaricazione di certi episcopati sul Papa, e soprattutto contro il modernismo, che voleva introdurre principi democratici all’interno stesso della Chiesa. Non a caso lo stesso Concilio Ecumenico Vaticano I (1870) – vedi la Costituzione dogmatica Pastor Aeternus – aveva riaffermato il primato assoluto di giurisdizione e l’infallibilità del Romano Pontefice, escludendo che il corpo dei Vescovi potesse godere di un’autorità autonoma o pari a quella del Papa. Il Vaticano I definì così il dogma del primato petrino e dell’infallibilità papale, stabilendo che il Papa possiede una potestà d’ordine e di giurisdizione che è “piena, suprema, immediata e universale” su tutta la Chiesa e su ogni singolo pastore.
Potremmo poi citare in tal senso, cioè contro la collegialità intesa in senso democratico, l’enciclica Satis Cognitum di Leone XIII (29.06.1896; vedi), ma anche l’enciclica Quanta Cura (e relativo Sillabo) di Pio IX (8.12.1864; vedi) ma soprattutto l’enciclica Pascendi Dominici Gregis di Pio X (8.09.1907, vedi), dove il santo Pontefice riafferma che il potere di governo nella Chiesa discende unicamente da Cristo al Papa, escludendo visioni collegiali o assembleari di tipo orizzontale.
Anche Pio XII nell’enciclica Mystici Corporis Christi (29.06.1943, vedi), parlando della natura del potere dei Vescovi, pur riconoscendo l’origine divina dell’episcopato, specifica che i singoli vescovi ricevono la loro potestà di giurisdizione non direttamente dall’ordinazione sacramentale, ma per mezzo del Romano Pontefice.
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Libertà religiosa, ecumenismo e dialogo interreligioso
Queste sono le questioni più critiche e di contrasto, emerse addirittura già nella fase preparatoria del Concilio, durante lo stesso Concilio e in questi decenni post-conciliari, a tal punto che anche nelle attuali ramificazioni del mondo tradizionalista che si oppongono al Vaticano II (cfr. III Parte) e persino nello “scisma” della FSSPX di cui ci siamo qui occupati, esse costituiscono posizioni inaccettabili, anche perché in aperto contrasto con tutto il Magistero precedente della Chiesa Cattolica.
Abbiamo infatti ascoltato (vedi ai minuti 10’/20’), da un autorevole testimone diretto in quanto membro già della Commissione preparatoria del Concilio quale fu mons. Lefebvre, l’aspro contrasto in merito ad esempio tra il card. Ottaviani (Prefetto del sant’Uffizio) e il card. Bea (Presidente del Segretariato per l’ecumenismo, Ufficio appositamente creato nella Curia Romana per far passare queste novità), con la differenza che Ottaviani corredò la sua posizione contraria a tali idee “progressiste” con un’ampissima documentazione del Magistero precedente della Chiesa, mentre la posizione di Bea, che fu poi vincente al Concilio, non poteva fornire alcuna documentazione in merito semplicemente perché non c’era.
Ovviamente, visto che anche le più insidiose menzogne, come quelle emerse dall’Illuminismo in poi, si celano sotto parole avvincenti e facilmente condivisibili (pensiamo alla stessa parola “dialogo”, diventata la bandiera stessa del Concilio e del post-Concilio), sarebbe più che mai necessaria, per uscire finalmente da degli equivoci che altrimenti continueranno a portare ad aporie e fratture senza via d’uscita anche nella Chiesa, come vediamo, una sorta di “explicatio terminorum” (come ci insegna la saggezza antica e le stesse opere filosofiche e teologiche medievali), cioè cosa si intenda veramente quando si usano certi termini. Perché ovviamente se ben intese, certe parole indicano una via giusta e condivisibile, mentre una loro certa ambiguità, forse appositamente cercata e presentata, indurrebbe davvero a sbocchi non solo eretici ma contrari persino al principio stesso di non-contraddizione, cioè alla logica stessa, ingenerando di conseguenza discussioni infinite e in fondo inutili.
[Ne abbiamo parlato ad esempio di recente nella II Parte della News “Più che una Religione” (vedi), ma pure nella II Parte del presente documento, con tanto di dolorosa sottolineatura delle derive estreme emerse sotto il pontificato di Francesco (vedi ad esempio la dichiarazione di Abu Dhabi del 4.02.2019 e il discorso di Singapore del 13.09.2024)]
Occorre peraltro prestare molta attenzione al contesto culturale e sociale in cui la Chiesa Cattolica si trova sempre più a vivere, in cui domina sempre più ampiamente il “relativismo”, gnoseologico (delle idee) e morale (dei comportamenti), come nuovo assoluto e da cui è sempre più arduo dissentire (“dittatura del relativismo”). Si tenga pure presente che tutto ciò corrisponde poi al puro “credo massonico”, che apparentemente accetta tutte le idee (persino nelle logge) ma esclude furiosamente chiunque (a livello personale, di convinzione ideologica e appunto persino religiosa) sollevi la pretesa di essere nella “verità”; perché tale pretesa sarebbe la causa di ogni divisione e persino di violenza sociale e addirittura di scontri a livello internazionale e di civiltà.
Si deve poi evitare di confondere un doveroso atteggiamento psicologico di rispetto reciproco con l’equivalenza di tutte le posizioni, dove cioè non possa esserci più possibilità di distinzione tra verità ed errore e di conseguenza tra bene e male (oggettivi).
Quando invece paradossalmente proprio nel Medioevo (vedi il dossier e gli appositi capitoli in merito), contrariamente ai pregiudizi illuministi e anticattolici sollevati contro quel millennio cristiano, si prendeva sul serio la parola “dialogo”, senza scioglierla in facili ed inutili irenismi e unilaterali pacifismi, si affrontavano con serietà razionale le Quaestiones disputatae, con prove ed eventuali controprove da portare tra qualsiasi interlocutore possibile (purché abbia ovviamente la volontà di ragionare) e partendo appunto, per evitare equivoci che fin dall’inizio potessero inficiare e vanificare ogni possibile ragionamento e discussione, da una doverosa explicatio terminorum.
Se ad esempio per “libertà religiosa” si intende che nessuno può essere obbligato ad aderire ad un “credo” religioso non si può che essere unanimemente d’accordo; anche perché, avendo la religione, ma in fondo ogni pensiero, la propria radice nell’interiorità (coscienza), anche se si giungesse erroneamente ad obbligare degli atti religiosi, essi non avrebbero di fronte a Dio alcun valore, in quanto appunto atti solo “esterni” e non sostenuti da alcuna reale convinzione e adesione del cuore e dell’intelligenza, quindi inutili e persino peccaminosi (come Gesù stesso rimprovera aspramente ad esempio “agli scribi e farisei ipocriti”). Allo stesso modo non può essere vietata una sincera adesione ad un credo religioso, sia pur erroneo (anche se, sia personalmente che socialmente e persino per un’intera civiltà, è pure doveroso porre dei limiti, anche forti, perché comunque il male va arginato, anche nella società più democratica e liberale, così come non si deve mettere a repentaglio l’identità culturale e religiosa di una società e persino di un’intera civiltà, tanto più che, come nella civiltà cristiana, essa si basa sulla Rivelazione stessa di Dio).
Si tenga tra l’altro presente che tale doveroso “rispetto” non può essere invocato solo unilateralmente, ma può e deve essere richiesto da entrambe le parti. Non si può ad esempio parlare continuamente di rispetto e accoglienza dei musulmani, anche quando non hanno alcuna volontà di integrarsi e di rispettare la stessa identità cristiana dell’Occidente che li accoglie, mentre nei Paesi dove sono al potere assai spesso i cristiani sono violentemente perseguitati (come abbiamo dato notizia molte volte anche in queste News), senza peraltro che l’Occidente stesso alzi mai la voce in difesa di questi stessi “fratelli nella fede in Cristo”.
Se invece per “libertà religiosa” si intendesse, come pare sempre più nel dominante relativismo specie dell’Occidente e ormai anche nella stessa Chiesa Cattolica, che ciascun individuo abbia il pieno diritto di aderire a qualsiasi convinzione e credo religioso, senza il corrispondente dovere, quando ne abbia la possibilità, di cercare la verità, cioè quale sia la Religione vera (perché Dio stesso l’ha rivelata e Gesù è Dio stesso incarnato!) – da cui pure il dovere e obbligo morale, per coloro che conoscono tale verità, e quindi la Religione vera, di farla conoscere, anche con le prove corrispondenti – allora appunto per “libertà religiosa” non si intenderebbe altro che l’equivalenza di ogni Religione e in fondo quindi l’adesione piena al dogma del “relativismo”, che fa di Cristo stesso uno dei tanti possibili fondatori religiosi o maestri dell’umanità e non Dio stesso fatto uomo e morto in Croce per la salvezza di ogni uomo.
Ciò ovviamente vale anche per il cosiddetto “dialogo interreligioso”. Anzitutto, se si sa di cosa si sta parlando, il cristianesimo, nella sua sostanza più determinante, è assai più che una semplice Religione, pur essendo la più importante Religione del mondo (con 2,5 miliardi di seguaci) e quella che più ha inciso nella storia dell’umanità (si pensi appunto alla civiltà occidentale e a quello che ha rappresentato per lo stesso sviluppo del mondo intero) (vedi appunto la recente News “Più che una Religione”). Parlare poi delle Religioni come se fossero “equivalenti”, se non persino questione di nomi e di convinzioni soggettive, senza alcun contenuto oggettivo e dimostrabile, è in fondo segno di ignoranza; perché le religioni non sono affatto uguali, pur avendo certo anche un denominatore comune, tranne forse il buddismo (spiritualità ed eternità dell’anima umana, il suo fondamentale rapporto con Dio, l’esistenza di un Aldilà, alcuni precetti morali da osservare). Ma nello specifico anche su questi contenuti le posizioni sono assai differenti e talora pure in opposizione tra loro, cioè tra una religione e un’altra.
