[News del 10/3/2023]

Quale Chiesa?

Quale Chiesa? Cambiamento, rivoluzione o apostasia?

(Quinta Parte)


A questo punto, avviandoci alla conclusione, non possiamo esimerci da un’umile ma doverosa  ultima considerazione sulla gravissima crisi “di fede” – in Europa occidentale anche crisi “numerica” (come ancora vedremo nella sesta e ultima Parte) – che la Chiesa Cattolica sta vivendo, che non è esagerato definire dal tenore “apocalittico” (cfr. Ap 1213). Siamo infatti di fronte ad uno dei più forti attacchi che i “poteri forti” mondani, specie dell’Occidente, stanno sferrando contro la Chiesa Cattolica, epilogo nichilista e satanico della “modernità”, come abbiamo visto. Se apparentemente tale attacco sembra meno violento delle “rivoluzioni” già attuate nei 3 secoli passati (vedi), non per questo è meno doloroso; anzi, è assai più pericoloso se non persino letale. Anche perché questa volta, abbiamo osservato, nell’arco di un secolo tale potere o “fumo di Satana” è riuscito talmente ad infiltrarsi all’interno stesso della Chiesa (cfr. il “modernismo”), da raggiungerne i vertici, così da riuscire a non farsi neppure più notare ma anzi applaudire, con l’ovvio sostegno del grande potere economico, politico e mediatico.
Tutto ciò ha una valenza sempre più chiaramente satanica. La medesima potenza che vuole portare il mondo stesso sotto un unico grande “regno”, per poi annientarlo.
Allo tempo stesso, tale scontro apocalittico vede scendere in campo, in modo progressivo e sempre più incalzante, l’Immacolata. A Lei, al Suo Cuore Immacolato, quindi a Cristo Signore, e a tutti coloro che stanno a Lei ben uniti e saldi nella vera fede, è però garantita la vittoria! Con assoluta certezza.






Cambiamento, rivoluzione o apostasia?





Un attacco letale?

Leone XIII, in una misteriosa ma reale visione avuta il 13.10.1884, aveva visto la Chiesa  cadere sotto il potere di Satana per 100 anni (non totalmente, perché c’è la promessa di Gesù che “le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”, cfr. Mt 16,18)
La Madonna aveva chiesto a Lucia di Fatima di rivelare la terza parte del segreto nel 1960. Perché? (sulla questione del cosiddetto 3° segreto, e se pienamente rivelato nel 2000, vedi dossier e vedi documento su BXVI).
Giovanni XXIII, letto il messaggio, lo censurò, dicendo di non credere ai “profeti di sventura”!
Paolo VI, come abbiamo già ricordato, dopo i primi entusiasmi e le radiose speranze per la “primavera” del Concilio, parlò del fumo di Satana entrato da qualche fessura nella Chiesa.
Le potenze “moderniste”, che agivano nascoste durante i Pontificati precedenti, col Concilio vennero alla ribalta e, col pretesto del Concilio, cercarono di attuare una vera e propria “rivoluzione” nella Chiesa; a tal punto che quando nel 1968 (con l’enciclica Humanae vitae) si mostrarono deluse dallo stesso Paolo VI, iniziarono gli attacchi contro il Papa (così che egli non promulgò in seguito più alcuna enciclica, cioè negli ultimi 10 anni del Pontificato).
Giovanni Paolo I fu trovato morto dopo soli 33 giorni di Pontificato!
Il lungo e fecondo Pontificato di Giovanni Paolo II (16.10.1978/ 2.04.2005; qualcuno pensava di interromperlo con il feroce attentato del 13.05.1981!), coadiuvato soprattutto dal Prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede card. J. Ratzinger, riuscì a frenare l’avanzata delle avanguardie moderniste, che non nascondevano la propria opposizione, se non odio, per lui e per il fedele Cardinale custode della fede, fino alla minaccia dello scisma (specie settori non marginali della Chiesa Cattolica di Germania, Austria, Olanda, Svizzera, come abbiamo osservato).
L’incredibile elezione di Benedetto XVI (2005) scatenò ovviamente un feroce attacco contro di lui su tutti i fronti, esterni e interni alla Chiesa, così da rendergli di fatto impossibile il governo della Chiesa.

Nel documento qui redato in occasione della sua morte (31.12.2022) (vedi) accenniamo ad alcuni dati, in certi casi persino resi pubblici, come le pressioni dell’Amministrazione USA per ottenere la sua sostituzione (emerse pure nel cosiddetto scandalo WikiLeaks); la chiusura al Vaticano del circuito bancario internazionale (SWIFT), subito riaperto dopo la sua Rinuncia!; la sedicente “Mafia di San Gallo”, club di eminenti Cardinali che si trovavano anche nell’omonima città elvetica (ma anche a Roma, via Pineta Sacchetti) e che lavoravano da tempo per la sua sostituzione con J. M. Bergoglio (lo rivelò uno di questi cardinali, il belga Godfried Danneels); certi cambi al vertice dello IOR (di cui il Papa era all’oscuro o contro la sua volontà), fino al trafugamento delle sue carte private persino dalla sua stessa camera da letto, da cui il caso VatiLeaks e le notizie riservatissime diventate di dominio pubblico. Per non parlare dei feroci attacchi subiti, persino a livello diplomatico, come dopo una frase pronunciata in aereo sui preservativi (17.03.2009; ci fu una mozione contro il Papa da parte del Parlamento belga e di quello spagnolo!), o dopo la sua straordinaria lectio magistralis all’Università di Ratisbona (Regensburg, 12.09.2006), così come dopo la revoca della scomunica ai Vescovi ordinati da mons. Lefebvre (che scatenò, come qui abbiamo già ricordato, una  furibonda reazione internazionale e di gran parte della Chiesa; vedi l’accorata Lettera che il Papa scrisse il 12.03.2009 in tale penosa circostanza).
Solo per citare alcuni fatti …

Tutti potevano permettersi di criticare i suoi insegnamenti e di disobbedire alle sue autorevoli indicazioni! E tutto ciò con la complicità dei poteri forti e del potere mediatico internazionale!
Non ci vuole una particolare capacità investigativa o chissà quale dietrologia “complottista” per comprendere come tutto ciò abbia portato all’inaudita Rinuncia dell’11.02.2013, fatta poi passare come un fatto “normale”, quando invece lo stesso Benedetto XVI ne parlò come di un fatto mai accaduto negli ultimi 1000 anni (dichiarazione sconcertante perché storicamente falsa, basterebbe pensare alla celebre rinuncia di Celestino V nel 1294, a meno che non si risalga alla “Sede impedita” di Benedetto VIII!) e continuò fino alla sua morte (31.12.2022) a rimanere in Vaticano, vestito di bianco e col titolo di Papa! 

[Sul Pontificato di Benedetto XVI e sulle questioni relative alla sua Rinuncia, vedi documento apposito]

Non entriamo qui nella questione, tanto ultimamente dibattuta quanto violentemente censurata, che se la Rinuncia di Benedetto XVI fosse stata indotta da poteri esterni (laici o ecclesiastici) o non fosse stata correttamente posta (persino al di là della volontà stessa del dichiarante), secondo il Codice di Diritto Canonico l’elezione del successore sarebbe invalida, cioè nulla! In tal caso Benedetto XVI avrebbe comunque (persino suo malgrado, semmai in “sede impedita”, prevista dal Codice) continuato ad essere il Papa e il Conclave successivo, essendo convocato col Papa ancora vivo e non regolarmente rinunciatario, sarebbe appunto “invalido”, anzi facendo incorrere in scomunica tutti coloro che vi hanno partecipato (una sorta di usurpazione del potere papale), quindi inesistente il Papa eletto (per il Codice di Diritto Canonico un Atto “nullo” non è nemmeno sanabile, in quanto considerato proprio inesistente) e tutto ciò che ha fatto nel suo (presunto) pontificato!
Evidentemente si tratta di una questione così grave – nella storia abbiamo avuto persino degli Antipapi! – che di fronte anche a soli ragionevoli “dubbi” presentati da qualche fedele (ancor più se da prelati o addirittura cardinali; ma nella storia sono intervenuti in merito persino imperatori!), è doveroso affrontare e risolvere la questione, non censurarla o condannarla “a priori” (magari scomunicando anche solo chi la pone, come sta avvenendo), ancor meglio convocando un Sinodo o Concilio per chiarire e rispondere ai quesiti posti. Qualora si censurasse o non risolvesse la quaestio, si correrebbe il rischio (successo nella storia, grazia a Dio non per moltissimi anni) di avere una serie di Antipapi (perché da un Antipapa non può seguire nella successione un vero papa).

Una riprova storica di ciò, fra le altre, è data dall’elezione papale del Card. Angelo Roncalli nel 1958, che poté assumere il nome di Giovanni XXIII, anche se dal 1410 al 1415 ci fu già un Papa Giovanni XXIII; ma essendo poi riconosciuto come “Antipapa”, in quanto invalidamente eletto, la sua elezione risultò nulla ed è stato quindi un Papa semplicemente inesistente!

Si tenga presente che i dubbi posti, anche da valenti studiosi (persino non credenti), sono seri e da affrontare seriamente e non liquidare sbrigativamente (come è stato fatto e si fa tuttora) come esternazioni irrazionali di esaltati che gridano al complotto!

[Cfr. ad es. Andrea Cionci, Codice Ratzinger, Byoblu 2022(attualmente uno dei best-seller italiani); Diego Fusaro, La fine del cristianesimo, Piemme 2023: Alessandro Minutella, Pietro dove sei?, Gamba 2021. Sui gravi errori di latino nella Declaratio della Rinuncia, che ne comprometterebbero la validità perché una dichiarazione così solenne deve essere anche ritualmente osservata pure nei particolari e persino al di là dell’intenzione stessa di chi la pone, intervenne il giorno dopo (12.02.2013) a denunciarli anche il grande filologo latinista Luciano Canfora sul Corriere della sera]





Habemus Papam …

Giungiamo così al Conclave del 13.03.2013, che elesse Pontefice il cardinale Jorge Mario Bergoglio, l’arcivescovo di Buenos Aires.
Si tratta del primo Papa americano della storia. Si tratta anche del primo Papa “Gesuita”, cioè un “religioso” appartenente  alla “Compagnia di Gesù”, l’Ordine religioso fondato nel 1540 da S. Ignazio di Loyola, e quindi coi 3 voti di povertà, castità e obbedienza (ricordiamo che i sacerdoti diocesani non hanno invece i “voti”), cui S. Ignazio volle aggiungere anche quello di una particolare obbedienza e affidamento al Papa. Il Superiore Generale dei Gesuiti, chiamato “Preposito Generale” (o anche solo “Generale”) è chiamato popolarmente anche “Papa nero”, in quanto, come il Papa, è eletto normalmente “a vita”. Anche per questi motivi si è sempre ritenuto che non potesse esserci un Papa “Gesuita”.
Nato a Buenos Aires, ma da genitori d’origine piemontese emigrati in Argentina, il 17.12.1936, J. M. Bergoglio fu fatto Vescovo nel 1992 (si dice che l’allora P. Generale, P. H. Kolvenbach, non fosse d’accordo) e nel 1998 divenne Arcivescovo di Buenos Aires (e fu creato Cardinale nel 2001).

Quanto è successo nella Chiesa nel 2013, al di là dell’enorme tentativo mondiale e vaticano di farlo passare come “normale”, pone in realtà delle gravissime questioni che, valide o infondate che siano, andrebbero comunque canonicamente affrontate, in quanto la quaestio in gioco è ovviamente di assoluta importanza: si tratta infatti della vita stessa della Chiesa e della salvezza eterna delle anime! L’eventuale invalidità canonica della Rinuncia di Benedetto XVI (e le prove in merito non sono poche o peregrine) renderebbe un “sopruso” la convocazione del Conclave del 2013, farebbe incorrere tutti i Cardinali partecipanti nella scomunica latae sententiae e renderebbe ovviamente “nulla”, cioè inesistente, l’elezione del Papa fatto da tale Conclave (sarebbe cioè un Antipapa, come altre volte è avvenuto nella storia). Inoltre potrebbero emergere persino altri dati invalidanti il Conclave stesso del 13.03.2013, quindi non da condannare o cestinare “a priori” (il farlo sarebbe un chiaro segno di debolezza nella certezza della verità) ma da analizzare attentamente: esistenza davvero un’organizzazione-pilota di Cardinali, la sedicente “Mafia di S. Gallo”, preposta per ottenere la Rinuncia di Benedetto XVI e l’Elezione di Bergoglio (come emerge dal diario di uno dei Cardinali che ne faceva parte)? C’è persino un’altra questione tecnica*, ma ugualmente pericolosa per la validità del Conclave, analizzata da Antonio Socci nel suo studio pubblicato già nel 2015.

* Pare che in quel 13.03.2013 ci siano state in Conclave 5 votazioni invece delle 4 previste (limite invalicabile), in quanto nella quarta votazione risultò una scheda in più, sia pur bianca, rispetto ai votanti! (cfr. A. Socci, Non è Francesco, Mondadori 2015).


Ma andiamo alle novità e stranezze già di quell’Habemus Papam del 13.03.2013 …

A proposito di Habemus Papam
Tra gli innumerevoli attacchi contro Benedetto XVI e le pressioni, anche psicologiche, per spingerlo ad andarsene come inadatto ai nuovi tempi, ci fu anche, a livello cinematografico, l’angosciante film di Nanni Moretti che porta questo titolo (“Habemus Papam”, del 2011). In seguito, sempre a livello cinematografico, ci fu l’altro attacco nel film “I due Papi”, del 2019 (Netflix, USA; reclamizzato persino ad altezza-palazzo davanti a piazza S. Pietro).

Mentre il sole era già abbondantemente tramontato e oltre un miliardo di persone era con gli occhi puntati sulla Loggia di S. Pietro, venne rivelato che il Papa eletto era il Cardinale Arcivescovo di Buenos Aires Jorge Mario Bergoglio e che aveva scelto di chiamarsi Francesco. Già nella scelta di questo nome e nel “modo” come è stato assunto c’era già un primo segnale di “rivoluzione”. “Francesco” era evidentemente il riferimento ad uno dei più grandi Santi della storia della Chiesa, tanto popolarmente amato quanto oggi equivocato (vedi). Nessun Papa aveva osato prendere il nome del grande Santo di Assisi, neppure i 4 Papi francescani della storia (Nicolò IV, Sisto IV, Sisto V e Clemente XIV).

Comunque, per evitare equivoci (o meglio, per confermare i soliti equivoci e luoghi comuni sul grande Santo d’Assisi), qualche giorno dopo il nuovo Pontefice disse che aveva scelto quel nome (del poverello d’Assisi), perché “voleva una Chiesa povera per i poveri”; così nella sua prima vera Enciclica  – perché la Lumen fidei del 29.06.2013 era sostanzialmente quella che Benedetto XVI aveva preparato ma che a motivo della Rinuncia non aveva fatto in tempo a pubblicare (!), a completamento delle encicliche sulle tre virtù teologali e per l’Anno della fede ancora in corso! – la Laudato sii (24.05.2015) cattura fin dal titolo S. Francesco nelle attuali preoccupazioni “ecologiste”, come nella Fratelli tutti (3.10.2020) nel dialogo pacifista e globalista tanto caro (quanto smentito nei fatti) ai poteri forti dell’Occidente (tra l’altro inserendo il falso storico di un S. Francesco che sarebbe andato a “dialogare” col Sultano, quando invece andò (alla V Crociata) per convertirlo e persino per cercare il “martirio” [cfr. ad es. Fonti Francescane (nn. 2231-2234) e nel sito il dossier sulle Crociate (vedi, punto 4.3)].

Un altro significativo particolare, sfuggito ai più ma ovviamente perdurante, è che in quell’annuncio e in quel nome scelto dal nuovo Papa mancava il numero “Primo” (Francesco Primo).

Qualcuno ha risposto che non si dice “primo” quando un Papa prende per primo quel nome, ma solo, per distinguerlo, dopo che nella storia ci saranno altri Pontefici con quel nome (cioè da quando esiste il “Secondo”): ciò è falso e contraddetto anche dall’elezione più recente di un Papa che porta per primo un nome, anche se doppio [si ascolti (ai minuti 3’50 vs 11’30) l’annuncio dell’elezione di Giovanni Polo I il 26.08.1978].

Anche questo ha una sua importanza, perché fa capire che nessun Papa è un “fungo” o una “meteora”, ma è il successore di S. Pietro e parte dell’intera storia della Chiesa (Francesco sarebbe il 266° Papa).
Si è così giunti, anche nei fatti, a considerare il suo pontificato come un “unicum”, una “rivoluzione”, fino a parlare con sempre più disinvoltura della “Chiesa di Francesco” [ma non è “di Cristo”?! cfr. quanto si inquieta in proposito S. Paolo coi Corinzi (cfr. 1Cor 1,10-13) e coi Galati (cfr. Gal 1)].
Per continuare sulla nota cronaca di quella serata storica e per molti versi conturbante …
Il nuovo Papa si affacciò solo con l’abito bianco (senza mozzetta rossa e stola, stola obbligatoria che poi quasi a fatica il Cerimoniere gli mise per poter dare la prima Benedizione), stette a lungo (in mondovisione) senza neppure fare un gesto o un sorriso (vedi: da 10’07 a 12’), per poi salutare con un incredibile “buonasera”, invece del tradizionale e doveroso “Sia lodato Gesù Cristo!” [già una prima “dissacrazione” del papato (v. sotto), se non già un accentramento su di sé invece che su N. S. Gesù Cristo!?]. Quindi l’accento s’è subito spostato sul “Vescovo di Roma” (persino sul Vescovo emerito Benedetto XVI), più che sulla figura e la missione del Papa (qualcosa che fa pensare allo sdoppiamento delle due figure – Papa e Vescovo vestito di bianco – nella terza parte, quella resa nota il 13.05.2000, del “segreto di Fatima”? vedi).
Nei primi tempi del pontificato a Bergoglio veniva spesso spontaneo dire “Quand’ero nell’altra diocesi”… come se avesse semplicemente cambiato Diocesi.
Ha già fatto persino sapere che, in caso di una sua Rinuncia al Pontificato (e intanto si fa apparire la cosa come sempre più normale, quando invece non lo è affatto!), vorrà avere il titolo di “Vescovo emerito di Roma”. È un titolo problematico, ma in effetti assai meno di quello di “Papa emerito”, inesistente nel Diritto Canonico (un Papa che rinuncia torna semplicemente Vescovo!) e senza senso dal punto di vista teologico, anche se è stato fatto passare come normale per gli ultimi 10 anni di J. Ratzinger, specie nei primi tempi e poi alla fine, in occasione delle sue Esequie, per giustificare in qualche modo che si trattasse comunque del funerale di un Papa!  
Tra i Titoli ufficiali e i solenni appellativi del Papa, anche nell’Annuario Pontificio, è stato inoltre tolto uno dei più storici e teologicamente significativi: Vicario di Cristo!
Sembra proprio che ogni riferimento a Cristo debba essere rimosso. Anche sacerdoti, vescovi e cardinali parlano più di Francesco che di Cristo! Si dice persino la “Chiesa di Francesco” e non la “Chiesa di Cristo”!

Qualcuno ha fatto osservare che anche Benedetto XVI nel 2006 aveva tolto uno dei titoli ufficiali del Papa: “Patriarca d’Occidente”. Anche se era un titolo importante (persisteva dal 450), è certamente evidente la diversità di significato teologico rispetto a “Vicario di Cristo”!

Abbiamo già osservato come, contrariamente alla tradizione e all’uso comune di tutti i Papi precedenti (ricordiamo la consueta cortese e devota formula per citarli: “come disse il mio venerato Predecessore”, sia che si trattasse di Pontefici recenti come di secoli passati), Francesco citi invece rarissimamente i suoi Predecessori e neppure i loro documenti ufficiali (Encicliche, ecc.). Tutto pare cominciato nel 2013!
Persino il Catechismo della Chiesa Cattolica (1992) è totalmente dimenticato (come del resto hanno fatto in questi 30 anni anche i sacerdoti e persino i vescovi), in molti casi contraddetto, in un caso persino cambiato.
C’è chi ha osservato, con meraviglia e rammarico, che questo silenzio o amnesia storica di Francesco vada talora a toccare i Santi, anche quelli il cui carisma o missione fu particolarmente attinente ai temi a lui cari (ma forse proprio perché non si inserisce nella perenne Tradizione della Chiesa): ad esempio tutta l’insistenza sui “poveri” non ha mai risentito dell’eco di Santa Madre Teresa di Calcutta e tutto quel gran parlare della “misericordia” non ha mai incrociato le parole (e pur si tratta di riconosciute apparizioni e messaggi di “Gesù Misericordioso”!) di Santa Faustina Kowalska!
Tra le tante “novità”, si potrebbe anche osservare come, contrariamente a tutti i suoi Predecessori, anche immediati, non figuri mai accanto a Francesco la persona del “Segretario personale” (in genere stabilmente accanto al Pontefice), già molte volte cambiato, quasi sconosciuto; ultimamente, con l’uscita “episcopale” di mons. Guido Marini, anche il Cerimoniere pare più defilato e meno mediatico; è poi certamente più eclissata la figura del Cardinale Segretario di Stato (con Benedetto XVI il card. Bertone ne era l’ombra, dalle celebrazioni alle conferenze stampa sui voli papali, quasi a significare plasticamente dove stava il vero controllo della situazione).


Desacralizzazione della figura del Papa
Forse le nuove generazioni non lo sanno neppure, ma lo spessore sacrale del ministero petrino, della persona stessa del Papa, non solo nella liturgia o nelle udienze, ma anche nel suo stesso presentarsi, nell’arco di 60 anni sì è trasformato a tal punto da catapultarci quasi in un altro pianeta (vedi vedi vedi vs vedi vedi); e non si tratta di “adattamento ai tempi”, principio già assai problematico per un’istituzione divina, ma proprio della perdita (almeno a livello di immagine pubblica) della consapevolezza della fede e della sacralità stessa della Chiesa Cattolica, Corpo mistico di Cristo, abitata e guidata dallo Spirito Santo, per la salvezza eterna del mondo!
Tra l’altro proprio i tempi moderni, hanno invece sacralizzato, persino in forma opposta cioè satanica, certe figure dello spettacolo, della musica, persino dello sport, da farne dei veri e propri “idoli” e il loro apparire (si pensi a certi concerti) a vere e proprie “liturgie”!
Anche in questa “desacralizzazione” della figura del Papa, ovviamente tanto applaudita dalle forze anticlericali e dal potere mediatico, Francesco ha raggiunto dei vertici inimmaginabili; così da far sorgere il sospetto, non proprio temerario, che si cerchi con insistenza questa esposizione mediatica, proprio per veicolare volontariamente tale desacralizzazione, magari fatta passare come semplicità evangelica o francescana. Abolito il titolo sacro di “Vicario di Cristo”, Francesco ama presentarsi come un semplice leader religioso, forse persino leader “umanitario” (cosa tanto cara alla globalizzazione/omologazione voluta dai “poteri forti”).
Già nel suo primo affacciarsi dalla Loggia di S. Pietro e presentarsi al mondo, in quel 13.03.2013, stupì tutti, tra consenso e sconcerto, con quel “buonasera!”: un saluto più consono ad un presentatore televisivo che a Sua Santità il Vicario di Cristo (titolo appunto poi da lui soppresso!) – in sostituzione del classico e santo “Sia lodato Gesù Cristo!” – che è rimasto costante, tra l’ostentato e il compiaciuto, difficilmente leggibile come semplicità evangelica o francescana, anche per ogni Angelus o Udienza generale.
In quella prima sera, decise subito di tornare in pullmino coi Cardinali nella loro dimora (Casa S. Marta), rifiutando non solo quella sera ma per sempre l’auto papale e soprattutto la dimora al Palazzo Apostolico!

Anche il Palazzo Apostolico è vuoto …
Fa sempre una certa impressione osservare il Palazzo Apostolico da piazza S. Pietro, di giorno e di sera (era bello vedere accesa la luce dello studio privato del Papa fin circa le 23.15 e pensare che là c’era il Vicario di Cristo che pensava, pregava e soffriva per tutta la Chiesa!) totalmente vuoto e spento!
Come abbiamo già altrove sottolineato (cfr. News, 2.11.2022), contrariamente a quanto è stato fatto credere del circo mediatico, non è stata una scelta di povertà. In realtà, come egli stesso ha spiegato qualche giorno dopo, è stato “per non avere problemi psichiatrici” ad abitare nel Palazzo Apostolico (può essere una battuta, comunque infelice, ma è pur vero che già a Buenos Aires Bergoglio era seguito da tali specialisti). Si tenga comunque presente che la cosiddetta “Casa Santa Marta”, fatta costruire da Giovanni Paolo II per ospitare Cardinali, Vescovi o altre personalità ecclesiastiche, specie stranieri, per degli incontri tenuti in Vaticano (anche per il Conclave o i Sinodi), è un lussuoso albergo. Appunto da 10 anni una grande suite è adibita ad abitazione papale! Si tenga presente che tale nuova abitazione, al di là dell’immagine dissacrante per essere quella del Papa, comporta un dispendio enorme di energie e denaro. Oltre a quanto ovviamente occorre per il Papa (ora peraltro con notevole difficoltà di deambulazione), va garantita pure una stretta sorveglianza: delle Guardie svizzere, dalla Gendarmeria vaticana e persino dell’Esercito Italiano (visto che sul retro l’edificio si affaccia proprio sull’Italia, cioè in via della Stazione Vaticana vedi).
Ovviamente gli appartamenti pontifici del Palazzo Apostolico vanno ugualmente tenuti efficienti e puliti, perché lì il Pontefice vi tiene i ricevimenti ufficiali, anche dei Capi di Stato o di Governo, e vi si affaccia pure per l’Angelus domenicale (va inoltre trasportato lì, ogni volta e ora con fatica, da/per il citato albergo Santa Marta).
Dunque questa strana scelta, inaudita nella storia bimillenaria della Chiesa, non ha affatto rappresentato una scelta di povertà, ma ha notevolmente incrementato le spese per l’abitazione usuale del Papa!
 

Nelle prime ore del Pontificato, Bergoglio decise di andare di persona a pagare la Pensione dove aveva alloggiato prima del Conclave! Anche altre volte si è recato di persona in alcuni negozi di Roma, per comprare gli occhiali o un disco (ovviamente c’era sempre, guarda caso, il fotografo ufficiale a riprendere la scena .. che non doveva essere divulgata, vero?!). Fondamentale poi, per l’impatto mediatico, l’uso di una nuova auto, ovviamente un’umile utilitaria (non importa se tutto il grande seguito utilizza ancora le “ammiraglie” Mercedes o BMW e comunque tutto il parco-auto dei Pontefici precedenti debba essere mantenuto ed efficiente per alcune circostanze – si veda ad esempio lo sfarzoso corteo papale che accompagna ad Abu Dhabi la “sua” utilitaria. Sui talora problematici e perfino imbarazzanti “viaggi apostolici” si veda la Notizia del 2.11.2022). Poi, ovviamente, nei suoi voli internazionali, Francesco doveva salire sulla scaletta dell’aereo portando a mano la sua borsa. Ora, che è su un’umile e comune “sedia a rotelle” (ci sono ancora da qualche parte quelle sedie mobili più “papali” utilizzate da Giovanni Paolo II, ma sarebbero poco consone allo scopo mediatico), deve ovviamente utilizzare gli elevatori. Portare di persona il proprio “bagaglio a mano” (a costo di inciampare sulla scaletta dell’aereo) era di grande impatto mediatico; come se non si sapesse che un viaggio papale internazionale prevede almeno due aerei passeggeri (anche per il seguito e la stampa accreditata) e altrettanti voli “cargo” (anche per il trasporto delle auto papali, come del grande bagaglio necessario per tutta l’organizzazione personale e liturgica del viaggio), talora anche elicotteri. Il tutto da affittare a cifre stellari (sui costi e sul significato di certi viaggi vedi ancora News2.11.2022)
Al di là del modo goffo e così poco elegante e sacrale di muoversi, sedersi, gesticolare – ma in questo è forse anche la natura stessa responsabile – la desacralizzazione della figura del Sommo Pontefice e la sua riduzione a semplice leader religioso mondiale si manifesta anche nelle conferenze stampa [quelle sull’aereo (ahimè iniziativa che risale già a Giovanni Paolo II), di ritorno dai viaggi, sono tra i momenti più pericolosi del Pontificato; perché, anche se non si tratta certo del Magistero del Papa, le espressioni in esse usate hanno un’eco mondiale maggiore di un’Enciclica, talora assurgono a delineare il pontificato stesso (ricordiamo, fin dal primo volo del 2013, il celeberrimo “chi sono io per giudicare i gay?”), questioni indotte e utilizzate dai giornalisti con diabolica sagacia, dove è persino evidente che il viaggio appena concluso sia solo un pretesto per far sapere al mondo cosa pensa il Papa su tutti i temi scottanti possibili!], nelle innumerevoli “interviste”, persino nella partecipazione ai più noti programmi televisivi d’opinione (v. Fabio Fazio). Si giunge poi all’uso disinvolto del telefono, per chiamare chiunque (speriamo che chiami anche sua sorella a Buenos Aires, apparsa solo nei primi giorni di pontificato vedi, sua città e dove era arcivescovo, ma dove non ha voluto più tornare! dicono che non lo vogliono!), apparentemente carino ma anche questo improprio per la figura di un Papa e talora pure scioccante (si ascolti questo terribile saluto finale “ci vedremo all’inferno!” ascolta, minuto 3′,40)



L’inedito e improvviso plauso di tutto il potere mondano e mediatico
Tutto il potere mondano e mediatico internazionale, specie del capitalismo d’Occidente, che fino a Benedetto XVI si mostrò sempre ostile alla Chiesa e al Papa (in Italia basterebbe pensare al quotidiano La Repubblica e al suo direttore E. Scalfari!*) improvvisamente cominciò ad applaudire a Papa Francesco, a celebrare ogni sua attività e ad osannarlo quotidianamente su tutti i mezzi di comunicazione sociale. E ciò perdura tutt’oggi.

