In Polonia anche un ragazzino difende l’identità cristiana del Paese e lotta per la fede in Gesù… contro il pensiero unico dominante in Occidente

In Occidente il “pensiero unico dominante” impone, con il sostegno di grandi potentati economici e dei “poteri forti” culturali, le nuove ideologie ecologiste, animaliste, omosessualiste – cioè forme di panteismo e in pratica una ‘dittatura del relativismo’ – e crea i suoi eroi, anche tra i ragazzini. Come nel caso di Greta Thunberg (v. News sopra), che in questo mese di agosto ha raggiunto New York attraversando l’Atlantico con uno yacht a vela, guarda caso di Casiraghi, sotto lo sguardo ammirato del mondo, per farsi portavoce della questione ideologica dei cambiamenti climatici nell’importante consesso ad esso dedicato.

Più banalmente, i ragazzini sono normalmente ‘iniziati’ ad inseguire gli idoli dello sport o dello spettacolo, anche con i loro vizi e lussi, scimmiottandone le mosse fin dalle più tenere età (anche in programmi televisivi o nelle partite di calcio).

Però nei Paesi dell’est-Europa, che per 70 anni hanno subito la terribile dittatura ‘comunista’ ma, come nel caso della Polonia, non hanno reciso le proprie radici cristiane (o le stanno riscoprendo, come in Ungheria o nella stessa Russia), si resiste alla “dittatura del relativismo” – sostenuta da potenti lobbies culturali ed economiche in grado persino di ricattare economicamente e politicamente questi Paesi – che si esprime ad esempio nelle oscene, blasfeme e carnevalesche manifestazioni dei “gay-pride”.

Ci sono però dei ragazzini, e per loro non c’è invece alcuna risonanza mediatica, che hanno il coraggio e sono capaci di lottare per preservare questa identità di fede e sociale e per opporsi a questa deriva ideologica e immorale. È il caso ad esempio, emerso in questi giorni, di un ragazzino polacco di 15 anni che, armato del Crocifisso e del S. Rosario, ha sfidato pacificamente ma con immenso coraggio persino il cordone della polizia che proteggeva un gay-pride (v. in questo video e in questo).

Viene in mente il ragazzino messicano José Sánchez del Río, canonizzato dal Papa Francesco il 16.10.2016 (v. News a questa data), che al grido di “Viva Cristo Re” si oppose fino al versamento del sangue e al martirio alla dittatura massonica che all’inizio del secolo scorso voleva estirpare con tutte le forze la fede cattolica del Messico (l’epopea dei Cristeros) (vedi la scena del martirio nello straordinario film “Cristiada” del 2011 – vedi il trailer).

La grande stampa occidentale, anche italiana, per queste forme di resistenza pacifica alla dittatura del relativismo che vuole imporsi anche ai Paesi dell’est-Europa, ha parlato di attacco dei “nazionalisti, populisti, sovranisti e persino nazisti” polacchi contro il gay ride. Sembrano invece ovvii, e impunibili, gli insulti e le posizioni blasfeme e volutamente scioccanti di queste parate, spettacolari e diaboliche, che peraltro non hanno nulla a che fare con ciò che pensano davvero gli omosessuali seri (infatti i gay-pride e tutte le potenti lobbies LGBT si oppongono duramente anche contro gli stessi omosessuali che non si allineano al loro grande potere ideologico, economico, mediatico … e persino ai dati veri della scienza – v. ad es. le News del 12.07.2019, e del 30.03.2017, 5.12.2016 e 15.09.2016, 2.09.2015, 12.01.2013).

A proposito della difesa della fede cattolica e dell’identità polacca, nell’episcopato si trovano esempi coraggiosi di chiare prese di posizione, come quella (cfr. NBQ, 16.08.2019) dell’arcivescovo di Cracovia mons. Marek Jędraszewski, attaccato nelle scorse settimane da attivisti e simpatizzanti della causa arcobaleno per aver sostenuto che la cultura Lgbt sarebbe “una minaccia per i valori e per la solidità sociale e familiare della nazione”. Si è ovviamente scatenata contro di lui una tempesta mediatica. Ma non è stato lasciato solo: il presidente della Conferenza episcopale polacca, infatti, ha lanciato un appello in suo supporto per difendere il diritto a criticare l’ideologia gender nel dibattito pubblico. Una chiara (e oggi purtroppo rara, anche nella Chiesa) presa di posizione a cui si sono associati anche i Presidenti delle Conferenze Episcopali della Repubblica Ceca, della Slovacchia e dell’Ungheria, che hanno difeso pubblicamente mons. Jedraszewki, esprimendogli solidarietà per gli attacchi subiti in questi giorni.

Ricordiamo pure la grande iniziativa polacca del 2017 chiamata “Un Rosario al confine” (una catena umana di centinaia di km, armata col Rosario in mano e pregandolo, distesa lungo i confini della Polonia), appoggiata dalla Conferenza Episcopale Polacca e organizzata per “implorare l’intercessione della Madre di Dio per salvare la Polonia e il mondo” dalla secolarizzazione, e che fu presentata polemicamente dalla stampa mondiale come “manifestazione anti-migranti”.

La difesa dell’identità nazionale e della fede cristiana riguarda certo pure il problema dell’immigrazione, specie se indiscriminata e clandestina. Per la maggior parte dei vescovi dei Paesi dell’Europa orientale la difesa della sovranità nazionale non è un crimine, ma un diritto: lo ha affermato di recente, ad esempio, mons. Andras Veres, vescovo di Győr e presidente della Conferenza Episcopale Ungherese, con una dichiarazione pubblica contro la condanna inflitta da Strasburgo al governo Orban, sanzionato (secondo quanto detto dal presule) per aver difeso gli interessi della sua nazione. Nel comunicato, il capo dei Vescovi magiari ha anche criticato la gestione dei flussi migratori voluta dalla governance di Bruxelles e invisa all’esecutivo di Budapest. Una linea condivisa pure dal cardinale Dominik Duka, primate della Chiesa ceca, per il quale la causa della crisi migratoria conosciuta negli ultimi anni dal Vecchio Continente sarebbe da addebitare alla ‘politica delle porte aperte’ voluta dall’UE, in particolare dalla Germania. Come il suo omologo ungherese, anche il porporato ceco non ha mancato di difendere la sua nazione dall’accusa di non essere abbastanza accogliente con i rifugiati, ricordando al tempo stesso che la soluzione migliore per il problema consisterebbe nell’aiutare questi popoli nella loro patria (v. sotto la News del 25.07.2019).

Anche mons. Stanislav Zvolensky, arcivescovo di Bratislava (Slovacchia), ha spesso dichiarato di nutrire perplessità sulla politica di accoglienza indiscriminata a cui Bruxelles vorrebbe condurre i Paesi del cosiddetto “Gruppo di Visegrad” (Paesi dell’Europa ex-comunista entrati nella UE). Per il capo dei vescovi slovacchi, esistere pure il rischio che gli attuali flussi migratori verso l’Europa, considerando la consistente componente islamica, possano cambiare “radicalmente la nostra civiltà”. Per impedirlo, il presule ha detto persino di ritenere “legittimo chiedere informazioni sulla religione che professano queste persone e su quanto sia benefico per la nostra società il loro arrivo”.