Ugualmente, questa giusta e non eretica né falsa prospettiva vale anche per i rapporti tra le diverse Confessioni cristiane, quindi per l’ecumenismo. Un conto infatti è superare qualsiasi possibile odio o discriminazione – peraltro da richiedere anche agli interlocutori, che sembrano invece spesso fare fatica a mutare atteggiamento, quasi solo aspettassero di vedere la Chiesa Cattolica dare loro finalmente ragione, come purtroppo oggi ha fatto anche ai massimi vertici (vedi ad esempio quanto incredibilmente affermato più volte da Francesco, ad esempio per i 500 anni della Riforma; ma anche qui), o comunque che accetti di essere una Confessione tra le tante (per questo la Chiesa Cattolica non fa parte del Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra) – e un conto è dimenticare che N. S. Gesù Cristo ha fondato solo la Chiesa Cattolica (cfr. Mt 16,18) e l’ha dotata di tutti quegli strumenti idonei e necessari per la salvezza eterna delle anime (Sacramenti e autentica interpretazione della Parola di Dio).
[Sulla Chiesa Ortodossa vedi l’apposito documento, sulla Riforma protestante vedi un richiamo fatto in occasione dei 500 anni, sulla sedicente Chiesa Anglicana vedi l’ampio documento]
[Sull’unicità salvifica di Cristo, unico vero Dio fatto uomo, e sulla Chiesa Cattolica come autentica Chiesa voluta da Cristo Signore per la salvezza di tutti gli uomini, vedi l’importante documento ecclesiale pubblicato proprio in occasione del Giubileo dei 2000 anni dall’Incarnazione]
Presentiamo infine un sia pur incompleto elenco dei documenti del Magistero antecedente al Concilio Vaticano II, che negavano sia la libertà religiosa che l’ecumenismo come il dialogo interreligioso, almeno appunto se erroneamente intesi, secondo linee di pensiero che già in passato venivano diffondendosi e che oggi sono divenute pensiero dominante anche all’interno della stessa Chiesa Cattolica.
Si schierarono contro il concetto moderno di “libertà religiosa, di coscienza e di culto”, in quanto intese come conseguenze del dilagante relativismo, indifferentismo e tentativo di “laicizzare” gli Stati moderni dalla Chiesa Cattolica:
Gregorio XVI, Enciclica Mirari vos (15.08.1832, vedi)
Gregorio XVI definisce la libertà di coscienza un «delirio» (“absurdum et erroneum sententiam, seu potius deliramentum”) e una fonte avvelenata da cui derivano la libertà di opinione, di stampa e di culto. Il Pontefice condanna l’indifferentismo religioso, ovvero l’idea che l’uomo possa trovare la salvezza in qualunque religione.
Pio IX, Enciclica Quanta Cura (e relativo Sillabo) (8.12.1864; vedi)
Pio IX condanna esplicitamente l’idea che la libertà di coscienza e dei culti sia un “diritto” proprio di ciascun uomo (da proclamare per legge). Tra le 80 proposizioni condannate dal Sillabo come errori dell’età moderna, abbiamo ad esempio la n. 15 (secondo cui ogni uomo sarebbe libero di abbracciare quella religione che, guidato dalla luce della ragione, reputa vera) e la n. 79 (il diritto alla piena libertà di culto e di pensiero, che invece è causa della rovina dei costumi dei popoli).
Leone XIII, Enciclica Libertas (20.06.1888, vedi)
Pur introducendo il concetto di “tolleranza religiosa“ (lo Stato può tollerare gli altri culti in via eccezionale, per evitare mali maggiori o tutelare il bene comune), Leone XIII ribadisce che la libertà di culto intesa come diritto oggettivo è contraria alla verità e alla giustizia.
Alla base di tali condanne c’è il principio che “l’errore non ha diritti”. Riconoscere quindi per legge una piena parità tra la Chiesa cattolica e gli altri culti (false Religioni) costituisce un’apostasia dello Stato.
Ultim’ora
Il Vaticano (Dicastero per la Dottrina della fede, Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani, Dicastero per il dialogo interreligioso) ha appena pubblicato (16.09.2026) una Nota (“Un cammino di speranza”) in occasione dei “60 anni di dialogo e di fratellanza interreligiosa alla luce della Dichiarazione conciliare Nostra aetate” (leggi)
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Laicità dello Stato e “regalità sociale” di Cristo Signore
Questo punto è particolarmente arduo da comprendere, in genere anche da buoni cattolici e da coloro che si definiscono tali e ricoprono persino degli autorevolissimi ruoli sociali e politici, anche istituzionali. Tali difficoltà nascono da un’ignoranza dei contenuti stessi della cosiddetta “dottrina sociale della Chiesa” (vedi), da degli equivoci e incomprensioni della fede e della stessa Parola di Dio, ma sono soprattutto dovute a quel potente e sempre più diffuso clima sociale e politico che dalla Rivoluzione francese in poi (e in Italia particolarmente dal Risorgimento in poi) ha presentato lo Stato stesso o come “neutrale” (cosa impossibile perché qualsiasi scelta o decisione non è mai neutrale) o addirittura come fonte stessa del bene, persino morale (sostituendosi cioè a Dio stesso).
Tale visione dello Stato va in genere, appunto dalla Rivoluzione francese in poi, sotto il nome di “laicità” (nome peraltro che ha la sua origine proprio all’interno della Chiesa, perché il termine “laico” usato oggi anche in politica per indicare il non-cattolico, in sé indica semplicemente il fedele cattolico non appartenente al clero). Secondo il pensiero oggi dominante, la “laicità” dello Stato dovrebbe essere un connotato necessario e incontestabile e condizione stessa della “democrazia” e garanzia di “diritti” per tutti i cittadini.
Per questo, leggere oggi i documenti del Magistero, specie del sec. XIX (‘in primis’ il Sillabo del beato Pio IX), su questa problematica, che diventava invece incandescente proprio in quel secolo, offre l’impressione, come ci dicono persino i testi scolastici, che la Chiesa Cattolica e i Papi avanzassero delle “pretese” anacronistiche, per difendere il proprio “potere” (persino temporale!) e fonte di biasimevole intolleranza se non addirittura di violenza.
Gregorio XVI, nell’Enciclica Mirari vos (15.08.1832, vedi), afferma che lo Stato non può essere “neutrale” in materia di fede.
Pio IX, nell’Enciclica Quanta Cura e relativo Sillabo (8.12.1864; vedi), oltre a negare che la libertà di culto sia un “diritto civile”, nella proposizione 77 del Sillabo stigmatizza l’affermazione secondo cui nei tempi moderni non si debba più parlare di Religione Cattolica come “Religione di Stato”.
Leone XIII, nell’Enciclica Libertas (20.06.1888, vedi), pur introducendo il concetto di “tolleranza religiosa”, ribadisce che lo Stato ha il dovere civile di professare l’unica vera religione, cioè quella Cattolica.
In questo senso il Concilio Vaticano II (si veda su questa problematica soprattutto la Costituzione Gaudium et spes) ha rappresentato un totale capovolgimento di prospettiva, se non addirittura un “contro-Sillabo”:
Fece in tal senso scalpore che anche il card. Ratzinger nel 1982 (cfr. il suo saggio “Les Principes de la théologie catholique“) ammise che il Vaticano II (Gaudium et spes, Dignitatis humanae e Nostra aetate) aveva “contraddetto” il Sillabo di Pio IX, definendo chiaramente quei testi conciliari un «controsillabo», una revisione radicale della linea di totale chiusura verso la modernità adottata nel XIX secolo. Spiegò che il Sillabo rappresentava la condanna netta, rigida e apparentemente irrevocabile del liberalismo, della democrazia e della cultura scientifico-illuminista dell’epoca. Con Gaudium et spes la Chiesa scelse invece di superare quel muro, offrendo un tentativo di riconciliazione ufficiale con la nuova era moderna nata dal 1789 (la Rivoluzione Francese) e con gli Stati liberali. Ratzinger scrisse testualmente: «Se si cerca una diagnosi globale del testo [della Gaudium et spes], si potrebbe dire che esso è (insieme ai testi sulla libertà religiosa e sulle religioni del mondo) una revisione del Sillabo di Pio IX, una sorta di contro-Sillabo […] Rappresenta il tentativo di una riconciliazione ufficiale della Chiesa con il mondo quale era diventato dopo il 1789». Non si trattava per Ratzinger di un cedimento dottrinale al relativismo, ma del riconoscimento storico che la Chiesa aveva superato l’arroccamento unilaterale del passato per aprirsi a un dialogo fecondo e necessario con il mondo contemporaneo.