* Negli incredibili e numerosi dialoghi tra Francesco ed Eugenio Scalfari è venuto fuori di tutto: da “Gesù che ha smesso di essere Dio incarnandosi” alle “anime dannate che vanno a finire nel Nulla!”, per poi lasciare alla Segreteria di Stato o alla Sala Stampa l’imbarazzante compito di rettificare, smentire, aggiustare. Comunque il super-laicista Direttore, ora defunto, non ha fatto un passo verso la fede e la sua conversione, ma si è convinto che Francesco, Papa “rivoluzionario”, si fosse convertito all’Illuminismo, alla modernità e ai suoi dogmi!
Comunque anche il famoso settimanale USA Newsweek, dopo aver appreso i primi messaggi  ufficiali di Francesco, il 18.09.2015, lo sbatteva in copertina col titolo, tra l’ammirato e il beffardo:  “Il papa è cattolico?” (vedi)

Anche i grandi della Terra e i centri di potere politico lo hanno subito accolto trionfalmente (colpì ad esempio la “standing ovation” di 15’ riservatagli dal Parlamento Europeo di Strasburgo già al suo ingresso in aula, il 25.11.2014; leggi)

Si osservi in proposito che Francesco si recò appunto a Strasburgo nel 2014 solo per parlare al Parlamento Europeo e alla vicina sede del Consiglio d’Europa. Non fu previsto alcun incontro pubblico o ecclesiale. In effetti le strade dall’aeroporto di Strasburgo alla città andarono deserte e il Papa vi passò velocemente, senza vedere neanche un’anima. Peccato però che proprio in quell’anno la celebre città e diocesi francese iniziava i solenni festeggiamenti per i 1000 anni della sua gloriosa cattedrale gotica (leggi)! Forse “l’odore delle pecore” in certe zone è troppo forte ed è meglio stare alla larga … preferendo invece i grandi centri di potere, a costo di dare un calcio alla stessa storia della Chiesa!




Improvvisa (e sospetta) idolatria papista
Abbiamo poco sopra osservato come, fino a Benedetto XVI (e specialmente contro di lui) tutti, anche nella Chiesa, potevano permettersi di criticare il Papa, dileggiare i suoi insegnamenti e disobbedire alle sue autorevoli indicazioni! E tutto ciò con la complicità e il plauso dei poteri forti e del potere mediatico internazionale!
Con Francesco improvvisamente tutte le parole e l’operato del Papa è divenuto “infallibile”, è “peccato” e forse perfino “reato” sollevare qualunque perplessità, porre persino domande e dubbi, anche solo per ricevere umilmente spiegazioni (neppure ai Cardinali si dà risposta, come sappiamo e come ancora vedremo!). E si ricevono aspri rimproveri e accuse di insubordinazione e di non voler seguire il Papa (anche solo perché si pongono dubbi e si chiedono spiegazioni, in rapporto alla dottrina e alla Chiesa di sempre) proprio da coloro che fino al 2013 hanno attaccato il Papa e l’autentica dottrina e tradizione della Chiesa, fino a minacciare lo scisma!
Occorre fare attenzione, perché quando si parla di obbedienza e devozione filiale al Papa, caratteristica della fede cattolica (cioè autenticamente cristiana), non si intende affatto un “culto della personalità”, tipica delle “dittature” e dal sapore “idolatrico”. Anche il Papa, se è canonicamente eletto ed è realmente il Papa, pur godendo di una “particolare e costante assistenza dello Spirito Santo” (a diversi gradi di importanza, ma non solo nella proclamazione dei dogmi), per cui è garante non solo dell’unità della Chiesa ma dell’autentica fede (e non come risultato di una democrazia), è ovviamente sottomesso a Dio, alla Sua Parola, in primis alla Sacra Scrittura (“norma normans non normata”) ma anche all’intera Tradizione e Magistero della Chiesa (Chiesa che è di Cristo e non “sua”). Ha dunque un grande potere spirituale, più di qualsiasi Vescovo (anche se è Vescovo di Roma e non esiste un grado del Sacramento dell’Ordine superiore all’episcopato); ma non è certo un potere assoluto, tanto meno arbitrario! S. Pietro stesso, di fronte al Sinedrio (massima autorità religiosa ebraica) ricorda con forza che “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (At 5,29). Così la Chiesa ha sempre insegnato che l’obbligo morale dell’obbedienza (dal figlio nei confronti dei genitori ed educatori, del cittadino nei confronti dello Stato …) decade se l’autorità insegna od esige qualcosa che è contrario alla Parola di Dio (in senso lato, come abbiamo ricordato, cioè anche alla Tradizione e Magistero perenne della Chiesa)]
In realtà, quello che vediamo improvvisamente apparso in settori anche non marginali dell’attuale Chiesa Cattolica, non si tratta di una devozione e obbedienza “al Papa” , ma di una sorta di idolatria o culto della personalità di “questo” Papa (quindi più che “Papa-latria”, che sarebbe comunque sbagliata, di “Francesco-latria”). Tanto più che assai spesso chi oggi la ostenta e la pretende, fino al 2013 non aveva remore a contestare subdolamente e talora persino apertamente il Magistero del Papa!
Ci sarebbe persino da aspettarsi da costoro, che se Francesco tornasse a parlare e insegnare come tutti i suoi predecessori, gli attacchi anche contro di lui riprenderebbero come e più di prima! Non a caso gran parte dell’Episcopato tedesco già si lamenta perché Francesco non è poi così “avanzato” come sembra o si aspettavano!

Come abbiamo già osservato, questa sorta di idolatria del Papa (anche se di fatto si tratta di Francesco e non del “Papa” in quanto tale!) è particolarmente paradossale in una Chiesa all’inseguimento costante delle mentalità “protestante” (persino nella liturgia) e che celebra con gioia il 5° Centenario della Riforma; è infatti noto che tra gli attacchi contro la Chiesa Cattolica svetta proprio quello contro la figura stessa del Papa (chiamato da Lutero “Anticristo”).

Oltre ad innumerevoli incontri e persino liturgie coi Protestanti, proprio in occasione dei 500 anni di Lutero [vedi News, 2.11.2022] c’è stato ad esempio il singolare viaggio di Francesco in Svezia, il 31.10.2016 (leggi), nella città di Lund, dove peraltro c’è la più importante chiesa svedese (una cattedrale del 1100, costruita ovviamente dai Cattolici ed usurpata nel XVI sec. dai Luterani). Si veda pure, tra gli innumerevoli incontri ecumenici, anche un altro sedicente “pellegrinaggio ecumenico”, compiuto a Ginevra il 21.06.2018.
Sui “meriti” di Lutero (vedi) e persino sulla possibilità della Comunione eucaristica anche ai Protestanti (che peraltro non la vogliono perché non la credono, almeno in modo cattolico!) torneremo in seguito …

Nella stessa Sacra Scrittura (N. T.), se è evidente che il Papa ha da Cristo il compito di garantire l’unità e soprattutto l’autentica fede dell’intero gregge di Cristo (Chiesa) (cfr. Mt 16,18 e Lc 22,31-32), abbiamo pure l’episodio di un aperto rimprovero di S. Paolo (che pur essendo l’Apostolo delle genti non aveva neppure conosciuto personalmente Gesù, ma solo per il Suo manifestarsi a Lui sulla via di Damasco) nei confronti di S. Pietro (Gal 2,11-14): “Ma quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: “Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?”. Al che Pietro stesso cambiò atteggiamento nei confronti dei pagani convertitisi.

Pur avendo, se è l’autentico successore di S. Pietro, una particolare e costante “assistenza dello Spirito Santo”, per cui il suo Magistero supera quello degli altri Vescovi (e non ne è semplicemente la sintesi), però anche il Papa, ovviamente, è sottomesso a Dio, alla Sua Parola, alla Sua volontà, così come è espressa dalla Parola di Dio (Sacra Scrittura, Tradizione e Magistero perenne della Chiesa Cattolica)!
Quello del Papa è dunque un potere “spirituale” del tutto particolare nella vita della Chiesa Cattolica voluta da Cristo (che non è certo “democratica”); ma non è certo un potere assoluto! Sarebbe un sostituire il Papa a Cristo, a Dio stesso: una vera, peccaminosa e gravissima “idolatria”!

Paradossale davvero che una Chiesa che ama presentarsi come tutta e sempre “sinodale”, una Chiesa del dialogo e dei “ponti”, che in teoria accoglierebbe ogni critica e di fatto tollera ogni abuso (liturgico, dottrinale, pastorale), poi neghi ogni dialogo e confronto, persino ogni richiesta di chiarimenti (anche sulle questioni dottrinali più gravi), chiuda le porte anche a Cardinali (che pure hanno il compito dei essere i primi collaboratori del Papa nella guida della Chiesa e nella testimonianza di fede “fino all’effusione del sangue”, come indica la loro porpora!).
Tra l’altro, come si comprende ad ogni livello (filosofico, politico e religioso) il rifiuto del confronto, dell’ascoltare e portare ragioni, è sempre un segno di debolezza, se non addirittura di consapevolezza di essere nell’errore! Chi è nella verità sa anche spiegarla e non teme confronti!
Rispondere anche alle questioni più gravi, che possono compromettere totalmente la vita della Chiesa (come sulla legittimità o meno del Papato) e la salvezza stessa delle anime (come su gravissime questioni di fede e di morale), con silenzi, ambiguità, rifiuto di ascolto e di dialogo, e magari con improvvise e non documentate estromissioni, chiusure, soppressioni o commissariamento di ordini religiosi (anche i più fecondi di vocazioni e i più fedeli alla Tradizione) e perfino “scomuniche” e “riduzioni allo stato laicale” per i sacerdoti e religiosi o perdita improvvisa della porpora per i Cardinali (senza alcun Processo canonico, pur previsto e doveroso, con tanto di “presunzione di innocenza” e possibilità di difesa, di portare e chiedere le ragioni di un’accusa) è un inqualificabile abuso di potere, che non si è mai visto nella storia della Chiesa e sarebbe indegno e riprovevole persino nella società civile [persino la più forte Inquisizione medievale è stata in ciò maestra nella storia del Diritto (cfr. dossierdocumentoNews)]. Tutto ciò è ancora più doloroso quando si vedono invece tollerati (e perfino incoraggiati) tanti abusi dottrinali, liturgici e perfino morali (magari perché si è ben protetti da qualcuno…).
Si tratta di un metodo che crea un clima di paura e terrore (tanto più per chi è minacciato e ricattato di poter perdere improvvisamente ogni ruolo e potere, persino sostegno economico), indegno della comunità cristiana!
S. E. mons. M. Lefebvre lo subì per primo già ai tempi di Paolo VI, che nel 1975, in modo improvviso e senza alcuna giustificazione formale, chiuse il suo Seminario di Ecône (già approvato da Vescovi svizzeri) e lo sospese “a divinis” nel 1976. Disse il devoto Arcivescovo a Giovanni Paolo II, toccando un tasto delicato per chi aveva subito da polacco questi sistemi: nemmeno il Soviet faceva questo; almeno imbastiva un processo-farsa ma lo faceva!

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Per concludere questa prima riflessione, torniamo all’inizio, alla citata visione di Leone XIII e alla profezia dell’inaudito e violento attacco di Satana alla Chiesa e alla stessa Sede di Pietro.
Non entriamo nel merito di chiare profezie di alcuni mistici (anche Beati e Santi) che vi fecero cenno. Basterebbe citare la Beata Katharina Emmerich (1774-1824); oltre ad alcune apparizioni mariane [ad esempio quelle de La Salette (1846) e il seguito (o segreto, inviato al Papa nel 1851); oltre ovviamente a quelle di Fatima (1917), specie nella parte ancora velata del 3° segreto e che doveva essere svelata nel 1960].
Potremmo citare ad esempio quanto profetizzò San Padre Pio da Pietrelcina al celebre esorcista italiano Padre Gabriele Amorth, suo figlio spirituale per molti anni, e da questi riferito al giornalista Josè Maria Zavala: “Satana si è introdotto nel seno della Chiesa e in poco tempo verrà a governare una falsa Chiesa”! (vedi)
Abbiamo già riferita la sconcertante ed afflitta considerazione che Paolo VI inserì, a proposito del post-Concilio, nell’omelia della solenne S. Messa dei SS. Pietro e Paolo il 29.06.1972 (vedi): “Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza. […] da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio”.
Benedetto XVI fece un chiaro riferimento all’attacco di Satana, non solo nel suo viaggio a Fatima del 2010 (vedi dossier), ma anche nella splendida omelia della S. Messa in piazza S. Pietro, concelebrata da migliaia di sacerdoti, l’11.0.2010 (vedi), proprio a conclusione dell’Anno sacerdotale (19.06.2009/11.06.2010), anno in cui, insieme a particolari grazie si riscontrò pure un diabolico incremento degli scandali degli abusi sessuali dei sacerdoti: “Era da aspettarsi che al «nemico» questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti,  soprattutto l’abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario”.
Poco prima di abbandonare la Sede di Pietro, Benedetto XVI volle in proposito che all’inizio dei Giardini vaticani fosse eretta una grande statua di S. Michele Arcangelo proprio a difesa del Vaticano e della Chiesa dai crescenti e sconvolgenti attacchi di Satana. Fu peraltro significativo che l’inaugurazione di quella statua (il 5.04.2013) fosse il primo e uno pochi atti ufficiali compiuti da Benedetto XVI con Francesco (vedi e vedi).
Riflettendo sull’espressione usata da S. Pietro a proposito del diavolo (1Pt 5,8-9: “Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede”, potrebbero pure tornare alla mente le sconcertanti immagini (e i tenebrosi suoni!) proiettate sulla facciata di S. Pietro la sera dell’8.12.2015, cioè proprio nella festa dell’Immacolata Concezione, con cui iniziò l’“Anno Santo della misericordia” (vedi e ascolta).




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Un Vangelo diverso? Una Chiesa diversa?

Abbiamo già visto nella Parte precedente quanto sia falsa e fuorviante l’alternativa tra “Chiesa di sempre” e “Chiesa nuova”; a meno che non si intenda che sia nel cammino esistenziale e spirituale dei singoli cristiani come della Chiesa intera non si debba ovviamente provvedere ad una continua “conversione” a Cristo Signore, correndo con perseveranza verso la meta (cfr. Fil 3,13-14), verso la perfezione (cfr. Mt 5,48), verso Dio stesso (ascolta ancora la conferenza del card Ratzinger sulla “Chiesa (compagnia) semper reformanda”, Rimini 1.09.1990).
 
Dovrebbe dunque essere ovvio, se è ancora noto che la Chiesa non è un’invenzione umana ma opera di Dio per portare la salvezza di Cristo nel mondo e nella storia, che nessuno (nemmeno il Papa) può toccarla, mutarla, volerne una “diversa”, che muta secondo i tempi.
“Gesù Cristo è lo stesso, ieri, oggi e sempre!” (Eb 13,8). Fu alquanto significativo che Giovanni Paolo II abbia voluto come motto del Grande Giubileo del 2000 (dei 2000 anni dall’Incarnazione di Dio e inizio del III millennio cristiano) questa espressione della Lettera agli Ebrei.
Ripensiamo ancora il severo monito di S. Paolo ai Galati (cfr. Gal 1,6-10) di respingere con decisione chiunque avesse osato portare “un Vangelo diverso”, fosse stato anche lui stesso o persino un angelo dal cielo!

Non possiamo dunque nasconderci quanto sia impressionante ascoltare queste espressioni, peraltro pronunciate in momenti di grande importanza per la vita della Chiesa:
“L’ho detto più di una volta e lo ripeto ancora oggi a voi: preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti»” (Convegno della Chiesa Italiana, Firenze, 10.11.2015, leggi).
“Non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa! E questa è la sfida. Per una Chiesa diversa, aperta alla novità che Dio le vuole suggerire … per non diventare una Chiesa da museo, bella ma muta, con tanto passato e poco avvenire … l’immobilismo è un veleno nella vita della Chiesa” (“Inizio del percorso sinodale”, Città del Vaticano, 9.10.2021 leggi).


Siamo entrati in un processo storico “hegeliano”, dove lo “Spirito Assoluto” si manifesta sempre di nuovo e meglio nella dialettica storica, persino contraddicendosi?
Siamo finalmente entrati, come auspicato da molti, nella “rivoluzione” nella Chiesa, sia pur con 200 anni di ritardo rispetto alla “modernità” (Rivoluzione francese, vedi)?
Questo “ritardo” della Chiesa sulla modernità era il dolore espresso verso la fine della sua vita dal card. Martini (vedi ultima intervista).
Ricordiamo pure il soddisfatto encomio di E. Scalfari, che pur rimaneva uno dei “maître à penser” del più acuto laicismo e anticlericalismo italiano, per Francesco come “Papa rivoluzionario” (vedi) (vedi); e il compiacimento dello stesso per tale lode (“è un onore essere chiamato così”) (vedi).
Dobbiamo inoltre osservare che questa “rivoluzione” non riguarda solo alcuni particolari secondari della fede cristiana cattolica – che tra l’altro, se fosse negata anche solo in un punto, crollerebbe comunque “in toto”, perché si negherebbe la sua origine divina (poiché Dio non può sbagliarsi in un punto o contraddirsi, come abbiamo ricordato) – ma i suoi stessi cardini fondamentali, fino a toccare “i due misteri principali della fede” (Unità e Trinità di Dio; Incarnazione, Passione, Morte e Risurrezione di N. S. Gesù Cristo) e persino i Comandamenti e i Sacramenti!


 

Alcuni argomenti e citazioni

Non sono citazioni estrapolate dal contesto per poter avvallare una tesi precostituita che vorrebbe dimostrare il loro sfondo eretico e persino apostata, ma sono invece ben inserite in un contesto globale di comprensione e annuncio della fede cristiana, come tasselli di un unico mosaico; anche se, secondo una logica tipica del “modernismo”, sono pure inserite in un dire e non dire (sì, ma, forse, ma anche …), per cui qualcuno potrebbe ancora riconoscere che però qualche volta è stato detto anche …; fino a rifugiarsi nell’errato concetto di Magistero, secondo cui non si tratterebbe di affermazioni solenni, di dogmi che impegnano l’infallibilità, dimenticando che, se è certo vero che ci sono gradi diversi di autorevolezza del magistero pontificio (certo un conto è un’enciclica e un conto è un conferenza stampa sull’aereo, che non è neppure magistero; anche se è comunque sempre la stessa persona che parla e ci vorrebbe somma prudenza, anche perché talora hanno più incidenza mediatica quelle frasi che non un documento ufficiale!), rimane però dottrina cattolica, come abbiamo sopra ricordato, che il Papa gode di una particolare e continua “assistenza dello Spirito Santo” in tutto il suo ministero petrino, sia pur a diversi gradi di importanza. 



Dottrina e prassi (pastorale)

Possiamo osservare una sorta di idiosincrasia per tutto ciò che è verità, natura, stabilità, dottrina, legge di Dio, teologia (anche se poi questa è proprio una teologia, e delle peggiori!), tipico delle filosofie del divenire (Hegel) e teologie della prassi.

“Mettiamo i teologi su un’isola a discutere tra loro” (6.12.2021 vedi)

“la dottrina viene considerata come una coperta in naftalina” (11.10.2017 vedi)

Non si capisce però in base a che cosa si muova la prassi pastorale o si giudichino e si possano aiutare le situazioni soggettive (“morale della situazione”, condannata sempre dalla Chiesa); si scade inesorabilmente in un giudizio “caso per caso”, per non dire in un “sì, no, forse, ma anche, non so … chiedetelo a …”!
Sulla questione invalicabile dell’intrinsece malum, cioè delle situazioni di peccato tali da non potersi ammettere alcuna eccezione, la Costituzione Ap. Amoris Laetitia di Francesco (cfr. nn. 301-304) si separa e si oppone all’Enciclica di Giovanni Paolo II Veritatis splendor (cfr. nn. 79-83) e al costante insegnamento della Chiesa, che non ravvisa alcuna eccezione possibile che possa far accettare il male come un bene. Invece in AL, come vedremo più avanti, si concede che, dopo tutto il “discernimento” e “accompagnamento” possibili, un rapporto coniugale tra coloro che coniugi non sono agli occhi di Dio (come appunto i divorziati riaccompagnati), non sia un peccato ma addirittura un “bene”! Di fronte a tale deriva morale, 4 Cardinali (come vedremo meglio in seguito circa il Sacramento del Matrimonio) presentarono umilmente ma canonicamente (cioè nella forma di ufficiali Dubia vedi) al Papa l’importante questione, senza ricevere mai alcuna risposta … che infatti non c’è, ma non si vuole ammetterlo, in nome della “pastoralità”, come se la volontà di Dio espressa chiaramente da Gesù stesso, appunto sull’indissolubilità del Matrimonio (cfr. Mt 5,32), fosse una “rigidità” e un inaccettabile “immobilismo”!





Sulla  fede




Dio (SS.ma Trinità)

In un’ottica hegeliana, magari inconsciamente assunta, la trascendenza di Dio sembra dissolversi nell’immanenza, nella storia, nel sociale. Non si sente quasi più parlare di Dio, della trascendenza, dell’Aldilà!
Se ne sono accorti con tristezza persino acuti intellettuali non credenti (cfr. D. Fusaro, La fine del cristianesimo, PIEMME 2023).
L’esistenza stessa di Dio, che si è pienamente rivelato in Gesù Cristo come Santissima Trinità (Padre, Figlio/Logos, Spirito Santo), sembra eclissarsi in una vaga esperienza religiosa che potrebbe accomunare il cristianesimo a qualsiasi espressione religiosa dell’umanità.
Il primo dovere dell’uomo, che è l’adorazione di Dio (“Dio ci ha creato per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita, e per goderlo poi nell’altra in paradiso”, recitava il celebre Catechismo di S. Pio X vedi), si dissolve in un impegno sociale, umanitario, a favore degli altri, specie dei poveri.

Se quasi mai si sente predicare e persino nominare la Santissima Trinità, unico vero Dio in tre Persone, talora è invece persino dileggiata, in una blasfema riduzione antropomorfica [“anche dentro la Santissima Trinità stanno tutti litigando a porte chiuse, mentre fuori l’immagine è di unità” (Francesco, Udienza privata, 17.03.2017)].

Che Dio è Santissima Trinità ci è stato rivelato pienamente da Gesù, che ne è la Seconda Persona (Figlio, Logos) fatto uomo (Incarnazione).
È l’unico vero Dio. Non si può pensare a ciò come ad una delle tante manifestazioni di Dio!

“Il pluralismo e le diversità di religione sono un’espressione della sapiente volontà divina” (Documento di Abu Dhabi, 4.02.2019; vedi):

“La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”.
Si tratta di un esplicito sincretismo, che ben si adatta al New World Order, al panorama culturale e religioso “globale”, dove tutto (religioni comprese) potrebbe essere perfino accettato purché accetti di non essere “vero” (come vuole la Massoneria).

In realtà il 1° Comandamento, che è quello decisivo e fondante l’intero Decalogo (cfr. Es 20,1-17; v. spec. Es 20,3-5 e Dt 6, 14-15), vieta perentoriamente la fede e il culto a qualsiasi altra presunta divinità o idolo.

Abbiamo potuto vedere con sconcerto, in occasione del Sinodo per l’Amazzonia (7-26.10.2019), sotto il pretesto di una valorizzazione delle culture e divinità indigene latinoamericane (vedi nel sito il documento su “Colonizzazione e missione”) e di un rinnovato culto della Natura e della Madre Terra (nuovo paganesimo dell’attuale deriva “ecologista”, vedi), dei veri e propri riti pagani, esoterici, persino satanici (con tanto di stregoni venuti per l’occasione, a spese vaticane), ad esempio alla terribile divinità o idolo di Pachamama – inquietante figura femminile (la Madre Terra o scimmia della Madonna), incinta (dell’Anticristo?), cui si sacrificavano decine di migliaia di vite umane, specie di bambini, cui veniva strappato il cuore ancora battente per offrirlo a lei sui grandi altari piramidali andini – venerata nei Giardini vaticani (4.10.2019, vedi vedi vedi), portata in processione col Papa dalla Basilica di S. Pietro all’Aula del Sinodo (in occasione dell’apertura del Sinodo, il 7.10.2019; vedi), per lasciarla poi ancora alla pubblica venerazione nell’adiacente basilica di S. Maria in Traspontina (via della Conciliazione, vedi).

Siamo così passati dalla certezza del vero Dio (SS.ma Trinità) e assoluta verità di Cristo, unico Salvatore dell’uomo (di ogni tempo, compreso il fantomatico “uomo d’oggi” inseguito già dal Concilio Vat. II) – e si è dovuto riaffermarlo, tra i silenzi e le contestazioni ecclesiali, in occasione del Giubileo del 2000 (cfr. Dominus Jesus) – a cercare una collocazione (e magari una leadership oggi nascosta sotto una falsa umiltà sincretista) tra le grandi religioni, soprattutto quelle cosiddette “abramitiche” (cfr. documento di Abu Dhabi, 4.02.2019), per dissolversi appunto nel grande panorama culturale e religioso “globale”, dove tutto potrebbe essere perfino accettato purché appunto accetti di non essere “vero”! 
Così il “mandato” dato perennemente da Cristo alla Sua Chiesa (cfr. Mt 28,18-20) s’è trasformato in questi decenni in un fantomatico quanto vuoto “dialogo” (come abbiamo ricordato).

Insomma … Mentre chiunque non è d’accordo con gli Ebrei (persino su questioni politiche) è bollato come “antisemita”; e chiunque non è d’accordo con i Musulmani è un “infedele” da combattere; solo la Chiesa Cattolica, fondata da Cristo (Dio) e perennemente assistita dallo Spirito Santo (Dio), dovrebbe rinunciare a se stessa, inchinarsi alle altre religioni, chiedere perdono della propria storia ed eclissarsi in una sincretista inter-religione massonica, cioè evaporare nell’unica “Religione dell’umanità”?

Impressionante in proposito riascoltare le profezie persino letterarie sull’arrivo venturo dell’Anticristo, come ad esempio quella de “Il racconto dell’Anticristo” di V. Solovëv, magistralmente e sagacemente presentato dall’indimenticabile Card. Giacomo Biffi (ascoltaqui il punto centrale).




N. S. Gesù Cristo

Quanto è significativo che nelle prime ore della storia della Chiesa, vediamo proprio Pietro prendere la parola e, con un’inaudita audacia (parresia) annunciare a tutti che “Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!”. (All’udir tutto questo si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: “Che cosa dobbiamo fare, fratelli?”). E Pietro disse: “Pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro”.  Con molte altre parole li scongiurava e li esortava: “Salvatevi da questa generazione perversa”. (Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno si unirono a loro circa tremila persone”) (At 2,36-41). Poco dopo, davanti al Sinedrio che l’aveva arrestato, disse: “Nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti (…) In nessun altro c’è salvezza: non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4, 9.12).

Gesù di Nazaret è dunque Dio-fatto-uomo. Il suo stesso “Nome” va dunque nominato col massimo rispetto, venerazione e adorazione (cfr. 2° Comandamento: “Non nominare il nome di Dio invano”). Oltre ad essere una diffusa tradizione cattolica (si pensi al celebre e diffusissimo JHS) la venerazione per il Santo Nome di Gesù è stata recuperata anche come memoria liturgica (il 3 gennaio).