Anche per questo il Concilio Vaticano II è stato considerato, come abbiamo visto, “il 1789 della Chiesa”, nel senso che la Chiesa Cattolica con esso ha abbracciato finalmente la Modernità e le sue stesse Istituzioni. Di fatto poi nel dopo-Concilio la Chiesa accettò persino di sparire dalla società o ritirandosi in disincarnate “scelte religiose” (così fu ad esempio il motto dell’Azione Cattolica post-conciliare), o di ricoprire solo un ruolo di un’anonima “assistenza sociale” (anche in supplenza dello Stato), per far fronte alle nuove forme di povertà o di bisogno. Poi, circa la presenza politica dei sedicenti Cattolici (sempre più una specie in via d’estinzione), normalmente ci si è ridotti a parlare di una sempre più vaga “ispirazione religiosa” (nell’ignoranza pressoché totale della “Dottrina sociale della Chiesa”), talmente vuota e inconsistente che pian piano non è stata nemmeno più in grado di garantire quei valori o “principi” talmente decisivi (e condivisibili anche da non cristiani) da essere “non negoziabili” (la difesa della vita in ogni suo stadio, il valore della famiglia uomo-donna e stabile, la libertà di educazione, la libertà di poter esprimere anche pubblicamente la propria fede religiosa), tanto da dover essere richiamati, peraltro senza successo, da Giovanni Paolo II e dallo stesso Benedetto XVI).
Non possiamo ovviamente qui entrare nel merito di una questione così complessa. Si veda semmai nel sito l’ampia sezione dedicata appunto alla “Dottrina sociale della Chiesa”.
Si deve però totalmente uscire dall’ottica del “relativismo”, oggi sempre più dominante (ed è la base dello stesso credo “massonico”), secondo cui non esiste una Verità ma solo opinioni e quindi non può essere ammissibile che nella storia, come “pretende” il cristianesimo e la Chiesa Cattolica, ci sia la Rivelazione stessa di Dio (che è quindi “più che una Religione” e appunto neppure paragonabile con le altre Religioni; vedi la News e vedi la “Catechesi di base” n. 3). È chiaro appunto che dentro questo orizzonte culturale quella del cristianesimo e della Chiesa sia appunto un’inammissibile e intollerabile “pretesa”, che non può avere diritto di cittadinanza all’interno di una società moderna, realmente “democratica” e “laica”.
Nella Tradizione della Chiesa Cattolica la “Regalità” di N.S. Gesù Cristo va intesa non solo in senso spirituale e interiore o trascendente e metastorico (anche se è vero che Gesù risponde a Pilato che è “Re”, ma il Suo Regno “non è di questo mondo”, cfr. Gv 18,36-37), ma anche infra-mondana e temporale, perché Gesù Cristo è “il centro del cosmo e della storia”, “per mezzo di Lui (il Verbo) e per mezzo di Lui tutte le cose sono state create” (cfr. Gv 1,3), perché il disegno del Padre è quello di “ricapitolare in Cristo tutte le cose” (cfr. Ef 1,10).
Per questo è stata istituita (da Pio XI nel 1925) anche la solennità liturgica di Cristo Re dell’universo, nel Vetus Ordo celebrata l’ultima domenica di ottobre e nel Novus Ordo l’ultima domenica dell’anno liturgico (con un’accentuazione quindi più trascendente di tale “Regalità”).
Con tutto ciò, la dottrina cattolica non intende affatto inneggiare o auspicare una “teocrazia”, dove cioè la “legge di Dio” divenga totalmente anche “legge dello Stato”. Così era semmai nell’Antico Testamento per l’antico popolo di Dio (Israele); oppure così vorrebbe anche oggi l’Islam, che attua questo principio laddove è al comando e si impegna perché essa sia progressivamente attuata in tutto il mondo (cioè gli “Infedeli”).
Sotto questo aspetto è vero che proprio il cristianesimo opera una distinzione tra Dio e Cesare (cfr. Mt 22,21) – anche se si dimentica spesso che “pure Cesare (il potere del mondo) è di Dio” e quindi ci deve essere una “regalità” anche sociale di Cristo, che non può essere relegata appunto solo nell’interiorità o nell’Aldilà – e quindi fonda una certa sana “laicità” dello Stato, così che non si possa far coincidere totalmente il Regno di Dio col Regno umano (come volevano anche Giuda Iscariota e gli Zeloti), la “Città di Dio” e la “città degli uomini” (come ne parla S. Agostino), anche se, come chiediamo persino nel “Padre nostro”, sempre più anche sulla Terra (e non solo in ciascuno di noi) deve crescere e venire il Regno di Dio (“come in cielo”).
Se è sempre stato difficile, anche nel Medioevo, trovare un equilibrio tra “trono” (potere civile) ed “altare” (potere religioso), il problema è che con la Modernità (vedi il dossier) e le sue ideologie, con la Rivoluzione francese e in Italia col Risorgimento (vedi il dossier), lo Stato, dietro la maschera della “laicità” o della presunta “neutralità”, non solo ha preteso di mettersi al posto di Dio (decidendo persino cosa sia bene e male, cioè la morale, peraltro sempre più negata, ora persino in nome di presunti “diritti” sempre più gravemente immorali), ma si pone sempre più apertamente “contro Dio” e persino contro Cristo stesso (Anticristo).
Quindi anche certi documenti “anti-liberali” del Magistero dei Papi del sec. XIX, che oggi sembrano così incomprensibili e improponibili, in realtà risultano sempre più “profetici”, indicando il baratro (nichilista) verso cui tale pretesa dello Stato assoluto (altro che laico o neutrale!) avrebbe portato la società e l’umanità intera e come infatti già la storia del XX secolo (ma in fondo appunto già nella Rivoluzione francese) ha ampiamente e drammaticamente testimoniato.
Ricordiamo in proposito come il Vaticano II, tutto proteso al “dialogo” col mondo contemporaneo, oltre che con le Religioni e le altre Confessioni cristiane, è terminato addirittura con la stupefacente dichiarazione di Paolo VI sul “nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo” (vedi).
Strano se non paradossale, come abbiamo già ricordato, che il Concilio abbia invece riservato un “assordante silenzio” al comunismo, allora in pieno potere nell’est-Europa (blocco sovietico e Patto di Varsavia), mentre stava conquistando la Cina (con Mao e dove tuttora è fortemente al potere come dittatura!) e in molti Paesi dell’Estremo Oriente [come in Vietnam, Laos, Cambogia (dove uccise un terzo della popolazione) e in Corea del Nord (dove tuttora persiste come feroce dittatura ereditaria e che costituisce la massima persecuzione anticristiana del pianeta)], fino a spingersi pure in America (pensiamo a Fidel Castro a Cuba nel 1959 e la crisi del 1962 coi missili sovietici già piazzati sull’isola, cosa che ovviamente gli USA non permisero, andando fin sull’orlo di una III Guerra mondiale – invece oggi molti si sorprendono della risposta della Russia ai missili NATO piazzati fin sotto il suo confine occidentale). È dunque davvero incredibile che la Chiesa Cattolica, nel Concilio, abbia passato sotto silenzio il più grande sistema economico e politico costruito all’insegna dell’ateismo obbligatorio e che veniva appunto a costituirsi come la massima persecuzione antireligiosa della storia e che ha fatto nel mondo oltre 100 milioni di morti!
Molti affermano che quelle citazioni del Magistero preconciliare, specie del sec. XIX e della prima metà del sec. XX, che si opponevano drasticamente al liberalismo e alla “laicità” dello Stato moderno, andrebbero “contestualizzate”, appunto dal punto di vista storico. Si dice che non si tratta di cadere nel relativismo o in una concezione “hegeliana” della storia e della verità, ma di comprendere appunto che quei Pontefici e relativi documenti dovevano appunto far fronte alle nuove concezioni e attuazioni di uno Stato (dalla Rivoluzione francese in poi e in Italia dal Risorgimento in poi) che si opponeva drasticamente alla fede e alla morale cattolica e si poneva esso stesso come fonte dell’etica (in fondo sostituendosi a Dio stesso).
Certo, questo era il contesto ideologico e socio-politico in cui si trovavano a vivere, insegnare e governare la Chiesa quei Pontefici sopra citati.
Questo è il modo con cui il Concilio Vaticano II e ancor più il post-Concilio e persino i recenti Pontefici si tolgono dall’imbarazzo di contraddire abbastanza platealmente il solenne Magistero precedente.
Però, al di là di questo, trattandosi alla base anche delle realtà proprie e fondamentali della fede (Dio si è effettivamente e pienamente rivelato in Cristo ed Egli, attraverso la Chiesa Cattolica, è l’unico Salvatore di tutte le anime), e quindi della Verità assoluta e da Dio stesso rivelata, da distinguersi esattamente dall’errore, e della morale (la corretta e immutabile distinzione del bene e del male), non si può certo pensare che esse dipendano dal contesto storico e dalle situazioni, perché ciò sarebbe cadere veramente in un pernicioso relativismo che conduce alla perdizione, non solo e soprattutto delle anime, ma dello stesso vivere sociale e dell’intera civiltà.
Ridurre quei pronunciamenti magisteriali semplicemente all’ambito storico in cui sono stati emessi, sarebbe in ultima analisi davvero relativizzare la Verità e alla fine non lasciare più nulla come davvero definitivo ed immutabile, se non, per salvare le apparenze, relegando certi principi a pure affermazioni astratte (come si dice oggi: non si cambia la “dottrina”; ma di fatto essa è vanificata e distrutta dalla prassi, cioè dalla “pastorale”, che deve invece sottomettersi alle situazioni storiche, soggettive e particolari).
Si tenga infine presente che subito dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa Cattolica, fin dai suoi massimi vertici (dalla Segreteria di Stato ai rapporti diplomatici coi diversi Paesi), non solo accettò ma promosse la “laicità dello Stato”, a tal punto che nei Paesi in cui figurava ancora il Cattolicesimo come “Religione di Stato” fu proprio Roma (la Santa Sede, persino attraverso le Nunziature) a chiedere a quei Paesi di rinunciarvi e di abolire tale dizione nelle loro Costituzioni!
In Italia la Religione Cattolica non è più Religione di Stato dalla Revisione del Concordato stipulata il 18.02.1984, di cui abbiamo parlato e su cui è intervenuto solo qualche giorno dopo anche lo stesso mons. Lefebvre nella citata conferenza di Torino del 24.03.1984 (ascolta).
Attualmente infatti i Paesi in cui la Religione Cattolica è ufficialmente ancora “Religione di Stato”, oltre ovviamente alla Città del Vaticano, sono soltanto il Costa Rica e Malta e i piccoli Principati di Monaco [significativa in tal senso la visita ufficiale compiuta da Leone XIV il 28.03.2026 (vedi)] e del Liechtenstein.
Visto che specialmente su queste questioni, emerse dal Concilio Ecumenico Vaticano II, non solo la Fraternità Sacerdotale San Pio X (già mons. Lefebvre) ma anche tutte quelle realtà “tradizionaliste” che a causa di tali pronunciamenti sono giunte a negare in toto o in parte lo stesso Concilio, venendo così condannate come scismatiche dalla massima Autorità della Chiesa (vedi III Parte), rimandiamo ancora a quel testo fondamentale della FSSPX, pubblicato in occasione delle Ordinazioni episcopali del 1°.07.2026, che porta per titolo “Professione di fede cattolica della FSSPX per illuminare le anime di fronte agli errori moderni” (vedi) e che nella versione pdf (vedi) riporta in nota, per ciascun punto, numerosissime citazioni del Magistero (fino a Pio XII) che supportano tali contenuti e condannano gli errori o eresie corrispondenti.
In tale “Professione di fede cattolica” della FSSPX si ricorda ad esempio (al n. 3) che vanno respinti gli errori del “liberalismo, indifferentismo, modernismo, ecumenismo e laicismo” condannati dai Papi Pio IX [Enciclica Qui pluribus (9.11.1846), Enciclica Quanta cura e Sillabo (8.12.1864)], Leone XIII [Enciclica Immortale Dei (1.11.1885), Enciclica Libertas (20.06.1888), Enciclica Sapientiae Christianae (10.01.1890) e l’Enciclica Au milieu des sollicitudes (16.02.1892)], Pio X [Enciclica Pascendi (8.09.1907), Decreto Lamentabili (3.07.1907), Enciclica Vehementer nos (11.02.1906), Lettera Apostolica ai Vescovi di Francia Notre charge apostolique (25.08.1910)], Pio XI [Enciclica Quas primas (11.12.1925), Enciclica Mortalium animos (6.01.1928)], Pio XII [Enciclica Orientales omnes ecclesias (23.12.1945), Enciclica Humani generis (12.08.1950) e Allocuzione ai giuristi cattolici (6.12.1953)].
5. Sulla questione di fondo: la verità
Questo quinto ed ultimo “approfondimento” è in realtà da un lato una conclusione e dall’altro pone l’accento sulla questione di fondo, che è filosofica e culturale prima ancora che teologica e pastorale.
Si tratta della drammatica se non apocalittica eclissi della parola stessa verità, ormai negata (ma ciò è perfino indicibile) o almeno spogliata delle sue caratteristiche essenziali, cioè l’oggettività (non dipende dal soggetto), l’universalità (è tale per tutti, anche se di fatto non fosse riconosciuta che da pochi e persino da nessuno) e l’indipendenza (dal tempo, dal consenso, persino da chi l’annuncia) [vedi la Catechesi di base n. 1].
Questa è la questione di fondo, quella che soggiace a tutta la grande e radicale crisi del pensiero moderno e contemporaneo, ma ormai dell’intera civiltà (almeno occidentale). Essa è caratterizzata, se non da uno scetticismo radicale (perché è esso stesso indicibile in quanto contraddittorio, cioè dicendo che non c’è la verità ne vuole già affermare una e pensando che la mente umana sia sempre erronea intanto non ammette che sia erroneo quello che afferma), almeno da un dogmatico relativismo (non ci sono “verità” ma solo “opinioni”), che si porrebbe come unica forma di pensiero possibile e socialmente accettabile e quindi pure come garanzia dell’autentica libertà e fondamento delle moderne democrazie (e anche per questo promosso dalla Massoneria), però è anch’esso contraddittorio, perché il relativismo si presenta come “assoluto” (quindi non relativo) e fonda così una sottile ma pericolosissima contraddizione anche sociale: la “dittatura del relativismo”!
Persino N.S. Gesù Cristo è diventato oggi “opinione”, perfino per i fedeli e forse anche in molta gerarchia cattolica: quindi fondamentalmente si nega la Sua divinità (cioè il Logos, la Verità assoluta, incarnato). Ormai lo si sente spudoratamente dire persino ai più alti livelli della Chiesa (vedi)!
Come forse sappiamo, tale scetticismo o relativismo è un pericolo che ha sempre attanagliato la mente anche dei più grandi pensatori, fin dall’antica Grecia (cfr. la Sofistica) e a cui han dovuto far fronte, con argomentazioni incontrovertibili, anche i più grandi geni della classicità (Platone e Aristotele).
Dato che la verità indica il rapporto con l’essere (infatti penso e dico il “vero” se penso e dico le cose come “sono”), le filosofie dell’essere (ontologia, metafisica) garantiscono alla mente umana e alla realtà stessa un fondamento oggettivo; mentre le filosofie del divenire l’abbandonano al fluttuare del tempo e alle impressioni soggettive e continuamente mutevoli.
Non per nulla, fin dall’inizio del pensiero filosofico, assistiamo ad una contrapposizione, purtroppo unilaterale e quindi irrisolvibile, tra la filosofia dell’essere (Parmenide) e quella del divenire (Eraclito). Proprio perché a loro mancava appunto l’analogia dell’essere (essere è un termine che si addice a tutto ma non certo allo stesso modo, tanto meno in modo assoluto e immutabile), Parmenide, per non abdicare alla legge fondamentale dell’intelligenza (che è appunto data dalla legge dell’essere in contrapposizione al nulla, da cui appunto il principio di identità o non-contraddizione) va a negare il divenire (apparentemente contraddittorio); mentre Eraclito, per non rifiutare l’esperienza sensibile (che ci presenta come nulla è immutabile e “panta rei”, cioè tutto scorre), va a negare l’essere (quando in realtà non esiste neppure il “divenire” ma solo “esseri” divenienti).
Se in Platone l’analogia è ancora solo questione matematica, in Aristotele troviamo già una sua vaga applicazione alla questione dell’essere (metafisica). Non a caso è proprio Aristotele che riesce a risolvere, senza più censurarla, anche la questione del divenire, sottolineando come essa sia apparentemente contraddittoria e irrisolvibile, e tale in effetti rimarrebbe, fino a quando non si raggiunge l’unica soluzione possibile, che è trascendente e non immanente: l’Indiveniente e Causa di ogni divenire (Primo Motore Immobile), che corrisponde di fatto a Dio stesso (eterno e immutabile).
Sarà proprio S. Tommaso d’Aquino (1225-1274, vedi), nella sua superlativa sintesi di fede e ragione (teologia e filosofia), a sviluppare non solo la questione dell’analogia dell’essere ma una straordinaria e per certi versi “perenne” e insuperabile “filosofia dell’essere” (non a caso si definisce “filosofia perenne”), senza con ciò censurare alcunché, né il divenire [si pensi come nella prima delle sue cosiddette “5 vie” per approdare a Dio anche con la sola ragione umana partendo dalla realtà (cfr. Summa Theologiae, I, q. 2, a. 3) riprende proprio la questione del divenire risolta in Dio già da Aristotele], né le questioni soggettive e mutevoli. Non a caso uno dei motivi per cui gran parte della teologia contemporanea, sostanzialmente dipendente dalla “filosofia del divenire” di Hegel, con la pastorale che ne consegue, accusa la teologia di S. Tommaso (specialmente la teologia morale) di non essere in grado, proprio in quanto fondata sulla filosofia dell’essere (molti teologi la chiamano oggi con disprezzo “onto-teologia” e si vantano di averla abbandonata!) di venire incontro e comprendere appunto le situazioni nuove, soggettive e sempre mutevoli. In realtà è un grande equivoco, che non comprende la necessità della “metafisica” (filosofia dell’essere) e giunge di fatto a negare che esista pure una “natura umana” e le sue leggi, al di sotto di tutte le differenze e di tutte le situazioni storiche e soggettive.
Non a caso la dottrina di San Tommaso d’Aquino e lo studio attento della sua filosofia (tomismo) e teologia sono stati sempre vivamente raccomandati dal Magistero e posti come fondamento dell’autentica formazione “cattolica”, a cominciare dalla formazione dei futuri sacerdoti nei Seminari maggiori, cioè appunto nello studio della filosofia e teologia. Invece proprio qui (lo denunciò già Pio X nel 1907, ponendo persino i suoi uomini a controllare cosa accadesse in quei Seminari, visto appunto che il “modernismo” era già entrato all’interno stesso della Chiesa!), al di là di quanto affermato nei documenti del Magistero e persino dalla “Ratio studiorum” dei Seminari, si insinuarono assai presto le filosofie del divenire e le nuove teologie corrispondenti. [Non a caso, proprio lo studio di S. Tommaso d’Aquino fu un pilastro fondamentale nella formazione attuata nei Seminari di mons. Lefebvre, a cominciare proprio da Ecône].