Anche per questo, e tanto più sulle labbra di colui che dovrebbe essere il Successore di S. Pietro, risultano inquietanti queste sue espressioni: “Gesù ha fatto un po’ lo scemo” (alla Chiesa di Roma, S. Giovanni in Laterano, 16.06.2016 ascolta), “Gesù s’è fatto serpente” (omelia in Santa Marta, 4.04.2017; con evidente richiamo al demonio e ai culti mediorientali alle divinità del male; S. Paolo, dicendo che Gesù “si è fatto peccato” intende invece sottolineare che ha preso su di Sé i peccati degli uomini, per espiarli col Sacrificio della Sua Croce).
In riferimento al “mistero pasquale”, centro di tutta la fede e causa della nostra Redenzione, talora s’è data l’impressione (ed è un’eresia diffusa in molta teologia contemporanea) che Gesù non sapesse di andare incontro alla Croce ed essa fu quasi un incidente inatteso e subìto (quando invece l’annuncia più volte e si offre liberamente alla Sua Passione per la nostra salvezza; ma la teologia “modernista”, che pur afferma di attenersi luteranamente alla “sola Scrittura”, poi la censura quando contraddice le proprie tesi preconcette, relegandole nell’orizzonte della postuma fede della comunità cristiana primitiva; peraltro, anche se così fosse, il Vangelo sarebbe comunque ispirato da Dio e quindi Parola di Dio!). Anche sulla Risurrezione, punto cardine di tutta la fede cristiana e senza la quale, come evento e non come atto interiore (l’evento delle apparizioni del Risorto è la causa e non l’effetto della fede! vedi catechesi 4), tutta la fede cristiana cadrebbe in blocco (come abbiamo ricordato all’inizio di questo documento, citando S. Paolo: “Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede” 1Cor 15,14), Francesco ha detto, nientemeno che nella catechesi dell’Udienza generale del 19.04.2017 (vedi) (19.04.2017), che “La risurrezione di Gesù non è un fatto storico ma un atto di fede”!
Se poi andiamo ai farneticanti dialoghi con Eugenio Scalfari (riportati dallo stesso su Repubblica, anche se in qualche modo con imbarazzo rettificati dal Vaticano, ma non smentiti dallo stesso Bergoglio che ha sempre continuato a riceverlo e farsi intervistare, sapendo cosa andava in pasto all’opinione pubblica il giorno dopo!), in proposito al mistero stesso dell’Incarnazione (stiamo dunque parlando dei “misteri principali della fede”!) avrebbe detto che “Gesù, incarnandosi, ha smesso di essere Dio” (vedi)! Appunto: la fine del cristianesimo!




Maria Santissima

Quando poi si va a parlare di Maria Santissima, nonostante l’apparente devozione (il bacetto alla statua, le improvvise visite, fin dal secondo giorno di pontificato come in ritorno dai primi viaggi, alla Salus Populi Romani in S. Maria Maggiore, o un’ambigua devozione alla cosiddetta “Madonna che scioglie i nodi” leggi), trapela abbastanza chiaramente una visione tendenzialmente “protestante” – semplicemente “la Maria dei Vangeli”, “la mamma di Gesù” – e una sorta di astio verso le devozioni, le litanie, le stesse apparizioni mariane (anche quelle solenni e riconosciute dalla Chiesa).
Rasentando forse il peccato contro il 2° Comandamento (perché secondo la dottrina della Chiesa il “Non nominare il nome di Dio invano” riguarda anche il nome della Madonna, dei Santi e le cose sacre – vedi lo schema dell’esame di coscienza), oltre a risottolineare che Maria Santissima è solo “donna e madre”, ha aggiunto anche “meticcia” (vedi Omelia in S. Pietro, 12.12.2019; non lo ha detto solo nel senso del colore della pelle della Madonna di Guadalupe, ma proprio nel senso che “ha meticciato Dio”). Nella stessa omelia, su cui torniamo sotto, definisce “tonterias” molti titoli e possibili nuovi dogmi o titoli mariani. Circa i continui messaggi di certe apparizioni mariane (Medjugorje, v. sotto), ha detto di non credere a questa “Madonna postina”!
Potremmo osservare che talora s’è rasentata la negazione (eretica) dei 4 “dogmi mariani” infallibilmente riconosciuti dalla Chiesa [Madre di Dio (Concilio di Efeso, 431), Perpetua Verginità (Concilio di Costantinopoli, 553), Immacolata Concezione (Pio IX, 1854), Assunzione al Cielo (Pio XII, 1950); per poi manifestare una netta opposizione all’atteso 5° dogma (Corredentrice, chiesto da Maria SS.ma stessa nelle apparizioni di Amsterdam, v. sotto).
Gli sarà infatti sfuggito, ma dire che Maria Santissima “non è nata santa” (21.12.2018, leggi), magari per sottolineare che la Sua grandezza sta nella fede e anche Lei ha dovuto fare un “meritorio” cammino di fede (cfr. Lc 11,27-28), di fatto è una negazione del dogma dell’Immacolata!
A proposito dell’Immacolata, abbiamo già sottolineato le conturbanti proiezioni sulla facciata di S. Pietro, proprio la sera dell’Immacolata 2015 (8.12.2015), inizio dell’Anno Santo straordinario della Misericordia (vedi e ascolta) (cfr. 1Pt 5,8-9).
Anche per Maria SS.ma, come persino per Gesù (abbiamo visto), la Croce assume il tono di un “incidente imprevisto” – s’è spinto a dire che sotto la Croce Maria Santissima ha forse pensato di “essere stata ingannata da Dio” (21.12.2013, ascolta). In realtà, come ci dice la bimillenaria fede della Chiesa cattolica, Ella conosceva fin dall’inizio, aveva accettato e si offriva insieme al sacrificio della Croce del Figlio (cfr. Lc 2,34-35) per la Redenzione dell’umanità (da cui la base teologica per l’atteso 5° dogma della “Corredentrice”; che sarebbe ovviamente tanto inviso ai Protestanti ma è appunto malvisto anche da Bergoglio).
A proposito delle apparizioni ad Amsterdam (1945/1959), in cui la Madonna si presenta come “Signora di tutti i popoli” e chiede Ella stessa la proclamazione del dogma che porterebbe a venerarla come “Corredentrice”, c’è stato recentemente da parte della S. Sede un intervento molto strano. Il Vescovo diocesano, cui spetta il primo e fondamentale giudizio (abbiamo ricordato all’inizio di questo documento le 3 possibilità circa il riconoscimento o meno della soprannaturalità di tali “Rivelazioni private”), le ha riconosciute autentiche nel 2002; ma ora dal Vaticano è giunta una contraddittoria negazione; anzi Francesco, con un chiaro riferimento anche a questi titoli mariani, ha usato un termine assai dispregiativo (in spagnolo, trattandosi dell’omelia della S. Messa  nella basilica di S. Pietro, in occasione della festa di N. S. de Guadalupe, il 12.12.2019, con fedeli soprattutto latino-americani, vedi): “tonterias” (che nel modo più elegante possibile si può tradurre in italiano con il termine “sciocchezze”)!
Qualcosa di analogo è stato detto anche per il moltiplicarsi delle Litanie! Però ne ha poi aggiunte 3: Mater misericordiaeMater spei e soprattutto Solacium migrantium (questo era lo scopo principale), cioè Madre della misericordia, Madre della speranza, (Conforto) Aiuto dei migranti vedi).

Inutile sottolineare l’ossessione unilaterale per i migranti, senza alcuna attenzione ai problemi che sono alla radice di tale questione, senza pensare all’impoverimento dei loro Paesi d’origine (come dicono i Vescovi africani), al commercio turpe di esseri umani (quando potrebbero essere regolarmente accolti in caso di vera necessità e con mezzi regolari), all’uso del loro lavoro da schiavi a basso costo (o prostituzione), al progetto globalista e nichilista dell’Occidente (omologazione di tutti i popoli cancellando ogni identità), alla gestione ipocrita da parte della UE (che scarica il problema sull’Italia). Ne abbiamo parlato in numerose News (ad es. 29.12.2020).
Com’è noto, persino in piazza S. Pietro campeggia ora il monumento al barcone dei migranti (vedi vedi)!

Ancora una nota su due grandi e importanti apparizioni mariane: una (Fatima), riconosciuta dalla Chiesa, che ha avuto nel secolo scorso e più che mai ha ora un’importanza enorme non solo per la vita del mondo ma soprattutto per la Chiesa intera (ma sul cosiddetto 3° segreto non sono ancora terminate le problematiche e l’urgenza di comprendere!); l’altra (il “caso” Medjugorje), apparizioni in corso da quasi 42 anni, che hanno un’incidenza enorme nella Chiesa e nel mondo, ma non ancora riconosciute dalla Chiesa.
Francesco si è recato ovviamente a Fatima in occasione del centenario delle apparizioni (13.05.2017); ma si è mostrato nello stesso tempo assai critico su “questa Madonna” che preannuncia castighi e trattiene il braccio del Figlio (“più misericordiosa di Lui?” chiede con ironia), dicendo poi apertamente che preferisce “la Maria dei Vangeli” (vedi).
Su Medjugorje (interrogato sempre sul volo di rientro da Fatima, vedi) mostra tutte le sue perplessità, dice di essere più “cattivo” della Commissione Ruini (che pur mostra qualche apertura solo sulle prime apparizioni, non sul resto delle apparizioni), di non credere a questa Madonna “postina” (riportato: “capo dell’ufficio telegrafico”), che annuncia Messaggi a ore (espressione alquanto goffa parlando comunque della Madonna!) che non crede sia “la mamma di Gesù” (un modo assai riduttivo di parlare della Madonna). Poi però, magari per il crollo di consenso ricevuto da parte dei milioni e milioni di devoti di Medjugorje, cambia atteggiamento: il 22.07.2018 manda a Medjugorje un Arcivescovo (il polacco Henryk Hoser) come Visitatore apostolico (che muore il 13.08.2021); dal maggio 2019 viene tolto il divieto di organizzare pellegrinaggi ufficiali; quindi manda Messaggi ufficiali al Festival dei giovani (Mladifest)  che ogni anno si tiene a Medjugorje dal 1° al 6 agosto (vedi 2022; vedi 2021: vedi 2020).




La Chiesa Cattolica

La preoccupazione ecumenica (o relativista-sincretista?), specie nei confronti dei Protestanti* (le sedicenti “Chiese della Riforma”), sempre elogiati, fino alla partecipazione personale di Francesco alle celebrazioni del 5° Centenario (2017), oscura molto le differenze teologiche, anche gravissime, e addirittura quelle liturgiche (persino tra la S. Messa cattolica e la Cena protestante; in effetti con la Riforma post-conciliare e il Novus Ordo già s’è molto avvicinata ai riti luterani, talora persino superandoli con gli attuali abusi liturgici, già menzionati nel presente documento).

* Assai minore, quando invece sarebbe più facile e doverosa, se non altro perché “non eretica” e possedendo la “successione apostolica”, è la preoccupazione ecumenica nei confronti della Chiesa ortodossa. Se infatti sono più regolari i rapporti col Patriarcato di Costantinopoli (Istambul-Bisanzio), sono assai più ardui (ora addirittura precipitati) quelli col Patriarcato di Mosca. Infatti, nonostante lo storico incontro avuto col Patriarca Kirill il 12.02.2016 in zona neutra, cioè a Cuba (il Patriarca di Mosca si trovava a La Habana e Francesco vi ha fatto allora appositamente scalo nel suo volo per il Messico vedi) ed una Dichiarazione congiunta (vedi) [anche se qualche momento dopo, parlando in volo coi giornalisti (vedi), Francesco ha detto che si è trattato di un incontro fraterno tra due Vescovi (!) e come al solito ha sottolineato la maggiore importanza del livello “pastorale” (o dei problemi come la “pace”) su quello “teologico”], negli ultimi mesi, con la guerra in corso in Ucraina e con la presa di posizione sostanzialmente “unilaterale” (filo-Atlantica?) di Bergoglio (cosa mai successa da parte della diplomazia vaticana in caso di conflitti!), i rapporti anche ecumenici con Mosca si sono notevolmente raffreddati se non bloccati! 

Desta certamente impressione, se non sconcerto, il continuo elogio di Lutero da parte di Bergoglio o il “pressapochismo” nel parlare delle differenze teologiche e liturgiche coi Protestanti, a scapito ovviamente della fede cattolica di sempre…
Oltre a quanto appena sopra ricordato circa gli innumerevoli incontri e persino le liturgie coi Protestanti (a Roma o all’estero), oltre all’apposito viaggio a Lund (Svezia, 31.10.2016, leggi) in occasione dei 500 anni della Riforma luterana, o il “pellegrinaggio ecumenico” compiuto a Ginevra il 21.06.2018 (veda), torniamo un poco su quanto Francesco ha detto nel suo volo di rientro dall’Armenia (26.06.2016)(vedi):

(domanda del giornalista): “Visto che Lei andrà a Lund per commemorare il 500° anniversario della Riforma, io penso che forse questo è il momento giusto … per riconoscere i doni della Riforma, e forse anche – e questa è una domanda eretica – per annullare o ritirare la scomunica di Martin Lutero o di una qualsiasi riabilitazione.
(Francesco): “Io credo che le intenzioni di Martin Lutero non fossero sbagliate: era un riformatore. Forse alcuni metodi non erano giusti, ma in quel tempo … vediamo che la Chiesa non era proprio un modello da imitare: c’era corruzione nella Chiesa, c’era mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere. E per questo lui ha protestato [n.d.r.: classici luoghi comuni sulla Riforma, continuamente divulgati dalla cultura dominante, ma falsi vedi]. Poi era intelligente, e ha fatto un passo avanti giustificando il perché faceva questo. E oggi luterani e cattolici, con tutti i protestanti, siamo d’accordo sulla dottrina della giustificazione: su questo punto tanto importante lui non aveva sbagliato. Lui ha fatto una “medicina” per la Chiesa, poi questa medicina si è consolidata in uno stato di cose, in una disciplina, in un modo di credere, in un modo di fare, in modo liturgico. Ma non era lui solo: c’era Zwingli, c’era Calvino… E dietro di loro chi c’era? I principi, “cuius regio eius religio”. Dobbiamo metterci nella storia di quel tempo. … Anche nella stessa Chiesa luterana non c’è unità … La diversità è quello che forse ha fatto tanto male a tutti noi e oggi cerchiamo di riprendere la strada per incontrarci dopo 500 anni. Io credo che dobbiamo pregare insieme … Secondo: lavorare per i poveri, per i perseguitati, per tanta gente che soffre, per i profughi”…


Sulla differenza minimizzata tra “Cena” luterana e “S. Messa cattolica” (e persino sul sacramento della Confessione) (vedi sotto, sull’Eucaristia).




L’Aldilà

Abbiamo già sottolineato come in gran parte della Chiesa Cattolica oggi non si predichi più l’escatologia, i “Novissimi”, l’Aldilà. E quando se ne parla (magari in occasione di morti e funerali, specie se famosi), lo si fa generalmente a sproposito: sono tutti salvi, non esiste più l’Inferno (roba da tradizionalisti conservatori) e la possibilità di dannarsi (perché Dio ha la “debolezza di essere misericordioso, è tenerezza, accoglie tutti, perdona tutti!”); anche il Purgatorio è relegato tra le credenze medievali; e infine pure il Paradiso è un generico posto dove si sta bene e ci ritroveremo tutti (una sorta di “happy-end”)!
Questo è un Dio, un Gesù, un Vangelo “carino” … ma “inventato”!
Gesù (quello vero, quello del Vangelo reale) parla invece continuamente dell’inferno: cfr. ad es. Lc 16,19-31; Mt 8,11-12; Mt 13,41-42. 49-50; Mt 22,2-14; Mt 24Mt 25Lc 13,23-30 …

Potremmo riportare innumerevoli citazioni … 
Facciamo invece due esempi “stravaganti”, anche se non certo parte del Magistero pontificio.

In uno dei soliti farneticanti dialoghi con E. Scalfari (almeno come sono stati riportati su Repubblica dallo stesso ex-Direttore), Francesco avrebbe detto che le anime dei dannati (ammesso che ci siano) non vanno all’inferno (che non esiste) ma si “annientano” (29.03.2018 leggileggi).
Magari ora che il grande maestro del laicismo italiano ha raggiunto l’Aldilà, potrebbe mandare un messaggio sul telefono del Papa e chiedere di pubblicarlo il giorno dopo su Repubblica. In fondo era quello che chiedeva un certo ricco a Dio, dall’Aldilà non proprio felice, per i suoi fratelli (v. Lc 16,20-31).

Del resto, potremmo riascoltare in proposito l’agghiacciante saluto finale di Francesco nella caritatevole telefonata fatta il 5.05.2020 ad un ragazzo “diversamente abile” che gli aveva scritto e alla sua famiglia: “ci vedremo all’inferno!” (ascolta, minuto 3’,40).







Sulla morale




I Comandamenti

[Cfr. nel sito la sezione “Fede e morale” (vedi), “Introduzione alla questione morale” (vedi), “Morale sessuale” (vedi), “Dottrina sociale della Chiesa” (vedi), come pure, nella sezione “Un aiuto per”, “per fare bene l’<esame di coscienza>” (vedi)]

Come sappiamo, se molte leggi particolari presenti nella Torah (“la Legge”) dell’Antico Testamento sono superate e abolite da Gesù (Nuovo Testamento), il cuore della Legge, cioè il Decalogo, i “10 Comandamenti” non sono affatto aboliti da Gesù, ma portati ad una pienezza, perfezione, interiorizzazione immensamente più profonde (cfr. Mt 5,17).
Se tutta le legge si compendia nel comandamento dell’amore (cfr. Mt 7,12) – il comandamento nuovo perché è un raggio della Carità che è Dio stesso (è infatti “virtù teologale”); S. Agostino si spingerà a dire “Ama e poi fa quel che vuoi”; ma oggi anche la parola “amore è diventata fortemente ambigua (cfr. Benedetto XVI, Enciclica Deus caritas est, nn. 2-6) – esso però va declinato appunto nella perfezione dell’amore manifestatosi in Cristo (cfr. Mt 5,48) e reso possibile dalla “grazia”.
Proprio il genio teologico di S. Paolo, ispirato da Dio nelle sue 13 Lettere presenti nel N. T., da ebreo (fariseo) convertito a Cristo, mette in luce il passaggio dalla Legge (A. T.) alla fede e grazia che salva; con ciò senza nulla togliere al dovere della conversione e delle buone opere, cioè all’impegno di vita nella via della santità.
Se la vita nuova in Cristo non è solo una capacità nostra e naturale (questa pretesa era l’eresia di Pelagio), anche se “corrispondente” alla dinamica stessa della nostra “natura” creata (siamo fatti per il Vero/Bene/Essere infinito che è Dio), è altrettanto vero che non è però sufficiente solo la fede (questa è l’eresia di Lutero). Lo stesso S. Giacomo apostolo, nella sua Lettera presente nel N.T., sottolinea fortemente che “la fede senza le opere è morta” (Gc 2,26).

Abbiamo invece da poco ascoltato che “i Comandamenti non sono assoluti” (Udienza generale 18.08.2021, vedi). Da quello che potrebbe sembrare una sottolineatura “paolina”, emerge invece un giudizio “luterano” (la famosa “sola grazia”!) che vanifica l’impegno della conversione, la lotta contro il peccato, il cammino di perfezione, certamente con la “grazia”, indicato da Gesù stesso e così ben declinato da S. Paolo.

Una conseguenza di tale errore è anche il “misericordismo” oggi tanto predicato (alla fine va tutto bene, non occorre lo sforzo di conversione, perché Dio è buono e misericordioso e alla fine accoglie tutti e giustifica tutto). Tra l’altro proprio questa errata concezione – che porta all’inferno più dei peccati stessi (così dice ad esempio il grande “padre” della teologia morale S. Alfonso Maria de’ Liguori!) – toglie ogni spinta alla conversione, allo sforzo per tendere alla perfezione (come chiede Gesù, cfr. Mt 5,48) ed anche quel sano timor di Dio che tiene lontani dal peccato e ultimamente dall’inferno. 




A proposito dei 10 Comandamenti, abbiamo in questa sezione già fatto un accenno al  Comandamento (“Non avrai altro Dio all’infuori di me”), ad esempio nel modo di considerare le religioni e i vecchi e nuovi idoli, e al  Comandamento (“Non nominare il nome di Dio invano”), ad esempio circa il modo improprio con cui si parla di Gesù e Maria. Torneremo ancora un poco a riflettere sulla Liturgia e quindi anche in riferimento al  Comandamento (“Ricordati di santificare le feste”) e del Sacramento del Matrimonio e poi ancora del  Comandamento (“Non commettere adulterio”) e del  (“Non desiderare la donna d’altri”). Facciamo però una rapida analisi su quanto si sente dire oggi sul  Comandamento (“Non uccidere”) e infine ancora sul più vasto  Comandamento (“Non commettere atti impuri”).
Qui facciamo solo qualche breve sottolineatura su certi equivoci o errori oggi diffusi e persino predicati. Per un discorso più ampio e comprensivo di vedano appunto le diverse sezioni del sito, che vanno dall’Esame di coscienza (vedi), al rimando alla Terza parte del Catechismo della Chiesa Cattolica (vedi nella sezione “Sulle orme del Magistero), da ciò che i Comandamenti implicano per la vita sociale e politica (vedi) e infine ancora, sul 6° Comandamento, il documento sulla Morale sessuale (vedi).






Sul 5° Comandamento

Come si può appunto osservare anche nel sito (vedi “Fede e Morale”, vedi “La dottrina sociale della Chiesa” nn. 29-36 e anche i peccati contro il 5° Comandamento nello Schema per fare bene un “esame di coscienza” vedi) tale Comandamento riguarda anche la difesa della vita, dal concepimento alla morte naturale, che costituisce uno dei “valori non negoziabili”.
L’espressione “valori non negoziabili” fu coniata da Benedetto XVI (e oggi volutamente silenziata, anche nei fatti) per indicare quei 4 punti irrinunciabili che un Cattolico (insieme a tutti gli uomini di “buona volontà”, perché si tratta di valori universalmente riconoscibili anche con la sola ragione) non può esimersi dal promuovere, anche a livello politico, senza poter scendere a compromessi (semmai, laddove non è possibile altrimenti, promuovendo il meglio possibile e limitando il più possibile il male). Si tratta della promozione della vita (dal concepimento alla morte naturale), della famiglia naturale e stabile (tra uomo e donna), della libertà di educazione (in cui la priorità educativa va riconosciuta alla famiglia e non allo Stato) e della libertà religiosa (intesa non solo come “libertà di culto” ma di poter esprimere anche tutta la valenza sociale della fede, nel rispetto ovviamente dei giusti diritti, non quelli inventati o immorali, di tutti).
Nella promozione di questi valori, contrariamente a quanto si predica oggi, non bisogna temere anche di opporsi e persino democraticamente scontrarsi con altre posizioni contrarie, quasi che il Cattolico debba promuovere solo un’indistinta unità o si pieghi ad essere semplicemente un “funzionario” delle Istituzioni!
Tale scontro (oggi tanto deprecato), ovviamente in senso rispettoso e democratico (ma occorre chiedere e ottenere rispetto anche per la propria posizione, non solo per gli altri), può diventare anche particolarmente duro, visto che specie nelle “democrazie occidentali” (vedi) è in atto un duro attacco, dallo spessore persino “anticristico”, ad opera delle ideologie anticristiane e disumane, che vorrebbero imporsi a suon di “diritti” puramente inventati (la cosiddetta “dittatura del relativismo”!) fino ad emarginare e persino eliminare definitivamente dalla società la fede e la morale cristiana e persino gli elementari valori umani! Già Giovanni Paolo II, ad esempio nell’enciclica Evangelium vitae (25.03.1995), denunciava una montante, specie in Occidente, “cultura della morte” (cfr. nn. 21.24.26.28.50.87.95. 100), di stampo certamente satanico, cui si doveva urgentemente opporre una “cultura della vita”!
L’attuale preoccupazione di non creare mai scontri, di non essere mai “contro”, può portare invece ad essere “contro la vita”, come il non parlare mai di verità ed errore per non creare “steccati” può portare proprio al trionfo dell’errore, cioè all’“impero delle tenebre” (cfr. Lc 22,53).