Tra le encicliche papali che raccomandavano vivamente lo studio attento della filosofia e teologia di S. Tommaso d’Aquino (tomismo, scolastica) troviamo:
Leone XIII, Enciclica Aeterni Patris (4.08.1879). Riconosce formalmente il “tomismo” come la filosofia ufficiale della Chiesa Cattolica, esaltando S. Tommaso d’Aquino come il più grande dei dottori scolastici e ordinando il ripristino della sua dottrina in tutte le scuole e i seminari.
Pio X, Enciclica Pascendi Dominici Gregis (8.09.1907). Contro gli errori del modernismo, stabilisce che la filosofia tomistica deve essere la base degli studi teologici, avvertendo che allontanarsi dall’Aquinate (specie in metafisica) arreca un grave danno.
Pio XI, Enciclica Studiorum Ducem (29.06.1923). Definisce S. Tommaso guida sicura e il “Dottore Comune” degli studi ecclesiastici.
Pio XII, Enciclica Humani Generis (12.08.1950). Riafferma il valore perenne della filosofia e della teologia di San Tommaso contro le tendenze della “nuova teologia”, confermando l’autorità dell’Aquinate nella formazione del clero.
Giovanni Paolo II, Enciclica Fides et Ratio (14.09.1998). Definisce San Tommaso d’Aquino un autentico “maestro di pensiero e modello del retto modo di fare teologia”, specie per la sua capacità di operare una “sintesi perfetta tra la fede e la ragione”.
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Se compiamo un rapido sguardo alla storia del pensiero moderno, nel suo progressivo abbandono della filosofia dell’essere per impantanarsi (perché si tratta ultimamente di aporie e di strade drammaticamente senza uscita), possiamo notare come già col “nominalismo”, che tendeva a ridurre le “essenze“ metafisiche appunto a puri “nomi”, si cominciò ad avvertire l’inizio di quella grave spaccatura, tra sensibilità e intelligibilità, che caratterizzerà poi tutto il pensiero moderno e contemporaneo, fino alle sue ultime e gravissime conseguenze (nichilismo, cioè: essere = nulla).
Sarà quindi Cartesio, con la sua priorità del pensiero sull’essere (facendo entrare la mente e la filosofia in un labirinto da cui il pensiero moderno non sarebbe poi più uscito!), a provocare quella spaccatura tra sensibilità e intelligibilità che poi con Kant, pur chiamando tutto ciò “Critica della ragion pura”, sarebbe davvero sprofondata in dicotomie insormontabili (tra pensiero e realtà), appunto un labirinto da cui non si sarebbe più trovata una sorta di “filo d’Arianna” (nonostante i sedicenti tentativi della “fenomenologia” di trovarlo, cfr. Husserl) per uscirne davvero.
Così la filosofia moderna si spacca inesorabilmente tra sensibilità (filosofie “materialiste”, si pensi a Marx stesso) e intelligibilità (filosofie “idealiste”, si pensi già a Fichte). Fondamentalmente, abbandonata la filosofia dell’essere, si rimane prigionieri della “filosofia del divenire”, che trova in Hegel il proprio prototipo e maestro, di cui i pensatori e persino i teologi contemporanei sono di fatto in genere eredi, a tal punto da essere gli indiscussi maestri di oggi, persino nella Chiesa cattolica o almeno in gran parte di essa.
Heidegger, che pur accusa tutto il pensiero occidentale di essere nell’oblio dell’essere (ma in realtà conosceva pochissimo S. Tommaso d’Aquino, secondo la testimonianza diretta del suo allievo J.B. Lotz, che è stato mio professore, pur ottantenne, alla P.U. Gregoriana), vorrebbe recuperare finalmente la filosofia dell’essere, ma di fatto (in quanto allievo di Husserl) si trova invece ancora imbrigliato nell’esistenzialismo. Interessante notare che allievi di Husserl furono in contemporanea Heidegger e l’allora ebrea Edith Stein, che proprio conoscendo poi il pensiero di S. Tommaso d’Aquino non solo rimase invece ancorata alla filosofia dell’essere (e in tal senso fu emarginata sia da Husserl che da Heidegger) ma si convertì al cristianesimo e alla Chiesa cattolica, fino a farsi monaca carmelitana e poi finire eroicamente i suoi giorni nel campo di sterminio di Auschwitz (ricordiamo che, oltre che Santa, è anche compatrona d’Europa).
Nietzsche, nella sua feroce ma lucidissima analisi e profezia (secondo cui l’Occidente, se non l’uomo in quanto tale, è per questo inesorabilmente condannato a sprofondare in un “nichilismo” senza alcuna via d’uscita), sarcasticamente chiede infatti a Cartesio da dove tragga l’idea di essere partendo da un pensiero (“cogito ergo sum”)? E chiede lucidamente a Kant come possa compiere una “critica della ragione” se non ancora con la ragione e quindi condannandosi con le sue stesse mani ad entrare in aporie e in un labirinto da cui però non ha più alcuna possibilità d’uscita (perché anche il “fenomenico” per la mente è ancora “noumenico”) e quindi condannandosi al silenzio (come peraltro diceva già Aristotele nella sua Metafisica).
Non sembrino elucubrazioni astratte. Peraltro è perfino grottesco che la “prassi”, oggi spesso chiamata nella Chiesa la “pastorale”, accusi tutto ciò di sterili “astrazioni” (sotto sotto intendono così pure la “dottrina”), quando anche questa filosofia della prassi (come già è il comunismo) e teologia “pastorale” sono anch’esse astrazioni; e queste stesse posizioni, apparentemente “pragmatiche” e attente all’uomo “concreto”, risentono proprio di queste astrazioni filosofiche e di conseguenza teologiche.
Quando ad esempio parliamo di personalismo (non nel senso cristiano e corretto del termine, ma come “antropocentrismo” e perfino “umanesimo ateo”) e di esistenzialismo, con le sue mutevoli e soggettive declinazioni della verità (o dottrina, magari ancora teoricamente affermata), parliamo anche del sottofondo filosofico e culturale di quella Nouvelle théologie che, pur già condannata dal Magistero, è paradossalmente diventata invece imperante nel Concilio e post-Concilio e plasma, e certo pochi ne sono davvero coscienti, anche tutto il “pastoralismo” contemporaneo [si pensi ad esempio al teologo tedesco K. Rahner, che non a caso fu allievo di Heidegger, e che passò improvvisamente da essere accusato di odore di “eresia” ad essere di fatto il maestro ispiratore del Concilio (fu invitato tra gli esperti), con la sua ostentata “svolta antropologica“, che si è poi tradotta persino nella liturgia, fino a voltare gli altari e i sacerdoti da “coram Deo” a “coram populo” e ha portato persino Paolo VI a concludere il Concilio, come abbiamo già sopra ricordato, con le solenni parole sul “nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo” (vedi)! Una “svolta antropologica” che ha indirizzato poi tutto il periodo post-conciliare, non solo nella “pastorale” ma persino nella “dottrina” (per quel che ancora conta, se non come vago richiamo introduttivo).
Chi lo direbbe che (al di là del livello preternaturale, cioè del demonio) dietro certa liturgia, pastorale, catechesi e predicazione oggi imperanti, che parlerebbero con disprezzo di questi retroterra filosofici, in realtà ci sono proprio questi teologi (appunto K. Rahner) che a loro volta sono discepoli di quei filosofi, appunto M. Heidegger, discepolo di Husserl e su su fino a Hegel, Kant e Cartesio, insomma quella filosofia che ha abbandonato progressivamente l’essere per sprofondare sempre più e inesorabilmente nelle aporie del divenire? Eppure è proprio così. E tanto più lo negano tanto più lo evidenziano.
Quando persino un documento del Magistero giunge, pur riaffermando teoricamente la dottrina, a dissolvere persino due Comandamenti (VI e IX) e tre Sacramenti (Matrimonio, Confessione e Comunione) perché bisogna prestare attenzione (carità, misericordia, accompagnamento) alle situazioni particolari e all’attuale scenario storico, sociale e culturale (come abbiamo ricordato nella II Parte, vedi, nota 351), è la riprova che siamo sprofondati inesorabilmente (e magari in molti persino inconsciamente, credendosi caritatevoli e finalmente attenti all’uomo concreto) nelle sabbie mobili del pensiero moderno e nella filosofia del divenire. Così (come abbiamo visto ancora nella II Parte), quando nell’arco di soli 30 mesi riceviamo, e da parte dello stesso autorevolissimo Dicastero della Curia Romana (con approvazione papale) e sul medesimo gravissimo quesito due risposte totalmente opposte [negativa il 22.02.2021 (vedi) e positiva il 18.12.2023 (vedi)], non si può non chiedersi se siamo davvero sprofondati nella piena filosofia del divenire di Hegel e se non sia appunto saltato lo stesso principio di non-contraddizione.
Quando si parla di “innescare processi”, magari con la forse “preternaturale” pazienza di attendere perfino decenni per raggiungere finalmente ciò che si vuole ottenere, sotto sotto c’è proprio la “dialettica” storica hegeliana: si parte da una tesi (perfino la dottrina di sempre), cui si contrappone un’antitesi (persino la più plateale delle eresie), per raggiungere comunque una sintesi (un compromesso o un modo diverso e più morbido di dire e nascondere l’antitesi), che a sua volta fornirà però la base per nuove antitesi e nuove sintesi; fino ad ottenere ciò che si voleva davvero fin dall’inizio (anche se poi anche questo verrà sorpassato da altre novità; e magari persino un nuovo Pontefice verrà a contraddire quello di oggi)! Questo è ciò cui conduce la “filosofia del divenire”, che, proprio perché nega l’essere, non è neppure più in grado di cogliere la “substantia” (appunto ciò che “sta sotto” tutte le differenze e tutti i cambiamenti), un’essenza (tipo di essere), dunque che esista pure “una” natura umana (oggi confusa con l’istintività se non con le pulsioni o i presunti determinismi del cervello o della psiche). A ciò conduce la negazione dell’essere: appunto alla negazione stessa della verità. In fondo, però, è la vita stessa a perdere il suo significato.
Biologicamente potremmo definire tali “processi”, tanto ambigui quanto mai finiti e comunque letali, la logica della “rana bollita”: essa salta immediatamente via se viene messa nell’acqua bollente; ma se invece viene messa nell’acqua fredda, portandola poi pian piano all’ebollizione, la rana si lascia tranquillamente lessare e muore senza neppure accorgersene!
Sociologicamente si parla di “finestra di Overton”, per far passare gradualmente la stessa opinione pubblica dall’indignazione e riprovazione per un’idea erronea o comportamento insano fino alla sua accettazione pacifica e come cosa ormai “normale”, addirittura un “diritto”. Si tratta di metodi di subdolo plagio delle menti che vediamo continuamente all’opera nella società occidentale, supportata dallo stillicidio del mondo mediatico, e ora anche nella Chiesa. Così vediamo che ciò che solo 60 anni fa sarebbe stato non solo deprecabile ma persino inimmaginabile, già oggi viene fatto passare come normale e addirittura un “diritto”; e addirittura “carità” assecondarlo (come dicono alcuni pastori di oggi più all’avanguardia nell’andare incontro all’uomo di oggi, senza mai aiutarlo a convertirsi, perché ciò sarebbe un deprecabile “proselitismo”!). Inoltre, da queste derive relativiste, anche le più atroci, considerate persino “conquiste di civiltà (ed eroine chi le ha promosse), non è nemmeno più possibile dissentire (dittatura del relativismo)! Inutile fare degli esempi.
A ben vedere, però, senza una “natura umana” diventa vuota anche la questione dei diritti dell’uomo (su cosa si fondano?), dei diritti universali e ultimamente anche della “pace” (valore facilmente condivisibile, ma, come vediamo, fatto emergere ad intermittenza e con nemici secondo l’occorrenza, comunque un valore oggi in genere privo di veri contenuti e pure delle condizioni reali per attuarlo).
Persino Dio è diventato oggi, addirittura nella Chiesa, un Dio che “diviene” (quindi puramente storico ed “hegeliano”), persino “debole” nella sua “tenerezza” per noi (ma certa gente ha mai letto il Vangelo e ha mai ascoltato il Gesù vero? Oppure, e ci tocca allora dare ragione persino a Feuerbach e Marx, che dicevano che siamo noi ad esserci fatti un Dio “a nostra immagine e somiglianza”, cioè un Dio consolatorio che ci piace e non scomoda nessuno?). Anche lo “Spirito“, mentre sta perfino sparendo l’appellativo “Santo” (terza Persona della SS.ma Trinità), così assomiglia ancor più a quello della “Fenomenologia dello Spirito” di hegeliana memoria, sarebbe quello che parla di volta in volta attraverso la base della Chiesa e i suoi Sinodi; e non importa se dice persino qualcosa di opposto a ciò che diceva nei secoli passati e nella Tradizione della Chiesa. La stessa santa volontà di Dio oggi sempre più spesso viene tradotta come il “sogno di Dio” (povero Dio che ancora sogna che noi diventiamo buoni e la Natura diventi la nostra “casa comune”!). La Sua misericordia è diventata l’accoglienza di tutti e di tutto, senza alcuna richiesta di conversioni e condizioni di salvezza, cioè totalmente indipendente dalla volontà umana (come volevano Lutero e i suoi seguaci eretici, che arrivarono persino alla terribile logica della “predestinazione”, oggi superata dal fatto che l’inferno intanto non esiste o non ci va nessuno) [infatti, come abbiamo sopra osservato, persino il canto degli Angeli a Betlemme (cfr. Lc 2,14, secondo la nuova traduzione CEI e relativo Lezionario; e di conseguenza l’Inno del Gloria nella S. Messa festiva, e quindi nel nuovo Messale) ha cambiato radicalmente il soggetto (dagli uomini a Dio) e la condizione della “pace in terra”, che è certamente dono di Dio, è passata dalla “buona volontà” (si richiede dunque una buona volontà!) agli “uomini che Dio ama” (cioè tutti, senza alcuna partecipazione della nostra volontà e impegno)].
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Tornando alla recente e grave questione ecclesiale che ha mosso queste nostre riflessioni, provoca certamente sgomento e persino una ferita al cuore ascoltare le veementi e addolorate espressioni di mons. Marcel Lefebvre di fronte ai radicali cambiamenti (e persino palesi contraddizioni) visti in pochi anni nella sua amata Chiesa (quell’accorato “c’est impossible!”, ascolta l’audio appena restaurato dell’omelia tenuta a Venezia il 7.04.1980 o ascolti ancora la conferenza tenuta a Torino il 24.03.1984, ma si ascolti, con sottotitoli in italiano, già la drammatica omelia tenuta a Lille il 29.08.1976 davanti a 10.000 persone, subito dopo la sua “sospensione a divinis” del 22.07.1976), uno sconfortato e incredulo “c’est impossible!” di fronte al “radicale cambiamento”, dichiarato dagli stessi autori che l’hanno prodotto, avvenuto improvvisamente nel Concilio e post-Concilio, così da trovarsi improvvisamente, e persino senza fornire alcuna spiegazione razionale, sul banco degli imputati (disobbediente, ribelle, scismatico se non perfino eretico) semplicemente perché ha continuato ad esercitare il ministero sacerdotale ed episcopale (insegnamento della autentica dottrina, santificazione delle anime, governo della comunità secondo il volere stesso di Cristo Buon Pastore) così come l’aveva sempre svolto e per il quale godeva persino della stima e dell’appoggio dello stesso Pontefice Pio XII (tanto da rappresentarlo perfino per 64 diocesi dell’Africa francofona).
Sì, “è impossibile!“. A meno che non si sia completamente smarrita la nozione stessa di “verità” e il suo stesso “principio di non contraddizione”!
Questo è il punto cui conduce la “filosofia del divenire” e la teologia conseguente, con la relativa prassi pastorale. Potremmo persino vedere esponenti della Gerarchia ecclesiastica quasi fare a gara a chi le spara più grosse, ovviamente con il plauso dei media e la compiacenza entusiasta dei progressisti.
Com’è possibile che diventi improvvisamente proibita (dal 1970) la S. Messa così com’è stata celebrata per 4 secoli (Concilio di Trento, S. Pio V) ma in fondo fin dall’epoca apostolica, cioè per 1950 anni? La Chiesa s’è sbagliata per 20 secoli?
Come può un Papa condannare come “anti-evangelico” (!) ciò che la Chiesa ha sempre insegnato come lecito (almeno in linea di principio), cambiando in merito persino l’ultimo Catechismo della Chiesa Cattolica (vedi la questione della pena di morte)? La Chiesa ha allora sempre insegnato in merito l’anti-Vangelo?
Com’è possibile che ormai si dica persino apertamente (talora persino da parte di certi vescovi e anche più in su) che certi peccati (non parliamo poi se si tratta di quelli “sessuali”) non sarebbero più tali o almeno non sarebbero più così gravi, anzi qualcuno anche nella Chiesa ormai li chiama persino diritti? Cosa dire allora a tutti coloro che, talora persino con eroismo e ovviamente con la grazia di Dio, si sono sforzati di vivere i Comandamenti di Dio? Erano martiri inutili o masochisti o non erano pienamente umani come gli altri?
Tra l’altro non si ha neppure il coraggio di porsi di fronte ai “frutti” stessi di tali cambiamenti (quasi una sorta di fallimento della Chiesa, almeno in alcuni Paesi dell’Occidente; basti pensare allo svuotamento dei Seminari e dei Noviziati, anche in Italia, pur centro della Cattolicità) (vedi, vedi, vedi). E che dire invece dell’incremento qualitativo e quantitativo della fede, anche tra i giovani, laddove essa è supportata e vissuta secondo la perenne Tradizione della Chiesa (realtà che talora invece vengono particolarmente osteggiate da chi dovrebbe promuoverle e gioirne, cfr. III Parte) [vedi ad es. questa News o vedi ancora questa News].
In questo clima culturale e intellettuale, ma ormai divenuto ampiamente sociale e perfino ecclesiale, dove cioè tutto diventa relativo e provvisorio, può capitare quindi che una verità di “ieri” sia considerata errore “oggi”, e viceversa; ma in questo modo anche una verità di oggi (ad esempio un pronunciamento del Magistero attuale) potrebbe essere smentita e non essere più vera per un pronunciamento dello stesso Magistero domani.