Proprio riguardo a ciò che proibisce il 5° Comandamento (“Non uccidere”) si deve appunto tener presente che la trionfante e satanica “cultura di morte” vuole imporre come “diritti”, persino garantiti politicamente e sostenuti economicamente dalla collettività, anche i più gravi “peccati”, fortemente distruttivi della persona e della società. Il caso più eclatante in tal senso è dato dall’aborto e sempre più pure dall’eutanasia (ma è sempre più emergente anche la questione della liberalizzazione delle droghe).
[Sulla valenza morale, sociale e politica del 5° Comandamento si veda l’art. 5 del Catechismo della Chiesa Cattolica. Sul rapporto tra 5° Comandamento e la Dottrina sociale della Chiesa si veda il documento ai nn. 29/36]



Aborto: no … però …
Sulla questione dell’aborto (volontario e garantito dallo Stato) sentiamo talora dalla Santa Sede parole “chiare”, mentre altre volte ascoltiamo posizioni accomodanti e compromessi, per non essere “contro” nessuno (come si predica oggi) o forse persino per non contrastare certi poteri-forti (che vorrebbero imporlo universalmente persino come “diritto inalienabile”, anche da parte dell’ONU), che lasciano nello sconcerto.
Ascoltiamo allora ampi stralci di un intervento di Francesco, paradigmatico in questo senso. Si tratta purtroppo ancora di una conferenza-stampa tenuta durante un volo, in questo caso il 15.09.2021 (di ritorno dal viaggio a Budapest e Slovacchia, 12-15.09.2021) (vedi), in cui unisce appunto una semplice ma chiara opposizione all’aborto all’accomodamento più bieco quando si tratta della politica (il giornalista ha sagacemente tirato in ballo le posizioni del Presidente USA Biden, feroce abortista, fino al 9° mese di gravidanza!, e il suo essere Cattolico e fare la Comunione, questione gravissima che ha addirittura spaccato in due non solo i Cattolici americani ma gli stessi Vescovi USA). Ascoltiamo ampi stralci della risposta del Pontefice, perché in fondo c’è tutto lo stile di Bergoglio: tra il dire e il non dire, tra la chiarezza di un giudizio e la smentita nelle scelte, tra la dottrina e la pastorale; il tutto persino condito di pregiudizi e luoghi comuni sulla storia della Chiesa, che sarebbero impropri persino sulle labbra di un comune e anticlericale professorino di storia (nelle scuole di Stato, anche italiane): 

(Francesco): “L’aborto è più di un problema, l’aborto è un omicidio. Senza mezze parole: chi fa un aborto, uccide. Prendete voi qualsiasi libro di embriologia, di quelli che studiano gli studenti nelle facoltà di medicina. La terza settimana dal concepimento, alla terza settimana, tante volte prima che la mamma se ne accorga, tutti gli organi stanno già lì, tutti, anche il DNA. Non è una persona? È una vita umana, punto. E questa vita umana va rispettata. Questo principio è così chiaro, e a chi non può capirlo io farei due domande: è giusto uccidere una vita umana per risolvere un problema? Scientificamente è una vita umana. Seconda domanda: è giusto affittare un sicario per risolvere un problema? … Non andare con questioni strane. Scientificamente è una vita umana. I libri ci insegnano. Io domando: è giusto farla fuori, per risolvere un problema? Per questo la Chiesa è così dura su questo argomento, perché, se accetta questo, è come se accettasse l’omicidio quotidiano”!
[Quando poi deve passare alla parte più insidiosa della domanda del giornalista, che verte sulla questione Biden, cioè il suo essere super-abortista, ma anche Cattolico e se possa Confessarsi e fare la Comunione, come fa, allora tutta le fermezza del principio crolla di colpo e spudoratamente, con la solita differenza tra “dottrina” e “pastorale”!]
(domanda, assai insidiosa, del giornalista): “Santo Padre, Lei spesso ha detto che siamo tutti peccatori e che l’Eucaristia non è un premio per i perfetti ma una medicina e un alimento per i deboli [ndr: e questo, come diremo tra poco sulle condizioni per Confessarsi e ricevere la Comunione, è errato e contrario al perenne e solenne insegnamento della Chiesa: perché per ricevere l’Eucaristia bisogna essere “in grazia di Dio”; ma per essere in grazia di Dio, se si sono commessi peccati mortali, è necessario Confessarsi; ma per essere “assolti” bisogna avere il pentimento e il proposito di non commettere più tali gravi peccati]. Come Lei sa, negli Stati Uniti, specialmente dopo le ultime elezioni, ma anche dal 2004 in poi, c’è stata fra i Vescovi una discussione sul dare la Comunione a politici che hanno sostenuto leggi a favore dell’aborto e del diritto della donna a scegliere. E come Lei sa, ci sono Vescovi che vogliono negare la comunione al Presidente e ad altre alte cariche; ci sono altri Vescovi che sono contrari, ci sono alcuni Vescovi che dicono: “Non bisogna usare l’Eucaristia come arma”. La mia domanda, Padre: Lei cosa pensa di tutta questa realtà, e cosa consiglia ai Vescovi? [ndr: che tristezza essere arrivati al punto che un Papa debba dire “come la pensa” e “dare consigli ai Vescovi” attraverso un giornalista che fa domande al Papa su un volo aereo e il Papa, le cui risposte faranno comunque subito il giro del mondo, anche se non si tratta di Magistero, e debba rispondere “a braccio”  su questioni così gravi e incandescenti!] Poi, una seconda domanda [ndr: e qua l’insidia del giornalista è ancora più velenosa, a meno che non sia stata addirittura provocata dall’interessato!]: Lei, come Vescovo, in tutti questi anni, ha pubblicamente rifiutato l’Eucaristia a qualcuno di questi?”
(Francesco): “Andiamo a quella persona che non è nella comunità, non può fare la Comunione [ndr.: non è vero che non poter ricevere la Comunione sia esser esclusi dalla Chiesa (comunità) – e qua c’è già l’equivoco teologico che fare la Comunione sia semplicemente un partecipare alla comunità (dov’è andato il riferimento a Dio e alla vita spirituale?), equivoco ripetuto poi dopo per giustificare invece l’accoglienza in comunità! – altrimenti sarebbe fuori della Comunità chiunque non è “in grazia di Dio” ma in stato di “peccato mortale”, cioè chiunque partecipa alla S. Messa ma non può ricevere la S. Comunione perché al momento non è “in grazia di Dio”. Però è vero che l’aborto (e chi lo promuove, addirittura con leggi apposite e tanto gravi come in questo caso!) oltre che in stato di “peccato mortale” (da cui si può essere assolti in Confessione solo se c’è il pentimento e il proposito di conversione) incorre anche nella “scomunica”; però proprio Francesco ha esteso il potere di revocare tale scomunica, per sé potere riservato al Vescovo, ad ogni sacerdote] (continua Bergoglio, cadendo in pieno nell’insidia e addirittura estendendola in senso generale!): “No, io mai ho rifiutato l’Eucaristia a nessuno, a nessuno! (quindi prosegue) Andiamo a quella persona che non è nella comunità, non può fare la Comunione, perché sta fuori dalla comunità, e questa non è una pena. No, tu stai fuori. La Comunione è unirsi alla comunità. Ma il problema non è teologico, che è questo semplice, il problema è pastorale, come noi vescovi gestiamo pastoralmente questo principio [ndr: dopo aver ridotto il Sacramento alla questione di “essere in comunità” (tipico di certa teologia latinoamericana), senza alcun riferimento trascendente e spirituale, allora il problema passa dall’essere dottrinale (cioè un principio considerato astratto, non la “volontà di Dio”!) all’essere pastorale, nel senso di semplice accoglienza della persona (tra l’altro qua non stiamo parlando di un poveraccio ma del Presidente USA!). Dopodiché scattano i “pregiudizi storici” e “luoghi comuni” sulla Chiesa, degni della peggiore propaganda anticlericale; lo abbiamo visto in modo clamoroso e storicamente falso anche nel recente viaggio in Canada, (vedi News, 2.11.2022); clamorosi errori storici sono stati presentati anche nell’Enciclica Fratelli tutti, come già ricordato! Su alcuni dei fatti storici e relativi pregiudizi anticlericali sotto menzionati, vedi il dossier sull’Inquisizione (compreso il caso di Giordano Bruno, di S. Giovanna d’Arco e della “caccia alle streghe] (continua Bergoglio): E se noi vediamo la storia della Chiesa, vedremo che ogni volta che i vescovi hanno gestito non come pastori un problema si sono schierati sulla vita politica, sul problema politico. Per non gestire bene un problema si sono schierati sul versante politico. Pensiamo alla notte di San Bartolomeo: “Eretici! Sì, l’eresia è gravissima, sgozziamoli tutti!” No, è un fatto politico. Pensiamo a Jeanne d’Arc, a questa visione, pensiamo alla caccia alle streghe… sempre. Pensiamo a Campo de’ Fiori, a Savonarola, a tutta questa gente:  quando la Chiesa per difendere un principio lo fa non pastoralmente, si schiera su un piano politico. E questo è sempre stato così, basta guardare la storia. E cosa deve fare il pastore? Essere pastore. Essere pastore e non andare condannando, non condannando: essere pastore. Ma anche il pastore degli scomunicati? Sì, è pastore e dev’essere pastore con lui, essere pastore con lo stile di Dio. E lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza. Tutta la Bibbia lo dice … Un pastore che non sa gestire con lo stile di Dio, scivola e si mette in tante cose che non sono da pastore.
Per me… Non vorrei particolarizzare, perché Lei ha parlato degli Stati Uniti, perché non conosco bene bene i dettagli, do il principio. Lei mi può dire: se Lei è vicino, è tenero, è compassionevole con una persona, Le darebbe la Comunione? Questa è un’ipotesi. Sii pastore, il pastore sa cosa deve fare in ogni momento, ma come pastore. Ma se esce da questa pastoralità della Chiesa, immediatamente diventa un politico. Questo lo vedrete in tutte le denunce, in tutte le condanne non pastorali che fa la Chiesa. Con questo principio credo che un pastore può muoversi bene. I principi sono della teologia. La pastorale è la teologia e lo Spirito Santo che ti va conducendo a farlo con lo stile di Dio. Io oserei dire fino a qua. Se Lei mi dice: ma si può dare o non si può dare? È casistica, quello, che lo dicano i teologi. Si ricorda Lei la tempesta che si è armata con Amoris laetitia, quando è uscito quel capitolo di accompagnamento agli sposi separati, divorziati: “Eresia, eresia!”. Grazie a Dio che c’era il cardinale Schönborn lì che è un grande teologo e ha chiarito le cose. Ma sempre questa condanna, condanna… Basta con la scomunica, per favore non mettiamo più scomunica. Povera gente, sono figli di Dio, stanno fuori temporaneamente, ma sono figli di Dio e vogliono e hanno bisogno della nostra vicinanza pastorale. Poi il pastore risolve le cose come lo Spirito lo dice”.

Ecco dunque una piccola Summa del pensiero bergogliano, dove risuona tutta la risoluzione immanentistica (cioè “pastorale”!) dei problemi dottrinali (considerati astratti, roba da teologi, questioni divisive e non inclusive), dove il Vescovo (parola che vuol dire “sentinella, sorvegliante”) da garante della fede autentica e dell’unità nella verità della Chiesa a lui affidata da Dio e dal Papa, diventa il capo del “servizio accoglienza” indiscriminata di tutti e di tutto; dove alla fine, barcamenandosi tra un “sì, no, però, ma anche …”, per non parlare di “casistica” (ma, come vedremo sulla grave casistica di Amoris Laetitia, nascosta in una nota tra centinaia di pagine, alla fine dichiara apertamente ai Vescovi argentini cosa voleva dire!) scarica la questione scottante (“Grazie a Dio che c’era il cardinale Schönborn lì che è un grande teologo e ha chiarito le cose”)!

Non possiamo poi non ricordare che proprio riguardo alle elezioni Presidenziali USA, Bergoglio è invece entrato “in politica” a gamba tesa, condannando esplicitamente D. Trump come “non cristiano” (perché secondo lui non accogliente dei profughi messicani)! [Si tenga peraltro presente che, pur non essendo cattolico, D. Trump è stato l’unico Presidente USA a non fare una guerra, ad appoggiare direttamente tutti i corposi movimenti pro-life americani, a ridurre i finanziamenti alle potenti cliniche e lobbies abortiste americane (insomma proprio il contrario di quello che ha fatto e sta facendo il sedicente “Cattolico” J. Biden)].

Il 17.02.2016, ancora in una delle solite terribili conferenze-stampa “aeree” (vedi; in questo caso sul volo di ritorno dal Messico, in risposta ad un giornalista che afferma che Trump lo avrebbe accusato di essere “un politico”, Bergoglio risponde): “Grazie a Dio ha detto che io sono politico, perché Aristotele definisce la persona umana come “animal politicum”: almeno sono persona umana! E che sono una pedina… mah, forse, non so… lo lascio al giudizio vostro, della gente… E poi, una persona che pensa soltanto a fare muri, sia dove sia, e non a fare ponti, non è cristiana. Questo non è nel Vangelo. Poi, quello che mi diceva, cosa consiglierei, votare o non votare: non mi immischio. Soltanto dico: se dice queste cose, quest’uomo non è cristiano. Bisogna vedere se lui ha detto queste cose. E per questo do il beneficio del dubbio”

[Nelle News del sito, su alcune scelte politiche di grande spessore morale degli ultimi Presidenti USA: su D. Trump vedi ad es. 5.02.2021, 18.01.2019, 20.05.2018, 19.01.2018, 9/10.2017, 16.02.2017, 27.01.2017; su J. Biden vedi ad es. 28.11.2022, 11.04.2022, 20.03.2022, 4.12.2021, 22.08.2021, 23.04.2021, 17.12.2020]

Anche nell’attuale delicato e pericolosissimo frangente bellico europeo, cioè sulla situazione in Ucraina, Bergoglio è entrato in campo in modo non solo pastorale ma “politico” [cosa peraltro del tutto impropria rispetto alle usuali posizioni diplomatiche della S. Sede in tali pericolosi frangenti], così da prendere inizialmente una chiara posizione filo-Atlantica (USA/NATO/UE) contro la Russia, a tal punto da far saltare persino, come abbiamo già sottolineato, il cammino ecumenico con gli Ortodossi del Patriarcato di Mosca. Poi però, forse consigliato di essere più prudente in tale delicato e incandescente frangente non solo europeo ma internazionale, ha sottolineato che anche la NATO ha sbagliato ad “andare ad abbaiare fino alle porte della Russia”!

 

Tornando alla questione dell’aborto e alle lotte di casa nostra, Bergoglio non ha mai dato alcun appoggio (neanche un cenno) alle manifestazioni o Marce per la vita (come per la famiglia) italiane; meglio non disturbare il conducente di turno e mantenere la sua nomea di Papa “rivoluzionario” che piace tanto ai più incalliti laicisti nostrani.
In compenso non ha risparmiato pubblici elogi (e incontri, telefonate) per Emma Bonino, come gli encomi per Marco Pannella, cioè per i più agguerriti e storici propugnatori di tutte le campagne per l’aborto, l’eutanasia, la liberalizzazione delle droghe, ecc.
 
Sono poi significative le promozioni riservate al Vescovo mons. Vincenzo Paglia e le sue nomine proprio ai vertici di quelle istituzioni vaticane che più devono trattare problematiche etiche così sensibili.
È infatti Presidente della Pontificia Accademia per la Vita (vedi) e Gran Cancelliere del nuovo (rivoluzionato!) Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia (vedi).

Tale Istituto (per il matrimonio e la famiglia) fu inventato da Giovanni Paolo II, da sempre particolarmente attento alla famiglia e alla morale coniugale. Legato alla Pontificia Università Lateranense (cioè all’Università del Papa) e con Centri in tutto il mondo, fu pensato per promuovere a livello accademico lo studio delle problematiche inerenti alla famiglia e alla vita coniugale. A presiederlo Giovanni Paolo II mise il futuro cardinale Carlo Cafarra (poi arcivescovo di Bologna e uno dei 4 Cardinali che hanno stilato i famosi “Dubia” su Amoris Laetitia). Poco prima di morire, mons. Cafarra confidò in una conferenza (vedi) che all’inizio di questo suo incarico (per la fondazione e direzione di tale Istituto per la Famiglia), tanto contrastato anche dentro la Chiesa, scrisse a Suor Lucia di Fatima (la veggente delle apparizioni del 1917 e allora ancora in vita, suora in un monastero a Coimbra) per chiederle preghiere per questo; la veggente rispose non solo assicurando tali preghiere ma sottolineando come la Madonna le avesse confidato che Satana negli ultimi tempi avrebbe cercato di sferrare un durissimo attacco proprio contro la famiglia, al fine di distruggere il mondo!
Negli ultimi anni tale Istituto è stato imperiosamente mutato, a cominciare dai suoi vertici e dalla sua impostazione teologica e morale. 
Mons. Vincenzo Paglia (vedi) proviene dalle fila della Comunità di S. Egidio, che ha frequentato fin dagli anni ’70 e di cui resta la guida spirituale. Dal 1981 al 2000 fu anche Parroco di S. Maria in Trastevere, la storica basilica usata dalla Comunità, che ha nelle vicinanze il suo centro mondiale. La Comunità di S. Egidio, fondata e guidata dal Andrea Riccardi (il professore che conosce così bene le leve del potere, che, nell’improvvisato “Governo Monti” del 16.11.2011, fu nominato Ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione), ha assunto nel tempo un rilievo (e potere) sempre più forte sia nella Chiesa (organizza ad esempio in tutto il mondo gli incontri interreligiosi, sulla scia del sedicente “spirito di Assisi”) che nel panorama politico internazionale (a tal punto che persino nelle visite ufficiali dei Presidenti USA a Roma, normalmente oltre alla visita al Quirinale e in Vaticano, si prevede anche un incontro in Trastevere coi responsabili della Comunità).
Mons. Paglia è stato anche, dal 2000 al 2012, Vescovo di Terni-Narni-Amelia; durante il suo ministero episcopale in quella diocesi sono scoppiati però scandali di tipo economico (fu inquisito per la vendita del castello di Narni vedi) e persino artistico (per un enorme affresco fatto dipingere nella cattedrale di Terni, dove dominano nudi del mondo Lgbt e persino vicini all’oscenità riguardo a Cristo stesso vedi). Richiamato a Roma, dal 2012 al 2016 è stato Presidente del Pont. Consiglio per la famiglia (soppresso nel 2016 e accorpato al Dicastero per i laici, la famiglia e la vita). Dal 15.08.2016 è Presidente della Pontificia Accademia della vita e Gran Cancelliere del nuovo Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia.
Nel 2016 mons. Vincenzo Paglia manifestò pubblicamente la sua stima per Marco Pannella e il Partito radicale.
Nel giugno 2017, Francesco, su indicazione di monsignor Vincenzo Paglia, ha nominato tra i membri dell’Accademia per la vita il professor Nigel Biggar, teologo moralista anglicano, accademico all’Università di Oxford, dichiaratamente abortista.
Recentemente (26.08.2022) ha difeso pubblicamente su RAITRE la legge 194 (la famigerata legge italiana per l’aborto*), come “pilastro della società”, affermando che “essa non è assolutamente in discussione” (vedi).
In alcune occasioni ha pure difeso chi ha scelto il suicidio assistito.

* Ricordiamo che la legge 194 in 40 anni ha permesso in Italia l’uccisione legale di 6 milioni di bambini ed è pure costata allo Stato (cioè ai cittadini italiani) ben 5 miliardi di €! (cfr. News: 8.02.202220.03.2022, 28.08.202022.05.2020, 20.08.2019, 12.07.2019, 21.06.2019, 21.12.2018, 20.11.201810.10.2018, 21.05.2018, 30.04.2018, 27.04.2018, …)





Una nota sulla pena di morte

Un cambiamento radicale della perenne morale cattolica!
Non c’è forse persona che oggi non inorridisca di fronte alla “pena di morte”; anche se di fronte all’esplodere di certi mali sociali non sono pochi coloro che la invocano. Del resto, anche quelle che vengono considerate le più progredite democrazie dell’Occidente (come molti Stati degli USA) ancora la prevedono. C’è poi una gravissima incongruenza nella mentalità diffusa in queste moderne società: non si vuol più sentir parlare di “pena di morte”, neppure per i colpevoli dei più gravi e ripetuti delitti, e si invoca invece l’aborto (l’uccisione del più “innocente” e indifeso degli esseri umani) come un “diritto”!
Comunque, in linea di principio e a ben determinate e rare condizioni, la morale cristiana – e quindi la Chiesa Cattolica – non ha mai considerato la “pena di morte” come un male oggettivo, un reato o un peccato.

Evidentemente non entriamo qui nel merito della questione, tanto delicata e complessa. Nel sito se ne parla, nella sezione Fede e morale (vedi), a proposito della Dottrina sociale della Chiesa (vedi), nei punti 34 (spec. 34.1) e 35.

Il 5° Comandamento (Es 20,13: “Non uccidere”) viene oggi interpretato da molti in senso letterale, unilaterale e totale, quando invece riguarda il divieto di uccidere l’innocente! Basterebbe pensare riguardo alla “pena di morte”, che già solo qualche riga dopo la Parola di Dio condanna a morte molti tipi di peccatori (Es 21, 12-17), cosa che permane in tutto l’Antico Testamento (Gesù stesso e il Protodiacono S. Stefano sono condannati a morte dal Sinedrio come “bestemmiatori”).
Nell’A. T. Dio non proibisce affatto la legittima difesa, anche con le armi, né la guerra; si fa anzi promotore della vittoria sui nemici di Israele.
Con Gesù, il rinnovamento totale del cuore dell’uomo da parte della Sua grazia fa sì che anche il 5° comandamento (come il 6°) sia elevato ad una radicalità e soprattutto interiorizzazione tale che non solo l’uccisione o una violenza fisica viene condannata da Dio, ma persino l’ira o un brutto titolo detto al prossimo (cfr. Mt 5,21-22).
Con tutto ciò, se a livello personale viene bandita ogni reazione al male col male ma promosso l’amore anche per i nemici (cfr. Lc 6,27-38), mai la morale cristiana ha considerato illecita la “legittima difesa”, anzi in certi casi essa è persino moralmente doverosa, obbligatoria (per chi ne ha l’autorità e ha responsabilità del bene altrui). Il ricorso alla violenza e persino alle armi per difendere e ripristinare un diritto violato deve ovviamente avere delle condizioni e limiti oggettivi (estremo rimedio, possibilità di riuscita, non causare mali peggiori di quelli a cui si vuol porre rimedio). Insomma, si tratta del dovere di garantire dei beni importanti (la vita, l’indipendenza, il benessere sociale) e di limitare il più possibile il male (il “pacifismo” unilaterale è in questo senso assai poco “pacifista”, perché, non opponendosi al male, lo incrementa).
Rientra in questo campo, e a queste condizioni, anche la possibilità dell’uso delle armi (anche per le “Forze dell’ordine”), degli armamenti e persino della guerra.
Rientra nel campo della legittima difesa sociale anche la “pena di morte”. Dovendosi verificare, in tutti i questi casi, se esistano tutte le condizioni e i limiti di intervento, le mutate condizioni storiche e sociali possono anche determinare dei cambiamenti nella modalità di intervento, non certo nella dottrina morale (e relativo giudizio morale sulla quaestio in sé).
La pena di morte, che ha certamente anche un potere deterrente (come castigo) nei confronti di gravi mali, è una problematica particolarmente delicata, trattandosi di porre fine ad una vita terrena considerata assai pericolosa per la società. [Quando era ovvio, nei secoli passati, che ci fosse anche la vita dopo la morte, e il castigo eterno dell’inferno, si pensava pure che tale condanna non fosse poi per l’imputato un male estremo ma potesse persino avere per lui un valore “espiativo” del male commesso, tanto più che si provvedeva in tutti i modi a garantirgli una “morte santa”, cioè in grazia di Dio, con la preghiera, il pentimento e l’azione dei Sacramenti da ricevere prima di morire]

Nessuno, nella tradizione cristiana e anche nel Magistero perenne della Chiesa, ha mai pensato di dire che era “antievangelica” la pena di morte; come invece ha fatto l’attuale Pontefice, accusando in questo modo tutto il Magistero della Chiesa (fino ad ora!) di aver insegnato qualcosa di “antievangelico”! E non si tratta di questioni solo contingenti (lo sono semmai le modalità e le condizioni), ma di un principio morale! Insomma: la Chiesa, su questo punto e come questione di principio morale, avrebbe insegnato qualcosa contro la volontà di Dio? Ma ciò, trattandosi appunto di morale cristiana, è sufficiente per far crollare l’intero edificio dell’insegnamento morale della Chiesa, che non sarebbe più garantita (e, a ben vedere, non lo sarebbe non solo per il presente ma pure per il futuro). Ciò, oltre a non essere una vera fede cattolica,  inclina pure ad una eretica “morale della situazione” (i principi cambiano in base alle situazioni storiche o soggettive), che abbiamo visto applicare anche per il 6° Comandamento (v. Amoris Laetitia).

Diversa invece la questione, non del principio morale ma del modo concreto di attuarlo nella situazione odierna: se ad esempio sia possibile oggi difendere la società da gravi mali e pericoli in altro modo (rispetto alla condanna a morte), lasciando meglio al reo (colpevole), pur nel dovere di subire una pena corrispondente e di porre possibilmente rimedio al male inflitto, di redimersi, di cambiar vita e magari pure di fare del bene agli altri che ha tanto danneggiato.

Si ricordi ancora che molti Stati moderni applicano tuttora la “pena di morte”: e non si tratta solo di Paesi incivili e retrogradi, ma anche certi ricchissimi Paesi Arabi [dove in molti casi sono puniti con la pena di morte anche i peccati, compreso quelli sessuali (adulterio delle donne, omosessualità praticata) e l’apostasia dall’Islam; e nessuno in Occidente protesta!], ma anche molti Stati degli USA. [Anche in Italia, in caso di guerra, cioè secondo il Codice Penale Militare, la pena di morte è stata prevista addirittura fino al 1994].

Proprio in riferimento alle mutate e sempre mutevoli condizioni storiche, cioè nell’applicazione contingente del principio morale (che è giusto e non può mutare!), solo negli ultimi decenni abbiamo visto inserire, a livello di Magistero ufficiale, dei mutamenti. 
Già il Catechismo della Chiesa Cattolica, nell’edizione del 1992 (vedi; Parte III, Sezione II, art. 5), specie ai numeri 2263-2267, si presentavano dei limiti attuali nell’applicazione della pena di morte.

Il n. 2267 così recitava: “Se i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere le vite umane dall’aggressore e per proteggere l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone, l’autorità si limiterà a questi mezzi, poiché essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana”.

Nell’Enciclica di Giovanni Paolo II Evangelium vitae (1995), n. 27 e 40 e soprattutto al n. 56 si chiarisce ulteriormente che oggi le mutate situazioni rendono praticamente superabile la pena di morte.

Nella Aeditio tipica del Catechismo della Chiesa Cattolica (pubblicata nel 1997), s’è operata in proposito un altro cambiamento (dei nn. 2263-2267) piccola precisazione

Nel Compendio del CCC (2005), al n. 469, così si precisa:
“Quale pena si può infliggere? La pena inflitta deve essere proporzionata alla gravità del delitto. Oggi, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere il crimine rendendo inoffensivo il colpevole, i casi di assoluta necessità di pena di morte «sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti» (Evangelium vitae). Quando i mezzi incruenti sono sufficienti, l’autorità si limiterà a questi mezzi, perché questi corrispondono meglio alle condizioni concrete del bene comune, sono più conformi alla dignità della persona e non tolgono definitivamente al colpevole la possibilità di redimersi”.

Il 2.08.2018 Francesco, in proposito, ha invece mutato radicalmente il testo del Catechismo della Chiesa Cattolica (!), che pur si era mosso con prudenza sull’effettiva attuabilità concreta del principio e sempre rimarcando le dovute e irrinunciabili condizioni, che rendono davvero estremo e oggi persino praticamente impraticabile tale intervento; ma anche in questo caso (come in Amoris laetitia su una questione peraltro dirompente, come vedremo ancora) il grande cambiamento (addirittura sulla dottrina!) viene espresso di fatto in una nota (che rimanda peraltro a se stesso); così che il perenne insegnamento morale della Chiesa su questo punto viene in toto accusato nientemeno di essere “antievangelico”!

Ecco il nuovo n. 2267 del CCC: “Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune.
Oggi è sempre più viva la consapevolezza che la dignità della persona non viene perduta neanche dopo aver commesso crimini gravissimi. Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato. Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini, ma, allo stesso tempo, non tolgono al reo in modo definitivo la possibilità di redimersi.
Pertanto la Chiesa insegna, alla luce del Vangelo, che «la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona» (nota 167*) e si impegna con determinazione per la sua abolizione in tutto il mondo.

* La nota 167 fa riferimento al Discorso di Francesco ai partecipanti all’incontro promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione (11.10. 2017), in cui tra l’altro si trova quanto segue:
“In questo orizzonte di pensiero mi piace fare riferimento a un tema che dovrebbe trovare nel Catechismo della Chiesa Cattolica uno spazio più adeguato e coerente con queste finalità espresse. Penso, infatti, alla pena di morte. Questa problematica non può essere ridotta a un mero ricordo di insegnamento storico senza far emergere non solo il progresso nella dottrina ad opera degli ultimi Pontefici, ma anche la mutata consapevolezza del popolo cristiano, che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità umana. Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale. È in sé stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante. Mai nessun uomo, «neppure l’omicida perde la sua dignità personale» (Lettera al Presidente della Commissione Internazionale contro la pena di morte, 20 marzo 2015), perché Dio è un Padre che sempre attende il ritorno del figlio il quale, sapendo di avere sbagliato, chiede perdono e inizia una nuova vita. A nessuno, quindi, può essere tolta non solo la vita, ma la stessa possibilità di un riscatto morale ed esistenziale che torni a favore della comunità.
Nei secoli passati, quando si era dinnanzi a una povertà degli strumenti di difesa e la maturità sociale ancora non aveva conosciuto un suo positivo sviluppo, il ricorso alla pena di morte appariva come la conseguenza logica dell’applicazione della giustizia a cui doversi attenere. Purtroppo, anche nello Stato Pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo. Tuttavia, rimanere oggi neutrali dinanzi alle nuove esigenze per la riaffermazione della dignità personale, ci renderebbe più colpevoli.
Qui non siamo in presenza di contraddizione alcuna con l’insegnamento del passato, perché la difesa della dignità della vita umana dal primo istante del concepimento fino alla morte naturale ha sempre trovato nell’insegnamento della Chiesa la sua voce coerente e autorevole. Lo sviluppo armonico della dottrina, tuttavia, richiede di tralasciare prese di posizione in difesa di argomenti che appaiono ormai decisamente contrari alla nuova comprensione della verità cristiana. D’altronde, come già ricordava san Vincenzo di Lérins: «Forse qualcuno dice: dunque nella Chiesa di Cristo non vi sarà mai nessun progresso della religione? Ci sarà certamente, ed enorme. Infatti, chi sarà quell’uomo così maldisposto, così avverso a Dio da tentare di impedirlo?» (Commonitorium, 23.1: PL 50). È necessario ribadire pertanto che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona.
«La Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa è, e tutto ciò che essa crede» (Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 8). I Padri al Concilio non potevano trovare espressione sintetica più fortunata per esprimere la natura e missione della Chiesa. Non solo nella “dottrina”, ma anche nella “vita” e nel “culto” viene offerta ai credenti la capacità di essere Popolo di Dio. Con una consequenzialità di verbi, la Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione esprime la dinamica diveniente del processo: «Questa Tradizione progredisce […] cresce […] tende incessantemente alla verità finché non giungano a compimento le parole di Dio (ibid.).
La Tradizione è una realtà viva e solo una visione parziale può pensare al “deposito della fede” come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti! No. La Parola di Dio è una realtà dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare. Questa legge del progresso secondo la felice formula di san Vincenzo da Lérins: «annis consolidetur, dilatetur tempore, sublimetur aetate» (Commonitorium, 23.9: PL 50), appartiene alla peculiare condizione della verità rivelata nel suo essere trasmessa dalla Chiesa, e non significa affatto un cambiamento di dottrina.
Non si può conservare la dottrina senza farla progredire né la si può legare a una lettura rigida e immutabile, senza umiliare l’azione dello Spirito Santo. «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri» (Eb 1,1), «non cessa di parlare con la Sposa del suo Figlio» (Dei Verbum, 8). Questa voce siamo chiamati a fare nostra con un atteggiamento di «religioso ascolto» (ibid., 1), per permettere alla nostra esistenza ecclesiale di progredire con lo stesso entusiasmo degli inizi, verso i nuovi orizzonti che il Signore intende farci raggiungere”.


Dunque si profila una linea di pensiero che va ben oltre la questione della “pena di morte”, considerata improvvisamente “antievangelica”, quando nessuno l’ha mai detto; sembra assurgere ad un ulteriore “pretesto” per evidenziare la possibilità di uno sviluppo/cambiamento della dottrina, sempre vista come contraria alla dignità dell’uomo se non muta con esso e coi tempi (scambiati per voce dello Spirito Santo)! Siamo davvero di fronte all’avvio di un “processo”, come si sente dire, dal sapore davvero hegeliano, una sorta di “Fenomenologia dello Spirito”. Intanto basta toccare un punto, della fede o della morale, anche se costantemente affermato dalla Tradizione e dal Magistero e principio (non modalità) persino recentemente riaffermato dal Catechismo, facendo capire che ormai si può toccare anche quello, per aver ormai in mano la leva per poter far crollare l’intero edificio; magari facendo credere che si ricostruirà sempre di nuovo e sempre diverso!

Ecco cos’è iniziato nel 2013. Ecco cosa si pensava di innescare già nel 2016 con Amoris Laetitia (come vedremo), preparata nientemeno che da due Sinodi e un Motu proprio (vedi), per nascondere in una nota la dinamite per far crollare nientemeno che due Comandamenti (VI e IX) e 3 Sacramenti (Matrimonio, Confessione e Comunione).






Sul 6° (e 9°) Comandamento

Trattandosi della sessualità si tocca un punto molto delicato, che ha enorme incidenza sulla vita della persona (e conseguentemente della famiglia e della società intera); non a caso è proprio sui temi che in un modo o nell’altro ineriscono a questo orizzonte che si scatena tutto il potere delle tenebre in atto nel mondo, specie occidentale!
Come abbiamo già ricordato, Gesù non abolisce affatto il 6° Comandamento, ma lo porta a compimento, lo perfeziona, lo interiorizza e lo eleva ad un livello sublime (cfr. Mt 5,27-32).
S. Paolo (e ricordiamo che le sue 13 Lettere sono ispirate da Dio, per questo inserite nel N. T. e sono quindi vera Parola di Dio!) , nonostante sia il grande “maestro” del passaggio dalla pura Legge (A. T.) alla “grazia” (la vita nuova, la forza soprannaturale, data in Cristo per la presenza in noi dello Spirito Santo) che ci “giustifica” (ci rende cioè “giusti”, mediante la “fede” che opera attraverso la “carità”, cioè l’amore di Dio), non è affatto minimalista nei confronti dei Comandamenti e neppure sul 6° Comandamento, fino ad arrivare ad un elenco preciso dei peccati gravi (mortali) che vi si contrappongono (da cui la menzione della Chiesa, riguardo al 6° Comandamento: “Non commettere atti impuri”, invece che semplicemente il “Non commettere adulterio” dell’A. T.).

[S. Paolo: Rm 1,24-32; Rm 8,5-10; 1 Cor 6,9-20; Gal 5, 16-26; Ef 4,17-19; Ef 5,3-5; Col 3,18; 1Ts 4,3-7; 1Tm 1,8-11]
[vedi alcune citazioni bibliche sulla sessualità; documento presente in Archivio vedi]

Si sentono spesso obiezioni in tal senso. Qualche anno fa, data l’ignoranza religiosa degli Italiani (e anche del popolo cattolico) Roberto Benigni (sempre più “giullare di Corte”; anche lui lodato più volte da Francesco, tanto da riceverlo in udienza privata e fargli presentare un libro in Vaticano!), nelle sue seguite trasmissioni televisive (dicembre 2014 RAIUNO) sui 10 Comandamenti, tuonò contro la Chiesa (a quale titolo? con quale competenza teologica?), ovviamente soprattutto sul 6° Comandamento… e mise appunto nel sacco 6 milioni di Italiani (e Cattolici) che pendevano dalle sue labbra e non avrebbero saputo come rispondere, per comprendere e far capire l’ignoranza del comico attore. Si trattava della solita accusa di “sessuofobia” della Chiesa, che avrebbe trasformato il “Non commettere adulterio” in “Non commettere atti impuri” (e si lanciò pure nell’accusa di aver rovinato intere generazioni di ragazzi e nella testimonianza della sua pubertà/adolescenza, ridicolizzando la Chiesa e la morale cristiana, per non dire appunto la Parola stessa di Dio! con i soldi degli Italiani, Cattolici compresi, che pagano il canone RAI anche per farsi sbeffeggiare!). Nessuno che abbia osato far osservare a Benigni, anche dalla alte sfere ecclesiastiche, che citava l’A.T. e non teneva conto della novità di Gesù e dell’intero N. T.?

[vedi la sezione Fede e morale, con l’Introduzione (vedi), il documento (con domande e risposte)  sulla “Morale sessuale” (vedi) e il lungo documento sulla “Dottrina sociale della Chiesa” (vedi), che comprende anche la parte sul rapporto tra Comandamenti e leggi dello Stato (nn. 21/41)]

[vedi anche uno “schema per fare bene l’esame di coscienza” anche in vista della S. Confessione]

Persino la psicanalisi, che pur assolutizza inizialmente e spesso ancor oggi in modo unilaterale la questione della “libido”, conferma che la sessualità, nel bene e nel male, ha un’enorme incidenza su tutta la vita e la personalità di un individuo e non è affatto riducibile ad una questione fisica o psicologica.

Ora invece viene detto: “I peccati della carne (contro il 6° comandamento) non sono i più gravi” (6.12.2021 vedi). Era una “fissazione clericale” quella di concentrarsi sul 6° comandamento (vedi).
Il “clericalismo” viene indicato spesso da Francesco come panacea dei mali della Chiesa e dei preti. Lo ha fatto anche per il dramma della pedofilia tra il clero! Ma quando ha convocato in Vaticano i Presidenti delle Conferenze episcopali nazionali, per parlare degli abusi sessuali del clero, e si voleva ritirare fuori questa accusa di “clericalismo”, è intervenuto addirittura Benedetto XVI (mediante i cosiddetti Appunti, inviati a tutti e resi noti persino attraverso la stampa) per denunciare che la vera causa è in un’errata Teologia morale insegnata anche nei Seminari, come di una erronea formazione negli stessi, oltre che in una riduttiva visione del sacerdozio!
Francesco talora associa il clericalismo e certe “fissazioni” tradizionaliste, anche nella liturgia, persino a disturbi di tipo psicologico!
 
Se talora in passato può esserci forse stata un’accentuazione eccessiva del 6° Comandamento, specie nella formazione dei ragazzi e dei giovani, rimane pur vero, ed è esperienza indubitabile oltre che insegnamento costante della Chiesa, che in effetti sono proprio i peccati contro il 6° Comandamento (contro la purezza e la castità) ad allontanare dalla fede, a far perdere la sensibilità spirituale e il gusto per le cose di Dio! Così come molte esperienze mistiche e visioni dell’Aldilà hanno potuto confermare, è enorme il numero delle anime dannate a causa dei peccati contro il 6° Comandamento (oggi trionfanti e considerati normali e persino “diritti”)!
Anche Giacinta, la piccola veggente di Fatima, dopo che la Madonna aveva fatto veder loro l’Inferno nell’apparizione del 13.07.1917 (e questa è la prima parte del “segreto”, vedi) non mancava di dire quante anime vi erano cadute a causa dei peccati contro il 6° comandamento; e faceva continue penitenze e preghiere perché i “peccatori” li evitassero!
Il grande educatore della gioventù San Giovanni Bosco era perfettamente consapevole di questo e attento alla formazione dei suoi ragazzi anche in questo campo, invitandoli a sfuggire i peccati impuri e a confessarli subito e bene qualora vi fossero caduti. Una volta fece addirittura il miracolo di riportare per alcuni istanti in vita un suo ragazzo improvvisamente deceduto, per avere l’opportunità di confessare un peccato così, per poi ritornare nell’Aldilà e salvarsi! Non si trattava dunque di una fissazione clericale o della presunta sessuofobia della Chiesa, come oggi si dice! 
Giovanni Paolo II, che ha avuto fin da giovane sacerdote e vescovo a Cracovia un particolare carisma anche nell’accompagnamento spirituale dei giovani e delle giovani coppie, a motivo anche dei suoi studi specialistici oltre che della sua esperienza pastorale, ci ha lasciato in merito stupende e importanti opere teologiche (si pensi ai suoi studi raccolti in Amore e responsabilità, Marietti 2007) e persino opere teatrali (vedi La bottega dell’orefice, da cui è stato fatto anche un film). All’inizio del suo Pontificato, Giovanni Paolo II ha dedicato per 5 anni (5.09.1979 / 28.11.1984) le proprie catechesi durante le Udienze generali del mercoledì a queste tematiche (una sorta di teologia del corpo, della sessualità, dell’affettività e dell’amore umano), raccolte nel volume Uomo e donna lo creò. Catechesi sull’amore umano, Città Nuova/L.E. Vaticana).

Si potrebbe osservare come l’imperante pansessualismo e idolatria del sesso, che oggi raggiunge persino livelli patologici*, che trova le proprie radici specie nella rivoluzione sessuale del ’68 (vedi), sia una causa certo non secondaria del tracollo della fede nelle nuove generazioni!

* Oggi la bomba silenziosa ma devastante della pornografia on-line sta procurando danni enormi ai ragazzi, ai giovani, agli adulti, alle anime, ma anche alla stessa sessualità ed affettività, all’amore, alle famiglie. Si pensi a questi due dati statistici: solo in Italia ci siano 8 milioni di utenti internet ormai “schiavi” della pornografia; i contatti annui solo del raccordo di siti pornografici Pornhube, di origine canadese, raggiunge l’incredibile cifra di 42 miliardi di contatti annui! (cfr. News, 15.04.2020).


[Sull’indissolubilità del Matrimonio e sulla castità matrimoniale v. poi sul Sacramento del Matrimonio]






Sulla  Liturgia




In questo documento ci siamo soffermati già a lungo sulla Liturgia ed anche sulla questione del “Vetus Ordo” / “Novus Ordo”.
Ricordiamo in merito solo le questioni relative al presente Pontificato.

Abbiamo ricordato che la nuova S. Messa (Novus Ordo), promulgata da Paolo VI nel 1969, ben oltre le stesse indicazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II (Sacrosanctum Concilium) e che si impose al popolo di Dio, non poteva dichiarare illecita la Liturgia proveniente dalla plurisecolare Tradizione della Chiesa Cattolica (almeno per il “Rito latino romano”), tanto più che essa veniva per così dire vincolata anche per il futuro dal Papa San Pio V (Cost. Ap. Quo Primum del 14.07.1570 e il relativo Messale – su tale questione vedi un intervento della S. Sede).
Un primo intervento di recupero graduale del Vetus Ordo (il Messale di S. Pio V, nell’ultima edizione del 1962) avvenne con Giovanni Paolo II nel 1988 col Motu proprio Ecclesia Dei.
Decisivo fu poi l’intervento di Benedetto XVI col Motu proprio del 7.07.2007 Summorum Pontificum, che liberalizzava, senza più il bisogno dell’autorizzazione del Vescovo diocesano, il Vetus Ordo, sia pure come forma “straordinaria” dell’unica liturgia della Chiesa.
[Del resto, pur dentro l’unica liturgia latina della Chiesa Cattolica coesistono altri Riti, persino in Italia (come nel caso del Rito ambrosiano per l’arcidiocesi di Milano)]
Ebbene, Francesco, in modo più unico che raro nella storia della Chiesa, ha contraddetto e abolito un documento e una decisione così importante addirittura del suo immediato Predecessore (peraltro ancora in vita, dandogli “un colpo al cuore”, come rivela ora il suo segretario S. E. mons. G. Gänswein, cfr. Nient’altro che la verità, PIEMME 2023, vedi).
Infatti il 16.07.2021, col Motu proprio Traditionis Custodes , confermato il 29.06.2022 con la Lettera Apostolica Desiderio desideravi, tali possibilità (di celebrare col Vetus Ordo) vengono ridotte al minimo. Addirittura ora anche i Vescovi, per permettere già in via eccezionale tale possibilità, devono a loro volta chiederne il permesso al Papa stesso (cfr. Rescriptum ex Audientia SS.mi “circa l’implementazione del Motu Proprio Traditionis custodes del 20.02.2023).







Sui Sacramenti



Soffermiamo quindi la nostra attenzione sulla questione, evidentemente di fondamentale importanza per la vita della Chiesa e per la salvezza eterna delle anime, dei Sacramenti (in particolare quelli della Penitenza, dell’Eucaristia e del Matrimonio), con alcune citazioni ed accentuazioni talora sconvolgenti del presente Pontificato.

Se il “modernismo” (vedi all’inizio del presente documento), che ha fatto progressivamente penetrare le ideologie della “modernità” (vedi) all’interno stesso non solo della teologia ma della stessa pastorale della Chiesa Cattolica, ha progressivamente fatto smarrire la dimensione soprannaturale della vita cristiana e della Chiesa stessa, ciò si manifesta e in modo crescente addirittura riguardo ai Sacramenti.
Appunto sulla scia delle “rivendicazioni” della cultura moderna e della società contemporanea, dove qualsiasi scelta, persino capricci e pulsioni, diventano “diritti” (senza peraltro alcun “dovere”), anche i Sacramenti, che pur sono “opera di Dio”, sembrano richiesti come “diritti” per tutti, senza alcuna condizione e “dovere” di conversione. Anzi, sembrano essere diventati qualcosa di analogo all’ingresso e partecipazione ad una società, un ente qualsiasi, con il conseguente dovere della comunità e del ministro di Dio dell’accoglienza indiscriminata per tutti (abbiamo già riportato in merito alcune significative espressioni di Bergoglio, quando ad es. nel volo aereo del 15.09.2021 è stato interpellato dai giornalisti sulla questione della Comunione al Presidente USA J. Biden). Un’accoglienza che sembra tanto cristiana quanto invece ne è agli antipodi.
Basterebbe pensare alle seguenti citazioni dello stesso Nuovo Testamento (la tanto declamata, quando fa comodo, “comunità cristiana primitiva”), per capire che l’attuale imperativo dell’accoglienza indiscriminata di chiunque e a qualsiasi condizione e l’inclusione di tutto e di tutti, oggi assurte a livello di comandamento fondamentale,  ha poco a che vedere col Vangelo, l’intera Parola di Dio e la bimillenaria Tradizione e storia della Chiesa, cioè con la fede cristiana cattolica!

(vedi le citazioni nel sito) Ricordiamo intanto le parole stesse di Gesù: Mt 10,28.32-41; Mc 9,42-29; Mt 3,13-20; Mt 5,29-30; Mt 7,15); Mt 18,15-18; Lc 17,1-3. Ascoltiamo poi S. Paolo: Gal 1,6-12, 1Cor 4,6-13, Ef 5,6-11, Col 2,6-9, 1Tm 1,3-4.18-20, 1Tm 4,1-6, 1Tm 6,3-5, 2Tm 4,1-5, Tt 1,10-11; 2,1. La Lettera agli Ebrei poi ricorda: Eb 10,26-31. Lo stesso S. Pietro ammonisce: 2Pt 2,1-3; 18-21. E lo stesso Giovanni, che pur è l’apostolo ed evangelista dell’amore, ricorda: 1Gv 2,18-19.21-22.24-26; 1Gv 4,1-6; 2Gv 7-11. Così ancora l’apostolo Giuda Taddeo: Gd 3-8.12-13.17-23. E infine l’Apocalisse: Ap 2,2-6; Ap 2,14-16; Ap 2,19-26; Ap 14,9-12.

Che poi certe rivendicazioni di stampo modernista, alla guisa appunto di “diritti” ai Sacramenti senza alcuna condizione, abbiano uno stampo “ideologico”, promosse da ristrette oligarchie (anche se fanno tanto rumore, pure nei Sinodi, come in Germania) ma assai lontane dalla realtà effettiva, potrebbe essere testimoniato anche da questa semplice e persino ironica considerazione. 
Strano infatti che si senta rivendicare il diritto di Confessarsi e fare la Comunione, anche quando ne mancano le condizioni, quando la stragrande maggioranza della gente (persino cattolica) vive tranquillamente quasi tutta la vita lontana dai Sacramenti; che rivendichino il Matrimonio cristiano gli omosessuali, quando la maggior parte delle coppie oggi sceglie di convivere o di sposarsi solo civilmente; che alcune donne rivendichino per loro il Sacramento dell’Ordine (diaconato, sacerdozio, episcopato) quando le vocazioni sacerdotali sono andate in questi decenni in picchiata e in certe diocesi completamente sparite! Evidentemente si tratta appunto di derive e rivendicazioni di tipo sociale (non certo per fare la volontà di Dio!) e di stampo illuminista (“uguaglianza”  come fare le stesse cose).


Si parla quindi di una sorta di diritto alla Confessione (anche senza pentimento e proposito di non più peccare) e alla Comunione (anche senza essere in grazia di Dio)!
Ecco perché sentiamo dire addirittura da Francesco che è “da delinquenti non assolvere tutti!” e che l’Eucaristia non è il sacramento dei “perfetti”!


Soffermiamo allora ancora la nostra attenzione su questi tre Sacramenti: Penitenza, Eucaristia e Matrimonio.

Per il Battesimo siamo passati da una semplice tradizione o usanza (un’occasione per una festa di famiglia) o anche qua al diritto di averlo senza alcuna condizione (ad esempio la fede dei genitori o dei padrini; magari chiedendo il Battesimo e rifiutando il Matrimonio, in una sorta di supermercato dei Sacramenti dove prendi o lasci quello che vuoi!), al banale e satanico “deciderà lui/lei” da grande, quasi che il Battesimo sia una sorta di tessera di partito o di un club, oltre ovviamente ad essere sparita la consapevolezza del “peccato originale” (infatti non se ne parla più, neppure dai preti, neanche in tale circostanza).
La Prima Comunione viene particolarmente festeggiata, ma dovrebbe essere appunto semplicemente la “Prima” di una serie di Comunioni che accompagna tutta la vita, fino all’ultima (il Viatico); invece è in genere divenuta una festa pagana dell’infanzia, un pretesto per fantasmagoriche feste e regali e per essere spudoratamente smentita già la domenica seguente!
Invece la Cresima, non essendo riuscita ad ottenere un grande impatto commerciale (feste e regali), è infatti già quasi dimenticata.
Il Sacramento dell’Ordine (che ha tre gradi: diaconato, presbiterato ed episcopato), da qualche decennio è totalmente in picchiata come domanda; e magari ciò ha contribuito ad abbassare il livello dell’offerta, per usare un’impropria analogia commerciale, per cui nei Seminari, quasi totalmente deserti o già chiusi da tempo, c’è il rischio che entri di tutto, per poi dopo qualche anno piangere sugli scandali, gli abusi, gli abbandoni, per non dire della riduzione del Sacramento ad una sorta di tessera, guadagnata con qualche esame su teologie spesso eretiche, per poi praticare “servizi sociali” o tuttalpiù “pastorali”. Se il Concilio, che ha ridotto il sacerdozio ad un ministero simile al “pastore” protestante (e la S. Messa da “Sacrificio” di Cristo a qualcosa di simile alla “Cena” luterana o nei continui abusi liturgici persin peggio), ha cercato di ridare ossigeno al Diaconato riammettendo anche gli sposati, come “diaconi permanenti” (in una sorta di “clericalizzazione” dei laici parallela alla “laicizzazione” dei preti), ora, mentre si è cercato di far accedere gli uomini sposati anche al presbiterato (cfr. Sinodo per l’Amazzonia), sono fortissime le pressioni per ammettere anche le donne al diaconato (equivocando su certe cosiddette “diaconesse” delle comunità cristiane primitive, che invece non erano assolutamente “ordinate” tali, ma compivano in genere servizi specie per le catecumene e neofite donne, visto che il Battesimo degli adulti si riceveva in genere per immersione e nudi e non era proprio decente che a tale svestizione provvedessero dei ministri maschi); e tutto ciò nell’ottica laica e modernista delle “rivendicazione di pari diritti” e magari per “innescare processi” (come dice spesso Bergoglio), cioè per giungere, imitando i protestanti e gli anglicani, magari al livello del presbiterato e persino dell’episcopato [lo stesso Bergoglio ha fatto però notare, con un po’ d’amarezza, che Giovanni Paolo II ha posto un vincolo di divieto anche per il futuro (vedi), come è stato sempre nella Chiesa, pure ortodossa; comunque, visto che la dottrina non è roba da tenere in “naftalina”, ci si potrebbe anche aspettare di tutto]!
Il Sacramento dell’Unzione degli Infermi è invece quasi totalmente sparito (si è passati dalla paura non cristiana di spaventare il moribondo a non pensarci neanche lontanamente) o in alcune Parrocchie banalmente generalizzato in strane celebrazioni comunitarie alla stregua di un rito tra i tanti (e forse l’Olio degli infermi è considerato meno importante della “palma” della domenica delle Palme o delle “rose” per S. Rita)!

Ma soffermiamo dunque ancora la nostra attenzione, sia pur brevemente e solo per raccogliere qualche “parola” da colui che dovrebbe “confermare i fratelli nella fede” (cfr. Lc 22,32) sui Sacramenti della Penitenza (Confessione), dell’Eucaristia (specie riguardo alla S. Comunione) e del Matrimonio (che il Signore Gesù ha voluto espressamente come “unico e indissolubile”, cfr. Mc 10,2-12).




Il Sacramento della Penitenza (o Confessione)

Il Sacramento della Penitenza o Confessione, necessario per ricevere il perdono dei “peccati mortali” (vedi quali sono, nello Schema per fare bene un esame di coscienza, dedotti dal Catechismo della CC) commessi dopo il Battesimo (utile e raccomandato anche per i “peccati veniali” e per il proprio continuo cammino di conversione), è appunto il Sacramento della nostra conversione: per il rientro nella vita di Dio dopo un lungo periodo di allontanamento, o per ricevere comunque il perdono dei peccati mortali commessi ed anche come enorme aiuto spirituale per il proprio continuo cammino di conversione. Non si tratta di un semplice colloquio spirituale (tanto meno per affrontare problemi psicologici o vaste questioni esistenziali; per sé neppure per fare la “direzione spirituale”; per questo ci possono essere momenti appositi e con più tempo). Si tratta appunto di un Sacramento (vedi), cioè di un’opera di Dio, che agisce nella nostra anima e la trasforma!

Non è dunque un diritto, ma un dovere morale; e richiede determinate condizioni. Esse sono 5:

1) occorre fare bene l’esame di coscienza (vedi), per riconoscere bene i peccati commessi, specie quelli mortali (che non corrispondono al sentire comune né ad un giudizio personale, ma secondo la Parola di Dio e l’insegnamento ufficiale e perenne della Chiesa); si tenga presente tutto il periodo dall’ultima Confessione o se avessimo memoria di peccati non confessati in precedenza;
2) occorre un serio pentimento dei peccati commessi;
3) occorre il serio e fermo proposito di non commetterli più, con l’aiuto di Dio (grazia, preghiera, ecc.) e lo sforzo fermo della propria volontà, respingendo anche tutte quelle occasioni che possono spingerci al peccato;
4) occorre accusare esplicitamente davanti al sacerdote (ministro di Cristo e della Chiesa) tutti i peccati commessi (e possibilmente anche quante volte sono stati commessi); si possono brevemente descrivere anche certe circostanze, che possono avere aumentato o diminuito la gravità del peccato; se non siamo conosciuti dal Confessore si deve anche brevemente descrivere il proprio stato di vita (perché esistono anche i doveri propri di ciascuno stato di vita, età, vocazione, professione, scelte fondamentali, carismi e compiti ricevuti da Dio; [si eviti in proposito l’espressione “compagno/a”, che è purtroppo diventata usuale (segno ulteriore della scristianizzazione in atto), ma che non dice nulla della propria situazione morale (fidanzato? convivente? sposo? sposo civile? nuova unione dopo la fine di un matrimonio?)];
A questo punto il Confessore può anche dare qualche consiglio spirituale (anche chiedere chiarimenti, se la situazione morale non risulta chiara o non pare ci sia pentimento e proposito sincero). L’essenziale è che dia (a nome di Gesù, “in persona Christi”) l’assoluzione, cioè il perdono dei peccati confessati. Se mancano le suddette condizioni l’assoluzione non può essere data (rimarrebbe comunque invalida, cioè nulla)!. Se si fossero nascosti volontariamente uno o più peccati mortali commessi tale Confessione sarebbe anche “sacrilega”;
5) rimane infine l’obbligo della “soddisfazione” (o “penitenza”), cioè qualche azione o preghiera che dia segno della nostra gratitudine a Dio per il Suo perdono e della nostra conversione dal peccato alla vita nuova in Cristo.

Si tenga appunto presente che se si mentisse davanti al sacerdote, ad esempio nascondendo dei propri peccati mortali o simulando il pentimento e il proposito fermo di non più commetterli, tale Confessione sarebbe non solo “nulla” (come non ci fosse stata, quindi senza ricevere il perdono di Dio) ma essa stessa “peccaminosa” e “sacrilega” (ricordiamo che di fronte a Dio nessuno può mentire, perché egli ci conosce perfettamente, più di noi stessi, fin nei nostri pensieri e nel più profondo della nostra coscienza)! Allo stesso modo, qualora nel penitente non ci fossero le condizioni richieste per essere assolto e ciò fosse chiaro anche al sacerdote (che in Confessione, oltre che “ministro della misericordia” è anche “giudice”), egli (il sacerdote), anche se assolvesse (come si invita diabolicamente a fare oggi!), la sua assoluzione sarebbe “nulla”; sarebbe magari considerato un prete tanto bravo e misericordioso, ma invece ci avrebbe ingannato e danneggiato e proprio nelle realtà più profonde e decisive della nostra anima (questo sì “è da delinquenti”!).


Che il “mandato” e il potere spirituale di “rimettere i peccati” dato da Gesù agli Apostoli (e ovviamente ai loro legittimi successori, i vescovi e in modo ad essi subordinato ai sacerdoti, mediante l’ininterrotta “successione apostolica” e il sacramento dell’Ordine, altrimenti dopo la morte degli Apostoli Gesù avrebbe dovuto tornare di nuovo sulla Terra per donare il suo perdono alle nuove generazioni!) preveda anche la possibilità, se ne mancano appunto le condizioni, di non perdonare (non assolvere), è chiaro appunto nelle stesse parole di Gesù (Gv 20,23).
Gesù parla di non possibilità di perdono ad es. anche in Mt 12,32 e Mc 4,12), ammonisce i peccatori perdonati di non peccare più (cfr. ad es. Gv 5,14 e Gv 8,11) e parla persino di un peccato che non può essere perdonato (la “bestemmia contro lo Spirito Santo”, cioè il non credere all’opera di Dio e il suo rifiuto; cfr. Lc 12,19). Vi accenna anche S. Paolo, nelle sue indicazioni “pastorali” a Tito (cfr. Tt 3,11).

Così sarà rimarcato in tutta la storia della Chiesa, nella costante Tradizione e nel perenne Magistero, persino attraverso le perentorie formule emerse dai Concili (si veda ad esempio nel Concilio di Trento), dal Codice di Diritto Canonico, dal Catechismo (vedi CCC, nn. 1450-1470), dalle stesse Rubriche liturgiche del Sacramento della Penitenza!



Gravi equivoci sulla misericordia
È quindi paradossale, sconcertante, contro la stessa volontà di Dio e il costante insegnamento della Chiesa, aver sentito dichiarare da Bergoglio (e in questo caso non in una conferenza stampa a braccio su un aereo ma nientemeno che in un’Udienza ufficiale di Rettori e formatori di Seminari dell’America latina!) che sono “delinquenti i preti che non assolvono”! (10.11.2022, vedi).
Abbiamo già altrove sottolineato i continui equivoci (in realtà eresie conclamate) sulla “misericordia” di Dio (“Dio perdona sempre e comunque!”, leggi), anche senza pentimento e desiderio di conversione!