Ma allora cosa diventa l’Autorità? E cosa diventa la stessa “obbedienza” ad essa?
Il Papa stesso diventa allora un sovrano assoluto, totalmente disinserito dalla Tradizione e da ciò che hanno detto i suoi Predecessori e diranno i suoi Successori. Si dovrebbe dunque obbedire al Papa pro-tempore e per qualsiasi cosa dica o faccia. Anche se fosse contrario ai suoi predecessori e un domani i suoi successori lo smentissero? Addirittura se fosse contro la stessa Parola di Dio?
Come in fondo denunciava e profetizzava già San Pio X nell’Enciclica Pascendi (1907) riguardo al “modernismo”, ormai non siamo più posti (anche nella Chiesa e in ambienti pure abbastanza elevati) solo a questa o quella eresia, ma alla “madre stessa di tutte le eresie”. Perché infatti col “relativismo”, conseguente alle filosofie del divenire, non viene negata solo questa o quella verità, ma si è per così dire “vanificata” (e resa persino “vietata”) la parola stessa verità.
Si dovrebbe ricominciare anzitutto a prendere sul serio la ragione. Ricordiamo che questa è la caratteristica propria dell’uomo, perché, come sottolineava già Aristotele, l’uomo è fondamentalmente un “animale ragionevole”. La Bibbia poi, fin dalla prima pagina (cfr. Gn 1,27), ci rivela che l’uomo è creato “ad immagine e somiglianza di Dio” (dotato di spirito, quindi di intelletto e volontà), pur essendo creato “maschio e femmina” e quindi appartenente al mondo biologico sessuato, dunque nel regno animale (mammifero).
Fin quando dunque la ragione ha ancora un certo valore e consistenza (e senza questo è appunto l’uomo stesso a sparire!) permane non solo lo strumento per capire sempre meglio la verità ma anche il fondamento di una reale possibilità di confronto e di un vero “dialogo”. Se non riduciamo la parola “dialogo” a quel mantra che ha dominato il Concilio e il post-Concilio (vedi già la prima Enciclica di Paolo VI), in genere privo di contenuti e di metodo e ridotto ad un atteggiamento psicologico irenista, ma la intendiamo e l’attuiamo nel senso proprio dei Dialoghi di Platone o delle interessantissime Quaestiones disputatae di S. Tommaso d’Aquino e del Medioevo (vedi), allora anche attraverso il dialogo potrà progressivamente risplendere la verità, una e oggettiva, dove cioè la ragione può scoprire, trasmettere e convincere, anche in un vero confronto. Laddove invece la ragione si riduce o si svuota ideologicamente (come paradossalmente avviene con l’Illuminismo, che voleva esaltarla unilateralmente e che considerava invece il Medioevo il trionfo dell’oscurantismo cattolico) questa sì che diventa veicolo di violenza (ti impongo la mia ideologia perché io ho inventato la verità dell’uomo e quale sia il bene dei popoli), come ampiamente dimostra già la Rivoluzione francese e poi le catastrofi della prima metà del sec. XX.
Oggi invece la questione della verità, in cui fondamentalmente non si crede più, è diventata stupidamente “come la pensi?”, “da che parte stai?”, “chi l’ha detto?”. E, nella Chiesa, ogni affermazione o negazione serve solo per essere immediatamente etichettati: sei “tradizionalista?”, “sei progressista?”, “ti piaceva Papa Francesco? Eri d’accordo? Sei contento o ti dispiace che non ci sia più?”, e ora “cosa pensi di Papa Leone?”; “sei per una Chiesa aperta, moderna e accogliente o sei arroccato su una dottrina ormai sorpassata o su una morale ormai improponibile?”
Persino negli interventi disciplinari dell’autorità ecclesiastica, che vediamo abbondantemente moltiplicarsi, al di là di tutte le dichiarazioni di dialogo e apertura con tutti, specie nei confronti delle realtà “tradizionaliste” (vedi nella I Parte le pene inflitte alla FSSPX il 2.07.2026, cioè a poche ore dalle Ordinazioni episcopali di Ecône, ma anche quelle riservate a certi gruppi o singoli sacerdoti e vescovi del mondo tradizionalista presentati nella III Parte, vedi), non pare si entri nel merito delle questioni, appunto anche a livello di argomentazioni razionali, ma in fondo ci si limiti ad un sintetico “da che parte state?”, “accetti o non accetti il Vaticano II?”, “accetti o non accetti Papa Francesco (o chi per lui)”? “Nella Chiesa si può cambiare tutto o non si può cambiare nulla?”.
Con tutta probabilità, purtroppo, fin quando non si accetterà di entrare davvero nel merito delle questioni, che come abbiamo visto non sono affatto marginali (!), sarà difficile uscire da questa crisi dirompente, andando persino incontro a sempre nuove divisioni e scismi.
Verrebbe persino da esprimere, quasi a mo’ di una salutare provocazione (ma in realtà è ciò che sapientemente ha fatto la Chiesa Cattolica per secoli, proprio per dirimere davvero le questioni sul tappeto, fossero state anche le più gravi ed intricate) un “elogio dell’Inquisizione”!
Non sembri una provocazione o un paradosso, anche se potrebbe essere così intesa, visto il falso “mito” anticattolico sull’Inquisizione, creato dall’Illuminismo e tuttora imperante (nelle scuole, nelle biblioteche, in molte opere teatrali e cinematografiche, e perfino in certi musei, che lo stesso grande storico medievalista Franco Cardini non esita a definire falsi e calunniosi “baracconi” antistorici). L’Inquisizione è stata voluta e realizzata dalla Chiesa cattolica per difendere “la vera dottrina” e con ciò la salvezza eterna delle anime, quindi come vero atto di carità cristiana. Non era un’imposizione della fede cattolica, perché l’Inquisizione cattolica non aveva alcuna giurisdizione per chi non era “cattolico” (anche se nel Medioevo Chiesa e società venivano praticamente a coincidere, pur però nella distinzione dei compiti, anche a livello giuridico). Chi studia seriamente Giurisprudenza sa che, se il Diritto Romano fu una grande conquista di civiltà per il mondo antico, proprio l’Inquisizione costituisce un enorme progresso appunto per la storia della Giurisprudenza, soprattutto per le procedure della sua indagine e l’attuazione dei suoi processi. Non è affatto vero che si usasse violenza (espressamente vietata dalle norme che la regolavano). Invece il valore del procedimento è dato proprio dalla razionalità, cioè sulle prove razionali portate a favore o contro certe affermazioni (anche eresie), fino a far emergere l’autentica e provata verità dei contenuti. Si trattava appunto non semplicemente di accusare o assolvere (quasi per partito preso, come pare si tenda a fare oggi), ma appunto di “convincere”; e ciò proprio con un rigoroso e sereno processo razionale, cioè appunto attraverso un ragionevole confronto delle posizioni e delle loro prove o controprove. Si trattava in altri termini di distinguere davvero l’errore dalla menzogna. L’imputato, accusato ad esempio di “eresia”, poteva portare le proprie ragioni ed ascoltare quelle della controparte, che appunto non chiedeva un’adesione forzata ma ragionata. L’imputato poteva così convincersi e riconoscere il proprio errore (in tal caso il processo terminava immediatamente, senza alcuna conseguenza) o continuare pervicacemente nella sua posizione, su cui allora venivano portate nuove prove convincenti. Se poi l’imputato fosse stato accusato ingiustamente da qualcuno, era proprio l’accusatore ad essere condannato con pene severe.
[Si può approfondire tutto ciò anche nel sito: vedi il dossier, vedi il documento o vedi la sintesi come News].
Tornando infine alla questione della verità. Il problema diventa arduo e persino paradossale, con un continuo e inutile arrovellarsi delle questioni e delle parti, quando appunto non si crede più che ci sia una verità, razionalmente indagabile e quindi anche correttamente comunicabile, una verità obiettiva e indipendente persino dall’Autorità che la propone. Anche quando parla, nella Chiesa, l’Autorità suprema (il Papa, Vicario di Cristo), essa non può inventare o cambiare la Verità, perché a sua volta deve essere sottomessa all’autorità divina, alla Parola di Dio (che come sappiamo non è solo la S. Scrittura ma pure la sua autentica interpretazione e attuazione attraverso il Magistero e la perenne Tradizione della Chiesa).
La Rivelazione soprannaturale, cioè divina (Parola di Dio), non può invece essere posta in dubbio, perché Verità assoluta, in quanto ovviamente Dio non può sbagliarsi (Essendo l’Intelligenza suprema e la Verità stessa) o ingannarci (essendo Amore). Comunque anche tale Rivelazione divina, nella vera fede cattolica (non in quella protestante né tanto meno nelle altre religioni, come l’Islam, dove ogni indagine razionale è intesa come corruzione della fede stessa), è indagabile, anche razionalmente, come peraltro ci testimoniano ampiamente due millenni di Teologia ma in fondo anche di autentica filosofia cristiana.