S’è persino inventato un Anno Santo straordinario della Misericordia (2015/2016), che ha creato confusione e persino l’impressione di abusi e inflazione di queste iniziative eccezionali (con tanto di aperture e chiusure delle “Porte Sante” delle 4 Basiliche papali romane, che ne riportano, almeno fino al prossimo e ormai imminente Giubileo del 2025, il ricordo nelle lapidi che le sormontano), un’iniziativa che è stata peraltro un vero e proprio flop (oltre ad essere incredibilmente iniziato la sera dell’8.12.2015 con quelle terribili immagini proiettate sulla facciata di S. Pietro, di cui abbiamo già parlato, con sconcerto e persino con una sensazione satanica (vedi e ascolta) (ed era la sera dell’Immacolata)!
Strano poi che in questo insistere continuamente e in modo abnorme sulla “misericordia” (all’inizio forse qualcuno poteva ancora interpretarla come un invito dolce alla conversione e a tornare con fiducia a Dio!) non si citi mai l’Apostola della Misericordia, secondo le apparizioni stesse di Gesù: Santa Faustina Kowalska.
Si ricordi poi quanto diceva in proposito S. Alfonso M. de Liguori, uno dei Padri della teologia morale e dei Confessori: “Porta all’inferno più questa eresia sulla misericordia che i peccati stessi”.
Quanto volte poi S. Padre Pio da Pietrelcina negava l’assoluzione e perfino cacciava con severità quei penitenti che avvertiva (anche con una grazia speciale di visione delle anime e di discernimento) senza il pentimento, il proposito di non più peccare o perfino nascondendo dei peccati! Era anche lui un “delinquente”?!


Sulle situazioni stabili di peccato
L’impossibilità di assolvere i peccati non è data dunque tanto dalla gravità del peccato, né dalle possibili nuove ricadute anche nello stesso peccato (in questo la “misericordia” divina è davvero infinita!), ma dall’assenza della volontà di conversione (questo è appunto il Sacramento della penitenza o conversione), cioè dal non voler abbandonare il peccato per seguire Cristo nella vita nuova della “grazia”. In tal caso verrebbero infatti a mancare due condizioni necessarie per essere assolti (pentimento e proposito di non più peccare). Si comprende del resto abbastanza facilmente che una richiesta di perdono senza quelle due condizioni sarebbe ultimamente falsa: visto che il peccato è comunque un “veleno dell’anima” (a meno che non ci si ostini a considerarlo un “bene”, sostituendosi “diabolicamente” al giudizio di Dio, indicato dalla Parola di Dio e trasmesso fedelmente dal costante insegnamento della Chiesa), nessuno intelligentemente prevederebbe ad esempio di bere di nuovo un micidiale veleno dopo aver fatto una sorta di “lavanda gastrica” per averlo bevuto ed essere stato salvato “in extremis” al Pronto Soccorso!


La questione delle unioni sessuali stabili al di fuori del Sacramento del Matrimonio
Rientra in questo quadro morale (situazioni stabili di peccato), e quindi nell’impossibilità di essere assolti, chiunque (ovviamente battezzato) vive stabilmente in modo coniugale (cioè con rapporti sessuali) al di fuori del Matrimonio sacramento (unico e indissolubile) voluto e donato da Gesù (cfr. Mc 10,9; con le grazie relative e necessarie, che durano per tutta la vita): cioè i conviventi (sia come stabile scelta di vita ma anche come scelta provvisoria, magari in attesa del Matrimonio), gli sposi solo civili, i divorziati riaccompagnati.
Nonostante che in questi ultimi anni, specie in Occidente ma ormai anche in Italia (centro della Cattolicità), tali situazioni stiano sempre più diventando la “normalità” (tanto da non fare neppure più scandalo, se non nei piccoli che crescono e potrebbero pensare che ciò sia normale), esse conservano tutta la loro gravità agli occhi di Dio, un chiaro rifiuto del Suo disegno d’amore, della Sua grazia e della Sua volontà. Per di più, a differenza degli altri peccati per così dire “occasionali”, tali situazioni di peccato sono appunto stabili (per un certo tempo o definitivamente) e pubbliche!
Particolarmente difficile e gravosa è la questione dei divorziati (da matrimonio cristiano) e riaccompagnati (si dice in genere “risposati”, ma non lo sono agli occhi di Dio, infatti al massimo sono sposi civili, se non semplici conviventi o coppia di fatto), situazioni appunto drammaticamente sempre più diffuse se non addirittura generalizzate (pur essendo in aperta opposizione alla volontà di Dio, ribadita con fermezza da Gesù stesso, cfr. Mt 5,27-32).
Normalmente si sente parlare della tanto dibattuta possibilità o meno di “fare la Comunione” in queste condizioni. In realtà, visto che la Comunione si deve ricevere “in grazia di Dio”, cioè senza peccati mortali nell’anima, la questione riguarda invece la Confessione. L’assoluzione dei peccati, come abbiamo appena ricordato, richiede infatti il pentimento e il proposito di non più peccare; che in questi casi rimane di fatto impossibile (appunto per la stabilità della situazione di peccato).
[Torneremo tra poco su questo, in riferimento al Sacramento del Matrimonio]

Ricordiamo qui solo certe espressioni, sconcertanti anche se sembrano tanto belle, accoglienti e caritatevoli dell’Esortazione Apostolica post-sinodale (2016) Amoris Laetitia, specie quelle riportate subdolamente nelle Note del controverso Capitolo 8°, tanto decisive quanto dirompenti nell’introdurre radicali ed eretici cambiamenti, non solo “pastorali” (anche se così sono mascherati) ma persino “dottrinali” e “morali” (in particolare la nota 351): dopo aver detto che “il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave” (nota 336), nella nota 351 si giunge appunto ad affermare che “in certi casi (di divorziati riaccompagnati!) ci potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti” e si ricorda ai sacerdoti confessori che “il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore” e “che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli»” (due citazioni di se stesso). Si conclude quindi con un rimprovero ai Confessori che “esigono dai penitenti un proposito di pentimento senza ombra alcuna, per cui la misericordia sfuma sotto la ricerca di una giustizia ipoteticamente pura […] mentre la prevedibilità di una nuova caduta «non pregiudica l’autenticità del proposito»”.
Insomma: sotto il pretesto che non si sa se soggettivamente ci sia colpa grave (è vero: questo lo sa solo Dio! ma allora non si sa mai se c’è peccato o no?), che la Confessione non deve essere una tortura (si deve dare per scontato che c’è il pentimento e il proposito, anche se smentiti dai fatti?), che la Comunione non per i perfetti (ma è moralmente obbligatorio riceverla solo se si è “in grazia di Dio”, altrimenti si potrebbe mangiare persino la propria condanna, cfr. 1Cor 11,29) e che non si sa se il pentimento e il proposito di non più peccare sia perfetto (ma se si vive in una situazione stabile di peccato il proposito non c’è proprio, a meno che non si faccia il proposito di vivere in castità perfetta e se non c’è alcuna possibilità di tornare al proprio originario e vero Matrimonio cristiano), di fatto si afferma che anche in questa situazione (oggettivamente moralmente grave) ci si può Confessare e fare la Comunione.
Praticamente si ammette, in modo contrario al costante e  bimillenario insegnamento della Chiesa, che un grave peccato (“intrinsece malum”) in certe condizioni può diventare un “bene”! 
Questo era lo scopo subdolo di due Sinodi sulla famiglia; per questo non si è nemmeno risposto o aperto la porta a Cardinali che sollevarono in merito gravi dubbi dottrinali e morali (i famosi Dubia), come anche ad altre richieste di chiarimento. Nonostante la confusione generale e le opposte laceranti interpretazioni di tale nota (nascosta astutamente tra centinaia di pagine), che questo fosse l’intendimento di Francesco è stato poi chiaramente espresso a dei Vescovi argentini e, per evitare dubbi, tale risposta è stata fatta inserire solennemente tra i Documenti ufficiali della Santa Sede (cfr. Acta Apostolicae Sedis, volume 2016/10, pp. 1071/1074 – vedi).




Il sacramento dell’Eucaristia

Nella deformazione “modernista” della fede, della dottrina, della Chiesa e quindi anche della Liturgia, tutto il “soprannaturale” viene in qualche modo reciso e appiattito sull’immanenza.
Così, perfino il sacramento dell’Eucaristia, cioè il modo più alto ma anche “concreto” della presenza di Gesù Cristo risorto tra noi, con il Suo corpo, sangue, anima e divinità, viene a ridursi e coincidere solamente col “noi” della Chiesa, della comunità, persino della singola assemblea eucaristica.
Per questo, anche la consapevolezza del rinnovarsi sull’altare (in modo incruento) dell’unico Sacrificio di Cristo (aspetto detestato da Lutero e ormai anche da gran parte della Chiesa Cattolica!), cioè della Croce, si riduce appunto all’aspetto della Cena del Signore: da cui l’idea dell’altare e del sacerdote voltati “coram populo”, dell’altare più come tavola della Cena (mensa) piuttosto appunto che altare per il Sacrificio, del sacerdote come ministro della comunità (e presidente dell’assemblea liturgica) più che come sacerdote che offre al Padre l’unico e perfetto Sacrificio del Figlio.
Insomma la direzione e la centralità si è spostata dal “Tu” di Dio al “noi” della comunità.
Si è giunti persino a dire che senza la comunità il sacerdote non poteva neppure celebrare; con ciò dimenticando tra l’altro che durante la S. Messa, nel mistero ma realmente, oltre alla Presenza della SS.ma Trinità, di Maria SS.ma, al coro degli Angeli e dei Santi, è presente anche tutta la Chiesa “militante” (ancora pellegrina sulla Terra), “purgante” (in Purgatorio) e ovviamente “trionfante” (il Paradiso).
Anche la decentralizzazione del “tabernacolo” è segno eloquente di questo spostamento di orizzonte: solo per la “riserva” eucaristica e non Presenza costante di Cristo da adorare (spariti anche gli inginocchiatoi e la dimensione del silenzio in chiesa). Quando infatti la S. Messa finisce (finita cioè la liturgia-spettacolo!) l’assemblea si comporta come al cinema o teatro quando termina la rappresentazione. Quasi impossibile, anche se uno volesse, prolungare il ringraziamento e l’adorazione eucaristica.

L’Eucaristia (il fare la Comunione) viene sempre più inteso non come ricevere Cristo stesso (condizione per poter partecipare alla vita stessa della SS.ma Trinità, cioè alla vita eterna del Paradiso; cfr. Gv 6,35.41.48-58), ma come semplice partecipazione completa al Rito, persino come partecipazione alla Comunità (da cui non si deve escludere nessuno)!

Abbiamo già sopra ascoltato Bergoglio (il 15.09.2021), a proposito della Comunione da dare o non dare (al Presidente USA come ad altri cattolici pubblicamente noti per scelte non cattoliche), far erroneamente coincidere il poter o non poter ricevere la Comunione con l’essere o non essere “in comunità”: “Io mai ho rifiutato l’Eucaristia, a nessuno, a nessuno! … Andiamo a quella persona che non è nella comunità, non può fare la Comunione, perché sta fuori dalla comunità, e questa non è una pena. No, tu stai fuori. La Comunione è unirsi alla comunità. Ma il problema non è teologico, il problema è pastorale … Cosa deve fare il pastore? Essere pastore. Essere pastore e non andare condannando, non condannando: essere pastore… con lo stile di Dio. E lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza … Un pastore che non sa gestire con lo stile di Dio, se esce da questa pastoralità della Chiesa, immediatamente diventa un politico … Ma si può dare o non si può dare? È casistica … come la tempesta che si è armata con Amoris laetitia … sempre questa condanna, condanna… Basta con la scomunica, per favore non mettiamo più scomunica. Povera gente, sono figli di Dio”.

Insomma, si fa erroneamente coincidere il (poter) fare o non fare la Comunione con l’essere o non essere nella comunità; e poiché la comunità non deve escludere nessuno (deve essere inclusiva!), nessuno deve essere escluso dalla Comunione!
Francesco sottolinea quindi spesso che l’Eucaristia “non è il sacramento dei perfetti”, “non è un premio per i buoni, ma è la forza per i peccatori”!
Questa è una caricatura, una falsità: “essere in grazia di Dio” non significa affatto essere “buoni” o “perfetti”; ma essere in quel momento, in cui si riceve Cristo nel Sacramento, senza peccati mortali nell’anima (o perché non si sono commessi o perché confessati e assolti prima di riceverLo); e non è l’Eucaristia che toglie i peccati mortali (si dice che è un sacramento “dei vivi” e non “dei morti” spiritualmente) ma la Confessione.  

Se già S. Paolo ricorda con fermezza che chi riceve “indegnamente” il Corpo di Cristo “mangia la propria condanna” (quindi non solo non fa bene ma fa male alla propria anima!) (cfr. 1Cor 11,29), è dottrina sicura e sempre confermata dalla Chiesa che la Comunione si riceve “in grazia di Dio” [cfr. Concilio di Trento (Sessione XIII, cap 7), Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1415); Codice di Diritto Canonico (can. 915-917)]

Nonostante che la Riforma protestante abbia una concezione totalmente differente (ed eretica) dell’Eucaristia (Lutero, non credendo alla persistenza della presenza di Cristo nelle particole dopo la Cena, in modo provocatorio giunse a darle in pasto agli animali!) e persino tra le stesse diverse sedicenti Chiese della Riforma ci siano lotte e grandi diversità nell’intenderla (vedi) – in altro modo ancora, in certi casi più vicino all’autentica concezione cattolica, si concepisce l’Eucaristia da parte della Chiesa anglicana (vedi) – l’imperante spirito “ecumenico” (a dire il vero specialmente da parte cattolica!) conduce sempre più a parlare erroneamente persino di “ospitalità eucaristica” (!) ed a “sognare” (ma in certi casi si fa già!) l’inter-comunione.
Con ciò emerge appunto che non si coglie più la centralità della questione della fede (della verità) ma dell’unità!

Passiamo dunque dai Cattolici che “pretendono” (un diritto? senza doveri?) di ricevere l’Eucaristia pur perseverando in una situazione stabile di peccato, all’inter-Comunione con altre Confessioni cristiane (“ospitalità eucaristica”).

[Si tenga presente che semmai, in via eccezionale, ciò può valere non per le Chiese protestanti (oltre che “scismatiche” anche gravemente “eretiche”, anche riguardo all’Eucaristia) ma per le Chiese ortodosse, che, pur scismatiche, mantengono la successione apostolica e la giusta dottrina, anche riguardo all’Eucaristia (anzi, le loro liturgie hanno mantenuto una solennità e sacralità quasi sempre invece scomparse dalle liturgie cattoliche!)]

A proposito dell’inter-Comunione (eucaristica) coi Protestanti, si ascolti questo sintomatico intervento di Francesco, nel più puro stile “bergogliano” (dire e non dire, “sì … però, ma anche …”):

Durante la visita alla Christuskirche, chiesa dei luterani di Roma, una signora protestante chiede a Francesco se può fare la Comunione col marito cattolico. Questa (vedi) l’esilarante risposta di Francesco, subito osannata dei media e scrittori cattolici e protestanti, come “apertura” appunto alla ”inter-comunione”:
“Alla domanda sul condividere la Cena del Signore non è facile per me risponderle, soprattutto davanti a un teologo come il cardinale Kasper! Ho paura! … Il Signore ci ha detto ‘Fate questo in memoria di me’. E quando condividiamo la Cena del Signore, ricordiamo e imitiamo, facciamo la stessa cosa che ha fatto il Signore Gesù. La Cena del Signore ci sarà, il banchetto finale nella Nuova Gerusalemme ci sarà, ma questa sarà l’ultima. Invece nel cammino, mi domando – e non so come rispondere, ma la sua domanda la faccio mia – io mi domando: condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme? Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono. È vero che in un certo senso condividere è dire che non ci sono differenze fra noi, che abbiamo la stessa dottrina – sottolineo la parola, parola difficile da capire – ma io mi domando: ma non abbiamo lo stesso Battesimo? E se abbiamo lo stesso Battesimo dobbiamo camminare insieme … Quando Lei si sente peccatrice – anche io mi sento tanto peccatore – quando suo marito si sente peccatore, Lei va davanti al Signore e chiede perdono; Suo marito fa lo stesso e va dal sacerdote e chiede l’assoluzione. Sono rimedi per mantenere vivo il Battesimo [ndr: sono la stessa cosa?]. Quando voi pregate insieme, quel Battesimo cresce, diventa forte; quando voi insegnate ai vostri figli chi è Gesù, perché è venuto Gesù, cosa ci ha fatto Gesù, fate lo stesso, sia in lingua luterana che in lingua cattolica, ma è lo stesso. La domanda: e la Cena? Ci sono domande alle quali soltanto se uno è sincero con sé stesso e con le poche luci teologiche che io ho, si deve rispondere lo stesso, vedete voi. … Alla sua domanda le rispondo soltanto con una domanda: come posso fare con mio marito, perché la Cena del Signore mi accompagni nella mia strada? È un problema a cui ognuno deve rispondere. Ma mi diceva un pastore amico: ‘Noi crediamo che il Signore è presente lì. È presente. Voi credete che il Signore è presente. E qual è la differenza?’ – ‘Eh, sono le spiegazioni, le interpretazioni…’. [ndr: Non c’è alcuna differenza tra la cena luterana e la S. Messa Cattolica? solo interpretazioni … ma la vita è più grande] La vita è più grande delle spiegazioni e interpretazioni. Sempre fate riferimento al Battesimo: ‘Una fede, un battesimo, un Signore’, così ci dice Paolo, e di là prendete le conseguenze. Io non oserò mai dare permesso di fare questo perché non è mia competenza. Un Battesimo, un Signore, una fede. Parlate col Signore e andate avanti. Non oso dire di più”.


Arriviamo alla Comunione agli Ebrei?
Si tratta evidentemente di un caso isolato, quasi una barzelletta (anche se non si scherza sulle realtà più sacre e sante che ci siano); comunque si tratta di un fatto, accaduto a Bergoglio e sintomatico di cosa intenda per Eucaristia e fare la Comunione!

Si tratta anche in questo caso di una conferenza stampa aerea [15.09.2021: nel volo di ritorno dal viaggio a Budapest e Slovacchia (12-15.09.2021) (vedi), di cui abbiamo già parlato in riferimento al 5° Comandamento]:
“No, io mai ho rifiutato l’Eucaristia a nessuno, a nessuno… E questo già da prete… Semplicemente, l’unica volta che ho avuto un po’… una cosa simpatica, è stato quando sono andato a celebrare Messa a una casa di riposo ed eravamo nel salotto e ho detto: “Chi vuole fare la Comunione, alzi la mano”: tutti, i vecchietti, le vecchiette, tutti volevano la Comunione, e quando ho dato la Comunione a una signora mi ha preso la mano e mi ha detto: “Grazie, Padre, grazie. Sono ebrea…”. Io ho detto: “No… Anche quello che ti ho dato è ebreo… Avanti”!



Arriveremo alla Comunione “turistica”?
Ovviamente è una battuta. Ma di fatto a Lourdes s’è dato anche questo prudente avviso ai sacerdoti che distribuivano la Comunione: “occorre prestare attenzione a certi turisti, specie giapponesi, che visitano con viaggi organizzati anche il Santuario di Lourdes, non per fede (non essendo cristiani cattolici) ma appunto per turismo; perché talora, trovandosi a partecipare anche alle belle celebrazioni eucaristiche, pensano che sia segno di rispetto andare anche loro a fare la Comunione come gli altri (anche se non sanno neppure cos’è).
Chissà se, in base ai criteri sopra descritti, non si arrivi un giorno anche alla Comunione per “ospitalità turistica”?!




Due osservazioni …
sul Giovedì Santo (istituzione dell’Eucaristia)
e la solennità del Corpus Domini


Come dovrebbe esser noto, la S. Messa del Giovedì Santo sera, con cui inizia il Triduo Pasquale, non è tanto la celebrazione della “lavanda dei piedi” (come oggi banalmente si dice nei media e forse anche in qualche chiesa), peraltro facoltativa nel Rito, ma è proprio la S. Messa “nella Cena del Signore” (in Coena Domini), che ci fa rivivere nel mistero l’Ultima Cena e quindi l’istituzione dell’Eucaristia e in fondo del sacerdozio stesso! Che sia la sera dell’istituzione dell’Eucaristia è espresso anche dal fatto che tale S. Messa solenne (che esprime all’Offertorio anche un gesto di carità cristiana) non si conclude con la Benedizione ma prosegue nella notte con l’Adorazione dell’Eucaristia, in un particolare tabernacolo predisposto in un altare o luogo particolare della chiesa o ad essa attiguo e dove i fedeli sostano in preghiera silenziosa (è pure tradizione, specie nelle città,  fare la visita eucaristica anche in più chiese).
A Roma, era tradizione che il Papa, dopo aver celebrato la mattina la “S. Messa del crisma” nella basilica di S. Pietro in Vaticano, celebrasse alla sera la S. Messa “in Coena Domini” nella sua cattedrale (di Roma), cioè in S. Giovanni in Laterano.
Ebbene, Francesco, fin dal primo anno (2013, pochi giorni dopo la sua elezione), non ha mai celebrato tale importantissima S. Messa in S. Giovanni in Laterano, ma l’ha sempre celebrata privatamente in qualche istituto per persone emarginate (o carceri), mettendo soprattutto l’accento non sull’Eucaristia ma appunto sulla “lavanda dei piedi” di 12 poveretti. Anche in questo si rivela tutta l’accentuazione della sedicente “Chiesa di Francesco”!
Inoltre, contrariamente alla memoria del gesto di umiltà e carità che N. S. Gesù Cristo ha compiuto sui 12 Apostoli, Francesco ha anche disposto (per tutta la Chiesa) che tra le 12 persone scelte per questo ci possano essere anche donne; nelle sue scelte, oltre alle donne, ha anche voluto ci fossero anche non cristiani (vedivedivedi).
Si potrebbe anche notare come in tale rito non abbia mai mostrato particolari difficoltà fisiche ad inginocchiarsi [l’ha fatto incredibilmente persino davanti a personalità politiche (vedi il bacio dei piedi di capi politici del Sud Sudan, con grande loro imbarazzo)], cosa che invece non ha mai voluto fare davanti all’Eucaristia! (vedi)



Nella solennità del Corpus Domini – che Giovanni Paolo II volle rimettere anche a Roma al giovedì (della seconda settimana dopo Pentecoste), come era in tutta Italia fino al 1977 (vedi), riattivando anche la Processione eucaristica (pur essendo un giorno feriale) in via Merulana (da S. Giovanni in Laterano, dopo la Celebrazione della S. Messa sulla piazza, a S. Maria Maggiore), con grande concorso di popolo, cui partecipò, con immenso sacrificio fisico (vedi), fino alla fine (2004).
Questa solenne processione pubblica col SS.mo Sacramento (Gesù stesso!) era l’unica cosa permessa anche nella Polonia sotto il comunismo; e fino al 1978 vi risuonavano con forza le omelie del card. Wojtyla di Cracovia!
Francesco all’inizio non partecipò a tale Processione (vedi) (riapparendo alla fine per la Benedizione), poi è andato a celebrare anche la S. Messa in luoghi periferici. Tutto ciò decretando praticamente la fine di questa gloriosa tradizione, riaccesa con tanta fatica ed insistenza da Giovanni Paolo II.





Il sacramento del Matrimonio

Se è in atto un apocalittico e diabolico attacco mondiale contro la “famiglia”, cardine della società e della stessa vita ecclesiale, non solo a livello culturale ma persino politico ed economico – ricordiamo le sopra menzionate parole della Madonna riferite qualche decennio fa da Lucia di Fatima al card. Cafarra – possiamo riconoscere che proprio il sacramento del Matrimonio rischia di essere disintegrato, sia nel non sceglierlo (a favore di matrimoni solo civili o semplici convivenze e unioni di fatto; mentre i Battezzati hanno da Gesù stesso il gravissimo obbligo morale di sceglierlo, come unica forma di unione, ovviamente tra maschio e femmina, e unico ambito dove sono leciti i rapporti sessuali!), sia nel distruggerlo (quando invece agli occhi di Dio permane fino alla morte)!

Di fronte anche a questo attacco, la Chiesa attuale (è triste dire “attuale”, perché essa dovrebbe essere sempre la stessa, tanto più su contenuti che provengono da Dio stesso!), mentre sembra non accorgersi che la grande causa di tutta questa crisi generale sta nella “perdita della fede” autentica, più che offrire la “medicina” che proviene dalla grazia di Dio (che risana, rinnova e sostiene), ancora una volta pare porsi all’inseguimento del mondo e delle nuove ideologie, pensando perfino di benedirle!



Ricordiamo anzitutto alcuni punti dell’autentica fede (dottrina) in merito.

Gesù Cristo, anche sul tema dell’amore uomo-donna, del matrimonio e della stessa sessualità umana, porta non solo a compimento e perfeziona l’Antico Testamento, ma fonda sul Suo stesso amore, sulla “nuova Alleanza” nel Suo Sangue, anche il matrimonio, rendendolo così “unico e indissolubile” (anche per il maschio, a differenza dell’A. T.*) e addirittura “sacramento”, cioè con la “grazia” di un Suo intervento soprannaturale e perenne.
Al contempo Gesù fonda, sia per i maschi che per le femmine, anche un’altra chiamata (vocazione), quella di una totale dedizione a Dio che si esprime nella castità perfetta per il Regno di Dio, come Gesù stesso ha vissuto e testimoniato!
Si tratta di novità radicali, che lasciano inizialmente sconcertati anche gli stessi Apostoli.

* Nell’Antico Testamento, oltre ad una minor considerazione della donna rispetto all’uomo, rimane abbastanza ovvio che l’uomo possa avere anche più mogli e persino concubine, mentre ciò sarebbe peccato/reato, persino perseguibile con la pena di morte, per la donna. In fondo è quanto è rimasto nell’Islam fino ad oggi. Però nella mentalità dominante, anche nei tempi moderni e pure nei Paesi sedicenti cristiani, persiste comunque l’idea di una doppia morale sessuale (anche se non a livello giuridico), per cui se una femmina si comporta in un certo modo viene considerata “poco seria”, mentre per il maschio viene considerato segno di lodata virilità. E se oggi, sulla scia del femminismo e della rivoluzione sessuale del ’68 (vedi), s’è realizzata una maggiore uguaglianza, essa non si è declinata nel portare anche il maschio a livello di virtù (purezza, castità) in genere più naturali nella femmina, ma al contrario ha portato la femmina a livello di vizi (di sregolatezza sessuale) in genere più diffusi nel maschio! 
Quindi, che la morale sessuale cristiana (vedi) riguardi allo stesso modo l’uomo e la donna (prima e dopo il matrimonio) è tuttora uno “scandalo” per la mentalità dominante e crea in genere sconcerto e opposizione.

Ecco la novità cristiana, che non è però un’opinione o una credenza tra le tante ma la verità stessa (essendo manifestata da Dio) del matrimonio e dell’amore uomo-donna, come della stessa sessualità. Gesù fonda sul Suo amore, addirittura su un Suo sacramento, il matrimonio come uno (cioè con una sola persona, di sesso opposto), tanto per l’uomo come per la donna, e lo rende perenne (indissolubile) per entrambi; così che chiama “adulterio” qualsiasi altra unione, persino anche solo desiderata (Mt 5,27-32). Questa è una novità che lascia appunto inizialmente sconcertati e con qualche obiezione persino gli stessi Apostoli.
È poi assai significativo, e rimane un caso più unico che raro sulle labbra di Gesù, che Egli, pur rinnovando anche questo fondamentale aspetto della vita umana, radichi tale norma morale addirittura nella “creazione” (citando espressamente Genesi) e quindi potremmo dire nella “natura” stessa dell’uomo, sia maschio che femmina, come Dio l’ha creata. E se, come pare obiettino gli Apostoli, nell’A. T. (Mosè, la Legge) veniva fatta qualche concessione (al maschio), Gesù afferma che ciò era dovuto alla “durezza del loro cuore” (sclero-cardia), cioè in fondo alla conseguenze del “peccato originale”, che Egli è venuto a Redimere con la Sua Croce e nei singoli cristiani nel Battesimo.
Quindi la classica espressione, spesso diffusa specialmente tra i maschi, che la “morale sessuale” cristiana sarebbe troppo severa e persino impossibile da vivere (la classica espressione “ma io sono un uomo!”, giocata per giustificare in qualche modo i peccati sessuali), è infondata, non solo perché tale legge morale è data come autentico “bene” dell’uomo (gli animali, che non potrebbero fare questo, sono ben regolati dalla natura secondo gli istinti), ma appunto perché Gesù stesso rivela che tale legge è inscritta invece proprio nella “natura” umana, cioè appunto nella creazione (potremmo rispondere alla classica obiezione: proprio perché siamo uomini, e non animali, dobbiamo seguire questa legge morale; se poi abbiamo, come doveroso, la “grazia di Dio”, ricevuta coi Sacramenti, alimentata dall’amore di Dio, dalla preghiera e dalla volontà ferma di non più peccare, allora tutto ciò si realizza in pienezza e con più facilità).

Si tenga presente che proprio l’idea di una presunta impossibilità di vivere una legge morale così alta (circa la sessualità e lo stesso matrimonio come unico e per sempre) si affaccia persino nella stessa Esortazione ap. Amoris Laetitia (cfr. nn. 298, 301, 302, 303), fino a ritenere non solo che in certi casi un gravissimo peccato (unione sessuale con un’altra persona dopo il matrimonio, che Gesù chiama “adulterio” come quello compiuto durante il matrimonio, che infatti agli occhi suoi persiste, cfr. Mc 10,11-12) sarebbe perfino lecito e addirittura un “bene” di fronte a Dio! (v. dopo).

Basterebbe questo richiamo di Gesù alla Creazione, cioè alla natura stessa dell’uomo, per smentire quella contestazione un po’ adolescenziale, ma che corriamo il rischio di portarci dietro quasi tutta la vita, alla morale sessuale cristiana e alla Chiesa,, che sarebbe “sessuofobia” o che impedirebbe di godere delle gioie del sesso se non della vita stessa. Obiezione che, inutile nasconderselo, tiene oggi più che mai la gioventù lontana dalla fede, derubata di ogni sensibilità religiosa e talora persino di una seria capacità di impegno nei compiti stessi della vita. Infatti, oltre al tracollo di impegni d’amore stabili e perenni, anche la tragica denatalità che si riscontra nell’Europa occidentale e soprattutto in Italia, risente pure di questo disimpegno nei confronti di una vera e integrale sessualità (senza volersi impegnare nella certo gravosa ma stupenda missione della generazione ed educazione di figli). 
Si potrebbe osservare che, se tale contestazione è più o meno presente nella nostra stessa “carne” – una natura che proprio in questo, come pure nell’aggressività specie maschile, fa sentire particolarmente le ferite del “peccato originale – essa è esplosa particolarmente nella modernità (vedi), nell’ateismo contemporaneo, fino alla “rivoluzione sessuale” del ’68 (vedi) e alle incredibili degenerazioni attuali (ideologie gender e Lgbtq+ comprese).
È quanto mai significativo che Benedetto XVI (di venerata memoria!), proprio come prima nota della sua prima enciclica Deus caritas est, 3, dedicata alla virtù teologale della “carità” e dove fin dall’inizio sottolinea gli equivoci sulla parola “’amore” oggi più che mai imperanti, abbia voluto riferirsi ad uno dei più drastici e rigorosi “padri” dell’ateismo contemporaneo: F. Nietzsche. Peraltro Nietzsche, contrariamente a quello che potrebbe apparire ad una lettura superficiale e specialmente giovanile, non fu affatto incline ad un libertinismo sessuale, da cui invece mette in guardia come nuova forma di schiavitù e di alienazione. Accusa però il cristianesimo (ed è questo a cui si riferisce la prima nota dell’Enciclica) anche di aver rovinato la sessualità, ritenendola “impura”. In realtà, se avesse compreso appieno il vero significato della morale sessuale cattolica (egli, in quanto figlio di un pastore protestante, ne ebbe invece una visione pessimistica luterana), come ad esempio emerge negli insegnamenti di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, avrebbe compreso che invece la fede cristiana ha promosso la vera dignità della sessualità umana, purificandola e difendendola da quelle degenerazioni che già il mondo greco e latino avevano conosciuto (persino in certi culti pagani)!
In merito ricordiamo i profondissimi insegnamenti di K. Wojtyla/Giovanni Paolo II: una vera teologia del matrimonio, dell’amore umano, dell’affettività, persino del corpo e della sessualità (cfr. Karol Wojtyla, Amore e responsabilità e Giovanni Paolo II, Uomo e donna lo creò. Catechesi sull’amore umano (alle Udienze generali 1979/1984).



L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto

È bene a questo punto citare per intero le parole stesse di Gesù (così come sono riportate dal Vangelo di Marco e di Matteo):

Mc 10,2-12:
“Avvicinatisi dei farisei, per metterlo alla prova, gli domandarono: “È lecito ad un marito ripudiare la propria moglie?”.
Ma egli rispose loro: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”.
Dissero: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di rimandarla”.
Gesù disse loro: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma all’inizio della creazione Dio li creò maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne.  L’uomo dunque non separi ciò che Dio ha congiunto”.
Rientrati a casa, i discepoli lo interrogarono di nuovo su questo argomento.
Ed egli disse: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio contro di lei; se la donna ripudia il marito e ne sposa un altro, commette adulterio”.

Mt 19,3-12:
“Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”.
Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”.
Gli obiettarono: “Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via?”.
Rispose loro Gesù: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così.
Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato*, e ne sposa un’altra commette adulterio”.
Gli dissero i discepoli: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”.
Egli rispose loro: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso.
Vi sono infatti eunuchi** che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca”.

* L’espressione “concubinato” (porneia), pur discussa dai teologi, non sta ad indicare un’eccezione all’indissolubilità del matrimonio, ma si riferisce ad una situazione non di matrimonio ma di “convivenza”, che può essere certamente sciolta (perché appunto non è un matrimonio) o farla accedere, se possibile, al matrimonio.
** A questo punto Gesù inserisce (secondo S. Matteo), con espressioni molto forti (“eunuco” è il maschio privato della capacità generativa), la novità evangelica della vocazione alla verginità consacrata (castità perfetta) per il Regno di Dio.

Dalle parole stesse di Gesù risulta dunque evidente che non solo l’unione carnale (sessuale, divenire “una sola carne”) può avvenire solo tra un maschio e una femmina e all’interno del Matrimonio fondato sul  Sacramento (è “Dio che congiunge”), ma che tale Matrimonio è esclusivo (monogamia assoluta, tanto per la donna come per l’uomo) e impedisce altre unioni carnali (che sarebbero “adulterio”) ed è “per sempre” (indissolubile). 
Tale unione è dunque opera di Dio; e nessuno può scioglierla!




Le due “vocazioni”

Nell’unica chiamata (vocazione) alla santità – cioè alla partecipazione alla vita stessa di Dio (SS.ma Trinità), fin d’ora (mediante la fede vissuta, il Battesimo e l’Eucaristia) e per l’eternità (Paradiso) – Gesù indica per così dire due strade (ancora ignote nell’Antico Testamento): c’è la via della totale consacrazione a Dio (cioè nella castità perfetta per il Regno di Dio, sulle orme di Cristo stesso e della perpetua verginità di Maria SS.ma) e quella del matrimonio (mediante un sacramento apposito, che Cristo opera unendo un uomo e una donna e che nulla e nessuno può sciogliere, tranne la morte).
Nella vocazione alla totale consacrazione bisogna poi individuare la forma (sono innumerevoli, basti pensare agli ordini religiosi, monastici, persino laicali); così come nella vocazione al matrimonio occorre ovviamente riconoscere la persona con cui percorre questa via di santità.

Sul celibato sacerdotale
Nella Chiesa Cattolica di rito latino, il Sacramento dell’Ordine (già nel grado del presbiterato o sacerdozio) è conferito (per la successione apostolica) solo a chi ha la vocazione ad una totale consacrazione. In termini teologicamente esatti non sono dunque i preti che “non si possono sposare”, ma è il sacerdozio che viene trasmesso solo ad un uomo che ha già la vocazione alla totale consacrazione (anche se quella del sacerdote è una “promessa di celibato” e non un “voto di castità”).
Non ci sarebbe quindi un’incompatibilità di principio (teologico) tra sacerdozio e matrimonio; anche se la Chiesa Cattolica di rito latino ha fatto assai presto e lungo tutta la sua storia la scelta di “ordinare” presbiteri (sacerdoti) solo chi ha una vocazione di totale consacrazione; già in alcune Chiese cattoliche di rito orientale (parliamo di Cattolici, non solo gli Ortodossi) viene donato il sacerdozio sia a uomini di totale consacrazione sia a uomini sposati.
Nonostante questa consolidata scelta della Chiesa cattolica latina, in linea di principio non è da escludersi che in futuro si possa conferire il sacerdozio anche agli uomini sposati. Non si tratterebbe dunque (come si sente erroneamente dire) che “i preti potrebbero sposarsi”, ma che degli “uomini sposati potrebbero fare i preti” (come del resto già accade per il diaconato). Al momento dell’ordinazione diaconale (3° grado del sacramento dell’Ordine) un giovane (maschio) rimane definitivamente nello stato in un cui è (se è celibe lo rimane).
In tutta la Chiesa Cattolica, anche d’Oriente, come del resto anche tra gli Ortodossi, il 1° grado del sacramento dell’Ordine (episcopato) è conferito solo a chi ha la vocazione di totale consacrazione.

È invece esclusa la possibilità (anche per il futuro) che possa essere conferito il sacramento dell’Ordine (in tutti i gradi) ad una donna, perché ciò è una “scelta di Dio”, espressa chiaramente da Gesù stesso (basti pensare all’Ultima Cena, istituzione dell’Eucarestia del Sacerdozio, dove le discepole e Maria SS.ma stessa sono significativamente assenti).
Giovanni Paolo II ribadì questa impossibilità di principio delle donne-sacerdote, vincolando tale impossibilità anche per il futuro della Chiesa (vedi). Bergoglio ne ha fatto qualche volta riferimento, non nascondendo un certo disagio per questa “porta chiusa” anche per il futuro!

Ovviamente le sedicenti Chiese protestanti, che oltre ad essere “scismatiche” sono anche a diverso titolo “eretiche”, non hanno il sacramento dell’Ordine e non si attengono a nessuna di queste indicazioni [però anche tra gli Anglicani (vedi) abbiamo ormai, oltre che preti e vescovi sposati, persino vescovi-donna (come quello stesso di Londra, già ricordato nel presente documento foto)].

Nel presente documento abbiamo già osservato in merito quanto Benedetto XVI ci ha lasciato nel suo ultimo libro (postumo) Che cos’è il cristianesimo (Mondadori, 2023), riproponendo in forma nuova un testo scritto col card. Sarah, dove alle pp. 96/122 (spec. p. 109 e seguenti) torna proprio sul significato del celibato sacerdotale. Alle pp. 143-160 riporta invece integralmente i cosiddetti “Appunti” (vedi) inviati a tutti i presidenti delle Conferenze episcopali in occasione dell’incontro tenuto con Francesco in Vaticano nel 2019 sulla questione degli abusi sessuali da parte del clero, e compie un’analisi che va alla radice teologica e spirituale del problema (e non banalmente ricondotta al “clericalismo”, come invece indicato da Bergoglio).




Indissolubilità del matrimonio e adulterio
Come abbiamo ascoltato, secondo le inequivocabili parole di Gesù, il gravissimo peccato di adulterio, condannato già dal 6° Comandamento (cfr. Es 20,14) e perfezionato/interiorizzato nella novità del Vangelo (cfr. Mt 5,27-32), viene considerato non solo nel senso del “tradimento” (un altro rapporto, anche carnale, mentre è in corso il matrimonio), ma anche quando si instaura un nuovo rapporto coniugale dopo che sia andato in frantumi il matrimonio cristiano precedente (che agli occhi di Dio dura invece fino alla morte di uno dei coniugi); e in tale situazione di peccato grave e per di più stabile cade anche chi non fosse stato sposato ma si unisce ad una persona che era invece già stata sposata con matrimonio cristiano. È poi significativo, e anche questa è una novità cristiana, che la gravità di tale peccato riguardi tanto l’uomo come la donna.

Si tenga presente che anche nella Chiesa dei primi secoli il peccato di “adulterio” veniva considerato tra i 3 peccati più gravi (apostasia dalla fede, aborto volontario e appunto l’adulterio, nel senso indicato da Gesù). Tale gravità veniva sottolineata a tal punto che, anche qualora (come auspicabile) tale peccatore se ne fosse seriamente pentito e avesse voluto cambiare vita e tornare nella via di Dio e della “grazia” (nel caso dell’apostasia rientrando nella vera fede cattolica e nel caso del divorzio ristabilendo  se possibile l’unione matrimoniale cristiana infranta), prima di ottenere il perdono di Dio e rientrare pienamente nella vita della comunità cristiana, venivano richieste anche “pubbliche penitenze”, che potevano durare anche anni. Non si trattava, come potrebbe sembrare, di una linea troppo dura nei confronti di tali peccatori, ma, oltre ad evidenziarne anche di fronte a tutta la comunità cristiana la gravità del peccato commesso, era chiedere e dare prova di sincero pentimento, di emendamento e di chiara volontà di tornare a seguire la vita nuova di Cristo, cioè la via della salvezza eterna.

Chi invece avesse subìto la rottura effettiva di tale unione sponsale, se non ne è cioè colpevole, potrebbe vivere “in grazia di Dio” e ricevere anche i sacramenti. Non è però ugualmente libero di vivere una nuova unione (infatti non potrebbe celebrarla come sacramento), altrimenti commetterebbe ugualmente “adulterio”.



Intrinsece malum
Ora, in nessun caso e in nessuna circostanza (che pure può aumentare o diminuire la gravità della colpa), un “male” così evidenziato può essere considerato un “bene”.
È appunto la cosiddetta questione morale dell’intrinsece malum.
Tale grave questione morale, e l’inammissibilità di esso, pur predicato da certa erronea Teologia morale contemporanea, fu ribadita e condannata non solo dal costante insegnamento della Chiesa, ma riaffermata con forza (e persino sulla base della stessa “ragione”) anche nella grande enciclica sulla morale di Giovanni Paolo II del 1993 Veritatis splendor (nn. 79-83).
Ora, proprio l’Esortazione apostolica post-sinodale di Francesco Amoris laetitia (19.03.2016) (cap. 8°) va a contraddire anche questo fondamento della morale.
A fronte delle doverose e rispettose richieste di chiarimento (Dubia) su tale grave incongruenza, da parte addirittura di 4 autorevoli cardinali, è stato opposto un incomprensibile ed illecito silenzio! (v. dopo)

Coppie cristianamente irregolari (stabilmente coabitanti in forma coniugale)
Situazioni moralmente irregolari e stabili di chi vive “coniugalmente” (sessualmente parlando), senza essere sposati col Sacramento del Matrimonio (ovviamente si parla di Battezzati): conviventi, sposi solo civili, separati o divorziati riaccompagnati o risposati civilmente.
Questa non è la “via” (verità) indicata da Cristo e pecca gravemente chi la segue!

Laddove non fosse più possibile ritornare al proprio primo matrimonio cristiano, laddove non si fosse avuto il riconoscimento canonico della sua effettiva nullità (oggi concessa con fin troppa facilità), laddove non sarebbe giusto interrompere la nuova unione (di fatto o matrimonio civile), per rispetto della persona amata e tanto più se sono nati figli da questa unione, allora i casi sono due: o ci si astiene dal ricevere il Sacramento della Penitenza e dell’Eucaristia, pur partecipando ugualmente alla vita della Chiesa e soprattutto facendo un cammino spirituale, di preghiera, conversione (e facendo alla S. Messa la cosiddetta “Comunione spirituale”); oppure si vive, con l’aiuto della preghiera e della grazia di Dio, in piena castità, cioè non avendo rapporti sessuali coniugali. Laddove questo proposito è accolto ed attuato (i singoli peccati, se non voluti come condizione stabile, possono essere assolti, come tutti i peccati di cui c’è pentimento e proposito di non più commetterli), cioè se tale coppia vive castamente, possono allora ricevere il Sacramento della Confessione (perché ce ne sono le condizioni) e Comunione (perché tornati in “grazia di Dio”); per la Comunione, si invita tale coppia che è nelle condizioni spirituale per farlo, a ricevere la Comunione laddove non sono conosciuti, perché invece dove sono noti come coppia irregolare (sopra menzionate) il loro ricevere l’Eucaristia (poiché la piena castità non è ovviamente nota agli altri) creerebbe il peccato di scandalo (contro-testimonianza cristiana)… pure se il relativismo dominante, anche nella Chiesa, fa sembrare ormai “normale” anche i peccati più gravi!

Laddove non è più possibile ricucire il matrimonio cristiano (infranto contro il volere stesso di Cristo), si vive senza più riaccompagnarsi (situazione che può divenire ardua ma con la grazia di Dio possibile e doverosa). Una nuova unione pseudo-coniugale (anche come intimità sessuale) non può essere tale agli occhi di Dio e crea una situazione stabile di peccato mortale, di adulterio, che impedisce appunto di poter essere assolti in Confessione e di conseguenza di poter accedere all’Eucaristia.
Checché se ne dica o si faccia oggi ormai nella prassi pastorale, questa è la dottrina della Chiesa, perché questa è la volontà di Dio, secondo appunto le parole stesse di Gesù.
Chi accusa ciò di essere una “rigidità” disumana accusa di ciò Cristo stesso, che ha dato questo comando per il nostro stesso bene e per la nostra salvezza eterna, quindi bestemmia! Diverso invece il discorso, che vale sempre, di accompagnare le singole anime in un cammino di conversione, che può avere anche i suoi tempi.




La separazione
La separazione degli sposi, tanto più se legati, come doveroso, dal Sacramento del Matrimonio, è sempre un male che si oppone alla volontà di Dio. Lo è già tutto ciò che porta progressivamente a questo stato, che si oppone alla legge suprema dell’amore e che crea danni talora irreversibili anche nella vita dei figli.
La chiara e perentoria espressione di Gesù (“L’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto”), mentre sottolinea che è Dio a “congiungere”- e quindi è peccaminosa ogni unione carnale (sessuale) prima e al di fuori del matrimonio-sacramento (è Dio che fa delle due persone “una carne sola”) – fa anche divieto di “separarsi”.
Chiunque è causa di tale degenerazione dell’amore coniugale e di tale separazione (ammesso che la causa sia davvero, ed è possibile, da parte di uno solo!) è in una situazione grave di peccato, che lo allontana da Dio e che lo obbliga a porvi rimedio, a convertirsi e a rifondare sull’amore di Dio e la grazia del sacramento del Matrimonio quell’amore che ha rovinato!
Si tenga presente che proprio il tempo del “fidanzamento” deve operare un profondo discernimento, perché certi fattori disgreganti che poi magari emergono con forza nel matrimonio, in genere, se ben osservati, potrebbero essere già individuati prima e far decidere di non legarsi a tale persona, che non offre garanzie sicure per una vera vita matrimoniale!

Nonostante ciò, anche la morale cristiana prevede l’estrema possibilità di una “separazione”, possibilmente provvisoria e in vista di una possibile riunificazione (non è infatti un divorzio, sempre moralmente vietato), riunificazione per la quale bisogna impegnarsi, con la conversione e la preghiera.
Tale estrema possibilità si può eccezionalmente verificare quando, nonostante tutti gli sforzi per tornare nella via di Dio e nella pratica di un amore vero e cristiano, la situazione della famiglia (specie anche per il bene stesso dei figli) diventa talmente insopportabile da far ritenere che una (possibilmente provvisoria) separazione produca un male minore rispetto a ciò che rappresenta ormai di fatto una vita familiare resasi impossibile.
La predicazione e l’aiuto della Chiesa dovrebbe anche ricordare che il ricorso ad una preghiera intensa (ma si pregava insieme in quella famiglia che è arrivata a quei punti di non amore?!) può ottenere anche grazie apparentemente impossibili e che il fondo di tutti i problemi è sempre dato da una poca fede!

Il coniuge che avesse davvero solo subìto incolpevolmente tale situazione e persino separazione non è ovviamente in una situazione di peccato, anzi, si potrebbe dire che partecipa in modo particolare della Croce di Cristo (che è sempre salvifica e fonte di santificazione)! Può quindi continuare a ricevere il sacramento della Confessione e l’Eucaristia.
Con ciò, oltre a dover compiere ogni sforzo spirituale (con la preghiera) e concreto (dando comunque segni di amore verso il coniuge anche colpevole) per tornare a vivere quel loro matrimonio che è fondato per sempre sull’amore e la grazia di Dio (sacramento), anche il coniuge che non ne è colpevole non si trova in uno stato di matrimonio sciolto (perché appunto il matrimonio cristiano è indissolubile) e quindi non è “libero” di accedere ad una nuova unione (che sarebbe comunque di adulterio, perché sarebbe al di fuori del matrimonio-sacramento e non fondabile su un nuovo matrimonio-sacramento). 



Il riconoscimento di “nullità”
Nessuno, né gli interessati (sposi) né altri, né la Chiesa né il Papa … può sciogliere un matrimonio cristiano, perché è un “sacramento” fondato da Cristo e azione divina, non solo umana!
Non ci sono eccezioni che possano sciogliere questo “vincolo”, secondo appunto le parole stesse di Gesù.
Ma allora cosa sono quei Processi canonici che possono permettere ai Tribunali ecclesiastici di raggiungere anche un “giudizio” di “nullità” di un matrimonio-sacramento?
È errato parlare di “Sacra Rota”, come si dice popolarmente, perché essa è solo il Tribunale supremo di Roma, cui solo in casi estremi si può far ricorso (cioè una sorta di Cassazione); normalmente tali Processi canonici (con tanto di avvocati e giudici, spesso laici) avvengono nei Tribunali ecclesiastici diocesani, cioè della Chiesa locale. È anche erronea la diceria che tali Processi siano molto costosi (o addirittura che si possa per così dire “comprare” una Sentenza, per chi può permetterselo), perché, pur essendo impiegati anche dei laici (che vanno cioè pagati per il loro lavoro di avvocati o giudici) i costi sono in genere molto limitati ed è pure contemplata la possibilità che siano gratuiti per chi avesse difficoltà economiche per sostenerli.
Occorre fare molta attenzione alla stessa dicitura: non si tratta infatti di “annullamenti” (che, trattandosi di un Sacramento e quindi di un’opera di Dio, secondo la parola stessa di Gesù, nessuno, neppure il Papa, potrebbe annullare), ma di “riconoscimento di nullità”. In altri termini, visto che il sacramento del Matrimonio, come del resto anche gli altri Sacramenti, prevede delle condizioni perché sia “valido” quando viene celebrato [che sia un atto libero, che si voglia come sacramento voluto da Cristo, unico e indissolubile, aperto alla procreazione (diversa la condizione di sterilità, che non è una scelta) e con l’impegno dell’educazione cattolica dei figli], si può indagare, anche dopo anni e appunto con un regolare Processo, se al momento della sua celebrazione mancassero o fossero contraffatte tali condizioni. In tal caso, se il processo giunge a dimostrarlo, il giudice, a nome della Chiesa, dichiara ”nullo” quel matrimonio, cioè in realtà non è mai stato validamente celebrato e dunque agli occhi di Dio è inesistente (e come tale permette un altro matrimonio canonico, che risulterebbe quindi il primo matrimonio valido a tutti gli effetti, agli occhi stessi di Dio).


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Situazioni sanabili
– se non ci sono precedenti matrimoni-sacramento (in entrambi), si passi dalla convivenza o matrimonio solo civile al matrimonio-sacramento;
– si tenda a rompere la nuova unione (a meno che non ne siano nati dei figli o ci sia necessità di aiuto materiale) e si ritorni alla prima unione (matrimonio cristiano);
– si verifichi (mediante Processo canonico) la possibilità di “riconoscimento di nullità” del precedente matrimonio-sacramento. Se ottenuto tale riconoscimento, si celebri il matrimonio cristiano con il nuovo coniuge (se ovviamente anche il nuovo coniuge è libero e non ha mai celebrato un matrimonio-sacramento o a sua volta è stato riconosciuto come “nullo”): questo non sarebbe un nuovo matrimonio cristiano, che sarebbe impossibile se non in caso di vedovanza, ma il primo matrimonio cristiano, perché quello riconosciuto “nullo” di fatto è inesistente anche di fronte a Dio.

Situazione insanabili (anche per la presenza di figli nati da una nuova unione)
e unica soluzione possibile
Se non è possibile ritornare a vivere la famiglia nata dal matrimonio-sacramento e non se ne ottiene il riconoscimento di nullità, e nello stesso tempo non è possibile sciogliere la nuova unione (o perché vi sono nati dei figli o si ritiene impossibile vivere da soli, sia pur sostenuti dalla grazia di Dio e con una particolare missione da vivere nella Chiesa e nel mondo) allora è necessario vivere la nuova unione nella fede e nell’amore, ma anche in castità (almeno come proposito fermo, sostenuto dalla preghiera) [singole cadute nel peccato possono essere “assolte” in Confessione. Non è invece assolvibile una situazione voluta e stabile di peccato]. In tale situazione, non essendoci rapporti sessuali, non si vive un rapporto di adulterio (come Gesù dice) ed è allora possibile riprendere pienamente la vita di grazia, anche potendo ricevere l’assoluzione dei peccati in Confessione e il Santissimo Corpo di N. S Gesù Cristo nella S. Comunione [tali Comunioni, lecite agli occhi di Dio, richiedono però di essere ricevute, per non creare scandalo o contribuire alla confusione attuale, in luoghi dove non è nota la situazione moralmente irregolare di tale unione (perché ovviamente non è richiesto obbligatoriamente di manifestare a tutti la propria vita di castità trattandosi appunto di questioni intime)].

Sul perché in tali situazioni insanabili (come in tutti i casi di volontà di permanenza nei peccati mortali, di ogni tipo), se non si vogliono seguire tali indicazioni morali, non ci si possa confessare (l’assoluzione sarebbe comunque nulla e la Confessione stessa oltre che peccaminosa sarebbe anche “sacrilega”) e quindi non si possa accedere alla S. Comunione sacramentale, avevamo già visto circa il Sacramento della Penitenza.

Nei casi di cui tanto si parla, cioè il presunto o reale desiderio dei divorziati riaccompagnati di accedere alla Comunione – una richiesta che sorprende (visto quanti pochi adulti cristiani nelle nostre moderne società occidentali desiderano così ardentemente Confessarsi e fare la Comunione) e che talora, nelle discussioni pubbliche e persino ecclesiali, ha il sapore di una rivendicazione sindacale, come “diritto” e per accedere pienamente alla Comunità, più che di un ardente desiderio dell’anima (quanto c’è davvero di sacro, di trascendente, di “fame di Dio” in tali richieste?) – si tenga presente che, trattandosi nientemeno che di 2 Comandamenti (VI e IX) e di 3 Sacramenti (Matrimonio, Confessione, Eucaristia), e quindi dei fondamenti stessi della fede cristiana (cattolica, cioè autentica, di origine divina!), nessuno, neppure il Papa, ha il potere di operare cambiamenti alla Parola di Dio e pure al costante bimillenario insegnamento della Chiesa!




Il “metodo Bergoglio”

Come ormai sappiamo, normalmente il metodo usato (potremmo dire hegeliano) per far passare i grandi cambiamenti (rivoluzione? o addirittura apostasia?) si esplica in questi termini: far passare qualche annuncio choc (magari in un’intervista, che non è Magistero, talora persino in qualche modo smentita dal Vaticano), permettere qualche presa di posizione eretica di qualcuno (teologo ma anche qualche Vescovo o intere Conferenze Episcopali, solo apparentemente silenziate), aprire infinite discussioni (“sinodali”, così pare che certe scelte, già fatte a tavolino, vangano “dal basso”), produrre molti documenti e quelli decisivi esplicati in una scoraggiante prolissità, dove da qualche parte (magari in una nota a margine) si nasconde la “bomba” capace di distruggere l’intero edificio. Tale “mina vagante” è però un poco mimetizzata, così che non sia immediatamente evidente, anzi siano possibili numerose interpretazioni, anche in contraddizione netta tra loro, così da creare una confusione generalizzata e laceranti divisioni (anche tra episcopati). A chi, anche ai più alti livelli (persino qualche Cardinale che ancora “osa”), si permette di porre anche solo domande e richieste di chiarimenti per evidenziare o meno una posizione che potrebbe essere inaccettabile in quanto contraria al bimillenario insegnamento della Chiesa e persino alle parole stesse di Gesù, non si risponde neppure. Talora, per togliersi dall’evidente imbarazzo (per non passare esplicitamente per conclamati eretici o apostati), si passa la palla cioè la “responsabilità” a qualche vescovo o cardinale teologo (si dice di chiederlo a loro). Infine arriva da qualche parte la conferma su quale fosse ed è il vero “intento” (e per evitare dubbi la si mette anche tra i Documenti ufficiali della Santa Sede, così non fa rumore ma ufficialmente c’è). Nel frattempo, magari in piena estate (quando tutti sono un po’ addormentati o distratti), esce un documento che taglia come un machete la dottrina (o la liturgia) di sempre!