Occorre quindi apprezzare moltissimo (persino nelle catechesi) che la ragione umana (la propria ma anche degli ascoltatori o interlocutori) è in grado di conoscere la verità (vedi anche la Catechesi di base n. 1 e di conseguenza anche quelle successive), anche progressivamente, ma con certezza. Non si tratta certo di conoscere la verità in modo esaustivo (avremmo un Intelletto pari a quello di Dio); ma da ciò non segue né che la verità non esista (come vorrebbe lo scetticismo), né che non possa essere conosciuta (come vorrebbe l’agnosticismo); negazioni che non sono neppure pensabili e dicibili, volendo essere esse stesse una verità (quindi contraddicendosi). Non possiamo neppure relegare la scoperta della verità solo all’ambito materiale e sensibile (come vorrebbero il materialismo e l’empirismo, che intanto, in quanto dottrine filosofiche, sono esse stesse teorie, quindi al di là del sensibile e dell’empirico) o a quello scientifico (scientismo, positivismo), tanto più che la base stessa della scienza è un principio metafisico [è il “principio di causalità”: ogni effetto ha una causa adeguata o proporzionata, in conseguenza dell’assoluto che non solo il “nulla” si oppone all’essere ma non può produrre “essere”, come coglie immediatamente anche il buonsenso. Questo principio metafisico permette ogni conoscenza e ogni scienza, che è appunto la scoperta della “cause”; infatti senza questa certezza la scienza non si muoverebbe neppure di un passo per andare alla scoperta appunto di quali siano le cause, magari invisibili, di certi effetti (visibili), se non sapesse a priori che non può scaturire dal nulla, cioè senza causa. Il cristianesimo poi ha permesso il nascere e il meraviglioso sviluppo della scienza proprio perché dalla fede stessa sa che la realtà è opera del Creatore e che Egli è Logos, quindi razionale (vedi)]
Sull’orlo della follia?
Concludiamo con un’ultima considerazione sulla necessità della verità e sull’impossibilità di negarla.
Visto che non solo la nostra vita ha pure un bisogno esistenziale di verità (di bene, di un senso vero), perché non si vive senza senso o nell’assurdo, ma il nostro stesso intelletto (o ragione), che ci caratterizza appunto come esseri umani, è fatto per la verità, pensiamo quanto sia significativo che persino a livello di espressione popolare, per indicare appunto una persona totalmente “folle”, si dice non che ha perso l’intelletto (anzi in genere il matto è molto intelligente, mentre è lo scemo, che manca invece parzialmente della facoltà conoscitiva), ma “il ben dell’intelletto”, che è appunto il vero.
Una persona, ma anche un’intera cultura, una filosofia, una civiltà che ha perso non solo questa o quella verità (il che, se sono verità decisive, possono già compromettere la vita personale e sociale ma anche e soprattutto la stessa vita eterna, cioè la salvezza dell’anima) ma l’idea stessa di verità, è una persona o civiltà gravemente incamminata verso la propria autodistruzione, il suicidio, poiché ciò costituisce appunto l’oscuramento progressivo e inesorabile della mente, lo spegnimento del cervello, l’annientamento della vita (non però l’annichilimento dell’anima, che, in quanto spirituale, è creata da Dio “per sempre”, e quindi sussiste con immane ed eterna sofferenza anche nell’annichilimento del Vero e del Bene che è Dio, cioè anche nella dannazione eterna dell’inferno).
Qualcuno (si tratta di un proverbio di origine latina o greca) ha detto che Dio, prima di accettare che un’anima o una civiltà precipiti nella “dannazione” la fa “impazzire”! Cioè quando una persona è destinata alla rovina a causa della sua stessa superbia, perde la capacità di ragionare lucidamente, compiendo da sola i passi verso il proprio fallimento.
Non sono rarissimi i casi anche di pensatori e filosofi, a cominciare da Nietzsche stesso (e persino di qualche suo seguace!), che a causa di questa negazione totale della verità (oltre magari ad altre cause organiche e neurologiche) hanno finito per divenire totalmente pazzi (Nietzsche lo è stato per gli ultimi 10 anni della propria vita).
Non si scherza infatti con la mente, né tanto meno con l’anima. E dunque neppure con la Verità!
Per questo la crisi odierna, specie della civiltà occidentale ma entrata drammaticamente anche nella Chiesa (quasi “fumo di Satana penetrato attraverso certe fessure nel tempio stesso di Dio”, come disse Paolo VI già nel 1972), è davvero non solo drammatica ma apocalittica, nel senso proprio che potrebbe prefigurare o produrre un’immane autodistruzione dell’uomo e della stessa umanità. Il pericolo di questo spegnimento dell’intelletto (se perde il “bene” per cui è stato fatto, cioè il vero) e dell’anima (svuotata della Verità e del Bene supremo che è Dio) è ben più grave e letale degli stessi pericoli nucleari, elettronici o climatici che potrebbe riservarci il futuro, persino prossimo.
Già Platone, recuperando un detto della vicina isola di Creta, ironizzava su un’affermazione (in realtà negazione radicale) fatta da un ateniese (cioè un abitante di Atene), quando disse che “tutti gli Ateniesi sono falsi”. Evidentemente è una frase senza senso e indicibile, sia se fosse vera (perché allora almeno un ateniese direbbe il vero e dunque la frase sarebbe falsa) che se fosse falsa (perché sarebbe falso che tutti gli Ateniesi siano falsi e dunque qualcuno che dice la verità c’è). Insomma, un ateniese non può pronunciare questa frase, se vuole che abbia un senso.
Del resto nessun uomo può dire che noi (esseri umani) ci sbagliamo sempre e quindi non conosceremmo la verità. Perché se fosse vero non solo non ci accorgeremmo neppure di sbagliare (proprio la possibilità di riconoscere un errore come tale indica che non ci sbagliamo sempre, altrimenti ci sbaglieremmo anche nell’accorgerci dell’errore, entrando in un labirinto senza via d’uscita o in un gioco di specchi in cui l’intelligenza rifletterebbe solo se stessa, come in fondo avviene appunto nel pensiero moderno, fino a impazzire o spegnersi del tutto), ma almeno conosceremmo questa verità, che viene a negare però la frase stessa.
Insomma, non solo non si può negare la verità e la nostra possibilità di conoscerla (almeno in parte), ma neppure i suoi principi fondamentali, a cominciare da quello detto di “non contraddizione”, pena appunto costringerci al silenzio (un silenzio neppure più dicibile).
Anche Aristotele, parlando proprio di questo principio assoluto della mente (perché in fondo è il principio assoluto della realtà, cioè l’opposizione tra essere e nulla, infatti si chiama pure “principio di identità” o “del terzo escluso” perché appunto non c’è una terza possibilità oltre essere e nulla, anzi neppure il nulla esiste, se non come “ente privativo”, cioè come negazione dell’essere – vedi quanto ricordato sui “concetti privativi” nell’ultima parte della News “Più che una Religione”) nella sua Metafisica (IV, 4, 1006 a), fa notare che chi nega la verità e il principio di non contraddizione (come lo scettico, l’agnostico, il relativista e ultimamente appunto il nichilista) si costringe di fatto al silenzio (“deve stare fermo e zitto come un tronco”, senza neppure poter affermarlo, dice Aristotele in quella citazione).
Nietzsche, nella sua acutissima profezia sulle conseguenze della progressiva perdita della parola stessa “verità” (cioè il nichilismo, appunto il Nulla al posto dell’Essere), giunge una volta a questa drammatica e folle conclusione (in Al di là del bene e del male): “io vi insegno che non c’è la verità, che è solo un’interpretazione, cioè tutto è relativo. Posto poi che anche questa fosse soltanto un’interpretazione – e voi sareste abbastanza solleciti da obiettarmi ciò – ebbene, tanto meglio”. Tragicamente splendido! Il relativismo si costringe al silenzio, senza neppure più poterlo dire (inutile ubriacarsi di parole e di assemblee, come si fa oggi, anche nella Chiesa). Cioè è il black-out totale, lo spegnimento dell’intelligenza, cioè della stessa natura umana. Nietzsche stesso profetizzò infatti già 150 anni orsono che in poco tempo, magari 200 anni, sarebbe finita l’Europa insieme alla civiltà cristiana, ma in fondo stava per finire l’uomo stesso (che è fatto per la verità e non si vive senza verità, ma se la verità non c’è allora l’uomo finisce) [paradossale che il suo auspicato Übermensch sia stato inteso e tradotto come “superuomo”, perché in realtà è in tedesco un “oltre-uomo”, perché l’uomo appunto finirà insieme al pieno rivelarsi dell’assurdo, del non senso! – cfr. in proposito il mio Oltre il Nulla (vedi) o Il “divenire innocente” in F. Nietzsche (vedi)].
La filosofia dell’essere, e le teologie che possono e devono conseguire a tali certezze metafisiche, ben coniugate con ciò che Dio stesso ci ha rivelato in Cristo, come è stato nell’autentica Tradizione cattolica, non è solo un’alternativa al nichilismo ormai dominante, ma l’unica risposta possibile.
Occorre ormai avere il coraggio, per chi può e deve farlo (anche come maestri e pastori), di non dare più nulla per scontato, di andare al fondo delle questioni. Altrimenti il nostro logorroico discorrere, anche all’interno della Chiesa, diventa un puro “flatus vocis”, inutili parole al vento.
Prima di precipitare nella pura e irreversibile “follia”, su questo “silenzio”, che è quello appunto della morte, del suicidio di un’intera civiltà se non dell’umanità intera, che Satana vorrebbe fosse anche quello della Chiesa stessa, possa risplendere di nuovo e presto il Logos, il Verbum, Colui che “si è fatto carne” (Gv 1,14) e che è Cristo Signore.
Libera nos Domine! (ascolta)
(fine del documento)