Nello specifico del Sacramento del Matrimonio (di origine divina, come tutti i Sacramenti, e da Dio stesso ogni volta operato; quindi con possibili marginali cambiamenti ma nella sua essenza indisponibile a chicchessia, Papa compreso) ricordiamo (su questo metodo) quanto segue…

Abbiamo avuto addirittura di seguito due Sinodi sulla Famiglia, uno propedeutico all’altro;
5-19.10.2014: Assemblea generale straordinaria;
4-25.10.2015: Assemblea generale ordinaria.
Ciò è stato preceduto da una sorta di inchiesta/questionario, inviata e poi raccolta da tutte le comunità ecclesiali (parrocchie, diocesi, ordini religiosi, movimenti, associazioni, …)

[Come se la “dottrina” (cioè la volontà di Dio) dipendesse dal consenso popolare (una simil-democrazia, dove, come vediamo ampiamente anche nella vita delle moderne democrazie occidentali, Italia compresa, la grandi decisioni sono comunque subdolamente e prepotentemente prese “altrove”!]

Poco prima del secondo decisivo Sinodo sulla famiglia, e appunto nel cuore dell’estate (15.08.2015; così che di fatto quasi nessuno ne ha parlato e tuttora ne parla!), è uscito un “Motu proprio” che è una vera e propria “bomba” silenziosa (solo per pochi giorni anche qualche giornale laico mondiale ha parlato in proposito e non a caso di “divorzio cattolico”): Mitis Iudex Dominus Iesus (sempre le belle e dolci parole … per nascondere il veleno). [Lo stesso giorno (15.08.2015) è uscito pure un analogo Motu proprio per le Chiese orientali: Mitis et misericors Iesus]
Si tratta di un documento-riforma decisivo, anche se passato appunto sotto silenzio, in quanto va a mutare certi criteri per svolgere i Processi di riconoscimento di nullità dei Matrimoni (vedi sopra).
La “bomba” , distruttiva del matrimonio proprio quando sembra andare caritatevolmente incontro all’uomo di oggi e alle “situazioni irregolari” attualmente esplose di numero, è data da un’enorme possibilità di “casi” in cui tali Processi (e giudici) possono concludere con un “riconoscimento di nullità”. Non a caso infatti, anche se con la solita malizia dei giornalisti, s’è parlato in merito (solo per poco appunto, perché dopo neppure due mesi si apriva il Sinodo e dopo 7 mesi c’era già la bomba dell’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia) di “divorzio cattolico”, cioè di una tale ampliata possibilità di ottenere il “riconoscimento di nullità” di un matrimonio cattolico precedente (infatti oggi concesso praticamente quasi a tutti!) per cui si potrebbe persino dire che la questione della Confessione-Comunione concessa in certi casi (da Amoris laetitia) ai divorziati (da un precedente matrimonio-sacramento) potrebbe persino non sussistere più, perché quel matrimonio-sacramento è facilmente riconoscibile come “nullo” cioè inesistente!
Una riprova di questa enorme (o abnorme) possibilità di riconoscimento di nullità è data ad esempio e soprattutto dall’Art 14 §1di tale Motu proprio, in cui, al termine di un elenco di possibili casi che permetterebbero tale riconoscimento di nullità, compare incredibilmente un “eccetera”, cosa che fa ridere o rabbrividire qualsiasi giurista o canonista, perché in un vago “eccetera” si può astutamente inserire tutto quello che si vuole!

“Art. 14 § 1. Tra le circostanze che possono consentire la trattazione della causa di nullità del matrimonio per mezzo del processo più breve secondo i can. 1683-1687, si annoverano per esempio: quella mancanza di fede che può generare la simulazione del consenso o l’errore che determina la volontà, la brevità della convivenza coniugale, l’aborto procurato per impedire la procreazione, l’ostinata permanenza in una relazione extraconiugale al tempo delle nozze o in un tempo immediatamente successivo, l’occultamento doloso della sterilità o di una grave malattia contagiosa o di figli nati da una precedente relazione o di una carcerazione, la causa del matrimonio del tutto estranea alla vita coniugale o consistente nella gravidanza imprevista della donna, la violenza fisica inferta per estorcere il consenso, la mancanza di uso di ragione comprovata da documenti medici, ecc.

Il Sinodo 2015 sulla famiglia, trattandosi di Vescovi di tutto il mondo in consesso col Papa, avrebbe dovuto semmai affrontare la questione delle cause soprattutto “spirituali” (la perdita della fede) del tracollo della famiglia e dei matrimoni, specie in Occidente, o semmai affrontare la questione morale e canonica se nei Paesi di ormai perduta tradizione cattolica, dove il Sacramento del Matrimonio (sia pur in tragica diminuzione) viene chiesto più per tradizione e persino per folklore (un’occasione per fantasmagoriche feste dal sapore più pagano che cristiano) che per fede in Cristo e nel Sacramento stesso, possa essere ancora considerato “valido”.
In realtà i riflettori mediatici, dell’opinione pubblica e persino della Chiesa, erano tutti puntati sulla questione della “Comunione ai divorziati risposati”, perché ormai fa notizia solo ciò che è nell’agenda dei poteri forti globali e la Chiesa è approvata o rifiutata se si adegua o no a tale agenda!
Ovviamente, nonostante le pressioni e invasioni del circo mediatico, attraverso le comunicazioni ufficiali (addirittura quotidiane… ma è proprio indispensabile per la Santa Chiesa di Cristo, che deve pregare, meditare e aiutarsi per comprendere la “volontà di Dio”,  andare avanti sotto la pressione delle continue conferenze-stampa e interviste?) poteva apparire qualche incontro-scontro tra i Vescovi (oggi peraltro quasi tutti allineati al nuovo corso … pena essere catalogati ed emarginati come retrogradi tradizionalisti!), ma non si capiva cosa avrebbe poi partorito il grande cammino sinodale, anche perché è tradizione consolidata che i Sinodi non producano essi stessi documenti ufficiali ma consegnino il prodotto delle loro riflessioni nelle mani del Papa, perché se crede, come del resto finora è stato sempre fatto, ne tragga una documento magisteriale (in genere un’Esortazione apostolica post-sinodale), che raccoglie non semplicemente in modo democratico le diverse posizioni emerse ma le unifichi, confermi oppure smentisca autorevolmente (secondo il compito che Pietro ha ricevuto da Cristo stesso!) certe posizioni e offra alla Chiesa intera le proprie autorevoli indicazioni.
Evidentemente allora tutti gli occhi (soprattutto mediatici e conseguentemente popolari, perché ormai la gente e persino il popolo cattolico sa della Chiesa solo quello che dicono i telegiornali!) erano puntati su cosa avrebbe detto Francesco, il Papa “rivoluzionario”, nel suo atteso documento, soprattutto sulla magna quaestio dei divorziati risposati!


Amoris laetitia
L’atteso documento uscì il 19.03.2016; e per certi versi ha rappresentato uno spartiacque, così che molti Cattolici, anche di alto livello e dello stesso mondo della comunicazione (caso emblematico, perché addirittura notissimo “vaticanista” RAI, fu Aldo Maria Valli, come egli stesso dice), ma intere realtà cattoliche e anche non pochi pastori hanno da allora compreso dove stavamo precipitando (è ancora la Chiesa di Cristo?)!
L’astuzia è stata nascondere la “bomba” (peraltro tanto attesa, con speranza o timore), in un documento con tratti anche belli sull’amore umano e la bellezza del Vangelo (anche i titoli sono sempre accattivanti: “la letizia dell’amore”) ma di proporzioni enormi (circa 400 pagine), in una nota (351) del controverso capitolo 8° (che verte sul sedicente accompagnamento “pastorale” di tali situazioni cosiddette “irregolari”, quindi la questione non sembra più dottrinale ma pastorale, secondo la nota svalutazione “moderna” della verità, ormai smarrita, a favore della prassi).
Abbiamo già parlato di tale Esortazione apostolica riguardo al Sacramento della Penitenza, perché, come abbiamo sottolineato, la questione non è la possibilità di “fare la Comunione” (come oggi comunemente si dice al riguardo), che si può ricevere solo “in grazia di Dio”, cioè assolti dai peccati mortali (non è il “sacramento dei perfetti” ma che non si possa ricevere in stato di peccato mortale, pena fare sacrilegio, è dottrina sicura e perenne della Chiesa e quindi volontà di Dio!), ma appunto della possibilità di essere “assolti” in Confessione, perché laddove non ci sia il pentimento sincero e il fermo proposito di non più peccare (e di fuggirne anche le occasioni) qualsiasi peccato non può essere assolto [e non è da “delinquenti” non assolvere, ma, secondo la stessa volontà di Cristo e il perenne insegnamento della Chiesa (e lo Spirito Santo non è stato assente per due millenni!) è da “delinquenti” assolvere, perché si va contro la volontà di Dio, si mantengono le anime nel peccato, si conducono verso la possibile dannazione eterna e tra l’altro l’assoluzione stessa sarebbe un inganno perché in sé invalida)!
Abbiamo già ricordato, a proposito del sacramento della Penitenza, la sintesi della questione:
Dopo aver detto che “il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave” (nota 336), nella nota 351 si giunge appunto ad affermare che “in certi casi (di divorziati riaccompagnati!) ci potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti” e si ricorda ai sacerdoti confessori che “il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore” e “che l’Eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli»” (due citazioni che Francesco fa di se stesso). Si conclude quindi con un rimprovero ai Confessori che “esigono dai penitenti un proposito di pentimento senza ombra alcuna, per cui la misericordia sfuma sotto la ricerca di una giustizia ipoteticamente pura […] mentre la prevedibilità di una nuova caduta «non pregiudica l’autenticità del proposito»”.
Insomma: sotto il pretesto che non si sa se soggettivamente ci sia colpa grave (è vero: questo lo sa solo Dio! ma allora non si sa mai se c’è peccato o no?), che la Confessione non deve essere una tortura (si deve dare per scontato che c’è il pentimento e il proposito, anche se smentiti dai fatti?), che la Comunione non per i perfetti (ma è moralmente obbligatorio riceverla solo se si è “in grazia di Dio”, altrimenti si potrebbe mangiare persino la propria condanna, cfr. 1Cor 11,29) e che non si sa se il pentimento e il proposito di non più peccare sia perfetto (ma se si vive in una situazione stabile di peccato il proposito non c’è proprio, a meno che non si faccia il proposito di vivere in castità perfetta e se non c’è alcuna possibilità di tornare al proprio originario e vero Matrimonio cristiano), di fatto la conclusione è che anche in questa situazione (oggettivamente moralmente grave) ci si può Confessare e fare la Comunione. Anzi, che tali atti sessuali all’interno di quella coppia, potrebbero essere un bene!
Praticamente si ammette, in modo contrario al costante e  bimillenario insegnamento della Chiesa, che un grave peccato (“intrinsece malum”) in certe condizioni possa diventare un “bene”! 
In altre Note, sempre del problematico e sconcertante Capitolo 8°, nonostante si smentisca la costante e sicura dottrina della Chiesa (sul Matrimonio, sulla Confessione, sulla Comunione, sull’imputabilità o meno di un peccato, sull’intrinsece malum e sull’adulterio, specie laddove è una situazione stabile di vita), si getta fumo negli occhi, andando addirittura a citare, oltre ovviamente se stesso, S. Tommaso d’Aquino (Sententia libri Ethicorum), Giovanni Paolo II (Familiaris consortio e Reconciliatio et paenitentia), la Congregazione per la Dottrina della Fede (Dich. Iura et bona, che però verteva sull’eutanasia), il Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi (Dichiarazione sull’ammissibilità alla Comunione dei divorziati risposati del 24.06.2000) e il Concilio (Gaudium et spes, 51). In realtà Amoris laetitia smentisce clamorosamente l’insegnamento perenne della Chiesa, il Catechismo della Chiesa Cattolica, il Codice di Diritto Canonico, e gli stessi insegnamenti autorevoli di Giovanni Paolo II  (Veritatis splendor nn. 79/83 e Familiaris consortio n. 84), come drammaticamente e umilmente sottolineano i 5 Dubia presentati ufficialmente da 4 cardinali.

Che la “bomba” dovesse essere ben confezionata (per non attirare le ire dei tradizionalisti, è stato detto dallo stesso Francesco (dove il Pontefice usa al posto di “ira” la parola “casino”, non proprio elegante sulle labbra del Vicario di Cristo) è emerso addirittura in una pubblica conferenza tenuta dal Vescovo Segretario del Sinodo (mons. Bruno Forte) (vedi)  e riportata dal Vescovo mons. Luigi Negri (vedi).

L’eccezione (anche se rara e messa astutamente e neppure troppo chiaramente in una nota di un documento assai voluminoso) – ammessa non come caduta nel peccato ma addirittura come possibilità che in tal caso non sia peccato ma persino un bene! – farebbe crollare l’intera fede e morale cristiana perché laddove anche su un solo punto ci si oppone per principio al volere di Dio, in questo caso espresso addirittura esplicitamente da Gesù, è come riconoscere che Dio non è Dio (perché ovviamente Dio non può sbagliarsi o ingannarci)!

L’intrinsece malum che diventa bene (anche solo in un caso): l’adulterio (come Gesù stesso definisce tale situazione) in un caso non sarebbe adulterio ma addirittura un bene?


La dottrina di sempre smentita …
la confusione generale drammaticamente lievitata


Dubia di 4 Cardinali
Gravissime riserve dottrinali su alcuni punti specie del cap. 8° della Esortazione ap. Amoris laetitia hanno spinto doverosamente 4 Cardinali (Raymond BurkeCarlo CaffarraWalter Brandmüller e Joachim Meisner) a chiedere umilmente e ufficialmente al Papa un chiarimento (leggi), attraverso quello che ufficialmente si chiamano Dubia (vedi). Si tratta di 5 domande di chiarimento su altrettanti punti che sembrano contraddire la perenne dottrina della Chiesa (eccone il testo), presentate per lettera il 19.09.2016 (la forma ufficiale dei Dubia, per come sono poste le questioni, richiede semplicemente una risposta sì/no).
Poiché Francesco né risponde, neppure privatamente, né li riceve in udienza per parlarne, dopo alcuni mesi, visto vano ogni tentativo di poter ottenere tali chiarimenti, decisivi per la salvezza delle anime, e la crescente confusione in merito nel popolo di Dio, nei sacerdoti e persino nei vescovi, il 25.04.2017 il card. Cafarra, a nome anche degli altri 3 Cardinali, scrive di nuovo al Papa (vedi), implorando una risposta o un colloquio. Non avendo ricevuto anche in questo caso alcuna risposta (si vede che i famosi “ponti” che dovremmo costruire col mondo, sono “ponti levatoi” che si alzano per impedire il passaggio persino a cardinali che chiedono umilmente udienza per una questione di assoluta importanza di fede!), tali Cardinali (peraltro di grande spessore teologico e pastorale) hanno quindi deciso di rendere di pubblico dominio la loro richiesta (e il loro sconcerto).

Dopo oltre 6 anni ancora non è stata data alcuna risposta o spiegazione. Nel frattempo due dei 4 Cardinali (Cafarra e Meisner) sono deceduti… (di crepacuore?).

Significativo che al solenne funerale (vedi) del card. Meisner nella sua cattedrale di Colonia, il 15.07.2017, il Papa (“emerito”) Benedetto XVI abbia inviato come suo rappresentante il segretario S. E. Mons. Georg Gänswein, con un suo messaggio personale letto al termine della celebrazione (leggivedi); in tale messaggio, oltre ad evidenziare il suo profondo legame col card. Meisner, Benedetto XVI confida pubblicamente di averlo sentito per telefono anche solo qualche giorno prima. Il che indica chiaramente come Benedetto XVI fosse in ottimi rapporti col Cardinale e avesse certo appoggiato se non addirittura stimolato la forte scelta di porre a Francesco, insieme agli altri 3 Cardinali, i noti e sofferti “Dubia”. 

Tra le gravi perplessità c’è anche quella che riguarda il cosiddetto intrinsece malum, principio costante della dottrina e morale cattolica (riaffermato anche nell’Enciclica di Giovanni Paolo II sulla morale Veritatis splendor, cfr. nn. 79-83), secondo cui per nessuna ragione un “peccato grave” (come in questo caso l’adulterio, secondo le parole stesse di Gesù) possa essere permesso, addirittura in certe circostanze essere considerato come un “bene” (come afferma invece Amoris laetitia nel cap. 8°).



Una Correzione filiale

Un’altra richiesta ufficiale di chiarimento, sottoforma di Correzione filiale (Correctio filialis de haeresibus propagatis, cioè Correzione filiale in ragione della propagazione di eresie) viene presentata il 16.07.2017, già inizialmente firmata da 62 sacerdoti e studiosi cattolici di 20 nazioni, secondo cui Amoris laetitia presenterebbe 7 posizioni palesemente eretiche  (vedi) (vedi) (vedi).
Anche in questo caso non è stata data alcuna risposta!


Diverse e opposte interpretazioni
Soprattutto riguardo a come si debba interpretare quel testo di Amoris laetitia (cap. 8°, nota 351) in cui pare si possano far accedere ai Sacramenti (Confessione e Comunione) anche i divorziati riaccompagnati e senza alcuna volontà di vivere nell’astinenza dai rapporti sessuali (quindi coniugalmente e come tali in peccato grave di adulterio, secondo le parole stesse di Gesù e il costante insegnamento della Chiesa) si sono scatenate (nel senso letterale del termine) le più diverse e persino contraddittorie interpretazioni.
Così ci sono interi episcopati che permettono tale accesso ai Sacramenti (cioè concretamente che possano essere “assolti” in Confessione anche senza il proposito di non commettere più il peccato) ed altri episcopati, magari di Paesi confinanti, che invece negano tale possibilità, secondo la dottrina di sempre della Chiesa. 

È il caso ad esempio della Germania (dove si permette la S. Comunione a tali persone) e della Polonia (dove non si permette); ma come si può vedere da queste immagini, in certi casi si tratta solo di attraversare una strada (vedivedivedi).

Molte volte Bergoglio, in chiaro imbarazzo di fronte a certe domande impertinenti dei giornalisti sull’argomento, cerca di glissare o cercare vie di fuga (passando la palla ad altri).

Avevamo già sopra riportato, ad esempio, un colloquio coi giornalisti durante il volo di rientro dalla Slovacchia e Budapest (15.09.2021) (vedi), in cui disse tra l’altro: “No, io mai ho rifiutato l’Eucaristia a nessuno, a nessuno … No. La Comunione non è un premio per i perfetti … La Comunione è unirsi alla comunità … I principi sono della teologia. La pastorale è la teologia e lo Spirito Santo che ti va conducendo a farlo con lo stile di Dio … Se Lei mi dice: ma si può dare o non si può dare? È casistica, quello, che lo dicano i teologi. Si ricorda la tempesta che si è armata con Amoris laetitia, quando è uscito quel capitolo di accompagnamento agli sposi separati, divorziati: “Eresia, eresia!”. Grazie a Dio che c’era il cardinale Schönborn lì che è un grande teologo e ha chiarito le cose. Ma sempre questa condanna, condanna… Basta con la scomunica, per favore non mettiamo più scomunica. Povera gente, sono figli di Dio, stanno fuori temporaneamente, ma sono figli di Dio e vogliono e hanno bisogno della nostra vicinanza pastorale. Poi il pastore risolve le cose come lo Spirito lo dice”.

Alla fine però (già nel 2016) s’è trovato il modo di far capire cosa vuole Francesco, senza troppo clamore o pericolo di essere condannato come eretico. La fatidica domanda (si può dare o no la Comunione ai divorziati riaccompagnati che pur vivono non castamente la loro nuova unione? Cosa dice davvero Amoris laetitia?) è stata posta (o è stata fatta porre) dai Vescovi argentini della regione di Buenos Aires. La risposta ufficiale in questo caso è arrivata (“Sì, la Comunione si può dare. Questo intendevo dire in Amoris laetitia“! questa è la giusta interpretazione!”). E per evitare che tale risposta scritta fosse considerata una presa di posizione estemporanea e ancora opinabile, essa è stata inserita nientemeno che nel Bollettino ufficiale della Santa Sede (Acta Apostolicae Sedis, volume 2016/10, pp. 1071/1074 – vedi)


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Un’ultima Nota

Revisione dell’Humanae vitae?

Un’altra questione che riguarda la famiglia e la morale coniugale, su cui da 60 anni s’è scatenato un furioso attacco contro la famiglia, così come Dio l’ha voluta, e contro la Chiesa stessa (questione di cui quasi neppure più si parla, tanto si dà quasi per scontata l’insubordinazione, anche dei fedeli) è quella della castità matrimoniale, cioè del modo giusto di vivere i rapporti sessuali coniugali (vedi Morale sessuale, n. 32). Ricordiamo che l’autentica intimità sessuale mantiene sia l’aspetto unitivo (amore degli sposi) che l’aspetto procreativo (peraltro strutturalmente legato alla sessualità, nei suoi stessi ritmi e struttura anatomico-fisiologica e persino psicologica).
Abbiamo già osservato che proprio negli anni ’60 (in cui si colloca anche il Concilio) la questione della castità matrimoniale e dell’immoralità della contraccezione si riaccese fortemente, specie a causa della scoperta e della disponibilità della nuova “pillola” contraccettiva (di cui oggi peraltro sono emerse anche le non lievi controindicazioni mediche). Anche nella Chiesa, e persino nell’Episcopato tedesco e belga, si cominciò in quegli anni ad attendere un cambiamento della morale cattolica (!). Fu così che Paolo VI, dopo aver chiesto pareri (*) ai vescovi e teologi del mondo intero, nel 1968 (proprio l’infelice anno della contestazione giovanile e della stessa “rivoluzione sessuale” vedi) decise di scrivere un’apposita Enciclica (Humanae vitae) sulla questione. Contrariamente alle attese e a gran parte delle risposte ricevute (particolarmente significativo fu invece il documentato appoggio dell’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla, cfr. Amore e responsabilità), il Papa rimarcò la morale di sempre e l’illiceità morale della contraccezione, anche tra gli sposi. Si scatenò a questo punto un tale putiferio contro il Papa, anche da parte di non pochi Episcopati, che Paolo VI perse tutto l’entusiasmo per la presunta e invocata “primavera dello spirito” attesa nel post-Concilio (fino a parlare 4 anni dopo del “fumo di Satana” entrato nella Chiesa!) e non scrivendo più neppure un’Enciclica nei rimanenti 10 anni del suo pontificato (vedi).

* C’è chi ha osservò e osserva che tali quesiti posti da Paolo Vi ai vescovi e teologi di tutto il mondo fossero già un atto improprio, perché sulla questione della castità matrimoniale e della contraccezione c’erano già stati pronunciamenti da parte dei Pontefici precedenti (ad es.  da Pio XII (cfr. III Parte del Discorso del 29.10.1951 alle Ostetriche vedi: o già l’Enciclica di Pio XI Casti Connubii del 31.12.1930).
Tutto il lungo pontificato di Giovanni Paolo II mantenne ed approfondì grandemente tale dottrina tradizionale [abbiamo ricordato già anche i 5 anni di catechesi sull’amore uomo-donna nella Udienze generali del mercoledì (dal 5.09.1979 al 28.11.1984), raccolte nel volume Uomo e donna lo creò. Catechesi sull’amore umano] che emerse già nell’Esortazione ap. Familiaris consortio (1981), come poi nell’Enciclica Evangelium vitae (1995)].

Già nel 1982 Giovanni Paolo II volle erigere (vedi), all’interno della Pontificia Università Lateranense (l’università del Papa, come la definì), un autorevole e internazionale centro di studi sul matrimonio e la famiglia (Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per Studi su Matrimonio e Famiglia) e ne diede la presidenza a mons. Carlo Cafarra (abbiamo già ricordato la lettera che in tale occasione e sentendosi pure avversato da non pochi all’interno della Chiesa mons. Cafarra scrisse e ricevette dalla veggente Lucia di Fatima, vedi/ascolta), il futuro arcivescovo di Ferrara e poi Cardinale di Bologna fino al 2015 (uno dei 4 Cardinali dei 5 Dubia presentati nel 2016 a Francesco senza avere alcuna risposta), morto improvvisamente il 6.09.2017 all’età di 79 anni.

Mentre si vocifera sempre più (vedi) circa una “revisione” dell’Enciclica Humanae Vitae e del relativo autorevole insegnamento sulla castità matrimoniale, Francesco nel 2017 (cfr. Motu proprio Summa familiae cura) ha già provveduto a “rivoluzionare” anche tale autorevole Istituto (ora denominato  Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, vedi), a mutarne nel 2019 (attraverso la Congregazione per l’Educazione Cattolica) gli Statuti nonché l’Ordinamento degli Studi, defenestrando il Preside mons. Livio Melina (fedele al magistero di GPII e di Benedetto XVI, che lo ha subito ricevuto anche da Papa emerito vedi) e a nominarne “Gran Cancelliere” S. E. mons. Vincenzo Paglia (di cui abbiamo sopra già ampiamente parlato a proposito del 5° Comandamento, avendolo nominato anche Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, vedi).
Giovanni Paolo II aveva anche provveduto nel 1981 (vedi), sempre a sostegno della famiglia, tanto minacciata  e più che mai al centro delle sue preoccupazioni apostoliche, ad erigere in Vaticano un apposito Dicastero, il Pontificio Consiglio per la famiglia (vedi). Mons. Vincenzo Paglia ne è stato Presidente dal 26.06.2012 al 15.08.2016, quando Francesco ha soppresso tale Consiglio e ne ha attribuite le funzioni al nuovo “Dicastero per i laici, la famiglia e la vita” (mons. Vincenzo Paglia è Presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia).


La dottrina morale dell’Humanae vitae può essere cambiata?
La dottrina della Chiesa sul peccato della “contraccezione”, anche nel Matrimonio, espressa con forza dall’enciclica Humanae vitae di Paolo VI e ribadito dal Magistero di Giovanni Paolo II [cfr. ad es. Esortazione ap. post-sinodale (22.11.1981) Familiaris consortio, n. 29; cfr. Istruzione della Congregazione per la dottrina della fede Donum vitae sul rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione (22.02.1987)], come ha ribadito pure il Vademecum per i confessori del Pontificio Consiglio per la famiglia (12.02.1997) (vedi), è da ritenersi dottrina definitiva ed irriformabile (cfr. n. 2.4).


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Può essere cambiata la dottrina della Chiesa? Può essere opinabile?

Talora si sente erroneamente dire che il Magistero della Chiesa (espresso dal Papa e dai Vescovi in unione con lui) sarebbe infallibile solo nella proclamazione dei “dogmi” e che quindi non obbligherebbe in coscienza all’assenso se non in questi casi straordinari. In tal caso, se così fosse, negli ultimi tempi (170 anni!) ciò sarebbe quindi avvenuto solo nel 1854 (dogma dell’Immacolata) e nel 1950 (dogma dell’Assunta).
In realtà, come fu precisato nel Motu proprio Ad tuendam fidem (18.05.1998) di Giovanni Paolo II (accompagnata dalla “Nota dottrinale illustrativa della formula conclusiva della professione di fede” della Congregazione per la dottrina della fede, vedi) si chiarisce che la fede cattolica non comporta solo un assenso alla Parola di Dio ma al Magistero della Chiesa, che si esprime infallibilmente e in modo definitivo sia con un “atto definitorio” (“ex cathedra”, da parte del Papa o di un Concilio ecumenico) sia con un “atto non definitorio” (Magistero ordinario del Papa e magistero universale dei Vescovi uniti a lui) (Nota dottrinale, n. 9).
L’assenso deve essere totale, sia quello fondato sulla fede nella stessa Parola di Dio (dottrine de fide credenda) sia quello fondato sulla fede nell’assistenza dello Spirito Santo al Magistero e sulla dottrina cattolica dell’infallibilità del Magistero (dottrine de fide tenenda)” (ibid., n. 8).
Evidentemente quindi, non solo la Sacra Scrittura, ma anche il Magistero della Chiesa, che, guidata dallo Spirito Santo, in riferimento alla Sacra Scrittura e alla perenne Tradizione, insegna la volontà di Dio (dottrina della fede e morale), non può mutare nel tempo e deve essere oggetto dell’assenso dell’intelligenza e della volontà.


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Al termine di questa lunga Quinta Parte del presente documento, ricordiamo ancora l’inaudito n. 675 del Catechismo della Chiesa Cattolica (vedi), sulla “Prova finale della Chiesa”:

“Prima della venuta di Cristo, la Chiesa deve passare attraverso una prova finale che scuoterà la fede di molti credenti. La persecuzione che accompagna il suo pellegrinaggio sulla terra svelerà il «mistero di iniquità» sotto la forma di una impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità. La massima impostura religiosa è quella dell’Anti-Cristo, cioè di uno pseudo-messianismo in cui l’uomo glorifica se stesso al posto di Dio e del suo Messia venuto nella carne”.